GB, bambina cristiana affidata a famiglie islamiche. E “La Repubblica” si scopre clericalista musulmana

GB, bambina cristiana affidata a famiglie islamiche. E “La Repubblica” si scopre clericalista musulmana

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato su La nuova Bussola Quotidiana il 30 agosto.

C’è qualcosa che avvicina la vicenda di Tower Hamlets (la bambina cristiana data in affido a coppie musulmane radicali) a quella di Charlie Gard. Entrambe sono accadute in quella Londra che dalla Magna Carta in poi è additata come il luogo storico della tutela dei diritti e della difesa da ingerenze dispotiche dei poteri sovraordinati.

Nel giro di poche settimane uno dei più importanti e stimati nosocomi della Capitale inglese, il Great Ormond Street Hospital, e uno dei municipi londinesi, Tower Hamlets, hanno assunto decisioni di peso su diritti fondamentali, con controverse implicazioni di ordine etico, e in entrambi i casi non hanno fornito informazioni, e ancora meno illustrazione delle ragioni che hanno determinato quelle scelte. Anche a tutela di entrambe le autorità sarebbe stato utile, nel rispetto della delicatezza dell’uno e dell’altro caso, capire perché; invece ci si trova di fronte a passi che hanno dell’apodittico, per Charlie con l’avallo dell’autorità giudiziaria nazionale e della Cedu, per la bambina data in affido a due famiglie musulmane con la sola difesa del silenzio. E’ inevitabile che la gravità del fatto provochi le reazioni più varie, pur se l’incompletezza di dettagli rischia di far sfuggire qualcosa.

Avendo ben chiara l’esistenza di questo handicap conoscitivo, la questione si liquida in breve: pare di trovarsi di fronte a un affido, e non a un’adozione; questo spiega perché non se ne occupi un giudice, ma i servizi sociali del municipio londinese. L’affido, come l’analogo istituto presente nell’ordinamento italiano, è una misura temporanea di allontanamento del minore dalla propria famiglia, in presenza di problemi gravi ma non irreversibili, che si presume possano essere superati nel tempo.

Se effettivamente è un affido, la decisione di collocare la bimba in un contesto religioso e in senso lato culturale così diverso rispetto a quello originario, è ancora più incomprensibile che se si fosse disposta una adozione (che pure avrebbe incontrato forti riserve); quale prospettiva eventuale di rientro nel contesto della nascita garantisce l’attuale così radicale cambiamento di vita quotidiana subito dalla bambina? E comunque, in un ordinamento civile il faro di ogni opzione in materia è quello che in Italia si chiama “il superiore interesse del minore”: evidentemente non rispettato se a cinque anni le donne con le quali la piccola ha a che fare circolano in burka, se le si vietano cibi fino a quel momento a lei graditi, e se le si impone di abbandonare i segni della fede cristiana, indossati o praticati.

Sorprende che il coro di dissenso dalla decisione di Tower Hamlets non sia così unanime. La Repubblica, quotidiano militante nella promozione di quelli che identifica come diritti di libertà, ha affidato ieri il commento alla vicenda alla penna di Alberto Melloni e a un’intervista a Melita Cavallo, che da presidente del Tribunale dei minori di Roma aveva legittimato l’adozione da parte di persone dello stesso sesso. Né l’uno né l’altra dichiarano di condividere quanto deciso per la bimba inglese. Ci sono però dei distinguo.

Il prof. Melloni si avventura in un’analogia con le storie di bambini ebrei salvati dai campi di sterminio ma poi convertiti al cristianesimo – tra i tanti elementi di differenza, per essi mancò qualsiasi decisione pubblica di affido del minore -, e poi ricorda che bimbi slavi o asiatici sono stati dati in adozione a genitori italiani: i quali però non hanno rispettato la confessione religiosa della famiglia di origine. Sulla stessa lunghezza d’onda la dottoressa Cavallo che, richiamando la sua lunga esperienza di giudice minorile, ha spiegato come i genitori italiani adottivi non si pongano scrupoli nel mandare in chiesa o al catechismo i bambini ricevuti da contesti disomogenei. Vi è il rischio, ammonisce Melloni, di precostituire “gabbie etniche” per l’adozione.

E’ sempre difficile riaffermare l’ovvio, ma ci provo. Il bene del bambino che viene da una situazione di estrema difficoltà – altrimenti non andrebbe in affido o in adozione – non consiste nell’incrementare il disagio, come pare stia avvenendo per la piccola londinese. La religione c’entra ben poco, nel momento in cui per chi ha appena cinque anni vengono meno poche certezze – la pasta alla carbonara che tanto le piace, e che adesso le è preclusa perché contiene carne di maiale, e il crocifisso che portava al collo e che le è stato tolto – e aumenta la difficoltà di correlarsi: come è possibile se in pubblico non vede il volto della nuova mamma?

