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Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato su Tempi il 26 maggio 2016.

Amritsar, Punjab, 11 maggio. Le agenzie informano che il 19 aprile Daljinder Kaur ha partorito un bambino con la fecondazione artificiale. E dov’è la notizia? Accade in tutto il mondo. I media però hanno ragione a interessarsi di lei: questa donna ha dato alla luce il suo piccolo alla tenera età di 72 anni. Il coniuge di anni ne ha 79. I due sono sposati da poco meno di 50 anni: diciamo che è stata una procreazione matura, avvenuta con ovuli di una donatrice anonima (c’è da crederci) con lo sperma del marito (complimenti!). Il nome che i giovani sposi hanno scelto per il bambino? Pensate un po’: Armaan, “desiderio”. 

Augurando lunga vita alla coppia prossima alle nozze d’oro, è lecito domandarsi, tenendo conto della durata media dell’esistenza, come sarà garantito fra 7 o 8 anni, ma già adesso, il diritto che Desiderio ha a essere mantenuto, educato e istruito da chi lo ha fatto nascere: chi gli procurerà da mangiare, chi lo accompagnerà a scuola, chi lo porterà a giocare a cricket? È un peccato che in questo momento il professor Antinori sia impegnato in altro: grazie alla demolizione politico-giudiziaria della legge italiana sulla procreazione assistita, avrebbe potuto battere il record indiano e provarci qui da noi con una donna ancora più anziana. Avrà modo di rifarsi fra breve. 

La vicenda del Punjab è interessante perché uno dei sintomi principali della schizofrenia nella quale siamo immersi è lo sforzo culturale, giurisdizionale e normativo per trasformare i desideri in diritti; cui non sempre corrisponde la consapevolezza dei costi che ciò comporta.

La legge Cirinnà è l’ultimo esempio di una simile dinamica:

a) il desiderio di due persone dello stesso sesso di costituire una famiglia eguale a quella finora prevista dal nostro ordinamento individua il diritto a contrarre un matrimonio. La disciplina dell’unione civile è identica a quella matrimoniale, tranne qualche dettaglio come l’assenza dell’obbligo di fedeltà al partner: grande conquista ottenuta da chi usa la riconosciuta facoltà di cornificare il convivente per negare che si tratti di nozze.

b) il desiderio di due persone dello stesso sesso di completare con la filiazione l’equiparazione al matrimonio individua il diritto all’adozione, garantito dal comma 20 della legge;

c) il desiderio di due uomini di avere un figlio non adottato si sta trasformando nel diritto a ottenerlo con l’utero in affitto: non è scritto nella legge, ma non è escluso, ci si sta arrivando per sentenza.

Ma – si dice – adottare un figlio è pur sempre gesto di amore. Non discuto la capacità di una persona omosessuale di manifestare affetto nei confronti di un bambino, ci mancherebbe altro. Il punto è che affermare il “diritto al figlio” equivale a sostenere che figlio è “qualcosa” e non “qualcuno”. I costi della sostituzione del desiderio al diritto sono difficili da quantificare. Qualche esempio, per restare nel tema: gameti scelti su cataloghi come merce da ordinare; donne sottoposte alle torture della elettrostimolazione ovarica per cedere i propri ovuli; embrioni soppressi nella fase della fecondazione in vitro; uso del corpo della donna per la gestazione e danni fisici e psichici tanto più pesanti quante più numerose sono le gravidanze; bimbi strappati alle madri dopo la nascita e privati della propria identità; anziani che cercano un figlio all’età in cui dovrebbero trovare una badante. Non accade solo nel Punjab.

Per star dietro al desiderio il governo italiano ha deciso qualche giorno fa di coprire le spese di coloro che vanno all’estero per praticare la fecondazione artificiale. In compenso il diritto vero (per esempio quello alla salute) si estingue: le file per esami di sopravvivenza, dalle tac alle pet, crescono, e con esse i decessi. Non preoccupiamoci: approvata la legge Cirinnà, è già in discussione alla Camera, in commissione Giustizia, la legge sull’eutanasia. Corrisponde al desiderio di eliminare il fastidio di persone moleste.

Un avviso a chi ha votato per la legge Cirinnà: ce l’hai fatta a suo tempo a scampare all’aborto, non è detto che – grazie alle tue scelte sciagurate – verso la fine per te vada altrettanto bene.

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