Questa riforma non produce vera partecipazione

Questa riforma non produce vera partecipazione

A partire dalla prossima settimana gli interventi di esponenti del Centro studi Livatino saranno pubblicati sul quotidiano on line La nuova Bussola Quotidiana ogni lunedì e giovedì.

Articolo di Angelo Salvi*, pubblicato il 29 settembre 2016 su La nuova Bussola Quotidiana.

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La riforma operata con il disegno di legge del 12 aprile 2016 (in G.U. 15 aprile 2016 – c.d. disegno di legge Renzi-Boschi), nel quadro della più ampia ridefinizione del procedimento di formazione delle leggi, interessa anche l’art. 71 della Costituzione, la cui originaria stesura è ora arricchita da due nuovi commi e dalla riformulazione del testo del secondo comma (ora divenuto il terzo).

Preannunciata dal governo come strumento da offrire al Paese nell’ottica di allinearsi alle più avanzate democrazie occidentali e salutata dalla maggioranza – all’indomani dell’approvazione alla Camera – quale ennesima conferma dei buoni propositi renziani di impostare un’Italia con più risorse e meno sprechi, la riforma si presenta, in realtà, frammentaria, contraddittoria ed in alcuni passi equivoca, come nel caso del nuovo art. 71 della Costituzione, ove il restyling degli istituti di partecipazione popolare al procedimento di formazione legislativa consegna al testo un volto che non ne rispecchia la vera anima.

Il volto è la disintermediazione. Lo stesso presidente del Consiglio è stato – verbis et factis – chiaronell’individuare proprio nella presenza di corpi intermedi spesso inutili una delle principali cause che hanno nel tempo rallentato la marcia del popolo italiano verso l’agognato progresso. Se l’intermediario non serve, occorre liberarsene. Sia esso il titolare di un’agenzia di viaggio, il libraio, il giornalista o, finanche, il partito politico. Meglio, se possibile, dar voce al cittadino, all’uomo qualunque. Ed il referendum diviene così la trasposizione istituzionale del web a cinque stelle.

Il popolo, dunque, non più comparsa nella scena politica, ma attore principale e protagonista. Inquesta direzione sembra collocarsi l’introduzione del nuovo quarto comma dell’art. 71, a mezzo del quale fa la sua comparsa nel nostro ordinamento lo strumento inedito del referendum popolare propositivo e d’indirizzo (cfr. «Al fine di favorire la partecipazione dei cittadini alla determinazione delle politiche pubbliche, la legge costituzionale stabilisce condizioni ed effetti di referendum popolari propositivi e d’indirizzo, nonché di altre forme di consultazione, anche delle formazioni sociali»).

Così come ipotizzato nel nuovo testo costituzionale, l’istituto – almeno a una sommaria lettura –sembra offrire un’adeguata risposta a quella parte dell’elettorato che individua nel rapporto diretto tra il cittadino e lo Stato uno strumento valido a fronteggiare la crisi ormai conclamata e forse irreversibile delle forme tradizionali della rappresentanza politica in genere e dei partiti politici in specie. In questa direzione sembra, altresì, collocarsi anche il nuovo terzo comma dell’art. 71 (già secondo comma), anch’esso sottoposto a revisione dal legislatore.

Al di là dell’innalzamento del numero minimo di firme da raccogliere per la presentazione di unaproposta di legge di iniziativa popolare, portato da 50.000 a 150.000 e giustificabile con l’incremento della popolazione dal 1948 ad oggi, salta all’occhio che ora la Costituzione “impone” che «la discussione e la deliberazione conclusiva sulle proposte di legge d’iniziativa popolare sono garantite nei tempi, nelle forme e nei limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari». Nel quadro della dialettica politica che sta segnando i giorni che precedono la consultazione popolare sulla riforma stessa, i nuovi commi terzo e quarto dell’art. 71 offrono dunque alla maggioranza un palliativo per lenire le critiche che le opposizioni tutte vanno sviluppando sugli effetti imprevedibili, che il sistema definito dalla riforma costituzionale in uno con la nuova legge elettorale (legge 6 maggio 2015, n. 52, c.d. Italicum) rischia di generare, in termini di esasperato centrismo e di assenza di contrappesi.

L’anima centralizzatrice della riforma. Certamente, centralizzazione e partecipazione popolare allafase legislativa viaggiano in direzioni opposte, sono di fatto inversamente proporzionali. E una riforma centralizzatrice non dovrebbe valorizzare la partecipazione popolare. È evidente, infatti, che laddove il Parlamento fosse “obbligato” ad esprimersi con tempi certi e stretti su una proposta di legge di iniziativa popolare, magari sostenuta da un adeguato numero di firme e da iniziative di piazza, la maggioranza sarebbe quantomeno costretta ad assumersi la responsabilità delle proprie scelte innanzi l’opinione pubblica.

L’iniziativa legislativa popolare potrebbe, in tal caso, costituire un elemento di intralcio per l’azione diun governo accentratore, che con essa dovrebbe inevitabilmente confrontarsi. In questi termini, l’iniziativa legislativa popolare potrebbe, dunque, costituire un contrappeso utile a riequilibrare il sistema. Nei lavori preparatori alla stesura della Costituzione del 1948 vengono riportate sul tema le opinioni espresse da un autorevole costituzionalista, Costantino Mortati, secondo cui l’istituto «ha lo scopo di frenare e limitare l’arbitrio della maggioranza, perché non è detto che la maggioranza sia espressione sempre della volontà popolare». Perciò, «è opportuno concedere al popolo un mezzo concreto per esprimere efficacemente un proprio orientamento, anche in difformità con l’orientamento governativ»o.

Spiega Mortati che «le elezioni si svolgono ogni cinque anni; e si presume che lo schieramento che nerisulta rifletta durante tutto questo periodo la volontà espressa nel primo momento. Tuttavia non si tratta di una presunzione juris et de jure che non possa essere assoggettata a riprova, ed è utile e democratico consentire questa possibilità di controllare il grado di rispondenza tra la politica del Governo e gli orientamenti popolari». La storia repubblicana, d’altronde – proprio perché costellata di proposte di legge ferme per intere legislature – ci insegna che un tale effetto di verifica e di riequilibrio ha un senso solo se vi è certezza sui tempi di esame della proposta di legge di iniziativa popolare.

In tale prospettiva, il nuovo art. 71 della Costituzione può effettivamente costituire uno strumentoutile a controbilanciare l’eccessivo peso che la riforma, nel suo insieme, potrebbe attribuire ad una maggioranza che – seppur emersa dalle urne – non sia più tale nel Paese?  La risposta al quesito ora posto passa attraverso un più approfondito esame di quanto previsto dalle norme sopra passate in rassegna. Sotto questo profilo, la garanzia offerta dal rinvio a tempi, forme e limiti stabiliti dai regolamenti parlamentari per l’esame delle proposte di legge di iniziativa popolare rappresenta uno strumento inadatto a dare sostanza alla norma, anche in considerazione del fatto che storicamente il principale punto critico incontrato dall’istituto partecipativo in questione è proprio l’assenza di garanzie circa l’effettivo esame di dette proposte di legge.

