Fatela girare

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Tutti i luoghi comuni sui benefici della legalizzazione delle droghe leggere, smontati uno per uno

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato su Il Foglio il 19 agosto 2016.

Col suo lungo appello pro legalizzazione Roberto Saviano ha un merito: ha elencato i più diffusi luoghi comuni della cannabis libera. Li ascoltiamo da decenni, monotoni, inalterati, senza riscontri oggettivi, ostili alle evidenze scientifiche. La campagna a sostegno della proposta Giachetti, in coincidenza col suo arrivo nell’Aula della Camera, conosce una forte accelerata. L’opposizione di Ap ha fatto slittare la discussione da fine luglio a settembre: nel frattempo il terreno viene preparato.  

Dice Saviano: “Legalizzare (…) indebolirà le mafie sottraendo loro capitali e allo stesso tempo ridimensionerà il mercato illegale. Chi vorrà fumare uno spinello preferirà di certo sostanze controllate che si possono acquistare regolarmente, senza incorrere in sanzioni, e non andrà a cercare un pusher giù in strada”. Ogni legalizzazione ha dei limiti, come è evidente nella stessa proposta Giachetti: di età dell’acquirente, di quantità della sostanza che si può detenere e, a certe condizioni, cedere, di percentuale di principio attivo. Neanche il legalizzatore più convinto sostiene che a un fanciullo possa recarsi a piacimento al tabaccaio a farsi impacchettare un chilo di hashish col 50 per cento di thc. Alle mafie sarà sufficiente operare oltre i limiti fissati: quanto all’età, puntando in modo ancora più deciso sui minori, quanto alla quantità e alla qualità, offrendo merce in grammi e in capacità stimolante al di là delle soglie stabilite. L’aumento della disponibilità ad assumere cannabis derivante dalla legalizzazione favorirà ancora di più l’operatività criminale oltre soglia, come insegna l’esperienza degli stati che hanno già leggi come la Giachetti.

Saviano: “I dati. Il Portogallo nel 2001 depenalizza la cannabis e lì in 15 anni diminuisce il consumo. L’Uruguay nel 2013 e il Colorado nel 2014 ne legalizzano il commercio a scopo ricreativo: e anche lì il consumo diminuisce invece di aumentare”. Vorrei conoscerli i dati, ma quelli veri. Prof. G. Di Chiara, direttore del dipartimento di tossicologia all’università di Cagliari: “L’esperienza degli USA, dove 20 stati hanno legalizzato il fumo di cannabis per uso medico e due anche per uso ricreazionale, indica che la legalizzazione della cannabis aumenta soprattutto la quantità consumata pro capite (…). Non ha eliminato il mercato illegale ma ne ha semplicemente ristretto la clientela agli adolescenti e agli adulti che non possono permettersi il costo elevato della cannabis legale” (Il Sole 24 ore, 18.05.14). Antonio M. Costa, già vicesegretario Onu con delega alla sicurezza e al contrasto del narco traffico: “In Colorado l’uso tra i giovani è salito dal 27 al 31 per cento (contro il 6-8 della media nazionale) (…) il mercato illecito prospera (40 per cento del consumo)” (La Stampa, 25.07.16).

Saviano: “Il mondo reale è quello in cui chi fuma due pacchetti di sigarette al giorno (ma anche uno) rischia di ammalarsi di cancro. Il mondo reale è quello in cui quando bevi tre cocktail sei pericoloso per te stesso e per chi trovi sulla tua strada se poi ti metti al volante. In Italia le vittime del tabacco sono stimate sulle 80mila all’anno. Le vittime dell’alcol 40mila. E invece non c’è una sola vittima causata da droghe leggere”. Che è come dire: d’inverno esci di casa in maglietta e predi la bronchite; esci direttamente in tanga e andrà meglio! Prof. Luigi Janiri, vicepres. sez. dipendenze della Soc. italiana psichiatria: “(…) l’alcol è in grado di determinare effetti nocivi sulla salute sia fisica, sia psichica. E’ un dato accertato che ciò avvenga per dosi progressivamente crescenti di alcol e in un tempo molto più lungo (rispetto alla cannabis). L’altra differenza importante rispetto alla cannabis risiede nel fatto che (…) mentre un episodio psicotico transitorio si può verificare in una persona anche alla prima assunzione di cannabis, non si verifica alla prima assunzione di alcol”. Ulteriore differenza è il tempo di smaltimento: “Una persona che fuma una canna oggi impiega (…) per eliminarla fino a 15-20 giorni” (audizione svolta alla Camera il 2.04.14). Sulla presunta assenza di vittime “da droghe leggere”, i dati dei ricoveri ospedalieri o quanto meno al pronto soccorso dopo l’assunzione dei derivati della cannabis sono in aumento in Europa e in Italia, e hanno percentuali più accentuate fra gli adolescenti. Quanto sostiene Saviano potrebbe sollecitare i ministeri interessati a intensificare ed estendere la rilevazione degli incidenti stradali droga-correlati e delle malattie infettive, o comunque derivanti dalla diminuzione delle difese immunitarie, droga-correlate.

