Gandolfini (Family Day): comunicato su fine vita ed eutanasia

Gandolfini (Family Day): comunicato su fine vita ed eutanasia

Riportiamo di seguito il comunicato emesso in data 17 novembre da Massimo Gandolfini, portavoce del Comitato Difendiamo i nostri figli, che il Centro Studi Livatino condivide integralmente.

Siamo grati al Santo Padre per aver ribadito i cardini della dottrina cattolica sul tema etico del cosiddetto ‘fine vita’. Ogni accanimento terapeutico, oltre che essere un errore dal punto di vista medico, è un atteggiamento inaccettabile, che travalica il valore ed il significato dell’alleanza di cura, medico-paziente. Lo stesso articolo 32 della nostra Costituzione sancisce la necessità del consenso informato – libero ed attuale – da parte del paziente per qualsivoglia terapia gli venga proposta. Il Santo Padre ha altresì confermato la rigorosa condanna di ogni azione ed intento eutanasico, sia attivo che omissivo, quale grave violazione del diritto alla vita”. Così Massimo Gandolfini, presidente del Comitato promotore del Family day, commenta la lettera del Santo Padre alla Pontificia Accademia per la Vita.
“Le parole del Papa ci confermano nella volontà di servizio ed accudimento verso i malati, le persone fragili e gravi disabili. Ciò significa che, rifiutando ogni scorciatoia eutanasica, abbiamo il dovere di ritrovare le fondamenta della solidarietà umana, che accompagna la persona sofferente nella malattia, fino alla morte naturale. Splendido esempio di questo accompagnamento carico di amore è stata S. Teresa di Calcutta che ha accudito e servito i malati fino all’ultimo respiro, respingendo ogni scorciatoia eutanasica”, prosegue Gandolfini.
Riteniamo inaccettabile la squallida strumentalizzazione delle parole del Papa che varie agenzie di comunicazione stanno perpetrando, proponendo inesistenti interpretazioni di inedita apertura verso forme di disponibilità della vita umana. La ferma condanna dell’accanimento terapeutico si è accompagnata all’altrettanto ferma condanna di ogni forma di eutanasia. Se sul piano cristiano, la vita è dono di Dio ed è solo Lui che ha il potere di darla e di toglierla, sul piano civile la società deve imparare il grande valore della solidarietà, che implica anche sacrificio, oblazione e dedizione per chi è chiamato a curare i malati. I casi, anche recenti, di malati stabilizzati da anni che hanno richiesto suicidio assistito stanno a testimoniare quanta strada abbiamo ancora da fare sul piano della ‘medicina palliativa’, intesa come cura del corpo e dello spirito”, afferma ancora il presidente del Family day.
“Infine, per quanto attiene il ddl. 2801 sul biotestamento, auspichiamo che le forze politiche abbandonino la logica del vantaggio partitico e valutino con attenzione la sostanza della posta in gioco. Logiche eutanasiche omissive o suicidarie, travestite da libere scelte, vanno condannate ed eliminate. Il testo attuale necessita di modifiche serie, che sarebbe gravemente colpevole non approntare in nome di una presunta quanto inesistente fretta, che risponde in realtà solo a logiche legate all’imminente interesse elettorale”, conclude Gandolfini.

Roma, 17 novembre 2017                                                                                         Comitato Difendiamo i Nostri Figli

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Il Giurì della pubblicità: conforme al Codice di Autodisciplina il “Bus della Libertà”

Il Giurì della pubblicità: conforme al Codice di Autodisciplina il “Bus della Libertà”

Il Giurì della pubblicità dichiara conforme al Codice di Autodisciplina il manifesto di Generazione Famiglia e di CitizenGo Italia sul “Bus della Libertà”

Negli ultimi giorni dello scorso settembre, Generazione Famiglia e CitizenGo Italia hanno affisso in vari punti di Roma il seguente manifesto, finalizzato al lancio del tour del “Bus della Libertà”:

Dopo qualche giorno – precisamente il 4 ottobre – le promotrici si sono viste recapitare un’ingiunzione di desistenza del Comitato di Controllo dell’Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria (IAP), con cui veniva ordinata la cessazione immediata della diffusione del manifesto in quanto asseritamente contrario agli artt. 10, 11 e 46 del Codice di Autodisciplina Pubblicitaria.

