A che punto è la notte?

A che punto è la notte?

si puo fare soldi nenne operazioni di opzionu binarie Pubblichiamo con piacere l’intervento sul Foglio del Presidente Carlo Deodato, magistrato del Consiglio di Stato.

Le misere vicende politiche nazionali impediscono (ai più) una visione larga della crisi profonda, e, per certi, versi, irreversibile, in cui è sprofondata la ci­viltà occidentale. L’architettura politica e culturale su cui si sono rette le società europee e quella americana, pur con i rivolgimenti degli ultimi secoli, è stata edificata su architravi solide e stabili, che, tuttavia, cominciano a mostrare pro­fonde crepe e inquietanti segni di cedi­mento. Il Presidente Trump ha recente­mente avvertito l’esigenza di difendere l’Occidente dal pericolo della Russia. Co­sì come si sente ripetere, come un mantra, che la civiltà occidentale è minaccia­ta dal fondamentalismo islamico. Ma so­no davvero la Russia e l’islam i (soli) ne­mici dell’Occidente? O, piuttosto, i pericoli per l’Occidente vengono (soprat­tutto e innanzitutto) dal suo interno?

Prima di rispondere a queste domande, si deve comprendere l’essenza dei valori dell’Occidente. Con l’eccezione delle aberrazioni totalitarie, la civiltà occiden­tale, nei suoi naturali e più recenti appro­di, si è costruita sui valori della libertà e del primato della persona (e della sua dignità) sullo Stato; della sacralità della vita e della universalità dei diritti; sul principio di responsabilità e su quello della rappresentanza democratica (tem­perato dal canone della sussidiarietà).

La sintesi mirabile, che si è consolidata nel pensiero dell’Occidente, tra filosofia greca, diritto romano e fede cristiana ha condotto alla costruzione di un sistema culturale e di pensiero che è riuscito a coniugare la più autentica espressione della natura dell’uomo con lo sviluppo di una società ordinata e libera.

Le vette raggiunte dalla speculazione dei filosofi greci hanno, in particolare, aperto uno squarcio su una dimensione ideale dell’esistenza dell’uomo e delle sue relazioni; le regole del diritto roma­no, incentrate sulla responsabilità perso­nale e civica del pater familias, hanno con­solidato l’idea che ogni convivenza uma­na ordinata deve fondarsi sul principio di giustizia dell’unicuique suum (già presen­te nelle opere di Platone e di Aristotele e poi consacrato da Ulpiano come uno dei cardini del diritto); la rivelazione e la tra­dizione cristiana hanno illuminato di una luce soprannaturale l’armonia delle civil­tà classiche, con cui si sono coniugate, stabilendo un legame inscindibile e vir­tuoso tra la centralità della persona e i suoi doveri verso il prossimo e verso la Res Publica.

Il connubio di fede e ragione (già indi­cato come indissolubile da sant’Agostino, da san Tommaso, da Pascal e, infine, ri­preso da Benedetto XVI nella celebre Lectio magistralis tenuta a Ratisbona) ha costituito, in particolare, il fondamento dell’elaborazione e dell’attuazione di un sistema che si fonda sì sulla logica e sul diritto, ma anche su una prospettiva salvi­fica dell’esistenza umana.

Si è così sviluppata, seppur con un per­corso non sempre lineare (il sonno della ragione ha anche prodotto i mostri della degenerazione giacobina della Rivoluzio­ne francese, del collettivismo socialista e ateo e del totalitarismo pagano dello Sta­to nazionalsocialista), un’idea di società e di persona che trascende ogni approccio meramente organizzativo e orizzontale e che si nutre, al contrario, della naturale aspirazione dell’uomo a valori universali e immutabili.

L’Occidente contiene, in sé, la tensione verso il bene comune, della persona e, insieme, della società, e non tollera visio­ni riduttive della libertà dell’uomo o in­terpretazioni materialistiche della convi­venza civile.

