La civiltà della vita e le leggi che la minacciano – Intervento di S.E. Mons. Crepaldi

La civiltà della vita e le leggi che la minacciano – Intervento di S.E. Mons. Crepaldi

Come annunciato da questo sito, lunedì 19 febbraio S.E. Mons Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste presidente dell’Osservatorio Cardinale Van Thuan ha svolto a Milano – su invito e per iniziativa del Centro studi Livatino – una conferenza sul tema La civiltà della vita e le leggi che la minacciano. Autorizzati da Mons Crepaldi, pubblichiamo il testo della sua relazione, che può essere ascoltata anche su YouTube 

 


S.E. Mons. Giampaolo Crepaldi

La civiltà della vita e le leggi che la minacciano

Centro Studi Livatino – Milano 19 febbraio 2018

 

La “svolta” nell’attuale legislazione contro la vita

L’Osservatorio Cardinale Van Thuân ha dedicato molta attenzione all’evoluzione negativa del quadro legislativo, nazionale e internazionale, riguardante il tema della vita. Lo ha fatto in particolare dedicando a questo argomento uno dei suoi Rapporti annuali sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, precisamente quello dell’anno 2013 dal titolo “La crisi giuridica ovvero l’ingiustizia legale”[1]. Ha poi continuato con la pubblicazione di un fascicolo del “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” incentrato sulla lotta contro le leggi ingiuste riguardanti appunto la vita e la famiglia[2]. Molti altri interventi sono stati fatti, ma ho voluto qui ricordare questi due in quanto noto una omogeneità di prospettiva con la ricerca del Centro Studi Livatino.

Questa analisi dell’evoluzione (negativa) della recente legislazione sulla vita ci ha condotto ad alcune conclusioni che vorrei qui richiamare sinteticamente, per poi procedere ad un loro approfondimento.

La prima e fondamentale conclusione è che nelle leggi sul diritto alla vita c’è stata una svolta molto significativa quando è stato proclamato il “diritto” a nuovi diritti. Per una lunga fase la legislazione in materia aveva tollerato alcuni comportamenti contrari al rispetto della vita nascente con leggi che prevedevano l’aborto solo in casi particolari ed eccezionali. Nei fatti, l’applicazione delle leggi sull’aborto fu fin da subito molto più ampia di quanto la lettera del testo legislativo permettesse. Va comunque riconosciuto che fino ad un certo stadio della sua evoluzione, il diritto alla vita veniva addirittura proclamato nei primi articoli dei testi di legge sulla disciplina dell’aborto volontario per poi passare a prevedere la possibilità di alcune eccezioni. È rimasto famoso quanto dichiarato dal ministro francese Simone Veil all’indomani dell’approvazione della legge sull’aborto nel suo Paese avvenuta il 29 novembre 1974, e cioè che secondo la sua interpretazione la legge tollerava l’aborto solo in caso di pericolo di morte per la madre. Non fu così, ma la cosa conferma che ci fu una prima fase della legislazione che tollerava alcuni comportamenti contrari alla vita, ma non riconosceva il diritto all’aborto.

In seguito le leggi iniziarono invece a contemplare l’aborto come diritto. La legge francese è stata cambiata e l’espressione «a tutte le donne incinte che si trovano in una situazione di sofferenza a causa del loro stato», è stata sostituita con la seguente: «a tutte le donne incinte che non vogliono una gravidanza». Di conseguenza, da due anni una legge francese punisce chi nel web cercasse di dissuadere le donne ad abortire.

Il riconoscimento del diritto all’aborto cambia completamente il quadro. Se l’aborto è un diritto umano e lo Stato protegge e sviluppa i diritti umani, allora lo Stato deve promuovere l’aborto per dare realizzazione ad un diritto umano, deve favorirne l’accesso, deve perfino educare ad esso le nuove generazioni e l’obiezione di coscienza diventa inammissibile.

Questo passaggio strategico si è verificato recentemente in interventi legislativi altri rispetto all’aborto che direttamente o indirettamente riguardano la vita, il che conferma che si tratta di una tendenza generale e in via di consolidamento, anche se nuove esperienze negli Stati Uniti e nell’Europa orientale lasciano nutrire qualche speranza di inversione di tendenza. Si pensi, per esempio, alla sentenza con cui la Corte suprema degli Stati Uniti ha abolito la legge federale secondo la quale il matrimonio era da intendersi tra uomo e donna, così obbligando gli Stati a riconoscere per legge il matrimonio omosessuale. Oppure si pensi alla legge Taubira sul “matrimonio per tutti”[3] che non prevede il diritto all’obiezione di coscienza da parte dei sindaci. In Italia abbiamo avuto la sentenza della Corte costituzionale sulla fecondazione artificiale, con la proclamazione del diritto costituzionale di una coppia al figlio. Per venire, infine, a due recenti leggi del Parlamento italiano: la legge Cirinnà e la cosiddetta legge sulle DAT che pure non ammettono obiezione di coscienza.

In tutti questi casi si è superata una soglia: lo Stato non solo tollera comportamenti contro la vita, ma li fa propri e li impone. Se le relazioni omosessuali godono di riconoscimento pubblico e, quindi, contribuiscono al bene comune, lo Stato le deve insegnare nelle scuole, come insegna l’uguaglianza in dignità di tutte le persone contro il razzismo.

Da questa caratteristica derivano poi le altre che contribuiscono a definire la pericolosità della situazione. Mi riferisco al carattere sistemico e a quello istituzionale delle leggi contro la vita. Il primo è particolarmente preoccupante: se un cittadino fa ricorso alle Corti di giustizia internazionali contro il proprio ordinamento statale, in genere non trova soddisfazione, data la omogeneità dello spirito che informa le decisioni delle Corti internazionali e quello che informa gli ordinamenti nazionali. Anzi, come è noto, sono spesso le Corti internazionali di giustizia a processare gli ordinamenti giuridici degli Stati membri quando questi non prevedano una legislazione contro la vita. Questo per quanto riguarda l’aspetto “sistemico”. Il secondo – ossia l’aspetto “istituzionale” – ci dice che tutto ciò è diventato “macchina” che, procedendo per inerzia in virtù di atti dovuti all’interno dell’apparato burocratico, permea univocamente la pubblica amministrazione. I casi italiani dell’UNAR e dei progetti nazionali e regionali di educazione alla sessualità nella scuola pubblica hanno ampiamente dimostrato l’esistenza di una istituzionalizzazione della lotta contro la vita e la famiglia.

 

Il moderno Leviatano e la sua nascita dall’angoscia

Tenendo presente questo quadro piuttosto preoccupante, cerchiamo di proporre qualche analisi delle sue cause, dal punto di vista del pensiero giuridico e politico e nella visione della Dottrina sociale della Chiesa. La prima cosa da mettere a fuoco è il lungo percorso per cui il potere politico e quello giuridico si sono emancipati dai contenuti e si sono collocati su un piano di “neutralità” rispetto ad essi. Si tratta del lungo processo di secolarizzazione della nostra civiltà giuridica che insigni giuristi come Carl Schmitt o Wolfgang Bökenförde hanno, da differenti punti di vista, ben descritto.

