Gender, lobby gay alla conquista delle procure

Gender, lobby gay alla conquista delle procure

Articolo di Giacomo Rocchi pubblicato il 28 ottobre 2016 su La nuova Bussola Quotidiana

A cosa serve la Scuola Superiore della Magistratura?

Domanda legittima dopo avere letto il titolo e il programma del Seminario “Capire e combattere i crimini da odio razzista e omofobico“, organizzato dalla Struttura Territoriale del Distretto di Firenze da oggi al 10 novembre 2016 e rivolto a Giudici e a Pubblici Ministeri, sollecitati a “combattere” dei crimini, dopo averli, però, capiti.

Già: esiste una legge penale in Italia che punisca un “crimine da odio omofobico”? La risposta è negativa, e questo dovrebbe essere sufficiente per non inserirlo in un convegno: il Pubblico Ministero e il Giudice non sono soggetti alla legge? E il diritto penale non è regolato dal principio di tassatività?

Esiste, però, un progetto di legge che, se fosse approvato, punirebbe con la reclusione fino ad un anno e sei mesi “chi istiga a commettere o commette atti di discriminazione fondati sull’omofobia o sulla transfobia“: progetto che fa a pugni con la libertà di manifestazione del pensiero, garantita dall’articolo 21 della Costituzione, libertà che è il fondamento del nostro Stato democratico.

Il Parlamento non lo approva? Premurosamente la Scuola Superiore della Magistratura si preoccupa, intanto, di “educare” i magistrati, di “aumentarne la consapevolezza in merito alla necessità di combattere i crimini d’odio” (il principio dell’azione penale obbligatoria non esiste? per reprimere i reati occorre una “consapevolezza”?).

E come procede questa educazione? Ovviamente partendo da “pregiudizio e stereotipo”! Iniziamo subito a comprendere che certe idee, certe manifestazioni di pensiero sull’omosessualità sono – ovviamente! – sbagliate! E subito dopo, spieghiamo ai magistrati che “cosa sono i pregiudizi e perché sono importanti nell’inquadramento dei crimini da odio”, per giungere inevitabilmente ad una “correlazione”: “discorsi da odio/incitamento all’odio, pregiudizio, discriminazione”.

Insomma, il quadro è chiaro: chi ha dei “pregiudizi” sull’omosessualità, chi segue degli “stereotipi” – chi, per esempio, è contrario al matrimonio tra omosessuali, o all’insegnamento obbligatorio del gender nelle scuole o all’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali che li hanno acquistati mediante l’inumana pratica dell’utero in affitto – se si permette di manifestare il proprio pensiero commette un crimine d’odio e deve essere punito penalmente!

Si riuscirà a punire questi seminatori d’odio anche senza l’approvazione del disegno di legge Scalfarotto, magari ampliando il concetto di discriminazione razziale?

Insomma: l’approvazione della legge Cirinnà e il “via libera” di alcune Corti all’adozione da parte delle coppie omosessuali hanno bisogno del braccio armato della legge penale per spazzare via ogni dissenso! Sensibilizziamo i magistrati!

Provvederà al compito la d.ssa Chiara Maina, Sostituto Procuratore della Repubblica di Torino, a livello mediatico nota per aver chiesto ed ottenuto l’archiviazione per una persona che aveva offeso un sindaco per un discorso diffuso in rete, ritenendo che “la frase incriminata, certamente forte nei toni utilizzati, va comunque contestualizzata nel contenuto intrinseco al video, sicuramente poco rispettoso nei confronti degli omosessuali definiti, tra l’altro, come persone con problemi”: ottima introduzione al tema delle “vittime degli hate crimes” che, di fronte a persone che hanno “pregiudizi” e seguono “stereotipi” potranno almeno insultarli senza rischio …

Ripetiamo: a cosa serve la Scuola Superiore della Magistratura?

Share
Con la riforma ci rimette anche la scuola

Con la riforma ci rimette anche la scuola

Articolo di Daniela Bianchini pubblicato il 27 ottobre 2016 su La nuova Bussola Quotidiana.

