La legge sulle dat non può cancellare  il fondamentale diritto all’obiezione di coscienza

La legge sulle dat non può cancellare il fondamentale diritto all’obiezione di coscienza

 

 

 

 

 

 

A margine della prolusione del Card. Bassetti al Consiglio permanente della Cei

Comunicato stampa

Siamo grati al Card. Bassetti perché nella sua prolusione ha sottolineato la necessità che, dopo l’approvazione della legge 219/2017, sia salvaguardata l’obiezione di coscienza per il medico e per il personale sanitario e si scongiuri il “rischio di aziendalismo degli ospedali cattolici”. Premesso che la legge sarebbe stata inaccettabile pur se avesse espressamente previsto l’obiezione di coascienza, dal momento che di fatto ha introdotto l’eutanasia nell’ordinamento italiano, col documento che si allega ribadiamo che:

  1. il nostro ordinamento, in particolare la Costituzione nei suoi articoli 2, 19 e 21, e prima ancora la Dichiarazione univ. dei diritti dell’Uomo e la Convenzione EDU, riconoscono il diritto all’obiezione, pur se essa non trova espressa regolamentazione in una legge che causa conflitti di coscienza;
  2. tempi difficili attendono medici e personale sanitario che faranno prevalere i dettami della coscienza e della scienza medica su norme omicide, i quali potranno provare a invocare il diritto alla obiezione di coscienza davanti a singoli giudici, richiedendo in subordine un intervento della Corte costituzionale;
  3. le strutture sanitarie di ispirazione religiosa potranno anche eccepire una lesione della liberta religiosa protetta dall’art. 19 della Costituzione, come pure dell’articolo 7 della Costituzione da far valere dinanzi alla Corte costituzionale.

Il CSL-Centro Studi Livatino e il CDNF-Comitato Difendiamo i nostri Figli garantiscono il costante monitoraggio dell’applicazione delle nuove norme, a cominciare da quanto riguarda il diritto di obiezione, pronti a fornire sostegno giuridico a medici e personale sanitario che a causa di ciò si trovassero in difficoltà.

Roma, 22 gennaio 2018

info@centrostudilivatino.it   www.centrostudilivatino.it  (+39 340 265 2147)

 

NOTA CONGIUNTA DI CSL-Centro Studi Livatino  E CDNF-Comitato Difendiamo i nostri Figli

  1. La legge n. 219 del 22 dicembre 2017 Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento, che entrerà in vigore il prossimo 31 gennaio, introduce nell’ordinamento italiano l’eutanasia, snatura la professione del medico, sostituisce al principio di beneficialità – da sempre a fondamento di una medicina rispettosa dell’uomo – il principio della disponibilità della vita. Sarebbe stata inaccettabile pur se avesse previsto, come è per la legge sull’aborto, l’obiezione di coscienza del personale sanitario. L’istituto tuttavia non è stato previsto dal legislatore, come non è stata disciplinata l’esenzione applicativa del suo dettato per le strutture sanitarie di ispirazione religiosa: ciò rende ancora più grave un quadro già in sé negativo e preoccupante.
  2. Tale lacuna, più volte sottoposta all’attenzione del Parlamento, e da ultimo al Capo dello Stato, con documenti del CSL-Centro Studi Livatino e del CDNF-Comitato Difendiamo i nostri Figli, è stata confermata nell’Aula della Camera dal ministro della Salute il 20 dicembre 2017, in risposta a una question time proposta dall’on. Alessandro Pagano. L’on. Beatrice Lorenzin ha riconosciuto l’esistenza del problema, a tal punto che ha annunciato un incontro con i rappresentanti degli istituti sanitari religiosi al fine di individuare un equilibrio fra le nuove norme e la tutela delle intime posizioni di coscienza dei medici e del personale sanitario.