Carl Schmitt ha illustrato, in modo forse insuperato, la prospettiva giuridico-politica di Thomas Hobbes e come essa sia alla base di ogni forma di “positivismo giuridico”. Il Leviatano di Hobbes è nello stesso tempo Dio, uomo, animale e macchina. Il proton pseudos, l’’errore iniziale del pensiero politico moderno, come ricordava Marino Gentile[4], è stato di affidare al consenso pattizio gli stessi fondamenti della comunità politica. Questo fece appunto Hobbes, secondo l’interpretazione datane da Schmitt: “questo patto non concerne una collettività già data, creata da Dio, e neppure un ordine naturale preesistente; piuttosto lo Stato – come ordine e come collettività – è il risultato dell’intelletto umano e dell’umana capacità creativa, e solo dal patto trae la propria origine” [5]. Si noti che secondo Hobbes anche nello stato di natura si potevano fare patti, ma sarebbero stati anarchici patti sociali, mentre il Leviatano si origina oltre questi patti, non viene a costituirsi tramite l’accordo, ma al di là di esso e quindi è qualcosa di incomparabilmente superiore. Per questa superiorità, il Leviatano è come un Dio in terra, data la sua artificialità funzionale esso è una macchina, e siccome Cartesio aveva detto che l’uomo è un “intelletto in una macchina”, il Leviatano di Hobbes è il grande uomo che coincide con la grande macchina[6].

In questo modo si giunge alla neutralità dello Stato rispetto ai contenuti. Se lo Stato è magnun artificium, allora esso è uno strumento tecnico-neutrale[7] il cui valore sta nell’essere una buona macchina “indipendente da ogni contenuto di fini o di convincimenti politici, e acquisisce la neutralità rispetto ai valori e alla verità propria di uno strumento tecnico”[8]. Schmitt giustamente distingue tra “tolleranza” e “neutralizzazione”: nella prima lo Stato tollera il male perché si sente investito dal bene, ma nella seconda lo Stato è neutro rispetto sia al bene che al male. Nella neutralità, auctoritas e potestas coincidono. Non è forse vero che le attuali leggi contro la vita presuppongono questa concezione del potere e della legge? Anche oggi ci si trova di fronte ad uno Stato “neutrale” e ad una macchina tanto efficace quanto formale e puramente procedurale.

Un aspetto non deve però sfuggire dell’analisi del Leviatano condotta da Schmitt. Gli uomini sono costretti ad inventare il Leviatano data la situazione di disperazione in cui si trovano nello stato di natura. Solo un uomo disperato può mettersi nelle mani di un potere che è Dio, uomo, animale e macchina. Il pensiero politico e giuridico moderno di Hobbes o di Bodin nasce non solo dalla disperazione dell’uomo del Seicento davanti alle guerre di religione, ma dalla disperazione dell’uomo solo e nudo nello stato di natura, l’uomo talmente disperato di poter godere la pace al punto da affidarne l’attuazione non ad un Defensor pacis, come suonava ancora nel XIV secolo l’opera di Marsilio che pure iniziava questo lungo processo di reductio ad unum da parte dello Stato, ma di un Creator pacis, quale appunto il Leviatano è. Disperato quell’uomo dato che il Dio-Stato che gli garantisce la pace non può garantirgli la speranza.

Con lo Stato-macchina di Hobbes viene lucidamente e tragicamente fondata la “neutralità”, secondo cui lo “Stato ha il proprio ordine in sé stesso e non fuori di sé”. Esso può pretendere obbedienza incondizionata e se oggi lo Stato non consente l’obiezione di coscienza – come ricordavo all’inizio – è perché il Leviatano non può ammettere un “diritto di resistenza”, di cui l’obiezione di coscienza è tuttavia espressione.

Il moderno “Stato di diritto”

La neutralità dello Stato rispetto a contenuti e verità stabilita in modo così determinato da Hobbes e così plasticamente espressa nella sintesi di Dio, uomo, animale e macchina, alimenta anche lo Stato liberale costituzionale e parlamentare del XIX secolo, quello che si è soliti chiamare “Stato di diritto”. E’ la situazione in cui, come disse Max Weber, la legalità coincide con la legittimità e lo Stato è un “sistema di legalità statale funzionante in modo calcolabile senza riguardo a contenuti di fini o di verità o di giustizia”[9].

Solitamente lo Stato borghese di diritto viene inteso come contrapposto al Leviatano di Hobbes. Proprio per questo è degna di attenzione la versione di Schmitt che, invece, lo vede come un suo prolungamento. Nello Stato di diritto “custode ultimo di ogni diritto, garante ultimo dell’ordine costituito, fonte ultima di ogni legalità, tutela e difesa ultima contro l’ingiustizia è il legislatore e la procedura legislativa da esso impiegata”[10]. Quando poi la volontà dello Stato fu identificata nella volontà del popolo, ogni legge che fosse frutto della volontà popolare espressa dal Parlamento ebbe l’autorità e la dignità che le derivava dal suo rapporto col diritto. Arriviamo così all’attuale nozione di legge: “La legge in una democrazia è la volontà contingente del popolo di volta in volta dato, cioè in pratica la volontà di quella che di volta in volta è la maggioranza dei cittadini elettori”[11].

Il principio della “neutralità” fondato da Hobbes continua e si specifica nello Stato costituzionale e democratico ove diritto, legge e legalità diventano forme procedurali, indifferenti e disponibili ad ogni contenuto. La neutralità tra diritto e ingiustizia rende possibile che la fattispecie del “tiranno” sia presente anche nello Stato borghese di diritto. Tiranno è chi ha ottenuto il potere in modo illegale o che, ottenutolo in modo legale, lo esercita in modo illegale. Chi ha la maggioranza non rientra in nessuna di queste due tipologie e quindi non può essere tiranno. La maggioranza “non commetterà mai ingiustizia ma trasformerà ogni sua azione in diritto e legalità” [12]. Ma, proprio questa è la peggiore tirannia.

Insufficienza della formula di Böckenförde

È agevole riscontrare nell’attuale legislazione contro la vita la perfetta applicazione di queste concezioni della legalità vista come coincidente con la legittimità. La hobbesiana e weberiana “neutralità” della macchina diventa la neutralità della macchina legislativa, parlamentare e democratica. Anche le moderne democrazie liberali rientrano nella fattispecie del Leviatano.