Saviano: “Applicando alla cannabis la stessa imposta del tabacco lo stato incasserebbe in tasse tra i 6 e gli 8 miliardi di euro”. Anche qui nessuna fonte a sostegno. Sui costi sociali derivanti dal consumo dei droga vi sono invece ricerche e studi consolidati, che tengono conto di quanto i singoli assuntori spendono – il che non viene meno con la legalizzazione – dei costi sanitari, dall’assistenza dei servizi per le tossicodipendenze alle strutture riabilitative, alla cura delle malattie droga-correlate. Legalizziamo, i costi aumenteranno.

Saviano: “Sapete come è stato finanziato l’attentato in Spagna del 2004? Con l’hashish che i gruppi vicini ad Al Qaeda hanno venduto anche alla camorra napoletana. (…) L’Is controlla ormai una produzione da oltre 5 miliardi di dollari. Sì, l’erba e l’hashish sono diventati gli strumenti primi di finanziamento delle organizzazioni fondamentaliste”. Anche su questo le fonti latitano. Avevamo notizia che le principali risorse di Is vengono dal commercio sottocosto di petrolio nelle zone occupate e da finanziamenti e armi provenienti da potenze di area a dominanza sunnita. Volendo seguire il ragionamento proposto, se la legalizzazione lascia invariate le entrate dal mercato clandestino per le organizzazioni criminali non si vede perché non debba essere lo stesso per Is. Volendolo seguire, appunto: perché chiunque a questo punto rimprovererà Saviano di non averla detta prima. Se per tagliare le gambe a Is basta farsi una canna “legale”, spinello per tutti e via!

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Utero in affitto sì poligamia no? Le strane misure di Manconi

Utero in affitto sì poligamia no? Le strane misure di Manconi

Articolo di Alfredo Mantovano apparso il 10 agosto 2016 su La nuova Bussola Quotidiana.

Hamza Roberto Piccardo, fondatore dell’Unione delle comunità islamiche italiane, ha pubblicato un post su Facebook a commento della prima registrazione di una unione civile da parte del sindaco di Milano. Eccone i passaggi principali: «noi chiediamo la poligamia secondo la Rivelazione e tradizione. Le forme diverse non ci riguardano, (…) io e milioni di persone non condividiamo la relazione omosex e tuttavia essa è lecita e ne rispettiamo gli attori. I soggetti interessati sono comunque una minoranza, come lo sarebbero i poligami. L’intera società può accettarli tutti». (…) «lo Stato dovrebbe regolamentare come per le altre unioni, tutelando così i diritti di tutti gli interessati, figli compresi», «nessuno vuole dettar legge, solo rivendicare un diritto civile (…). Comunque i diritti sono tutti sullo stesso piano, poi ci possono essere strategie e tempi diversi per rivendicarli e implementarli».

 Le reazioni sono numerose e quasi tutte contrarie (clicca qui).  Fra esse si segnalano quelle di persone che sono state e sono impegnate per l’affermazione dei cosiddetti. “diritti civili”, in primis il matrimonio same sex. Senza far torto ad altre, trovo la più significativa, per l’autorevolezza anche istituzionale della firma, oltre che per essere ospitata dal Corriere della sera, quella del senatore Luigi Manconi. Ne riporto qualche stralcio: «La poligamia non è affatto una “una questione di diritti civili”. La poligamia, per contenuto morale e per struttura del vincolo, si fonda (…) su una condizione di disparità, che viene riprodotta e perpetuata. (…) si tratta in ogni caso di un rapporto fondato su uno stato di diseguaglianza. Piccardo (…) ritiene che quella condizione diseguale possa essere sanata dal fatto che essa sia consapevolmente accettata e condivisa da adulti consenzienti».

