Charlie, Alta Corte e CEDU: da culla del diritto a culle senza diritti

Charlie, Alta Corte e CEDU: da culla del diritto a culle senza diritti

E’ certamente positivo che oggi l’Alta Corte inglese riconosca ai genitori di Charlie Gard quella possibilità di esprimersi che pareva loro irrevocabilmente negata. Quel che sorprende, tuttavia, di fronte alla motivazione del rinvio della decisione a giovedì, è la concezione quasi “proprietaria” che sembra emergere: l’oggetto del giudizio non è se l’ospedale nel quale Charlie è ricoverato debba o non debba proseguire le terapie – è evidente che non ritiene di farlo -, bensì se i genitori del piccolo abbiano il dovere e il diritto di tentare il possibile per salvarlo, in nome del favor vitae e ovunque vi sia la disponibilità. E se pure non si trovi alcuna terapia convincente, è inaccettabile che si autorizzi la sospensione del mantenimento vitale (idratazione, alimentazione e supporto respiratorio): esso non è nuova terapia sproporzionata e contraria all’attuale interesse del minore. La concezione “proprietaria” del minore che pare emergere da quanto accaduto finora è il riflesso più evidente di una mentalità eutanasica, diventata sistema: un elemento da tenere ben presente in Italia nella discussione in atto al Senato sulle dat, il cui testo pone i minori e gli incapaci nell’arbitrio delle strutture sanitarie e dei giudici. Quanto accade oggi a Londra rischia di essere il nostro futuro.

E’ quanto sostiene il Centro Studi Rosario Livatino, formato da magistrati, docenti universitari e avvocati.

Il Centro studi Livatino

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Charlie Gard, una storia brutta. Passare il segno per lasciare il segno?

Charlie Gard, una storia brutta. Passare il segno per lasciare il segno?

di Carlo Introvigne, magistrato

E così in breve tempo siamo passati da “Je suis Charlie” a “Dobbiamo uccidere Charlie”.

Dobbiamo, certo, perché se e quando una mano ucciderà – a proposito, nessuno ha avuto ancora materialmente il coraggio di farlo – le responsabilità saranno tutte da analizzare e, perché no, da condividere.

È bene chiarirlo subito: siccome si tratterà di una morte “burocratica”, il rischio è che alla fine la responsabilità non sia di nessuno. Invece è di tutti, anche di chi scrive oggi e avrebbe fatto invece meglio a scrivere ieri.

Ma andiamo con ordine, ripercorriamo brevemente la vicenda del bambino che oggi commuove ed interroga il c.d. mondo libero (libero?).

Charlie Gard ha 10 mesi, è nato nel Regno Unito dall’amore di papà Chris e di mamma Connie Yates. È affetto da una malattia rara e devastante, la sindrome da deplezione del DNA mitocondriale. Significa in pratica il progressivo ed inarrestabile deterioramento degli organi che presiedono alle funzioni vitali, primi fra tutti quelli respiratori. È ricoverato al Greet Hormond Street Hospital di Londra, dove è tenuto in vita grazie a respirazione ed alimentazione artificiali.

I medici del nosocomio inglese ormai da tempo sono dell’idea di staccare la spina al piccolo Charlie, ma i suoi genitori non sono d’accordo: Chris e Connie desiderano portare il bambino negli USA per sottoporlo ad una cura sperimentale.

Da qui incomincia la battaglia legale che ha visto i genitori di Charlie soccombere davanti a tre gradi di giudizio nazionali per concludersi definitivamente lo scorso 28 giugno davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, che si è dichiarata non competente ad entrare nel merito della materia, escludendo in ogni caso una violazione degli artt. 2 ed 8 della CEDU e confermando dunque, nella sostanza, la decisione dei giudici inglesi.

L’ultima puntata coinvolge l’Ospedale Bambin Gesù di Roma, là dove la Direzione nella persona della Dott.ssa Mariella Enoc si è detta disposta – dopo le parole di Papa Francesco intervenuto sulla vicenda – ad accogliere Charlie e curarlo come meglio risulterà possibile, mettendo anzi a punto una nuova forma di trattamento sperimentale. Ma un secco no, per “questioni legali” ostative allo spostamento del bambino, è stato espresso dal personale sanitario londinese e dal Ministro degli Esteri Boris Johnson, in un colloquio con il suo omologo Angelino Alfano.

Charlie insomma, secondo i medici, i giudici ed il Ministro Johnson, deve essere ucciso. Non ci inganniamo utilizzando la diversa e più accettabile locuzione “deve essere lasciato morire”: nessun neonato si alimenta da sé, certo il biberon non è considerato dispositivo medico; non avremmo dubbi – morali e giuridici – nel sostenere che non alimentare un neonato equivale ad ucciderlo. Non c’è differenza ontologica fra togliere a Charlie il sondino e non allattare mia figlia.