La cultura occidentale presuppone e genera una insopprimibile ricerca, che Oswald Spengler (ne “Il tramonto dell’Oc­cidente”, troppo spesso oggetto di esegesi deviate e ideologiche) definiva (prima) apollinea e (poi) faustiana, della dimen­sione ideale, ma non per questo utopisti­ca o irrazionale, del benessere (meglio: della felicità) dell’uomo.

Per questa sua visibile aspirazione in­cessante verso il bene della persona e della società l’Occidente ha assunto il ruolo di guida nella diffusione nel mondo del valore della libertà e, senza idealiz­zarne la storia o sminuirne gli errori (che pure non sono mancati), ha garantito l’as­similazione globale e, spesso, la stessa protezione dei diritti naturali dell’uomo.

Sennonché, la civiltà occidentale sem­bra, ormai da tempo, aver abdicato a que­sta sua naturale missione, avendo ceduto ai germi interni della dissoluzione e al morbo intestino della disgregazione della sua struttura ontologica.

E’ vero che, come osserva Umberto Ga­limberti, l’Occidente contiene già nella sua radice lessicale l’idea del tramonto, ma sembra che recentemente il crepusco­lo della luce che esso diffondeva si sia fatto sempre più scuro (tanto che il socio­logo Harold Bloom ha definito l’America come “terra dell’imbrunire”), secondo la regola (della fisica aristotelica) consacra­ta nel motto motus in fine velocior.

La società occidentale contemporanea ha, infatti, da tempo rinunciato alla ricer­ca del significato dell’esistenza, ha abdi­cato a ogni prospettiva salvifica della vi­ta, ha smarrito il senso del sacro (come mirabilmente argomentato da Ida Magli in “Dopo l’occidente”), ha bandito Dio dalla vita pubblica e si è chiusa in un’or­ganizzazione materialistica e, in fondo, disperata delle relazioni umane.

Il sistema su cui si reggono, ormai, le convivenze occidentali si fonda sul solo predominio della tecnica e della finanza sulla dignità e sulla libertà dell’uomo.

L’uomo occidentale, soprattutto quello metropolitano, è schiacciato da una rego­lazione ossessiva di ogni aspetto della sua esistenza, oppresso da una presenza inva­dente e pervasiva dello Stato.

E’ stordito dagli smartphone e inebeti­to dai social network.

Non crede più a niente e a nessuno. Anzi, peggio, è pronto a credere al primo politicante che gli promette, con misera­bili tecniche illusionistiche, un frammen­to di felicità.

A ben vedere, tutti i pilastri su cui è stata edificata l’architettura della civiltà occidentale stanno cedendo o si sono già sgretolati (in un processo di crisi già in­tuito, nella prima metà del secondo scar­so, da Paul Hazard, “La crisi della co­scienza europea”, e Robert Musil, “L’uo­mo senza qualità”).

La dignità della persona è vilipesa e mortificata dalle preminenti e oppressive regole della scienza e dell’economia (ap­plicate senza alcuna considerazione delle istanze insopprimibili e naturali dell’in­dividuo), in tutti gli ambiti dell’esistenza umana.

La sacralità della vita è ridotta a un simulacro dalla prevalenza della cultura della morte (nelle sue varie e tragiche declinazioni).

La libertà (anche di pensiero e finan­che di parola) dell’uomo (nell’espressio­ne più pura del pieno sviluppo della per­sonalità e nei rapporti con lo Stato) è con­culcata dall’attuazione indefessa dei dog­mi orwelliani di una nuova religione civile, i cui riti si celebrano nel main­stream del pensiero unico (con le aberra­zioni già stigmatizzate da Robert Hughes, “La cultura del piagnisteo”), e da una di­sciplina minuziosa e invasiva delle attivi­tà economiche, oltre che da una innatura­le oppressione fiscale.

Il principio di responsabilità, su cui so­no stati edificati gli assetti più virtuosi delle società contemporanee, è oscurato da una malintesa e incessante rivendica­zione di (soli) diritti, così assordante da provocare l’oblio dell’etica dei doveri.

La ricerca del significato della vita e la prospettiva della sua redenzione sono or­mai tristemente sostituite da un’affanno­sa brama di divertimenti, beni materiali, sballo, svago, sesso, droghe, che pare esaurire, in sé, il senso dell’esistenza, tanto che l’individuo, avendo smarrito la sua dignità, è ormai svilito al rango di un consumatore seriale di piaceri.

