Perché una democrazia dei creduloni finisce ostaggio della repubblica giudiziaria

Perché una democrazia dei creduloni finisce ostaggio della repubblica giudiziaria

Articolo di Annalisa Chirico, pubblicato il 25 ottobre 2017 su Il Foglio.

Roma. Lo scorso venerdì, nelle stesse ore in cui il presidente dell’ANM Eugenio Albamonte apre il congresso senese con un appello alla politica affinché regolamenti i cosiddetti “nuovi diritti”, il Centro Studi Livatino tiene un convegno, a pochi passi dalla Camera, dal titolo “Giudici senza limiti?”. Albamonte considera la supplenza togata inevitabile conseguenza della paralisi legislativa: “Le domande di giustizia ci sono e il giudice non può non rispondere”. Fine vita, nuove famiglie, droghe leggere, ius soli: si moltiplicano le zone grigie in cui il legem dicere non sembra più prerogativa appannaggio di organi democraticamente legittimati. “Se una volta il giudice era considerato la bocca della legge, oggi viviamo un tempo in cui la bocca del giudice sembra essere diventata essa stessa la legge”, dichiara Domenico Airoma, vicepresidente del think tank ispirato alla parabola del “giudice santo”, Livatino, assassinato in un agguato mafioso nel 1990. Secondo il giurista statunitense Roberto Bork, i giudici, approfittando del ruolo interpretativo, si trasformano in “attivisti con lo scopo di creare libertà e diritti nuovi e senza fondamento, aggirando l’autorità democratica”. È la vittoria della “giuristocrazia”. C’è la polemica con il diritto mite, versione giuridica del pensiero debole; c’è il patologico gigantismo della giurisdizione ammantato di aspettative etiche ed extragiudiziarie (il magistrato come “sensore sociale”, copyright Zagrebelsky). Me c’è soprattutto l’influenza crescente delle corti sovranazionali che tendono a costituire “un sistema multilivello integrato di diritti”, fondato sulla centralità della Corte di Strasburgo in quanto suprema interprete della Convenzione europea dei diritti umani. Al fondo dei “nuovi diritti” si scorge il principio di autodeterminazione inteso come libertà senza limiti, l’idea che a ogni desiderio corrisponda un diritto da codificare, con il risultato di creare conflittualità e nuovi soggetti deboli. “Esiste un limite oltre il quale non si può andare”, insiste Airoma. Tra gli ospiti interviene Francisco Javier Borrego Borego, già giudice della Corte di Strasburgo, brillante contestatore della cosiddetta “interpretazione dinamica”, ultima frontiera dell’attivismo togato: “I giudici progressisti accusano gli altri di essere statici, così pretendono di stiracchiare le norme e inventarne di sana pianta”. Non manca la critica al politicamente corretto in voga tra le toghe: “A Strasburgo – racconta Borrego Borego – hanno abolito le formule di genere, Madame e Monsieur, nel contempo insistono per arruolare più giudici donne. Ma, domando, se volete rendere il tribunale un luogo asessuato, perché siete così ossessionati dalla presenza femminile?”. Per Anthony Borg Barthet, giudice alla Corte di giustizia dell’Unione europea, “l’interpretazione deve essere improntata al pragmatismo. Esistono giudici che, incapaci di tenere a freno il proprio ego, non si limitano a regolare il singolo caso ma ambiscono a rendere il mondo un luogo migliore da abitare”. Per Antonio Mura, sostituto procuratore generale in Cassazione, “lo scenario europeo è costellato da luci e ombre. Sul fronte della ragionevole durata dei processi o del sovraffollamento carcerario, la legislazione europea ha esercitato un’influenza benefica. La figura del nuovo procuratore europeo invece appare depotenziata per la scarsa incisività dei poteri attribuiti. L’Italia è stata l’unica voce critica in Europa, adesso anche la Francia, e non solo, condivide la nostra posizione”. Di enorme impatto è la testimonianza di Luis Alberto Petit Guerra, giudice del Venezuela, il quale sfata l’ennesima ipocrisia sul regime bolivariano di Maduro: “Dal 2003 i concorsi pubblici per la selezione dei giudici sono sospesi. Di fatto, nel nostro paese il principio del giudice naturale precostituito dalla legge non viene più rispettato. Assistiamo a un chiaro processo di distruzione dell’indipendenza giudiziaria. Nella maggior parte dei casi siamo in presenza di giudici snaturalizzati, nel senso che non sono stati designati nella forma prevista dalla Costituzione, non godono di vera indipendenza né di autonomia. Sono giudici perché godono del favore del potere politico e vengono utilizzati come pezzi di un triste puzzle”. Una deriva autoritaria che passa per la neutralizzazione dell’ordine giudiziario. “Quella venezuelana è una sopraffazione mediaticamente e istituzionalmente ignorata – conclude Alfredo Mantovano, già senatore e vicepresidente del Centro studi – È singolare che, mentre sulla sorte dei magistrati turchi si sia levato un coro di indignazione, ciò è totalmente assente per il Venezuela Quasi che il colore politico dei persecutori abbia un peso”.