Vi sono molti temi che la vicenda lascia aperti e sui quali fermarsi un attimo a riflettere. Per esigenza di sintesi vorrei sollevarne due.

Il primo è quello della tendenziale confusione odierna tra guarire e curare. La malattia ritenuta inguaribile allo stato attuale della medicina non è una malattia incurabile, anzi tutto il contrario! Il malato inguaribile è colui che versa in uno stato di debolezza e vulnerabilità maggiore e per questo è più bisognevole di cure; qui si concretizza il senso più alto ed umano della medicina – prendersi cura della vita sofferente e del malato. Non è ciò che facciamo tutti con i nostri cari, affetti da forme di malattie degenerative ad oggi inguaribili come ad es. il Parkinson o l’Alzheimer?

Il secondo tema è la strisciante cultura dello scarto, che serpeggia nelle pieghe del pensiero debole moderno e si riconnette al paradigma della qualità della vita, cioè al modello di pensiero che, dimentico della singolare dignità di ogni essere umano, ritiene solo alcune vite “degne di essere vissute”. Per tutte le altre esistenze meglio porvi fine nel modo più rapido, indolore ed efficiente.

Forse che in questa vicenda si sia voluto “passare il segno” per “lasciare il segno”?

Siamo di fronte al primo caso di imposizione di un aborto post-natale – terribile definizione che dobbiamo al filosofo contemporaneo Singer[1] – ma è chiaro che la locuzione giusta è infanticidio. L’uccisione di Charlie è stata cioè decisa dall’autorità contro la volontà dei genitori.

La novità è assoluta, in questo senso si è passato il segno: Chris e Connie hanno perso la potestà genitoriale in relazione alla particolare vicenda e la teoria del consenso informato è andata a farsi benedire. I genitori di Charlie sono diventati loro malgrado esperti della rarissima malattia che affligge il figlio ed hanno espresso un chiaro ed informatissimo dissenso: anzi, hanno trovato una cura sperimentale negli USA, hanno condotto una battaglia legale con quattro gradi di giudizio, hanno raccolto 1,3 milioni di euro di donazioni per tentare la traversata transoceanica.

Proprio il grande successo della raccolta fondi mette a nudo il significato reale della vicenda: avrebbe un senso la prospettiva della migliore allocazione delle risorse scarse, per cui uno Stato non impegna personale e attrezzature per tenere in vita Charlie quando può usare le stesse energie per salvare altri bambini. Ma Chris Gard e sua moglie non chiedono nulla al welfare, hanno il denaro per portare Charlie negli USA e pagare numerose infermiere che se ne prendano cura.

Perché allora negare il trasferimento a Roma? Addirittura – secondo quanto riportato nelle ultime ore dalla stampa – spiegando che “nulla osterebbe al trasferimento in Italia se solo il personale del Bambin Gesù desse la disponibilità ad eseguire la sentenza inglese” (si traduca pure in “non ve lo diamo perché poi voi lo tenete in vita”). Perché negare ai genitori l’autonomia decisionale e la possibilità di coltivare la speranza, oltretutto utilizzando denaro proprio?

La teoria che sta dietro alla decisione dei medici e delle corti inglesi è proprio quella della cultura dello scarto, mascherata da pietà – una vita così non è degna di essere vissuta ed al sol fatto di allungarla è preferibile il toglierla, uccidendo.

In questo senso, si “lascia il segno”: non solo si afferma il principio per cui una vita di qualità è l’unica per cui battersi e di cui prendersi cura, ma sopra tutto si dice forte e chiaro che ci sono dei “tecnici” – i medici, i giudici, l’autorità statale, il Ministro – in grado di decidere meglio del diretto interessato se la vita meriti o meno di continuare.

Si tratta di un principio nuovo, che emerge grazie all’occasione del caso limite, sensazionalistico e penoso. La devastante malattia di Charlie, che allo stato la scienza medica non sa come guarire, è una “finestra di Overton[2]”, dal nome del sociologo che ha illustrato il meccanismo per mezzo del quale diviene dapprima accettabile e poi addirittura politicamente corretto ciò che in un dato momento storico l’etica e la coscienza sociale ritengono vietato.

E non inganni la mediazione che nella vicenda offre all’immaginario collettivo la presenza dei genitori: Charlie deve morire nonostante il dissenso informato di chi decide per lui; la morte imposta al malato inguaribile, anche nel pieno possesso delle sue facoltà intellettuali e contro la sua volontà, è solo a un passo da qui.

Un difetto genetico, una vita di bassa qualità, l’autorità che interviene a salvaguardare risorse e togliere di mezzo un’esistenza indegna di essere vissuta…  ma non l’avevamo già sentita?