La lacuna desta preoccupazioni in sé, e per quanto affermato nei lavori preparatori, fra gli altri, dalla relatrice del provvedimento al Senato, la presidente della Commissione Igiene e Sanità Emilia De Biasi, che nella seduta del 12 giugno 2017 aveva detto testualmente: “Il tema dell’obiezione di coscienza della struttura noi lo abbiamo già affrontato nella prima audizione che abbiamo fatto. In particolare, parliamo naturalmente della sanità convenzionata (…). E quelle di carattere religioso è evidente che hanno un problema, che è un problema che riguarda però il Concordato. E quindi non è evidentemente la sede legislativa la sede adeguata per poter discutere di questo argomento. Nel senso che ci sono accordi precisi fra Stati e quindi evidentemente ci si richiamerà in eventuali ricorsi alla Corte costituzionale per sciogliere questo nodo”. Aggiungendo che nell’ipotesi di conflitti la soluzione sarebbe stata togliere “le convenzioni” agli enti ospedalieri d’ispirazione cattolica (cf. sito Internet del Senato http://webtv.senato.it/4621?video_evento=3768, a partire dal minuto 35).

  1. Sulla premessa di tale vulnus, istituzionalmente ammesso dal ministro responsabile di settore, nella consapevolezza delle notevoli difficoltà che si riverseranno a breve sui medici e sulle strutture sanitarie in virtù delle nuove disposizioni, con questa nota intendiamo chiarire, a fronte della mancata esplicita regolamentazione dell’obiezione di coscienza nell’ambito della legge sul consenso informato e sulle DAT, la strada – invero impervia e rischiosa – che rimane ai soggetti coinvolti per manifestare tale obiezione e astenersi dalle condotte eutanasiche che la loro coscienza vieta e che la legge permette.

L’obiezione di coscienza costituisce un diritto fondamentale dell’uomo garantito dalla Costituzione e dalle Convenzioni internazionali, che discende direttamente anzitutto dall’art. 2 della Costituzione, pur nell’assenza di una legge regolatrice.

Tuttavia, la mancanza di regolamentazione espressa da parte del legislatore rende l’esercizio del diritto assai complicato e rischioso. Infatti, la sua affermazione solleverà un grave e durissimo contenzioso: l’ultima parola sarà affidata alle mutevoli decisioni dei singoli giudici, i quali a loro volta potrebbero rivolgersi alla Corte costituzionale.

  1. In particolare, l’obiezione di coscienza trova fondamento giànella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, che nel preambolo proclama: “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza”. All’art. 18 la Dichiarazione precisa che “Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione”. Soccorre altresì la Convenzione europea per la Salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, che all’art. 9 riconosce a “ogni persona” il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione (le limitazioni di cui al secondo comma non permettono alcuna applicazione al caso di specie); mentre per l’art. 10 CEDU “ogni persona ha diritto alla libertà di espressione”.

La Corte Europea dei diritti dell’Uomo si è pronunciata in proposito. Ecco che cosa ha statuito nel caso Ercep contro Turchia (decisione del 22/11/2011): “ciò che è protetto dall’Articolo 9 della Convenzione, la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, è uno dei fondamenti di una “società democratica” ai sensi della Convenzione. Si tratta, nella sua dimensione religiosa, di uno degli elementi più essenziali per l’identità dei credenti e per la loro concezione della vita, ma è anche un bene prezioso per gli atei, gli agnostici, gli scettici e gli indifferenti. Si tratta del pluralismo, conquistato a caro prezzo nel corso dei secoli e da cui dipende il tipo di società. (…) il giudice deve tener conto della necessità di garantire un vero pluralismo religioso, di vitale importanza per la sopravvivenza di una società democratica (…) il pluralismo, la tolleranza e lo spirito di apertura sono le caratteristiche di una “società democratica”. “Benché sia necessario talvolta subordinare gli interessi individuali a quelli di un gruppo, la democrazia non significa semplicemente la supremazia costante dell’opinione di una maggioranza: deve essere raggiunto un equilibrio che garantisca l’uguaglianza di trattamento delle persone appartenenti alle minoranze e eviti qualsiasi abuso della posizione dominante“.

Uno Stato che neghi l’obiezione di coscienza nei casi in cui essa viene invocata da una pluralità significativa di persone o da soggetti che esercitano professioni qualificate, dalla cui opera dipende la vita o la morte – come è il caso dei medici e degli infermieri -, è sulla via di diventare uno Stato totalitario: questo avevano ben presente gli estensori della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (1948), scritta dopo l’esperienza di una guerra mondiale originata da uno Stato totalitario e in presenza della minaccia sovietica, ugualmente totalitaria.