Giova precisare che la campagna pubblicitaria in esame rientrava nella giurisdizione dello IAP[1] in quanto: i) Generazione Famiglia e CitizenGo Italia avevano utilizzato gli spazi di affissione gestiti da una società aderente al sistema di autodisciplina pubblicitaria; ii) la competenza dello IAP non è limitata alla comunicazione pubblicitaria di carattere commerciale ma, ai sensi dell’art. 46 del Codice di Autodisciplina, si estende anche agli “appelli al pubblico” e alle campagne di promozione sociale.

Con specifico riferimento al messaggio pubblicitario di Generazione Famiglia e di CitizenGo, il Comitato di Controllo dello IAP contestava:

  • l’utilizzo asseritamente fuorviante dell’espressione “violenza di genere”, che sarebbe comunemente riferita allo specifico fenomeno della violenza sulle donne e che qui, invece, sarebbe stato utilizzato in un contesto e con un significato del tutto diverso;
  • la violazione dell’art. 10 (“Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona”)[2], in quanto, secondo il Comitato di Controllo, la “perentorietà” delle immagini e del messaggio avrebbe veicolato “un contenuto offensivo per la dignità della persona (…) ovvero per tutti coloro che non si riconoscono nell’impostazione rigidamente escludente assunta dai promotori (basata sulla rigida distinzione di estrazione biologica), che seppur lecitamente esprimibile non ha ragione di ledere la libertà di veicolare altre e diverse idee e deve comunque essere veicolata come opinione di una parte”;
  • la violazione dell’art. 11 (“Bambini e Adolescenti”)[3], in quanto “un pubblico di adolescenti, personalità ancora in formazione, per esempio potrebbe risultare turbato dalla carica traumatica delle parole e delle immagini, che definiscono peraltro come “libertà” unicamente quella di proclamare l’identità sessuale come maschio o come femmina. (…) La comunicazione colpisce infatti anche quei minori non ancora pronti ad una corretta elaborazione critica del messaggio, potendo creare non solo disordine nell’immaginario, ma soprattutto la possibilità di banalizzazione di condizioni personali spesso molto delicate e anche dolorose”;
  • la violazione dell’art. 46 (“Appelli al pubblico”)[4], in quanto il messaggio sarebbe stato presentato come fatto accertato e non come opinione di parte.

Con due memorie difensive, Generazione Famiglia e CitizenGo hanno proposto opposizione dinanzi al Giurì, evidenziando puntualmente le numerose criticità che affliggevano il provvedimento.

Ebbene, a seguito dell’udienza tenutasi il 10 novembre 2017, il Giurì ha ritenuto di condividere complessivamente le difese dei promotori della campagna: pertanto, ribaltando il giudizio del Comitato di Controllo, ha dichiarato il manifesto in esame conforme al Codice di Autodisciplina Pubblicitaria.

Rinviando un commento più approfondito al momento in cui verrà pubblicato il testo integrale della decisione, vale la pena di sottolineare fin d’ora la grande importanza di questa pronuncia. Da oggi, infatti, deve ritenersi accertato che chiamare “violenza di genere” quella che si compie nelle scuole ai danni dei bambini sottoposti ad iniziative pro-gender, nonché ribadire esplicitamente che “I bambini sono maschi e le bambine sono femmine”, non soltanto è lecito ma è anche corretto dal punto di vista della deontologia pubblicitaria.

[1] Lo IAP è un’associazione costituitasi nel 1966. Il suo scopo è quello di sottoporre le imprese ad essa aderenti alle norme del Codice di Autodisciplina Pubblicitaria, un sistema di autoregolamentazione volto a garantire che il fenomeno pubblicitario sia onesto, veritiero e corretto (art. 1, Codice di Autodisciplina Pubblicitaria). Quando un messaggio pubblicitario creato da un soggetto aderente allo IAP viene considerato contrario al Codice di Autodisciplina Pubblicitaria, lo stesso non può essere più diffuso in nessuno dei mezzi “di comunicazione commerciale che direttamente o tramite le proprie Associazioni hanno accettato il Codice di Autodisciplina, ancorché non siano stati parte nel procedimento avanti al Giurì” (art. 40).