È l’eugenetica, baby..! Ma certo, mascherandola da pietà, le troveranno un nome più aggraziato.

[1] Peter Singer (Melbourne, 6 luglio 1946), “Practical Ethics”, 1979, Cambridge University Press

[2] Joseph P. Overton (1960-2003), Vice-Presidente del centro studi statunitense Mackinac Center for Public Policy; the Overton Window è uno schema di comunicazione-persuasione nel quale si individuano sei fasi di descrizione dello spostamento dell’opinione pubblica. Le idee sono: 1) impensabili-inaccettabili; 2) radicali, cioè vietate con eccezioni; 3) accettabili; 4) sensate, cioè razionalmente difendibili; 5) diffuse, cioè socialmente accettabili; 6) legalizzate

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Card. Sgreccia: i 10 punti critici sul caso del piccolo Charlie Gard

Card. Sgreccia: i 10 punti critici sul caso del piccolo Charlie Gard

Riprendiamo dal sito Ut vitam habeant e pubblichiamo le puntuali considerazioni del cardinale Elio Sgreccia, presidente emerito della Pontificia accademia per la vita sulla vicenda del piccolo Chiarlie Gard.

In queste ore drammatiche, assistiamo, dolenti ed impotenti, agli sviluppi ultimi e agli esiziali contorni che sta assumendo la vicenda del piccolo Charlie Gard, il neonato inglese di 10 mesi affetto da Sindrome dell’encefalomiopatia mitocondriale ad esordio infantile, il quale, sulla base di distinte statuizioni giudiziarie emesse da tre differenti Corti inglesi, di diverso grado, e da ultimo dalla stessa Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, dovrebbe essere accompagnato alla morte per mezzo del distacco dalla macchina che ne assicura la ventilazione meccanica e della contestuale interruzione dell’alimentazione e dell’idratazione artificiali, non prima di avergli procurato uno stato di sedazione profonda.

Nei differenti gradi di giudizio, le Corti inglesi hanno ribadito che il processo di decadimento generale delle condizioni cliniche di Charlie e, con esso, il deterioramento progressivo ed inarrestabile della funzionalità degli organi che presiedono alle funzioni vitali, primi tra tuttiquelli respiratori, inducono a credere che qualsiasi decisione relativa ad ulteriori azioni che prolungassero simili condizioni di vita, sarebbe da giudicare illegittima, dacché non assunta nell’effettivo, migliore interesse del piccolo, ma piuttosto volta ad aumentare, nel tempo e nell’intensità, il dolore e le sofferenze dello stesso. Quello che più sorprende è che la stessa idea di sottoporre Charlie ad un protocollo sperimentale di terapie nucleosidiche che si sta mettendo a punto negli Stati Uniti, proposta a più riprese avanzata dai genitori, è stata considerata inattuabile, meglio ancora “futile”, dai consulenti medici interpellati dai giudici, a fronte dell’esigenza, questa sì impellente, di voler dare un’esecuzione immediata e definitiva ai dispositivi unanimi delle sentenze fin qui pronunciate.

Sembra che tutto abbia concorso, negli ultimi sei mesi, a realizzare una sorta di “accanimento tanatologico” nei confronti del piccolo Charlie, una gara, da parte di giudici e medici, volta ad assicurare la soluzione più rapida possibile al suo caso, mettendo a tacere ogni rigurgito di speranza dei genitori, così come ogni spiraglio di luce sulla possibilità di successo di una terapia che, benché sperimentata solamente sui topi e per un ceppo di malattie diverse da quella sofferta dal neonato inglese, a detta dello stesso Professore responsabile della sperimentazione in corso negli USA, interpellato ad hoc dai genitori di Charlie, avrebbe potuto, almeno teoricamente, apportare benefici alle sue condizioni generali di salute. Vero è che dopo che veniva richiesta l’autorizzazione per procedere alla sperimentazione della terapia su Charlie, nel gennaio scorso, l’encefalopatia epilettica di cui soffre creava, attraverso reiterate crisi, ulteriori e gravi danni celebrali; tuttavia quello che qui si vuole discutere attiene piuttosto, e sempre, alla possibilità di decidere quando e come mettere fine alla vita di un essere umano indifeso. All’uopo, pare opportuno considerare alcuni punti critici che emergono dalla considerazione complessiva di questa vicenda, per molti aspetti paradigmatica.