  1. La Corte Costituzionale con la sentenza n. 467 del 1991 è intervenuta sull’obiezione di coscienza al servizio militare (in quel momento obbligatorio) nei termini seguenti: “A livello dei valori costituzionali, la protezione della coscienza individuale si ricava dalla tutela delle libertà fondamentali e dei diritti inviolabili riconosciuti e garantiti all’uomo come singolo, ai sensi dell’art. 2 della Costituzione, dal momento che non può darsi una piena ed effettiva garanzia di questi ultimi senza che sia stabilita una correlativa protezione costituzionale di quella relazione intima e privilegiata dell’uomo con se stesso che di quelli costituisce la base spirituale-culturale e il fondamento di valore etico-giuridico.

In altri termini, poiché la coscienza individuale ha rilievo costituzionale quale principio creativo che rende possibile la realtà delle libertà fondamentali dell’uomo e quale regno delle virtualità di espressione dei diritti inviolabili del singolo nella vita di relazione, essa gode di una protezione costituzionale commisurata alla necessità che quelle libertà e quei diritti non risultino irragionevolmente compressi nelle loro possibilità di manifestazione e di svolgimento a causa di preclusioni o di impedimenti ingiustificatamente posti alle potenzialità di determinazione della coscienza medesima.

Di qui deriva che – quando sia ragionevolmente necessaria rispetto al fine della garanzia del nucleo essenziale di uno o più diritti inviolabili dell’uomo, quale, ad esempio, la libertà di manifestazione dei propri convincimenti morali o filosofici (art. 21 della Costituzione) o della propria fede religiosa (art. 19 della Costituzione) – la sfera intima della coscienza individuale deve esser considerata come il riflesso giuridico più profondo dell’idea universale della dignità della persona umana che circonda quei diritti, riflesso giuridico che, nelle sue determinazioni conformi a quell’idea essenziale, esige una tutela equivalente a quella accordata ai menzionati diritti, vale a dire una tutela proporzionata alla priorità assoluta e al carattere fondante ad essi riconosciuti nella scala dei valori espressa dalla Costituzione italiana.”

La Corte, utilizzando il verbo “esigere” con riferimento al ruolo del legislatore, da una parte indicava un obbligo per il Parlamento, che, nel caso di specie, non è stato osservato; dall’altra restringeva il ruolo della legge a quello di “bilanciare” i beni costituzionali e dettare disposizioni di carattere organizzativo. Così concludeva:

“Sotto tale profilo, se pure a seguito di una delicata opera del legislatore diretta a bilanciarla con contrastanti doveri o beni di rilievo costituzionale e a graduarne le possibilità di realizzazione in modo da non arrecar pregiudizio al buon funzionamento delle strutture organizzative e dei servizi d’interesse generale, la sfera di potenzialità giuridiche della coscienza individuale rappresenta, in relazione a precisi contenuti espressivi del suo nucleo essenziale, un valore costituzionale così elevato da giustificare la previsione di esenzioni privilegiate dall’assolvimento di doveri pubblici qualificati dalla Costituzione come inderogabili (c.d. obiezione di coscienza).”

Come è evidente, i principi esposti dalla Consulta hanno un carattere generale, e vanno oltre la specifica legge in quel momento sottoposta al suo esame: se, infatti, l’obiezione di coscienza trova il suo fondamento costituzionale negli articoli 2, 19 e 21 della Costituzione, si può ben sostenere che l’operatività di tali articoli non si ferma in assenza di una esplicita previsione del legislatore, come è nel caso della legge sulle DAT. Poiché tuttavia manca la regolamentazione nel dettaglio, ciò comporterà gravissimi problemi nel momento in cui l’obiezione sarà sollevata, ma non può far giungere a negare in via di principio il diritto.

  1. Il primato della coscienza individuale, come affermato dalla Corte Costituzionale con la sentenza appena citata, non era stato contraddetto qualche anno prima, quando la stessa Corte, con la sentenza n. 196 del 1987, aveva respinto la questione di legittimità costituzionale della legge 194 del 1978, nella parte in cui non permetteva ai giudici tutelari, chiamati ad autorizzare le minorenni a procedere all’interruzione di gravidanza senza il consenso dei genitori, di sollevare obiezione.