Per il presidente della Commissione dei diritti umani del Senato è proprio questo il punto debole del ragionamento; e spiega perché: «la parità tra i sessi e la tutela della dignità contro ogni discriminazione costituiscono un diritto fondamentale della persona che è (proprio per questo) non disponibile. Ovvero, un diritto non alienabile (e non limitabile, modificabile o cedibile) persino da parte del suo stesso titolare. Un diritto, cioè, sottratto a ogni potere dispositivo fosse anche quello del suo beneficiario». Aggiunge Manconi che la «discussione è di cruciale importanza perché consente di tracciare un discrimine limpido tra quanto – delle tradizioni, delle confessioni e delle culture di diversa origine – è accettabile all’interno del nostro ordinamento giuridico (…) e quanto, al contrario, deve essere rifiutato»; vi è comunque «il limite insuperabile rappresentato dalla intangibilità dei diritti fondamentali».

Trovo ineccepibile il ragionamento del senatore, e convince la ragione della inaccettabilità della poligamia: essa lede la eguale dignità di ogni persona, e poiché questa costituisce un diritto fondamentale – in quanto tale non disponibile – non è ammissibile nemmeno se l’interessato/a è consenziente. Dunque, esiste un territorio di diritti fondamentali che costituisce un limite invalicabile; la poligamia non ha titolo a violarlo. Fine della discussione? Tutt’altro! Al netto delle frasi a effetto, che contribuiscono alla polemica, ma non alla serietà del confronto, la discussione deve partire proprio da qui. Non solo perché il senatore Manconi nella legislatura in corso è primo firmatario di disegni di legge sulle unioni civili, sulla legalizzazione dell’eutanasia e della distribuzione della cannabis, sull’adozione da parte dei single, per citarne solo alcune. Ma perché un intero schieramento culturale, prima ancora che politico, è chiamato a misurarsi con la provocazione, in apparenza rozza, del capo dell’Ucoii; e a spiegare in modo coerente perché non va.

Sì, in modo coerente. La logica – lo ripeto, in sé condivisibile – seguita per criticarla vale alla stessa maniera per “diritti civili” già introdotti, o in corso di introduzione, magari fruendo di qualche pronuncia giudiziaria che fa da avanguardia.  Esempio n. 1: la gestazione per altri. Chiedo al presidente Manconi di scorrere la procedura pubblicizzata sul web da uno qualsiasi dei “centri” che la garantiscono; vada sul sito di Extraordinary conceptions (extraconceptions.com), struttura cui si è rivolto con successo l’ex governatore della Puglia Niki Vendola. Dopo aver letto ogni passaggio, pensa veramente che i gestori e i clienti del “centro” non superino il limite della intangibilità di diritti fondamentali? Nella home page ci si imbatte in quanto segue: «Scegliere la donatrice e la portatrice sono gli steps fondamentali per creare la propria famiglia. (…) non dovrete pagare o firmare nulla fino a quando la madre surrogata e/o donatrice non sono approvate dalla clinica Ivf (screening medico) (…) Extraordinary Conceptions assicura le madri portatrici per un valore di $ 500.000 per due anni dando alla portatrice l’opzione di poter continuare».

Non si parla di autovetture, che si scelgono sul catalogo o al concessionario e a cui si pone una copertura assicurativa. Si parla di donne: la loro maternità è disponibile “per altri”? è alienabile? Con più precisione: il prelievo dell’ovulo con l’elettrostimolazione della “donatrice” e la sottrazione del neonato dalla “portatrice” – già l’uso di questi termini dovrebbe far insorgere – sono conformi alla dignità della persona, benché contrattualizzati, e quindi esito di consenso e di somme date in corrispettivo? Qual è la differenza fra un consenso prestato a consegnare alla nascita il piccolo che si è appena partorito e il consenso prestato a condividere la condizione di moglie in un contesto poligamico (o – per par condicio – anche di marito in una speculare poliandria)?

Esempio n. 2: l’adozione al di fuori di un contesto che riproponga il più possibile quello naturale, come è stato fino a un paio d’anni fa nell’ordinamento italiano. É conforme alla dignità di una persona – in questo caso, il bambino – sottrarre alla sua crescita non per un accidente (la morte di un genitore), ma in modo cosciente e programmato, la complementarietà delle figure materna e paterna? Chi risponde di sì spiega che basta l’amore. Non basta; non c’è pedagogo serio che teorizzi la sostituzione della duplicità delle figure dei genitori con la duplicazione della stessa figura. Questo per tacere della ignobile strumentalizzazione di alcuni dei bambini esito di gpa o di adozioni same sex: oggetto di servizi fotografici a uso dei media e della fama dei genitori giuridici. Come la mettiamo con i diritti fondamentali anche su questo versante?