Ma allora, non avrebbe avuto più senso introdurre – anche per la proposta di legge di iniziativapopolare – una garanzia del tipo di quella elaborata per i soli disegni di legge di matrice governativa e contenuta nel nuovo secondo comma dell’art. 71? In tal caso «il Senato della Repubblica può, con deliberazione adottata a maggioranza assoluta dei suoi componenti, richiedere alla Camera dei deputati di procedere all’esame di un disegno di legge» e la Camera dei deputati «procede all’esame e si pronuncia entro il termine di sei mesi dalla data della deliberazione del Senato della Repubblica». Se l’iniziativa è governativa, quindi, il termine è certo e fissato direttamente in Costituzione.

Il rinvio ai regolamenti parlamentari costituisce, per contro, una garanzia troppo blanda, perchériservata a una fonte normativa nella disponibilità della maggioranza e priva della garanzia costituzionale (detti regolamenti sono peraltro fonte normativa sottratta al giudizio di costituzionalità).  L’esperienza, anche recente (v. in proposito la nuova legge sulle unioni civili), ci mostra che i regolamenti parlamentari costituiscono un argine troppo sottile, per contenere i desiderata della maggioranza parlamentare – più o meno forte che sia – nell’accelerare o arenare l’iter di discussione di una proposta di legge.

D’altro canto, anche il nuovo istituto del referendum popolare propositivo e d’indirizzo soffre dieffettività, per l’ingiustificato rinvio a una legge di attuazione, prevista dalla norma istitutiva («con legge approvata da entrambe le Camere sono disposte le modalità di attuazione»), che rischia di trasformarlo in uno dei tanti istituti inattuati di cui il nostro ordinamento è pieno. A oggi, dunque, sembra difficile rintracciare segni di concretezza nella riforma degli strumenti di partecipazione popolare all’iter legislativo.

D’altro canto, la partecipazione popolare all’iter legislativo è solo uno dei momenti nei quali il popoloesercita la propria sovranità. E dai già citati lavori preparatori alla Costituzione del 1948 emerge come lo stesso non fosse neppure considerato indispensabile dai costituenti: «Nello Stato moderno vi sono molti altri mezzi attraverso i quali una corrente di opinione pubblica può trovare la sua espressione». Il principale tra questi è senz’altro l’elezione a suffragio universale e diretto dei rappresentanti che eserciteranno i poteri.

Ma allora, ci chiediamo, se si voleva riformare la Costituzione non sarebbe stato meglio pensare a unaequilibrata ed organica ridefinizione degli istituti concernente la rappresentanza dei cittadini, piuttosto che gettare in pasto ai fanatici del peer to peer istituti incompiuti e di incerta attuazione?

* del Centro Studi Livatino – avvocato in Roma

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Il Ministro Boschi in Sud-America: sta spiegando ai nostri connazionali che con la riforma il loro voto non avrà più alcun peso?

Il Ministro Boschi in Sud-America: sta spiegando ai nostri connazionali che con la riforma il loro voto non avrà più alcun peso?

Senza entrare nel merito delle polemiche in corso sui costi della “missione” del Ministro on. Boschi in Sud America per “promuovere” la riforma costituzionale sottoposta a referendum confermativo, sarebbe interessante conoscere le ragioni specifiche in favore del Sì che la rappresentante del Governo italiano sta prospettando ai nostri connazionali residenti all’estero e iscritti nelle liste elettorali italiane. La riforma costituzionale in realtà svilisce non poco il rilievo costituzionale del voto degli italiani all’estero: li estromette del tutto dal Senato – potranno avere accesso alla sola Camera – e in tale unica sede saranno alla completa mercé della maggioranza di Governo. Ciò accadrà sia se i deputati eletti dall’estero saranno parte della maggioranza, perché in essa avranno un peso politico risibile e mai decisivo nel quadro elettorale derivante dall’Italicum; sia ancor di più se collocati all’opposizione.

Ecco, sarebbe interessante capire se questo profilo, non marginale per le comunità dei nostri connazionali che il Ministro sta visitando, sia incluso – come si dice oggi – nella “narrazione” del referendum del 4 dicembre.

 Il Centro studi Livatino

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Ora opponetevi al dominio dei forti sui deboli. In Italia, non in Belgio

Ora opponetevi al dominio dei forti sui deboli. In Italia, non in Belgio

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato il 24 settembre 2016 su Tempi

I radicali fanno il loro lugubre lavoro. In Belgio viene ucciso un ragazzo di 17 anni e loro esultano: in perfetta coerenza con le battaglie per i cosiddetti diritti civili per le quali sono in prima fila da decenni. Sono gli altri, quelli che usano i termini più altisonanti per condannare l’assassinio in terra fiamminga, che non si capisce che parte recitino. Mi spiego. Da qualche mese davanti alle commissioni riunite Giustizia e Affari sociali della Camera sono iscritte all’ordine del giorno le proposte di legge in materia di eutanasia: il termine che adoperano è proprio “eutanasia”, in esplicito, e il contenuto delle proposte è coerente col significato che esso ha. Non si tratta di iniziative ferme allo stato della presentazione: sono norme, come precisa il sito della Camera, «in corso di esame». Mentre ci si straccia le vesti – con ragione – per quello che accade in Belgio, non si dedica il 10 per cento della preoccupazione per il film che potrebbe andare a breve sugli schermi italiani, quando la morte del diciassettenne ne è semplicemente il trailer.

Decidere di sopprimere una persona che ha problemi di salute equivale a ergersi a padroni della vita e della morte altrui. Si muove sulla medesima lunghezza d’onda della decisione di eliminare un essere umano perché è troppo giovane, cioè non ha vissuto ancora nove mesi, in Italia legale e finanziata dallo Stato da quasi 40 anni, senza che nelle sedi istituzionali qualcuno sollevi una riflessione, un ripensamento, anche solo quanto alla prevenzione dell’aborto. È in linea con la pratica della fecondazione artificiale di tipo eterologo, resa possibile, contro la volontà del Parlamento e referendaria, da una sentenza della Corte costituzionale: se sono autorizzato a uccidere un bambino quando non lo desidero, nemmeno devo avere ostacoli a farmelo confezionare secondo i miei gusti quando non arriva; è un oggetto, non una persona. L’eutanasia trova terreno propizio grazie al favore mediatico, quindi politico, dell’utero in affitto, nella cui procedura la degradazione dell’altro a rotella di un ingranaggio chiamato di volta in volta a garantire il successo del segmento (ri)produttivo si estende alle donne che sono sollecitate a “donare” (cash) l’ovulo e a “prestare” (sempre cash) il proprio corpo, con lo scarto intermedio di quel che non è riuscito bene secondo le clausole del contratto. L’utero in affitto ha trovato la sua fonte di legittimazione indiretta – ma reale – nella legge che qualche mese fa ha parificato al matrimonio la convivenza fra persone dello stesso sesso: con disposizioni così sovrapponibili da rendere automatico – come più sentenze hanno sancito – l’inserimento nel regime di queste ultime dell’adozione e dell’ordinazione di figli à la carte. Il filo conduttore è il dominio totalitario del più debole da parte del più forte, ed è francamente nauseante vedere quei parlamentari che hanno approvato la Cirinnà con voto di fiducia, senza battere ciglio e anzi abbozzando false giustificazioni, pur consapevoli che a questo si giungeva in pochi giorni, oggi scandalizzati per l’applicazione della legge belga sull’eutanasia. Probabilmente si preparano, quando si giungerà al conquibus anche in Italia, a “mediare” e a coprire il loro cronico tradimento e la protezione del loro seggio con la vanteria di un testo limato, reso tutto sommato accettabile.