[2] Art. 10 – Convinzioni morali, civili, religiose e dignità della persona.
La comunicazione commerciale non deve offendere le convinzioni morali, civili e religiose.
Essa deve rispettare la dignità della persona in tutte le sue forme ed espressioni e deve evitare ogni forma di discrimina-zione, compresa quella di genere.

[3] Art. 11 (Bambini e Adolescenti)
Una cura particolare deve essere posta nei messaggi che si rivolgono ai bambini, intesi come minori fino a 12 anni, e agli adolescenti o che possono essere da loro ricevuti. Questi messaggi non devono contenere nulla che possa danneggiarli psichicamente, moralmente o fisicamente e non devono inoltre abusare della loro naturale credulità o mancanza di esperienza, o del loro senso di lealtà.
In particolare questa comunicazione commerciale non deve indurre a:

  • violare norme di comportamento sociale generalmente accettate;
  • compiere azioni o esporsi a situazioni pericolose;
  • ritenere che il mancato possesso del prodotto oggetto della comunicazione significhi inferiorità, oppure mancato assolvimento dei loro compiti da parte dei genitori;
  • sminuire il ruolo dei genitori e di altri educatori nel fornire valide indicazioni dietetiche;
  • adottare l’abitudine a comportamenti alimentari non equilibrati, o trascurare l’esigenza di seguire uno stile di vita sano;
  • sollecitare altre persone all’acquisto del prodotto oggetto della comunicazione.

L’impiego di bambini e adolescenti nella comunicazione deve evitare ogni abuso dei naturali sentimenti degli adulti per i più giovani.
Sono vietate rappresentazioni di comportamenti o di atteggiamenti improntati alla sessualizzazione dei bambini, o dei soggetti che appaiano tali.

[4] Art. 46 (Appelli al pubblico)
È soggetto alle norme del presente Codice qualunque messaggio volto a sensibilizzare il pubblico su temi di interesse sociale, anche specifici, o che sollecita, direttamente o indi-rettamente, il volontario apporto di contribuzioni di qualsiasi natura, finalizzate al raggiungimento di obiettivi di carattere sociale.
Tali messaggi devono riportare l’identità dell’autore e del beneficiario della richiesta, nonché l’obiettivo sociale che si intende raggiungere.
I promotori di detti messaggi possono esprimere liberamente le proprie opinioni sul tema trattato, ma deve risultare chiaramente che trattasi di opinioni dei medesimi promotori e non di fatti accertati.
Per contro i messaggi non devono:

  1. sfruttare indebitamente la miseria umana nuocendo alla dignità della persona, né ricorrere a richiami scioccanti tali da ingenerare ingiustificatamente allarmismi, sentimenti di paura o di grave turbamento;
  2. colpevolizzare o addossare responsabilità a coloro che non intendano aderire all’appello;
  3. presentare in modo esagerato il grado o la natura del problema sociale per il quale l’appello viene rivolto;
  4. sovrastimare lo specifico o potenziale valore del contri-buto all’iniziativa;
  5. sollecitare i minori ad offerte di denaro.

Le presenti disposizioni si applicano anche alla comunicazione commerciale che contenga riferimenti a cause sociali.

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Un errore far risolvere ai giudici questa crisi

Un errore far risolvere ai giudici questa crisi

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato su Il Giornale il 5 novembre 2017.

La procedura del mae – mandato di arresto europeo – è diversa da quella dell’estradizione. Quest’ultima è un rapporto fra governi: l’autorità giudiziaria che deve pronunciarsi sulla consegna di un soggetto a un altro Stato non ha l’ultima parola; accerta che esistano le condizioni per accogliere la richiesta, ma la decisione è del ministro della Giustizia

