Gandolfini (Family Day): comunicato su fine vita ed eutanasia

Gandolfini (Family Day): comunicato su fine vita ed eutanasia

Riportiamo di seguito il comunicato emesso in data 17 novembre da Massimo Gandolfini, portavoce del Comitato Difendiamo i nostri figli, che il Centro Studi Livatino condivide integralmente.

Siamo grati al Santo Padre per aver ribadito i cardini della dottrina cattolica sul tema etico del cosiddetto ‘fine vita’. Ogni accanimento terapeutico, oltre che essere un errore dal punto di vista medico, è un atteggiamento inaccettabile, che travalica il valore ed il significato dell’alleanza di cura, medico-paziente. Lo stesso articolo 32 della nostra Costituzione sancisce la necessità del consenso informato – libero ed attuale – da parte del paziente per qualsivoglia terapia gli venga proposta. Il Santo Padre ha altresì confermato la rigorosa condanna di ogni azione ed intento eutanasico, sia attivo che omissivo, quale grave violazione del diritto alla vita”. Così Massimo Gandolfini, presidente del Comitato promotore del Family day, commenta la lettera del Santo Padre alla Pontificia Accademia per la Vita.
“Le parole del Papa ci confermano nella volontà di servizio ed accudimento verso i malati, le persone fragili e gravi disabili. Ciò significa che, rifiutando ogni scorciatoia eutanasica, abbiamo il dovere di ritrovare le fondamenta della solidarietà umana, che accompagna la persona sofferente nella malattia, fino alla morte naturale. Splendido esempio di questo accompagnamento carico di amore è stata S. Teresa di Calcutta che ha accudito e servito i malati fino all’ultimo respiro, respingendo ogni scorciatoia eutanasica”, prosegue Gandolfini.
Riteniamo inaccettabile la squallida strumentalizzazione delle parole del Papa che varie agenzie di comunicazione stanno perpetrando, proponendo inesistenti interpretazioni di inedita apertura verso forme di disponibilità della vita umana. La ferma condanna dell’accanimento terapeutico si è accompagnata all’altrettanto ferma condanna di ogni forma di eutanasia. Se sul piano cristiano, la vita è dono di Dio ed è solo Lui che ha il potere di darla e di toglierla, sul piano civile la società deve imparare il grande valore della solidarietà, che implica anche sacrificio, oblazione e dedizione per chi è chiamato a curare i malati. I casi, anche recenti, di malati stabilizzati da anni che hanno richiesto suicidio assistito stanno a testimoniare quanta strada abbiamo ancora da fare sul piano della ‘medicina palliativa’, intesa come cura del corpo e dello spirito”, afferma ancora il presidente del Family day.
“Infine, per quanto attiene il ddl. 2801 sul biotestamento, auspichiamo che le forze politiche abbandonino la logica del vantaggio partitico e valutino con attenzione la sostanza della posta in gioco. Logiche eutanasiche omissive o suicidarie, travestite da libere scelte, vanno condannate ed eliminate. Il testo attuale necessita di modifiche serie, che sarebbe gravemente colpevole non approntare in nome di una presunta quanto inesistente fretta, che risponde in realtà solo a logiche legate all’imminente interesse elettorale”, conclude Gandolfini.

Roma, 17 novembre 2017                                                                                         Comitato Difendiamo i Nostri Figli

Share
Il Giurì della pubblicità: conforme al Codice di Autodisciplina il “Bus della Libertà”

Il Giurì della pubblicità: conforme al Codice di Autodisciplina il “Bus della Libertà”

Il Giurì della pubblicità dichiara conforme al Codice di Autodisciplina il manifesto di Generazione Famiglia e di CitizenGo Italia sul “Bus della Libertà”

Negli ultimi giorni dello scorso settembre, Generazione Famiglia e CitizenGo Italia hanno affisso in vari punti di Roma il seguente manifesto, finalizzato al lancio del tour del “Bus della Libertà”:

Dopo qualche giorno – precisamente il 4 ottobre – le promotrici si sono viste recapitare un’ingiunzione di desistenza del Comitato di Controllo dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP), con cui veniva ordinata la cessazione immediata della diffusione del manifesto in quanto asseritamente contrario agli artt. 10, 11 e 46 del Codice di Autodisciplina Pubblicitaria.