Non si tratta quindi di teorizzare l’adozione o l’affido per confessione religiosa – le “gabbie etniche” -, ma di perseguire laicamente il miglior interesse del minore. Se quest’ultimo collide con la pratica di una determinata fede, nella specie l’islam, e/o di una applicazione integrale dei suoi precetti, è esattamente tale ricaduta che preclude l’adozione o l’affido, non già una pregiudiziale di principio confessionale.

Rileggiamo Benedetto XVI a proposito del rispetto contestuale per la libertà religiosa e per i diritti fondamentali: la prima è inclusa nei secondi, non è a essi contrapposta. Melloni e Melito paiono evocare una sorta di reciprocità fra cristianesimo e islam: come nessuno controlla se un neonato proveniente da una famiglia musulmana bosniaca sia educato all’islam da genitori cattolici – questo essi dicono -, così la drammaticità del caso londinese non è qualcosa da rifuggire, ma una scelta dei servizi sociali sulla cui opportunità è necessario confrontarsi.

Domanda: per Melloni e Melito la reciprocità vale sempre? La domanda è retorica perché dubito che Melloni e Melito desiderino vietare l’esercizio della preghiera e del culto islamico in Italia a causa del fatto che negli Emirati arabi il culto cristiano non è permesso. La libertà religiosa, caposaldo della civiltà occidentale, va garantita senza condizioni. Ha allora ancora meno senso parlare di reciprocità quando sono in gioco diritti fondamentali della persona, in quanto tali non passibili di contrattazione.

E’ però singolare che chi opera per estromettere il dato religioso dalla vita comune e dalle scelte civili poi lo recuperi quando c’è di mezzo l’islam. Nella vasta gamma del politically correct mancava il clericalismo musulmano da parte di soggetti ordinariamente laicisti. La Repubblica ha colmato la lacuna.

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I migranti e il Papa

I migranti e il Papa

Articolo di Alfredo Mantovano, pubblicato su Il Foglio il 22 agosto 2017. 

Davvero Francesco voleva mandare un messaggio sullo ius soli al nostro Parlamento? No.
Leggere prima di commentare. La massima è ovvia se l’intenzione è capire. Se invece l’obiettivo è tirare il Papa dalla propria parte basta fermarsi a qualche titolo forzato. La lettura del Messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018 va poi affiancata alla rilettura degli interventi precedenti sullo stesso tema. La conclusione non è esattamente l’apologia della proposta di legge in discussione al Senato sullo ius soli, come i media hanno subito sintetizzato, con seguito altrettanto rapido di chiose pro e contro. Punto n. 1. Se le parole di Francesco riguardano la giornata “mondiale” dei migranti, vuol dire che il cono di attenzione non è solo l’Italia, ma è niente più the il mondo. E nessuno può negare che nel mondo, di fronte alla mole dei movimenti migratori, vi sia, per riprendere i quattro termini chiave adoperati nel messaggio, un serio deficit di accoglienza – per non andare troppo lontano, va tutto bene ai confini meridionali della Libia, con chi proviene da Sud? -, di protezione -per non andare troppo lontano, siamo contenti che nessun curdo riesca ad allontanarsi dalla Turchia, a seguito del turpe accordo con l’Ue del marzo 2016? -, di promozione e di integrazione: gli spettacoli di Calais o dei confini balcanici dicono qualcosa in proposito. Punto n. 2. Se it Messaggio riguarda il mondo, e non solo l’Italia, l’Italia tuttavia non è tenuta a disinteressarsene ma, rispetto alle questioni che esso pone, e chiamata a confrontarlo con il complicato stato dell’arte al proprio interno. La “detenzione” nei centri di raccolta finalizzati alle espulsioni è limitata da tempo a pochissimi casi, al tal punto che l’esigenza da noi è opposta: e cioè garantire la sicurezza comune con l’inserimento nei centri di coloro che devono essere allontanati coattivamente perché delinquenti, o sospetti di terrorismo. Prima accoglienza e assistenza sanitaria sono garantite a prescindere dall’ingresso regolare e – quanto alle cure mediche – a prescindere dalla presentazione di una domanda di asilo. Il Papa fa riferimento pure alla formazione del personale di polizia di frontiera: dentro e fuori l’Europa, tutti attestano l’ottima qualità delle forze di polizia italiane a ciò dedicate. Punto n. 3. Poniamo a fianco gli auspici del Papa sugli strumenti di integrazione, dalla conoscenza della lingua all’istruzione, alle garanzie sul lavoro con la legislazione italiana, consolidatasi in un quarto di secolo. C’è tanto da fare quanto alla piena applicazione delle norme vigenti, ci sono ancora sacche di sfruttamento pesante, da Rosarno alla Capitanata e al Casalese, ma se si svolgono periodiche operazioni di polizia, è in coerenza con un ordinamento che impone di intervenire. Da qualche sindacalista entusiasta della lettura strumentale del Messaggio di Francesco ci si attenderebbero piuttosto occhi aperti dalle sezioni del suo sindacato sui territori critici. Punto n. 4. Giusto per non eludere il nodo sul quale si è scatenata la polemica: la cittadinanza. Il passaggio contenuto nel messaggio si presta più di altri a rilanci equivoci. Ma la sua lettera esprime la preoccupazione a evitare apolidie. La gradualità del nostro sistema – permesso di soggiorno, carta di soggiorno, cittadinanza – riconosce un progressivo pieno inserimento molto prima del riconoscimento della cittadinanza, sempre che it migrante collabori, e ciò scongiura l’isolamento proprio degli apolidi. Questi ultimi sono pressoché sconosciuti in Italia: tutti i migranti, o quasi, hanno la propria cittadinanza di origine, e taluni di loro non chiedono quella italiana perché rischierebbero di perdere quella della nazione di provenienza. Senza trascurare le centinaia di migliaia di provvedimenti concessi negli ultimi anni. Leggere prima di commentare. Altrimenti a essere espulsi sono buon senso e ragionevolezza.

