Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato il 6 gennaio 2017 su Il Foglio.

La confusione è grande. Il ministro dell’Interno prospetta l’ampliamento dei posti disponibili nell’ambito dei Cie-centri di identificazione e di espulsione per rendere effettivi gli allontanamenti dei migranti irregolari dal territorio nazionale, e ipotizza un Cie per ciascuna regione. Dopo tre giorni una giovane ivoriana muore a Cona, vicino Chioggia, in un Centro di prima accoglienza sovraffollato. Alcuni governatori di Regioni a maggioranza di centrosinistra rifiutano l’apertura di un Cie sul proprio territorio e chiedono – insieme col presidente dell’Anci – la piena attuazione all’accordo raggiunto da qualche settimana fra il Governo e lo stesso Anci per ripartire i migranti per ciascun Comune italiano, in proporzione alla popolazione residente. Sono realtà diverse, che vengono  sovrapposte.

I Cie hanno la funzione di impedire che il migrante entrato senza titolo in Italia, che non abbia presentato domanda di asilo o l’abbia avuta respinta – soprattutto il migrante che si è mostrato socialmente pericoloso – si dilegui, e quindi impedisca l’espulsione. La permanenza nel Centro, che deve avvenir in condizioni di sicurezza, serve anche ad avere il tempo di identificare con certezza la persona da espellere e a ottenere il consenso al rientro da parte dello Stato di appartenenza. E’ fuor di dubbio che il potenziamento del circuito dei Cie vada in parallelo con la garanzia di standard di vivibilità al proprio interno e con una consultazione sulla localizzazione con le autorità del territorio. Ma se governatori di importanti Regioni italiane confermano la decisa opposizione a tale estensione conviene che completino il ragionamento. Conviene che affermino con chiarezza quel che ne consegue logicamente, e cioè che a loro avviso: a) nessuno dei soggetti che giunge in Italia in modo irregolare può essere espulso, b) al più può essere invitato ad allontanarsi volontariamente; c) se intende restare gli è consentito di farlo, pur se la sua identità è ignota. Conviene che lo dicano in modo onesto e aperto, pur se la loro posizione è contraria alle norme Ue e italiane, confermate da commissioni, governi e maggioranze di diverso orientamento. Sapendo che questa posizione abolisce la nozione di irregolarità, conferma l’incremento dell’effetto richiamo in Italia, concorda in modo esplicito con l’incremento annuale di 100.000 clandestini registrato negli ultimi 4 anni, al lordo di coloro che hanno utilizzato il nostro territorio solo come area di transito.

Sostenere – come qualcuno continua a fare – che la soluzione va trovata a monte, nei Paesi di origine, lavorando per la cooperazione e per creare condizioni differenti rispetto a quelle che determinano le migrazioni, significa dire qualcosa che in sé non è sbagliato, ma che ha un doppio limite: non spiega in concreto come si esplica la cooperazione in Eritrea o nelle aree della Nigeria controllate da Boko Haram; non spiega come regolarsi, in attesa che la cooperazione funzioni a pieno regime, nei confronti di chi è già arrivato e di chi continua ad arrivare

Diversa dai Cie è la funzione dei Centri di prima accoglienza e della rete di accoglienza diffusa sparsa sul territorio nazionale: lì ci vanno migranti che si fanno identificare e che presentano una domanda di asilo. Se i Centri sono sovraffollati e la rete fa fatica ad assorbire chi arriva ogni giorno è perché – al netto di ruberie, di abusi e di scarsa attenzione, che sarebbe ingiusto ritenere caratteristiche dell’intero sistema – ci sono tempi troppo lunghi per l’esame delle richieste di protezione. Nel 2016 sono sbarcati in Italia un numero di migranti pari a 50 volte quelli che sono arrivati via mare nel 2010: e però le Commissioni cui è demandato l’esame delle richieste non sono aumentate in modo proporzionale; sono poco più del doppio di sei anni fa. Ciò comporta che una decisione, di accoglimento o di rigetto, che sei anni fa interveniva dopo uno/due mesi, oggi giunge dopo non meno di sei mesi, ma spesso dopo un anno o anche di più. Nel frattempo il numero dei richiedenti asilo da alloggiare cresce e i posti diminuiscono; crescono in parallelo i costi del mantenimento di tante persone per tempi molto più dilatati e i disagi, che talora possono determinare condizioni incivili come a Cona. Si vuole evitare il ripetersi di tragedie come questa? Una soluzione è l’attuazione dell’accordo con Anci, nella consapevolezza che non sarà né rapida né indolore. L’altra strada, non alternativa, è moltiplicare le Commissioni asilo sul territorio, e nel contempo individuare corsie preferenziali in entrata – non è necessaria una istruttoria approfondita per riconoscere lo status di rifugiata a una nigeriana seviziata perché cristiana – e in uscita: che necessità c’è di istruire la richiesta di asilo proveniente da un giovane marocchino? Quale persecuzione c’è in Marocco? L’abbattimento dei tempi è condizione essenziale per evitare che decine di migliaia di persone restino per mesi, se non per anni, senza far nulla, in attesa di una decisione che potrebbe anche essere negativa, con tutti i problemi connessi.

Il fenomeno è complesso: sovrapporre espulsioni e accoglienza, Cie e centri per asilanti ne rende la gestione quasi impossibile. Sono certo che nessuno lo desidera, ma è il risultato dell’assenza di indispensabili distinzioni e della reiterazione di schemi ideologici che non reggono più.

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