Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato il 2 febbraio 2017 su Tempi.

Una fantastica legislatura che ha conosciuto il varo del divorzio breve, del divorzio facile, della droga free, del matrimonio same-sex, tutte passate con voto di fiducia imposto dal governo Renzi, e a fianco a esse il dilagare del gender nelle scuole grazie all’azione dello stesso governo, non può giungere alla meta senza approvare una bella legge sull’eutanasia. O meglio, una legge che non userà questo termine: alla Camera sono state accantonate le proposte con tale denominazione esplicita.

La rubrica del testo unificato che è in discussione alla commissione Affari sociali di Montecitorio è più asettica: “Norme in materia di consenso informato e di dichiarazioni di volontà anticipate nei trattamenti sanitari”. Nel pieno rispetto della tradizione normativa italiana che invece di divorzio parla di “cessazione degli effetti civili del matrimonio” e invece di aborto di “interruzione volontaria della gravidanza”. 

La sostanza – oltre i giri di parole – è eutanasia. Non si è di fronte a una bandierina ideologica, agitata per mostrare che ci si sta occupando della questione. Esistono i presupposti perché la legge vada in porto: è già stata fissata all’esame dell’aula a partire dal 30 gennaio, con conseguente conclusione dei lavori in commissione entro questa settimana; i 3.200 emendamenti presentati dai gruppi politici sono stati ridotti a 250 dal presidente della stessa commissione Mario Marazziti; i media hanno ripreso in parallelo il battage a sostegno, con la pubblicazione di vicende terribili, di persone in condizioni gravi o con cure pesanti in corso che dichiarano di voler morire.

Si dirà: la giurisprudenza, con il caso Englaro, ha già fissato le condizioni per interrompere l’esistenza di una persona. È vero, e proprio perché per via giudiziaria è stato permesso che fosse tolta la vita a una grave disabile nei cui confronti non era in corso alcuna terapia sproporzionata o “accanita”, la sola legge necessaria è quella che ribadisca che nessuno può arbitrariamente privare altri della vita. E invece, il testo in discussione trasferisce in norme gli esiti delle sentenze su Eluana: a cominciare – articolo 3 – dalla antiscientifica inclusione di nutrizione e idratazione fra i “trattamenti sanitari”. I neonati cominciano a preoccuparsi: siamo scampati all’aborto, ma se adesso beviamo il latte col biberon come la mettiamo con la nostra “nutrizione artificiale”?

Per continuare con una delega generica e ampia a un “fiduciario”, cui compete la realizzazione delle dichiarazioni anticipate di trattamento. Per finire con l’enorme responsabilità scaricata sul medico, che può trovarsi di fronte a dat sottoscritte in anni in cui una determinata patologia aveva possibilità di guarigione inferiori al momento in cui le stesse dat sono fatte valere: in tal caso, egli può disattendere la dat, ma “in accordo col fiduciario”. E se il fiduciario non è d’accordo, il paziente che può guarire viene lasciato senza cure?

E niente obiezione di coscienza
Con queste regole un sistema sanitario che riduce le risorse per le patologie vere e le impiega per la fecondazione eterologa eserciterà una grave pressione sul medico che si mostri “troppo” responsabile di fronte a casi nei quali – pur infondatamente – fiduciario o parenti insistono per chiudere la pratica. Il testo, poi, non prevede l’obiezione di coscienza: il medico, che l’articolo 4 costringe a redigere col paziente un documento di “pianificazione condivisa delle cure”, vede svilita una professione che, certo, deve coinvolgere paziente e familiari nelle scelte, ma non subire condizionamenti se non intimidazioni, ostili anzitutto al paziente.

La sola realtà che merita oggi il “fine vita” è la legislatura in corso, con un Parlamento la cui priorità non è mettere ordine nelle contraddittorie norme sulla protezione civile che concorrono al caos negli interventi di soccorso: è disciplinare la morte in modo rapido ed efficace. È cioè coronare il motto della socialdemocrazia scandinava “dalla culla alla bara”. Con un codicillo: visti i problemi sul lato “culla”, si incrementa la voce “bara”.

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