Articolo dell’avv. Luca Basilio Bucca pubblicato il 10 ottobre 2016 su La nuova Bussola Quotidiana.

Come si è già osservato su queste pagine, il sistema istituzionale di uno Stato non si determina esclusivamente attraverso il disposto costituzionale, bensì pure – fra l’altro – con la legge elettorale. Per questo motivo è importante, analizzando la riforma costituzionale, guardare anche alle norme che regolano le elezioni.

Al momento non è ben chiara la sorte dell’Italicum. Il presidente del Consiglio non ne ha escluso modifiche, ma non assume alcuna iniziativa in proposito, rimettendo a quella di altri; mentre, come è noto, la Corte Costituzionale si pronuncerà dopo il referendum. Allo stato, la legge elettorale in vigore per per le prossime elezioni nazionali è la n. 52/2015 (c.d. “Italicum”), recante “Disposizioni in materia di elezione della Camera”: è stata approvata dal Parlamento al posto della legge n. 270/2005 (c.d. “Porcellum”), dichiarata incostituzionale, che disciplinava l’elezione sia della Camera che del Senato.

Per l’elezione dei membri del Senato oggi non esiste alcuna legge: è vero che essa sarebbe inutile nella vigenza della riforma costituzionale, visto che il Senato vien composto su indicazione delle Regioni. Tale scelta svela però non solo la presunzione di vittoria da parte dei sostenitori del Sì, ma anche la possibilità che questo vuoto legislativo possa essere usato come elemento di propaganda durante la campagna referendaria.

Il meccanismo elettorale dell’Italicum prevede un sistema proporzionale a doppio turno con ballottaggio, premio di maggioranza e soglia di sbarramento al 3%. Il territorio sarà suddiviso in cento collegi nei quali verrà designato un capolista, indicato anche sulla scheda elettorale, che potrà proporsi nel numero massimo di dieci collegi: se eletto in più collegi, potrà optare per uno di questi permettendo lo scorrimento della lista negli altri in favore del primo dei non eletti. L’elettore avrà inoltre la possibilità di esprimere un’ulteriore preferenza, o due se di genere diverso (un uomo e una donna). La lista – non la coalizione – che supererà il 40% al primo turno (caso non molto probabile), o arriverà prima con qualsiasi percentuale al ballottaggio tra le due liste più votate al primo turno, riceverà un premio di maggioranza equivalente al 55% dei seggi, escludendo i dodici seggi della circoscrizione estero, che non rientrano nel premio di maggioranza e verranno assegnati autonomamente.

Leggendo i dati delle elezioni precedenti in proiezione, per quanto operazioni del genere non siano mai precise e totalmente prevedibili, si può affermare che questo sistema elettorale porterebbe a premiare la lista più votata con una percentuale di seggi che potrebbe anche raggiungere o superare il doppio della percentuale, o addirittura il triplo, di voti effettivamente ricevuti, mentre tutte le altre liste si vedrebbero distribuire un numero di seggi percentualmente assai inferiore all’effettivo numero di voti ricevuti, dovendosi ripartire il restante 45% tra tutti i partiti che hanno superato il 3%.

Dal combinato dell’attuale legge elettorale e della riforma costituzionale emerge uno scenario nel quale il capo di un partito che realisticamente, anche in considerazione di una fisiologica astensione, potrebbe rappresentare meno del 20% dell’elettorato, si ritroverebbe in un quadro istituzionale fortemente centralista a ricoprire la carica di Presidente del Consiglio. Con un’opposizione frammentata e una società civile indebolita dal processo – non solo insito nella riforma – di disarticolazione dei corpi intermedi; con una maggioranza parlamentare “monoblocco” in grado di determinare l’elezione del Presidente della Repubblica e di controllare direttamente o indirettamente gran parte delle nomine relative alle posizioni apicali dello Stato, come Corte Costituzionale, Consiglio Superiore della Magistratura, Forze Armate, CdA della Rai, ecc.. In questo modo si altererà sensibilmente quel bilanciamento dei poteri che i costituenti nel dopoguerra hanno voluto porre per scongiurare la possibilità di derive autoritarie come quella fascista, da poco superata.

Proprio il fascismo esordì con la Legge n. 2444 del 18 novembre 1923 (cosidetta “Legge Acerbo”, dal cognome del promotore), che regolò le elezioni politiche del 1924: si trattava di un sistema proporzionale con premio di maggioranza pari a due terzi dei seggi per la lista che avesse eventualmente superato la soglia del 25% dei voti. A quelle elezioni la Lista Nazionale di Mussolini superò in ogni caso addirittura il 60% delle preferenze, seppure in un clima di brogli. Senza proporre alcun improprio paragone – sono certamente diversi i tempi e le persone -, il rischio prossimo, se vincesse il sì al referendum, è quello di un partito privo di un consenso popolare effettivamente legittimante che potrebbe fare approvare leggi anche impopolari o, peggio, inique con una facilità estrema, fuori da una piena dialettica democratica tra forze plurali adeguatamente rappresentative.

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