Giorgia Meloni risponde all’appello del Centro Studi Livatino su maternità surrogata e aiuto al suicidio

Giorgia Meloni risponde all’appello del Centro Studi Livatino su maternità surrogata e aiuto al suicidio

Pubblichiamo la risposta dell’on. Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, all’appello rivolto ai leader dei principali partiti dal Centro studi Livatino su maternità surrogata e aiuto al suicidio.

Gent.mo Prof. Avv. Mauro Ronco,

Vi ringrazio per l’attenzione riservataci e rispondo volentieri alle vostre sollecitazioni per chiarire la posizione di Fratelli d’Italia su una materia così delicata e di rilievo per la dignità della vita umana. Fratelli d’Italia, coerentemente con la storia della destra italiana, si è sempre schierata a tutela della vita dal concepimento alla morte naturale. Pertanto siamo inequivocabilmente contrari a qualsiasi pratica tesa a svilire la dignità della persona: consideriamo l’istituto della maternità surrogata una intollerabile forma di nuova schiavitù e Fratelli d’Italia ha già proposto e promuoverà nella prossima legislatura una moratoria universale per il riconoscimento del reato in tutti gli Stati membri delle Nazioni Unite. Allo stesso modo ci opporremo a ogni tentativo di legalizzare l’eutanasia o l’aiuto al suicidio, comportante tra l’altro una inaccettabile restrizione della liberà di scelta terapeutica del medico. A tal proposito esprimo, a nome di Fratelli d’Italia, una sincera preoccupazione per la recente decisione della Corte d’Assise di Milano di sospendere il giudizio del caso Cappato e rinviare alla Consulta il vaglio di costituzionalità sulla norma del codice penale che punisce l’aiuto al suicidio. Fratelli d’Italia rivendica la sovranità del Parlamento su un tema di elevata sensibilità sociale e stigmatizza ogni indebita invasione di campo di parte giurisprudenziale.

Ci tengo a ringraziarvi nuovamente per l’esortazione rivolta alle principali forze politiche italiane su una questione di altissimo valore.

Cordiali saluti
Giorgia Meloni

 

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Siamo nell’era dell’ingiustizia legale, dove esiste solo il diritto ai nuovi diritti

Siamo nell’era dell’ingiustizia legale, dove esiste solo il diritto ai nuovi diritti

Articolo di Rodolfo Casadei, pubblicato il 21 febbraio 2018 su Tempi.

«Una diffusa mentalità dell’utile, la cultura dello scarto che oggi schiavizza i cuori e le intelligenze di tanti, ha un altissimo costo: richiede di eliminare esseri umani, soprattutto se fisicamente o socialmente più deboli. (…) Le cose hanno un prezzo e sono vendibili, ma le persone hanno una dignità, valgono più delle cose e non hanno prezzo. Tante volte ci troviamo in situazioni in cui quello che costa di meno è la vita. Per questo l’attenzione alla vita umana nella sua totalità è diventata negli ultimi tempi una vera e propria priorità del Magistero della Chiesa, particolarmente a quella maggiormente indifesa, cioè al disabile, all’ammalato, al nascituro, al bambino, all’anziano, che è la vita più indifesa». Così papa Francesco esprimeva la sua preoccupazione per le tendenze in atto durante la sua udienza ai ginecologi cattolici il 20 settembre 2013. In questi quasi cinque anni le cose sono decisamente peggiorate in Italia, con l’approvazione di una serie di leggi contrarie al bene comune e dannose per i soggetti più deboli come la legge sul testamento biologico di impianto eutanasico, la liberalizzazione della pillola dei cinque giorni dopo, le unioni civili, la legge sulla buona scuola che ha aperto le porte all’educazione genderista, il divorzio veloce; mentre altre proposte aspettano in Parlamento: la legge sulla liberalizzazione delle droghe leggere e quella per l’introduzione della maternità surrogata. Tutti esempi di quelle “colonizzazioni ideologiche” che papa Francesco ha denunciato più volte. Ha ricordato questi fatti Roberto Respinti in apertura del primo incontro della serie “Civiltà della vita e legislazioni che la minacciano” organizzato a Milano dal Centro Studi Rosario Livatino. Relatore unico: mons. Giampaolo Crepaldi, arcivescovo di Trieste ma soprattutto direttore dell’Ufficio per i problemi sociali e del lavoro presso la Conferenza episcopale italiana e sottosegretario del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace negli anni Novanta. In tale veste è stato il curatore del Compendio della dottrina sociale della Chiesa che fu pubblicata nel 2004.