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Tutte le autocritiche a sorpresa dei giudici (europei)

Tutte le autocritiche a sorpresa dei giudici (europei)

Articolo di Francesco Gnagni, pubblicato il 23 ottobre 2017 su Formiche.net.

“I giudici non sono Dio, devono sempre essere consci dei propri limiti. Capita che questi possano essere preda di narcisismo o altri vizi, e tuttavia ci saranno sempre casi in cui il giudice sarà accusato di aver straripato il limite della sua funzione, andando oltre l’interpretazione della legge e imponendo il suo arbitrio personale”. È quanto affermato dal giudice della Corte di Giustizia dell’Unione Europea Anthony Borg Barthet nel corso del convegno nazionale del Centro studi Livatino, quest’anno sul tema “Giudici senza limiti?”, che si è svolto il 20 ottobre a Roma, presso l’Aula del Palazzo dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati.

L’INTERVENTO DEL GIUDICE DELLA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA BORG BARTHET

“Capita anche con la nostra corte”, ha proseguito Borg Barthet. “Ma questo perché abbiamo il compito e il dovere di dare una interpretazione del diritto europeo che sia valida e che possa essere seguita da tutti gli stati membri”. E “le accuse di attivismo giudiziario che va oltre il lecito, assumendo il ruolo di un legislatore che procede lentamente, certamente non mi lusingano”, ha affermato Borg Barthet“Noi non siamo tenuti a rispondere agli elettori”, e “non possiamo andare al di fuori dei trattati, perché siamo nati e ci regoliamo dagli stessi”. Concetti che a detta dei relatori non corrispondono solo al caso italiano, per il quale il Centro studi Livatino non ha risparmiato critiche, ma anche al contesto europeo e internazionale. O spesso proprio in relazione a questa confusione del diritto nazionale, nata con il costante appellarsi agli organi di carattere sovranazionale.

BORG BARTHET: “DAI TRATTATI EUROPEI È NATO UN MOSTRO INCONTROLLABILE. E ALCUNI GIUDICI VORREBBERO RENDERE IL MONDO PERFETTO”

“Dal seguito dei trattati europei si è fatto come il dr. Frankestein, creando un mostro che ha una vita propria e che non sono più in grado di controllare”, ha proseguito il giudice maltese. La causa da cui si originano tutte queste anomalie è ben definita: che cioè “molte volte c’è una carenza di norme che congiungano i trattati alla specificità del caso in esame”. In questo “il giudice europeo deve capire quali sono i fili che li uniscono, senza una adeguata segnaletica da seguire: spesso si arriva ad accordi generalissimi sulle norme e resta alla Corte di riempire tutti i buchi”. Allora i giudici devono stare accorti nell’essere pragmatici “e non andare oltre il caso stesso”. Mentre invece “ci sono quelli che vorrebbero che il mondo fosse perfetto dopo la propria sentenza, risolvendo tutto quello che c’è tra l’alfa e l’omega senza sapere cosa c’è in mezzo”, ha affermato caustico Borg Barthet. “Bisogna invece lasciare il proprio ego fuori dalla causa, non peccare di narcisismo straripando i limiti e pensando di dover prendere il posto del legislatore, perché ci si crede più bravi o perché si vorrebbe diventare famosi”, e “non ci si deve preoccupare se il giudizio di una sentenza sia popolare o meno”.

LE PAROLE DELL’EX GIUDICE DELLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO BORREGO BORREGO

Per capire come è stato possibile arrivare a questo punto, è necessario tornare indietro, fin dall’origine. “Nel ’53 a Roma la Cedu è stata firmata nella contezza di avere la stessa concezione dei diritti umani”, anche su “matrimonio e di diritto alla vita”, ha infatti spiegato Francisco Javier Borrego Borrego, ex giudice della Corte europea dei diritti dell’uomoQuesto però è accaduto solo in teoria, perché la pratica, ha proseguito lo spagnolo, “è che, da quando Hamilton nel The federalist denunciava la situazione dei giudici attivisti, oggi la condizione è addirittura peggiorata: dall’attivismo si è passati alla creatività giudiziaria, giustificandola dicendo che i giudici praticano una interpretazione dinamica”. Ma “la nostra deve essere solo interpretazione”, ha chiosato: “Se cominciamo ad aggiungere aggettivi lo possiamo fare all’infinito. Come accade con i dittatori: Franco parlava di democrazia organica, Maduro parla di democrazia popolare. Ma si deve parlare di democrazia e basta, senza aggettivi”.

