Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato il 14 novembre 2016 su Tempi.

Slogan e realtà. Fra i primi, quello che il presidente del Consiglio, col suo consueto garbo, adopera con più frequenza: i sostenitori del No non hanno nulla da proporre in alternativa, difendono un passato che ha mostrato tanti limiti, e per questo sono soltanto vecchi arnesi da rottamare e ostacoli allo sviluppo dell’Italia, che invece il governo in carica persegue con generosità e decisione. Certo, se i sostenitori del No sono i rispettabili signori con i quali il premier accetta di confrontarsi in tv, verrebbe anche la tentazione di dargli ragione.

Come tutte le tentazioni, pure questa può essere respinta se si considera che: a) è lo stesso premier a scegliere per i confronti gli interlocutori per il No che meglio diano l’idea del paleolitico superiore (altrimenti avrebbe accettato il dibattito con Massimo Gandolfini, nei cui confronti inizialmente lo stesso Renzi aveva lanciato la sfida, salvo poi ritrarsi); b) vi è una fascia significativa di italiani per il No che non sono entusiasti della Costituzione attuale, non la ritengono “la più bella del mondo”, ne conoscono limiti e inadeguatezze, e però sono altrettanto convinti che la riforma sottoposta a referendum la peggiori sensibilmente, e per questo vada stoppata.

Stiamo però agli slogan: voi dite No e basta, accusa il presidente del Consiglio. E chi l’ha detto? L’intera storia repubblicana e le novità intercorse dal 1948 a oggi rendono necessaria una riforma costituzionale seria. Ma su quali punti qualificanti?

1. Nel 1948 le istituzioni europee non esistevano neanche in nuce. La prima di esse, la Comunità europea del carbone e dell’acciaio, viene costituita nel 1954. Oggi si stima che l’80 per cento delle norme che disciplinano la nostra vita quotidiana sia di provenienza comunitaria. Nella Costituzione italiana l’esistenza di un ordinamento europeo, sovraordinato a quello nazionale, è ignorato per la semplice ragione che 70 anni fa non c’era. Ma la sua consistenza e la sua prevalenza qualitativa e quantitativa impongono la revisione delle norme costituzionali, per rendere più chiari e precisi i meccanismi – in salita – di collaborazione nazionale alla formazione delle norme europee e – in discesa – di corretto recepimento di queste ultime. Nella riforma, a parte l’individuazione di una scombiccherata partecipazione del nuovo Senato su questo versante, il tema non è nemmeno sfiorato.

2. Nel 1948, con le rovine della guerra ancora da rimuovere e con strumenti tecnologici meno invasivi di quelli attuali, beni oggi individuati come prioritari non comparivano neanche all’orizzonte. Si pensi per tutti alla privacy, e al peso che essa ha assunto in settori cruciali, dalla sanità alla sicurezza. La riforma non si è posta il problema di dare spazio al proprio interno alla disciplina fondamentale di beni giuridici come questo.

3. Nel 1948 quando si parlava di matrimonio si pensava a un uomo e a una donna e si dava per scontato che il diritto alla vita fosse prioritario e prevalente nell’ordinamento: per questo la Costituzione non contiene l’esplicita menzione della tutela della vita – era scontato che fosse la premessa per il godimento di tutti gli altri diritti – né, a proposito della famiglia, la precisazione che essa si forma quando si sposano un uomo e una donna. In un ordinamento nel quale cominciano a essere depositati provvedimenti giudiziari di riconoscimento dell’utero in affitto, è fuori luogo rendere esplicito in Costituzione ciò che 70 anni fa era dato per acquisito? Ma anche questo non trova riscontro nella riforma.

4. Nel 1948 la magistratura non pretendeva – neanche in proprie componenti minoritarie – di creare il diritto prima del Parlamento, come invece accade da qualche decennio. L’esigenza di un equilibrio fra i poteri dello Stato, che renda più marcati i confini dell’uno e dell’altro, è un problema di democrazia, purtroppo ignorato dalla riforma.

Nell’indicare alcune delle piste di approfondimento di una vera riscrittura della Costituzione, si è “vecchi” e legati agli schemi del passato o si guarda con realismo ai problemi del presente?

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