L’uomo occidentale è confuso da una girandola vorticosa di informazioni e di notizie, così da disconoscere persino l’i­stanza più intima della ricerca della veri­tà. Ha sostituito l’affermazione di principi assoluti con un relativismo fiacco e steri­le, che rinuncia in radice all’idea stessa della verità.

E’ così indebolito da non essere più in grado di sacrificarsi per niente e per nes­suno, da ignorare lo stesso concetto di sacrificio, nelle sue espressioni più nobi­li

Non riconosce più alcuna Autorità e neanche la Chiesa sembra più in grado di guidarlo, irretita come appare, nella sua guida temporanea, in una visione (solo o soprattutto) orizzontale, sociale e imma­nente del mondo.

D’altra parte il rifiuto per l’Autorità, anzi: il disprezzo per essa (recentemente indirizzato verso quella politica), era già stato indicato come una delle cause prin­cipali della crisi della società contempo­ranea e della sua conseguente (o presup­posta?) anarchia strisciante da Christofer Lasch (“La cultura del narcisismo”).

L’uomo occidentale non riesce nean­che più a immaginare il suo futuro, tanto che non fa più figli, che sono il primo e il più chiaro segno della vitalità di una so­cietà. La denatalità impedisce, così, il na­turale rinnovamento della vita e delle energie della comunità e ne accelera il crepuscolare e malinconico invecchia­mento, in un’agonia (che pare) senza spe­ranza.

L’Occidente, così come lo abbiamo co­nosciuto, si sta tristemente, ma inesora­bilmente, spegnendo, in un processo di dissoluzione interna che ricorda, per molti versi, il declino dell’Impero Roma­no, quando la degenerazione morale, l’ar­rivo dei barbari, la crisi demografica, la corruzione hanno prodotto il disfacimen­to di un’organizzazione che pareva incrol­labile e spalancato le porte al Medioevo.

Sembra un percorso irreversibile di decomposizione, lento ma inesorabile, di un organismo (sempre meno) vitale (lo storico americano Andrew Michta la defi­nisce decostruzione dell’Occidente), cela­to ai più dall’ebrezza dei consumi o, per converso, dalle preoccupazioni economi­che.

Quando l’uomo e la società in cui vive perdono il senso della loro esistenza, rin­negano la loro identità e la loro tradizio­ne (come accade simbolicamente, e tragi­camente, con l’abbattimento delle statue di Cristoforo Colombo, così come con la rinuncia della principali Università sta­tunitensi allo stesso insegnamento obbli­gatorio della Western Civilization) e non hanno più fede in alcun valore che tra­scenda la dimensione solo materiale del consumo e del piacere, appare difficile immaginare una palingenesi.

Quando il denaro vale più dell’uomo, sembra impossibile scongiurare il collas­so del sistema.

Ed è arduo non pensare a un suicidio (o a una strana forma di eutanasia).

I nemici, per rispondere ai quesiti in­ziali, sono, infatti, figli degeneri e spuri dello stesso Occidente.

Si dirà che è una visione (troppo) pessi­mistica del presente (e del futuro) e (trop­po) ottimistica del passato. Forse è vero. Ci sono ancora luci (oggi) che possono giu­stificare una speranza, così come ci sono ombre tragiche nella storia dell’Occiden­te, ma il processo è quello indicato: lo smarrimento, la confusione, la paura, la debolezza hanno preso il posto di quella energica tensione ideale verso il bene dell’uomo che ha animato, per secoli, la vita della civiltà europea.

E’, quindi, tutto perduto?

La civiltà occidentale è, dunque, desti­nata a essere sostituita da oscure, ma più forti e più vitali, culture, che, tuttavia, ignorano i principi di libertà, democra­zia, dignità dell’uomo, sacralità della vita, rispetto per la donna?

Difficile a dirsi. Sembra che manchi la forza per una rinascita. Sembra che l’Oc­cidente non abbia più l’energia, da solo, di rigenerarsi, annullato com’è da un ni­chilismo senza speranza.