Umile, sorridente e tranquillo, mons. Crepaldi non ha risparmiato i giudizi taglienti fra una citazione e l’altra di Carl Schmitt e di Thomas Hobbes, di Jürgen Habermas e di Ernst-Wolfgang Böckenförde, di Massimo Cacciari e di Cornelio Fabro. La crisi giuridica oggi si sostanzia nell’ingiustizia legale, cominciata quando è stato proclamato il diritto a nuovi diritti. Prima di allora lo Stato tollerava gli atti contrari alla vita, adesso li promuove. L’esempio classico è quello delle legislazioni sull’interruzione della gravidanza: nate per dare una risposta a casi drammatici e con molte limitazioni, sono diventate nel tempo molto lassiste perché l’aborto è diventato un “diritto”. In Francia è stata pure votata una legge che punisce chi cerca di dissuadere le donne che hanno deciso di abortire. L’aborto da male tollerato è diventato un diritto, e lo Stato fa di tutto per promuoverlo, per educare le nuove generazioni a considerarlo un diritto.

Crepaldi ha spiegato a grandi linee come si sia arrivati alla situazione attuale. La progressiva secolarizzazione del sistema giuridico ha fatto sì che esso si emancipasse dalla questione dei suoi contenuti e si attestasse sul principio di neutralità. Thomas Hobbes e Carl Schmitt convergono nell’idea che lo Stato è un’istanza assoluta secolarizzata, ed è la forma più intensiva di unità politica. Lo Stato ha il proprio ordine in se stesso, e non fuori di sé. Perciò non tollera disobbedienza, non ammette obiezioni di coscienza di nessuna sorta. Certo, lo stato liberaldemocratico, lo Stato di diritto sembra andare al di là della visione totalitaria di Hobbes e Schmitt, ma si basa pur sempre sull’asserzione che legalità e legittimità coincidono: la legge in democrazia coincide con la volontà contingente del popolo, cioè della sua maggioranza. In passato ci si poteva ribellare a una legge affermando che era opera di un tiranno, oggi non più: la maggioranza trasforma ogni sua azione, per il fatto stesso di essere maggioranza, in diritto e legalità.

L’idea di Stato e di diritto da Hobbes a Schmitt nasce dall’esigenza di garantire la pace e l’unità del corpo politico dalle guerre di religione (in senso specifico e in senso lato). Ma come è accaduto che la legge che si voleva neutrale rispetto alla questione della natura umana (cioè della verità dell’uomo) si sia trasformata in legge apertamente al servizio della contronatura? A essere non negoziabili oggi non sono più i princìpi non negoziabili della Chiesa cattolica, ma il diritto all’aborto, al matrimonio per tutti indipendentemente dal sesso, alla fecondazione assistita in tutte le sue forme. La risposta alla domanda sta in un’affermazione del grande giurista tedesco Böckenförde: «Lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non è in grado di garantire. Questo è il grande rischio che esso si è assunto per amore della libertà. Da una parte esso può esistere come Stato liberale solo se la libertà, che esso garantisce ai suoi cittadini, si regola dall’interno, vale a dire a partire dalla sostanza morale del singolo e dall’omogeneità della società. D’altre parte, se lo Stato cerca di garantire da sé queste forze regolatrici interne attraverso i mezzi della coercizione giuridica e del comando autoritativo, esso rinuncia alla propria liberalità e ricade – su un piano secolarizzato – in quella stessa istanza di totalità da cui si era tolto con le guerre civili confessionali».