Prima di guardare la pagliuzza nell’occhio del Belgio, pensa alla trave che ha orientato le tue scelte politiche. È in gioco non solo la sopravvivenza di tanti ammalati, anziani, persone depresse, le categorie ordinariamente colpite dalle leggi eutanasiche dove sono state introdotte. Sono in gioco i termini del rapporto fra medico e paziente, la sostituzione del diritto di morire al dovere di curare, la vanificazione dell’affiancamento medico al malato terminale, l’avanzata di un totalitarismo che non ha bisogno di lager o di gulag poiché decide in via diretta della vita e della morte con la piena tutela delle istituzioni. Non serve l’indignazione a mezzo nota stampa. Urge il lancio di una missione religiosa, culturale, quindi anche politica, il cui fondamento torni a essere verso l’altro la sostituzione del senso del servizio alla pratica della sopraffazione.

 

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L’eutanasia dei minori in Belgio

L’eutanasia dei minori in Belgio

Pubblichiamo in esclusiva lo studio del prof. Mauro Ronco, presidente del Centro studi Livatino, sulla vicenda dell’eutanasia dei minori in Belgio. Si tratta di una riflessione articolata, che va in profondità, ben oltre i commenti che hanno seguito nell’immediatezza.

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1.L’eutanasia di un minore in Belgio. – Nei giorni scorsi è apparsa sui giornali la notizia che ha trovato attuazione per la prima volta in Belgio l’eutanasia su un minore. Secondo le notizie apparse successivamente il destinatario dell’eutanasia sarebbe un ragazzo di 17 anni che, secondo i medici, “soffriva di dolori fisici insopportabili”.

Numerose sono state le reazioni in Italia. Il Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale italiana, ha manifestato il dolore e la preoccupazione come cristiano e come persona: “La vita è sacra e deve essere accolta, sempre, anche quando questo richiede un grande impegno”.  Il prof. Alberto Gambino, Presidente di Scienza e Vita ha detto che: “Il diritto alla eutanasia del bambino altro non significa che attribuire a un adulto il potere di vita e di morte su un minorenne”, soggiungendo che: “è solo la maschera di una vera decisione, personale, libera e consapevole”. Il prof. Gianluigi Gigli, Presidente del Movimento per la vita italiano, ha detto: “La deriva belga dovrebbe costituire un campanello d’allarme per quanti, forse troppo superficialmente si apprestano a promuovere la legislazione eutanasica nel Parlamento italiano”. L’on. Eugenia Roccella, condannando l’episodio, ha dichiarato: “Cosa giustifica l’eutanasia ad un bambino?”, rispondendo, “Il dolore, si sa, oramai si può controllare efficacemente; e neppure si può invocare l’autodeterminazione, per un minore, e trincerarsi dietro la sua libertà di scelta: sono i genitori a chiedere l’eutanasia, ed è bene non nascondersi ipocritamente dietro il consenso del minore, che la legge belga richiede. Si tratta di una questione culturale; dilaga ormai la cultura dello scarto, quella che Papa Francesco non si stanca mai di denunciare. Chi è gravemente malato, chi non è più autosufficiente, è già stato scartato: per la nostra società un malato terminale non è più vivo”.

Sul fronte opposto vanno rilevate le dichiarazioni di alcuni esponenti che stanno alla testa del processo mediatico eutanasico. Marco Cappato, dei Radicali Italiani, ha detto: “In Italia leggi condannano alla clandestinità. Il Belgio è il primo Paese al mondo a non girare la testa dall’altra parte di fronte alle condizioni di sofferenza insopportabile che possono colpire anche persone minori”. Mina Welby ha detto in modo conciso: “Anche i minori sono in grado di decidere”. Beppino Englaro ha affermato: “Se rispettata la legge non c’è da discutere”.

2. L’estensione dell’eutanasia ai minori con legge 28.02.2014. – In Belgio l’eutanasia dei minori è stata introdotta con la legge del 28.02.2014, che ha modificato la legge del 28.05.2002, che aveva ammesso l’eutanasia nei confronti delle persone maggiori di età[1].

L’atto eutanasico va distinto dal suicidio medicalmente assistito, dalle cure palliative, dalla sedazione palliativa, dalla sedazione in fine di vita o terminale e infine dalla limitazione e dalla interruzione dei trattamenti. L’atto eutanasico è definito come «l’atto praticato da un terzo che pone intenzionalmente fine alla vita di una persona su domanda di questa».

La pratica belga dell’atto eutanasico, sviluppatasi a partire dalla legge del 2002, si svolge mediante la somministrazione di una overdose anestetizzante di un barbiturico. La legge non precisa la modalità concreta della somministrazione. Essa è praticata, nella maggior parte dei casi, per via venosa. L’incoscienza sopravviene in una decina di secondi, seguita dall’arresto della respirazione. Il cuore continua a battere per alcuni minuti prima di arrestarsi a sua volta. Non vi è alcun movimento del morente, eccetto spesso un ultimo sospiro. La via orale è molto più lenta. Il soggetto si addormenta lentamente in alcuni minuti dopo aver ingerito rapidamente la sostanza. Il seguito è aleatorio. L’arresto della respirazione avviene dopo qualche minuto; talora però occorre attendere più a lungo[2].

Il legislatore belga ha introdotto alcune precisazioni e limitazioni all’eutanasia dei minori rispetto a quella praticata nei confronti delle persone maggiori di età.

Il minore deve essere dotato della capacità di discernimento e cosciente al momento della domanda[3]. La domanda deve essere formulata “in maniera volontaria, e ripetuta”, deve essere altresì frutto di riflessione. Non deve “risultare da una pressione esterna”. Il soggetto trattato deve trovarsi “in una situazione medica senza uscita di sofferenza fisica costante e insopportabile, sofferenza che non può essere mitigata, che implica il decesso a breve scadenza, e che risulta da una affezione accidentale o patologica grave e incurabile”[4].

Due sono i punti che differenziano l’eutanasia dei minori rispetto a quella comune: i) non può essere praticata in caso di mera sofferenza psichica, ma soltanto di sofferenza fisica; ii) la morte del minore deve essere prevista a breve scadenza.

La Commissione Federale di controllo e di valutazione della legge (CFCEE) ha statuito che il decesso si considera a breve scadenza quando sia previsto come sopravveniente in giorni, settimane o mesi. E’ stimato a non breve scadenza quando sia previsto in tempi successivi. Quanto al concetto di «sofferenze insopportabili e non mitigabili», la Commissione Federale ne ha riconosciuto la difficoltà di interpretazione. Tale nozione, infatti, pur essendo riferibile ad alcuni fattori oggettivi, è in gran parte di ordine soggettivo, variando la sopportazione della sofferenza in ragione della personalità, delle concezioni e dei valori del richiedente. In considerazione di ciò la Commissione suggerisce l’interpretazione larga del carattere di insopportabilità delle sofferenze, dovendosi comunque riconoscere che il soggetto ha il diritto di rifiutare il trattamento medico volto a mitigare la sofferenza o le cure palliative.