Forse è necessario uno scatto traumati­co della Storia, perchè l’Occidente risco­pra i suoi valori, i suoi ideali, il senso della sua missione. Forse, come nella vita delle persone, è necessaria una tragedia, per un nuovo inizio.

La rigenerazione dell’Occidente non può, tuttavia, che passare da un nuovo umanesimo. Un umanesimo cristiano. Non indistinto e politicamente corretto. Ma cristiano, che si fondi, cioè, sul ricono­scimento della persona come essere natu­ralmente libero e destinato alla felicità (e alla salvezza) per mezzo della verità e dell’amore.

“Sentinella, a che punto è la notte?” (Isaia, 21, 11).

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Giudici senza limiti? – 20 0ttobre 2017 – Roma

Giudici senza limiti? – 20 0ttobre 2017 – Roma

Venerdì 20 ottobre 2017, con inizio alle ore 15 (orario massimo di arrivo h 14.45) a Roma, nell’Aula del Palazzo dei Gruppi parlamentari a Via di Campo Marzio n. 78 si terrà l’annuale convegno nazionale del Centro studi Livatino, sul tema  binäre option public Giudici senza limiti

Dopo il saluto dell’on.  الخيارات الثنائية السوق العالمية Stefano Tadalafil Oral Strips No Prescription Dambruoso, Questore della Camera dei deputati, si svolgerà la prima sessione, su  Il quadro internazionale: dialogo fra le Corti o Babele del diritto?, con relazioni di  81c6cabcbe68ead747675bdba7eabce1 Anthony Borg Barthet, giudice alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea,  free gay internet dating sites Francisco Javier Borrego Borrego, già giudice della Corte europea dei diritti dell’uomo, e di  frage bdswiss Antonio Mura, sost. proc. generale in Cassazione, già presidente del Consiglio consultivo dei Procuratori europei, e con la testimonianza di  binäre optionen candlestick Luis Alberto Petit Guerra, giudice del Venezuela, già coordinatore per l’area metropolitana di Caracas per la materia civile e per le tutele costituzionali

La seconda sessione riguarda Il quadro nazionale: attivismo giudiziario, diritto e “diritti”, con relazioni di  el opzionibinarie Mauro Ronco, Presidente del Centro studi Rosario Livatino,  binäre optionen bonus Giovanni Legnini, Vicepresidente del Consiglio Superiore della Magistratura e (in attesa di conferma) di  most successful binary option strategy Andrea Orlando, ministro della Giustizia.

I lavori saranno coordinati dai Vice Presidenti del Centro Studi Rosario Livatino  buy tastylia online Domenico Airoma köp Viagra 200 mg master Alfredo Mantovano e  binäre optionen broker mit metatrader Filippo Vari.

 Il tema del convegno è il ruolo assunto oggi dalla giurisdizione. Se una volta il giudice era la “bocca della legge”, viviamo un tempo in cui la bocca del giudice sembra essere diventata essa stessa la legge. Non solo per ricerca di protagonismo, ma per qualcosa di strutturale, che rinvia alla qualità del tempo che attraversiamo: un “periodo vuoto”, che registra l’avvenuto sfaldamento di un mondo e di una civiltà costruiti sul riconoscimento di principi percepiti come oggettivi e irrinunciabili, e che cerca di colmare quel vuoto con valori ancorati alla soggettività. Un rovesciamento di prospettiva per il quale la legge, con i tempi dettati dalla mediazione fra i diversi e confliggenti desiderata, è sempre in strutturale ritardo rispetto alla sentenza del giudice e l’intervento del legislatore è sempre più imposto dal dictum giurisprudenziale. Un conflitto fra soggettività risolto da un’altra soggettività, quella del giudice, sempre più oltre la legge: sia perché chiamata ad anticipare la legge e a colmare inevitabili vuoti di tutela di desideri sempre nuovi, sia perché priva essa stessa di parametri decisori riconosciuti come invalicabili, allorché le stesse carte costituzionali vengono ritenute non più cogenti, specchio di un’epoca passata. Nel porre il problema, questo convegno prova a impostare qualche ipotesi di soluzione. Sulla scia di Rosario Livatino, nel cui insegnamento vi è che i giuristi debbano tornare ad essere i professionisti del perché e non solo del come. Debbano, in altre parole, non tacitare le proprie domande di senso e ribellarsi a quel “silete conscientiae in munere alieno”, che sembra essere la mentalità oggi soggiacente a vari interventi normativi e giurisprudenziali.