Giova precisare che la campagna pubblicitaria in esame rientrava nella giurisdizione dello IAP[1] in quanto: i) Generazione Famiglia e CitizenGo Italia avevano utilizzato gli spazi di affissione gestiti da una società aderente al sistema di autodisciplina pubblicitaria; ii) la competenza dello IAP non è limitata alla comunicazione pubblicitaria di carattere commerciale ma, ai sensi dell’art. 46 del Codice di Autodisciplina, si estende anche agli “appelli al pubblico” e alle campagne di promozione sociale.

Con specifico riferimento al messaggio pubblicitario di Generazione Famiglia e di CitizenGo, il Comitato di Controllo dello IAP contestava:

  • l’utilizzo asseritamente fuorviante dell’espressione “violenza di genere”, che sarebbe comunemente riferita allo specifico fenomeno della violenza sulle donne e che qui, invece, sarebbe stato utilizzato in un contesto e con un significato del tutto diverso;
  • la violazione dell’art. 10 (“Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona”)[2], in quanto, secondo il Comitato di Controllo, la “perentorietà” delle immagini e del messaggio avrebbe veicolato “un contenuto offensivo per la dignità della persona (…) ovvero per tutti coloro che non si riconoscono nell’impostazione rigidamente escludente assunta dai promotori (basata sulla rigida distinzione di estrazione biologica), che seppur lecitamente esprimibile non ha ragione di ledere la libertà di veicolare altre e diverse idee e deve comunque essere veicolata come opinione di una parte”;
  • la violazione dell’art. 11 (“Bambini e Adolescenti”)[3], in quanto “un pubblico di adolescenti, personalità ancora in formazione, per esempio potrebbe risultare turbato dalla carica traumatica delle parole e delle immagini, che definiscono peraltro come “libertà” unicamente quella di proclamare l’identità sessuale come maschio o come femmina. (…) La comunicazione colpisce infatti anche quei minori non ancora pronti ad una corretta elaborazione critica del messaggio, potendo creare non solo disordine nell’immaginario, ma soprattutto la possibilità di banalizzazione di condizioni personali spesso molto delicate e anche dolorose”;
  • la violazione dell’art. 46 (“Appelli al pubblico”)[4], in quanto il messaggio sarebbe stato presentato come fatto accertato e non come opinione di parte.

Con due memorie difensive, Generazione Famiglia e CitizenGo hanno proposto opposizione dinanzi al Giurì, evidenziando puntualmente le numerose criticità che affliggevano il provvedimento.

Ebbene, a seguito dell’udienza tenutasi il 10 novembre 2017, il Giurì ha ritenuto di condividere complessivamente le difese dei promotori della campagna: pertanto, ribaltando il giudizio del Comitato di Controllo, ha dichiarato il manifesto in esame conforme al Codice di Autodisciplina Pubblicitaria.

Rinviando un commento più approfondito al momento in cui verrà pubblicato il testo integrale della decisione, vale la pena di sottolineare fin d’ora la grande importanza di questa pronuncia. Da oggi, infatti, deve ritenersi accertato che chiamare “violenza di genere” quella che si compie nelle scuole ai danni dei bambini sottoposti ad iniziative pro-gender, nonché ribadire esplicitamente che “I bambini sono maschi e le bambine sono femmine”, non soltanto è lecito ma è anche corretto dal punto di vista della deontologia pubblicitaria.

[1] Lo IAP è un’associazione costituitasi nel 1966. Il suo scopo è quello di sottoporre le imprese ad essa aderenti alle norme del Codice di Autodisciplina Pubblicitaria, un sistema di autoregolamentazione volto a garantire che il fenomeno pubblicitario sia onesto, veritiero e corretto (art. 1, Codice di Autodisciplina Pubblicitaria). Quando un messaggio pubblicitario creato da un soggetto aderente allo IAP viene considerato contrario al Codice di Autodisciplina Pubblicitaria, lo stesso non può essere più diffuso in nessuno dei mezzi “di comunicazione commerciale che direttamente o tramite le proprie Associazioni hanno accettato il Codice di Autodisciplina, ancorché non siano stati parte nel procedimento avanti al Giurì” (art. 40).

[2] Art. 10 – Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona.
La comunicazione commerciale non deve offendere le convinzioni morali, civili e religiose.
Essa deve rispettare la dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni e deve evitare ogni forma di discrimina-zione, compresa quella di genere.

