A che punto è la notte?

A che punto è la notte?

traiding opzioni binarie Set 14, 2017

http://portsmouthpartnership.org/?kompas=%D8%A7%D8%B3%D8%AA%D8%AB%D9%85%D8%B1-%D8%A8%D8%A7%D9%84%D9%85%D8%A7%D9%84-%D9%84%D9%83%D8%B3%D8%A8-%D8%A7%D9%84%D9%85%D8%A7%D9%84&fc8=a6 استثمر بالمال لكسب المال Pubblichiamo con piacere l’intervento sul Foglio del Presidente Carlo Deodato, magistrato del Consiglio di Stato.

trading online opzioni binarie truffa Le misere vicende politiche nazionali impediscono (ai più) una visione larga della crisi profonda, e, per certi, versi, irreversibile, in cui è sprofondata la ci­viltà occidentale. L’architettura politica e culturale su cui si sono rette le società europee e quella americana, pur con i rivolgimenti degli ultimi secoli, è stata edificata su architravi solide e stabili, che, tuttavia, cominciano a mostrare pro­fonde crepe e inquietanti segni di cedi­mento. Il Presidente Trump ha recente­mente avvertito l’esigenza di difendere l’Occidente dal pericolo della Russia. Co­sì come si sente ripetere, come un mantra, che la civiltà occidentale è minaccia­ta dal fondamentalismo islamico. Ma so­no davvero la Russia e l’islam i (soli) ne­mici dell’Occidente? O, piuttosto, i pericoli per l’Occidente vengono (soprat­tutto e innanzitutto) dal suo interno?

Learn currency trading volume Prima di rispondere a queste domande, si deve comprendere l’essenza dei valori dell’Occidente. Con l’eccezione delle aberrazioni totalitarie, la civiltà occiden­tale, nei suoi naturali e più recenti appro­di, si è costruita sui valori della libertà e del primato della persona (e della sua dignità) sullo Stato; della sacralità della vita e della universalità dei diritti; sul principio di responsabilità e su quello della rappresentanza democratica (tem­perato dal canone della sussidiarietà).

sc fxoro com La sintesi mirabile, che si è consolidata nel pensiero dell’Occidente, tra filosofia greca, diritto romano e fede cristiana ha condotto alla costruzione di un sistema culturale e di pensiero che è riuscito a coniugare la più autentica espressione della natura dell’uomo con lo sviluppo di una società ordinata e libera.

ciclopentilpropionato de testosterona Le vette raggiunte dalla speculazione dei filosofi greci hanno, in particolare, aperto uno squarcio su una dimensione ideale dell’esistenza dell’uomo e delle sue relazioni; le regole del diritto roma­no, incentrate sulla responsabilità perso­nale e civica del pater familias, hanno con­solidato l’idea che ogni convivenza uma­na ordinata deve fondarsi sul principio di giustizia dell’unicuique suum (già presen­te nelle opere di Platone e di Aristotele e poi consacrato da Ulpiano come uno dei cardini del diritto); la rivelazione e la tra­dizione cristiana hanno illuminato di una luce soprannaturale l’armonia delle civil­tà classiche, con cui si sono coniugate, stabilendo un legame inscindibile e vir­tuoso tra la centralità della persona e i suoi doveri verso il prossimo e verso la Res Publica.

opizioni binarie iq Il connubio di fede e ragione (già indi­cato come indissolubile da sant’Agostino, da san Tommaso, da Pascal e, infine, ri­preso da Benedetto XVI nella celebre Lectio magistralis tenuta a Ratisbona) ha costituito, in particolare, il fondamento dell’elaborazione e dell’attuazione di un sistema che si fonda sì sulla logica e sul diritto, ma anche su una prospettiva salvi­fica dell’esistenza umana.

binäre optionen köln Si è così sviluppata, seppur con un per­corso non sempre lineare (il sonno della ragione ha anche prodotto i mostri della degenerazione giacobina della Rivoluzio­ne francese, del collettivismo socialista e ateo e del totalitarismo pagano dello Sta­to nazionalsocialista), un’idea di società e di persona che trascende ogni approccio meramente organizzativo e orizzontale e che si nutre, al contrario, della naturale aspirazione dell’uomo a valori universali e immutabili.

forex admiral markets opinie uwagi L’Occidente contiene, in sé, la tensione verso il bene comune, della persona e, insieme, della società, e non tollera visio­ni riduttive della libertà dell’uomo o in­terpretazioni materialistiche della convi­venza civile.

حسابات تداول الفوركس La cultura occidentale presuppone e genera una insopprimibile ricerca, che Oswald Spengler (ne “Il tramonto dell’Oc­cidente”, troppo spesso oggetto di esegesi deviate e ideologiche) definiva (prima) apollinea e (poi) faustiana, della dimen­sione ideale, ma non per questo utopisti­ca o irrazionale, del benessere (meglio: della felicità) dell’uomo.

programma azioni binarie Per questa sua visibile aspirazione in­cessante verso il bene della persona e della società l’Occidente ha assunto il ruolo di guida nella diffusione nel mondo del valore della libertà e, senza idealiz­zarne la storia o sminuirne gli errori (che pure non sono mancati), ha garantito l’as­similazione globale e, spesso, la stessa protezione dei diritti naturali dell’uomo.

en iyi forex yazılımı Sennonché, la civiltà occidentale sem­bra, ormai da tempo, aver abdicato a que­sta sua naturale missione, avendo ceduto ai germi interni della dissoluzione e al morbo intestino della disgregazione della sua struttura ontologica.