La Corte aveva sancito che si trattava “di comporre un potenziale conflitto tra beni parimenti protetti in assoluto: quelli presenti alla realtà interna dell’individuo, chiamato poi, per avventura, a giudicare, e quelli relativi alle esigenze essenziali dello jurisdicere (ancorché intra volentes)“, confermando, appunto, la protezione assoluta della coscienza individuale. Aveva respinto la questione sulla base della posizione differente dei magistrati rispetto a tutti gli altri dipendenti pubblici (e tal fine aveva richiamato le norme sul divieto di iscriversi ai partiti politici e sull’inamovibilità), ma soprattutto sulla circostanza fatto che la funzione di magistrato garantisce appieno la sua coscienza: “Il magistrato è tenuto ad adempiere con coscienza appunto (art. 4 legge 23 dicembre 1946, n. 478) i doveri inerenti al suo ministero: si ricompongono in tal modo, nella realtà oggettiva della pronuncia, e i suoi convincimenti e la norma obiettiva da applicare. E’ propria del giudice, invero, la valutazione, secondo il suo prudente apprezzamento: principio questo proceduralmente indicato, che lo induce a dover discernere – secondo una significazione già semantica della prudenza – intra virtutes et vitia. Ciò beninteso in quei moduli d’ampiezza e di limite che nelle singole fattispecie gli restano obiettivamente consentiti realizzandosi, in tal guisa, l’equilibrio nel giudicare.

Tuttavia – per segnalare la necessità di una tutela piena della coscienza dei magistrati e l’equilibrio nell’esercizio della giurisdizione – la Corte aggiungeva un cenno (che aveva il sapore della raccomandazione) perché fossero adottate “adeguate misure organizzative nei casi di particolare difficoltà“, così da non destinare i magistrati la cui coscienza si oppone alle procedure abortive al ruolo di giudice tutelare.

  1. Alla luce del quadro costituzionale e convenzionale sopra tracciato, si può anche provare a valorizzare quanto previsto dalla legge sulle DAT in un periodo, aggiunto dalla Camera dei Deputati all’art. 1, comma 6: “Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali; a fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali”. Dai lavori preparatori emerge che tale inserimento era finalizzato proprio al riconoscimento dell’obiezione di coscienza.

La previsione ora ricordata è ambigua, essendo oltretutto preceduta dall’affermazione che “il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario“.

Tuttavia essa, ove interpretata alla luce del dato costituzionale e  convenzionale sopra citato, può costituire un ulteriore argomento per invocare l’obiezione di coscienza dei medici, mentre non riguarda gli infermieri, che rischiano di essere coinvolti obbligatoriamente nelle pratiche che determineranno la morte dei pazienti, e che non potranno che appellarsi direttamente al diritto costituzionale all’obiezione di coscienza sopra richiamato.

  1. Il riconoscimento del diritto di obiezione da parte del medico o del personale sanitario, quando ritenga di essere costretto dalla nuova legge a un atto eutanasico, pur avendo fondamento costituzionale e nelle convenzioni internazionali, sarà reso quanto mai problematico dalla mancata regolamentazione del diritto medesimo da parte del legislatore. E’ quindi prevedibile che di fronte alla invocazione dell’obiezione di coscienza si apra un contenzioso giudiziario, nel quale i soggetti coinvolti potrebbero provare a invocare una interpretazione convenzionalmente e costituzionalmente orientata di quanto stabilito dal legislatore nella legge sulle DAT. In subordine, potrebbe essere richiesto di portare la normativa sulle DAT all’esame della Corte costituzionale, sotto il profilo della mancata previsione del diritto alla obiezione di coscienza.
  2. La questione dell’obiezione di coscienza riguarda anche le strutture sanitarie private e i loro responsabili.

Con forte impronta ideologica, la legge prevede che “ogni struttura sanitaria pubblica o privata garantisce con proprie modalità organizzative la piena e corretta attuazione dei principi di cui alla presente legge“.

Nemmeno il legislatore del 1978, legalizzando l’aborto volontario, si era spinto a tanto: aveva infatti stabilito che le strutture private potessero eseguire interventi di IVG solo se “i rispettivi organi di gestione ne facciano richiesta” (art. 8 legge 194).