Il disegno di legge di riforma costituzionale prevede il superamento della potestà legislativa concorrente tra Stato e Regioni, nel più generale obiettivo di ridurre alle Regioni a statuto ordinario spazi di competenza legislativa, a favore della competenza esclusiva dello Stato. Nel testo di riforma non si parla di competenza esclusiva delle Regioni, alle quali, venuta meno la legislazione concorrente, spetterebbe una potestà legislativa residuale, suscettibile di ulteriori e non ben precisabili compressioni da parte dell’Esecutivo, in forza della clausola di supremazia (su cui cf. l’intervento di Francesco Farri). Vari sarebbero i settori interessati da questo mutato riparto di competenze. Fra di essi anche quello dell’istruzione, almeno sotto il profilo terminologico, posto che risulta difficile fare previsioni su quelli che potrebbero essere i concreti effetti della riforma, a causa della incerta interpretazione di alcuni termini.

Nel testo attuale, per quanto qui di interesse, alla legislazione esclusiva dello Stato è attribuita la materia delle norme generali sull’istruzione, alla legislazione concorrente quella dell’istruzione e della ricerca scientifica e tecnologica, facendo salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche e con il limite per le Regioni dell’osservanza dei principi fondamentali determinati esclusivamente dalla legislazione dello Stato. Alle Regioni spetta la potestà legislativa in riferimento ad ogni materia non espressamente riservata alla legislazione dello Stato, fra cui vi rientra l’istruzione e la formazione professionale.

Nel testo di riforma, alla lettera n) il riferimento alle norme generali sull’istruzione viene sostituito dalla più ampia locuzione disposizioni generali e comuni sull’istruzione, e fra le materie di esclusiva competenza statale sono elencate l’ordinamento scolastico, l’istruzione universitaria e la programmazione strategica della ricerca scientifica e tecnologica, nonché ulteriori materie ricomprese sotto la lettera o) che oltre alla originaria previdenza sociale, attribuisce allo Stato anche altre materie, fra cui le disposizioni generali e comuni sull’istruzione e formazione professionale. Viene attribuita alle Regioni potestà legislativa in materia di organizzazione in ambito regionale dei servizi alle imprese e della formazione professionale e, facendo salva l’autonomia delle istituzioni scolastiche, in materia di servizi scolastici, di promozione del diritto allo studio, anche universitario, ferme restando quelle non ben definibili limitazioni previste dalla clausola di supremazia, per cui anche in queste materie, qualora passasse la riforma, lo Stato avrebbe la possibilità di intervenire per ragioni di tutela dell’unità giuridica o economica e per ragioni di tutela dell’interesse nazionale. In pratica lo Stato, in virtù di questa clausola, che non a caso è stata denominata “vampiro”, potrà invadere, senza limiti, i già esigui spazi regionali.

Secondo i sostenitori della riforma, da questo nuovo riparto di competenze, da cui le Regioni dovrebbero addirittura ricavare maggiori possibilità di intervento, il settore dell’istruzione trarrebbe vantaggi, sia sotto il profilo di una più razionale gestione dell’istruzione e formazione professionale, sia sotto il profilo dell’autonomia scolastica. Le cose stanno davvero in questi termini?

Dal confronto fra il testo attuale e quello riformato, non si trovano differenze che vadano in tal senso. Se si considera, ad esempio, la competenza sui servizi scolastici, non vi è nessun cambiamento significativo: già la Corte costituzionale, nel 2005, aveva chiarito l’ambito di appartenenza regionale di questa materia, come per il diritto allo studio, indicando invece l’offerta formativa e la didattica come sfere di competenza statale. Quali sarebbero, dunque, le maggiori possibilità di intervento delle Regioni?

Dall’analisi delle materie di competenza regionale, emerge piuttosto un dato di senso contrario: quelle che vengono elencate si riferiscono tutte ad ambiti di competenza statale. Vale a dire che se passasse la riforma le Regioni si troverebbero ad avere soltanto meri poteri di attuazione della legislazione statale. Senza considerare, poi, gli ulteriori vincoli di natura economica, posto che il coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario sarebbero materie di legislazione esclusiva statale. Un vistoso accentramento, dunque, che svilisce il ruolo delle Regioni e delle autonomie locali, a scapito del pluralismo e della valorizzazione del territorio, anche in una materia, quale quella dell’istruzione, che impone, al contrario, un coordinamento fra le varie istituzioni che tenga conto delle diverse condizioni geografiche, ambientali, culturali e sociali. Il modello di istruzione omogenea e uniforme, connesso a una gestione centralizzata, non può portare buoni frutti, come insegnano le esperienze passate.