För Viagra 200 mg på nätet E’ vero che, come osserva Umberto Ga­limberti, l’Occidente contiene già nella sua radice lessicale l’idea del tramonto, ma sembra che recentemente il crepusco­lo della luce che esso diffondeva si sia fatto sempre più scuro (tanto che il socio­logo Harold Bloom ha definito l’America come “terra dell’imbrunire”), secondo la regola (della fisica aristotelica) consacra­ta nel motto motus in fine velocior.

La società occidentale contemporanea ha, infatti, da tempo rinunciato alla ricer­ca del significato dell’esistenza, ha abdi­cato a ogni prospettiva salvifica della vi­ta, ha smarrito il senso del sacro (come mirabilmente argomentato da Ida Magli in “Dopo l’occidente”), ha bandito Dio dalla vita pubblica e si è chiusa in un’or­ganizzazione materialistica e, in fondo, disperata delle relazioni umane.

Il sistema su cui si reggono, ormai, le convivenze occidentali si fonda sul solo predominio della tecnica e della finanza sulla dignità e sulla libertà dell’uomo.

L’uomo occidentale, soprattutto quello metropolitano, è schiacciato da una rego­lazione ossessiva di ogni aspetto della sua esistenza, oppresso da una presenza inva­dente e pervasiva dello Stato.

E’ stordito dagli smartphone e inebeti­to dai social network.

Non crede più a niente e a nessuno. Anzi, peggio, è pronto a credere al primo politicante che gli promette, con misera­bili tecniche illusionistiche, un frammen­to di felicità.

A ben vedere, tutti i pilastri su cui è stata edificata l’architettura della civiltà occidentale stanno cedendo o si sono già sgretolati (in un processo di crisi già in­tuito, nella prima metà del secondo scar­so, da Paul Hazard, “La crisi della co­scienza europea”, e Robert Musil, “L’uo­mo senza qualità”).

La dignità della persona è vilipesa e mortificata dalle preminenti e oppressive regole della scienza e dell’economia (ap­plicate senza alcuna considerazione delle istanze insopprimibili e naturali dell’in­dividuo), in tutti gli ambiti dell’esistenza umana.

La sacralità della vita è ridotta a un simulacro dalla prevalenza della cultura della morte (nelle sue varie e tragiche declinazioni).

La libertà (anche di pensiero e finan­che di parola) dell’uomo (nell’espressio­ne più pura del pieno sviluppo della per­sonalità e nei rapporti con lo Stato) è con­culcata dall’attuazione indefessa dei dog­mi orwelliani di una nuova religione civile, i cui riti si celebrano nel main­stream del pensiero unico (con le aberra­zioni già stigmatizzate da Robert Hughes, “La cultura del piagnisteo”), e da una di­sciplina minuziosa e invasiva delle attivi­tà economiche, oltre che da una innatura­le oppressione fiscale.

Il principio di responsabilità, su cui so­no stati edificati gli assetti più virtuosi delle società contemporanee, è oscurato da una malintesa e incessante rivendica­zione di (soli) diritti, così assordante da provocare l’oblio dell’etica dei doveri.

La ricerca del significato della vita e la prospettiva della sua redenzione sono or­mai tristemente sostituite da un’affanno­sa brama di divertimenti, beni materiali, sballo, svago, sesso, droghe, che pare esaurire, in sé, il senso dell’esistenza, tanto che l’individuo, avendo smarrito la sua dignità, è ormai svilito al rango di un consumatore seriale di piaceri.

L’uomo occidentale è confuso da una girandola vorticosa di informazioni e di notizie, così da disconoscere persino l’i­stanza più intima della ricerca della veri­tà. Ha sostituito l’affermazione di principi assoluti con un relativismo fiacco e steri­le, che rinuncia in radice all’idea stessa della verità.

E’ così indebolito da non essere più in grado di sacrificarsi per niente e per nes­suno, da ignorare lo stesso concetto di sacrificio, nelle sue espressioni più nobi­li

Non riconosce più alcuna Autorità e neanche la Chiesa sembra più in grado di guidarlo, irretita come appare, nella sua guida temporanea, in una visione (solo o soprattutto) orizzontale, sociale e imma­nente del mondo.

D’altra parte il rifiuto per l’Autorità, anzi: il disprezzo per essa (recentemente indirizzato verso quella politica), era già stato indicato come una delle cause prin­cipali della crisi della società contempo­ranea e della sua conseguente (o presup­posta?) anarchia strisciante da Christofer Lasch (“La cultura del narcisismo”).

L’uomo occidentale non riesce nean­che più a immaginare il suo futuro, tanto che non fa più figli, che sono il primo e il più chiaro segno della vitalità di una so­cietà. La denatalità impedisce, così, il na­turale rinnovamento della vita e delle energie della comunità e ne accelera il crepuscolare e malinconico invecchia­mento, in un’agonia (che pare) senza spe­ranza.

L’Occidente, così come lo abbiamo co­nosciuto, si sta tristemente, ma inesora­bilmente, spegnendo, in un processo di dissoluzione interna che ricorda, per molti versi, il declino dell’Impero Roma­no, quando la degenerazione morale, l’ar­rivo dei barbari, la crisi demografica, la corruzione hanno prodotto il disfacimen­to di un’organizzazione che pareva incrol­labile e spalancato le porte al Medioevo.

Sembra un percorso irreversibile di decomposizione, lento ma inesorabile, di un organismo (sempre meno) vitale (lo storico americano Andrew Michta la defi­nisce decostruzione dell’Occidente), cela­to ai più dall’ebrezza dei consumi o, per converso, dalle preoccupazioni economi­che.