Per ovviare al problema, è stato proposto che lo Stato liberale laico viva e operi “come se Dio esistesse”. Lo ha chiesto Kant, lo ha ri-chiesto Joseph Ratzinger nella sua conferenza al monastero di Subiaco 18 giorni prima di essere eletto papa, si è detto sostanzialmente d’accordo Jürgen Habermas nei suoi dialoghi con Benedetto XVI. Massimo Cacciari nel suo Il potere che frena ha richiamato la figura del Katechon, potere terreno che trattiene il mondo dalla disintegrazione nell’attesa del ritorno di Cristo. Ma la verità è che, abbandonate le idee di natura e diritto naturale, e la loro fondazione trascendente, vivere “come se Dio ci fosse “ è una posizione insostenibile. E questo si riflette sui sistemi giuridici e sulle leggi: oggi le legislazioni contro la vita mirano a riplasmare la natura umana escludendo Dio dal mondo. Nello stesso discorso di Subiaco, Ratzinger metteva in guardia da una cultura illuminista razionalista che si creda autosufficiente e rifiuti le sue radici, che sono nel cristianesimo: «Questa filosofia (razionalista positivista – ndr) non esprime la compiuta ragione dell’uomo, ma soltanto una parte di essa, e per via di questa mutilazione della ragione non la si può considerare affatto razionale. Per questo è anche incompleta, e può guarire soltanto ristabilendo di nuovo il contatto con le sue radici. Un albero senza radici si secca…».

Tutto questo non implica alcun confessionalismo. Divenuto Benedetto XVI, nel suo discorso al Bundestag tedesco papa Ratzinger ha sottolineato che mai il cristianesimo ha preteso di rapportarsi direttamente alla politica, ma è sempre passato attraverso il diritto naturale. Ed è a quello che bisogna tornare, ha concluso mons. Crepaldi, senza rinunciare all’apertura al suo fondamento trascendente.

Il moderatore Respinti ha chiesto al relatore come si dovrebbe riproporre il diritto naturale oggi, in una situazione mutata anche rispetto a quella più recente a causa degli sviluppi rapidissimi di tutte le tecnologie. Crepaldi ha risposto che non bisogna avere fretta nell’individuare il nuovo “come”, e che è molto più importante conservare la certezza nei princìpi non negoziabili, anche se non lo si vuole più chiamare così. Resta il fatto che la società buona nella prospettiva della dottrina sociale della Chiesa contempla che siano contenuti indisponibili la vita, la famiglia basata sul matrimonio fra uomo e donna, la libertà di educazione, la giustizia e la solidarietà sociali. A chi dice che ognuno deve essere libero di regolarsi come vuole, e per esempio se vuole togliersi la vita deve poterlo fare con l’aiuto dello Stato, Crepaldi risponde che i princìpi non negoziabili non sono valori, ma princìpi: da essi prende inizio la società, senza di essi la società non può iniziare. Senza beni definiti indisponibili, la convivenza sociale è impossibile. «Se si smette di parlare di questi princìpi, il contributo culturale dei cattolici diventa irrilevante. Non si tratta, come accusa qualcuno, di mostrare i muscoli; bisogna pregare, lasciarsi convertire e usare la testa. Ma purtroppo oggi sempre meno cristiani lo fanno».

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Il Centro Studi Livatino avvia una collaborazione con l’Ufficio Scolastico della Regione Campania

Il Centro Studi Livatino avvia una collaborazione con l’Ufficio Scolastico della Regione Campania

Il Centro Studi Rosario Livatino avvia un rapporto di collaborazione con l’Ambito Territoriale di Avellino dell’Ufficio Scolastico Regionale della Campania.

A partire dal 27 febbraio, esponenti del Centro Studi Rosario Livatino, nell’ambito di un progetto elaborato d’intesa con il Dirigente Scolastico Provinciale di Avellino, terranno dei corsi di informazione e di formazione sul tema del bullismo e del cyberbullismo ai docenti ed agli alunni degli istituti di alcuni istituti di istruzione superiore di detto ambito provinciale. Gli incontri, che vedranno la partecipazione anche di rappresentanti della Polizia Postale e di psicologi, hanno l’obiettivo, oltre che di fornire gli strumenti per prevenire e contrastare siffatte dilaganti condotte illecite, altresì di richiamare l’attenzione sulla centralità dell’educazione a principi e valori oggettivi che possano costituire una risposta seria e non effimera al vuoto esistenziale che spesso si cela dietro tali odiosi atti di prevaricazione.