Il quale, anche dopo una recente riforma che ne ha parzialmente limitato i poteri, può comunque far prevalere ragioni di sicurezza o di tutela di interessi nazionali essenziali per rifiutare la consegna. Il mae è invece un rapporto fra autorità giudiziarie degli Stati europei: è disciplinato da una decisione-quadro del Consiglio europeo dei ministri della giustizia e dell’interno del giugno 2002. Non vi è discrezionalità politica: nel caso di Carles Puigdemont, come in ogni altra vicenda nella quale un giudice di un Paese Ue emette un mae, la verifica da parte del giudice competente a esaminarlo nello Stato nel cui territorio si trova il ricercato è strettamente giurisdizionale. Se il magistrato belga cui sarà affidato il caso accerterà che i reati contestati nel mandato al leader indipendentista sono previsti come illeciti penali anche dalla legge del Belgio, e che l’autorità giudiziaria spagnola ha indicato correttamente gli elementi posti a base delle imputazioni, dovrà convalidare l’eventuale arresto e disporre la consegna alla Spagna. Prima ancora, quando Carmen Lamela, giudice della Audiencia national di Madrid inserirà – se non vi ha già provveduto – i dati qualificanti del mae nel Sistema di informazione di Schengen, il primo poliziotto belga che incrocerà per strada Puigdemont sarà tenuto ad arrestarlo e a metterlo a disposizione della magistratura belga.

Non sono qui in discussione i torti e le ragioni di Barcellona e di Madrid. È in discussione che una questione che esige una massiccia dose di impegno politico venga lasciata alla gestione dei giudici. Una delle crisi più laceranti che interessano uno Stato cardine dell’Ue è affidata a una procedura che nella routine quotidiana si applica per scippatori o spacciatori. In base a una recente normativa europea in tema di sanzioni pecuniarie, se parcheggio in sosta vietata a Berlino e non pago la contravvenzione sarò chiamato in giudizio davanti alla Corte d’appello nel cui territorio risiedo per rendere conto di quelle poche decine di euro non versate. Le stesse istituzioni dell’Ue che ritengono di interesse comunitario la mia infrazione al divieto di sosta hanno ribadito, fin dall’inizio della questione catalana, che si tratta di un «problema interno» alla Spagna. Ancora ieri l’altro la portavoce della Commissione europea, Annika Breidthardt, ha definito le richieste di arresto per Puigdemont e gli altri leader catalani «questioni per le autorità giudiziarie» nazionali, che «sono indipendenti».

Da tempo si lamenta il crescente superamento dei propri confini da parte dei giudici delle corti europee e delle corti dei singoli stati all’interno dell’Ue. Dipende dall’impostazione ideologica del singolo «giudice attivista», che ritiene rientrante nel proprio ruolo pure la creazione della norma o la prescrizione al governo dell’atto da svolgere. Ma dipende anche, come emerge dalla vicenda catalana, dalla rinuncia della politica – in questo caso, europea – all’assunzione delle proprie responsabilità, che avrebbero potuto e dovuto tradursi in iniziative istituzionali per affrontare la crisi. Ipotesi n. 1: il giudice belga competente a esprimersi sul mae convalida l’arresto di Puigdemont e nei sessanta giorni previsti dalla normativa lo consegna alla Spagna. Ipotesi n. 2: lo stesso giudice ritiene che invece quel mandato abbia carattere persecutorio per ragioni politiche o di nazionalità e rigetta la richiesta di Madrid. Nell’una come nell’altra ipotesi le ricadute politiche sarebbero enormi. Eppure le istituzioni Ue e i singoli governi che le esprimono hanno deciso di restare fuori la porta di quell’aula di giustizia, qualunque sia la sentenza. Non sempre la politica è debole per incursioni altrui. Talora, ed è questo il caso, avviene per propria scelta deliberata.

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Tutte le autocritiche a sorpresa dei giudici (europei)

Tutte le autocritiche a sorpresa dei giudici (europei)

Articolo di Francesco Gnagni, pubblicato il 23 ottobre 2017 su Formiche.net.

“I giudici non sono Dio, devono sempre essere consci dei propri limiti. Capita che questi possano essere preda di narcisismo o altri vizi, e tuttavia ci saranno sempre casi in cui il giudice sarà accusato di aver straripato il limite della sua funzione, andando oltre l’interpretazione della legge e imponendo il suo arbitrio personale”. È quanto affermato dal giudice della Corte di Giustizia dell’Unione Europea Anthony Borg Barthet nel corso del convegno nazionale del Centro studi Livatino, quest’anno sul tema “Giudici senza limiti?”, che si è svolto il 20 ottobre a Roma, presso l’Aula del Palazzo dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati.