Nel caso dei minori il medico deve «relazionarsi con i suoi rappresentanti legali», informandoli in ordine alle possibilità terapeutiche ancora ravvisabili, nonché sulle possibilità che offrono le cure palliative e sulle loro conseguenze. Il medico deve «assicurarsi che i rappresentanti legali manifestino il loro accordo sulla domanda del minore»[5].

Oltre alla consultazione, prevista per il caso comune,  circa il carattere grave e incurabile della affezione, di un altro medico «indipendente» e «competente quanto alla patologia»[6], la legge del 2014 ha previsto nel caso del minore  anche la consultazione di uno psichiatra infantile o di uno psicologo, il quale deve «assicurarsi in ordine alla capacità di discernimento» e di «attestarlo per iscritto»[7]. La domanda di eutanasia del minore non può essere oggetto di dichiarazione anticipata.

Infine, come per i maggiorenni, il medico che ha proceduto a compiere l’atto eutanasico consegna, nei quattro giorni lavorativi seguenti al suo compimento, i moduli debitamente compilati circa l’intera vicenda alla Commissione Federale di controllo e valutazione[8].

Va ricordato infine che l’art. 14 della legge del 2002 prevede che nessuno può essere obbligato a praticare l’eutanasia. Il medico obiettore, tuttavia, deve informare in tempo utile il malato del suo rifiuto e precisargli le ragioni di esso. Nel caso di rifiuto per ragioni mediche, egli deve inserire l’atto nel fascicolo del malato. Se è per altre ragioni, è obbligato a trasmettere il fascicolo al medico designato dal paziente.

3. Alcune informazioni statistiche. – Come si è detto in apertura, il caso del giovane di 17 anni è il primo dopo che la riforma è entrata in vigore il 28.02.2014.

E’ interessante prendere in esame i dati numerici circa l’applicazione dell’eutanasia in Belgio per i maggiorenni dal 2002 a oggi.  L’ultimo rapporto della Commissione Federale risale al 2014. Fa riferimento agli atti eutanasici praticati dal 01.01.2012 al 31.12.2013. Si tratta complessivamente di 3.239 casi, dei quali 3.061 riferivano sofferenze fisiche; 2.339 sofferenze psichiche[9]. E’ riscontrabile una crescita regolare degli atti eutanasici a partire dalla data dell’entrata in vigore della legge. Nel biennio precedente a quello sopra considerato (2010-2011) il numero complessivo di eutanasie era stato di 2.086, con un aumento nell’ultimo biennio di ben 1.153 casi.

La proporzione dei decessi nel biennio 2012-2013  rispetto all’insieme dei decessi in Belgio nel medesimo periodo è del 1,3% nel 2012 e del 1,7% nel 2013. E’ ravvisabile un aumento regolare di eutanasie dal 2011 in avanti, in particolare per  pazienti di età superiore a 79 anni.

4. Uno sguardo di diritto comparato. – Il Belgio è, insieme con i Paesi Bassi, il solo paese al mondo ad avere legalizzato l’eutanasia per i minori. L’eutanasia per le persone maggiori di età è autorizzata, oltre che in Belgio e nei Paesi Bassi, anche in Lussemburgo. Il suicidio assistito, molto vicino all’eutanasia cosiddetta attiva, è autorizzato anche in Colombia, in Svizzera e nei tre Stati americani dell’Oregon, di Washington e del Vermont.

La domanda dell’eutanasia o del suicidio assistito deve essere in tutti i paesi volontaria, frutto di riflessione, informata e persistente nel tempo. Soltanto i Paesi Bassi e il Belgio ammettono richieste anticipate di eutanasia.

5. Le tappe dell’approvazione della legge. – La legge che ha esteso l’eutanasia ai minori è stata approvata il 12.12.2013 dal Senato con 50 voti a favore e 17 contrari. La Camera dei Deputati ha approvato la legge il 13.02.2014 con 86 voti a favore, 44 contrari e 12 astenuti.

6. Rilievi e reazioni prima e durante il processo di approvazione della legge. – Prima dell’approvazione del Senato il 5.11.2013, sedici pediatri hanno sollecitato l’approvazione della legge con un appello, sostenendo che in caso di malattia grave e di morte imminente, i minori sviluppano molto rapidamente una grandissima maturità, a tal punto da essere capaci di riflettere e di esprimersi meglio sul tema della vita di persone maggiorenni in buona salute[10].

Il 6 novembre, in un comunicato congiunto, i rappresentanti del cristianesimo, del giudaismo e dell’islam in Belgio hanno manifestato la loro preoccupazione di fronte al rischio di banalizzazione dell’eutanasia, opponendosi alla sua estensione ai minori. In particolare hanno sostenuto che: “proporre che dei minori possano decidere della loro propria eutanasia è un modo di falsare la loro facoltà di giudizio e conseguentemente la loro libertà”. Essi hanno altresì denunciato la pressione esercitata sul corpo medico e sul personale curativo affinché pratichino un atto che non è di tipo medico. Il comunicato terminava con le considerazioni seguenti: «Le consentement prévu par la loi tend à devenir de plus en plus une réalité sans consistance. La liberté de conscience des personnes concernées risque de ne pas être sauvegardée. L’euthanasie des personnes fragiles, enfants ou personnes démentes, est une contradiction radicale de leur condition d’êtres humains. Nous ne pouvons dès lors entrer dans une logique qui conduit à détruire les fondements de la société»[11].

Qualche settimana più tardi le Conseil Central Laique ha manifestato la sua gioia perché il Senato aveva compiuto una prima tappa importante per l’estensione della legge sull’eutanasia. Naturalmente si trattava soltanto di una prima tappa perché il Centro laico sollecitava almeno due passaggi ulteriori. Anzitutto si lamentava che la legge escludesse la rilevanza della sofferenza psicologica e introducesse una sorta di diritto di veto da parte dei genitori. Invitava inoltre il legislatore ad affrontare il problema dell’eutanasia nei riguardi delle persone colpite da demenza avanzata che abbiano redatto una dichiarazione di eutanasia, nonché i problemi della limitata validità della dichiarazione anticipata, del dovere del medico di trasferire a un collega il malato nel caso di rifiuto di praticare l’eutanasia, e del divieto di ostacolare l’applicazione dell’eutanasia alle case di cura refrattarie[12].

Alla fine dicembre 2013, dopo l’approvazione del Senato, l’Accademia Pontificia per la Vita ha rappresentato la sua inquietudine di fronte alle “Nuove derive etiche in Belgio”[13], sostenendo, tra l’altro, che il processo di legge belga pervertiva l’idea di misericordia.

Durante il percorso della legge alla Camera i Vescovi del Belgio, uniti in conferenza episcopale a Grimbergen, hanno mosso critiche alla proposta di legge sotto cinque distinti profili. Il primo riguarda il superamento del divieto di uccidere, che sta alla base della società: «en ouvrant la porte à l’euthanasie des mineurs, on court le danger de vouloir l’étendre aux handicapés, aux personnes démentes, aux malades mentaux, et même à ceux qui sont fatigués de vivre. On risque ainsi de changer le sens de la vie humaine et d’accorder la valeur d’humanité seulement à ceux qui sont capables de reconnaître la dignité de leur propre vie. On introduit donc le doute sur la valeur de certaines vies humaines» [14]. Il secondo è il rischio di rovesciare la concezione della pratica medica. Il terzo concerne il rinvio alla coscienza di ciascuno circa il significato della propria morte. Il quarto riguarda il tema della sofferenza. Il quinto concerne il tema della spiritualità, cioè il fatto che con l’eutanasia la persona  si gioca tutto il senso della vita[15].