Potrei continuare con altri esempi, passando all’eutanasia o alla droga “legale”. Il senso del discorso è però semplice: se si conviene che la dignità di ogni donna e di ogni uomo non sia soggetta alla logica del mercato e del desiderio e incontri dei confini da rispettare, questo vale sempre. La forza di una posizione che riconosca – non crei o costituisca, trattandosi di beni connaturali alla persona – un nucleo essenziale di diritti oggettivamente intangibili sta, fra l’altro, nella possibilità di interloquire con appartenenti a qualsiasi confessione religiosa, o con chi non crede, trattandosi di aderire a un dato di realtà; lo ricordava per sempre il Papa emerito nell’indimenticata lezione di Ratisbona.

É certamente debole il ragionamento di Piccardo quando vuol convincere, con una buona dose di strumentalità, che tutto va bene se la moglie n. 2 o n. 3 – ma anche la n. 1 – è consenziente. Ma è altrettanto debole contestare l’insufficienza di quel tipo di consenso se lo si ritiene valido in altre circostanze, quando sono comunque in gioco diritti fondamentali. Una debolezza non solo logica, ma strutturale e sociale.

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Poligamia: questione di diritti?

Poligamia: questione di diritti?

Un sasso gettato nello stagno nel caldo agostano, per vedere di nascosto l’effetto che fa, come diceva, in tutt’altro contesto, una nota canzone di tanti anni fa. “Se è solo una questione di diritti civili, ebbene anche la poligamia è un diritto civile”, ha scritto sulla sua pagina Facebook Hamza Roberto Piccardo, fondatore dell’Ucoii, l’Unione delle Comunità islamiche, postando una foto del sindaco Giuseppe Sala a Palazzo Reale insieme ad una delle due coppie unite civilmente venerdì, e la scritta: “Anche la poligamia è un diritto civile”.

Il post, pubblicato la sera del 5 agosto, ha aperto una lunga discussione sulla pagina del social network, nella quale Piccardo spiega che “noi chiediamo la poligamia secondo la Rivelazione e tradizione. Le forme diverse non ci riguardano” e che “io e milioni di persone non condividiamo la relazione omosex e tuttavia essa è lecita e ne rispettiamo gli attori. I soggetti interessati sono comunque una minoranza, come lo sarebbero i poligami. L’intera società può accettarli tutti”. Ancora, “non si sottovaluti l’azione demografica della poligamia che riequilibrerebbe in parte il calo e la conseguente necessità di mano d’opera straniera, con le reazioni che conosciamo”, “lo Stato dovrebbe regolamentare come per le altre Unioni, tutelando così i diritti di tutti gli interessati, figli compresi”, “nessuno vuole dettar legge, solo rivendicare un diritto civile”, “non è una priorità, è una questione di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Comunque i diritti sono tutti sullo stesso piano, poi ci possono essere strategie e tempi diversi per rivendicarli ed implementarli”.

La questione è stata ripresa da diversi importanti quotidiani italiani, tra i quali il “Corriere della Sera”, “la Repubblica” e “Il Fatto quotidiano” ed è diventata un tema caldo, come il clima vuole.

Non è un caso che Piccardo, per lanciare la sua idea, si sia rifatto alla legge Cirinnà, di recente approvazione, che ha legittimato le unioni omosessuali, parificandole sostanzialmente al matrimonio. Love is love e se la legge e la giurisprudenza creativa di diversi magistrati italiani si rifanno ai sentimenti per legittimare i desideri, anche di un’infima minoranza, perché non dargli retta? E perché, dopo la poligamia, sulla base della parità dei sessi, non anche la poliandria? E poi, perché non la pedofilia? Anch’essa, da una minoranza, è ritenuta una forma di amore. E ancora, perché non so che cosa….?

Ricordo che i sostenitori del referendum abrogativo del divorzio, già all’inizio degli anni ’70 del secolo scorso prevedevano la china in cui saremmo, ahinoi, scivolati e dicevano che dopo il divorzio ci sarebbe stato l’aborto, e dopo ancora la legalizzazione delle droghe e quindi il “matrimonio” di persone dello stesso sesso; e allora venivano tacciati di esagerazione.

