Articolo di Francesco Cavallo pubblicato il 17 novembre 2016 su La nuova Bussola Quotidiana.

E’ un aspetto più volte approfondito su questo giornale: la riforma della Costituzione oggetto del referendum del 4 dicembre è ostile ai territori e alle autonomie poiché aumenta a dismisura gli ambiti dell’intervento legislativo statale. Nel ripartire le competenze tra Stato e Regioni, l’attuale assetto costituzionale prevede un’area in cui il primo ha competenza legislativa esclusiva (questarea include i rapporti internazionali, la politica economica e monetaria, la sicurezza, la giustizia, ecc…), un’area in cui le Regioni hanno una potestà legislativa concorrente, ovvero legiferano nel rispetto di principi fondamentali determinati dalle leggi statali, e una terza area residuale, costituita dalle altre materie, in cui sono le Regioni a legiferare.

E’ vero che questo assetto – imposto a colpi di maggioranza dal Governo di centrosinistra nel 2000/2001 – ha generato confusione e necessita di una revisione; ma la riforma del governo Renzi è la classica medicina peggiore del male: ammazza il malato anziché guarirlo, poiché contiene il grimaldello per scassinare completamente le Regioni svuotandole di ogni competenza. Dopo aver eliminato a piè pari la competenza concorrente tra Stato e Regioni, la riforma sottrae alla competenza delle autonomie locali una serie di materie che affida in via esclusiva allo Stato. Significa che nessuna Regione, cioè l’organo di governo oggi più prossimo ai cittadini dopo lo svuotamento delle Province e il pesante taglio di risorse ai Comuni, potrà più dire la sua su questioni come “tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici…ambiente ed ecosistema…attività culturali e turismo…governo del territorio” e altre. Il contenzioso, lungi dal ridursi, aumenterà: l’identificazione delle competenze avviene con formule generiche e dai confini indeterminati (se non proprio contraddittorie), frutto della confusione e della sciatteria che contraddistinguono l’intero testo di revisione costituzionale.

Ma il vero attacco ai popoli che abitano i diversi territori d’Italia è nella c.d. clausola di supremazia (art. 117, 4° c.), grazie alla quale il legislatore centrale potrebbe derogare, a suo piacimento, al riparto delle competenze. Per comprenderne la gravità è sufficiente leggerla: “Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva (delle Regioni) quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale”. Insomma, se il leader del partito che grazie all’Italicum avrà ottenuto con un pugno di voti la maggioranza assoluta un bel giorno deciderà che lo esigono la tutela della Repubblica o dell’interesse nazionale” (quale è il significato di questa espressione? lo deciderà di volta in volta la Corte costituzionale?), sarà lui a stabilire se l’ospedale di Cosenza o di Ferrara va chiuso, ridimensionato o ampliato.

La clausola ha una portata generale, non incontra alcun limite di oggetto e per utilizzarla basta il voto della maggioranza della Camera (che grazie all’Italicum c’è sempre, per definizione): è un “apriti sesamo” universale, è stata definita una “clausola-vampiro” in grado di svuotare l’intero riparto costituzionale, che in questo modo può essere derogato a giudizio insindacabile di uno solo dei soggetti cui esso si riferisce, il governo. Insomma, si è di fronte al possibile azzeramento del pluralismo istituzionale e politico.

Per questa via lo Stato richiamerebbe competenze anche da Regioni che si sono dimostrate virtuose e responsabili, contraddicendo tanto l’efficienza quanto il fondamentale principio autonomistico di cui all’articolo 5 Cost. che vorrebbe il riconoscimento e la promozione delle autonomie locali. Non voglio dire la Puglia nella quale abito – che certo non brilla per buon governo – ma Lombardia, Veneto, Emilia Romagna, Toscana (solo per dirne alcune) assisterebbero a una fortissima ricentralizzazione priva di ogni giustificazione (in queste regioni la sanità, per esempio, è un modello di efficienza a livello internazionale, tra i pochi casi in cui l’Italia si è meritata i primi posti nelle classifiche Ocse). Ricentralizzare indiscriminatamente significa allora inefficienza e costi.

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