Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato su Tempi il 6 dicembre 2016

Titolo: “Il riscatto di Saviano. ‘Ho vinto la mia battaglia contro quei giornali’”. Sottotitolo: “I giudici in Appello ribaltano la sentenza su Gomorra”. Così la Repubblica di martedì 22 novembre. Riassunto delle puntate precedenti, che recupero dalle colonne dello stesso quotidiano: «Il primo grado. Nel 2008 parte la causa di plagio contro Saviano. La società Libra, editrice di due testate campane, pretende 300.000 euro di risarcimento. Il Tribunale rigetta la richiesta. Nel 2013, in appello, Saviano e Mondadori sono condannati al risarcimento: 60 mila euro. Lo scrittore ricorre in Cassazione, che accoglie e rinvia a nuovo collegio». La nuova puntata, quella del giudizio di rinvio, stando al titolo comparso a tutta pagina, avrebbe dato all’autore di Gomorra piena ragione.

Nella realtà è proprio così? Andiamo alla fonte. Che è la sentenza pronunciata in sede di rinvio dalla Corte di appello di Napoli: reca la data del 26 settembre 2016, ed è stata resa nota la scorsa settimana. Ne riprendo per intero il dispositivo: «In parziale accoglimento della domanda avanzata da Libra (…), condanna la società Arnoldo Mondadori editore s.p.a. e Roberto Saviano, in solido tra di loro, al pagamento in favore di Libra (…) della somma complessiva di euro 6.000 (…) a titolo di danni patrimoniali, per l’illecita riproduzione nei brani del libro Gomorra (alle pagg. n. 72 e 73, 142 e 143) degli articoli “Il multilevel applicato al narcotraffico” e “Ore 9: il padrino lascia la sua Secondigliano”, entrambi pubblicati sul quotidiano Cronache di Napoli del 17 settembre 2005, nonché per l’illecita riproduzione (alle pagg. 140, 141 e 262) in quanto priva dell’indicazione della fonte dell’articolo “Boss playboy, De Falco è il numero uno”, pubblicato dal quotidiano Corriere di Caserta del 17 gennaio 2005».

Dunque, la notizia è che il risarcimento del danno è stato quantificato in 6.000 invece che in 60.000 euro, non che Saviano non abbia copiato, nelle pagine indicate dai giudici, attingendo da quotidiani campani senza citare la fonte. È come se l’autore di un furto venga condannato nei gradi di merito a dieci mesi di reclusione e poi, dopo l’annullamento con rinvio della Cassazione, si veda rideterminare la pena in un mese di carcere: la sanzione è inferiore, ma sempre furto è. Nessun giornale si sognerebbe di parlare di “riscatto” del ladro e di “ribaltamento della decisione”.

Per Saviano la Repubblica opera un “ribaltamento” non delle sentenze che lo riguardano – non siamo ancora a questo –, ma certamente della verità dei fatti. Solo per Saviano? Più o meno negli stessi giorni papa Francesco ha firmato la lettera apostolica Misericordia et misera, a chiusura dell’Anno santo. Al paragrafo 12 del documento il Santo Padre scrive che «perché nessun ostacolo si interponga tra la richiesta di riconciliazione e il perdono di Dio, concedo d’ora innanzi a tutti i sacerdoti, in forza del loro ministero, la facoltà di assolvere quanti hanno procurato peccato di aborto. Quanto avevo concesso limitatamente al periodo giubilare viene ora esteso nel tempo, nonostante qualsiasi cosa in contrario. Vorrei ribadire con tutte le mie forze che l’aborto è un grave peccato, perché pone fine a una vita innocente. Con altrettanta forza, tuttavia, posso e devo affermare che non esiste alcun peccato che la misericordia di Dio non possa raggiungere e distruggere quando trova un cuore pentito che chiede di riconciliarsi con il Padre». Il testo è chiaro e non ha bisogno di chiose, bensì solo di preghiere di ringraziamento. Ma la Repubblica ha titolato “Assolvete medici e donne che abortiscono”, che non è esattamente quel che ha scritto il vescovo di Roma.

Morale della favola. Prima di partecipare al concorso Facebook su chi la spara più grossa – concorso sempre in atto, pur se non è ben chiaro che cosa si vince –, se abbiamo amore per la verità, andiamo sempre alla fonte. E se oltre ad amare la verità amiamo la Chiesa – i due amori in genere si tengono – il ricorso all’originale è ancora più doveroso.

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