Il 29 gennaio è apparso il documento forse più importante nell’intera vicenda. Trentotto pediatri belgi hanno chiesto la sospensione della proposta di legge. Essi, impegnati in ospedali e centri di cura in tutto il Paese, ritenevano che fosse necessaria una riflessione maggiore sul tema. Non sussisteva peraltro alcuna richiesta da parte della popolazione di estendere l’eutanasia ai minori né il bisogno urgente di approvare rapidamente la legge. Essi osservavano altresì che sono largamente disponibili i mezzi per mitigare la sofferenza. Mostravano i loro dubbi infine sulla capacità di giudizio dei giovani e sul rischio che persone esterne li influenzassero indebitamente[16].

Infine, in prossimità dell’approvazione della legge l’Arcivescovo di Malines Bruxelles e Primate del Belgio Mgr. Léonard, insieme con i suoi tre Vescovi Ausiliari, ha lanciato un appello a tutti i decanati, alle basiliche e ai santuari dell’Arcidiocesi affinché il 6 febbraio si osservasse una giornata di digiuno e alla sera fosse tenuta una veglia di preghiera: «afin d’éveiller les consciences et de provoquer un ultime débat public au moment où notre pays risque de se donner une législation étendant la possibilité de l’euthanasie à des personnes mineures»[17].

L’11 febbraio seguente una lettera aperta è stata inviata al Presidente della Camera di parte di 160 pediatri che hanno protestato pubblicamente contro la proposta di legge[18].

Infine, una dichiarazione sulle cure palliative per bambini resa a chiusura della Conferenza de l’Internatonal Children’s Palliative Care Network (ICPCN), tenutasi a Mumbai in India dal 10 al 12 febbraio che ha riunito 250 esperti in cure palliative pediatriche di 35 Paesi invitava il Governo belga a riesaminare la decisione permissiva dell’eutanasia per i bambini, auspicando: «l’accès pour tous les enfants atteints de maladies limitant leur espérance de vie à des services appropriés de contrôle de la douleur et des symptômes et à des soins palliatifs de haute qualité qui permettent de répondre à leurs besoins particuliers»[19].

7. Alcune reazioni dopo l’approvazione della legge. La firma del Re. – L’approvazione della legge ha riscosso l’applauso di gran parte della stampa belga. Il quotidiano Morgen osservava che la nuova legge, incompresa all’estero e poco utile secondo certuni, aveva notevole importanza, perché costituiva il segno di una grande modernità. Concludeva: «Ce pays a beau être économiquement de droite dans le Nord et de gauche dans le Sud, quand il s’agit d’une question éthique il apparaît clairement que la déchristianisation est définitive et que le respect du libre arbitre règne. […] Et de cela, nous pouvons être tous fiers»[20].

I Vescovi del Belgio hanno ancora espresso la loro protesta: «Le droit de l’enfant à demander sa propre mort est un pas de trop. Il s’agit de la transgression de l’interdit de tuer, qui constitue la base de notre société humaine»[21].

Il quotidiano tedesco Die Welt ha criticato la posizione del Belgio affermando che «Uno Stato che autorizza l’eutanasia dei minori è uno Stato in fallimento»[22].

Alcuni Parlamentari della Duma russa hanno chiesto al Ministero degli Affari Esteri del loro paese di valutare la proibizione dell’adozione dei bambini russi da parte di persone belghe.

Inutile è stato l’appello lanciato da 200.000 cittadini europei all’attenzione del Re affinché non promulgasse la legge autorizzativa dell’eutanasia per i minori.

8. Il significato «capitale» dell’eutanasia dei minori nel processo di distruzione della vita. – Rappresentati gli aspetti giuridici e fattuali più importanti, si possono svolgere ora alcune considerazioni critiche.

La prima concerne il significato che all’estensione dell’eutanasia ai minori attribuiscono i suoi sostenitori. Rivelative sono le parole di J.P. Schreiber[23]. Egli ricollega l’eutanasia ai minori all’interno di una sequenza volta alla «laicizzazione» delle istituzioni. Così egli dice: “Abbiamo impegnato molto tempo a disfarci del peso della morale religiosa, in un paese che vi era in altri tempi fortemente sottomesso. Dopo l’approvazione nel 1990 della legge che ha depenalizzato l’interruzione volontaria della gravidanza, abbiamo intrapreso un cammino difficile ma capitale verso più libertà per l’individuo e per la società. Con l’adozione di leggi progressiste nel campo dell’eutanasia, della bioetica, del matrimonio e dell’adozione per tutti, il Belgio è divenuto …uno dei  paesi al mondo in cui la laicizzazione delle istituzioni simboliche è stata più forte”. E soggiunge: “Nel contesto in cui siamo, cioè quello di un ritorno in forze  di derive religiose e settarie che minacciano la libertà e la democrazia, è necessario più che mai restare vigilanti e capaci di anticipazione”.

Allora, lo scopo perseguito con l’estensione dell’eutanasia non è tanto la preoccupazione per la sofferenza dei malati, quanto la laicizzazione della società, ove il termine allude alla spogliazione delle realtà fondamentali della vita di ogni significato spirituale. Vita, matrimonio, famiglia, adozione dovrebbero essere cose disponibili per la libertà del singolo; non possederebbero alcun valore superiore al mero dato fattico-materiale. Significativo è il legame indicato da Schreiber tra l’inizio e la fine del processo, l’aborto e l’eutanasia, la cui cifra comune è la distruzione della vita esistente in forza della decisione assunta da coloro che sono i custodi della vita che viene distrutta. La vita propria nell’eutanasia; la vita del bimbo nel grembo materno da parte della madre.

9. Eutanasia e «cultura della morte». – Non è difficile scorgere in questa catena dall’aborto all’eutanasia i tratti della «cultura della morte» che S. Giovanni Paolo II ha stigmatizzato in molti luminosi insegnamenti. Il primo riferimento a questo concetto è forse del 1984, quando il Pontefice rivolge ai giovani riuniti a Roma per il Giubileo l’invito a “svolgere un’azione di denuncia contro i mali di oggi parlando innanzitutto contro quella diffusa “cultura di morte” che, almeno in certi contesti etnico-sociali (per fortuna, non dappertutto), si rivela come un pericoloso piano inclinato di scivolamento e di rovina”[24]. I riferimenti espliciti a questo concetto diventano sempre più frequenti, soprattutto negli anni 1984 (4 volte), 1988 (10), 1991 (13), 1992 (8), 1993 (10) e 1994 (4)[25]. Di questo tema Egli parlerà in modo approfondito nell’Esortazione apostolica Christifideles laici (1988), nell’Enciclica “Centesimus Annus” (1991), e, soprattutto, nell’Evengelium Vitae (1995). Molto importante è anche l’istituzione della Pontificia Accademia per la vita (1 marzo 1994) che, nel progetto del Papa, accogliendo le personalità più qualificate nel campo delle scienze biologiche, mediche, sociali, morali e giuridiche, avrebbe dovuto costituire il luogo privilegiato per la difesa e la promozione della vita.