L’INTERVENTO DEL GIUDICE DELLA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA BORG BARTHET

“Capita anche con la nostra corte”, ha proseguito Borg Barthet. “Ma questo perché abbiamo il compito e il dovere di dare una interpretazione del diritto europeo che sia valida e che possa essere seguita da tutti gli stati membri”. E “le accuse di attivismo giudiziario che va oltre il lecito, assumendo il ruolo di un legislatore che procede lentamente, certamente non mi lusingano”, ha affermato Borg Barthet“Noi non siamo tenuti a rispondere agli elettori”, e “non possiamo andare al di fuori dei trattati, perché siamo nati e ci regoliamo dagli stessi”. Concetti che a detta dei relatori non corrispondono solo al caso italiano, per il quale il Centro studi Livatino non ha risparmiato critiche, ma anche al contesto europeo e internazionale. O spesso proprio in relazione a questa confusione del diritto nazionale, nata con il costante appellarsi agli organi di carattere sovranazionale.

BORG BARTHET: “DAI TRATTATI EUROPEI È NATO UN MOSTRO INCONTROLLABILE. E ALCUNI GIUDICI VORREBBERO RENDERE IL MONDO PERFETTO”

“Dal seguito dei trattati europei si è fatto come il dr. Frankestein, creando un mostro che ha una vita propria e che non sono più in grado di controllare”, ha proseguito il giudice maltese. La causa da cui si originano tutte queste anomalie è ben definita: che cioè “molte volte c’è una carenza di norme che congiungano i trattati alla specificità del caso in esame”. In questo “il giudice europeo deve capire quali sono i fili che li uniscono, senza una adeguata segnaletica da seguire: spesso si arriva ad accordi generalissimi sulle norme e resta alla Corte di riempire tutti i buchi”. Allora i giudici devono stare accorti nell’essere pragmatici “e non andare oltre il caso stesso”. Mentre invece “ci sono quelli che vorrebbero che il mondo fosse perfetto dopo la propria sentenza, risolvendo tutto quello che c’è tra l’alfa e l’omega senza sapere cosa c’è in mezzo”, ha affermato caustico Borg Barthet. “Bisogna invece lasciare il proprio ego fuori dalla causa, non peccare di narcisismo straripando i limiti e pensando di dover prendere il posto del legislatore, perché ci si crede più bravi o perché si vorrebbe diventare famosi”, e “non ci si deve preoccupare se il giudizio di una sentenza sia popolare o meno”.

LE PAROLE DELL’EX GIUDICE DELLA CORTE EUROPEA DEI DIRITTI DELL’UOMO BORREGO BORREGO

Per capire come è stato possibile arrivare a questo punto, è necessario tornare indietro, fin dall’origine. “Nel ’53 a Roma la Cedu è stata firmata nella contezza di avere la stessa concezione dei diritti umani”, anche su “matrimonio e di diritto alla vita”, ha infatti spiegato Francisco Javier Borrego Borrego, ex giudice della Corte europea dei diritti dell’uomoQuesto però è accaduto solo in teoria, perché la pratica, ha proseguito lo spagnolo, “è che, da quando Hamilton nel The federalist denunciava la situazione dei giudici attivisti, oggi la condizione è addirittura peggiorata: dall’attivismo si è passati alla creatività giudiziaria, giustificandola dicendo che i giudici praticano una interpretazione dinamica”. Ma “la nostra deve essere solo interpretazione”, ha chiosato: “Se cominciamo ad aggiungere aggettivi lo possiamo fare all’infinito. Come accade con i dittatori: Franco parlava di democrazia organica, Maduro parla di democrazia popolare. Ma si deve parlare di democrazia e basta, senza aggettivi”.