Una volta imboccata la china, è difficile fermarsi. Ma, in ogni caso, bisogna tentare di bloccare il processo di scivolamento, vada come vada.

Avv. Stefano Nitoglia

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Il Tar mette in ginocchio i medici obiettori

Il Tar mette in ginocchio i medici obiettori

Riprendiamo il commento alla sentenza, fortemente limitativa del diritto di obiezione, del cons. Giacomo Rocchi, pubblicato su La nuova Bussola Quotidiana del 7 agosto 2016. Il cons. Rocchi è esponente del Centro studi Livatino, e sarà uno dei relatori al convegno sull’obiezione di coscienza che il Centro sta organizzando per il prossimo 21 ottobre, alla sala dei gruppi di Palazzo Montecitorio.

La sentenza del TAR del Lazio che ha respinto il ricorso proposto da Movimento per la Vita, Medici Cattolici, Ginecologi ed Ostetrici Cattolici, Giuristi per la Vita e Pro Vita contro il decreto della Regione Lazio sulla presenza dei medici obiettori nei consultori familiari non è solo una sconfitta per il mondo prolife, ma ha una portata più ampia.

Il decreto Zingaretti stabilisce espressamente che i medici obiettori di coscienza che lavorano nei consultori hanno l’obbligo di attestare lo stato di gravidanza della donna che si presenta perché intenzionata ad abortire e hanno, ancora, l’obbligo di prescrivere e somministrare i contraccettivi ormonali, anche post-coitali (pillole “dei giorni dopo”), nonché di applicare i sistemi contraccettivi meccanici (spirale). Il giudizio del TAR, quindi, non riguardava affatto un conflitto tra una donna che vuole abortire e un medico che non vuole contribuire alla uccisione dell’embrione o del feto: è pacifico, infatti, che – in caso di rifiuto da parte di un medico obiettore – altri medici avrebbero attestato la gravidanza, prescritto le pillole (alcune delle quali, fra l’altro, ormai sono farmaci da banco), applicato la spirale.

No. In questo caso le parti erano diverse: l’Autorità Pubblica e il medico obiettore. L’Autorità dice al medico: “Anche se la tua coscienza te lo vieta, tu devi rilasciare il certificato, devi prescrivere le pillole, devi inserire la spirale; se non lo fai, ti licenzio o ti denuncio (meglio ancora: non ti assumo)”.

Dopo aver compreso questo, possiamo commentare in tre passaggi la sentenza del TAR del Lazio.

1. Fuga dalla realtà e dalla scienza.

Che pensare di un giudice che, per confermare l’obbligo per i medici di prescrivere le “pillole che uccidono” (cioè quelle che, impedendo l’annidamento nel corpo della madre dell’ovulo fecondato, ne determinano la morte), sostiene che “le norme di rango costituzionale non recano una nozione certa circa il momento iniziale della vita umana“? Il TAR del Lazio, cioè, afferma che – nel 2016! – ancora “non sa” se la vita umana comincia al momento del concepimento! E lo fa ribadendo una sua pronuncia del 2001.

Verrebbe da dire: in quindici anni non ti sei ancora informato? Quindi, sempre il Tar, rifiuta di acquisire le conoscenze scientifiche sul momento del concepimento; per non sbagliare, poi, si guarda bene dal menzionare pronunce autorevoli di carattere giuridico, come quelle della Corte di Giustizia dell’Unione Europea che, appunto, afferma che l’embrione è tale dal momento del concepimento, o quelle della Corte Costituzionale italiana, ad esempio la 229/2015 che, confermando il divieto di soppressione dell’embrione creato artificialmente – quindi mai annidato nell’utero materno – ha affermato che “l’embrione, infatti, quale che ne sia il, più o meno ampio, riconoscibile grado di soggettività correlato alla genesi della vita, non è certamente riducibile a mero materiale biologico“; ignorata è anche la legge 40 del 2004 che addirittura attribuisce soggettività giuridica al concepito.