Al più presto si comunicheranno le modalità di registrazione al Convegno, il cui ingresso è libero.

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In via Curtatone sono stati sgomberati anche i dati obiettivi. Li ospitiamo qui

In via Curtatone sono stati sgomberati anche i dati obiettivi. Li ospitiamo qui

la migliore app per trading on line Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato il 3 settembre 2017 su binära optioner risk Tempi .

Immigrazione. È compatibile con ragionevolezza? Non è una domanda retorica. Pensiamo allo sgombero del palazzo occupato in via Curtatone a Roma e alle reazioni che ha provocato: è stato raro trovare, soprattutto nell’immediatezza (quando tuttavia si forma una opinione diffusa), prese di posizione che abbiano tenuto conto di quanto è realmente accaduto, e che abbiano mostrato qualcosa lontanamente simile a equilibrio e a capacità di distinguere.

Quel che è passato, ahimè perfino nelle parole di prelati a commento dell’accaduto, è che vi è stato un intervento massiccio e inutilmente violento delle forze di polizia, che ha colpito pesantemente richiedenti asilo, profughi e poveri disgraziati (“Se la povertà è una colpa”, titolava il giorno dopo la Repubblica, a firma del past director Ezio Mauro), lasciandoli senza un tetto. È andata proprio così? Questi i dati obiettivi:

a) l’edificio era occupato da anni, e a non pochi dei richiedenti asilo che vi dimoravano erano state proposte differenti collocazioni, che essi non avevano accettato;

b) il giudice per le indagini preliminari di Roma, su sollecitazione della proprietà dell’immobile, aveva emesso un provvedimento di sequestro, e questo era accaduto ben quattro anni fa. L’ossequio alle decisioni dell’autorità giudiziaria varia a seconda dei destinatari delle stesse?

c) all’inizio del 2016 il prefetto Tronca, quale commissario al Comune della capitale, aveva concordato col prefetto di Roma dell’epoca, Franco Gabrielli, un piano che, oltre allo sgombero, prevedeva la riallocazione in altre dimore di chi ne avesse titolo, ma l’esecuzione dell’accordo, che avrebbe dovuto seguire all’inizio della nuova amministrazione capitolina, è stato da questa lasciato cadere;

d) dentro l’immobile non vi erano solo profughi e migranti in attesa di decisioni sullo status di rifugiati, ma anche soggetti privi di qualsiasi titolo di soggiorno;

e) da quanto rintracciato nell’edificio dopo lo sgombero, si ipotizza che numerosi alloggi erano “affittati” da mascalzoni, che hanno profittato dell’altrui disperazione;

f) l’edificio conteneva oggetti potenzialmente lesivi, a cominciare dalle decine di bombole di gas rinvenute;

g) vi erano pure individui socialmente pericolosi, se è vero che quattro aggressori alla polizia sono stati arrestati, e gli arresti convalidati. Qui bisogna decidere: se i poliziotti non fossero intervenuti quelle bombole sarebbero ivi rimaste in quantità, e si sarebbe scatenata una polemica, alimentata dalla dinamica degli attentati di Barcellona e dintorni, sul perché non si fosse fatto nulla per disattivare il rischio. Poiché sono intervenuti, hanno però egualmente sbagliato, perché – si è detto – nulla faceva presumere una loro destinazione non pacifica, pur se qualcuna di tali bombole è stata graziosamente adoperata come arma contundente verso i poliziotti;

h) dell’edificio si sono interessati attivamente gruppi di area antagonista, il cui profilo non corrisponde esattamente a quello di profughi. Tutto questo ha ridotto via Curtatone a un problema di ordine pubblico, scaricandone la gestione sul sistema sicurezza, e in particolare sulla Polizia di Stato. È giusto che sia così?

