Articolo di Aldo Vitale pubblicato il 13 aprile 2017 su Tempi.

Alcune agenzie di stampa hanno riportato la notizia della recentissima decisione dell’Alta Corte di Londra con cui si autorizzano i medici al distacco dei trattamenti di sostegno vitale del piccolo Charlie Gard, neonato di pochi mesi affetto da una rara e mortale patologia genetica, anche contro il consenso dei suoi stessi genitori che, invece, vorrebbero raccogliere dei fondi per trasferire il bambino negli USA e sottoporlo ad una terapia sperimentale.

La notizia sembra aver lasciato praticamente tutti indifferenti.

Nell’epoca dell’emotività per il desiderio di morte di Dj Fabo sostenuto a gran voce dai comuni mezzi di comunicazione di massa, in cui si predica in lungo e in largo per l’autonomia delle scelte, per la tutela dell’autodeterminazione del paziente, per il rispetto della volontà del sofferente o di chi lo rappresenta, per la necessità dell’approvazione di una legge che garantisca il confezionamento di disposizioni anticipate di trattamento, per l’adozione dei modelli esteri di scelte di fine-vita, nessuno sembra turbato dalle notizie che giungono dall’Inghilterra, cioè che una sentenza possa decidere dell’eutanasia non consensuale di un minore e per di più contro il volere dei suoi genitori.

Il caso è la perfetta e incontrovertibile dimostrazione che dietro la (pseudo)cultura della libertà senza vincoli si celano i pericoli della cultura dei vincoli senza libertà.

Il diritto di morire, reclamato come espressione della moderna e progredita civiltà, si trasforma, presto o tardi, in un dovere di morire.
La società che accetta il sessualmente diverso e la polimorfia dell’orientamento sessuale nel nome della tolleranza, è la stessa che non accetta la diversità del malato e non tollera il fardello – anche soltanto morale – che esso rappresenta attivando quest’ultimo nella coscienza gli obblighi di cura, di assistenza e di umanità a cui nessuno può rinunciare direttamente o indirettamente.

Meglio sopprimere il malato, dunque, ritenendolo non idoneo, e reprimere all’un tempo gli obblighi della coscienza, in favore di una mentalità dell’avere e del capriccio che intorpidisce il senso morale, poiché in nome della tolleranza si sacrifica la verità dell’essere umano.
Nulla di nuovo, del resto.

Storia, sì, ma storia dimenticata.

Il caso di Charlie Gard dovrebbe allarmare non solo in senso quantitativo, cioè perché il fenomeno dell’eutanasia infantile sta cominciando a propagarsi oltre i confini dell’Olanda in cui ha avuto ampia, ma circoscritta diffusione negli ultimi anni, ma anche e soprattutto in senso qualitativo, poiché segna il punto di non-ritorno verso la catastrofe, lo stesso che l’Europa ha già oltrepassato allorquando la sua cultura – atrofizzata, come quella attuale, da molteplici fattori come il positivismo scientifico e giuridico, il darwinismo sociale, l’ateismo scientifico, il nazionalismo che dettava la superiorità dello Stato sulla persona – ha voluto abdicare a tutta la sua tradizione e sapienza spirituale (in senso ampio e non strettamente religioso) condensandosi poi nei noti sistemi anti-umani dei totalitarismi del XX secolo.

Ritenere, soprattutto tramite la sacralità di una sentenza, che la vita un qualunque Charlie Gard non sia degna di essere vissuta e che perciò debba essere interrotta prima del tempo e del naturale decorso della malattia, significa sposare, pur inconsapevolmente, la mentalità di fondo dei più oscuri abissi che l’Europa ha già attraversato.

L’idea che un paziente che non possa essere guarito dagli attuali strumenti tecnici debba essere soppresso dimostra non soltanto tutta la retorica e la falsa modestia di chi in genere si fa paladino dell’eutanasia come esercizio della volontà personale e della libertà individuale, ma anche e soprattutto che si accettano quelle premesse culturali che hanno già condotto la civiltà occidentale all’autodistruzione.

Il diritto di vivere di Charlie Gard, e di tutti quelli che dopo di lui certamente seguiranno, infatti, non deriva né dalla capacità del medico di risolvere totalmente o parzialmente il problema patologico, né dal giudizio che qualunque giudice adito dovesse avere in merito, né dalla volontà dei genitori (che per di più in questo caso vogliono far sopravvivere il proprio figlio), né da un insieme di questi o perfino altri fattori.

Il diritto alla vita di Charlie Gard è legato soltanto al riconoscimento della sua umanità, cioè della sua natura, che non è diminuita in virtù del suo stato patologico e che nessuna sentenza può autorizzare ad ignorare.

Qualora si compisse questo passo fatale, tale non solo per il piccolo Charlie, ma anche e soprattutto per la civiltà del diritto nel suo complesso, il varco che non si deve oltrepassare sarebbe valicato, il limite che non si deve superare sarebbe sorpassato, il sigillo del “vaso di Pandora” sarebbe rimosso: disconoscere l’umanità del malato, significa, infatti, disconoscere l’umanità in quanto tale, cioè nel suo momento di massima vulnerabilità e fragilità empirica ed esistenziale, significa annullare arbitrariamente la rilevanza morale dell’essere persona, cioè porre le basi per una nuova shoah, in quanto, come ha notato Abraham Heschel, «l’annullamento morale conduce allo sterminio fisico».

Siamo consapevoli di questo rischio concreto? Siamo in grado di reggerne ancora il peso e la responsabilità? Siamo disposti a subire tutto l’orrore che si è già visto nel passato e per di più per opera di una sentenza?

L’indifferenza generale, oggi come allora, è all’un tempo la migliore e, ovviamente, la peggiore risposta ai suddetti interrogativi.

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