La posizione antiscientifica del giudice si coglie anche in un altro passaggio: quello in cui il TAR Lazio mostra disinteresse rispetto agli effetti antinidatori delle pillole, sostenendo che essi sarebbero sostenuti con affermazioni apodittiche e rifugiandosi dietro gli studi della Regione Lazio e soprattutto dietro la delibera AIFA che ha modificato le modalità di prescrizione delle pillole; ignorando, per di più, la pendenza di altro procedimento in cui si contestavano proprio i provvedimenti dell’AIFA.

Il fatto è che il giudice amministrativo può sindacare ed annullare i provvedimenti amministrativi e, come ogni giudice, deve prendere le sue decisioni sulla base delle conoscenze scientifiche più adatte, potendo effettuare gli approfondimenti necessari.

Ma tutto questo al TAR del Lazio – che “sa di non sapere” e ha visto che tutti i timbri sono stati apposti – evidentemente non interessa.

3. Il Giudice osserva e giudica la coscienza del medico.

Leggiamo bene la frase che segue (anche se un po’ ostica), per comprenderne il vero significato: “Sostanzialmente è da escludere che l’attività di mero accertamento dello stato di gravidanza richiesta al medico del Consultorio si presenti come atta a turbare la coscienza dell’obiettore, trattandosi di (…) attività meramente preliminari non legate in maniera indissolubile, in senso spaziale, cronologico e tecnico al processo di interruzione della gravidanza“.

Stiamo parlando del rilascio del documento da parte del medico del consultorio che, dopo il colloquio con la donna che vuole abortire, attesta che ella è in stato di gravidanza e che ha chiesto di interromperla (si tratta della procedura per i primi novanta giorni). Dopo sette giorni la donna può presentarsi in ospedale e ha diritto ad abortire mostrando il documento (art. 5 legge 194); senza il documento non può abortire. Addirittura molte Regioni stanno organizzando il “servizio IVG” facendo in modo che il Consultorio dove la donna si presenta fissi direttamente con l’Ospedale l’appuntamento per eseguire l’intervento abortivo.

Il T.A.R. sostiene che il rilascio del certificato è solo “assistenza” e non ha, quindi, una “rilevanza causale e diretta all’aborto”: infatti, la donna può cambiare idea e non presentarsi in ospedale.

Facciamo un’ipotesi “fantascientifica” di una normativa futura; una donna si presenta al medico e gli dice: “Ho partorito pochi giorni fa, il bambino è malato e non me la sento di accudirlo per tutta la vita: voglio ucciderlo”; il medico le rilascia un documento in cui attesta che la donna ha partorito un bambino gravemente malato e vuole ucciderlo; lo dà alla donna e la indirizza ad un ospedale, dicendole: “Tra sette giorni può farlo uccidere presentando questo documento; ci pensi bene, però!”

Ipotesi provocatoria? Beh, un bambino viene ucciso da medici sulla base della volontà della madre anche nell’aborto; del resto, Giubilini e Minerva (e non solo loro) non hanno forse proposto l’aborto post-nascita, sostenendo che la soppressione dei neonati deve essere possibile in tutti i casi in cui la legge permette l’aborto? E allora: questo medico potrà dire che il suo documento non ha una rilevanza causale e diretta dell’uccisione del bambino?

Ma, la frase della sentenza è davvero terribile per un altro motivo: non solo sostiene erroneamente – l’errore è palese! – che il medico che rilascia il documento non coopera all’aborto che sarà eseguito nei giorni successivi, ma afferma che la coscienza dei medici non può ritenere il contrario!

Quindi: il medico deve rilasciare il certificato e non può permettersi di ascoltare la sua coscienza che gli dice: “Non puoi farlo! Stai cooperando all’uccisione di un bambino!”. E’ lo Stato che comanda cosa deve dire e cosa non deve dire la coscienza degli individui.

4. L’individuo sottomesso allo Stato.

La legge 194 del 1978 – legge ingiusta che ha permesso la soppressione di milioni di bambini – contiene una norma sull’obiezione di coscienza con pochi difetti: soprattutto, disegna quell’istituto come un diritto assoluto del sanitario, che effettua una dichiarazione, e non una domanda, perché nessuna Autorità può entrare nella coscienza della persona e giudicarla.

Il problema è: comprendiamo ancora (i giudici lo comprendono?) il significato di “coscienza”? Non si tratta affatto di non essere d’accordo con una norma e, tanto meno, di non avere voglia di eseguire il proprio dovere. Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, “nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce, che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, quando occorre, chiaramente parla alle orecchie del cuore. L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al suo cuore. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria (1776)”.