Se prevalesse la linea secondo cui una Asl o una Regione possano imporre a strutture sanitarie private pratiche eutanasiche in forza di DAT o di revoca di consenso a terapie salvavita, non verrebbe leso solo il diritto costituzionale alla libertà di coscienza dei responsabili e dei sanitari dipendenti delle strutture, ma, per le strutture religiose, sarebbe lesa la liberta religiosa, come pure l’articolo 7 della Costituzione. Infatti, l’accordo di revisione del Concordato, del 1984, prevede, all’art. 7, par. 4, che “Le attività diverse da quelle di religione o di culto, svolte dagli enti ecclesiastici, sono soggette, nel rispetto della struttura e della finalità di tali enti, alle leggi dello Stato concernenti tali attività”, mentre è evidente come la legge sulle DAT, nella parte in cui non prevede l’obiezione di coscienza della struttura, viola tale previsione e, dunque, l’art. 7 della Costituzione che a essa dà copertura: lo ha ricordato la sen. Di Biase, ipotizzando un contenzioso davanti alla Consulta.

Riassumendo:

  1. la legge sul consenso informato e le dat ha introdotto l’eutanasia nell’ordinamento italiano, e per questo sarebbe stata inaccettabile pur se avesse previsto l’obiezione di coscienza, non contemplata invece espressamente dal legislatore;
  2. il nostro ordinamento, in particolare la Costituzione nei suoi articoli 2, 19 e 21, e prima ancora la Dichiarazione univ. dei diritti dell’Uomo e la Convenzione EDU, riconoscono in via di principio il diritto all’obiezione, anche se essa non trova espressa regolamentazione in una legge che causa conflitti di coscienza;
  3. tempi difficili attendono medici e personale sanitario che faranno prevalere i dettami della coscienza e della scienza medica su norme omicide, i quali potranno provare a invocare il diritto alla obiezione di coscienza davanti a singoli giudici, richiedendo in subordine un intervento della Corte costituzionale;
  4. le strutture sanitarie di ispirazione religiosa potranno anche eccepire una lesione della liberta religiosa protetta dall’art. 19 della Costituzione, come pure dell’articolo 7 della Costituzione da far valere dinanzi alla Corte costituzionale.

Il CSL-Centro Studi Livatino e il CDNF-Comitato Difendiamo i nostri Figli garantiscono il costante monitoraggio dell’applicazione delle nuove norme, a cominciare da quanto riguarda il diritto di obiezione, pronti a fornire sostegno giuridico a medici e personale sanitario che a causa di ciò si trovassero in difficoltà.

Roma, 22 gennaio 2018

Centro studi Livatino                                          Comitato Difendiamo i Nostri Figli

 

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Sedazione palliativa nell’imminenza della morte o sedazione eutanasica?

Sedazione palliativa nell’imminenza della morte o sedazione eutanasica?

Qualche giorno fa, a margine della morte di una protagonista del jet set romano, si è parlato di “sedazione profonda”, distinguendola dall’aiuto al suicidio e/o dall’eutanasia. Abbiamo chiesto alla Prof.ssa Maria Luisa Di Pietro di illustrare i termini della questione. La nota che segue è in esclusiva per questo sito. La Prof.ssa D Pietro è Associato di Medicina Legale all’Istituto di Sanità Pubblica e Direttore Centro Studi e Ricerche sulla Salute Globale dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, Roma.

di Maria Luisa Di Pietro

Il dolore è un’esperienza devastante, soprattutto quando si cronicizza e assume le caratteristiche di un dolore globale, divenendo fonte di angoscia e di paura per il paziente. Il dolore è – d’altra parte – un’esperienza complessa, in cui la sofferenza di scoprirsi profondamente cambiati a causa della malattia (dolore psicologico), la percezione del modificarsi dei rapporti interpersonali più significativi (il dolore sociale) e il bisogno di dare significato a un cambiamento radicale della propria della vita (il dolore esistenziale) si mescolano al dolore fisico, scavando solchi indelebili nel corpo e nell’anima. La medicina del dolore, che è – oggi – in grado di riconoscere, valutare e controllare in modo efficace il dolore fisico con trattamenti farmacologici/non farmacologici  o con la terapia chirurgica, è di grande sollievo per il paziente, così come quell’azione di cura che va oltre l’intervento clinico per diventare attento accompa-gnamento psicologico e spirituale.