Quando l’uomo e la società in cui vive perdono il senso della loro esistenza, rin­negano la loro identità e la loro tradizio­ne (come accade simbolicamente, e tragi­camente, con l’abbattimento delle statue di Cristoforo Colombo, così come con la rinuncia della principali Università sta­tunitensi allo stesso insegnamento obbli­gatorio della Western Civilization) e non hanno più fede in alcun valore che tra­scenda la dimensione solo materiale del consumo e del piacere, appare difficile immaginare una palingenesi.

Quando il denaro vale più dell’uomo, sembra impossibile scongiurare il collas­so del sistema.

Ed è arduo non pensare a un suicidio (o a una strana forma di eutanasia).

I nemici, per rispondere ai quesiti in­ziali, sono, infatti, figli degeneri e spuri dello stesso Occidente.

Si dirà che è una visione (troppo) pessi­mistica del presente (e del futuro) e (trop­po) ottimistica del passato. Forse è vero. Ci sono ancora luci (oggi) che possono giu­stificare una speranza, così come ci sono ombre tragiche nella storia dell’Occiden­te, ma il processo è quello indicato: lo smarrimento, la confusione, la paura, la debolezza hanno preso il posto di quella energica tensione ideale verso il bene dell’uomo che ha animato, per secoli, la vita della civiltà europea.

E’, quindi, tutto perduto?

La civiltà occidentale è, dunque, desti­nata a essere sostituita da oscure, ma più forti e più vitali, culture, che, tuttavia, ignorano i principi di libertà, democra­zia, dignità dell’uomo, sacralità della vita, rispetto per la donna?

Difficile a dirsi. Sembra che manchi la forza per una rinascita. Sembra che l’Oc­cidente non abbia più l’energia, da solo, di rigenerarsi, annullato com’è da un ni­chilismo senza speranza.

Forse è necessario uno scatto traumati­co della Storia, perchè l’Occidente risco­pra i suoi valori, i suoi ideali, il senso della sua missione. Forse, come nella vita delle persone, è necessaria una tragedia, per un nuovo inizio.

La rigenerazione dell’Occidente non può, tuttavia, che passare da un nuovo umanesimo. Un umanesimo cristiano. Non indistinto e politicamente corretto. Ma cristiano, che si fondi, cioè, sul ricono­scimento della persona come essere natu­ralmente libero e destinato alla felicità (e alla salvezza) per mezzo della verità e dell’amore.

“Sentinella, a che punto è la notte?” (Isaia, 21, 11).

Share
Eutanasia dj Fabo: l’ordinanza di imputazione per istigazione al suicidio a carico di Marco Cappato

Eutanasia dj Fabo: l’ordinanza di imputazione per istigazione al suicidio a carico di Marco Cappato

binäre optionen demokonto ohne einzahlung Pubblichiamo l’ordinanza depositata il 10 luglio scorso, con la quale il Gip del Tribunale di Milano dott. Luigi Gargiulo ha disposto l’imputazione coatta per il delitto di istigazione al suicidio a carico dell’on. Marco Cappato per la morte di Fabiano Antoniani, detto Fabo. Si tratta di un provvedimento sul quale torneremo, ma che si segnala – al di là della condivisibilità di taluni passaggi, per es. a proposito del disegno di legge c.d. sulle dat – per l’illustrazione delle ragioni contrarie all’interpretazione fortemente restrittiva della norma di cui all’art. 580 cod. penale proposta dalla Procura della Repubblica di Milano. 

 

 

Share
Charlie, Alta Corte e CEDU: da culla del diritto a culle senza diritti

Charlie, Alta Corte e CEDU: da culla del diritto a culle senza diritti

E’ certamente positivo che oggi l’Alta Corte inglese riconosca ai genitori di Charlie Gard quella possibilità di esprimersi che pareva loro irrevocabilmente negata. Quel che sorprende, tuttavia, di fronte alla motivazione del rinvio della decisione a giovedì, è la concezione quasi “proprietaria” che sembra emergere: l’oggetto del giudizio non è se l’ospedale nel quale Charlie è ricoverato debba o non debba proseguire le terapie – è evidente che non ritiene di farlo -, bensì se i genitori del piccolo abbiano il dovere e il diritto di tentare il possibile per salvarlo, in nome del favor vitae e ovunque vi sia la disponibilità. E se pure non si trovi alcuna terapia convincente, è inaccettabile che si autorizzi la sospensione del mantenimento vitale (idratazione, alimentazione e supporto respiratorio): esso non è nuova terapia sproporzionata e contraria all’attuale interesse del minore. La concezione “proprietaria” del minore che pare emergere da quanto accaduto finora è il riflesso più evidente di una mentalità eutanasica, diventata sistema: un elemento da tenere ben presente in Italia nella discussione in atto al Senato sulle dat, il cui testo pone i minori e gli incapaci nell’arbitrio delle strutture sanitarie e dei giudici. Quanto accade oggi a Londra rischia di essere il nostro futuro.

E’ quanto sostiene il Centro Studi Rosario Livatino, formato da magistrati, docenti universitari e avvocati.

Il Centro studi Livatino

info@centrostudilivatino.it – www.centrostudilivatino.it – (+393494972251 – +393334152634)

Share
Charlie Gard, una storia brutta. Passare il segno per lasciare il segno?

Charlie Gard, una storia brutta. Passare il segno per lasciare il segno?

http://locallylaid.com/piattaforma-opzioni-binarie-senza-deposito-iniziale.pdf piattaforma opzioni binarie senza deposito iniziale di Carlo Introvigne, magistrato

E così in breve tempo siamo passati da “Je suis Charlie” a “Dobbiamo uccidere Charlie”.