Mentre la Nazione avrebbe bisogno di un maggiore coinvolgimento delle Regioni e degli enti locali, di interventi coraggiosi e determinati contro gli amministratori corrotti, contro gli sprechi, e contro le cattive gestioni, la riforma propone un modello di Stato che mette da parte la sussidiarietà. L’idea di fondo è quella, pericolosa per la libertà e la democrazia, secondo cui una società per essere più giusta ed equilibrata debba liberarsi dei corpi intermedi, delle autonomie locali, delle Provincie e delle Regioni, quasi che questi fossero fardelli di cui disfarsi al più presto. Al contrario, invece, un maggiore coinvolgimento delle Regioni nell’organizzazione del sistema scolastico potrebbe favorire l’integrazione fra le politiche del lavoro, della formazione e del diritto allo studio. Le carenze che si registrano nel sistema scolastico non sono dovute tanto alla mancanza di soldi, quando piuttosto alla cattiva gestione delle risorse umane ed economiche.

Per quanto riguarda poi l’istruzione e formazione professionale, attualmente di competenza esclusiva regionale, la riforma prevede la competenza esclusiva statale in ordine alle relative disposizioni generali e comuni, e la competenza regionale limitatamente all’ambito della formazione professionale. Anche in questo caso, quale sia il concreto ambito di azione delle Regioni non è chiaro, così come non sono chiari i contenuti dei termini istruzione e formazione professionale, da una parte, e formazione professionale dall’altra. La questione non è di poco conto perché se nel primo termine, come sembrerebbe essere plausibile, venisse ricompreso tutto il settore dell’istruzione professionalizzante destinata ai soggetti in età formativa, e quindi anche l’istruzione e formazione tecnica superiore e l’istruzione tecnica superiore, di fatto significherebbe ridurre in maniera considerevole la competenza delle Regioni, alle quali in concreto, resterebbe la sola competenza sulla formazione continua a distanza rivolta agli adulti. Come è noto, l’istruzione e la formazione professionale esige da tempo un intervento di riordino. Tuttavia, anche in questo caso, la strada individuata nel disegno di riforma non sembra andare nella direzione di una effettiva razionalizzazione.

I sostenitori della riforma sostengono infine che vi sarebbe un rafforzamento dell’autonomia delle istituzioni scolastiche. Tuttavia, è singolare che detta autonomia, nel testo vigente, sia indicata come limite sia per lo Stato che per le Regioni, mentre nel testo di modifica venga espressamente indicata quale limite soltanto per l’esercizio della potestà legislativa regionale. Si tratta forse di una dimenticanza? Forse, ma se la si considera assieme al contenuto incerto delle disposizioni generali e comuni sull’istruzione, c’è poco da stare tranquilli anche sul fronte dell’autonomia scolastica, che invece andrebbe valorizzata, favorendo il radicamento delle scuole sul territorio.

* Avvocato, Centro Studi Livatino

Share
Ma per Renzi viene prima l’Italicum o la riforma Boschi? Il dubbio è lecito

Ma per Renzi viene prima l’Italicum o la riforma Boschi? Il dubbio è lecito

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato su Tempi il 25 ottobre 2016.

Il presidente del Consiglio ha ragione quando invita a guardare alla riforma costituzionale facendo attenzione ai contenuti e non agli slogan, alle polemiche, alle ricadute del referendum sulle sorti del governo. Peccato che abbia impostato la campagna elettorale più lunga della storia (da aprile a dicembre, otto mesi) in modo diametralmente opposto: all’inizio trasformando il voto in un plebiscito pro o contro se stesso, poi chiudendo ogni spiraglio a modifiche del sistema elettorale. In tal modo ha confermato che la vera posta in gioco è il link esistente fra la riscrittura dei 47 articoli della Costituzione e l’Italicum. Da una parte c’è il cambiamento di oltre un terzo delle disposizioni costituzionali, e con esse dell’ordinamento parlamentare, mentre il sistema elettorale può essere sostituito in ogni momento con legge ordinaria: ma l’impressione che il respiro lungo della legge fondamentale conti meno delle regole per stabilire chi guida la nazione c’è tutta, e non è smentita dai fatti.