[3] Art. 11 (Bambini e Adolescenti)
Una cura particolare deve essere posta nei messaggi che si rivolgono ai bambini, intesi come minori fino a 12 anni, e agli adolescenti o che possono essere da loro ricevuti. Questi messaggi non devono contenere nulla che possa danneggiarli psichicamente, moralmente o fisicamente e non devono inoltre abusare della loro naturale credulità o mancanza di esperienza, o del loro senso di lealtà.
In particolare questa comunicazione commerciale non deve indurre a:

  • violare norme di comportamento sociale generalmente accettate;
  • compiere azioni o esporsi a situazioni pericolose;
  • ritenere che il mancato possesso del prodotto oggetto della comunicazione significhi inferiorità, oppure mancato assolvimento dei loro compiti da parte dei genitori;
  • sminuire il ruolo dei genitori e di altri educatori nel fornire valide indicazioni dietetiche;
  • adottare l’abitudine a comportamenti alimentari non equilibrati, o trascurare l’esigenza di seguire uno stile di vita sano;
  • sollecitare altre persone all’acquisto del prodotto oggetto della comunicazione.

L’impiego di bambini e adolescenti nella comunicazione deve evitare ogni abuso dei naturali sentimenti degli adulti per i più giovani.
Sono vietate rappresentazioni di comportamenti o di atteggiamenti improntati alla sessualizzazione dei bambini, o dei soggetti che appaiano tali.

[4] Art. 46 (Appelli al pubblico)
È soggetto alle norme del presente Codice qualunque messaggio volto a sensibilizzare il pubblico su temi di interesse sociale, anche specifici, o che sollecita, direttamente o indi-rettamente, il volontario apporto di contribuzioni di qualsiasi natura, finalizzate al raggiungimento di obiettivi di carattere sociale.
Tali messaggi devono riportare l’identità dell’autore e del beneficiario della richiesta, nonché l’obiettivo sociale che si intende raggiungere.
I promotori di detti messaggi possono esprimere liberamente le proprie opinioni sul tema trattato, ma deve risultare chiaramente che trattasi di opinioni dei medesimi promotori e non di fatti accertati.
Per contro i messaggi non devono:

  1. sfruttare indebitamente la miseria umana nuocendo alla dignità della persona, né ricorrere a richiami scioccanti tali da ingenerare ingiustificatamente allarmismi, sentimenti di paura o di grave turbamento;
  2. colpevolizzare o addossare responsabilità a coloro che non intendano aderire all’appello;
  3. presentare in modo esagerato il grado o la natura del problema sociale per il quale l’appello viene rivolto;
  4. sovrastimare lo specifico o potenziale valore del contri-buto all’iniziativa;
  5. sollecitare i minori ad offerte di denaro.

Le presenti disposizioni si applicano anche alla comunicazione commerciale che contenga riferimenti a cause sociali.

Share
Un errore far risolvere ai giudici questa crisi

Un errore far risolvere ai giudici questa crisi

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato su Il Giornale il 5 novembre 2017.

La procedura del mae – mandato di arresto europeo – è diversa da quella dell’estradizione. Quest’ultima è un rapporto fra governi: l’autorità giudiziaria che deve pronunciarsi sulla consegna di un soggetto a un altro Stato non ha l’ultima parola; accerta che esistano le condizioni per accogliere la richiesta, ma la decisione è del ministro della Giustizia

Il quale, anche dopo una recente riforma che ne ha parzialmente limitato i poteri, può comunque far prevalere ragioni di sicurezza o di tutela di interessi nazionali essenziali per rifiutare la consegna. Il mae è invece un rapporto fra autorità giudiziarie degli Stati europei: è disciplinato da una decisione-quadro del Consiglio europeo dei ministri della giustizia e dell’interno del giugno 2002. Non vi è discrezionalità politica: nel caso di Carles Puigdemont, come in ogni altra vicenda nella quale un giudice di un Paese Ue emette un mae, la verifica da parte del giudice competente a esaminarlo nello Stato nel cui territorio si trova il ricercato è strettamente giurisdizionale. Se il magistrato belga cui sarà affidato il caso accerterà che i reati contestati nel mandato al leader indipendentista sono previsti come illeciti penali anche dalla legge del Belgio, e che l’autorità giudiziaria spagnola ha indicato correttamente gli elementi posti a base delle imputazioni, dovrà convalidare l’eventuale arresto e disporre la consegna alla Spagna. Prima ancora, quando Carmen Lamela, giudice della Audiencia national di Madrid inserirà – se non vi ha già provveduto – i dati qualificanti del mae nel Sistema di informazione di Schengen, il primo poliziotto belga che incrocerà per strada Puigdemont sarà tenuto ad arrestarlo e a metterlo a disposizione della magistratura belga.