Dobbiamo, certo, perché se e quando una mano ucciderà – a proposito, nessuno ha avuto ancora materialmente il coraggio di farlo – le responsabilità saranno tutte da analizzare e, perché no, da condividere.

È bene chiarirlo subito: siccome si tratterà di una morte “burocratica”, il rischio è che alla fine la responsabilità non sia di nessuno. Invece è di tutti, anche di chi scrive oggi e avrebbe fatto invece meglio a scrivere ieri.

Ma andiamo con ordine, ripercorriamo brevemente la vicenda del bambino che oggi commuove ed interroga il c.d. mondo libero (libero?).

Charlie Gard ha 10 mesi, è nato nel Regno Unito dall’amore di papà Chris e di mamma Connie Yates. È affetto da una malattia rara e devastante, la sindrome da deplezione del DNA mitocondriale. Significa in pratica il progressivo ed inarrestabile deterioramento degli organi che presiedono alle funzioni vitali, primi fra tutti quelli respiratori. È ricoverato al Greet Hormond Street Hospital di Londra, dove è tenuto in vita grazie a respirazione ed alimentazione artificiali.

I medici del nosocomio inglese ormai da tempo sono dell’idea di staccare la spina al piccolo Charlie, ma i suoi genitori non sono d’accordo: Chris e Connie desiderano portare il bambino negli USA per sottoporlo ad una cura sperimentale.

Da qui incomincia la battaglia legale che ha visto i genitori di Charlie soccombere davanti a tre gradi di giudizio nazionali per concludersi definitivamente lo scorso 28 giugno davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che si è dichiarata non competente ad entrare nel merito della materia, escludendo in ogni caso una violazione degli artt. 2 ed 8 della CEDU e confermando dunque, nella sostanza, la decisione dei giudici inglesi.

L’ultima puntata coinvolge l’Ospedale Bambin Gesù di Roma, là dove la Direzione nella persona della Dott.ssa Mariella Enoc si è detta disposta – dopo le parole di Papa Francesco intervenuto sulla vicenda – ad accogliere Charlie e curarlo come meglio risulterà possibile, mettendo anzi a punto una nuova forma di trattamento sperimentale. Ma un secco no, per “questioni legali” ostative allo spostamento del bambino, è stato espresso dal personale sanitario londinese e dal Ministro degli Esteri Boris Johnson, in un colloquio con il suo omologo Angelino Alfano.

Charlie insomma, secondo i medici, i giudici ed il Ministro Johnson, deve essere ucciso. Non ci inganniamo utilizzando la diversa e più accettabile locuzione “deve essere lasciato morire”: nessun neonato si alimenta da sé, certo il biberon non è considerato dispositivo medico; non avremmo dubbi – morali e giuridici – nel sostenere che non alimentare un neonato equivale ad ucciderlo. Non c’è differenza ontologica fra togliere a Charlie il sondino e non allattare mia figlia.

Vi sono molti temi che la vicenda lascia aperti e sui quali fermarsi un attimo a riflettere. Per esigenza di sintesi vorrei sollevarne due.

Il primo è quello della tendenziale confusione odierna tra guarire e curare. La malattia ritenuta inguaribile allo stato attuale della medicina non è una malattia incurabile, anzi tutto il contrario! Il malato inguaribile è colui che versa in uno stato di debolezza e vulnerabilità maggiore e per questo è più bisognevole di cure; qui si concretizza il senso più alto ed umano della medicina – prendersi cura della vita sofferente e del malato. Non è ciò che facciamo tutti con i nostri cari, affetti da forme di malattie degenerative ad oggi inguaribili come ad es. il Parkinson o l’Alzheimer?

Il secondo tema è la strisciante cultura dello scarto, che serpeggia nelle pieghe del pensiero debole moderno e si riconnette al paradigma della qualità della vita, cioè al modello di pensiero che, dimentico della singolare dignità di ogni essere umano, ritiene solo alcune vite “degne di essere vissute”. Per tutte le altre esistenze meglio porvi fine nel modo più rapido, indolore ed efficiente.

Forse che in questa vicenda si sia voluto “passare il segno” per “lasciare il segno”?

Siamo di fronte al primo caso di imposizione di un aborto post-natale – terribile definizione che dobbiamo al filosofo contemporaneo Singer[1] – ma è chiaro che la locuzione giusta è infanticidio. L’uccisione di Charlie è stata cioè decisa dall’autorità contro la volontà dei genitori.

La novità è assoluta, in questo senso si è passato il segno: Chris e Connie hanno perso la potestà genitoriale in relazione alla particolare vicenda e la teoria del consenso informato è andata a farsi benedire. I genitori di Charlie sono diventati loro malgrado esperti della rarissima malattia che affligge il figlio ed hanno espresso un chiaro ed informatissimo dissenso: anzi, hanno trovato una cura sperimentale negli USA, hanno condotto una battaglia legale con quattro gradi di giudizio, hanno raccolto 1,3 milioni di euro di donazioni per tentare la traversata transoceanica.

Proprio il grande successo della raccolta fondi mette a nudo il significato reale della vicenda: avrebbe un senso la prospettiva della migliore allocazione delle risorse scarse, per cui uno Stato non impegna personale e attrezzature per tenere in vita Charlie quando può usare le stesse energie per salvare altri bambini. Ma Chris Gard e sua moglie non chiedono nulla al welfare, hanno il denaro per portare Charlie negli USA e pagare numerose infermiere che se ne prendano cura.