Qui nasce però un problema di interessante portata. All’inizio di questo mio intervento ho segnalato una soglia oltre la quale lo Stato da tollerante quel era ha assunto in proprio un impegno sistemico e istituzionale contro i principi non negoziabili, tra i quali il diritto alla vita si colloca al primo posto. Carl Schmitt spiega bene come si sia arrivati alla “neutralità” della politica e della legge rispetto a questioni di verità e di contenuto. Ma questo stadio – così dicevo – oggi è superato perché la legge non si colloca più come neutrale rispetto alla natura, ma si pone a servizio della contro-natura. Oggi lo Stato pone come obbligatori i principi contrari a quelli naturali, ossia quelli innaturali. Ad essere non negoziabile oggi è il diritto all’aborto, o il diritto al matrimonio per tutti, o il diritto al figlio tramite la fecondazione artificiale. È evidente che non si tratta più di semplice neutralità.

Può essere utile riprendere a questo punto, la nota formula di Böckenförde secondo cui “lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non può garantire”. È una frase che potremmo estendere al capitalismo il quale, secondo Schumpeter, distrugge valori che non è in grado di ricostruire, e alla democrazia alla cui base stanno valori, come diceva Maritain in contrasto con Kelsen, che essa deve presupporre per funzionare.

La formula di Böckenförde pone il problema della secolarizzazione, in questo caso della secolarizzazione del diritto, e conclude con una posizione che potremmo chiamare provocatoriamente ratzingeriana: lo Stato secolarizzato dovrebbe vivere “come se Dio fosse”, etsi Deus daretur[13]. Ma tutti vedono che si tratta di una posizione insostenibile. Organizzarsi come se Dio fosse vorrebbe dire organizzarsi in via ipotetica, basandosi su una ipotesi operativa, tale da assumersi non in sé quanto nelle conseguenze di funzionalità che permette. Significherebbe dare credito al carattere ipotetico-deduttivo del pensiero politico e giuridico moderno, che nella ipotesi dello stato di natura poneva l’inizio di un ragionamento deduttivo impeccabile quanto artificiale. Anzi, impeccabile proprio per la sua artificialità. Böckenförde pone il problema della secolarizzazione del diritto, ma pensa che ad un certo punto – non si sa per quale motivo – lo Stato secolarizzato dovrebbe ravvedersi, e considerando gli effetti devastanti della secolarizzazione, darsi il compito di vivere come se Dio fosse, recuperando non il fondamento, ma l’ipotesi condivisa, e quindi convenzionale, del fondamento. È una proposta di origine kantiana. Anche il filosofo di Königsberg diceva che Dio e l’anima non sono conoscibili, ma bisogna vivere come se (als ob) lo fossero. L’atteggiamento ricorda anche Jürgen Habermas, il quale sente la mancanza del concetto di “natura” per orientarsi in campo bioetico, ma nella impossibilità di conoscere veramente la natura umana chiede almeno che si proceda in via ipotetica come se essa esistesse.

Questa visione della secolarizzazione è insostenibile, dato che non spiega perché tale processo dovrebbe ad un certo punto fermarsi, cercando un ipotetico punto di equilibrio. D’altro canto, la soluzione di Böckenförde non spiega l’attraversamento della soglia da me segnalata all’inizio del mio intervento. Può forse spiegare la “neutralità” ma non la pretesa dello Stato di farsi Dio imponendo il male, oltre che tollerarlo, e vietando l’obiezione di coscienza come espressione del diritto di resistenza verso il tiranno.

Nei confronti del processo di secolarizzazione il pensiero cattolico ha nel tempo espresso una sudditanza poco giustificabile. Essa è vista come una corrosione dell’indisponibile, ma si pensa – come fa per esempio Böckenförde – che ad un certo punto lo Stato secolarizzato possa decidere di vivere come se tale corrosione dell’indisponibile non fosse avvenuta. Ciò, tra l’altro, comporta che la corrosione dell’indisponibile ad un certo punto, non si sa per quale motivo, si fermi e si crei un sistema di libertà favorevole anche al Cristianesimo. Ma la scenografia che ho descritto in partenza smentisce tutto ciò: oggi la legislazione contro la vita vuole riplasmare la natura umana e annullare la presenza di Dio nel mondo. Nella secolarizzazione c’è quindi un’anima coerente e inarrestabile che, senza l’azione frenante di un Kathecon, tende alla soluzione finale[14]. Anche la disperazione ha una logica a cui non si sfugge. Bisogna comprendere che la fase della “neutralità” preludeva alla fase successiva della sistematicità e istituzionalizzazione del male. Dapprima il pensiero politico fa a meno di Dio, ma poi lo combatte per eliminarlo; dapprima fa a meno della natura, ma poi la combatte per eliminarla e riplasmarla. Normalmente si ritiene che il positivismo, compreso il positivismo giuridico alla Kelsen per esempio, sia un esempio di neutralità. Invece quando la ragione, in questo caso la ragione giuridica, si stacca dalla religione non può non diventare antireligiosa. Sia Augusto Del Noce sia Cornelio Fabro ci avevano messo in guardia da questo possibile equivoco, invitandoci a non cadere nel tranello[15].

Alcune considerazioni di prospettiva

Quando Joseph Ratzinger, nel suo non dimenticato discorso di Subiaco del 1 aprile 2005[16], invitò i non credenti a vivere come se Dio fosse, tutti colsero il carattere provocatorio dell’affermazione. Con quella provocazione il Cardinale e futuro Pontefice voleva criticare la secolarizzazione della ragione che, una volta staccatasi dal fondamento religioso, non può che procedere in una continua corrosione del senso, portatrice di sventura. La critica di Ratzinger al processo di secolarizzazione è più profonda di quanto non si pensi solitamente. Egli ne diede molti esempi, dal Discorso all’Università di Regensburg del settembre 2006 fino al Discorso al Bundestag tedesco del 22 settembre 2011 che, dato il suo tema, ci riguarda da vicino in questa occasione.

Concentrandoci brevemente su questo ultimo testo, notiamo una condanna spietata nei confronti della democrazia della maggioranza, che riprende le affermazioni di Schmitt. Sentenza di condanna della equiparazione tra legalità e legittimità che non può fermarsi solo alla neutralità dello Stato ma che necessariamente si evolve nello Stato creatore di un nuovo diritto: l’ingiustizia legale. La visione positivistica della natura, fa notare Ratzinger, non solo non riesce a cogliere nella natura un discorso sulla giustizia tale da dare legittimità alla legalità, ma addirittura pone le basi per la riplasmazione della natura, compresa la natura dell’uomo. La posizione positivista non è solo di neutralità, come abbiamo più volte detto, ma è una contro-natura, una violazione della natura che lo Stato fa propria e che promuove in prima persona.