1. L’inguaribilità non può mai essere confusa con l’incurabilità: una persona affetta da una male ritenuto, allo stato attuale della medicina, inguaribile, è paradossalmente il soggetto che più di ogni altro ha diritto di chiedere ed ottenere assistenza e cura, attenzione e dedizione continue: si tratta di un fondamento cardine dell’etica della cura, che ha come principali destinatari proprio coloro che versano in uno stato di vulnerabilità, di minorità, di debolezza maggiore. E Charles rappresenta paradigmaticamente l’esempio di chi ha diritto di essere assistito in ogni fase della sua malattia, in ragione dello stato di necessità, legato all’età e alla malattia, che vive. Il volto umano della medicina si manifesta proprio nella pratica clinica del “prendersi cura” della vita del sofferente e del malato.

2. Il diritto ad essere continuativamente oggetto, o meglio ancora, soggetto delle attenzioni e delle cure da parte di familiari e non, risiede nella dignità di cui una persona umana, anche se neonata, malata e sofferente, mai cessa di essere titolare. È l’essere sostanziale dell’uomo e le sue potenze che fondano questa dignità, non solo le sue concrete ed accidentali attualizzazioni.

Questo è quello che si intende per “dignità puramente ontologica della persona”, uno status che prescinde completamente dalla facoltà di utilizzare attivamente le facoltà squisitamente proprie di un essere razionale, bastando che le stesse esistano come potenzialità attuali ed eventualmente attuabili dell’essere razionale medesimo.

3. L’alimentazione-idratazione artificiali mediante sondino naso-gastrico, in nessun caso potrà considerarsi come terapia. Non è tale per l’artificialità del mezzo usato per somministrarla, dato che non si considera terapia dare il latte al neonato con l’ausilio di un biberon. Non è tale per i processi per mezzo dei quali vengono prodotti questi alimenti, dacché non si considera terapia il latte in polvere, per esempio, la cui produzione ugualmente risente di un procedimento industriale lungo e completamente meccanizzato. Non lo è per il fatto che la sacca parenterale viene prescritta da uno specialista medico, visto che lo stesso acquisto del latte artificiale è subordinato a prescrizione medica del pediatra. Acqua e cibo non diventano presidi medici per il solo fatto che vengono somministrati artificialmente, quindi interromperli non è come sospendere una terapia, ma è un lasciar morire di fame e di sete chi semplicemente non è in grado di alimentarsi autonomamente.

4. L’idea cardine che fonda il consenso informato ha a che fare con il principio per cui il paziente non è mai un individuo anonimo cui vengono applicate determinate conoscenze tecniche, ma un soggetto cosciente e responsabile che deve essere chiamato a condividere la messa a punto di quanto necessario ad occasionare un miglioramento della propria salute ed eventualmente il raggiungimento di un obiettivo di guarigione e di cura. Questo implica la necessità che sia coinvolto nei processi decisionali che lo riguardano, in una relazione dialogica che eviti che si venga a trovare nella condizione di dover subire passivamente decisione e scelte altrui. La vicenda del piccolo Charlie, prova al contrario come si sia determinata nel corso del tempo una dinamica di sostanziale scollamento tra le decisioni dell’equipe medica e la volontà dei suoi genitori, come si evince emblematicamente dall’ultimo divieto loro imposto, quello cioè di poter trasportare, per veder morire, in casa loro, il proprio figlio.

5. Il divieto di sottoporre Charlie al trattamento sperimentale in nessun caso può essere giustificato facendo appello allo stato di sofferenza che lo stesso si trova attualmente a vivere. È ben possibile che la terapia sperimentale non avrebbe dato i risultati medici attesi, ma è altrettanto vero che le sofferenze di Charlie domandano un approccio palliativo integrale e sistematico che ipoteticamente avrebbe potuto accompagnarsi alla sperimentazione stessa. La preclusione dell’accesso a tali terapie, è stata motivata sia nel nome dell’inutilità prognostica delle stesse -aspetto la cui alea rientra nei parametri di incertezza assolutamente e ordinariamente propri di ogni terapia sperimentale-, sia in quello della necessità di risparmiargli quelle sofferenze ulteriori che il prolungare la vita in tali condizione avrebbe potuto generare: dunque la prospettiva anche solo remota di lasciare in vita Charlie, o addirittura di prolungare il tempo della sua vita per mezzo della terapia sperimentale, è stata aprioristicamente ritenuta una prospettiva non praticabile, nel nome della necessità di evitargli sofferenze ulteriori, e questo non per mezzo di adeguate soluzione palliative, ma per mezzo della morte indotta.

6. Il principio del migliore interesse del minore, che le Carte internazionali pongono al centro dei meccanismi di tutela degli stessi e che le stesse Corti inglesi hanno assunto a giustificazione cardine delle loro decisioni, crediamo difficilmente implichi, o meglio, legittimi una forma di eutanasia passiva come quella che si è deciso di praticare sul piccolo Charlie. Crediamo che il suo migliore interesse vada nella direzione di assicurargli un’esistenza il più possibile degna, mediante una opportuna strategia antalgica che permetta di tenere sotto controllo il dolore, se davvero dovesse risultare non possibile percorrere la strada di accedere al protocollo sperimentale già in corso negli USA. Che è poi esattamente quanto hanno ininterrottamente richiesto i genitori di Charlie fino ad oggi.

7. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ha incredibilmente glissato su tutti gli aspetti contenutistici elencati fin qui ed anzi sembrerebbe essere andata oltre, assumendo una postura puramente proceduralista, nel nome del principio del margine di apprezzamento. Se da un lato ha fatto osservare, nella sentenza che reca la data del 28 giugno scorso, che le decisioni delle Corti nazionali inglesi in nessun modo integravano una violazione degli articoli 2, 6, e 8 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, confermando dunque la correttezza formale del loro operato, dall’altro ha ritenuto di non dover entrare nel merito della vicenda della sospensione dell’alimentazione-idratazione-respirazione artificiale nel nome di quell’autonomia sovrana degli Stati membri che li autorizzerebbe a disciplinare a piacimento i temi dai risvolti eticamente più complicati, come è il caso della praticabilità o meno dell’eutanasia passiva su un neonato. E questo ad onta del fatto che il combinato disposto degli articoli 2 e 8 della Convenzione statuisca chiarissimamente il divieto di privare deliberatamente chicchessia del bene fondamentale della vita.

8. Non è chi non veda come dietro ogni aspetto di questa vicenda, si celi, quantunque mai menzionata, un’idea di efficienza nella gestione delle risorse sanitarie che induce a disporre delle stesse in un modo che non può non generare una strisciante cultura dello scarto. In una società che annovera un fenomeno crescente di medicalizzazione delle malattie e insieme ad numero sempre in aumento di persone anziane, con il seguito di malattie degenerative che essi portano con sé, la risorse sempre più scarse destinate al sistema sanitario dai governi nazionali, alimenta una cultura aziendalistica che fa dell’efficientismo ad ogni costo il suo primario, vitale, esclusivo obiettivo, ingigantendo di conseguenza il numero di quelli che, marginalizzati a ragione delle loro aspettative di vita, sono identificati come scarti da eliminare, se possibile.

9. Di più ancora inquieta la leggerezza con cui si accetta il paradigma della qualità della vita, ovvero quel modello culturale che inclina a riconoscere la non dignità di alcune esistenze umane, completamente identificate e confuse con la patologia di cui sono portatrici o con le sofferenze che ad essa si accompagnano. Giammai un malato può essere ridotto alla sua patologia, giacché ogni essere umano non cessa, un solo istante e ad onta della sua condizione di malattia e/o di sofferenza, di essere un universo incommensurabile di senso che merita in ogni istante l’attenzione china di chi vuole incondizionatamente il suo bene e non si rassegna a considerare la sua come un’esistenza di serie B per il solo fatto di versare nel bisogno, nella necessità, nella sofferenza. Un’esistenza alla quale si farebbe un favore cancellandola definitivamente. E questo vale tanto più nel caso di quanti non possono, o non possono più, esprimere quelle che sono e quello che sentono, come nel caso del piccolo Charlie.

10. Nella trasparenza delle posture schizofreniche implicate da questi nuovi paradigmi culturali, si può cogliere l’ambivalenza di chi, nel rivendicare la libertà di accesso totale ed indiscriminata all’eutanasia, basandola sull’esclusivo predominio dell’autonomia individuale, nega allo stesso tempo quell’autonomia decisionale in altri casi, come quello in esame, dove si ritiene che siano legittimati a decidere i soli medici, senza coinvolgimento alcuno dei genitori. L’ambivalenza di chi pensa sia giusto che i medici versino nella condizione di poter elargire ancora un margine di tempo ai genitori per consentire loro di elaborare il distacco dal figlio, permettendogli così di permanere in sua compagnia, e non pensa invece a quanto lo necessiterebbero le madri surrogate che vengono deprivate dei loro feti, subito dopo la nascita, per assecondare i desideri dei relativi “locatori di ventre”. L’ambivalenza di chi pensa a tutelare la dignità della vita di un soggetto, negandogli la vita stessa, che è il fondamento principe non solo della dignità dell’uomo, ma di ogni altro riconoscimento che possa essere fatto a suo favore. L’ambivalenza di chi si batte per la difesa giudiziaria, istituzionale, internazionale dei diritti dei più deboli, nella cornice di ordinamenti democratici, e poi accetta di buon grado di veder legalizzata o giuridicizzata l’eutanasia, praticata finanche sui più piccoli, sui più deboli, sui più bisognosi.