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L’epidemia della cannabis

L’epidemia della cannabis

Articolo di Alfredo Mantovano, pubblicato su Il Mattino, il 5 agosto 2017.
«Come dobbiamo spiegarlo a questi ragazzi che decidono di provare i brividi del week end con le droghe?».

Ed ancora: «Cosa c’è di più di una storia così tragica per far capire che non esiste la droga che non fa niente, come dicono loro?». Sono le sconsolate parole del capo della Squadra mobile di Genova dopo la morte di Adele De Vincenzi, 16 anni di Chiavari, avvenuta esattamente una settimana fa dopo aver assunto una pasticca di ecstasy. Non sono quesiti retorici: sono domande che meritano risposte. Talune delle quali trovano già una prima importante traccia nella relazione 2017 sullo stato delle tossicodipendenze in Italia del Dipartimento antidroga della Presidenza del Consiglio.

Poiché gran parte dei media sono interessati maggiormente al sostegno più o meno esplicito alla legalizzazione della cannabis, provo a soffermarmi su qualcuno dei dati da elaborati dal documento del Governo, in aggiunta o a fianco rispetto a quelli già messi in rilievo ieri su queste colonne, limitandomi soltanto a quel che attiene la droga presunta «leggera».

La diffusione dei derivati della cannabis fra i più giovani ha assunto caratteri di pandemia, se nel 2016 il 25.9% della popolazione studentesca, pari a 640.000 persone, ne ha fatto uso almeno una volta, e se nella medesima fascia di età tale cifra sale a 804.000 per l’uso almeno una volta nella vita, e coinvolge 90.000 persone quanto a uso giornaliero. Centinaia di migliaia di persone in età evolutiva subiscono una aggressione al sistema nervoso, all’apparato respiratorio, alla capacità riproduttiva, per menzionare solo alcune delle voci maggiormente interessate dai danni della sostanza, e il dato non provoca né allarme né reazione.

Si fa fatica a qualificare «droga leggera» la cannabis in circolazione, della quale costituisce un campione quella sequestrata nelle operazioni di polizia, nel momento in cui perfino la cannabis in foglie risulta avere una percentuale media di principio attivo pari a 10.8, con punte del 31. È ben noto che la cannabis più potente che si riscontra in natura ha il thc pari al massimo a12.5%: il che vuol dire che quella che circola normalmente è stata sottoposta ad alterazione con gli strumenti oggi disponibili a chiunque, acquistabili senza problemi per internet.

Si fa ancora più fatica ad adoperare l’ aggettivo «leggera» per una sostanza che nel 2016 ha fatto incrementare del 65% i ricoveri ospedalieri nella fascia compresa fra i 15 e i 17 anni e del 36.5% al di sotto dei 15 anni. A ciò si aggiunga che il 44% dei soggetti in che nel 2016 si è sottoposto a un trattamento di recupero faceva uso esclusivo di derivanti della cannabis. E questo per non dire dei problemi seri di salute che emergono al netto dalle ospedalizzazioni: che sfuggono da rilevazioni statistiche, ma conoscono una drammaticità quotidiana, soprattutto quando i problemi riguardano l’equilibrio psichico.