L’invito, allora, è di ritornare pienamente alla natura come espressione di una legge morale naturale e di un diritto naturale. Nel Discorso al Bundestag, Benedetto XVI ha ben chiarito che “il cristianesimo non ha mai imposto allo Stato e alla società un diritto rivelato, mai un ordinamento giuridico derivante da una rivelazione. Ha invece rimandato alla natura e alla ragione quali vere fonti del diritto, ha rimandato all’armonia tra ragione oggettiva e soggettiva, un’armonia che però presuppone l’essere ambedue le sfere fondate nella Ragione creatrice di Dio”[17]. Si faccia attenzione alle due parti di questo importante passo. Si dice che il terreno della giustizia è prima di tutto quello del diritto naturale, ma si aggiunge subito dopo che ciò non è in grado di stare in piedi da solo senza il fondamento trascendente in Dio creatore. E non può essere sufficiente fondare il diritto naturale sulla ipotesi del Dio creatore – etsi Deus daretur – mentre è possibile attraverso il riconoscimento dell’esistenza del diritto naturale recuperare il suo fondamento in Dio creatore, come garanzia della stessa laicità del diritto naturale. Con il che il processo di secolarizzazione viene combattuto fino infondo.

Ecco allora la sintetica conclusione di questo mio lungo intervento. La secolarizzazione ha dapprima prodotto la neutralità dello Stato, poi però ha fatto dello Stato il primo soggetto impegnato nell’imporre una contro-verità. La risposta deve essere quella di ribadire il valore universale e puramente razionale del diritto naturale[18], ma come via per un recupero anche del suo fondamento trascendente, senza del quale anche il diritto naturale viene concepito come neutrale e, quindi, incapace di reggere e sempre incline ad essere manipolato nella contro-natura.

 

[1] Osservatorio Cardinale Van Thuân, La crisi giuridica ovvero l’ingiustizia legale, Quinto Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, a cura di G. Crepaldi e S. Fontana, Cantagalli, Siena 2013.

[2] “Bollettino di Dottrina sociale della Chiesa” XI (2015) 3, con articoli di G. Crepaldi, S. Cecotti, R. Frullone, G. Cerrelli, J. A. Treglia, B. Blanco, M. Pinton.

[3] T. Collin, Le marriage sans limite, “Liberté politique” , n. 59, mars-avril 2013, pp. 29-36.

[4] M. Gentile, Prefazione a D. Castellano (a cura di), Rivoluzione francese e coscienza europea oggi: un bilancio, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1991, p. 14.

[5] C. Schmitt, Sul Leviatano, introduzione di G. Galli, Il Mulino, Bologna 2011, p. 68.

[6] Ivi, pp. 65-74.

[7] Ivi, p. 76.

[8] Ivi, p. 77.

[9] Ivi, p. 108.

[10] C. Schmitt, Legalità e legittimità, introduzione di C. Galli, Il Mulino, Bologna 2018, p. 53.

[11] Ivi, p.  58.

[12] Ivi, p. 62.

[13] In Joseph Ratzinger l’invito aveva un chiaro carattere sanamente provocatorio.

[14] M. Cacciari, Il potere che frena. Saggio di teologia politica, Adelphi, Milano 2015.

[15] Padre Cornelio Fabro ha sempre indicato il processo di secolarizzazione come secolarismo e ha mostrato il carattere radicalmente ateistico del processo di secolarizzazione. Augusto Del Noce ha sostenuto che la religione cristiana contiene in sé una metafisica e la ragione non deve uscire da essa per svilupparla, se lo fa diventa positivismo ossia non neutralità ma negazione della religione. Anche H. De Lubac aveva mostrato che il positivismo è la forma più radicale di ateismo anticristiano. Non è quindi possibile salvare una presunta neutralità del positivismo chiedendogli di vivere come se Dio fosse.

[16] J. Ratzinger, L’Europa di Benedetto nella crisi delle culture, Cantagalli, Siena 2005. p. 61.

[17] Benedetto XVI, Discorso in occasione della visita al parlamento federale di Germania, 22 settembre 2011.

[18] Benedetto XVI lo ha fatto in moltissime occasioni. Se ne veda una raccolta in: Benedetto XVI, Il posto di Dio nel mondo. Potere, politica, legge, a cura di S. Fontana, Cantagalli 2013.

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Caso Cappato: l’ordinanza della Corte di assise di Milano

Caso Cappato: l’ordinanza della Corte di assise di Milano

Pubblichiamo a seguire l’ordinanza con la quale il 14 febbraio la Corte di assise di Milano, nel processo che vede imputato Marco Cappato per il reato di aiuto al suicidio di Fabiano Antoniani, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 580 del codice penale, rilevando il contrasto di esso con gli articoli 2, 3, 13, 25- II comma, 27- III comma, e 117 della Costituzione, quest’ultimo in riferimento agli articoli 2, 3 e 9 della Convenzione EDU.

Il dubbio sulla costituzionalità dell’articolo 580 c.p. riguarda per i giudici di Milano la parte in cui la norma incrimina le condotte di aiuto al suicidio “a prescindere dal loro contributo alla determinazione e al rafforzamento del proposito suicidiario”. Tale disposizione punisce infatti non solo l’istigazione al suicidio, e dunque chi determina altri al suicidio o rafforza l’altrui proposito suicidiario – contribuendo al processo di formazione della decisione stessa -, ma anche chi “ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione”. Nell’interpretazione giurisprudenziale consolidata tali condotte integrano entrambe, sia sotto la forma di istigazione, sia sotto quella di aiuto al suicidio, la fattispecie incriminatrice, essendo state previste come alternative ( v. Cass. pen. Sez. I, n. 3147 del 6 febbraio 1998).

La Corte di assise di Milano nell’ordinanza contesta tale esegesi, richiamando non solo la sentenza pronunciata dal GUP di Roma nel caso Welby e la sentenza della Cassazione sulla vicenda Englaro del 2007 (sez. I civ., 16 ottobre 2007, n. 21748), ma pure la recente legge sulle DAT, la n. 219 del 2017 che però non legittima il c.d. “suicidio assistito”. Per i giudici l’interpretazione fin qui prevalsa dell’articolo 580 c.p.è stata  mossa dalla considerazione del “suicidio come un fatto in sé riprovevole”, coincidendo “la ratio della norma nella tutela ‘del bene supremo della vita’”: così  si pone in violazione degli art. 2 e 13, I comma, della Carta fondamentale,  è cioè contraria ai principi di libertà e di autodeterminazione del singolo. In base al principio di autodeterminazione, “anche in ordine alla fine della propria esistenza”, per la Corte di Milano dovrebbero essere sanzionabili ai sensi dell’art. 580 c.p. le sole condotte che “in qualsiasi modo” abbiano alterato il percorso psichico del soggetto passivo.
Ne consegue che la sanzione indiscriminata delle varie condotte di aiuto al suicidio e la previsione della stessa pena stabilita per l’istigazione viene ritenuta incostituzionale per violazione degli artt. 3, 13, 25, II comma, e 27, III comma della Costituzione.
Rinviando a una trattazione più approfondita, la prima considerazione che emerge, rispetto a quanto scritto dalla Corte d’Assise, è che elevare l’autodeterminazione a principio costituzionale in grado di prevalere su tutti gli altri valori protetti dalla Costituzione, in primis la vita, appare pericoloso e in contrasto con l’impostazione personalistica della Carta.