Non sono qui in discussione i torti e le ragioni di Barcellona e di Madrid. È in discussione che una questione che esige una massiccia dose di impegno politico venga lasciata alla gestione dei giudici. Una delle crisi più laceranti che interessano uno Stato cardine dell’Ue è affidata a una procedura che nella routine quotidiana si applica per scippatori o spacciatori. In base a una recente normativa europea in tema di sanzioni pecuniarie, se parcheggio in sosta vietata a Berlino e non pago la contravvenzione sarò chiamato in giudizio davanti alla Corte d’appello nel cui territorio risiedo per rendere conto di quelle poche decine di euro non versate. Le stesse istituzioni dell’Ue che ritengono di interesse comunitario la mia infrazione al divieto di sosta hanno ribadito, fin dall’inizio della questione catalana, che si tratta di un «problema interno» alla Spagna. Ancora ieri l’altro la portavoce della Commissione europea, Annika Breidthardt, ha definito le richieste di arresto per Puigdemont e gli altri leader catalani «questioni per le autorità giudiziarie» nazionali, che «sono indipendenti».

Da tempo si lamenta il crescente superamento dei propri confini da parte dei giudici delle corti europee e delle corti dei singoli stati all’interno dell’Ue. Dipende dall’impostazione ideologica del singolo «giudice attivista», che ritiene rientrante nel proprio ruolo pure la creazione della norma o la prescrizione al governo dell’atto da svolgere. Ma dipende anche, come emerge dalla vicenda catalana, dalla rinuncia della politica – in questo caso, europea – all’assunzione delle proprie responsabilità, che avrebbero potuto e dovuto tradursi in iniziative istituzionali per affrontare la crisi. Ipotesi n. 1: il giudice belga competente a esprimersi sul mae convalida l’arresto di Puigdemont e nei sessanta giorni previsti dalla normativa lo consegna alla Spagna. Ipotesi n. 2: lo stesso giudice ritiene che invece quel mandato abbia carattere persecutorio per ragioni politiche o di nazionalità e rigetta la richiesta di Madrid. Nell’una come nell’altra ipotesi le ricadute politiche sarebbero enormi. Eppure le istituzioni Ue e i singoli governi che le esprimono hanno deciso di restare fuori la porta di quell’aula di giustizia, qualunque sia la sentenza. Non sempre la politica è debole per incursioni altrui. Talora, ed è questo il caso, avviene per propria scelta deliberata.

Share
Tutti indignati contro Erdogan, ma il regime di Maduro ormai è dittatura

Tutti indignati contro Erdogan, ma il regime di Maduro ormai è dittatura

Pubblichiamo l’intervento svolto da Luis Alberto Petit Guerra al convegno Giudici senza limiti?, organizzato a Roma il 20 ottobre dal Centro studi Livatino. La relazione è stata ripresa dal sito Fino a prova contraria, coordinato da Anna Lisa Chirico.

Il ruolo del giudice naturale (indipendente e autonomo) in una democrazia in corso di estinzione: il caso Venezuela

“(…) bisogna riconoscere che tutta la corporazione è stata corresponsabile del fallimento del nostro sistema giudiziario, considerato che tanta apatia a fronte di volgari aggressioni è semplicemente imperdonabile”[2].

  1. Comprendere gli “errori” del passato non significa giustificare gli “errori” del presente

Fin dalla premessa a questo mio intervento, desidero rappresentare il giudizio assai critico (e per nulla compiacente) che ho maturato di fronte alla permanente e perversa politicizzazione del potere giudiziario in Venezuela. Ho sempre criticato, e severamente, la politicizzazione del potere giudiziario, sia in relazione al precedente regime democratico (1958-1998) che con riferimento all’attuale regime (1999-2017)[3]. Tuttavia, per le ragioni che indicherò più avanti, gli indici di sottomissione al potere politico, e di mancanza sia di indipendenza che di autonomia, sono più accentuati negli ultimi tempi, anche in considerazione delle loro conseguenze sui diritti fondamentali. Tale situazione, lungi dall’arrecare vantaggio a quel che residua del quadro istituzionale (già compromesso), rafforza il processo, già consistente, verso la definitiva estinzione di una giurisdizione degna di questo nome.