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A margine del processo a Marco Cappato. Dal prossimo Parlamento necessaria chiarezza sulla tutela della vita

A margine del processo a Marco Cappato. Dal prossimo Parlamento necessaria chiarezza sulla tutela della vita

Comunicato stampa

La decisione della Corte di Assise di Milano di rimettere alla Corte costituzionale gli atti del giudizio a carico di Marco Cappato, sollevando questione di legittimità del reato di istigazione e aiuto al suicidio, è da apprezzare allorché rifiuta una interpretazione convenzionalmente orientata, seguita in passato per casi analoghi. Preoccupa allorché sollecita la Consulta a far cadere un ulteriore presidio a tutela della vita. Auspichiamo che il prossimo Parlamento intervenga con norme di chiarezza, ribadendo in modo netto confini oggettivamente invalicabili, oggi lasciati all’arbitrio giurisprudenziale.
E’ quanto sostiene il Centro Studi Rosario Livatino, formato da magistrati, docenti universitari e avvocati.
 
 
 Roma, 14 febbraio 2018
 
 

       info@centrostudilivatino.it   www.centrostudilivatino.it  (+39 340 265 2147)

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Nessuno vuole dire che il problema è la droga

Nessuno vuole dire che il problema è la droga

Articolo di Benedetta Frigerio, pubblicato il 10 febbraio 2018 su La nuova Bussola Quotidiana.

Hanno incolpato anche loro per la fuga di Pamela, fatta a pezzi dal nigeriano, uno spacciatore clandestino, Innocent Oseghale. Eppure la comunità terapeutica Pars di Civitanova Marche ha salvato tanti giovani dalle dipendenze, come testimoniano loro stessi in un libro Il miele e la neve. Il ritorno di chi si era perso, l’avventura della Pars, dove si descrivono quanti miracoli possa fare una comunità terapeutica quando “l’educazione, che implica la libertà, viene messa al centro”, spiega alla Nuova BQ, José Berdini, responsabile della Pars. Sull’omicidio di Pamela, secondo lui si è detto di tutto, tranne che “il vero problema: la droga. Il disastro non nasce solo con l’immigrazione ma da una cultura che normalizza la droga! Non lo dice nessuno perché ormai è un tabù rinforzato da un asse”.

Quale asse, Berdini?
Ciò che viene tralasciato e rimosso da questa vicenda è la droga che penetra tutti gli strati, alti e bassi, della società e attorno a cui si è creato un asse che il governo e i governi fingono di non vedere. Voglio dire che lo sdoganamento dello sballo, per cui drogarsi è ormai normale, ha fatto sì che si creasse uno Stato nello Stato con le sue regole che riguarda gli italiani e ora gli immigrati. Ci sono spacciatori e consumatori che fanno ciò che vogliono, passando inosservati nelle città e nei paesi. Questo fa si che la gente sia terrorizzata.

Anche perché restano impuniti.
La legge è blanda perché la droga viene considerata “leggera”. Invece bisognerebbe arrestare e punire con decisione chi spaccia e aiutare le comunità e i servizi pubblici che trattano il problema delle dipendenze. Altrimenti questo Stato nello Stato crescerà sempre di più e questa guerra contro la criminalità e la droga sarà perduta.