 

Avv. Francesca Piergentili,  Dottore di ricerca in Categorie giuridiche e tecnologia nell’Università Europea di Roma

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Il caso “Lituania” e la deriva secolarista della Corte EDU

Il caso “Lituania” e la deriva secolarista della Corte EDU

A primo commento della sentenza sul caso Sekmadienis Ltd. vs Lituania, datata 30 gennaio 2018, della Corte EDU, sul conflitto fra la libertà di espressione e la libertà di religione, relativo alla sanzione irrogata dal Governo lituano all’agenzia pubblicitaria “Sekmadienis Ltd”  per aver utilizzato con modalità dissacratorie figure centrali della religione cristiano-cattolica, pubblichiamo un primo studio del dott. Antonio Casciano, collaboratore della Fondazione Ut Vitam Habeant, presieduta dal card. Elio Sgreccia. La sentenza è stata inserita su questo sito subito dopo la sua divulgazione. Il dott. Casciano ha elaborato uno scritto più articolato, che pubblicheremo a breve.


Con la sentenza sul caso Sekmadienis Ltd. vs Lituania, datata 30 gennaio 2018, la Corte EDU è tornata sulla questione dell’esatta configurazione dei limiti all’interno dei quali iscrivere l’esercizio del diritto alla libertà di espressione, normato all’articolo 10 della CEDU, nello specifico caso in cui il raggio di operatività dello stesso intercetti lo spazio di esercizio di un altro diritto fondamentale, quello alla libertà di religione, disciplinato invece all’articolo 9 del medesimo testo.

Ebbene, nel ragionamento della Corte la sanzione irrogata dal Governo lituano all’agenzia pubblicitaria “Sekmadienis Ltd” -resasi colpevole di aver utilizzato, per finalità profane e con modalità dissacratorie, figure centrali della religione cristiano-cattolica, quali quelle di Gesù e di Maria- sarebbe illegittima perché lederebbe appunto il diritto alla libertà di espressione in forza di una restrizione la cui adozione avrebbe richiesto motivazioni basate su “ragioni sufficienti e rilevanti” che invece sarebbero mancanti (Sentenza Corte EDU, caso Sekmadienis Ltd. v. Lithuania, punto 79). Le medesime Corti nazionali lituane, continua la Corte EDU, nel giudicare legittimo l’intervento sanzionatorio del governo, avrebbero operato un incongruo bilanciamento dei diritti fondamentali in discussione, assegnando, irragionevolmente, una prevalenza assoluta ed esclusiva alla libertà religiosa (Ivi, punto 83). Non si capirebbe poi, argomenta ancora la Corte, in cosa consista quello “stile di vita” che, veicolato dal messaggio pubblicitario, si considera “incompatibile con i principi di una persona religiosa”, né si chiarirebbe perché ciò che offende i sentimenti di una persona religiosa debba essere automaticamente considerato contrario alla morale pubblica (Ivi, punto 80). Infine, non sarebbe stato chiarito perché la sola confessione religiosa consultata sia stata quella romano-cattolica, quando nel Paese esistono di fatto altre confessioni ed altre fedi, né sarebbero state in alcun modo fornite evidenze che provino che tutti quelli che si professano cattolici siano stati realmente offesi dalla pubblicità in questione (Ivi, punto 82).

Procedendo per ordine, quanto alle ragioni addotte dalle Corti nazionali per provare la contrarietà alla morale pubblica della pubblicità in questione, è opportuno precisare che per morale pubblica si intende il complesso novero di principi e valori che una collettività assume quali criteri primi di ispirazione delle regole chiamate a reggere l’organizzazione della vita collettiva nei suoi diversi ambiti, nelle sue differenti articolazioni. Tale nucleo valoriale di riferimento ha a che fare con un deposito di tradizioni e costumi, con un patrimonio culturale e spirituale che, nel caso della Lituania, affonda le sue radici nel tessuto di un sentire religioso che ha trovato nel Cristianesimo cattolico-romano la sua primigenia e più forte fonte di ispirazione. E questo è un dato storico. Allora, la gemmazione graduale della morale collettiva dal cristianesimo, rectius, dal patrimonio millenario di dottrine etiche che da esso hanno avuto origine, fa sì che i due ambiti, morale pubblica e religione, se non sovrapponibili, siano almeno da considerarsi in connessione, per cui potrebbe accadere, ed è questo il caso, che la violazione di un precetto religioso si risolva nella messa in questione di una norma della morale pubblica (si veda punto 55), ovvero che ciò che offende il sentimento religioso di un credente cristiano assurga allo stesso tempo ad una violazione dell’ethos collettivo, risultando così provato come il carattere profano di una pubblicità, per il messaggio e lo “stile di vita” dissacrante che veicola, possa urtare l’ethos collettivo, senza che questo valga a giustificare l’accusa di confessionalità all’ordinamento giuridico che a siffatta morale rinviasse. Quanto al fatto del coinvolgimento nella lite della sola confessione cattolica, si può ben osservare come lo stesso Governo di Vilnius abbia precisato che “la maggioranza della popolazione lituana aderisce alla religione cristiana – secondo un censimento del 2011, il 77% dei Lituani residenti si definivano Romano-cattolici, laddove un altro 6% diceva di appartenere ad altra confessione cristiana, come la Russo-ortodossa, […], l’Evangelico-luterana” (Ivi, punto 55). Dunque il 90% circa dei Lituani si professa cristiano e di questi quasi il 90% cattolico. Il fatto poi che solo un centinaio di cittadini abbiano preso parte all’iniziativa, se da un lato prova il rigore morale con cui gli stessi zelano gli insegnamenti magisteriali della religione di appartenenza, dall’altro non può escludere che anche altri cittadini credenti, ancorché offesi dalla pubblicità, abbiano comunque scelto di rimanere in silenzio e dunque il riferimento che la Corte fa alla consistenza numerica dei lagnanti appare scarsamente significativo, se non addirittura fuorviante, giacché anche l’iniziativa di un singolo credente, come si sa, avrebbe potuto generare una querelle non dissimile da quella venuta a verificarsi.