Quale è il rapporto tra dolore e sedazione? Il termine “sedare” significa calmare o far cessare una sofferenza, intervenendo sulla causa della stessa che può essere non solo il dolore fisico, ma anche una condizione di fame d’aria, uno stato di ansia, un attacco squassante di tosse. Le modalità di intervento sono, ovviamente, diverse. Nel caso in esame, si fa riferimento alla sedazione con uso di farmaci che, oltre a controllare il dolore fisico, generano uno stato di rilassamento e di amnesia con o senza alterazione dello stato di coscienza e il livello di vigilanza del paziente. Si seda per effettuare una manovra invasiva o per un intervento chirurgico, si seda per alleviare il sintomo dolore senza  intervenire sulle cause e quindi senza finalità di guarigione, si seda anche per accompagnare il paziente nelle sue ultime ore di vita soprattutto laddove non siano più controllabili i sintomi cosiddetti “refrattari”. In quest’ultimo caso, si tratta di una sedazione che viene protratta fino alla morte del paziente (continua) e che può annullare lo stato di coscienza (profonda). E’ questa tipologia di sedazione, che è al centro del dibattito: è sedazione nell’imminenza della morte, ovvero nelle ultime fasi della vita, o è eutanasia? La domanda è di natura etica e come tale va affrontata.

Nella valutazione dell’azione morale, si devono tenere presenti intenzione e il fine, i mezzi e le circostanze. Si possono così delineare due situazioni.

La prima: la sedazione continua e profonda viene messa in atto con l’intenzione di supportare il paziente in presenza di morte imminente, generalmente attesa entro poche ore o pochi giorni, e controllare quell’insieme di sintomi (dolore, delirio iperattivo, stato confusionale acuto, agitazione psicomotoria, dispnea, nausea, vomito incoercibile, etc.) che non si riesce più a controllare in alcun modo. Una circostanza complessa da definire, che richiede la valutazione da parte di una equipe sanitaria esperta in cure palliative, e in cui bisogna confrontare quanto è ritenuto dal medico “refrattario” e quanto è considerato dal paziente “insopportabile”. Con una domanda poi, sulle reali cause di questa condizione di “insopportabilità”. Il mezzo utilizzato sono solitamente le benzodiazepine, in modo particolare il midazolam. Trattandosi di un intervento medico, si dovrà valutare l’impossibilità di percorrere vie alternative, la sua proporzionalità/adeguatezza nella singola situazione e nel corso dell’evoluzione della stessa, il controllo degli effetti collaterali (ivi compresa la depressione respiratoria a seguito dell’uso combinato con altri farmaci, come ad esempio gli oppioidi). E, dal momento che è prevedibile la perdita della coscienza, la ricerca – ove possibile – del consenso del paziente, a cui non vengono sospesi né i sostegni vitali né l’alimentazione/idratazione.

La seconda: la sedazione a scopi eutanasici viene messa in atto con l’intenzione  di porre fine alla vita del paziente, che non è in presenza di una morte imminente e di sintomi refrattari, e con l’uso di farmaci (solitamente, oppioidi) che causano depressione respiratoria. In molti casi, la sedazione a scopi eutanasici è inserita in una procedura che prevede la sospensione di sostegni vitali (ad esempio, la ventilazione artificiale) o l’alimentazione/idratazione. Una eutanasia per omissione e attiva nello stesso tempo.

Perché la morte del paziente non si causa solo con la somministrazione di farmaci che hanno lo scopo di provocare con il consenso del paziente la morte immediata, ma anche sottraendo sostegni vitali e alimentazione/idratazione. Avere definito quest’ultima fattispecie “sospensione di accanimento terapeutico” non cambia né la sostanza dell’azione, né le responsabilità soggettive. Serve solo a sedare la coscienza, morale in questo caso.

 

 

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EUROPA, DOVE LA DEMOCRAZIA NON SA VINCERE SU SE STESSA

EUROPA, DOVE LA DEMOCRAZIA NON SA VINCERE SU SE STESSA

Grazie alla cortesia di Mons Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, pubblichiamo la sua Presentazione al Nono Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, curato dall’Osservatorio Card. Van Thuan, del quale Mons Crepaldi è Presidente, in collaborazione con il Movimento Cristiano Lavoratori. Il Rapporto viene presentato a Roma il 9 febbraio, secondo il programma che segue.