+ Elio Sgreccia

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La Calabria primo esperimento in Italia per la diffusione dell’ideologia gender

La Calabria primo esperimento in Italia per la diffusione dell’ideologia gender

Di Giancarlo Cerrelli

Si stenta a credere ai propri occhi esaminando la proposta di legge regionale dal titolo: “Disposizioni contro le discriminazioni generate dall’identità di genere e dall’orientamento sessuale”, n. 251/2017 presentata dall’on. Giuseppe Giudiceandrea presso il Consiglio Regionale della Calabria il 22 giugno 2017.

Se dovesse essere approvata tale proposta di legge, la Calabria sarebbe la prima regione in Italia che si doterebbe di un piano programmatico per la diffusione e l’imposizione, in ogni ambito del proprio territorio, dell’ideologia gender, ideologia che ha lo scopo di togliere importanza al dato biologico sessuale, a favore del dato culturale e così favorire un’indifferenziazione sessuale.

Sono numerose le disposizioni previste dal disegno di legge che destano serie preoccupazioni.

Esaminiamone alcune:

  • La proposta di legge usa più volte il costrutto ideologico “identità di genere” senza specificarne il significato e i limiti interpretativi; cosicché tale locuzione, potrà essere riempita di qualsivoglia contenuto da chi vorrà avvalersi del dispositivo legislativo regionale;
  • La Regione – in ossequio all’art. 1 della proposta di legge regionale – assieme ai Comuni e a ogni altra istituzione avrà modo di favorire la penetrazione nel corpo sociale calabrese dell’ideologia di genere e tutto ciò avverrà con la scusa di contrastare presunte discriminazioni e violenze di genere che, invero, non sono affatto un’emergenza e un’urgenza sociale nella realtà calabrese; una prova di ciò è data dal fatto che il progetto di legge non è stato in grado di fornire alcun dato, che sia scientificamente attendibile, circa le violenze di genere perpetrate nel territorio calabrese, tale da giustificare un simile provvedimento che impegna risorse pubbliche.
  • Con il disposto di cui all’art. 2 della proposta di legge, che prevede che “la Regione promuova ogni azione necessaria all’integrazione sociale e lavorativa che tenga conto dell’orientamento sessuale e di genere”, si pongono le basi per una reale discriminazione sociale e lavorativa di coloro che a parità di condizioni non sono omosessuali. Tale legge sembra voler conferire un titolo di preferenza alle persone omosessuali rispetto agli altri cittadini.
  • L’art. 3 del progetto di legge prevede, invece, a cura della Regione, una rieducazione dei docenti, del personale non docente e dei genitori degli studenti per contrastare i ruoli di genere. Lo scopo che, invero, si vuole attuare con questa norma è il superamento dei cosiddetti stereotipi di genere, cioè si vuole insinuare che sia una falsa credenza quella che afferma che vi siano due sessi e che vi siano alcune differenze naturali di ruolo. L’ideologia gender pretende, invece, l’indifferenziazione sessuale, favorendo piuttosto una molteplicità di orientamenti sessuali (si pensi che Facebook ne prevede 58) tra cui scegliere in base alla propria percezione.
  • L’art. 4 è l’abstract inquietante e allarmante dell’intera proposta di legge. Entrano in gioco, infatti, i veri destinatari e protagonisti di tale proposta di legge: le associazioni LGBTIQA (Lesbiche, Gay, Bisex, Transgender, Intersex, Queer, Asexual). Tali associazioni avranno il compito di “misurare gli standard di responsabilità sociale delle imprese circa le eventuali discriminazioni basate sull’orientamento sessuale o sull’identità di genere”. Queste associazioni potranno, pertanto, propiziare la chiusura o la comminazione di sanzioni a imprese che non si conformeranno alla dittatura del pensiero gender. Con tale legge, difatti, sarà istituita una sorta di potere di controllo sulle imprese che in modo arbitrario e anche con eventuali ricatti sarà fonte di privilegi per una sola categoria di persone che avrà titolo di preferenza esclusivamente in base all’orientamento sessuale.
  • La proposta di legge all’art. 5 dà, inoltre, alle associazioni LGBTIQA la possibilità di collaborare con le Aziende sanitarie locali e con i servizi socio assistenziali per “aiutare le persone ad accettare il proprio orientamento sessuale o la propria identità di genere.” Una tale collaborazione rientra nel piano di rieducazione della popolazione alla cultura gender. Gli adolescenti si troveranno, così, a dover subire lezioni di educazione sessuale nei consultori e a scuola da associazioni che promuovono la fluidità sessuale con la scusa di combattere le discriminazioni.
  • La proposta di legge prevede tra l’altro di modificare la modulistica nei vari uffici per contrastare le discriminazioni basate sull’orientamento sessuale. Le modifiche saranno rappresentate dalla sostituzione dei termini tipo padre e madre a favore di genitore 1 e genitore 2
  • È inquietante anche l’art. 6 che prevede che la Regione promuova iniziative di formazione – leggasi indottrinamento – per prevenire la violenza basata dall’orientamento sessuale o l’identità di genere, partendo guarda caso proprio dall’ambito familiare e scolastico.
  • Se qualcuno pensasse che tutto ciò sia fatto senza l’esborso di soldi pubblici si sbaglia. La proposta di legge prevede, infatti, una spesa di 50 mila euro dei nostri soldi per dare forza a organizzazioni che hanno di mira un’azione militante volta a imporre una dittatura del pensiero unico che renda sempre più fluida la nostra identità sessuale.