Se la gerarchia delle fonti fosse rispettata, non sarebbe caduto nel nulla l’auspicio formulato dall’ex capo dello Stato Napolitano, di cambiare l’Italicum e in tal modo sminare una parte del terreno di confronto referendario. Dopo quell’intervento, il premier ha dapprima manifestato una disponibilità di genere, poi si è rimesso all’iniziativa dei gruppi parlamentari (in modo non del tutto coerente con l’approvazione dell’Italicum avvenuta con l’imposizione della fiducia), infine ha rinviato ogni decisione all’esito del voto del 4 dicembre. In tal modo mostra di tenere più al nuovo sistema elettorale che al nuovo sistema costituzionale: altrimenti non porrebbe a rischio il varo di quest’ultimo, a causa della fascia consistente di persone che voteranno No pur di non far passare l’Italicum; la priorità è quest’ultimo!

Una legittimazione ex post
Nell’immediato la riforma costituzionale sembra avere una duplice funzione: da un lato quella di cornice rafforzata al nuovo meccanismo elettorale, invertendo in qualche modo l’ordine di importanza dei fattori; punta, cioè, a far sì che la minoranza più forte che grazie all’Italicum consegue il 55 per cento dei seggi alla Camera, possa grazie alla nuova Costituzione governare senza rendere conto all’altro ramo del Parlamento, abbia minori vincoli da parte delle Regioni, e usi meccanismi in apparenza più efficaci per far prevalere la propria volontà.

Dall’altro lato punta col referendum a ottenere quella legittimazione popolare che è mancata all’avvio dell’esperienza di questo governo, e che gli è venuta solo indirettamente dalle elezioni europee del 2014. Per questo, molto più che per i toni enfatici, talora apocalittici, usati da alcuni settori del variegato fronte del No, il referendum ha assunto il peso dell’evento politico più saliente nella legislatura in corso.

Sufficit? No: corollario di questa interminabile partita elettorale è l’accento posto sul Sì come manifestazione di voto responsabile, distante dai cosiddetti populismi, bene accetto alla comunità internazionale, all’Europa e agli investitori. E qui i conti rischiano veramente di non quadrare. I sostenitori del Sì usano questo tasto in modo francamente esagerato: prima o poi il boomerang riprenderà la strada del ritorno.
Se ripeti con insistenza che ogni voto non gradito all’establishment è per ciò stesso “populista”; se demonizzi, l’uno dietro l’altro, referendum che hanno logiche e contesti profondamente diversi, dalla Brexit al Canton Ticino, dalla Colombia all’Ungheria, quali presunti esempi della irrazionalità popolare di fronte a temi delicatissimi; se pretendi di insegnare che le scelte della politica non possono dipendere da un voto espresso sull’onda delle emozioni; se mandi il messaggio che è meglio limitare il più possibile il voto stesso, soprattutto quando passa per un referendum, la conclusione che ne trae chi ti ascolta è che alla fine conviene che decidano solo le élite. Il primo effetto è che chi tiene al proprio voto non si farà sfuggire l’occasione del 4 dicembre per dirti nella maniera più chiara possibile che non è d’accordo.

 

Share
Chi tifa per la cattolica obiezione di coscienza

Chi tifa per la cattolica obiezione di coscienza

Articolo di Francesco Gnani pubblicato il 24 ottobre 2016 su Formiche.net.

Chi c’era e cosa si è detto al convegno annuale organizzato dal Centro studi Livatino “Coscienza senza diritti?”