L’eutanasia è un obiettivo importante per la «cultura della morte», la cui gravità non deve essere sottovalutata. Ma il piano è inclinato e non conosce soste o rallentamenti. Subito dopo l’approvazione del testo di legge nelle Commissioni Giustizia e degli Affari sociali del Senato belga le Conseil Central Laique, pur declinando la sua soddisfazione per il risultato raggiunto, proponeva il superamento del testo su due piani. Anzitutto lamentava che fosse stato escluso il caso della sofferenza psichica e che fosse stato prevista una sorta di «diritto di veto» per i genitori. In secondo luogo osservava che era ormai giunto il momento di affrontare altri temi già emersi nella pratica, tra cui, soprattutto, il problema dell’eutanasia delle persone incapaci di intendere o di volere.

L’eutanasia dei minori si inserisce all’interno di un piano complesso di desacralizzazione della vita. I limiti frapposti dalle norme giuridiche, che sembrano mostrare la moderazione del legislatore, sono specchietti per le allodole. A fronte dell’opposizione della maggioranza della gente comune, si comincia con il dire (e si scrive nelle leggi) che l’eutanasia è ammessa soltanto per alcuni casi limitati, quando le sofferenze sono insopportabili e non mitigabili. Ma, nello stesso tempo, raggiunto il risultato, coloro che guidano il processo si affrettano a dire che i limiti previsti dalla legge debbono essere superati.

Si osservi. L’esclusione del caso delle sofferenze psichiche vuole rispondere all’obiezione che esse sono insuscettibili di accertamento obiettivo. Pertanto, la porta resta aperta alla generalizzazione dell’eutanasia, ben al di là del caso delle sofferenze insopportabili e non mitigabili. Lo scopo addotto della legge, la «misericordia» verso il sofferente, verrebbe meno, come già è venuto meno per gli adulti, e si scoprirebbe la valenza nichilistica della legge. In altri termini, ammettere l’eutanasia anche per il caso delle sofferenze psichiche significherebbe contraddire la ragione per la quale l’eutanasia è propagandata, tutto quanta inerente all’insopportabilità della sofferenza fisica. Appena posto il limite, se ne richiede però il superamento. Allo stesso modo, l’esclusione dell’eutanasia nei riguardi delle persone dementi vorrebbe rimarcare il fatto che il suo fondamento è il diritto di libera autodeterminazione del malato e che non esiste alcuna «licenza di uccidere» i deboli e gli «unfit». Senza il richiamo retorico alla libertà, l’eutanasia perderebbe gran parte del suo sostegno sociale, basato sulla esaltazione individualistica di un falso concetto di libertà assoluta dell’individuo, avulso da ogni limitazione di carattere oggettivo. Ma non appena la legge è fatta, immediatamente se ne richiede l’estensione a coloro che non sono in grado di intendere o di volere. Un primo passo di «civiltà» è stato fatto – si dice –  bisogna procedere oltre!

10. La vastità del progetto contro la vita e le condizioni per resistere a esso. – Ciò rende evidente che il progetto che muove i sostenitori dell’eutanasia è molto più vasto. La libertà di autodeterminazione è il mezzo che, accarezzando un’idea distorta di libertà, serve per rendere accettabile l’eutanasia, ma il fine è realizzare la completa signoria delle persone «fit» sulle persone «unfit», secondo un progetto di dominazione tecnologica della vita umana.

Il progetto eutanasico, nel momento terminale della vita, si salda con il progetto, per la fase iniziale, della diffusione della fecondazione artificiale, non soltanto per le coppie stabili che soffrono di sterilità o di infecondità, ma per chiunque, tanto per il “single” o per le coppie omosessuali. Sia l’eutanasia che la fecondazione artificiale, soprattutto quella eterologa, si pongono al servizio del progetto di dominazione tecnologica della vita.

Gli effetti del piano inclinato, peraltro, sono evidenti non soltanto con riferimento all’aspetto qualitativo delle cose, ma anche quantitativo. I dati quantitativi riferiti all’inizio di queste note sulla diffusione dell’eutanasia in Belgio dal 2002 al 2014 mostrano una costante crescita, particolarmente rilevante nel passaggio dal 2013 al 2014, anno in cui le morti per eutanasia raggiungono la percentuale dell’1,7% sul totale dei decessi avvenuti nell’anno. Se rapportiamo questo dato a un numero di decessi di un milione si avrebbero diciassettemila uccisioni eutanasiche in un anno.

E i dati sono purtroppo in crescita.

Ciò rivela, ancora una volta, quanto sia grande l’influenza delle leggi sui comportamenti umani, soprattutto in contesti sociali in cui sono venuti meno i vincoli di carattere familiare e di prossimità tradizionale. La possibilità dell’eutanasia, lungi dal costituire l’effetto della libertà di autodeterminazione, costituisce la conseguenza della solitudine e dell’abbandono in cui vengono a trovarsi fasce sempre più vaste della popolazione. In una società martoriata dall’individualismo, dall’efficientismo e dal consumismo, l’uomo e la donna si sentono perduti quando vengono meno le capacità di consumare e di partecipare al ciclo fatuo del «divertimento». La persona si sente allora inutile. I costi per l’assistenza tendono a diventare insostenibili per una società sempre più vecchia e ripiegata su se stessa. I mezzi di comunicazione, guidati dalle generazioni «fit», lasciano trasparire che sussiste una certa «dignità» nel farsi dare la morte da un medico o da un infermiere, nel clima chiuso alla speranza della struttura sanitaria.

I filosofi forniscono spiegazioni e giustificazioni dell’atto eutanasico. La categoria dei giuristi è soddisfatta perché il suo strumento di lavoro – la legge – appare di poter dire la parola decisiva in campi che le erano tradizionalmente e giustamente preclusi.

Coloro che si schierano a favore del diritto alla vita e tentano di opporsi alle leggi eutanasiche sono additati al disprezzo, siccome rappresentanti di una mentalità che, per vuote ragioni di principio, per lo più di carattere religioso, vuole arrestare la libertà di autodeterminazione della persona  e infliggere ingiuste sofferenze ai malati. Nello scritto di J.P. Schreiber più sopra citato gli oppositori all’estensione dell’eutanasia ai minori sono criticati nei “loro eccessi”, perché vogliono impedire che gli uomini e le donne siano liberi e facciano ciò che vogliono dei loro corpi e delle loro vite, perché il corpo e la vita non appartengono che all’individuo[26]. L’individuo non appartiene che a se stesso; è chiuso in sé; nulla dice agli altri e gli altri non sono capaci di relazionarsi con lui.

Se questa è la dimensione in cui si diffondono la «cultura di morte» e la pratica eutanasica, è evidente che il contrasto all’eutanasia deve essere inserito in un progetto più vasto. L’opposizione alle proposte di legge eutanasiche che saranno presto discusse nel Parlamento italiano deve innestarsi in una proposta complessiva di superamento della mentalità individualistica, ove i vari problemi, da quello del significato della vita, del contenimento della sofferenza, dell’aiuto proattivo a coloro che soffrono, debbono essere mostrati come strettamente connessi tra loro.

Non basta denunciare il «piano inclinato». Ormai sono gli stessi propositori delle leggi eversive a dichiarare sfrontatamente che il piano è inclinato, e che il processo va dall’aborto alla distruzione della famiglia all’eutanasia. Occorre mostrare il carattere disumano della società in cui la malattia non ha più senso e valore; in cui la fretta e il disinteresse impongono di dimenticare la sofferenza e di gettare lo sguardo da un’altra parte affidando alla scienza il compito di sbarazzarsi di essa.