 

La Regione Calabria è da auspicare che, piuttosto, impegni le proprie risorse e le proprie energie verso ciò che possa far crescere realmente il popolo calabrese, che soffre la piaga della disoccupazione, di collegamenti insufficienti, di un turismo che non decolla, di sacche di vera e propria povertà, di una cultura assistenzialista e malavitosa che non favorisce un vero sviluppo morale ed economico del territorio.

La Regione Calabria non segua le sirene di un falso progresso, mascherato da civiltà; si impegni, piuttosto, a favorire il recupero delle proprie radici culturali morali e religiose e non finanzi una cultura di morte, come quella gender, che con la scusa di superare le discriminazioni è volta a cancellare la nostra millenaria civiltà.

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Benedizioni a scuola: respinta dal Consiglio di Stato la presunta violazione del principio di laicità

Benedizioni a scuola: respinta dal Consiglio di Stato la presunta violazione del principio di laicità

Pubblichiamo un commento dell’avv. Daniela Bianchini, del Foro di Roma, in esclusiva per questo sito, sulla recente sentenza del Consiglio di Stato in tema di benedizioni pasquali nelle scuole pubbliche.

I locali delle scuole pubbliche, in orario extrascolastico e previa delibera dell’organo competente, possono ospitare riti religiosi, purché la partecipazione agli stessi sia libera volontaria e facoltativa. È questa la conclusione a cui è giunto il Consiglio di Stato con la sentenza del 27 marzo 2017 n. 1388, facendo così chiarezza su una questione che con forse troppa frettolosità era stata affrontata dal Tar Emilia Romagna, quando con sentenza n. 166/2016 aveva accolto il ricorso presentato da un esiguo gruppo di genitori ed insegnanti avverso una deliberazione del Consiglio di istituto con la quale era stata autorizzata l’apertura dei locali scolastici per le benedizioni pasquali, in orario extrascolastico e su base volontaria.

Alla natura religiosa di un’attività, quale ad esempio la benedizione pasquale, «per un elementare principio di non discriminazione non può attribuirsi una valenza negativa tale da renderla vietata o intollerabile unicamente perché espressione di una fede religiosa, mentre, se non avesse tale carattere, sarebbe ritenuta ammissibile e legittima». Il Consiglio di Stato ha parlato giustamente di un principio elementare, ossia di un principio su cui non si dovrebbe discutere e su cui dovremmo trovarci tutti d’accordo. Tuttavia, come dimostra quanto avvenuto nell’Istituto comprensivo 20 di Bologna, malgrado la chiarezza delle norme e dei principi, anche di rango costituzionale, non mancano coloro che, in nome di un principio di laicità male interpretato o comunque non riferibile alla nostra tradizione, tentano di confinare entro la sfera privata tutto ciò che appartiene al sacro. é quello che è successo nel caso in esame, laddove il Tar ha addirittura affermato che nella scuola «non v’è spazio per i riti religiosi riservati per loro natura alla sfera individuale dei consociati», aggiungendo che «le attività di culto religioso attengono alle pratiche di esercizio del credo confessionale di ciascun individuo e restano confinate nella sfera intima dei singoli, non lesiva della libertà religiosa e non incompatibile con il principio di laicità dello Stato». Una laicità, quella richiamata dal Tar, che non trova tuttavia rispondenze in quelle che sono le norme e i principi del nostro ordinamento e che peraltro mal si concilia con quelle che sono le funzioni della scuola pubblica italiana, da sempre interessata all’integrazione sociale e concepita come luogo di incontro e di inclusione, finalizzata alla formazione dei giovani e alla trasmissione dei valori su cui fondare la pacifica convivenza. Le istituzioni scolastiche, secondo la vigente normativa (cfr. DPR 275/1999), come ha puntualmente ricordato il Consiglio di Stato in risposta alla posizione del Tar, sono chiamate -nel rispetto della libertà di insegnamento, della libertà di scelta educativa delle famiglie e delle finalità generali del sistema- a promuovere la crescita educativa di tutti gli alunni, nel riconoscimento e valorizzazione delle diversità. La scuola deve dunque favorire, sempre nel rispetto delle libertà e dei diritti fondamentali, tutte quelle iniziative non riconducibili alla generalità della popolazione scolastica, bensì ad uno o più gruppi di essa e originate da specifici interessi: in questo consiste, appunto, la valorizzazione delle diversità e non nell’atteggiamento di chi, pur parlando di libertà, vorrebbe una scuola formata da studenti ed insegnanti totalmente omogenei sotto il profilo etico, religioso e culturale. Ma se la scuola pubblica italiana, per sua stessa vocazione, è un luogo di incontro per giovani appartenenti a diverse realtà sociali, religiose e culturali è evidente che non possa essere accolta nessuna istanza tesa a limitare le possibilità di dialogo e di confronto proprio fra quelle diversità che tanto si vorrebbero da molti tener fuori in nome di male interpretati principi di eguaglianza e di libertà.