Presentazione

EUROPA, DOVE LA DEMOCRAZIA NON SA VINCERE SU SE STESSA

 S. E. Mons. Giampaolo Crepaldi[1]

Il Rapporto del nostro Osservatorio, che si avvicina ormai al suo primo decennale, quest’anno è dedicato all’Europa. Potrebbe sorprendere che un Rapporto dedicato ai cinque continenti concentri l’attenzione solo su uno di essi. Dato che il Rapporto fa una cronaca a livello universale, può sembrare una stonatura che il “tema dell’anno” sia limitato ad una sola area del pianeta, l’Europa appunto. Naturalmente, questa perplessità è stata fin da subito presente ai curatori del Rapporto, tenuto anche conto che alcuni Centri di ricerca che vi collaborano hanno sede fuori dei confini dell’Europa. Una motivazione decisiva è però intervenuta a farci decidere per questo tema, nonostante le perplessità ora ricordate. Se l’Europa, dal punto di vista geografico, ha dei confini (anche se non proprio precisi, a dire il vero), e se dal punto di vista geopolitico essa sembra compressa e relativizzata da altre potenze sia ad occidente che ad oriente, come idea esprime una civiltà potenzialmente universale. Parlare dell’Europa, quindi, induce ad affrontare temi non solo europei. Se c’è una crisi dell’Europa, la cosa interessa tutto il mondo.

A ciò si aggiunga che per la Dottrina sociale della Chiesa l’Europa non rappresenta un punto di riferimento casuale. Qui essa è stata originariamente incarnata e per molti versi il rapporto tra Chiesa e mondo così come è stato realizzato in territorio europeo ha un significato ben più vasto. Se questo rapporto dovesse entrare in crisi definitiva – e non possiamo nasconderci che molti sintomi rivelano proprio questo – le ripercussioni negative sarebbero molto fragorose, anche fuori dell’Europa. Non sto dicendo che le vecchie soluzioni europee debbano essere nostalgicamente difese e conservate. Le mie osservazioni riguardano non le soluzioni storiche ai diversi problemi sociali e politici che in Europa sono state sperimentate, ma la struttura del rapporto tra Chiesa e mondo, le sue direttive fondamentali quali sono sempre state intese e articolate dalla Dottrina sociale della Chiesa. Sono queste ad aver bisogno dell’Europa e l’Europa ad aver bisogno di esse.

L’Europa è quindi il teatro di diversi scenari tutti ugualmente importanti per le sorti dell’umanità ed anche per la Chiesa. Ripetutamente i Pontefici ci hanno ricordato l’importanza dell’Europa per l’evangelizzazione e per la nuova evangelizzazione, anche della vita sociale. Da ultimo lo ha fatto papa Francesco, rivolgendosi alla Polonia e ai Polacchi, e tramite loro anche a tutti gli altri, quando nel luglio del 2016 ha ricordato a Varsavia e a Chestochowa il 1050mo anniversario del battesimo della Polonia, avvenuto con la converzione del duca Mieszko nel 966 Se l’evangelizzazione del sociale frena significativamente o si arresta qui in Europa, ciò accadrà in tutto l’Occidente, di cui l’Europa è origine e fondamento, e non solo in Occidente. Ciò senza nulla togliere alla vivacità delle Chiese degli altri continenti, che sono pure impregnate di Magna Europa, e da cui potrà giungere in futuro un grande aiuto anche a riscoprire – Dio non voglia – l’Europa perduta.

Questo IX Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel Mondo, come del resto tutti i precedenti, assume un linguaggio schietto e cerca di esprimere la realtà delle cose, senza sconti in favore del pensiero dominante. Non abbiamo quindi timore ad affermare che il progetto europeo è in gravissima crisi e che solo un radicale ripensamento di metodi e soprattutto di contenuti, potrà – con l’aiuto della Provvidenza – cambiare una situazione che si sta dimostrando molto pericolosa per tutti. Il titolo generale del Rapporto è chiaro nella sua durezza: “La fine delle illusioni”.