La sofferenza dei  bambini è sempre stato il tema più arduo che interpella l’uomo e la donna. La cura della sofferenza, con l’uso completo di tutti i mezzi che la scienza è in grado di offrirci per mitigarla, è stata ed è ancora oggi la porta stretta che apre alla compassione e all’amore. Non si dimentichi di ricordare l’intrinseca perversità in cui precipiterebbe la società quando ai soggetti fragili e sofferenti si facesse capire che la via migliore, più «dignitosa», è accomiatarsi dagli altri, «togliendo il disturbo», risparmiando la spesa per le cure e devolvendole ad altri fini, più lucrosi e produttivi, di sviluppo e di progresso, e non di cura e di assistenza. L’anziano ormai solo, non più produttivo ed efficiente, verrebbe sospinto subdolamente alla morte, mentre gli si fa credere ipocritamente che la decisione è soltanto sua, e che essa è frutto della sua più totalitaria  libertà. Le interazioni tra i comportamenti umani, pur sottili, sono reali. Le relazioni sociali nell’era della libertà apparentemente assoluta degraderebbero fino a far diventare reale il detto empio che Thomas Hobbes ebbe a proclamare all’inizio della modernità (o della laicizzazione, come oggi si dice). Contro la pratica implacabile dell’ «homo homini lupus» deve farsi valere quella più discreta dell’«homo homini homo», ove l’uomo che sta vicino agli altri non pretende di risolvere tutti i problemi, ma presta con umiltà tutti i giorni un suo modesto aiuto a chi si trova in difficoltà. L’uomo è il sostegno del bene per l’altro uomo. E ciò tanto più vale quanto più colui che ha bisogno di aiuto è il debole, il sofferente, il bambino ammalato.

[1] Per un esame completo della riforma del 2014 cfr. C. Degraux, L’euthanasie des mineurs en Belgique, Université catholique de Louvain. Faculté de droit et de criminologie, 2015, con ampia bibliografia, di cui mi sono avvalso attingendo direttamente alle fonti.

[2] Per queste notizie cfr. F. Damas, La mort choisie: comprendre l’euthanasie et ses enjeux, coll. Santé en soi, Bruxelles, Mardaga, 2013, pp. 111-115). François Damas è capo servizio delle cure intensive al Centro Ospedaliero Regionale de la Citadelle, professore all’Università di Liegi e membro della Commissione Federale di controllo e di valutazione dell’eutanasia.

[3] Art. 2 a) della legge del 2014.

[4] Art. 2 c) della legge del 2014.

[5] Art. 2 d) in fine della legge del 2014.

[6] La Commissione Federale ha ritenuto che un medico generico possiede la competenza necessaria per ottemperare al compito definito dalla legge.

[7] Art. 2 d) della legge del 2014.

[8] Art. 4, § 1, al. 1 della legge del 2002 relativo all’eutanasia.

[9] Commission fédérale de contrôle et d’évaluation de l’euthanasie, Sixième rapport aux chambres législatives (années 2012-2013).

[10] UN COLLECTIF DE SIGNATAIRES, «Sénateurs, sortez l’euthanasie des mineurs de l’ombre», 5 novembre 2013, Le Soir, www.lesoir.be/355301/article/debats/cartes-blanches/2013-11-05/senateurs-sortez-l-euthanasie-des-mineurs-l-ombre.

[11] Communiqué des chefs religieux en Belgique au sujet de l’euthanasie, 6 novembre 2013, http://www.lacroix.com/Actualite/Europe/DOCUMENT-Communique-des-chefs-religieux en-Belgique-au-sujet-de-l-euthanasie-2013-11-06-1056833.

[12] Communiqué de La Laïcité, « Extension de la loi euthanasie aux mineurs : le texte de la proposition de loi a été voté ce mercredi 26 novembre en commission Justice et Affaires sociales du Sénat grâce à une majorité alternative… »,www.laicite.be/actualite/euthanasie-extension-mineurs.

[13] C., LAPORTE, «Euthanasie: Rome tance la Belgique», 4 décembre 2013, La Libre, www.lalibre.be/actu/belgique/euthanasie-rome-tance-la-belgique 52b7bdb73570105ef7da8bf3

[14] Communiqué des évêques de Belgiques, « L’euthanasie et ses enjeux », 22 janvier 2014,

www.catho.be/index.php?id=communiques-officiels.

[15] Ibidem.

[16] UN COLLECTIF DE SIGNATAIRES, «Fin de vie des enfants: une loi inutile et précipitée», 29 janvier 2014, La Libre,www.lalibre.be/debats/opinions/fin-de-vie-des-enfants-une-loi-inutile-et-precipitee-52e93c5b3570e5b8eeea1a00

[17] MONSEIGNEUR LEONARD ET SES TROIS EVEQUES AUXILIAIRES, « Le 06/02/2014 – Appel de l’archidiocèse de Malines-Bruxelles à un jour de jeûne et une veillée de prière en rapport avec la proposition d’extension de l’euthanasie aux mineurs d’âge », 31 janvier 2014, L’Église catholique de Bruxelles, www.catho-bruxelles.be/Actualites-galeries/Communiques-142/Le-06-02-2014-Appel-de-l.

[18] BELGA, «Les pédiatres préoccupés par le vote ‘hâtif’ sur l’euthanasie des mineurs», 11 février 2014, 7sur7, www.7sur7.be/7s7/fr/1518/Sante/article/detail/1791652/2014/02/11/ Les-pediatres   preoccupes-par-le-vote-hatif-sur-leuthanasie- des-mineurs.dhtml.

[19] Déclaration de Mumbai de l’ICPCN 2014, 12 février 2014, www.icpcn.org/icpcn-mumbai-declaration-2014/

[20] Y., DESMET, « De verrassende erfenis van Boudewijn: waarom België een ethisch pioniersland werd », 14 février 2014, De Morgen, www.demorgen.be/binnenland/de verrassende-erfenis-van-boudewijn-waarom-belgie-een-ethischpioniersland-werd a1793306/.

[21] WEBMASTER, «Euthanasie: Réaction des évêques de Belgique», 13 février 2014, InfoCatho, http://info.catho.be/?p=47270.

[22] E., FUHR, « Sterbehilfe für Kinder ist eine monströse Idee », 14 février 2014, Die Welt,

www.welt.de/debatte/kolumnen/Fuhrs-Woche/article124842767/Sterbehilfe-fuer-Kinder-ist-eine-monstroese-Idee.html.

[23] J.P. SCHREIBER, Bollettino trimestrale dell’A.D.M.D (Association pour le Droit de Mourir dans la Dignité),  n 131, del 2014.

[24] S. Giovanni Paolo II, Ai giovani venuti a Roma per il Giubileo, Roma 14 aprile 1984, in  Insegnamenti, VII, 1 (1984), 1022.

[25] G. Miranda, «Cultura di morte». Analisi di un concetto  e di un dramma, in Commento interdisciplinare alla «Evangelium vitae», Libreria  Editrice Vaticana, 1997, p. 233.

[26] Schreiber, op. cit., p. 16.

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Questa riforma consegnerà l’Italia alle lobby

Questa riforma consegnerà l’Italia alle lobby

Articolo apparso il 21 settembre 2016 su La nuova Bussola Quotidiana.