L’obiezione di coscienza non è una delle “molte frontiere” dove si confrontano “una visione strutturata e valoriale della persona umana” ad una “molto più fluida, se non addirittura liquida”, per citare Bauman. Ma è il luogo dove “si misura il fondamento della dignità umana”, e dove ”si manifestano le contraddizioni conseguenti ad una incontrollata proliferazione dei diritti, spesso avvenuta trascurando i corrispondenti doveri ed il fondamento degli uni e degli altri, che la Chiesa ravvisa nella dignità inalienabile dell’essere umano in quanto creato da Dio”. È il messaggio che il Segretario di Stato della Santa Sede Pietro Parolin ha inviato al Convegno annuale organizzato dal Centro studi Livatino “Coscienza senza diritti?”, sul tema dell’obiezione di coscienza, che si è svolto ieri 21 ottobre alla Camera dei Deputati di Roma.

IL CONCETTO DELL’OBIEZIONE DI COSCIENZA

Quella dell’obiezione è infatti una nozione complessa e dibattuta, e l’area tematica, multidisciplinare, investe vari ambiti: dall’eutanasia al rifiuto di effettuare determinati trattamenti sanitari, dall’opposizione dei farmacisti di vendere prodotti “come fossimo macchinette” – sussurra, concitato, il presidente dell’Unione cattolica Farmacisti italiani Pietro Uroda durante uno degli interventi del Convegno fino all’utilizzo della cannabis per uso medico. Tutti argomenti, questi elencati, su cui il parlamento sta attualmente lavorando. Il tema è però scottante anche, e soprattutto, alla luce della recente vicenda dell’Ospedale Cannizzaro di Catania, dove il personale medico è stato accusato di aver causato la morte di una giovane donna in seguito ad una presunta obiezione di coscienza. E dove prontamente sono arrivate le smentite da un po’ tutte le parti, mettendo al centro il fatto che l’obiezione è prevista solo in caso in interruzione volontaria di gravidanza. “Amare la vita significa fare di tutto per salvarla” ha infatti sostenuto il teologo e monsignore Mauro Cozzoli su Avvenire. “I media hanno già scritto la sentenza, ma l’obiezione è funzionale alla vita, non alla morte” riprende il senatore e vicepresidente del Centro Studi Alfredo Mantovano all’inizio dell’incontro.

IL PUNTO FONDAMENTALE DI FARE IL BENE E DISTANZIARE IL MALE

Fare il bene e distanziare il male sono cioè sempre il punto fondamentale, “espressione di una convinzione, un ragionamento di coscienza alla luce delle proprie convinzioni morali”, afferma il direttore dell’European Centre for Law and Justice Grégor Puppinck. O meglio tutto si riconduce, in definitiva, a una questione di moralità, di buon senso. “È noto che l’insegnamento cattolico valorizza in modo particolare il giudizio della coscienza indicando in essa il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria”, continua Parolin nel suo messaggio. Ma lo stesso discorso vale in “una prospettiva filosofico – morale”, dove la coscienza è “luogo centrale di esercizio della libertà umana”, “l’istanza dove l’uomo discerne il bene dal male e si determina all’azione di conseguenza”. È il cielo stellato di Kant, la legge morale di cui si parla. Anche se, conclude il segretario di Stato, “il vero problema posto dall’obiezione di coscienza non è solo quello della sua affermazione, ma anche della sua limitazione, al fine di evitare che una indiscriminata affermazione del diritto di obiezione comporti un’anarchia di fatto ed una arbitraria sottrazione agli obblighi di legge”.