Il magistrato ed ex sottosegretario al Interni, Alfredo Mantovano, ci ha spiegato che di droga ne gira di più perché nel 2014 il governo impose con voto di fiducia un decreto legge che ripristinava la distinzione fra droghe pesanti e leggere, restaurava la non punibilità per detenzione e “uso personale”, eliminando l’arresto obbligatorio in flagranza per lo spaccio di lieve entità.
Che sia così lo conferma la vicenda maceratese perché nella casa di Innocent Oseghale sono stati trovati 70 gr di hashish, senza che la stampa desse rilievo al fatto. Ormai l’abuso di sostanze è sdoganato, la marijuana è sdoganata. Si pensa che le droghe possano far parte della vita, anche di quella delle famiglie: è un pensiero ideologico il cui prezzo viene pagato dai nostri giovani, dalle loro famiglie distrutte e lasciate sole dallo Stato, che non punisce, e infine dai servizi sociali che assistono alla presa in carico di un numero crescente di ragazzini malati di mente a causa dell’abuso di quelle che lo Stato e la cultura chiama appunto “sostanze leggere”.

Il tutto è aggravato dalla riforma del 2014 della Legge Bossi Fini, che ha colpito anche la questione del recupero nelle comunità, come dicono i dati calanti sui “trattamenti di recupero” e sugli “affidamenti in prova”. Cosa ne pensa?
È così, ma ci sono errori anche nella legislazione antecedente alla dannosa riforma del 2014. Purtroppo lo sdoganamento di cui dicevo è un fatto compiuto da decenni: dalla prima repubblica in poi si è ritenuta un assoluto la teoria della “riduzione del danno”. Questa si fonda sull’idea che siccome il tossicodipendente non è curabile ma è un cronico recidivante, la lotta politica va ridotta all’incentivo dell’uso farmaco (metadone, morfina, antidepressivi etc.). In alcuni casi il farmaco, come anche la psicoterapia, è necessario ma non è sufficiente.

Questa, però, come dicono i dati dei servizi pubblici è la prassi dominante…
Che ha generato un’assoluta interruzione della dinamica educativa nelle comunità di recupero. Gli Stati hanno preferito allearsi alle case farmaceutiche, pensando di risolvere il male così: come se la soluzione fosse sedare e addormentare chi si droga. Ma il farmaco non può essere il fine, deve essere il mezzo. Non si possono mantenere i malati senza curare la malattia.

Qual è il vostro fine?
L’educazione, altrimenti il disastro mentale dei giovani cresciuti nella dipendenza da queste medicine resta.

Cosa vuole dire che il problema della droga è educativo? 
Il lavoro migliore viene fatto dalle comunità terapeutiche, oggi anch’esse abbandonate dallo Stato. È il migliore perché, appunto, il problema di chi si droga è educativo, di senso, dove va ristabilito innanzitutto un minimo di ordine nella vita quotidiana. A volte da ridurre all’osso perché la gente che arriva qui è sempre più diseducata, distrutta umanamente. Serve un luogo sano, un lavoro, un’amicizia che rialzi la persona e le insegni a vivere.

Sì l’educazione, ma la legge? 
Sui social ci dicono che avremmo dovuto bloccare Pamela. Certo qui ci sono delle regole, ma noi siamo un manicomio né una prigione: abbiamo una funzione educativa che non può eliminare la libertà. Ma certo la gente ci scrive così perché è terrorizzata non solo dal dilagare della droga, ma dall’assenza dello Stato e della legge, che per altro lascia i carabinieri impotenti, senza contare che gli spacciatori pagano profumatamente gli avvocati che permettono loro di uscire immediatamente dal carcere. Quindi sì serve una legge efficacie ma senza realtà educative forti non basta. Cito il mio amico don Giussani: “Se ci fosse un’educazione del popolo tutti starebbero meglio”. Ma le persone hanno perso il gusto di educare. E senza l’educazione la gente si ammala e diventa bestiale, brutale.

In conclusione serve uno Stato forte, leggi chiare, terapie e una vita comunitaria/educativa…
In cui gli educatori e le persone che vivono una dipendenza condividano un ideale concreto che passa dalle regole, dal lavoro, dall’impegno con la realtà. Se i partiti volessero davvero risolvere il problema non si fermerebbero a quello dell’immigrazione, pur presente e aggravato dall’impunibilità e dall’ideologia, ma combatterebbero contro la droga e sosterrebbero realtà come le nostre.

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