Perché allora negare il trasferimento a Roma? Addirittura – secondo quanto riportato nelle ultime ore dalla stampa – spiegando che “nulla osterebbe al trasferimento in Italia se solo il personale del Bambin Gesù desse la disponibilità ad eseguire la sentenza inglese” (si traduca pure in “non ve lo diamo perché poi voi lo tenete in vita”). Perché negare ai genitori l’autonomia decisionale e la possibilità di coltivare la speranza, oltretutto utilizzando denaro proprio?

La teoria che sta dietro alla decisione dei medici e delle corti inglesi è proprio quella della cultura dello scarto, mascherata da pietà – una vita così non è degna di essere vissuta ed al sol fatto di allungarla è preferibile il toglierla, uccidendo.

In questo senso, si “lascia il segno”: non solo si afferma il principio per cui una vita di qualità è l’unica per cui battersi e di cui prendersi cura, ma sopra tutto si dice forte e chiaro che ci sono dei “tecnici” – i medici, i giudici, l’autorità statale, il Ministro – in grado di decidere meglio del diretto interessato se la vita meriti o meno di continuare.

Si tratta di un principio nuovo, che emerge grazie all’occasione del caso limite, sensazionalistico e penoso. La devastante malattia di Charlie, che allo stato la scienza medica non sa come guarire, è una “finestra di Overton[2]”, dal nome del sociologo che ha illustrato il meccanismo per mezzo del quale diviene dapprima accettabile e poi addirittura politicamente corretto ciò che in un dato momento storico l’etica e la coscienza sociale ritengono vietato.

E non inganni la mediazione che nella vicenda offre all’immaginario collettivo la presenza dei genitori: Charlie deve morire nonostante il dissenso informato di chi decide per lui; la morte imposta al malato inguaribile, anche nel pieno possesso delle sue facoltà intellettuali e contro la sua volontà, è solo a un passo da qui.

Un difetto genetico, una vita di bassa qualità, l’autorità che interviene a salvaguardare risorse e togliere di mezzo un’esistenza indegna di essere vissuta…  ma non l’avevamo già sentita?

È l’eugenetica, baby..! Ma certo, mascherandola da pietà, le troveranno un nome più aggraziato.

[1] Peter Singer (Melbourne, 6 luglio 1946), “Practical Ethics”, 1979, Cambridge University Press

[2] Joseph P. Overton (1960-2003), Vice-Presidente del centro studi statunitense Mackinac Center for Public Policy; the Overton Window è uno schema di comunicazione-persuasione nel quale si individuano sei fasi di descrizione dello spostamento dell’opinione pubblica. Le idee sono: 1) impensabili-inaccettabili; 2) radicali, cioè vietate con eccezioni; 3) accettabili; 4) sensate, cioè razionalmente difendibili; 5) diffuse, cioè socialmente accettabili; 6) legalizzate

Share
Card. Sgreccia: i 10 punti critici sul caso del piccolo Charlie Gard

Card. Sgreccia: i 10 punti critici sul caso del piccolo Charlie Gard

werbung bei deutscher bundesliga optionen handel Riprendiamo dal sito Ut vitam habeant e pubblichiamo le puntuali considerazioni del cardinale Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia accademia per la vita sulla vicenda del piccolo Chiarlie Gard.

In queste ore drammatiche, assistiamo, dolenti ed impotenti, agli sviluppi ultimi e agli esiziali contorni che sta assumendo la vicenda del piccolo Charlie Gard, il neonato inglese di 10 mesi affetto da Sindrome dell’encefalomiopatia mitocondriale ad esordio infantile, il quale, sulla base di distinte statuizioni giudiziarie emesse da tre differenti Corti inglesi, di diverso grado, e da ultimo dalla stessa Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dovrebbe essere accompagnato alla morte per mezzo del distacco dalla macchina che ne assicura la ventilazione meccanica e della contestuale interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali, non prima di avergli procurato uno stato di sedazione profonda.

Nei differenti gradi di giudizio, le Corti inglesi hanno ribadito che il processo di decadimento generale delle condizioni cliniche di Charlie e, con esso, il deterioramento progressivo ed inarrestabile della funzionalità degli organi che presiedono alle funzioni vitali, primi tra tuttiquelli respiratori, inducono a credere che qualsiasi decisione relativa ad ulteriori azioni che prolungassero simili condizioni di vita, sarebbe da giudicare illegittima, dacché non assunta nell’effettivo, migliore interesse del piccolo, ma piuttosto volta ad aumentare, nel tempo e nell’intensità, il dolore e le sofferenze dello stesso. Quello che più sorprende è che la stessa idea di sottoporre Charlie ad un protocollo sperimentale di terapie nucleosidiche che si sta mettendo a punto negli Stati Uniti, proposta a più riprese avanzata dai genitori, è stata considerata inattuabile, meglio ancora “futile”, dai consulenti medici interpellati dai giudici, a fronte dell’esigenza, questa sì impellente, di voler dare un’esecuzione immediata e definitiva ai dispositivi unanimi delle sentenze fin qui pronunciate.