BORREGO BORREGO: “SI FA SEMPRE PIÙ RIFERIMENTO ALLA VITA PRIVATA E CI SI DIMENTICA DEI DIRITTI FONDAMENTALI”

Se la Cedu a infatti è “ciò che i giudici affermano che sia, sarà pure la migliore interpretazione dinamica data, ma non somiglia assolutamente al punto di partenza”, ha aggiunto. Citando, in seguito, il caso che si è venuto a delineare per la Grecia, condannata per violazione della convenzione sul tema del matrimonio tra lo stesso sesso considerando l’art. 8 per il diritto alla vita privata ma senza considerare l’art. 12 sul matrimonio: “Stiamo interpretando sempre più cose in Europa sulla base di questo articolo 8. Ci si appoggia cioè sui diritti umani periferici piuttosto che su quelli di tipo centrale”. Così, ciò che accade è che “ultimamente la corte di Strasburgo ignora i diritti fondamentali, come alla vita o al matrimonio, ma fa il giro, parlando del diritto alla vita privata e introducendo il questo modo il diritto al matrimonio omosessuale o all’aborto”.

IL COMMENTO DELL’EX PRESIDENTE DEI PROCURATORI EUROPEI ANTONIO MURA

Guardando poi alla situazione politica ben ci si accorge che, ha spiegato l’ex presidente del Consiglio consultivo dei Procuratori europei Antonio Mura (nella foto), “siamo in una contingenza di evidente crisi dell’Europa: Brexit, migranti, politiche comuni. Anche della Corte europea dei diritti dell’uomo? Forse sì”, in quanto “c’è una difficoltà nello strumento del ricorso alla Corte”. Basta vedere tutte le volte che non sono stati accettati i ricorsi della Turchia. “Penso poi a tante situazioni differenti”, ha spiegato Mura, “come gli strumenti del rimpatrio dei carcerati, per cui l’Italia si è battuta molto visto anche il sovraffollamento carcerario o il terrorismo”. Ma anche sul versante esterno, nella ricerca di soluzione a problemi come “terrorismo, traffico di esseri umani”. Ma soprattutto “alla sempre maggiore incisività delle due corti sovranazionali nell’ordinamento interno del nostro Paese”.

MURA: “ESISTE UN PROFILO DI P.M. EUROPEO? SÌ. È TRASPARENTE E IMPARZIALE”

C’è infatti, in conclusione, la difficoltà, ha spiegato Mura, di “raggiungere consenso su un’idea comune di pubblico ministero europeo, che deriva anche dalla gelosia classica connaturata agli Stati ma soprattutto da una miriade di varietà di fisionomie diverse dello stesso nel panorama europeo”. In tutto questo, può quindi esistere un concetto comune a livello europeo “che ci consenta di riferisci a quest’organo rispetto al pericolo di interpretazioni radicalmente creative?”, ha chiesto Mura. “La risposta per me è sì, ed è legato a un profilo ben definito. Che ponga cioè l’esigenza di trasparenza, comprensibilità e accountability. Poi imparzialità e fairness, correttezza”. Che è in sostanza soprattutto legato a una “eticità” complessiva, “per un organo che sia riferito, all’insieme del suo agire, in tutta questa vasta gamma di poteri e di competenze”. Ad essere imparziale, infatti, ha concluso Mura, “sta al giudice ma anche al pubblico ministero”, e “secondo la modalità della legge, non di valori soggettivi”.

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“Famiglia e Modernità”, come è cambiata questa istituzione nel corso dei decenni

“Famiglia e Modernità”, come è cambiata questa istituzione nel corso dei decenni

Articolo di Gian Marco “Evo” Marconi, pubblicato il 25 ottobre 2017 su Riviera Oggi.

MACERATA – Un incontro, quello svoltosi a Macerata lo scorso 23 ottobre, che scandaglia in più forme un tema più che mai attuale, un approfondimento riguardante i diritti della famiglia, la sua concezione naturale e la sua evoluzione sociale.

Presiede l’incontro il Prof. Giuseppe Rivetti, docente di diritto tributario dell’Università di Macerata, hanno partecipato: Il magistrato e presidente del Centro studi Rosario Livatino Alfredo Mantovano, il neurochirurgo e presidente del Comitato Difendiamo i nostri figli Massimo Gandolfini, L’avvocato e mediatore familiare Simone Pillon, La docente esperta dei diritti dei minori Tiziana Montecchiari e la presidente del Movimento per la Vita Francesca D’Alessandro.

Dapprima vi è un’introduzione del prof. Rivetti, incentrata sull’importanza di quella che è definita la terza missione svolta dalle Università, oltre a formazione e alla ricerca, che consiste nell’applicazione diretta della conoscenza al fine di favorire lo sviluppo sociale.