“DISTINGUERE GENERE E SESSO È PER NOI FORTE VIOLENZA AL BAMBINO”, DICE GANDOLFINI

E nell’asse del buon senso viaggiano anche le affermazioni, sul tema di gender e educazione sessuale nelle scuole, del presidente del Comitato Difendiamo i nostri figli Massimo Gandolfini, quando afferma: “Pensare che si possa introdurre un’educazione dei bambini a costruire un genere non armonico con l’identità sessuata, noi la vediamo semplicemente come una enorme e forte violenza nei confronti del bambino”. Questo perché nella legge 107 della Buona scuola, punta il dito il medico, “all’Art. 1 del comma 16, in tre righe è contenuto tutto quello che serve per introdurre il gender nella scuola: ‘contro le discriminazioni sessuali alle identità di genere’. Solo in un secondo momento ci siamo accorti che al Miur erano state accreditate 29 associazioni LGBT e nemmeno una delle nostre. Che è come se per tutelare un pollaio assumessimo una decina di volpi”. La storia, prosegue Gandolfini, è che “nel 2010 in Europa un autoreferenziale gruppo di dieci specialisti, nessun cattolico e italiano, scrive un testo chiamato ‘standard per l’educazione sessuale nelle scuole’. Che in Italia, dopo essere stato bocciato, nel 2013 viene ritirato fuori dal Miur e dall’Unar, che introducono queste linee guida nelle scuole attraverso dei libretti. Li abbiamo letti, e abbiamo cominciato ad avere uno scrupolo di coscienza, ovvero a chiederci: ma possiamo noi lasciare passare queste cose nelle scuole, di cui i genitori italiani ne sono totalmente inconsapevoli?”.

IL PRESIDENTE DELL’ANM DAVIGO E LA FINE DEL DIRITTO NATURALE IN EUROPA

Il tema del contrasto tra legge e coscienza poi – dice il presidente dell’Ass. Naz. Magistrati Piercamillo Davigo – che si tradurrebbe nella “disobbedienza della legge”, è “delicato e affascinante. Il cristianesimo stesso nasce con l’obiezione dei martiri al sacrificio per l’imperatore, che era dovuto per legge”. Ma “tra obiezione profetica e riconosciuta c’è un area grigia, tollerata”. Il punto però è che, dice Davigo, “dalla fine dell’unità religiosa dell’Europa non c’è più la considerazione della legge alla luce di un diritto naturale. E ancora oggi in alcune zone, anche nello stesso est Europa, i diritti umani non sono comprensibili, perché nascono con la separazione dei poteri, che in occidente è molto antico ma in oriente non è comprensibile. In occidente ci sono l’Onu, e la convenzione dei diritti umani. Ma le convenzioni non disciplinano il diritto di coscienza”, afferma il magistrato. “Siamo perciò su un terreno inesplorato”.

C’è stato ultimi anni cambiamento profondo”, ribadisce il segretario generale della Federazione internazionale delle Associazioni dei Medici cattolici Ermanno Pavesi. “Prima la salute era legata all’operato medico, e non c’era conflitto con la volontà. Poi è stata introdotta l’idea che la volontà del malato è la legge suprema. L’idea del diritto di natura non è quello di una religiosità fondata sulla teologia, ma su principi sui quali lo Stato ha retto nei secoli, come formulati da Aristotele. Il concetto di salute si è poi nel tempo modificato, e oggi non si parla di malato ma di cliente”. Così che “il crollo della natalità è uno degli effetti di questa diseducazione sessuale”, conclude Mauro Ronco, presidente del Centro studi Livatino. “E se diventa un programma scientifico si rischiano effetti ancora più devastanti. Ci sono infatti una serie di iniziative volte a limitare l’obiezione di coscienza, per fare del medico il funzionario dello stato totalitario. Avallando crimini che, quando sono desideri, diventano diritti. Dobbiamo promuovere l’obiezione di coscienza contro l’educazione di genere, è un atto profetico. Non nel senso di indovinare il futuro, ma di testimonianza della verità, che come tutte le testimonianze è atto eroico. Ci sono nubi nere all’orizzonte, ma la profezia finirà per aver ragione, per essere riconosciuta. La testimonianza della verità unifica tutti”.

Share
Le false difese della “clausola di supremazia”

Le false difese della “clausola di supremazia”

Articolo di Francesco Farri* pubblicato il 24 ottobre 2016 su La nuova Bussola Quotidiana.

La “clausola di supremazia”, contenuta all’articolo 117, comma 4 della Costituzione che entrerà in vigore se vincerà il Sì, stabilisce che “su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”. Queste leggi saranno, secondo il nuovo articolo 70, comma 4, approvate dalla Camera, visto che il Senato avrà al massimo 10 giorni di tempo per esaminare il testo (il termine è così ristretto da apparire “canzonatorio”) e visto che, comunque, eventuali richieste di modifiche da parte del Senato possono essere rigettate dalla Camera. Tale clausola conferma la matrice marcatamente statalista e accentratrice della nuova Costituzione e dà al principio di preferenza della autorganizzazione della società rispetto allo Stato, cardine della Costituzione del 1948, uno schiaffo che si ripercuote sugli stessi principi supremi della Costituzione, formalmente non toccati dalla riforma.