Fissazioni religiose dei soliti cattolici “fissati” con l’embrione? Dopo la tragedia della Seconda Guerra Mondiale causata dagli Stati totalitari, si affermò solennemente che “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza” (Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo) e si stabilì che “Ogni persona ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione” (art. 9 Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo).

I Giudici del TAR, in realtà, non hanno affatto guardato le persone che avevano davanti: quei medici – ciascun singolo medico – ben consapevoli (loro sì!) che la vita comincia con il concepimento e che l’aborto uccide un essere umano, così come le pillole contraccettive (quelle “dei giorni dopo” sono state inventate apposta!) e non solo non vogliono cooperare, ma non possono farlo per non mettere a rischio la propria dignità: “In tutto quello che dice o fa, l’uomo ha il dovere di seguire fedelmente ciò che sa essere giusto o retto. La dignità della persona umana implica ed esige la rettitudine della coscienza morale”.

L’uomo che ascolta la sua coscienza percepisce il dovere di astenersi da determinate azioni; il dovere gli viene da una legge che egli, con l’uso della ragione, riconosce esistente. Cosicché quando una legge dello Stato lo obbliga a compiere quella azione, egli si trova di fronte a due leggi che contengono due imperativi contrapposti. Lo Stato gli intima: “devi fare questa azione” e lo minaccia di una sanzione se non obbedisce; la coscienza e la ragione gli intimano: “Non devi fare questa azione” ed egli sa che la “sanzione” è la perdita della sua dignità.

Il TAR ha compreso che sta ordinando a delle persone di compiere atti che faranno perdere loro la dignità di esseri umani?

5. Uno Stato totalitario?

Ecco quello che emerge da questa sentenza: una verità di Stato (addirittura una scienza di stato!) che non permette dissenso, nemmeno di tipo scientifico, e che quindi ha paura della ricerca, del confronto di idee, della possibilità che alcune certezze cadano; e uno Stato che entra nella coscienza degli individui e intima loro di credere a tale verità, minacciandoli e punendoli se essi – in “scienza e coscienza”, così come ci si aspetta da un medico bravo e competente, uno con il quale davvero instaurare un’alleanza terapeutica! – vogliono obbedire ad una legge che la ragione dimostra loro essere quella giusta.

Non si tratta, quindi, di difendere soltanto i nostri medici: è un problema di democrazia! Il TAR non ricorda l’insegnamento della Corte Costituzionale secondo cui “A livello dei valori costituzionali, la protezione della coscienza individuale si ricava dalla tutela delle libertà fondamentali e dei diritti inviolabili riconosciuti e garantiti all’uomo come singolo, ai sensi dell’art. 2 della Costituzione, dal momento che non può darsi una piena ed effettiva garanzia di questi ultimi senza che sia stabilita una correlativa protezione costituzionale di quella relazione intima e privilegiata dell’uomo con se stesso che di quelli costituisce la base spirituale-culturale e il fondamento di valore etico-giuridico” (sente. 467 del 1991)? E l’avvertimento della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, secondo cui “ciò che è protetto dall’Articolo 9 della Convenzione, la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, è uno dei fondamenti di una “società democratica” ai sensi della Convenzione”?

In queste prove di Stato totalitario – iniziamo dai medici, ma già tocca ad altri – i giudici sembrano essersi dimenticati che “contro gli atti della Pubblica Amministrazione è sempre ammessa la tutela giurisdizionale dei diritti” (art. 113 della Costituzione). Contro la ricorrente tendenza del potere amministrativo e politico a prevaricare gli individui, i Costituenti riaffermarono i diritti inviolabili dell’uomo (art. 2 della Costituzione), affidando ai giudici il ruolo di guardiani e difensori dei cittadini.

Questa volta, i medici obiettori di coscienza non hanno trovato un giudice che difendesse i loro diritti e la loro dignità.

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TAR del Lazio: la sentenza che limita il diritto all’obiezione di coscienza

TAR del Lazio: la sentenza che limita il diritto all’obiezione di coscienza

Pubblichiamo la sentenza del 2 agosto 2016 del TAR Lazio in materia di obiezione di coscienza per accertamenti preabortivi – negata perché ritenuti scindibili rispetto all’intervento di interruzione della gravidanza in senso stretto, cui l’obiezione viene circoscritta -, per prescrizione di pillole del giorno dopo, impropriamente considerate non abortive, per l’attività dei Consultori familiari.

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