Sembra che tutto abbia concorso, negli ultimi sei mesi, a realizzare una sorta di “accanimento tanatologico” nei confronti del piccolo Charlie, una gara, da parte di giudici e medici, volta ad assicurare la soluzione più rapida possibile al suo caso, mettendo a tacere ogni rigurgito di speranza dei genitori, così come ogni spiraglio di luce sulla possibilità di successo di una terapia che, benché sperimentata solamente sui topi e per un ceppo di malattie diverse da quella sofferta dal neonato inglese, a detta dello stesso Professore responsabile della sperimentazione in corso negli USA, interpellato ad hoc dai genitori di Charlie, avrebbe potuto, almeno teoricamente, apportare benefici alle sue condizioni generali di salute. Vero è che dopo che veniva richiesta l’autorizzazione per procedere alla sperimentazione della terapia su Charlie, nel gennaio scorso, l’encefalopatia epilettica di cui soffre creava, attraverso reiterate crisi, ulteriori e gravi danni celebrali; tuttavia quello che qui si vuole discutere attiene piuttosto, e sempre, alla possibilità di decidere quando e come mettere fine alla vita di un essere umano indifeso. All’uopo, pare opportuno considerare alcuni punti critici che emergono dalla considerazione complessiva di questa vicenda, per molti aspetti paradigmatica.

1. L’inguaribilità non può mai essere confusa con l’incurabilità: una persona affetta da una male ritenuto, allo stato attuale della medicina, inguaribile, è paradossalmente il soggetto che più di ogni altro ha diritto di chiedere ed ottenere assistenza e cura, attenzione e dedizione continue: si tratta di un fondamento cardine dell’etica della cura, che ha come principali destinatari proprio coloro che versano in uno stato di vulnerabilità, di minorità, di debolezza maggiore. E Charles rappresenta paradigmaticamente l’esempio di chi ha diritto di essere assistito in ogni fase della sua malattia, in ragione dello stato di necessità, legato all’età e alla malattia, che vive. Il volto umano della medicina si manifesta proprio nella pratica clinica del “prendersi cura” della vita del sofferente e del malato.

2. Il diritto ad essere continuativamente oggetto, o meglio ancora, soggetto delle attenzioni e delle cure da parte di familiari e non, risiede nella dignità di cui una persona umana, anche se neonata, malata e sofferente, mai cessa di essere titolare. È l’essere sostanziale dell’uomo e le sue potenze che fondano questa dignità, non solo le sue concrete ed accidentali attualizzazioni.

Questo è quello che si intende per “dignità puramente ontologica della persona”, uno status che prescinde completamente dalla facoltà di utilizzare attivamente le facoltà squisitamente proprie di un essere razionale, bastando che le stesse esistano come potenzialità attuali ed eventualmente attuabili dell’essere razionale medesimo.

3. L’alimentazione-idratazione artificiali mediante sondino naso-gastrico, in nessun caso potrà considerarsi come terapia. Non è tale per l’artificialità del mezzo usato per somministrarla, dato che non si considera terapia dare il latte al neonato con l’ausilio di un biberon. Non è tale per i processi per mezzo dei quali vengono prodotti questi alimenti, dacché non si considera terapia il latte in polvere, per esempio, la cui produzione ugualmente risente di un procedimento industriale lungo e completamente meccanizzato. Non lo è per il fatto che la sacca parenterale viene prescritta da uno specialista medico, visto che lo stesso acquisto del latte artificiale è subordinato a prescrizione medica del pediatra. Acqua e cibo non diventano presidi medici per il solo fatto che vengono somministrati artificialmente, quindi interromperli non è come sospendere una terapia, ma è un lasciar morire di fame e di sete chi semplicemente non è in grado di alimentarsi autonomamente.

4. L’idea cardine che fonda il consenso informato ha a che fare con il principio per cui il paziente non è mai un individuo anonimo cui vengono applicate determinate conoscenze tecniche, ma un soggetto cosciente e responsabile che deve essere chiamato a condividere la messa a punto di quanto necessario ad occasionare un miglioramento della propria salute ed eventualmente il raggiungimento di un obiettivo di guarigione e di cura. Questo implica la necessità che sia coinvolto nei processi decisionali che lo riguardano, in una relazione dialogica che eviti che si venga a trovare nella condizione di dover subire passivamente decisione e scelte altrui. La vicenda del piccolo Charlie, prova al contrario come si sia determinata nel corso del tempo una dinamica di sostanziale scollamento tra le decisioni dell’equipe medica e la volontà dei suoi genitori, come si evince emblematicamente dall’ultimo divieto loro imposto, quello cioè di poter trasportare, per veder morire, in casa loro, il proprio figlio.

5. Il divieto di sottoporre Charlie al trattamento sperimentale in nessun caso può essere giustificato facendo appello allo stato di sofferenza che lo stesso si trova attualmente a vivere. È ben possibile che la terapia sperimentale non avrebbe dato i risultati medici attesi, ma è altrettanto vero che le sofferenze di Charlie domandano un approccio palliativo integrale e sistematico che ipoteticamente avrebbe potuto accompagnarsi alla sperimentazione stessa. La preclusione dell’accesso a tali terapie, è stata motivata sia nel nome dell’inutilità prognostica delle stesse -aspetto la cui alea rientra nei parametri di incertezza assolutamente e ordinariamente propri di ogni terapia sperimentale-, sia in quello della necessità di risparmiargli quelle sofferenze ulteriori che il prolungare la vita in tali condizione avrebbe potuto generare: dunque la prospettiva anche solo remota di lasciare in vita Charlie, o addirittura di prolungare il tempo della sua vita per mezzo della terapia sperimentale, è stata aprioristicamente ritenuta una prospettiva non praticabile, nel nome della necessità di evitargli sofferenze ulteriori, e questo non per mezzo di adeguate soluzione palliative, ma per mezzo della morte indotta.