Il problema infine dell’incongruo bilanciamento che le Corti nazionali avrebbero operato, quanto all’esigenza di garantire una tutela adeguata tanto alla libertà di espressione quanto a quella di religione, prediligendo quest’ultima a discapito della prima, induce a rilevare come la Corte –nel volersi sostituire, con sempre maggiore frequenza, alle Corti nazionali in tali giudizi di ponderazione, e nel voler ridimensionare l’importanza applicativa del margine di apprezzamento, che al contrario dovrebbe essere particolarmente ampio proprio laddove le materie oggetto di controversia paiono suscettibili di generare maggior conflitto sociale, a ragione delle loro implicazioni etiche– abbia una volta ancora optato per un’applicazione ampia del principio del controllo diffuso di convenzionalità, che, come noto, impone direttrici interpretative stringenti alle Corti nazionali, costrette come sono a disapplicare tutte quelle fonti interne, fossero anche di rilievo costituzionale, che dovessero risultare in conflitto non con la CEDU in se stessa, ma con l’interpretazione di essa ne fa la stessa Corte, in barba al principio di supremazia costituzionale.

Questo orientamento giurisprudenziale, oltre a garantire un’uniformità interpretativa quanto ai contenuti fondamentali della Convezione, sembra favorire l’affermarsi di paradigmi culturali tali da veicolare visioni della società, dei costumi e della morale sempre più spesso informate ad ideologie e progettualità di matrice secolarista. È il caso dell’approccio rigidamente laicista che la Corte sta, con sistematicità crescente, assumendo nel promuovere una lettura dei fenomeni sociali alla luce di una concezione della religione vista sempre più come una dimensione della vita esclusivamente privata dei cittadini, priva cioè di qualsiasi plausibilità pubblica e incapace di offrire un’interpretazione significante della realtà. Alla base di questa lettura insiste invero una definizione meramente sociologica del fenomeno religioso che, ristretto ormai a circoli sempre più limitati della vita sociale, rivela come sarebbe divenuto oggetto di una mera questione preferenziale, personale, di una credenza non istituzionalizzata e dai contenuti variabili ed incerti, in ultima analisi ruotanti intorno alla concezione che ciascun individuo ha del “sacro”. Si tratta, con piana evidenza, di errori che affondono le loro radici nel terreno comune della completa desacralizzazione dello spazio pubblico, della deriva immanentista della cultura moderna, il cui prometeico desiderio di affrancamento definitivo da ogni forma di trascendenza metafisica, il cui deciso congedo da qualsiasi assunzione veritativa, ontologica all’interno del discorso etico, politico e giuridico, ha finito con lo svuotare di senso i fondamenti stessi della odierna civiltà liberale post-moderna, che, come ricordava Ernst W. Böckenförde, ormai “vive di presupposti che non può più garantire”. La decisione della Corte sembra muovere decisamente verso questo tipo di deriva ideologica.

Antonio Casciano

Phd. Fondazione “Ut Vitam Habeant”

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Il Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa è un gesto di coraggio e di speranza

Il Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa è un gesto di coraggio e di speranza

Venerdì 9 febbraio si è tenuta la presentazione del Nono Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, organizzata dall’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuan e dal Movimento Cristiano Lavoratori. Riportiamo l’intervento pronunciato nell’occasione da Alfredo Mantovano, vicepresidente del Centro studi Livatino.
Em. Cardinale Bagnasco, Ecc. Mons Crepaldi, cari Amici, 
 
 ringrazio l’Osservatorio internazionale Cardinale Van Thuan e il Movimento Cristiano Lavoratori per l’invito a questa presentazione, e più in generale alla collaborazione al Rapporto, della quale sono onorato, anche a nome del Centro Studi Livatino.
 
 1. Il titolo del Rapporto ruota attorno al termine “illusioni”, sul qual si è così bene appena soffermato il prof. Ornaghi. Le illusioni si nutrono di leggende e di miti. Dice la leggenda che un bel giorno in una Europa nella quale ci si era sempre combattuti la guerra terminò. E scoppiò la pace: non per caso, ma perché a pochi anni dalla conclusione del Secondo conflitto mondiale i capi dei più importanti Stati europei avevano posto le basi per la loro  progressiva unificazione. 
 
 Come tutte le leggende, pure questa contiene un fondo di verità: da 70 anni il suolo europeo parrebbe non essere più scenario di guerre. O per lo meno la parte di esso alla quale rivolgiamo la maggiore attenzione. Certo, qualcuno dovrebbe spiegarci in quale continente vent’anni fa si collocavano la Bosnia, la Serbia, il Kosovo, e oggi la Crimea e l’Ucraina. Ma scopriamo pezzi di una guerra anche nell’Europa che conta, se pensiamo a quanto accaduto al Bataclan di Parigi, o sulla Rambla di Barcellona, o sul lungomare di Nizza, o in tanti altri luoghi: si tratta di una guerra che è stata perfino dichiarata, pur se non ha regole tradizionali e simmetriche di svolgimento. Per non parlare di quella guerra non visibile sui media, ma reale, che da decenni falcia milioni di vite innocenti con l’aborto, diffuso e finanziato da ciascuno Stato europeo, e consacrato dalle Corti al rango di diritto. 6 milioni di esseri umani uccisi solo in Italia perché troppo piccoli negli ultimi 40 anni! Per cui è un ardito sostenere che da 70 anni le istituzioni europee – che peraltro esistono da minor tempo – sono state garanti di pace…
 
 Come tutte le leggende, pure quella dell’Europa contemporanea ha i suoi miti. Uno dei più significativi è il Manifesto di Ventotene: tanto celebrato in pubbliche manifestazioni quanto ignorato nei contenuti. Peraltro le pubbliche manifestazioni non paiono neanche portare bene: dei tre capi di Stato o di governo che hanno preso parte all’ultimo pellegrinaggio verso l’isola del Tirreno due sono andati a casa dopo pochi mesi e il terzo – la terza – fatica ancora a formare un esecutivo a sei mesi di distanza dalle elezioni!
 
 Tuttavia, al di là della cabale, la semplice lettura di quel documento dovrebbe indurre i suoi apologeti a serbare un po’ di pudore nell’esaltarlo: nel breve intervento contenuto nel Rapporto ne ho riportato qualche stralcio significativo. Sì, un po’ di pudore, visto che in quel Manifesto vi è la radice ideologica di istituzioni comunitarie oggi arroccate nelle proprie burocrazie, che bocciano come populisti coloro che chiedono maggiore rappresentatività, che guardano alla democrazia come a un pericolo, che ritengono che l’unificazione europea sia l’esito non già di un percorso di federazione fra popoli e nazioni, nel rispetto delle specificità di ciascuna, ma l’imposizione dall’alto di regole comuni.
 