Fra i banchi di scuola, gli studenti, fin dall’inizio del percorso scolastico, possono sperimentare le diversità, possono innanzitutto capire che se tutte le persone sono uguali in dignità, è pur vero però che ogni persona è “portatrice di diversità”, per carattere, appartenenza religiosa, cultura, idee sulla vita  es sul bene comune che poi in età adulta si traducono in idee politiche ecc. Una scuola aperta al dialogo e al confronto sincero, non timorosa delle diversità che sono innegabilmente presenti nella compagine sociale è una scuola in grado di preparare efficacemente i cittadini più giovani al rispetto e alla realizzazione piena dei valori costitutivi del nostro ordinamento. Al contrario, una scuola “asettica” sotto il profilo etico e religioso altro non farebbe che ingannare i giovani, facendo loro credere che la società sia composta da una massa indistinta di persone aventi le stesse idee e le stesse convinzioni etiche.

Ciò detto, come giustamente ha osservato anche il Consiglio di Stato, ribaltando completamente la decisione del Tribunale amministrativo, non vi è dunque alcun ragionevole motivo per ritenere che le attività di culto, laddove sia garantito il rispetto del principio di eguaglianza e laddove sia prevista una partecipazione non obbligatoria e su base volontaria, non possano trovare ingresso nella scuola pubblica. Nel caso in esame, tra l’altro, sarebbe bastato anche solo il buon senso a dirimere la controversia, senza neppure invocare l’intervento del giudice, visto che si trattava di una celebrazione della durata di pochi minuti, in orario extrascolastico e facoltativa. Come si è già avuto modo di sottolineare nella precedente nota di commento alla sentenza del Tar, ciò che in tutta la vicenda suscita maggiori perplessità e preoccupazioni è l’animosità con cui i ricorrenti si sono scagliati contro il Consiglio di istituto, “reo” di aver autorizzato una celebrazione della durata di pochi minuti in orario extrascolastico, senza peraltro che vi fosse alcun obbligo di partecipazione e senza dunque che potesse essere in alcun modo lesa la libertà degli altri, non credenti o appartenenti ad altra confessione. È innegabile che la libertà religiosa vada rispettata anche quale libertà di non credere ma questo non deve tradursi nel pretendere che i credenti rinuncino a manifestare pubblicamente la propria fede, tanto più quando vengono poste in essere attività oggettivamente non lesive dell’altrui convinzione, come nel caso in esame. Pretendere che la scuola, in quanto edificio pubblico, sia “preservato” dalle manifestazioni religiose – neanche fossero malattie contagiose – non soltanto è errato sotto il profilo giuridico, ma è altresì contrario a quello spirito di reciproca comprensione, accettazione e rispetto che caratterizza la scuola pubblica, per la sua naturale vocazione all’integrazione di cui si è detto e come si ritrova anche nella sentenza del Consiglio di Stato, che ha ricordato come tutto ciò sia oggi tanto più decisivo «in relazione al fenomeno sempre più rilevante dell’immigrazione e della conseguente necessità di integrazione». Fa molto riflettere – e dispiace- che fra i ricorrenti, in prima fila, vi sia stata anche un’insegnate della scuola elementare, dalla quale ci si sarebbe aspettati ben altro atteggiamento. Quando si dice che la scuola pubblica è chiamata a favorire l’inclusione, non ci si riferisce alla scuola intesa come edificio, bensì all’insieme di tutte le persone che vi lavorano all’interno, primi fra tutti gli insegnanti, che svolgono un ruolo importantissimo, ossia quello di formare i più giovani trasmettendo loro i valori fondamentali dell’ordinamento.

Daniela Bianchini (Avvocato del foro di Roma e Dottore di ricerca in Diritto canonico ed ecclesiastico)

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