La crisi del passato regime democratico, addebitabile in parte alla crisi dei principali partiti tradizionali[4], ha portato al potere nuovi attori “politici”, con alcuni elementi provenienti dalla sovversione e dalla lotta armata presumibilmente “pacificati”. E’ grazie all’impulso di questi ultimi attori che viene approvata con il voto popolare la vigente Costituzione della Repubblica Bolivariana del Venezuela (1999[5]), che al suo esordio realizzò un importante ( anche se solo “iniziale”) processo di riforma del Potere Giudiziario. Ben presto, infatti, si manifesteranno le distorsioni del sistema, dal momento che detto processo, basato su pubblici concorsi per la selezione dei giudici (indipendenti e autonomi) rimarrà in vigore soltanto dal 2000 al 2003, allorquando i concorsi vengono sospesi indefinitamente e lo sono tuttora, oramai da 15 anni.

  1. Le riflessioni interiori di una toga indipendente e autonoma.

Ciò che mi spinge a parlare è la trasparenza di una ricerca, esito di anni di studio e di una lunga permanenza nell’amministrazione della giustizia, dapprima quale funzionario amministrativo e poi come giudice; ed ancora, come avvocato, come professore universitario, come ricercatore, come giudice arbitrale. Si tratta di una scelta di vita senza alcun tipo di militanza partitica, senza privilegiare alcuna ideologia politica (di centro, di destra o di sinistra).

Le considerazioni che seguono descrivono un quadro che può essere “constatato” da qualunque osservatore; con dati e informazioni oggettivi; con circostanze e denunce che, aldilà degli orientamenti culturali e politici di chiunque legga questo testo, invitano ad una analisi profonda ed allo stesso tempo serena, lontana dagli stridori dei vergognosi fanatismi ideologici[6]. Nel caso del Venezuela, non è la prima volta, purtroppo, che il termine fanatismo si manifesta nella storia del Paese[7].

Le idee qui esposte costituiscono la voce di un giurista (impegnato nella difesa della Costituzione come progetto “integratore” di ogni diversità culturale, sociale, economica, religiosa e di ogni pluralismo politico) che “grida”, spinto dalla necessità di recuperare quel poco di struttura istituzionale che rimaneva al paese che lo ha visto nascere, il Venezuela; è la voce di un ex vero giudice. L’espressione vero giudice non indica alcuna presunzione; in quanto, senza esagerazioni, è usata per descrivere quella che è oramai una condizione caratterizzata sempre più da “singolarità”, all’interno di un sistema giudiziario divenuto per molti aspetti anomalo. Tale singolare condizione (che non è caratteristica di chiunque abbia una carta d’identità che lo qualifichi “giudice”) rimanda in primo luogo alla sua stessa nomina: sono stato designato, come voleva la Costituzione, mediante regolare concorso; rimanda, in secondo luogo, alle modalità di svolgimento della funzione giurisdizionale, essendo questa esercitata in nome e per tutti i cittadini in generale, e non per favorire una classe, un’ideologia, o un gruppo politico o economico, a danno di altri.

Parlare oggi di veri giudici in Venezuela, vuol dire riferirsi a qualcosa di assai raro, a soggetti che restano indipendenti e autonomi di fronte alle innumerevoli aggressioni e pressioni dei diversi gruppi di potere. Quello che, infatti, in altri paesi viene inteso come principio del giudice naturale precostituito per legge, nonostante esista anche nella nostra Costituzione, non viene più di fatto rispettato, dal momento che sono sempre meno i giudici veramente “naturali”. Stiamo assistendo a un chiaro processo di distruzione dell’indipendenza giudiziaria. Nella maggior parte dei casi siamo in presenza di giudici snaturalizzati,  nel senso, cioè, che non sono stati designati nella forma prevista dalla Costituzione, non godono di vera indipendenza, non godono di autonomia, non godono di stabilità. Sono giudici perché godono i favori del potere politico e vengono nominati per essere usati come “pezzi” di un triste puzzle.

