Figlio di due padri secondo la Corte di appello di Trento:  preoccupante deriva del diritto contraria all’interesse del  minore

Figlio di due padri secondo la Corte di appello di Trento: preoccupante deriva del diritto contraria all’interesse del minore

L’ordinanza della Corte di appello di Trento, depositata il 23 febbraio e resa nota oggi, nel momento in cui impone al Comune la registrazione come figlio di genitori same sex di un bambino nato all’estero a seguito di maternità surrogata, afferma – fra gli altri – il principio di oggettiva gravità secondo cui il “superiore interesse del minore” consiste nel caso specifico nell’avere due “genitori” dello stesso sesso. Ciò consegue come effetto alla continuità giuridica in Italia di una situazione di diritto determinata in un ordinamento che riconosce l’“utero in affitto”.

Il Centro Studi Rosario Livatino, formato da magistrati, docenti universitari e avvocati, ricorda che l’ordinamento minorile è da sempre basato sul dato naturale della duplicità maschio/femmina della figura dei genitori. Questa ordinanza lo sostituisce con la duplicazione della stessa figura, e quindi impoverisce il minore, perché lo priva della ricchezza di una crescita e di una educazione che provengono dalla completezza pedagogica delle due distinte figure.

Soltanto l’approfondimento attento e coraggioso dei fondamenti costituzionali – e prima ancora naturali – della famiglia e dei differenti e complementari ruoli di padre e di madre può scongiurare questa preoccupante deriva del diritto.

Il Centro studi Livatino

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Collegare la morte del dj Fabo alla proposta di legge sulle d.a.t. è la conferma più evidente che è una legge per l’eutanasia

Collegare la morte del dj Fabo alla proposta di legge sulle d.a.t. è la conferma più evidente che è una legge per l’eutanasia

Esprimiamo il nostro dolore per il tragico epilogo della vicenda del dj Fabo, rilevando con esso la strumentalizzazione della sofferenza di una persona allo stremo delle forze, allo scopo di affermare il presunto “diritto” a darsi la morte. Il desiderio da lui espresso di porre termine al dolore avrebbe richiesto un seguito di vicinanza umana, non la fine della vita.

Egualmente grave è che larga parte dei media e degli esponenti politici traggano spunto da questa terribile vicenda per sollecitare l’approvazione della proposta di legge sulle c.d. disposizioni anticipate di trattamento. Poiché quello del dj è un evidente caso di eutanasia, collegarlo alla legge in discussione rivela nel modo più chiaro – insieme con la lettura della norme in questione – che quello che si intende introdurre è esattamente l’eutanasia, non una blanda disciplina del “fine vita”. E quindi dà una ragione in più per opporsi a questa ulteriore aggressione al diritto alla vita.

È quanto osserva il Centro Studi Rosario Livatino, formato da magistrati, docenti universitari e avvocati, presieduto dal prof. Mauro Ronco.

Il Centro studi Livatino

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Cannabis legalizzata, solo business

Cannabis legalizzata, solo business

Pubblichiamo quest’interessante intervento uscito oggi sul quotidiano Il Mattino del prof. Giovanni Serpelloni, già capo dipartimento antidroga della Presidenza del Consiglio.

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Illustre Saviano, in che modo la cannabis legale avrebbe salvato Giò?

Illustre Saviano, in che modo la cannabis legale avrebbe salvato Giò?

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato il 25 febbraio 2017 su Tempi.

Immaginiamo che il 13 febbraio 2017 la legalizzazione delle droghe fosse già stata approvata dal Parlamento. Che cosa sarebbe cambiato? Roberto Saviano, che della “canna per tutti” ha fatto da tempo il suo cavallo di battaglia, ne è strasicuro: Giò, 16 anni, non avrebbe ricevuto nella sua casa a Lavagna la visita della Guardia di Finanza, e sarebbe ancora vivo. Che aspettiamo allora? Cogliamo l’occasione di questa tragedia – come l’autore di Gomorra non ha mancato di fare – per sollecitare Camera e Senato a varare il testo di legge quam primum, e smettiamola di tormentare adolescenti spensierati. È proprio così?