Come ricordava ieri il professor Serpelloni, i dati vanno interpretati, dopo averli letti. Se mancalo sforzo di considerarli nel loro insieme appaiono contraddittori. Va spiegato come mai nel 2016 le operazioni antidroga delle forze di polizia sono indicate in aumento; la cannabis ha la diffusione massiva appena ricordata; il suo incremento si ricava anche dai dati in crescita dei ricoveri ospedalieri; il 91,4% dei seguestri riguardano cannabis e derivati; e tuttavia, in termini quantitativi l’hashish sequestrato è il 64,8% in meno rispetto al 2015 e le denunce all’autorità giudiziaria per detenzione e spaccio di cannabis sono appena il 49,5% del totale.

Non vi è incoerenza di informazioni, significa che il contrasto di polizia e giudiziaria verso la cannabis sconta il pregiudizio che è una droga «leggera», e si mostra inversamente proporzionale rispetto alla sua diffusione. Non è frutto del caso: nella primavera 2014, cogliendo l’occasione di una sentenza della Corte costituzionale che poneva problemi solo formali verso la riforma legislativa del 2006, il governo allora presieduto da Matteo Renzi ha imposto con voto di fiducia un decreto legge che, fra l’altro, per le droghe ripristinava l’ anti-scientifica distinzione pesanti/leggere, restaurava la non punibilità per la detenzione finalizzata «per uso personale», eliminava l’arresto obbligatorio in flagranza per lo spaccio di lieve entità. Gli esiti sono stati: l’aumento della parcellizzazione dello spaccio: in assenza di obbligo di arresto quando si è colti sul fatto se si hanno con sé poche dosi, ci si fa furbi e si viaggia sempre con poche dosi (il solo fastidio è di fare il su e il giù dal deposito con più frequenza); la riduzione al minimo delle sanzioni per i derivati della cannabis; l’incremento dell’area dell’impunità.

Ma è l’intero sistema che è saltato in aria. Secondo la legge, quando la sostanza, per qualità e/o quantità, è ritenuta per uso personale, chi la detiene viene «segnalato» al Prefetto per l’adozione di sanzioni amministrative, dalla sospensione della patente di guida a quella del porto d’armi, o per l’avvio a una struttura di recupero. A conferma dell’estensione della diffusione della cannabis, la relazione informa che l’83,6% delle segnalazioni al Prefetto riguardano proprio chi è colto in possesso di tale sostanza e/o ne fa uso.

Qual è la sorte di tali segnalazioni? Su 32.687 soggetti «segnalati» per ogni tipo di sostanza (ma, come si è detto, più di 8 su 10 lo sono per la cannabis), solo 13.157 sono stati interessati da sanzioni amministrative. E gli altri? Non hanno problemi a porsi alla guida di un mezzo o a girare con un’arma? Il dato realmente sconfortante è il numero di coloro che, sollecitati dal Prefetto, accolgono l’invito ad avviare un trattamento di recupero: appena 122, circa lo 0,3%. È in calo anche il ricorso allo strumento dell’affidamento in prova per il recupero, finalizzato a evitare il carcere: da 3328 del 2013 a 2991 del 2016. Il rigore iniziale spingeva ad affrontare i sacrifici del recupero; l’attenuazione di quel rigore circoscrive l’area del recupero: chi ne trae vantaggio?

La relazione avrebbe dovuto occupare, come è accaduto sul Mattino, le prime pagine di tutti i quotidiani italiani e aprire i tg. Invece ha meritato qualche trafiletto: a conferma che sulla questione droga vige una rimozione al tempo stesso culturale, mediatica e politica. Con l’ipocrisia del dibattito intermittente sulla legalizzazione, quando la legalizzazione di fatto c’è già stata col decreto Renzi del 2014. Con i radicali e con le associazioni che a loro fanno riferimento è condivisibile solo una proposta: quella- dopo 8 anni! – di una nuova conferenza nazionale sulle dipendenze. A condizione che a base di essa vi siano i dati obiettivi raccolti nelle relazioni ufficiali e l’individuazione di un impegno organico e articolato di conoscenza e prevenzione: che informi nelle scuole sugli effetti reali di ogni tipo di droga, che riprenda spot seri e grandi campagne sui media e sui social, che svolga un bilancio obiettivo degli effetti della «leggerezza» non solo nella qualifica della cannabis, ma anche del disinteresse verso ciò che essa ha contribuito a provocare.

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