BORREGO BORREGO: “SI FA SEMPRE PIÙ RIFERIMENTO ALLA VITA PRIVATA E CI SI DIMENTICA DEI DIRITTI FONDAMENTALI”

Se la Cedu a infatti è “ciò che i giudici affermano che sia, sarà pure la migliore interpretazione dinamica data, ma non somiglia assolutamente al punto di partenza”, ha aggiunto. Citando, in seguito, il caso che si è venuto a delineare per la Grecia, condannata per violazione della convenzione sul tema del matrimonio tra lo stesso sesso considerando l’art. 8 per il diritto alla vita privata ma senza considerare l’art. 12 sul matrimonio: “Stiamo interpretando sempre più cose in Europa sulla base di questo articolo 8. Ci si appoggia cioè sui diritti umani periferici piuttosto che su quelli di tipo centrale”. Così, ciò che accade è che “ultimamente la corte di Strasburgo ignora i diritti fondamentali, come alla vita o al matrimonio, ma fa il giro, parlando del diritto alla vita privata e introducendo il questo modo il diritto al matrimonio omosessuale o all’aborto”.

IL COMMENTO DELL’EX PRESIDENTE DEI PROCURATORI EUROPEI ANTONIO MURA

Guardando poi alla situazione politica ben ci si accorge che, ha spiegato l’ex presidente del Consiglio consultivo dei Procuratori europei Antonio Mura (nella foto), “siamo in una contingenza di evidente crisi dell’Europa: Brexit, migranti, politiche comuni. Anche della Corte europea dei diritti dell’uomo? Forse sì”, in quanto “c’è una difficoltà nello strumento del ricorso alla Corte”. Basta vedere tutte le volte che non sono stati accettati i ricorsi della Turchia. “Penso poi a tante situazioni differenti”, ha spiegato Mura, “come gli strumenti del rimpatrio dei carcerati, per cui l’Italia si è battuta molto visto anche il sovraffollamento carcerario o il terrorismo”. Ma anche sul versante esterno, nella ricerca di soluzione a problemi come “terrorismo, traffico di esseri umani”. Ma soprattutto “alla sempre maggiore incisività delle due corti sovranazionali nell’ordinamento interno del nostro Paese”.

MURA: “ESISTE UN PROFILO DI P.M. EUROPEO? SÌ. È TRASPARENTE E IMPARZIALE”

C’è infatti, in conclusione, la difficoltà, ha spiegato Mura, di “raggiungere consenso su un’idea comune di pubblico ministero europeo, che deriva anche dalla gelosia classica connaturata agli Stati ma soprattutto da una miriade di varietà di fisionomie diverse dello stesso nel panorama europeo”. In tutto questo, può quindi esistere un concetto comune a livello europeo “che ci consenta di riferisci a quest’organo rispetto al pericolo di interpretazioni radicalmente creative?”, ha chiesto Mura. “La risposta per me è sì, ed è legato a un profilo ben definito. Che ponga cioè l’esigenza di trasparenza, comprensibilità e accountability. Poi imparzialità e fairness, correttezza”. Che è in sostanza soprattutto legato a una “eticità” complessiva, “per un organo che sia riferito, all’insieme del suo agire, in tutta questa vasta gamma di poteri e di competenze”. Ad essere imparziale, infatti, ha concluso Mura, “sta al giudice ma anche al pubblico ministero”, e “secondo la modalità della legge, non di valori soggettivi”.

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“Famiglia e Modernità”, come è cambiata questa istituzione nel corso dei decenni

“Famiglia e Modernità”, come è cambiata questa istituzione nel corso dei decenni

Articolo di Gian Marco “Evo” Marconi, pubblicato il 25 ottobre 2017 su Riviera Oggi.

MACERATA – Un incontro, quello svoltosi a Macerata lo scorso 23 ottobre, che scandaglia in più forme un tema più che mai attuale, un approfondimento riguardante i diritti della famiglia, la sua concezione naturale e la sua evoluzione sociale.

Presiede l’incontro il Prof. Giuseppe Rivetti, docente di diritto tributario dell’Università di Macerata, hanno partecipato: Il magistrato e presidente del Centro studi Rosario Livatino Alfredo Mantovano, il neurochirurgo e presidente del Comitato Difendiamo i nostri figli Massimo Gandolfini, L’avvocato e mediatore familiare Simone Pillon, La docente esperta dei diritti dei minori Tiziana Montecchiari e la presidente del Movimento per la Vita Francesca D’Alessandro.