Allorché i promotori della presente Costituzione del 1999 si resero conto che i concorsi per la designazione dei giudici ordinari davano come risultato soltanto la selezione di persone idonee, nel senso dell’indipendenza e dell’assoluta autonomia, sospesero “indefinitamente” i detti concorsi. Si tratta di una storia oscura che tentiamo qui di riassumere: quando il “Tribunal Supremo de Justicia”, giudicando i militari coinvolti nel colpo di stato del 2002, aveva pronunciato una sentenza con la quale decideva che non si trattava di un “golpe militare” bensì di un “vuoto di potere”, l’ira dell’ex-presidente Chávez si manifestò sulle catene radio e tv (si pensi che egli pubblicamente qualificò questa sentenza come un vero e proprio “escremento”). Immediatamente il suo partito politico diede inizio ad una precisa strategia diretta a “far fuori” i magistrati non in linea con la sua ideologia. Poiché la legge che istituiva e disciplinava il “Tribunal Supremo de Justicia” era di tipo c.d. “organico”, cioè di grado superiore alla legge ordinaria (e per tanto, la sua modifica richiedeva una maggioranza qualificata), intervenne in aiuto del Presidente la “Sala Constitucional”, stabilendo che, nonostante si trattasse di una legge organica, in questo “solo caso” poteva essere trattata come legge ordinaria (e quindi poteva essere riformata senza necessità di maggioranza qualificata); cosa che, in effetti, avvenne con i voti di soli 43 deputati su un totale di 167[8].

Con la modifica del testo della legge organica del “Tribunal Supremo de Justicia”, il numero di magistrati da 20 fu portato a 32, e le forze governative  assunsero il controllo del massimo tribunale che iniziò a “designare” (senza concorso) il resto dei giudici ordinari per tutte le funzioni. Da questo momento il potere giudiziario non sarebbe stato più lo stesso: non era più né “potere” né “giudiziario”, ma si trasformò in un organo dipendente dal Potere Esecutivo.

Chiunque potrà costatare che da quel momento in Venezuela (i), nonostante la Costituzione dica nell’articolo 255 che i giudici devono essere designati mediante concorsi pubblici[9], detti concorsi sono stati sospesi “indefinitivamente” dall’anno 2003 per ragioni che non sono mai state spiegate [10]; (ii) che nonostante la Costituzione dica nell’articolo 286 che i pubblici ministeri devono essere designati secondo le norme di legge, per garantire la loro indipendenza e autonomia, oggi esistono soltanto cinque persone  che sono realmente titolari delle relative funzioni attraverso concorso; (iii) e che i Magistrati del “Tribunal Supremo de Justicia” ultimamente designati, non sono stati scelti mediante un processo rigoroso di selezione che garantisca la selezione dei migliori, con “riconosciuta competenza e riconosciuto prestigio” come dice la Costituzione. La maggioranza dei magistrati designati, infatti, non possiede titoli di dottore in scienze giuridiche, non ha pubblicazioni importanti di opere giuridiche, non ha realizzato ricerche scientifiche, non è fatta da professori universitari. Non sono stati oggetto di valutazione in rapporto di “eguaglianza”  con gli altri candidati, e neppure a seguito di un dibattito “plurale”, aperto a tutte le forze politiche rappresentate in Parlamento, essendo stati, invece, scelti, in maniera sommaria e senza rispettare i termini di legge, dal gruppo politico dominante che all’epoca controllava la maggioranza della assemblea nazionale ( il Parlamento).

Se tuttavia questi dati non risultassero convincenti, ci si può domandare quali siano le ragioni per le quali la maggioranza dei giudici titolari della giurisdizione ordinaria, cioè quelli che sono stati designati con regolari concorsi), abbia deciso di “rinunciare” ai rispettivi incarichi, ed evitare di rendersi complici di ordini illegali). I mezzi di comunicazione nazionali (radio, TV, stampa) tacciono circa il fenomeno delle ricorrenti dimissioni di magistrati, tuttora in corso. Bisogna anche chiedersi quali siano le ragioni per cui la Scuola Nazionale della Magistratura ( ente amministrativo collegato al “Tribunal Supremo de Justicia”) non pubblica, nella sua pagina web, il risultato di tutti i concorsi, né appaiono le prove dei rispettivi concorsi con l’elenco dei vincitori o dei non ammessi.

In definitiva, sempre meno giudici  naturali, nel senso di “costituzionali”, rimangono in Venezuela.

In questo panorama bisogna domandarsi: a chi può ricorrere il cittadino comune quando, per esempio, è destinatario del provvedimento di “revoca” del passaporto, non essendo previsto alcun procedimento amministrativo diretto ad impedirgli l’uscita dal paese? O quando è colpito da misure che impongano il carcere a seguito di processi viziati, perché celebrati davanti a procuratori e giudici non naturali, in quanto né indipendenti né autonomi? Oppure quando si trovi nell’impossibilità di esercitare i diritti umani più elementari, come la difesa della vita, della salute, il diritto all’educazione, il diritto ad avere condizioni di vita dignitosa, ed in primo luogo alla stessa alimentazione?

