Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato il 29 dicembre 2016 su La nuova Bussola Quotidiana.

 

Da decenni le mafie dedicano una cura particolare ai simboli e alle pratiche della religione cattolica. La cura cresce in alcune circostanze, e giunge all’apice col funerale. Questo accade perché nelle aree di più antico radicamento delle cosche il sentimento e la pratica religiosi sono ancora consistenti; e perché i mafiosi pretendono di dimostrare che la mafia è espressione autentica di quelle zone, anche attraverso i gesti di devozione dei loro capi. In tal modo la fede cattolica e i suoi segni più sacri sono piegati e resi strumento di acquisizione di consenso sociale. Nel funerale di un boss mafioso la cornice religiosa viene usata per mostrare il legame con la fede del popolo, e poi per esaltare nello specifico le gesta del defunto. E’ accaduto così a Roma, nell’estate dello scorso anno, per il funerale di un Casamonica; poteva accadere lo stesso per la Messa annunciata a Grumo Appula (Ba) in suffragio di Rocco Sollecito, ucciso il 28 maggio di quest’anno in un sobborgo di Montreal.

Su questo fronte si sono sviluppate negli ultimi anni sensibilità e reazioni in Sicilia, in Campania e Calabria, da parte delle Chiese locali, dei Pastori e delle persone oneste, lì dove cosa nostra, camorra e ndrangheta esistono da secoli, sono radicate e hanno formato mentalità e ambienti. Sono anni che in Sicilia e nelle regioni del Sud, Vescovi coraggiosi intervengono con efficacia sia a proposito delle infiltrazioni criminali nelle processioni, sia perché le esequie dei mafiosi si celebrino al di fuori di edifici religiosi importanti e senza concorso di folla. Questi Pastori hanno ben compreso che la mafia non è solo organizzazione di atti criminali, e che è riduttivo qualificarla criminalità organizzata: la prima si distingue dalla seconda perché ha a che fare con la cultura di un popolo, si sforza di mettersi in sintonia con i valori dominanti del sentire popolare, ne prende in prestito il linguaggio, attinge alle medesime simbologie. E di questo humus costituisce parte integrante la tradizione cattolica. Certo, la storia delle mafie è purtroppo attraversata da storie di preti e di religiosi accondiscendenti nei confronti dei mafiosi, ma non vi è stato solo questo.

Uno dei più feroci killer di mafia, Salvatore Grigoli, ha iniziato da tempo una collaborazione con la giustizia e ha raccontato che il suo esordio come boia di Cosa nostra è stata l’uccisione di don Giuseppe Pino Puglisi. “La Chiesa che conoscevamo è stata con noi sempre disponibile. – sono le parole di Grigoli – Intendiamoci. Non perché era collusa (…) magari perché noi offrivamo piccoli favori. Voglio svelare un piccolo aneddoto: nel raggio di appena due chilometri dalla chiesa di don Pino, c’era un’altra parrocchia e un altro prete. Nei momenti di bisogno veniva sempre da noi. Come quella volta che era stato fatto un furto in Chiesa. Gli abbiamo detto: ‘Padre, ora vediamo’. E poi gli abbiamo ricomprato tutto”.

Don Pino era diverso. “Padre Pino – spiega Grigoli – continuava a fare delle prediche, delle Messe contro la mafia forse perché si rendeva conto di quanto la gente sentiva il fascino della mafia. E allora cercava di allertare innanzitutto i giovani”.  Don Pino non era un prete ‘anti’; era un prete ‘per’. “Per” significa perfino, come lui era solito dire, “‘per’ i mafiosi, purché mostrino segni di ravvedimento”. Don Pino viveva col suo popolo, puntava alla pietà popolare; dal settembre 1990 iniziò a fare il parroco al quartiere Brancaccio di Palermo, sottoposto a una forte egemonia mafiosa. Non lanciava proclami. Non gli interessava la propaganda. Diceva ai più piccoli che l’onore lo si ottiene essendo fedeli ai propri principi e prendendo le distanze dai criminali; è riuscito a sottrarne parecchi al reclutamento mafioso.