I sostenitori del Sì affermano che tale clausola recepirebbe un principio già affermato dalla Corte Costituzionale prima della riforma stessa, e costituirebbe una regola di chiusura presente anche nelle più evolute costituzioni federaliste moderne (in particolare, in Germania e negli USA). Niente di più errato. In realtà, il principio affermato dalla Corte Costituzionale si declina in modo totalmente diverso e le clausole contenute nelle costituzioni tedesca e statunitense prevedono delimitazioni neppure lontanamente comparabili con la clausola Renzi-Boschi. Il principio affermato dalla Corte Costituzionale (cosiddetta “chiamata in sussidiarietà”, elaborata a partire dalla sentenza n. 303/2003 e ripetuta con piccoli aggiustamenti nella giurisprudenza successiva) poggia su due requisiti fondamentali:

 1) l’esercizio del potere legislativo dello Stato in materie riservate alla competenza legislativa esclusiva delle Regioni può avvenire soltanto previa consultazione e accordo tra Stato e Regione interessata: “per giudicare se una legge statale che occupi questo spazio sia invasiva delle attribuzioni regionali o non costituisca invece applicazione dei principî di sussidiarietà e adeguatezza diviene elemento valutativo essenziale la previsione di un’intesa fra lo Stato e le Regioni interessate, alla quale sia subordinata l’operatività della disciplina” (sent. n. 303/2003). La necessità della consultazione e del coinvolgimento della Regione sono rimaste ferme nella sostanza anche nelle decisioni successive, tanto che per la Consulta “il mancato raggiungimento dell’intesa costituisce ostacolo insuperabile alla conclusione del procedimento” (Corte Cost., n. 6/2004);

 2) la chiamata in sussidiarietà ha presupposti e limiti precisi. Deve dimostrarsi che ai sensi dell’art. 118 Cost. una certa funzione amministrativa non può essere svolta in modo soddisfacente a livello sub-statale; conseguentemente, la deroga al criterio di riparto di competenze legislative stabilito dalla Costituzione deve limitarsi alla “organizzazione e (al)la disciplina delle funzioni amministrative assunte in sussidiarietà”, poiché “il principio di legalità … impone che anche le funzioni assunte per sussidiarietà siano organizzate e regolate dalla legge”. Si statuisce quindi in modo chiaro che la chiamata in sussidiarietà non poteva basarsi su “mere formule verbali capaci con la loro sola evocazione di modificare a vantaggio della legge nazionale il riparto costituzionalmente stabilito”: infatti, come chiarisce sempre la Consulta nella sent. n. 303/2003, “ciò equivarrebbe a negare la stessa rigidità della Costituzione”.

I due predetti elementi, richiesti dalla giurisprudenza costituzionale in materia di “chiamata in sussidiarietà”, sono completamente assenti nel nuovo testo costituzionale, che àncora la supremazia a concetti amplissimi (come tali, suscettibili di strumentalizzazione) ed esclude il coinvolgimento delle Regioni. L’affermazione secondo cui la clausola di supremazia del nuovo testo costituzionale costituirebbe la positivizzazione di un precedente orientamento della Corte Costituzionale risulta destituita di fondamento. Anzi, nella parte in cui indica come possibile elemento sufficiente per l’avocazione di competenze legislative “la tutela dell’interesse nazionale”, essa contrasta apertamente con la giurisprudenza costituzionale precedentemente formata e concretizza quello stesso rischio che la Corte aveva evocato in casi del genere, ossia la trasformazione della Costituzione da rigida a flessibile.