E nel mentre ci si rivolge ai pochissimi giudici naturali, autonomi e indipendenti, che ancora rimangono in un sistema giudiziario “atrofizzato”, si impone la domanda, piena di speranza, ci sarà pure un giudice a Caracas?; nello stesso significato con cui questa domanda ( “aún queda un juez en Berlín[11]” o “ Ci sarà pure un giudice a Berlino”[12]) nacque in presenza e in risposta a un potere politico totalitario.

Questa deriva del Potere Giudiziario per fini ideologici è stata sufficientemente documentata davanti agli organismi internazionali[13]. Per il livello di estremismo e di cecità ideologica, costituisce una specie di jihad caraibica, un gran laboratorio politico nel quale sono coinvolti molti interessi. Per il cittadino –privato della tutela di giudici indipendenti ed autonomi- diventa davvero impossibile lottare contro l’onnipotente Stato centrale[14].

Pur rispettando coloro che ancora appoggiano il “governo” venezuelano, osserviamo che essi cadono in una evidente incoerenza, fra i principi proclamati in teoria e quelli applicati nella pratica; e dimenticano la manipolazione dei sentimenti dello sfruttato: sono infatti i più poveri che soffrono più pesantemente la mancanza di tutela dei diritti fondamentali; dimenticano, proditoriamente, gli effetti di questo Gulag “moderno” alla venezuelana.

Di fronte a tutto ciò noi democratici, che non usiamo né fucili né pallottole, e che maneggiamo solo categorie giuridiche, non possiamo giustificare chi fonda le proprie idee sulla eliminazione fisica di chi la pensa diversamente ( mediante carcere, persecuzione, esilio o morte); e neppure possiamo tollerare che il Potere Giudiziario si faccia complice strumento contro la democrazia[15].

Per concludere. I promotori della Costituzione “bolivariana” preferiscono dimenticare quello che lo stesso Libertador Simón Bolívar espresse sull’argomento: “ Il Potere giudiziario che auspico gode della assoluta indipendenza[16]”. O sono davvero bolivariani e quindi si impegnano a garantire la vera indipendenza giudiziaria (che garantisce la convivenza di ogni pluralismo), oppure si tolgano la maschera della menzogna[17].

Piuttosto che seguire modelli o idee che si pretendono di importare da altre latitudini ( si chiamino Stati Uniti, Cuba, Russia o Cina), un Venezuela autenticamente democratico, repubblicano e libero, reclama un giudice indipendente e autonomo a Caracas. Solo cosi noi cittadini possiamo continuare a lottare per il recupero della normalità istituzionale che ogni giorno si fa più urgente.

Intervento di Luis Alberto Petit Guerra [1] , Giudice del Venezuela.

Convegno Nazionale del Centro Studi Livatino | Roma, 20 ottobre 2017


Note:

[1] Ex Juez titular Civil (municipal) y Ex Coordinador del Área Metropolitana de Caracas, (ii) Doctor en Derecho Constitucional, Universidad de Sevilla (España), (iii) Máster en Derecho Constitucional, Universidad de Sevilla (España), (iv) Especialista en Derecho Procesal Constitucional, Universidad Monteávila (Venezuela); (v) Especialista en Derecho Procesal, Universidad Central de Venezuela, (vi) Ricercatore del programa de Doctorado en Derechos Fundamentales y Justicia Constitucional, Universidad de Pisa (Italia); (vi) Profesor de postgrado, Universidad Monteávila (Venezuela). Con publicaciones y/o conferencias en Argentina, Bolivia, Bélgica, Brasil, Colombia, Costa Rica, Ecuador, España, Italia, México, Panamá, Paraguay, Perú, Uruguay. Correo electrónico: luispetitguerra@hotmail.com

[2] CHAVERO GAZDIK, R. La justicia revolucionaria. Una década de Reestructuración (o involución) Judicial en Venezuela, editorial Aequitas, Caracas, 2010, p. 265.

[3] PETIT GUERRA, L. Estudio sistemático de los órganos de gobierno judicial: una retrospectiva en Venezuela, en: Estudios sobre la administración de tribunales, Ed. Porrúa, México, 2013, pp.205 y ss.

