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Articolo di Alfredo Mantovano apparso l’11 giugno 2016 su Tempi.

Fra i dati che emergono dalle ultime elezioni amministrative vi è l’ormai consolidata irrilevanza del voto dei cattolici. Nessun candidato fra coloro che giungono al ballottaggio nelle città più importanti ha questo profilo, neanche implicito; durante la campagna elettorale non si sono ascoltati richiami a impegni concreti verso le famiglie, per la parte di competenza dei comuni. L’area del non voto somma il 38 per cento di coloro che si sono tenuti lontani dai seggi con la quantità di schede bianche e nulle: per la prima volta in competizioni con un così largo numero di elettori supera la metà degli aventi diritto.

Una parte di questo territorio non rappresentato è costituito da cattolici. I quali non sono scomparsi in natura: le manifestazioni del 20 giugno dello scorso anno e del 30 gennaio di quest’anno lo confermano. E non solo quelle manifestazioni: l’impegno generoso per fronteggiare gli effetti della crisi e le emergenze che viviamo proviene quasi esclusivamente da un volontariato orientato dalla fede. Se però oggi nel cuore di una città come Roma – con la quale la Chiesa cattolica ha ancora qualcosa a che fare – la carica di sindaco è contesa da due candidati che non hanno avuto di meglio negli ultimi giorni che concordare sullo spaccio libero e sul matrimonio same sex, vuol dire che quel mondo non ha nessuno che ne interpreti i princìpi e gli obiettivi.

Si può accettare questo come una calamità, come la piena di un fiume. Ma proprio il voto amministrativo dà l’occasione per ricostruire una rappresentanza: per il governo di una città l’individuazione di una persona conosciuta e stimata sul territorio, affiancata da un lista civica omogenea, senza connotazioni ideologiche ma protesa alla soluzione delle difficoltà quotidiane dei singoli e delle famiglie, potrebbe attrarre in misura maggiore rispetto a candidati improbabili, scelti all’ultimo minuto da partiti non più credibili. Ma questo esige un lavoro di formazione e di coordinamento che non si improvvisa poche settimane prima del voto. Esige che il tema sia messo a fuoco nelle comunità e nei movimenti ecclesiali, animato dalla consapevolezza – che non manca ma forse va riavviata – che l’amore per il prossimo passa anche dall’amore per la polis, nel senso proprio del termine.

Oggi tutto ciò appare non più delegabile, in un tempo nel quale gli spazi di agibilità politica tendono a restringersi. Se in qualche grande città al ballottaggio può vincere chi al primo turno ha superato di poco il 20 per cento dei consensi, vuol dire che è stato preferito da circa il 10 per cento dei residenti nel comune: la scarsa legittimazione democratica del primo cittadino non può che alimentare ulteriormente la disaffezione al voto, e con essa l’archiviazione della partecipazione attiva alla guida del territorio nel quale vive.

In vista del referendum
È un segnale grave: chi non si sente rappresentato né da un sindaco né dall’opposizione rischia di essere attratto da forme di protesta che di democratico non hanno nulla. Nelle prossime elezioni politiche il mix fra riforma costituzionale e nuovo sistema elettorale potrebbe far sì che una sola forza politica – fidando sul consolidamento della lontananza dalle urne di una parte ampia degli elettori – giunga ad avere la maggioranza dei deputati con poco più del 10 per cento degli iscritti ai registri elettorali. Può accadere a Renzi, ma può accadere al Movimento 5 Stelle.

Al di là delle sorti dell’attuale primo ministro, un sistema elettorale come quello che – a riforma costituzionale approvata col prossimo referendum – entrerebbe in funzione dal primo turno delle politiche accentua l’assenza di rappresentatività e allontana ancora di più le istituzioni dal corpo sociale. È una valutazione da non trascurare in vista dell’appuntamento referendario di ottobre. Pensare che tutto ciò si vinca con la lontananza dall’impegno attivo fa rischiare brutte sorprese: peggiori di quelle – pur non lievi – patite finora.

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