La leggiadra assenza del sindaco
«Studiare soluzioni alternative»: è quello che il cardinale segretario di Stato vaticano Pietro Parolin ha auspicato, rispondendo ai giornalisti, non senza aver ricordato la necessità di evitare il ricorso alla violenza. Non è ammissibile non fare nulla, e poi limitarsi al commento, positivo o negativo, del lavoro delle forze di polizia. “Soluzioni alternative” vuol dire che, quando diventa indispensabile riportare il rispetto minimo di regole fondamentali, per esempio liberando un immobile nel cuore della Capitale, deve essere contestualmente pronto il luogo nel quale collocare chi ne ha diritto: e questo interessa più soggetti istituzionali, ed esige un ruolo attivo di governo, regioni e comuni. E se il governo le proprie responsabilità mostra di assumerle, col coinvolgimento dei prefetti e il reperimento degli edifici pubblici non utilizzati, non si può dire che vi sia stata finora analoga disponibilità da parte degli enti territoriali. Il mix di sindrome Capalbio (all’insegna dell’ovunque fuorché da noi) e di leggiadra assenza del sindaco della Capitale è ben più lesivo degli idranti dei Reparti mobili.

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GB, bambina cristiana affidata a famiglie islamiche. E “La Repubblica” si scopre clericalista musulmana

GB, bambina cristiana affidata a famiglie islamiche. E “La Repubblica” si scopre clericalista musulmana

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato su La nuova Bussola Quotidiana il 30 agosto.

C’è qualcosa che avvicina la vicenda di Tower Hamlets (la bambina cristiana data in affido a coppie musulmane radicali) a quella di Charlie Gard. Entrambe sono accadute in quella Londra che dalla Magna Carta in poi è additata come il luogo storico della tutela dei diritti e della difesa da ingerenze dispotiche dei poteri sovraordinati.

Nel giro di poche settimane uno dei più importanti e stimati nosocomi della Capitale inglese, il Great Ormond Street Hospital, e uno dei municipi londinesi, Tower Hamlets, hanno assunto decisioni di peso su diritti fondamentali, con controverse implicazioni di ordine etico, e in entrambi i casi non hanno fornito informazioni, e ancora meno illustrazione delle ragioni che hanno determinato quelle scelte. Anche a tutela di entrambe le autorità sarebbe stato utile, nel rispetto della delicatezza dell’uno e dell’altro caso, capire perché; invece ci si trova di fronte a passi che hanno dell’apodittico, per Charlie con l’avallo dell’autorità giudiziaria nazionale e della Cedu, per la bambina data in affido a due famiglie musulmane con la sola difesa del silenzio. E’ inevitabile che la gravità del fatto provochi le reazioni più varie, pur se l’incompletezza di dettagli rischia di far sfuggire qualcosa.

Avendo ben chiara l’esistenza di questo handicap conoscitivo, la questione si liquida in breve: pare di trovarsi di fronte a un affido, e non a un’adozione; questo spiega perché non se ne occupi un giudice, ma i servizi sociali del municipio londinese. L’affido, come l’analogo istituto presente nell’ordinamento italiano, è una misura temporanea di allontanamento del minore dalla propria famiglia, in presenza di problemi gravi ma non irreversibili, che si presume possano essere superati nel tempo.

Se effettivamente è un affido, la decisione di collocare la bimba in un contesto religioso e in senso lato culturale così diverso rispetto a quello originario, è ancora più incomprensibile che se si fosse disposta una adozione (che pure avrebbe incontrato forti riserve); quale prospettiva eventuale di rientro nel contesto della nascita garantisce l’attuale così radicale cambiamento di vita quotidiana subito dalla bambina? E comunque, in un ordinamento civile il faro di ogni opzione in materia è quello che in Italia si chiama “il superiore interesse del minore”: evidentemente non rispettato se a cinque anni le donne con le quali la piccola ha a che fare circolano in burka, se le si vietano cibi fino a quel momento a lei graditi, e se le si impone di abbandonare i segni della fede cristiana, indossati o praticati.