Lungo la sua storia, il processo di unficazione europea ha preso strade sbagliate, ma ha anche avuto le occasioni per fare ammenda e rimettersi sulla giusta strada. In modo particolare ciò è accaduto dopo il disfacimento dell’impero comunista nell’Est europeo. Eravamo agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso. Qualunque fosse stata la strada di unificazione percorsa fino allora dai Paesi europei, qualunque fossero stati i passi giusti e quelli sbagliati, in quel momento c’erano tutte le condizioni per una radicale registrazione della rotta. Quell’’occasione storica, però, è andata perduta. L’Europa poteva cominciare a respirare a due polmoni, dall’Est potevano arrivare alle stanche società del benessere occidentali stimoli umani e spirituali, Papa Giovanni Paolo II si dedicava all’Europa come ad uno dei temi principali del suo pontificato e instancabilmente, a cominciare dall’enciclica Centesimus annus e dal Sinodo sull’Europa, lavorava per risvegliare nel continente la piena consapevolezza delle proprie ragioni d’essere, giungendo anche a chiedere espressamente che il riferimento a Dio fosse inserito nella Costituzione europea, documento con cui agli inizi degli anni Novanta si voleva, giustamente nelle aspirazioni ma inadeguatamente nei metodi adoperati, ridisegnare i fondamenti del processo di unificazione. In realtà nulla cambiò e si procedette con un allargamento della cooptazione di nuovi Paesi dentro un concerto dalle deboli convinzioni morali e religiose. Si stipulò il Trattato di Maastricht (1972) e si scelse di dar vita all’Unione europea, ma le sua basi dottrinali, valoriali e religiose erano troppo fragili, quando non asservite ad una ideologia occidentalista più che ad un Occidente che trova le sue radici nel cristianesimo. Prevalse l’Europa dei Lumi, prevalse la “ragione strumentale”, prevalse il convenzionalismo dei diritti umani, prevalse l’accentramento e la normalizzazione dall’alto, anziche la sapienza politica della costruzione articolata e sussidiaria dal basso. E questo è continuato anche in seguito, anche con l’ingresso dei nuovi Paesi dell’Europa orientale, creando oggi una nuova frattura al’interno dell’Unione.

Originariamente l’ideale europeo nacque dopo un immane conflitto per congedarsi dagli Stati ideologici. Era un segnale positivo in un momento in cui – eravamo negli anni Cinquanta del secolo scorso – nelle nazioni europee si combatteva ancora una guerra ideologica non guerreggiata. La guerra fredda usava tutti i mezzi e non solo la deterrenza nucleare o lo spionaggio. La guerra fredda si combatteva anche nelle nostre piazze, nelle nostre fabbriche, nelle nostre aule universitarie. L’ideale europeo, allora, risuonò forte e stimolante. E’ vero che in questi decenni il continente europeo non ha conosciuto più guerre ideologiche, ma non si può dire che non abbia più conosciuto lo Stato ideologico, dato che spesso proprio le istituzioni europee – che non sono uno Stato ma che talvolta sembrano voler essere un super-Stato – hanno esercitato una forte pressione, se non una oppressione, proprio di natura ideologica.

Questa Unione europea, caratterizzata dalla prevalenza dell’ideologia dei Lumi, dal predominio della nomenklatura intellettuale e politica secondo l’ideologia del “Manifesto di Ventotene”[2], da una concezione astratta dei diritti senza una visione condivisa dei doveri, ritiene di essere tenuta insieme dalla democrazia e dalla libertà, e pensa addirittura di poter espandere nel mondo la propria democrazia e la propria libertà, quando invece proprio su questo punto essa non è riuscita a vincere su se stessa. Il fallimento delle illusioni europee riguarda proprio il fallimento della sua concezione della democrazia  e della libertà, riguarda quindi la sua essenza. L’errore di fondo è di aver pensato di aver vinto le ideologie del XX secolo con la democrazia formale, procedurale, tollerante tutto fino ad essere intollerante con chi dica che non si può tollerare tutto. E questo errore di fondo continua ad essere presente, anzi si irrobustisce, segno di una insipienza che continua nel tempo. E’ qui che l’Europa dimostra di essere ancora una illusione. Non è certo se sia una illusione finita, è certo che siamo davanti alla fine delle illusioni.

[1] Presidente dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, Arcivescovo-vescovo di Trieste e Presidente della Commissione “Caritas in veritate” del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE).

[2] Si vedano a questo proposito i tre saggi centrali di questo Rapporto e, a questo specifico riguardo, quello di Alfredo Mantovano.

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