A primo commento della sentenza sul caso Sekmadienis Ltd. vs Lituania, datata 30 gennaio 2018, della Corte EDU, sul conflitto fra la libertà di espressione e la libertà di religione, relativo alla sanzione irrogata dal Governo lituano all’agenzia pubblicitaria “Sekmadienis Ltd”  per aver utilizzato con modalità dissacratorie figure centrali della religione cristiano-cattolica, pubblichiamo un primo studio del dott. Antonio Casciano, collaboratore della Fondazione Ut Vitam Habeant, presieduta dal card. Elio Sgreccia. La sentenza è stata inserita su questo sito subito dopo la sua divulgazione. Il dott. Casciano ha elaborato uno scritto più articolato, che pubblicheremo a breve.


Con la sentenza sul caso Sekmadienis Ltd. vs Lituania, datata 30 gennaio 2018, la Corte EDU è tornata sulla questione dell’esatta configurazione dei limiti all’interno dei quali iscrivere l’esercizio del diritto alla libertà di espressione, normato all’articolo 10 della CEDU, nello specifico caso in cui il raggio di operatività dello stesso intercetti lo spazio di esercizio di un altro diritto fondamentale, quello alla libertà di religione, disciplinato invece all’articolo 9 del medesimo testo.

Ebbene, nel ragionamento della Corte la sanzione irrogata dal Governo lituano all’agenzia pubblicitaria “Sekmadienis Ltd” -resasi colpevole di aver utilizzato, per finalità profane e con modalità dissacratorie, figure centrali della religione cristiano-cattolica, quali quelle di Gesù e di Maria- sarebbe illegittima perché lederebbe appunto il diritto alla libertà di espressione in forza di una restrizione la cui adozione avrebbe richiesto motivazioni basate su “ragioni sufficienti e rilevanti” che invece sarebbero mancanti (Sentenza Corte EDU, caso Sekmadienis Ltd. v. Lithuania, punto 79). Le medesime Corti nazionali lituane, continua la Corte EDU, nel giudicare legittimo l’intervento sanzionatorio del governo, avrebbero operato un incongruo bilanciamento dei diritti fondamentali in discussione, assegnando, irragionevolmente, una prevalenza assoluta ed esclusiva alla libertà religiosa (Ivi, punto 83). Non si capirebbe poi, argomenta ancora la Corte, in cosa consista quello “stile di vita” che, veicolato dal messaggio pubblicitario, si considera “incompatibile con i principi di una persona religiosa”, né si chiarirebbe perché ciò che offende i sentimenti di una persona religiosa debba essere automaticamente considerato contrario alla morale pubblica (Ivi, punto 80). Infine, non sarebbe stato chiarito perché la sola confessione religiosa consultata sia stata quella romano-cattolica, quando nel Paese esistono di fatto altre confessioni ed altre fedi, né sarebbero state in alcun modo fornite evidenze che provino che tutti quelli che si professano cattolici siano stati realmente offesi dalla pubblicità in questione (Ivi, punto 82).