Sorprende che il coro di dissenso dalla decisione di Tower Hamlets non sia così unanime. La Repubblica, quotidiano militante nella promozione di quelli che identifica come diritti di libertà, ha affidato ieri il commento alla vicenda alla penna di Alberto Melloni e a un’intervista a Melita Cavallo, che da presidente del Tribunale dei minori di Roma aveva legittimato l’adozione da parte di persone dello stesso sesso. Né l’uno né l’altra dichiarano di condividere quanto deciso per la bimba inglese. Ci sono però dei distinguo.

Il prof. Melloni si avventura in un’analogia con le storie di bambini ebrei salvati dai campi di sterminio ma poi convertiti al cristianesimo – tra i tanti elementi di differenza, per essi mancò qualsiasi decisione pubblica di affido del minore -, e poi ricorda che bimbi slavi o asiatici sono stati dati in adozione a genitori italiani: i quali però non hanno rispettato la confessione religiosa della famiglia di origine. Sulla stessa lunghezza d’onda la dottoressa Cavallo che, richiamando la sua lunga esperienza di giudice minorile, ha spiegato come i genitori italiani adottivi non si pongano scrupoli nel mandare in chiesa o al catechismo i bambini ricevuti da contesti disomogenei. Vi è il rischio, ammonisce Melloni, di precostituire “gabbie etniche” per l’adozione.

E’ sempre difficile riaffermare l’ovvio, ma ci provo. Il bene del bambino che viene da una situazione di estrema difficoltà – altrimenti non andrebbe in affido o in adozione – non consiste nell’incrementare il disagio, come pare stia avvenendo per la piccola londinese. La religione c’entra ben poco, nel momento in cui per chi ha appena cinque anni vengono meno poche certezze – la pasta alla carbonara che tanto le piace, e che adesso le è preclusa perché contiene carne di maiale, e il crocifisso che portava al collo e che le è stato tolto – e aumenta la difficoltà di correlarsi: come è possibile se in pubblico non vede il volto della nuova mamma?

Non si tratta quindi di teorizzare l’adozione o l’affido per confessione religiosa – le “gabbie etniche” -, ma di perseguire laicamente il miglior interesse del minore. Se quest’ultimo collide con la pratica di una determinata fede, nella specie l’islam, e/o di una applicazione integrale dei suoi precetti, è esattamente tale ricaduta che preclude l’adozione o l’affido, non già una pregiudiziale di principio confessionale.

Rileggiamo Benedetto XVI a proposito del rispetto contestuale per la libertà religiosa e per i diritti fondamentali: la prima è inclusa nei secondi, non è a essi contrapposta. Melloni e Melito paiono evocare una sorta di reciprocità fra cristianesimo e islam: come nessuno controlla se un neonato proveniente da una famiglia musulmana bosniaca sia educato all’islam da genitori cattolici – questo essi dicono -, così la drammaticità del caso londinese non è qualcosa da rifuggire, ma una scelta dei servizi sociali sulla cui opportunità è necessario confrontarsi.

Domanda: per Melloni e Melito la reciprocità vale sempre? La domanda è retorica perché dubito che Melloni e Melito desiderino vietare l’esercizio della preghiera e del culto islamico in Italia a causa del fatto che negli Emirati arabi il culto cristiano non è permesso. La libertà religiosa, caposaldo della civiltà occidentale, va garantita senza condizioni. Ha allora ancora meno senso parlare di reciprocità quando sono in gioco diritti fondamentali della persona, in quanto tali non passibili di contrattazione.

E’ però singolare che chi opera per estromettere il dato religioso dalla vita comune e dalle scelte civili poi lo recuperi quando c’è di mezzo l’islam. Nella vasta gamma del politically correct mancava il clericalismo musulmano da parte di soggetti ordinariamente laicisti. La Repubblica ha colmato la lacuna.

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I migranti e il Papa

I migranti e il Papa

Articolo di Alfredo Mantovano, pubblicato su Il Foglio il 22 agosto 2017. 