6. Il principio del migliore interesse del minore, che le Carte internazionali pongono al centro dei meccanismi di tutela degli stessi e che le stesse Corti inglesi hanno assunto a giustificazione cardine delle loro decisioni, crediamo difficilmente implichi, o meglio, legittimi una forma di eutanasia passiva come quella che si è deciso di praticare sul piccolo Charlie. Crediamo che il suo migliore interesse vada nella direzione di assicurargli un’esistenza il più possibile degna, mediante una opportuna strategia antalgica che permetta di tenere sotto controllo il dolore, se davvero dovesse risultare non possibile percorrere la strada di accedere al protocollo sperimentale già in corso negli USA. Che è poi esattamente quanto hanno ininterrottamente richiesto i genitori di Charlie fino ad oggi.

7. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ha incredibilmente glissato su tutti gli aspetti contenutistici elencati fin qui ed anzi sembrerebbe essere andata oltre, assumendo una postura puramente proceduralista, nel nome del principio del margine di apprezzamento. Se da un lato ha fatto osservare, nella sentenza che reca la data del 28 giugno scorso, che le decisioni delle Corti nazionali inglesi in nessun modo integravano una violazione degli articoli 2, 6, e 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, confermando dunque la correttezza formale del loro operato, dall’altro ha ritenuto di non dover entrare nel merito della vicenda della sospensione dell’alimentazione-idratazione-respirazione artificiale nel nome di quell’autonomia sovrana degli Stati membri che li autorizzerebbe a disciplinare a piacimento i temi dai risvolti eticamente più complicati, come è il caso della praticabilità o meno dell’eutanasia passiva su un neonato. E questo ad onta del fatto che il combinato disposto degli articoli 2 e 8 della Convenzione statuisca chiarissimamente il divieto di privare deliberatamente chicchessia del bene fondamentale della vita.

8. Non è chi non veda come dietro ogni aspetto di questa vicenda, si celi, quantunque mai menzionata, un’idea di efficienza nella gestione delle risorse sanitarie che induce a disporre delle stesse in un modo che non può non generare una strisciante cultura dello scarto. In una società che annovera un fenomeno crescente di medicalizzazione delle malattie e insieme ad numero sempre in aumento di persone anziane, con il seguito di malattie degenerative che essi portano con sé, la risorse sempre più scarse destinate al sistema sanitario dai governi nazionali, alimenta una cultura aziendalistica che fa dell’efficientismo ad ogni costo il suo primario, vitale, esclusivo obiettivo, ingigantendo di conseguenza il numero di quelli che, marginalizzati a ragione delle loro aspettative di vita, sono identificati come scarti da eliminare, se possibile.

9. Di più ancora inquieta la leggerezza con cui si accetta il paradigma della qualità della vita, ovvero quel modello culturale che inclina a riconoscere la non dignità di alcune esistenze umane, completamente identificate e confuse con la patologia di cui sono portatrici o con le sofferenze che ad essa si accompagnano. Giammai un malato può essere ridotto alla sua patologia, giacché ogni essere umano non cessa, un solo istante e ad onta della sua condizione di malattia e/o di sofferenza, di essere un universo incommensurabile di senso che merita in ogni istante l’attenzione china di chi vuole incondizionatamente il suo bene e non si rassegna a considerare la sua come un’esistenza di serie B per il solo fatto di versare nel bisogno, nella necessità, nella sofferenza. Un’esistenza alla quale si farebbe un favore cancellandola definitivamente. E questo vale tanto più nel caso di quanti non possono, o non possono più, esprimere quelle che sono e quello che sentono, come nel caso del piccolo Charlie.

10. Nella trasparenza delle posture schizofreniche implicate da questi nuovi paradigmi culturali, si può cogliere l’ambivalenza di chi, nel rivendicare la libertà di accesso totale ed indiscriminata all’eutanasia, basandola sull’esclusivo predominio dell’autonomia individuale, nega allo stesso tempo quell’autonomia decisionale in altri casi, come quello in esame, dove si ritiene che siano legittimati a decidere i soli medici, senza coinvolgimento alcuno dei genitori. L’ambivalenza di chi pensa sia giusto che i medici versino nella condizione di poter elargire ancora un margine di tempo ai genitori per consentire loro di elaborare il distacco dal figlio, permettendogli così di permanere in sua compagnia, e non pensa invece a quanto lo necessiterebbero le madri surrogate che vengono deprivate dei loro feti, subito dopo la nascita, per assecondare i desideri dei relativi “locatori di ventre”. L’ambivalenza di chi pensa a tutelare la dignità della vita di un soggetto, negandogli la vita stessa, che è il fondamento principe non solo della dignità dell’uomo, ma di ogni altro riconoscimento che possa essere fatto a suo favore. L’ambivalenza di chi si batte per la difesa giudiziaria, istituzionale, internazionale dei diritti dei più deboli, nella cornice di ordinamenti democratici, e poi accetta di buon grado di veder legalizzata o giuridicizzata l’eutanasia, praticata finanche sui più piccoli, sui più deboli, sui più bisognosi.

+ Elio Sgreccia

Share
La Calabria primo esperimento in Italia per la diffusione dell’ideologia gender

La Calabria primo esperimento in Italia per la diffusione dell’ideologia gender

tren anabolen Di Giancarlo Cerrelli

Si stenta a credere ai propri occhi esaminando la proposta di legge regionale dal titolo: “Disposizioni contro le discriminazioni generate dall’identità di genere e dall’orientamento sessuale”, n. 251/2017 presentata dall’on. Giuseppe Giudiceandrea presso il Consiglio Regionale della Calabria il 22 giugno 2017.

Se dovesse essere approvata tale proposta di legge, la Calabria sarebbe la prima regione in Italia che si doterebbe di un piano programmatico per la diffusione e l’imposizione, in ogni ambito del proprio territorio, dell’ideologia gender, ideologia che ha lo scopo di togliere importanza al dato biologico sessuale, a favore del dato culturale e così favorire un’indifferenziazione sessuale.