Il primo degli esperti presenti ad intervenire è il magistrato Alfredo Mantovano, che esordisce con una citazione di Livatino “alla fine della nostra esistenza non ci chiedono se siamo stati credenti, ma credibili” . Mantovano focalizza l’attenzione sul titolo assegnato all’incontro “Famiglia e Modernità” evidenziando come la concezione che abbiamo di moderno oggi si fondi essenzialmente con quella di adeguato, ma al contempo, si distacchi da quella di obsoleto, di superato. La famiglia apparentemente si contrappone al cambiamento, giacché essa rappresenta l’emblema della stabilità che si protrae nel tempo.

“Dal 1968 al 2018 – asserisce Mantovano – è andata in scena la progressiva aggressione commpiuta dai vari governi a questo storico istituto. Nel 2014 sono state introdotte le formule di divorzio definite easy esprint, fondate sul semplice fatto che si sono ridotti i tempi per la richiesta di divorzio, rendendo di conseguenza più difficili eventuali ripensamenti. Mentre un avvocato matrimonialista guarda di cattivo occhio questa digressione, l’aspetto mediatico sembra invece enfatizzare il cambiamento e la disgregazione graduale della famiglia”.

Alla domanda se l’attuale quadro normativo tuteli o annienti la famiglia, Mantovano risponde, apportando l’esempio del bonus di 80 euro concesso della scorsa legislatura: “L’agevolazione è stata ponderata considerando i singoli individui che possiedono un reddito e non invece i nuclei familiari, ciò ha portato a conseguenze assurde, se consideriamo due casi esemplari: quello della famiglia di cinque individui, di cui uno solo possiede un reddito e un’altra famiglia di tre persone, tutte aventi reddito. Stando alla scelta del governo, il secondo nucleo risulterebbe di certo avvantaggiato rispetto al primo; questo denota un annientamento totale del concetto di famiglia”.

Successivamente, affronta il sottile collegamento tra famiglia e figli naturali il neurochirurgo dott. Massimo Gandolfini. La distinzione apportata tra sesso e genere e l’illustrazione scientifica del rapporto simbiotico che intercorre tra una madre naturale e il proprio feto, manifesta la posizione di Gandolfini nei confronti di argomenti sociali moderni come la surrogazione di maternità: “I sessi sono due in natura, sono l’unico dato biologico che codifica la procreazione e la nostra permanenza come specie, i generi sono invece una scelta sociale, di appartenenza e di percezione di sé; uomo e donna non sono diversi ma differenti, complementari, entrambi necessariamente utili. Una madre, oltre a donare al feto nutrimento e impulsi psichici, che si ripercuotono nel cervello del figlio, riceve permanentemente un corredo genetico apportato dal figlio stesso. Questo è il motivo per cui sono contrario all’utero in affitto; la madre surrogata sarà biologicamente legata al partorito, per sempre”.

Interviene in seguito l’avvocato Simone Pillon che vira la questione verso un approdo leggermente differente: illustra la differenza tra la famiglia naturale e i suoi moderni surrogati, prima tra tutte l’unione civile. “Oggi incontriamo cinque tipi di famiglia, quella tradizionale ormai considerata obsoleta; quella uomo-uomo; quella donna-donna; quella ‘bricolage’ dove vengono pattuiti dal principio diritti e doveri; infine, quella dei non conviventi. Una società, così costituita, si fonda ovviamente sull’autonomia di scelta, non sui principi cardine del diritto naturale. Ciò va a discapito degli individui più deboli, gli anziani, i bambini, i disabili, che per forza di cose non sono affatto autonomi”.

Concludono l’incontro la Prof.ssa Montecchiari, che evidenzia l’iportanza della famiglia, in prospettiva dei diritti del minor e la dott.ssa Francesca D’Alessandro, che promuove il movimento per la vita, allo scopo di sensibilizzare circa l’importanza del concepimento, senza renderlo un diritto negoziabile: “troppe coppie oggi rinunciano a fare un figlio per problemi economici. La società non può impedire la procreazione”.

Sono intervenuti all’evento, studenti di Giurisprudenza di Macerata e dei Servizi Sociali.

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