[4] BREWER CARÍAS, A. La Constitución de 1999. Derecho Constitucional Venezolano, tomo I, Colección textos Legislativos, Nro.20, Editorial Jurídica Venezolana, cuarta edición, Caracas, 2004, p.14

[5] Approvata il 15 dicembre de 1999. Disponibile in: http://www.mpptaa.gob.ve/publicaciones/leyes-y-reglamentos/constitucion-de-la-republica-bolivariana-de-venezuela (sett, 2017).

[6] Vid., DEL AGUILA, R. Crítica de las ideologías. El peligro de los ideales, editorial Taurus, Madrid, 2008, p.15

[7] Non è la prima volta che si parla di fanatismo che unito alla ignoranza sono stati una miscela “pericolosa” per quanto riguarda la venezuelanità. Ved. VALLENILLA SANZ, L. Cesarismo Democrático. Estudios sobre las bases sociológicas de la Constitución efectiva de Venezuela (Capítulo: Psicología de la masa popular), editorial Empresa El Cojo, Caracas, 1919, p.151.

[8] RUEDA PINTO, R.J.; MERCADO MEDINA, G., Breves comentarios a la ley Orgánica del Tribunal Supremo de Justicia, Anuario No. 27, 2004, p.7 (1-57). Disponible: http://servicio.bc.uc.edu.ve/derecho/revista/idc27/27-14.pdf

[9] Artícolo 255 della CRBV (1999): “L’accesso alla carriera giudiziaria e la promozione dei giudici avverrà per pubblico concorso che assicuri l’idoneità e l’eccellenza dei/delle partecipanti e saranno selezionati/e dai giurati dei distretti giudiziari, nella forma e secondo le condizioni stabilite dalla legge(…)”

[10] Come documentato da diverse fonti, all’epoca (2003), l’ex presidente del Tribunal Supremo de Justica (Iván Rincón Urdaneta, attuale Ambasciatore del Venezuela in Colombia), aveva segnalato che alcuni studi di avvocati pretendevano “influire” nella scelta dei rispettivi comitati o giurati. D’altro canto, l’ex Ispectore generale dei Tribunali (René Molina), contraddicendo quella dichiarazione, aveva denunciato che stava ricevendo pressioni del Potere Esecutivo per influire nel risultato dei concorsi. Ved., Human Rights Watch, Manipulando el Estado de Derecho: Independencia del Poder Judicial amenazada en Venezuela, Vol.16, n.3, junio, 2004, p.12.

[11] Disponibile: https://avogadosnovosvigo.wordpress.com/2014/05/15/aun-hay-jueces-en-berlin/ (sept., 2017).

[12] Disponibile: http://comodoscuola.blogspot.it/2007/11/origine-del-detto-ce-un-giudice-berlino.html (sept., 2017).

[13] Disponibile: https://www.icj.org/wp-content/uploads/2017/09/Venezuela-Suprem-Court-Publications-Reports-Thematic-reports-2017-ENG.pdf

[14] CANOVA GONZÁLEZ, A., HERRERA, L. A., RODRÍGUEZ, R. y GRATEROL, G. El Tribunal supremo de justicia al servicio de la revolución, Ed. Galipán, Caracas, 2015.

[15] ALVARADO ANDRADE, J. M. Reflexiones sobre la justicia constitucional como función republicana. ¿Es la justicia constitucional en Venezuela un instrumento de la Democracia?, en: Temas de derecho constitucional y administrativo, Libro homenaje a Josefina Calcaño de Temeltas, Ed. Funeda, Caracas, 2010, p.364.

[16] Cfr., GOMEZ GRILLO, E. Las ideas penales y criminológicas de Simón Bolívar, ILANUD, Año 7, nro.20, p.57.  (51-60). Disponibile: http://ilanud.or.cr/A070.pdf (sept., 2017).

[17] Circa alcune analisi erronee dovute alle “storture”, Vid. BOLÍVAR MEZA, R. Simón Bolívar: su propuesta de gobierno republicano centralista y la utopía de la construcción de una Patria Grande, (45-65) (ci riferiamo in particolare alla stortura ideológica presentata a pagina 65). Disponibile: file:///C:/Users/luis/Downloads/Dialnet-SimonBolivar-5114638.pdf (sept., 2017).

Share

By continuing to use the site, you agree to the use of cookies. more information

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close