Quanto agli USA, l’articolo 6, comma 2 della Costituzione americana stabilisce che soltanto le leggi federali approvate in conformità alla Costituzione prevalgono sulle legge dei singoli Stati e, considerato che le competenze del Congresso federale sono elencate tassativamente all’articolo 1, Sezione 8 della Costituzione, appare evidente come non possa essere rinvenuto alcun elemento di somiglianza rispetto al sistema delineato dalla riforma Renzi-Boschi. Per inciso, gli USA prevedono da oltre duecento anni un sistema parlamentare di vero e proprio bicameralismo perfetto (articolo 1, sezione 7): sono quindi false le affermazioni secondo cui la Costituzione Italiana del 1948 sarebbe risultato l’ultimo esemplare di bicameralismo perfetto nel mondo progredito.

Quanto al sistema tedesco, l’art. 72 della GrundGesetz afferma che lo Stato Federale ha in ogni caso potere legislativo quando e nella misura in cui la creazione di condizioni di parità di vita o il mantenimento dell’unità giuridica o economica nell’interesse nazionale richieda una regolamentazione a livello federale, ma chiarisce che ciò può avvenire soltanto in determinate materie indicate tassativamente e già di regola (art. 74) comprese nell’ambito della legislazione concorrente (immigrazione; alcuni settori economici come industria, professioni, banche e assicurazioni; pubblica assistenza; circolazione stradale; diritto alimentare e fitosanitario; responsabilità dello Stato; bioetica), mentre in altre materie (cura e protezione di natura e paesaggio, ricerca scientifica, espropri, spesa sanitaria, pianificazione territoriale, distribuzione della terra, distribuzione dell’acqua, ammissione scolastica, caccia) vale il principio opposto, ossia quello per cui la legge dei Laender ha il sopravvento anche se il legislatore federale le abbia regolamentate diversamente.

Ci si rende immediatamente conto che, senza considerare la presenza di una vera clausola di “reciprocità” che non è prevista nella nuova Costituzione italiana, la clausola di supremazia tedesca può esercitarsi soltanto in ambiti tassativi, mentre quella targata Renzi-Boschi non ha alcun limite e non patisce alcuna circoscrizione, prestandosi così a ogni abuso: anche considerato che la competenza legislativa esclusiva statale copre, in Italia, già tutto quello che può ragionevolmente incidere sulla unità giuridica ed economica del Paese, compresa la determinazione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali da garantire su tutto il territorio nazionale.

La verità è che, a differenza della “chiamata in sussidiarietà” precedentemente elaborata dalla Corte Costituzionale, la “clausola di supremazia” contenuta in quello che, vincendo il Sì, diverrebbe il nuovo articolo 117, comma 4 della Costituzione si caratterizza per una estrema e pericolosa vaghezza e ampiezza dei requisiti in base ai quali l’avocazione può avvenire e per l’assenza di coinvolgimento delle Regioni (che sono distinte dal Senato, neppure al quale peraltro è conferito un sostanziale potere di incidere sul meccanismo). Ciò apre la via alla commissione di ogni abuso da parte del Governo e della Camera da essa controllata, rimettendo il tutto a un sindacato della Corte Costituzionale che si troverebbe in queste ipotesi le mani sostanzialmente legate per la vaghezza del meccanismo previsto dalla riforma. Non è un caso, del resto, che la nuova clausola utilizzi proprio quel concetto di “tutela dell’interesse nazionale” che la Corte Costituzionale aveva messo in guardia dall’invocare a questi fini denunciando che “ciò equivarrebbe a negare la stessa rigidità della Costituzione”.

Che la riforma Renzi-Boschi tenda a trasformare nella sostanza la Costituzione Italiana da rigida (casa comune degli Italiani) a flessibile (strumento della maggioranza politica di turno) traspare in modo evidente da un molteplicità di elementi, che vanno dalle deplorevoli modalità di approvazione (maggioranze risicatissime e sempre variabili a seconda della stampella politica di turno) al legame propagandistico con la legge elettorale. La clausola di supremazia è uno degli elementi che traduce questo passaggio in dato giuridico inoppugnabile. Con buona pace di chi sostiene che essa non incida sui principi fondamentali della Costituzione Italiana.

* Avvocato, Centro Studi Livatino

Share

By continuing to use the site, you agree to the use of cookies. more information

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close