Pochi mesi dopo la sua uccisione, il 9 maggio 1993, S. Giovanni Paolo II Papa, in pellegrinaggio in Sicilia, al termine della celebrazione dell’Eucarestia nella Valle dei Templi ad Agrigento, fa un discorso dal tratto diverso da quello consueto di un Pontefice che ha abbracciato gli ammalati di Aids, ha consolato i sofferenti, è andato a trovare in carcere il suo attentatore. Le parole che adopera hanno poco di cordiale, il tono è duro, il volume della voce crescente, le mani accompagnano lo scandire delle frasi. Dice dei mafiosi: “Questi che sono i colpevoli che disturbano questa pace portano sulle loro coscienze tante vittime umane. Devono capire, devono capire che non si permette di uccidere degli innocenti. Dio ha detto una volta: Non uccidere. Non può l’uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione, qualsiasi mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio”.

Papa Wojtyla non ha timore a pronunciare il termine “mafia”. Nel farlo la sua condanna è senza scampo: pone la mafia in conflitto col “diritto” alla vita, che è “santissimo” perché, prima che dell’uomo, è “di Dio”. E prosegue: “Questo popolo siciliano è un popolo talmente attaccato alla vita, che dà la vita. Non può sempre vivere sotto la pressione di una civiltà contraria, di una civiltà della morte. Qui ci vuole una civiltà della vita. Nel nome di Cristo crocifisso e risorto, di questo Cristo che è Via, Verità e Vita, mi rivolgo ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!”.

La severità della condanna non rappresenta l’eco di sentenze pronunciate in sede giudiziaria o civile: è religiosa e non concede spazio per comprensioni, pur se remote o di contesto. La sola strada che i mafiosi hanno di fronte a sé è quella della conversione; il “convertitevi!” non è un invito, è un ordine. Wojtyla insegna nel modo più chiaro che la “mafia” non è una semplice sommatoria di colpe individuali, ma una vera struttura di peccato. L’organizzazione del male propria dell’associazione mafiosa – questa è la novità del discorso di Agrigento – non ha solo un pur pesante disvalore civile, che richiede impegno e repressione dura e concorde da parte delle istituzioni: è qualcosa di qualitativamente più grave. Non un mero insieme di cadute frutto della debolezza dell’uomo, ma la preordinazione, la programmazione e la realizzazione di atti contro l’uomo. È un porsi contro Dio in modo non occasionale, per debolezza, ma voluto, pianificato e strutturato.

Esistono elementi di somiglianza fra la mafia e i regimi totalitari, e questo spiega perché S. Giovanni Paolo II ha parlato dell’una e degli altri con accenti non dissimili. L’una e gli altri pretendono di regolare nei dettagli la vita di coloro verso i quali estendono il potere, senza che nulla resti fuori. L’una e gli altri applicano le sanzioni più dure per ogni disobbedienza, e soprattutto quando qualcuno manifesta il desiderio di vivere in libertà. L’una e gli altri conoscono rituali, gerarchie del male, tecniche di seduzione e di intimidazione. L’una e gli altri alla fine mortificano anche fisicamente le persone con cui hanno a che fare, e riducono in miseria le terre nelle quali operano. L’una e gli altri cercano il consenso sociale, ben consapevoli di non reggere a lungo se fanno affidamento esclusivo sulla violenza e sulla minaccia. L’una e gli altri utilizzano realtà in sé buone, distorcendone il significato e la sostanza: pesiamo alle grandi manifestazioni di piazza o negli stadi proprie degli Stati totalitari, che surrogano la voglia naturale di esprimere comunitariamente una fede o un ideale.

Così nelle realtà mafiose la presenza visibile e rispettata nelle processioni o nei riti come il funerale coincide con il tentativo di appropriazione di taluni dei simboli del consenso e della vicinanza della popolazione. E’ quello che è sfuggito a un prete della provincia di Bari. Non crocifiggiamolo per questo: chiediamoci piuttosto come fare perché questa parte del Magistero della Chiesa sia conosciuta e apprezzata meglio.

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