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Con l’intervento dell’avvocato Francesco Farri prosegue la collaborazione del Centro studi Livatino (www.centrostudilivatino.it) tesa a illustrare i passaggi più significativi della riforma costituzionale e a sottolinearne i profili problematici, allo scopo di avvicinarsi alla scadenza del voto referendario avendo consapevolezza dei contenuti delle modifiche, e lasciando da parte gli slogan.

Negli ultimi mesi, si sono levate, anche dall’estero, molte voci provenienti dal mondo dell’economia, della finanza, dei social networks e, da ultimo, anche della diplomazia, le quali hanno dipinto la riforma costituzionale italiana come ultima chance per il salvataggio del sistema Italia. Per converso, il presidente emerito della Corte Costituzionale, Paolo Maddalena, ha denunciato che «la modifica della Costituzione serve alle multinazionali, alle banche, alla finanza», a scapito degli interessi dei cittadini italiani. Di chi fidarsi?

Importanti indicazioni giuridiche per la risposta possono trarsi in quello che, a riforma approvata,diverrebbe il nuovo articolo 72, comma 7 della Costituzione. Nel cervellotico quadro dei nuovi procedimenti legislativi, la nuova Costituzione ne introduce uno per cui il governo, «indicando» un disegno di legge come «essenziale per l’attuazione del programma di governo», può in sintesi ottenere dalla Camera la definitiva approvazione delle proprie proposte entro tre mesi (giorni 5 + 70 + 5 + 15), prorogabili di due settimane in casi di particolare complessità.  Potrebbe osservarsi: è giusto che in certi casi sia riconosciuta al governo una corsia preferenziale in Parlamento!

Vero, ma è essenziale l’individuazione di tali casi e degli strumenti utilizzabili nella corsia preferenziale. I Costituenti avevano ben previsto l’esigenza di una corsia preferenziale per il governo (il decreto legge), ma avevano stabilito precisi limiti (effettiva ragione di straordinaria necessità e urgenza) e conseguenze (responsabilità del governo e perdita di efficacia fin dall’inizio del testo normativo in difetto di conversione entro sessanta giorni) della percorrenza di essa.

E il nuovo art. 72, comma 7?  Esso non prevede né apprezzabili limiti di utilizzo, né conseguenze.L’estrema vaghezza dei termini utilizzati (la essenzialità «per l’attuazione del programma di governo» appare un concetto squisitamente politico e, come tale, pressoché insindacabile) e l’àmbito estremamente ristretto delle esclusioni da tale procedimento previste in Costituzione (al regolamento della Camera si rinvia, infatti, per la sola disciplina procedimentale) lo rende sostanzialmente versatile ad ogni uso, ma anche ad ogni abuso da parte del governo, cosa che invece la Corte Costituzionale garantiva fosse esclusa per il decreto legge. Quanto alle conseguenze, appare evidente che – rispetto alla disciplina del d.l., che pure viene mantenuta – non è qui prevista la responsabilità del governo né la decadenza del testo normativo se i termini non sono rispettati.

E se è così, che funzione ha il nuovo art. 72, comma 7?  Proprio questo è il punto.  Infatti, sesapientemente combinato con l’utilizzo della questione di fiducia (senza la quale il meccanismo non funzionerebbe), esso permette al governo di “forzare” con un blitz il legislatore ad attuare il progetto presentato dal governo stesso ottenendo i seguenti “benefici”: (1) minimizzazione della discussione parlamentare e sacrificio della tutela delle minoranze, garantite dal normale iter legislativo; (2) aggiramento delle tutele di cui è circondato il decreto legge; (3) sostanziale impedimento di ogni mobilitazione contro l’iniziativa governativa da parte dell’opinione pubblica, che in tre mesi farebbe appena in tempo ad avere notizia di quello che sta succedendo nelle segrete stanze.

Chi può, al giorno d’oggi, avere interesse a conseguire “benefici” di questo tipo? Volendo tralasciare  le ipotesi più radicali, la risposta appare semplice: si tratta dei gruppi d’interesse che, operando al di fuori del circuito di legittimazione democratica e dall’humus dell’opinione pubblica nazionale, necessitano tuttavia del supporto normativo per attuare i propri interessi. Si tratta, in altre parole, di quelle che oggi sono indicate come “lobby”.  Per definizione, esse si trovano spesso nella condizione di poter influenzare (e “ricattare” politicamente) singole persone (come, ad esempio, quelle che siedono in un governo), ma molto più difficilmente esse si trovano in condizione di poter direttamente “ricattare” istituzioni come un Parlamento nazionale o una Corte Costituzionale.

E ciò è vero specie in Italia, dove il sistema costruito dai Costituenti si è mostrato estremamentegarantista per gli interessi del popolo sovrano e ha creato una coscienza collettiva forte, matura e capace di mobilitarsi e opporsi con vigore a iniziative che ha trasversalmente percepito come estranee all’interesse del Paese. Ecco che il nuovo meccanismo legislativo dell’art. 72, comma 7, magicamente, fornisce il grimaldello che alle lobby mancava per annidarsi stabilmente nella legislazione italiana. Con esso, infatti, il governo non ha più alibi: esso può far digerire al Parlamento quel che vuole, senza lacciuoli e prendendo in contropiede ogni forma di rilevante reazione dell’opinione pubblica.

Con esso, si crea un efficacissimo trait d’union tra persone fisiche del governo (“ricattabili” dallelobby) e Parlamento (non direttamente “ricattabile” dalle lobby, ma “ricattabile” dal governo tramite voto di fiducia), che non permetterà al governo di sottrarsi dal cappio che le lobby facilmente possono porgli al collo. La ricattabilità di un primo ministro che voglia salvare la poltrona diverrà la ricattabilità dell’Italia.

Come brandito dai sostenitori di progetti di legge invisi a larga parte dell’opinione pubblica, con ilnuovo sistema legislativo una drastica riduzione delle pensioni al pari di una legge Scalfarotto, una privatizzazione del sistema sanitario al pari dell’eutanasia per i bambini, potranno esser legge quasi di nascosto, senza che il corpo elettorale faccia in tempo ad accorgersene e organizzare manifestazioni di opposizione. Il nuovo procedimento legislativo incarna la logica del fatto compiuto e la logica del sotterfugio, molto più e strutturalmente più di quanto avvenga adesso. Con esso, si istituzionalizza una forma di blitz legislativo che solo le lobby possono avere interesse a sfruttare. La riforma del procedimento legislativo è la pesante ipoteca delle lobby sui valori e sugli interessi dell’Italia.

Riallacciandosi alla domanda iniziale, quindi, può dirsi che sia i finanzieri stranieri sia il presidenteMaddalena abbiano ragione. Di chi fidarsi, dipende dagli interessi che vogliono tutelarsi: se vogliono tutelarsi gli interessi delle lobby della finanza e delle colonizzazioni ideologiche, la riforma costituzionale è lo strumento migliore. Ma tali interessi contrastano strutturalmente con gli interessi dei cittadini e con i valori della nostra Repubblica. E se vogliono salvaguardarsi gli interessi e i valori degli Italiani, allora una riforma costituzionale di questo tipo merita di esser spazzata via senza residui. E senza rimpianti: solo con un gran sospiro di sollievo.

*avvocato del Centro Studi Livatino

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