Davvero Francesco voleva mandare un messaggio sullo ius soli al nostro Parlamento? No.
Leggere prima di commentare. La massima è ovvia se l’intenzione è capire. Se invece l’obiettivo è tirare il Papa dalla propria parte basta fermarsi a qualche titolo forzato. La lettura del Messaggio per la giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2018 va poi affiancata alla rilettura degli interventi precedenti sullo stesso tema. La conclusione non è esattamente l’apologia della proposta di legge in discussione al Senato sullo ius soli, come i media hanno subito sintetizzato, con seguito altrettanto rapido di chiose pro e contro. Punto n. 1. Se le parole di Francesco riguardano la giornata “mondiale” dei migranti, vuol dire che il cono di attenzione non è solo l’Italia, ma è niente più the il mondo. E nessuno può negare che nel mondo, di fronte alla mole dei movimenti migratori, vi sia, per riprendere i quattro termini chiave adoperati nel messaggio, un serio deficit di accoglienza – per non andare troppo lontano, va tutto bene ai confini meridionali della Libia, con chi proviene da Sud? -, di protezione -per non andare troppo lontano, siamo contenti che nessun curdo riesca ad allontanarsi dalla Turchia, a seguito del turpe accordo con l’Ue del marzo 2016? -, di promozione e di integrazione: gli spettacoli di Calais o dei confini balcanici dicono qualcosa in proposito. Punto n. 2. Se it Messaggio riguarda il mondo, e non solo l’Italia, l’Italia tuttavia non è tenuta a disinteressarsene ma, rispetto alle questioni che esso pone, e chiamata a confrontarlo con il complicato stato dell’arte al proprio interno. La “detenzione” nei centri di raccolta finalizzati alle espulsioni è limitata da tempo a pochissimi casi, al tal punto che l’esigenza da noi è opposta: e cioè garantire la sicurezza comune con l’inserimento nei centri di coloro che devono essere allontanati coattivamente perché delinquenti, o sospetti di terrorismo. Prima accoglienza e assistenza sanitaria sono garantite a prescindere dall’ingresso regolare e – quanto alle cure mediche – a prescindere dalla presentazione di una domanda di asilo. Il Papa fa riferimento pure alla formazione del personale di polizia di frontiera: dentro e fuori l’Europa, tutti attestano l’ottima qualità delle forze di polizia italiane a ciò dedicate. Punto n. 3. Poniamo a fianco gli auspici del Papa sugli strumenti di integrazione, dalla conoscenza della lingua all’istruzione, alle garanzie sul lavoro con la legislazione italiana, consolidatasi in un quarto di secolo. C’è tanto da fare quanto alla piena applicazione delle norme vigenti, ci sono ancora sacche di sfruttamento pesante, da Rosarno alla Capitanata e al Casalese, ma se si svolgono periodiche operazioni di polizia, è in coerenza con un ordinamento che impone di intervenire. Da qualche sindacalista entusiasta della lettura strumentale del Messaggio di Francesco ci si attenderebbero piuttosto occhi aperti dalle sezioni del suo sindacato sui territori critici. Punto n. 4. Giusto per non eludere il nodo sul quale si è scatenata la polemica: la cittadinanza. Il passaggio contenuto nel messaggio si presta più di altri a rilanci equivoci. Ma la sua lettera esprime la preoccupazione a evitare apolidie. La gradualità del nostro sistema – permesso di soggiorno, carta di soggiorno, cittadinanza – riconosce un progressivo pieno inserimento molto prima del riconoscimento della cittadinanza, sempre che it migrante collabori, e ciò scongiura l’isolamento proprio degli apolidi. Questi ultimi sono pressoché sconosciuti in Italia: tutti i migranti, o quasi, hanno la propria cittadinanza di origine, e taluni di loro non chiedono quella italiana perché rischierebbero di perdere quella della nazione di provenienza. Senza trascurare le centinaia di migliaia di provvedimenti concessi negli ultimi anni. Leggere prima di commentare. Altrimenti a essere espulsi sono buon senso e ragionevolezza.

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