Dapprima vi è un’introduzione del prof. Rivetti, incentrata sull’importanza di quella che è definita la terza missione svolta dalle Università, oltre a formazione e alla ricerca, che consiste nell’applicazione diretta della conoscenza al fine di favorire lo sviluppo sociale.

Il primo degli esperti presenti ad intervenire è il magistrato Alfredo Mantovano, che esordisce con una citazione di Livatino “alla fine della nostra esistenza non ci chiedono se siamo stati credenti, ma credibili” . Mantovano focalizza l’attenzione sul titolo assegnato all’incontro “Famiglia e Modernità” evidenziando come la concezione che abbiamo di moderno oggi si fondi essenzialmente con quella di adeguato, ma al contempo, si distacchi da quella di obsoleto, di superato. La famiglia apparentemente si contrappone al cambiamento, giacché essa rappresenta l’emblema della stabilità che si protrae nel tempo.

“Dal 1968 al 2018 – asserisce Mantovano – è andata in scena la progressiva aggressione commpiuta dai vari governi a questo storico istituto. Nel 2014 sono state introdotte le formule di divorzio definite easy esprint, fondate sul semplice fatto che si sono ridotti i tempi per la richiesta di divorzio, rendendo di conseguenza più difficili eventuali ripensamenti. Mentre un avvocato matrimonialista guarda di cattivo occhio questa digressione, l’aspetto mediatico sembra invece enfatizzare il cambiamento e la disgregazione graduale della famiglia”.

Alla domanda se l’attuale quadro normativo tuteli o annienti la famiglia, Mantovano risponde, apportando l’esempio del bonus di 80 euro concesso della scorsa legislatura: “L’agevolazione è stata ponderata considerando i singoli individui che possiedono un reddito e non invece i nuclei familiari, ciò ha portato a conseguenze assurde, se consideriamo due casi esemplari: quello della famiglia di cinque individui, di cui uno solo possiede un reddito e un’altra famiglia di tre persone, tutte aventi reddito. Stando alla scelta del governo, il secondo nucleo risulterebbe di certo avvantaggiato rispetto al primo; questo denota un annientamento totale del concetto di famiglia”.

Successivamente, affronta il sottile collegamento tra famiglia e figli naturali il neurochirurgo dott. Massimo Gandolfini. La distinzione apportata tra sesso e genere e l’illustrazione scientifica del rapporto simbiotico che intercorre tra una madre naturale e il proprio feto, manifesta la posizione di Gandolfini nei confronti di argomenti sociali moderni come la surrogazione di maternità: “I sessi sono due in natura, sono l’unico dato biologico che codifica la procreazione e la nostra permanenza come specie, i generi sono invece una scelta sociale, di appartenenza e di percezione di sé; uomo e donna non sono diversi ma differenti, complementari, entrambi necessariamente utili. Una madre, oltre a donare al feto nutrimento e impulsi psichici, che si ripercuotono nel cervello del figlio, riceve permanentemente un corredo genetico apportato dal figlio stesso. Questo è il motivo per cui sono contrario all’utero in affitto; la madre surrogata sarà biologicamente legata al partorito, per sempre”.

Interviene in seguito l’avvocato Simone Pillon che vira la questione verso un approdo leggermente differente: illustra la differenza tra la famiglia naturale e i suoi moderni surrogati, prima tra tutte l’unione civile. “Oggi incontriamo cinque tipi di famiglia, quella tradizionale ormai considerata obsoleta; quella uomo-uomo; quella donna-donna; quella ‘bricolage’ dove vengono pattuiti dal principio diritti e doveri; infine, quella dei non conviventi. Una società, così costituita, si fonda ovviamente sull’autonomia di scelta, non sui principi cardine del diritto naturale. Ciò va a discapito degli individui più deboli, gli anziani, i bambini, i disabili, che per forza di cose non sono affatto autonomi”.

Concludono l’incontro la Prof.ssa Montecchiari, che evidenzia l’iportanza della famiglia, in prospettiva dei diritti del minor e la dott.ssa Francesca D’Alessandro, che promuove il movimento per la vita, allo scopo di sensibilizzare circa l’importanza del concepimento, senza renderlo un diritto negoziabile: “troppe coppie oggi rinunciano a fare un figlio per problemi economici. La società non può impedire la procreazione”.

Sono intervenuti all’evento, studenti di Giurisprudenza di Macerata e dei Servizi Sociali.

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