Abbiamo ascoltato le parole pronunciate dalla mamma di Giò al funerale del figlio. Descrivono l’angoscia di una donna che trascorrerà il resto dell’esistenza chiedendosi come sarebbe andata se non avesse chiesto quel tipo di aiuto. Raccontano di settimane e di giorni terribili di fronte a un ragazzo con grandi talenti, che però aveva sbandato e non era più lui, a casa e a scuola: alla faccia di chi predica la “leggerezza” della cannabis. Fanno pensare alla disperazione di una donna – lei, e tante altre madri che vivono oggi lo stesso tormento – che si sente impotente, e però non accetta di assistere senza far nulla all’autodistruzione del figlio. Illustre Saviano, la legalizzazione avrebbe impedito tutto questo? Avrebbe evitato che Giò entrasse in possesso con estrema facilità di quantità neanche tanto limitate di droga, e iniziasse a distruggersi? Avrebbe aiutato la madre a parlare col ragazzo?

I danni della riforma di Renzi
Trovare droga alla luce del sole e senza alcun ostacolo è già oggi semplice e senza rischio: grazie allo sballo propagandato da cantanti e celebrità, al web che fornisce semi e strumenti per canne fai-da-te munite delle più elevate percentuali di principio attivo, e al decreto del governo Renzi. Imposto con voto di fiducia nella primavera di tre anni fa, esso ha ripristinato l’antiscientifica distinzione fra droghe “leggere” e “pesanti”, ha reintrodotto la non punibilità della detenzione se finalizzata “per uso personale” (il che nel caso specifico impediva a Giò qualsiasi seguito giudiziario), ha reso impossibile l’arresto in flagranza dello spacciatore.

È necessaria una modifica legislativa, ma nella direzione di tornare alla legge del 2006, squilibrata dalla riforma Renzi: i risultati di quelle norme, che Saviano manipola e capovolge, ma che sono riportati nel modo più chiaro e oggettivo nelle relazioni annuali del dipartimento antidroga della presidenza del Consiglio, sono stati più che positivi: riduzione della quantità complessiva di stupefacenti consumati, e prima ancora spacciati, contrazione degli ingressi in carcere e aumento di quelli in comunità, fuoriuscita dal carcere di chi intendeva affrontare un percorso di recupero. Nessuna persona seria è poi in grado di assicurare che se la legge del 2006 fosse stata ancora in vigore nella sua interezza la tragedia di Lavagna non si sarebbe consumata; ma è proprio questa la differenza con Saviano: lui al contrario è certo che la legalizzazione risolve tutto.

Una legge che non ferma la mafia
E sbaglia. La stessa proposta Giachetti, pendente alla Camera, conferma che ogni legalizzazione ha dei limiti: di età dell’acquirente, di quantità della sostanza che si può detenere e, a certe condizioni, cedere, di percentuale di principio attivo. Neanche il legalizzatore più convinto sostiene che un fanciullo possa recarsi a piacimento al tabaccaio per farsi impacchettare un chilo di hashish col 50 per cento di Thc. Giò aveva 16 anni: la sua vicenda non sarebbe stata sfiorata dalla proposta di legge in discussione, qualora approvata, e la Guardia di Finanza avrebbe potuto egualmente fare ingresso a casa sua per verificare se lo stupefacente fosse stato ceduto a un minore. Se la legalizzazione passasse, alle mafie sarà sufficiente operare oltre i limiti fissati: quanto all’età, puntando in modo ancora più deciso sui teenager (e già oggi si segnalano episodi di spaccio davanti alle scuole medie inferiori), e quanto alla quantità e alla qualità, offrendo merce in grammi e in capacità stimolatorie al di là delle soglie stabilite. Mentre l’aumento della disponibilità ad assumere cannabis derivante dalla legalizzazione favorirà ancora di più l’operatività criminale oltre soglia, come insegna l’esperienza degli stati che hanno già leggi simili.

Parliamo di droga, come purtroppo non avviene, perché il fenomeno è tanto diffuso e dannoso quanto ignorato. Ma dati alla mano e aderendo il più possibile alla realtà. Staccandoci dalla canna dell’ideologia: anch’essa gravemente nociva.

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