 E’ una leggenda, con i suoi falsi miti, che mostra i suoi limiti a un confronto sereno con la realtà. Intendiamoci, non va bene che le si contrappongano altre leggende, con altri miti. La scelta non può essere fra un europeismo ottuso, che continua a imporre a tutti i suoi membri norme non votate da popoli o da parlamenti, e dall’altro lato un antieuropeismo altrettanto ottuso che propone cose irrealizzabili, come l’uscita dall’euro o il ripristino di confini blindati fra gli Stati dell’Unione. Il terreno complicatissimo sul quale lavorare è intanto di essere presenti in questa Ue. E’ giocare la partita fino in fondo. E’ anzitutto esserci: il limite frequente dei governanti italiani è di non esserci, è di delegare alle proprie burocrazie a Bruxelles perfino le scelte strategiche (ogni riferimento, da ultimo, alla vicenda Ema, è voluto: lasciata gestire a un pur praparato sottosegretario, mentre altri però schieravano ministri e primi ministri). Se ci stai puoi essere preso in considerazione; se deleghi a persone competenti, ma che vivono stabilmente dentro le istituzioni Ue e in qualche modo ne subiscono il condizionamento – ideologico, di prassi, di comportamenti -, non hai titolo a lamentarti se poi non va come speravi. Se invece decidi di spenderti, puoi puntare a cambiare qualcosa su temi specifici. In anni passati la formazione di minoranze di Stati aventi interessi comuni – es. i Paesi Ue che affacciano sul Mediterraneo per la questione immigrazione – ha permesso di conseguire risultati, se pur parziali e temporanei. Oggi il c.d. Gruppo di Visegrad impensierisce partner e istituzioni europee perché, al di là del merito di ciò che propone, appare coeso geograficamente e politicamente.
 
 L’alternativa oggi non è fra europeismo e nazionalismo (nella versione del sovranismo), ma fra Ventotene e Magistero della Chiesa sull’Europa: vale quanto al rispetto delle identità, quanto alla considerazione della volontà dei popoli, quanto alla consapevolezza di una storia e di un destino comune, quanto alla prospettiva di speranza o di desolazione. 
 
 Affrontare questa partita oggi è una delle sfide più significative per chi orienta il proprio impegno politico alla luce della Dottrina sociale della Chiesa. Potreste dire: in Italia l’ultima Legislatura ha consacrato l’irrilevanza politica di quel che rimane del popolo cattolico, e tu pensi a presenze significative di cattolici in Europa? E qual è l’alternativa? Alzare bandiera bianca e lasciare l’Ue alla propria deriva relativistica? Magari in attesa che nel giro di qualche decennio – se non succede altro – il riequilibrio demografico al proprio interno alla fine sostituisca le 12 stelle su sfondo azzurro con la mezzaluna rossa su sfondo verde?
 
 2. Questo Rapporto, come tutto il lavoro teso alla diffusione della Dottrina sociale della Chiesa, è un gesto di coraggio e di speranza. Certo, non è sufficiente. Non è sufficiente che la Dottrina sociale cristiana sia studiata da pochi, quasi una nicchia a metà fra religione, culturale e politica, e non abbia quella collocazione centrale derivante dall’essere – come insegnava S. Giovanni XXIII – “parte integrante della concezione cristiana della vita”. Non è nemmeno sufficiente che sia considerata soltanto una materia di studio; come insegnano S.Eminenza e S.Eccellenza, essa non contiene soltanto principi di riferimento e criteri di giudizio. Contiene pure direttive di azione. Dunque, è chiamata a tradursi in fatti, in azione di governo, in leggi. Deve passare dai documenti all’educazione. E dall’educazione alla messa in pratica. 
 
 “Non basta intender una proposizione vera, bisogna sentirne la verità. C’è un senso della verità, come delle passioni, de’ sentimenti, bellezze, ec.: del vero, come del bello. Chi la intende ma non la sente, intende ciò che significa quella verità, ma non intende che sia verità, perché non ne prova il senso”. Sono trascorsi quasi due secoli – era il 22 novembre 1820 – da quando Giacomo Leopardi annotava queste considerazioni nel suo Zibaldone.  Sono attualissime. Applicate al nostro tema, esortano non soltanto a riscoprire le ragioni per le quali l’Europa, pur non avendo la struttura geografica di un continente – come territorio essa è l’appendice orientale del continente asiatico -, è stata per millenni il continente al centro del mondo, quello che ha irradiato la civiltà sull’intero pianeta. E già questo lavoro di riscoperta è una fatica immane.
 
 Ma Leopardi va oltre: ci ricorda che esiste un senso del bello e del buono, ed esiste pure un senso del vero. “Sentire il vero” non vuol dire cedere alla prima suggestione o al sentimentalismo, per cui basta un clic sul “mi piace” e hai risolto la faccenda. C’è una educazione al senso del vero che va riattivata: e va riattivata di pari passo con l’educazione al senso del bello e del giusto. Bisogna allenarsi, altrimenti ci si dimentica, o peggio si scade nella retorica.  
 
 Come allenarsi a questo “sentire”? Come allenarsi a “sentire” le ragioni autentiche dell’unità europea? Di ciò che unisce realmente e culturalmente l’Europa? L’allenamento potrebbe partire da un tour non troppo rapido per cattedrali. Proseguire con qualche lettura non banalizzata di Dante, o di Petrarca, o di Cervantes. E poi l’ascolto di Vivaldi e di Mozart. E lo studio dell’architettura politica del Sacro Romano Impero, del tutto coerente con quel rispetto dei popoli e dei territori che oggi latita. Quale altro luogo al mondo è riuscito a regalare le summe e le commedie, le vetrate delle cattedrali e Caravaggio, Bach e Leonardo, la vera autonomia dei Comuni e la descrizione della relazione fra il diritto iscritto nella nostra natura e il diritto positivo? Tutto questo – e tanto altro – ha tradotto per le contrade europee la verità sull’uomo trasmessa dagli Apostoli. Ha conferito un senso evidente alla verità, alla bellezza e alla giustizia: perseguite con tutti i limiti della natura umana, ma con incarnazioni vitali.
 
 Per questo l’Osservatorio Van Thuan svolge un lavoro prezioso, che meriterebbe slancio e diffusione nell’intera realtà ecclesiale. Sul punto i modelli, anche contemporanei, non mancano. S. Giovanni Paolo II, per esempio. Il Quale non si limitava a conoscere bene la storia. Ne coglieva il senso al punto da farla la storia. Nei primi anni del suo Pontificato ricorderete che più d’uno, talora anche in ambienti ecclesiali, lo accusava di non essere al passo con i tempi. E in qualche misura era vero. E’ stato sufficiente che trascorresse qualche anno, nemmeno molti. Perché alla fine, quando le pietre di tanti muri hanno iniziato a rotolare, sono stati i tempi che si sono messi al passo con lui.
 