Sono numerose le disposizioni previste dal disegno di legge che destano serie preoccupazioni.

Esaminiamone alcune:

  • La proposta di legge usa più volte il costrutto ideologico “identità di genere” senza specificarne il significato e i limiti interpretativi; cosicché tale locuzione, potrà essere riempita di qualsivoglia contenuto da chi vorrà avvalersi del dispositivo legislativo regionale;
  • La Regione – in ossequio all’art. 1 della proposta di legge regionale – assieme ai Comuni e a ogni altra istituzione avrà modo di favorire la penetrazione nel corpo sociale calabrese dell’ideologia di genere e tutto ciò avverrà con la scusa di contrastare presunte discriminazioni e violenze di genere che, invero, non sono affatto un’emergenza e un’urgenza sociale nella realtà calabrese; una prova di ciò è data dal fatto che il progetto di legge non è stato in grado di fornire alcun dato, che sia scientificamente attendibile, circa le violenze di genere perpetrate nel territorio calabrese, tale da giustificare un simile provvedimento che impegna risorse pubbliche.
  • Con il disposto di cui all’art. 2 della proposta di legge, che prevede che “la Regione promuova ogni azione necessaria all’integrazione sociale e lavorativa che tenga conto dell’orientamento sessuale e di genere”, si pongono le basi per una reale discriminazione sociale e lavorativa di coloro che a parità di condizioni non sono omosessuali. Tale legge sembra voler conferire un titolo di preferenza alle persone omosessuali rispetto agli altri cittadini.
  • L’art. 3 del progetto di legge prevede, invece, a cura della Regione, una rieducazione dei docenti, del personale non docente e dei genitori degli studenti per contrastare i ruoli di genere. Lo scopo che, invero, si vuole attuare con questa norma è il superamento dei cosiddetti stereotipi di genere, cioè si vuole insinuare che sia una falsa credenza quella che afferma che vi siano due sessi e che vi siano alcune differenze naturali di ruolo. L’ideologia gender pretende, invece, l’indifferenziazione sessuale, favorendo piuttosto una molteplicità di orientamenti sessuali (si pensi che Facebook ne prevede 58) tra cui scegliere in base alla propria percezione.
  • L’art. 4 è l’abstract inquietante e allarmante dell’intera proposta di legge. Entrano in gioco, infatti, i veri destinatari e protagonisti di tale proposta di legge: le associazioni LGBTIQA (Lesbiche, Gay, Bisex, Transgender, Intersex, Queer, Asexual). Tali associazioni avranno il compito di “misurare gli standard di responsabilità sociale delle imprese circa le eventuali discriminazioni basate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere”. Queste associazioni potranno, pertanto, propiziare la chiusura o la comminazione di sanzioni a imprese che non si conformeranno alla dittatura del pensiero gender. Con tale legge, difatti, sarà istituita una sorta di potere di controllo sulle imprese che in modo arbitrario e anche con eventuali ricatti sarà fonte di privilegi per una sola categoria di persone che avrà titolo di preferenza esclusivamente in base all’orientamento sessuale.
  • La proposta di legge all’art. 5 dà, inoltre, alle associazioni LGBTIQA la possibilità di collaborare con le Aziende sanitarie locali e con i servizi socio assistenziali per “aiutare le persone ad accettare il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere.” Una tale collaborazione rientra nel piano di rieducazione della popolazione alla cultura gender. Gli adolescenti si troveranno, così, a dover subire lezioni di educazione sessuale nei consultori e a scuola da associazioni che promuovono la fluidità sessuale con la scusa di combattere le discriminazioni.
  • La proposta di legge prevede tra l’altro di modificare la modulistica nei vari uffici per contrastare le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale. Le modifiche saranno rappresentate dalla sostituzione dei termini tipo padre e madre a favore di genitore 1 e genitore 2
  • È inquietante anche l’art. 6 che prevede che la Regione promuova iniziative di formazione – leggasi indottrinamento – per prevenire la violenza basata dall’orientamento sessuale o l’identità di genere, partendo guarda caso proprio dall’ambito familiare e scolastico.
  • Se qualcuno pensasse che tutto ciò sia fatto senza l’esborso di soldi pubblici si sbaglia. La proposta di legge prevede, infatti, una spesa di 50 mila euro dei nostri soldi per dare forza a organizzazioni che hanno di mira un’azione militante volta a imporre una dittatura del pensiero unico che renda sempre più fluida la nostra identità sessuale.

 

La Regione Calabria è da auspicare che, piuttosto, impegni le proprie risorse e le proprie energie verso ciò che possa far crescere realmente il popolo calabrese, che soffre la piaga della disoccupazione, di collegamenti insufficienti, di un turismo che non decolla, di sacche di vera e propria povertà, di una cultura assistenzialista e malavitosa che non favorisce un vero sviluppo morale ed economico del territorio.

La Regione Calabria non segua le sirene di un falso progresso, mascherato da civiltà; si impegni, piuttosto, a favorire il recupero delle proprie radici culturali morali e religiose e non finanzi una cultura di morte, come quella gender, che con la scusa di superare le discriminazioni è volta a cancellare la nostra millenaria civiltà.

Share

By continuing to use the site, you agree to the use of cookies. more information

The cookie settings on this website are set to "allow cookies" to give you the best browsing experience possible. If you continue to use this website without changing your cookie settings or you click "Accept" below then you are consenting to this.

Close