androgino

Articolo di Alfredo Mantovano apparso su Tempi il 4 giugno 2016.

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Dall’inserto di Roma del Corriere della Sera, sabato 28 maggio: dove si spiega che l’era del gender non è in sintonia con la preferenza di genere e con le pari opportunità. Domenica si vota per il Comune della Capitale, e Alessandro Campanella è candidato in una lista a sostegno di Giachetti. Per l’elezione dei consiglieri, come in tutta Italia, vale la regola che si può esprimere la seconda preferenza sulla scheda, purché di sesso diverso rispetto al candidato che si vota per primo. All’anagrafe lui è registrato come Alessandro, di genere maschile. Nella realtà si presenta come Alessia. Problema: se, in coerenza con i dettami del gendericamente corretto, Alessandro chiede il voto in quanto adesso si chiama Alessia, la preferenza nei suoi confronti rischia l’annullamento se viene espressa come seconda e il primo votato è un maschio.

Si dirà: il rimedio sarebbe stato semplice. Ad Alessandro sarebbe bastato avviare all’ufficio anagrafe l’iter per il cambio di sesso, e nessuno le avrebbe impedito di chiamarsi Alessia. Tanto più che una giurisprudenza non marginale ha escluso la necessità di un intervento chirurgico, come imponeva la versione originaria della legge che nel lontano 1982 ha introdotta tale possibilità di formale mutamento. Sostenere questa tesi vuol dire essere veramente retrogradi, non aver capito nulla della magnifica e progressiva rivoluzione che avanza col gender-pensiero. Per due ordini di ragioni. La prima è che la logica che esclude il trauma del bisturi per cambiare sesso è la medesima che esclude il trauma della fila allo sportello del Comune per dichiararsi diversi rispetto a come si è nati. Di più: la logica che rende l’appartenenza a un sesso conseguenza dell’autopercezione fa sì, in linea col tratto soggettivo dei meccanismi percettivi, che il mutamento non rappresenti qualcosa di stabile. Non si può dire che fino a 30 anni sono stato maschio, adesso sono diventato femmina e d’ora in avanti non cambio più. Non ci si libera dalla camicia di forza del sesso originario per indossare a tempo indeterminato la camicia di forza del sesso scelto: la natura di questa opzione, proprio perché giochiamo sul binario dell’autopercezione, è transitoria ed elastica.

Seconda ragione: se accettiamo – lo hanno stabilito tante sentenze e lo ascoltiamo nei talk show (in entrambi i casi “in nome del popolo italiano”) – che Alessandro diventi Alessia sulla base della propria autopercezione, perché mai dovrebbe registrarsi come femmina? Certamente non si percepisce più come uomo, siamo certi che si percepisca come donna, e non per esempio come trans?

Facebook censisce ben 58 differenti sfumature di appartenenza sessuale: vogliamo sostenere che conti di più un povero regolamento anagrafico? Se però vince Facebook, va chiarito come la mettiamo con la scheda elettorale: se intendo votare Alessia devo rinunciare a esprimere una seconda preferenza per essere sicuro che il mio voto non sarà annullato? Ma se fosse questa la conseguenza obbligata, che fine fa uno dei pilastri (insieme con la teoria del gender) su cui si fonda l’ordinamento attuale, la verbale proclamazione delle pari opportunità?

Un reazionario osserverebbe che tutto ciò è l’esito coerente della sostituzione dell’ideologia alla realtà: Dio perdona (quasi) sempre, l’uomo perdona ogni tanto, la natura non perdona mai; e talora manifesta le forme più singolari per far emergere le contraddizioni: riesce a far capolino perfino da una scheda elettorale. Respingo con forza considerazioni così becere. Confido invece nella soluzione che emerge al termine del pezzo di cronaca del Corriere: Alessia si è rivolta al ministro dell’Interno perché vari una circolare che indichi agli scrutatori come considerare chi versa nella sua situazione.

Questo mi tranquillizza: sono certo che, conclusa con successo l’epica lotta per l’equa prescrizione – incomparabilmente più importante delle quisquilie delle unioni civili –, il titolare del Viminale troverà la sintesi più mirabile fra Alessia e l’anagrafe capitolina. Che è effettivamente qualcosa che, se lui non interviene, fa perdere il sonno.

 

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