 Possa lo studio carico di amore e di senso di realtà della Dottrina sociale della Chiesa farci seguire il suo esempio luminoso.
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La Lituania sanzionata per aver multato la blasfemia

La Lituania sanzionata per aver multato la blasfemia

Pubblichiamo la sentenza della IV sezione della Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, nel caso Sekmadienis Ltd v. Lithuania, del 30 gennaio 2018. Essa condanna la Lituania per aver multato un’impresa per una pubblicità blasfema, le cui immagini sono state ampiamente riportate in questi giorni dai media. La Corte ha rilevato una violazione dell’art. 10 della CEDU. In particolare, i giudici di Strasburgo hanno ritenuto insufficienti le ragioni addotte dalle autorità lituane per limitare la libertà d’espressione della ricorrente garantita da tale articolo. Secondo la discutibile decisione della Corte non si è adeguatamente dimostrato come tale limitazione fosse necessaria a proteggere la morale o i diritti altrui, ipotesi nelle quali il par. 2 dell’art. 10 CEDU consente limitazioni alla libertà garantita dal par. 1 dello stesso articolo. A breve pubblicheremo un commento.

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Fake News: aspetti problematici della recente iniziativa del Viminale

Fake News: aspetti problematici della recente iniziativa del Viminale

Il 18 gennaio scorso il Ministro dell’Interno Marco Minniti, il Capo della Polizia Franco Gabrielli e la Direttrice del servizio di Polizia postale Nunzia Ciardi hanno presentato a Roma il primo Protocollo Operativo per il contrasto alla diffusione delle c.d. fake news attraverso il web. Questo strumento, nelle intenzioni dei suoi ideatori, ha l’obiettivo “di arginare, con specifico riguardo al corrente periodo di competizione elettorale, l’operato di quanti, al solo scopo di condizionare l’opinione pubblica, orientandone tendenziosamente il pensiero e le scelte, elaborano e rendono virali notizie destituite di ogni fondamento, relative a fatti od argomenti di pubblico interesse” (cfr. https://www.commissariatodips.it/fileadmin/src/doc/pdf/comunicato18012018.pdf).

Il nuovo sistema ruota attorno all’utilizzo del “Red Button”, un interfaccia presente sul sito www.commissariatodips.it tramite il quale chiunque, senza registrarsi o autenticarsi ma semplicemente fornendo un indirizzo email, può segnalare alla Polizia l’esistenza in rete di un contenuto che ritiene ascrivibile a fake news. All’utente è lasciata la facoltà di corredare la segnalazione con l’indicazione delle piattaforme social (Facebook, Twitter etc.) su cui l’informazione è stata diffusa. Spetterà poi alla Polizia il giudizio di veridicità sulla notizia.

La segnalazione verrà infatti analizzata da un team di esperti del CNAIPIC (il Centro Nazionale Anticrimine Informatico per la Protezione delle Infrastrutture Critiche, cioè la struttura della Polizia di Stato incaricata di prevenire e reprimere i crimini informatici) che, “in tempo reale, 24 ore su 24”, la setaccerà utilizzando tecniche e software specifici per ravvisare eventuali indicatori che consentano di qualificarla come fake news. All’individuazione di una fake news seguirà la pubblicazione sul sito della Polizia e sui canali social istituzionali di una smentita.

Il CNAIPIC curerà inoltre un’autonoma attività di raccolta informativa diretta a individuare in maniera preventiva la diffusione in rete di notizie che ritiene possano essere marcatamente caratterizzate da infondatezza e tendenziosità o evidentemente diffamatorie.

Non si dubita della sincera preoccupazione di chi ha varato l’iniziativa per la costruzione di false notizie, soprattutto a fronte della facilità di diffusione permessa oggi dai circuiti  social, né possono trascurarsi i gravi danni che informazioni menzognere provocano su persone e comunità. Sono peraltro notorie la professionalità e la dedizione del sistema italiano di sicurezza, e al suo interno della Polizia postale – una vera eccellenza, riconosciuta come tale anche fuori dai confini nazionali -, nel prevenire e nel reprimere i crimini informatici, in primis quelli più odiosi che riguardano i minori. Tuttavia l’apprezzabile intenzione di contrastare la circolazione di fake news si incrocia con taluni rischi derivanti dalla configurazione del rimedio individuato.

Innanzitutto, non è a oggi noto il sistema di regole e l’ambito operativo nel quale si muoverà la Polizia Postale una volta ricevute le segnalazioni degli utenti. Appaiono infatti generici i criteri che dovrà seguire il CNAIPIC nella sua analisi (per ora si fa riferimento unicamente alla presenza di smentite ufficiali, alla falsità del contenuto comprovata da fonti obiettive e alla provenienza della notizia da fonti non accreditate o certificate), mancando quindi la concreta indicazione del modo in cui si procederà a stabilire se una determinata informazione è vera o falsa.

Non è poi dato sapere se il Protocollo, elaborato con lo specifico fine di evitare “l’induzione sistematica di falsi convincimenti, individuali e collettivi, e la macroscopica alterazione del sereno dispiegarsi del confronto democratico”, opererà limitatamente alle notizie diffuse durante le campagna elettorale o riguarderà anche altri ambiti informativi, magari dopo il voto del 4 marzo, selezionati alla stregua di criteri non noti.

Il pericolo di una valutazione arbitraria è peraltro aumentato dalla difficoltà di delimitare con precisione la nozione di fake news. I dati sbagliati che il politico di turno cita durante un intervento televisivo sono classificabili come fake news? E gli arcinoti meme su fantomatici parenti di Laura Boldrini che avrebbero compiuto atti ignominiosi? Se la risposta è affermativa, non si comprende perché, nel primo caso, non incrementare una puntuale opera di factchecking giornalistico o, nel secondo caso, non rendere più celere la trattazione di una querela per diffamazione. Se la risposta è negativa, si torna alla casella di partenza e permane l’indeterminatezza.

Ci sono un paio di ulteriori aspetti critici del Protocollo che appare opportuno sottolineare. In primis, il mancato coinvolgimento dell’autore della presunta fake news nel procedimento di verifica: costui, allo stato attuale, non può in alcun modo difendersi o dimostrare la veridicità di quanto afferma, e finisce per subire passivamente l’intera operazione. Perché precludere questa possibilità, per esempio, all’autore di una inchiesta giornalistica che, sollecitato, potrebbe fornire garanzia sulla autenticità delle sue fonti?

L’altra problematica riguarda – lo si ripete, in coerenza con la stima e con la gratitudine per il lavoro delle forze di polizia – l’attribuzione alla Polizia postale della attestazione di ciò che è vero e di ciò che è falso. Questo, da un lato, evoca esperienze storiche che poco hanno di democratico, a fronte di un sistema sicurezza che ha compiuto enormi sacrifici per diventare  – quale è diventato in Italia – un baluardo della democrazia; dall’altro, espone i funzionari di polizia addetti al servizio a gravi responsabilità qualora le news da loro eventualmente certificate come fake si dimostrassero poi veritiere.

La disinformazione si combatte sul piano culturale, alzando il livello dell’onestà di chi lavora nella comunicazione e il livello della consapevolezza di chi la riceve, non istituendo un controllo di polizia, rispetto al quale il “Red Button” rischia di diventare un incentivo alla delazione, e magari alla costruzione di denunce esse sì menzognere.   

Il Centro studi Livatino   

 

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