Procedendo per ordine, quanto alle ragioni addotte dalle Corti nazionali per provare la contrarietà alla morale pubblica della pubblicità in questione, è opportuno precisare che per morale pubblica si intende il complesso novero di principi e valori che una collettività assume quali criteri primi di ispirazione delle regole chiamate a reggere l’organizzazione della vita collettiva nei suoi diversi ambiti, nelle sue differenti articolazioni. Tale nucleo valoriale di riferimento ha a che fare con un deposito di tradizioni e costumi, con un patrimonio culturale e spirituale che, nel caso della Lituania, affonda le sue radici nel tessuto di un sentire religioso che ha trovato nel Cristianesimo cattolico-romano la sua primigenia e più forte fonte di ispirazione. E questo è un dato storico. Allora, la gemmazione graduale della morale collettiva dal cristianesimo, rectius, dal patrimonio millenario di dottrine etiche che da esso hanno avuto origine, fa sì che i due ambiti, morale pubblica e religione, se non sovrapponibili, siano almeno da considerarsi in connessione, per cui potrebbe accadere, ed è questo il caso, che la violazione di un precetto religioso si risolva nella messa in questione di una norma della morale pubblica (si veda punto 55), ovvero che ciò che offende il sentimento religioso di un credente cristiano assurga allo stesso tempo ad una violazione dell’ethos collettivo, risultando così provato come il carattere profano di una pubblicità, per il messaggio e lo “stile di vita” dissacrante che veicola, possa urtare l’ethos collettivo, senza che questo valga a giustificare l’accusa di confessionalità all’ordinamento giuridico che a siffatta morale rinviasse. Quanto al fatto del coinvolgimento nella lite della sola confessione cattolica, si può ben osservare come lo stesso Governo di Vilnius abbia precisato che “la maggioranza della popolazione lituana aderisce alla religione cristiana – secondo un censimento del 2011, il 77% dei Lituani residenti si definivano Romano-cattolici, laddove un altro 6% diceva di appartenere ad altra confessione cristiana, come la Russo-ortodossa, […], l’Evangelico-luterana” (Ivi, punto 55). Dunque il 90% circa dei Lituani si professa cristiano e di questi quasi il 90% cattolico. Il fatto poi che solo un centinaio di cittadini abbiano preso parte all’iniziativa, se da un lato prova il rigore morale con cui gli stessi zelano gli insegnamenti magisteriali della religione di appartenenza, dall’altro non può escludere che anche altri cittadini credenti, ancorché offesi dalla pubblicità, abbiano comunque scelto di rimanere in silenzio e dunque il riferimento che la Corte fa alla consistenza numerica dei lagnanti appare scarsamente significativo, se non addirittura fuorviante, giacché anche l’iniziativa di un singolo credente, come si sa, avrebbe potuto generare una querelle non dissimile da quella venuta a verificarsi.

Il problema infine dell’incongruo bilanciamento che le Corti nazionali avrebbero operato, quanto all’esigenza di garantire una tutela adeguata tanto alla libertà di espressione quanto a quella di religione, prediligendo quest’ultima a discapito della prima, induce a rilevare come la Corte –nel volersi sostituire, con sempre maggiore frequenza, alle Corti nazionali in tali giudizi di ponderazione, e nel voler ridimensionare l’importanza applicativa del margine di apprezzamento, che al contrario dovrebbe essere particolarmente ampio proprio laddove le materie oggetto di controversia paiono suscettibili di generare maggior conflitto sociale, a ragione delle loro implicazioni etiche– abbia una volta ancora optato per un’applicazione ampia del principio del controllo diffuso di convenzionalità, che, come noto, impone direttrici interpretative stringenti alle Corti nazionali, costrette come sono a disapplicare tutte quelle fonti interne, fossero anche di rilievo costituzionale, che dovessero risultare in conflitto non con la CEDU in se stessa, ma con l’interpretazione di essa ne fa la stessa Corte, in barba al principio di supremazia costituzionale.

Questo orientamento giurisprudenziale, oltre a garantire un’uniformità interpretativa quanto ai contenuti fondamentali della Convezione, sembra favorire l’affermarsi di paradigmi culturali tali da veicolare visioni della società, dei costumi e della morale sempre più spesso informate ad ideologie e progettualità di matrice secolarista. È il caso dell’approccio rigidamente laicista che la Corte sta, con sistematicità crescente, assumendo nel promuovere una lettura dei fenomeni sociali alla luce di una concezione della religione vista sempre più come una dimensione della vita esclusivamente privata dei cittadini, priva cioè di qualsiasi plausibilità pubblica e incapace di offrire un’interpretazione significante della realtà. Alla base di questa lettura insiste invero una definizione meramente sociologica del fenomeno religioso che, ristretto ormai a circoli sempre più limitati della vita sociale, rivela come sarebbe divenuto oggetto di una mera questione preferenziale, personale, di una credenza non istituzionalizzata e dai contenuti variabili ed incerti, in ultima analisi ruotanti intorno alla concezione che ciascun individuo ha del “sacro”. Si tratta, con piana evidenza, di errori che affondono le loro radici nel terreno comune della completa desacralizzazione dello spazio pubblico, della deriva immanentista della cultura moderna, il cui prometeico desiderio di affrancamento definitivo da ogni forma di trascendenza metafisica, il cui deciso congedo da qualsiasi assunzione veritativa, ontologica all’interno del discorso etico, politico e giuridico, ha finito con lo svuotare di senso i fondamenti stessi della odierna civiltà liberale post-moderna, che, come ricordava Ernst W. Böckenförde, ormai “vive di presupposti che non può più garantire”. La decisione della Corte sembra muovere decisamente verso questo tipo di deriva ideologica.

Antonio Casciano

Phd. Fondazione “Ut Vitam Habeant”

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