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Articolo di Alfredo Mantovano apparso su Tempi il 12 aprile 2016

«Ciascun convivente di fatto può designare l’altro quale suo rappresentante (…) in caso di malattia che comporta incapacità di intendere e di volere, per le decisioni in materia di salute». Così il comma 40 dell’articolo unico del disegno di legge sulle unioni civili. I punti critici del cosiddetto ddl Cirinnà sono tanti: nessuno finora è stato discusso nella sede propria, e cioè in quel ramo del Parlamento – il Senato – che ha votato il testo, poiché il governo lo ha imposto con la fiducia prima ancora che Palazzo Madama ne iniziasse l’esame; molti dei suoi aspetti controversi hanno animato i talk show, dalla sovrapposizione al regime matrimoniale all’inclusione dell’adozione, dall’estensione della reversibilità all’apertura di fatto all’utero in affitto.

E però non si è ascoltato nulla (o quasi) sul passaggio appena riportato. Che cosa c’è di così strano in quella formulazione? Non è bene che due persone che convivono stabilmente, pur se non unite in matrimonio, si interessino l’una della salute dell’altra, soprattutto in momenti difficili, quando uno dei partner non è in condizioni di decidere? A dire il vero è qualcosa che in questi termini esiste già da tempo; l’ultima legge in materia di trapianti, la n. 91/1999, all’articolo 3 disciplina il coinvolgimento non solo del coniuge ma anche del «convivente more uxorio» nell’iter che conduce all’intervento. Se vi è una parificazione, quanto a decisioni adottabili, fra coniuge e convivente a proposito di uno degli atti medici più delicati e invasivi, sono fuori discussione opzioni terapeutiche meno impegnative, e in generale la vicinanza durante il periodo della malattia, anche in ospedale o in clinica.

Quel che non va bene – insieme al resto – nel comma 40 del ddl Cirinnà è l’ampiezza della formulazione: «Decisioni in materia di salute», senza alcuna precisazione. Per intenderci: in un ddl che pure fu molto contestato (al punto che non divenne mai legge), quello dei “dico” – governo Prodi, ministro proponente Bindi, anno di grazia 2007 –, l’articolo 5 prevedeva in materia intanto un atto formalmente più significativo, cioè una dichiarazione, sottoscritta alla presenza di tre testimoni, di designazione del soggetto abilitato ad assumere le decisioni nell’ipotesi di grave malattia e di incoscienza dell’ammalato. La “dichiarazione” valeva poi solo «nei limiti previsti dalle disposizioni vigenti»: gli atti di disposizione del corpo del convivente continuavano a essere vietati, come ogni tentativo di surrogare il testamento biologico. Tant’è che all’epoca tale norma era ritenuta inutile: si poteva giungere alle medesime conclusioni sulla base delle norme già esistenti.

I campanelli d’allarme
Per il ddl sulle unioni civili il discorso è diverso; per almeno tre ordini di motivi: a) l’assoluta informalità della designazione, che si presta a ogni abuso e a ogni distorsione; b) la genericità dell’espressione, che non è salvata dalla clausola del rispetto delle disposizioni in vigore; c) il fatto che negli ultimi 6-7 anni varie sentenze intervenute sul “fine vita”, in particolare quelle che hanno riguardato il caso Englaro, hanno reso non così scontata quella clausola di salvezza.

Per tutto questo, è fuori luogo paventare che quel passaggio del ddl Cirinnà apra al testamento biologico? È una esagerazione? Per fugare ogni timore sul punto sarebbe sufficiente approvare un minuscolo emendamento; basterebbe precisare che le «decisioni in materia di salute» sono finalizzate alla guarigione dalla malattia e comunque escludere in modo esplicito che incidano sul fine vita, e così – per lo meno sul punto – si starebbe più tranquilli. Se invece l’orientamento del governo, e della maggioranza che lo sostiene, fosse quello di blindare il ddl anche alla Camera col voto di fiducia, il rischio di deriva eutanasica sarebbe serio. Il merito della questione è grave; che di una cosa così delicata non si possa parlare, e concretamente non se ne parli, in nome del probabile richiamo alla fiducia, e che il diritto alla vita sia manipolato senza discussione è qualcosa che a doppio titolo dovrebbe far preoccupare chiunque. Perfino i promotori del matrimonio same sex.

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