Articolo dell’avv. Francesco Farri* pubblicato il 6 ottobre 2016 su La nuova Bussola Quotidiana.

Se c’è una parola che, nella propaganda referendaria e nell’opinione pubblica, si presta a riassumere le ragioni del sì alla riforma costituzionale, questa sarebbe sicuramente il concetto di “stabilità”. Votando sì al referendum, l’Italia diverrebbe un Paese più stabile e, quindi, più efficacemente governato e, quindi, più efficiente .

Peccato che questo mito della “stabilità” non sia in alcun modo riconducibile, sul piano giuridico, alla riforma costituzionale cui viene associato. Non vi è bisogno di un particolare acume giuridico per avvedersi che, anche con il nuovo sistema costituzionale, se la legge elettorale della Camera fosse proporzionale, il Paese sarebbe “instabile” molto più di oggi. Appare quindi evidente che, se stabilità si produrrà, essa non dipenderà dalla riforma costituzionale – sulla quale, è bene ricordare, esclusivamente verte il referendum – ma eventualmente dalla sola legge elettorale.

Insomma, il cavallo di battaglia a favore del sì al referendum per la riforma costituzionale … non sta nella riforma costituzionale ma in una legge ordinaria, la legge elettorale, peraltro estranea all’oggetto del referendum stesso!

Ciò che sorprende in questo paradossale approccio non è tanto il fatto in sé che i politici cerchino di far passare il bianco per nero, cosa per cui ormai il corpo elettorale dovrebbe aver maturato sufficienti anticorpi. È il fatto – di una gravità inaudita – che per la prima volta nella storia della Repubblica la bontà della Costituzione venga fatta dipendere da una legge ordinaria squisitamente politica come la legge elettorale. Ed è il fatto che, negli approcci meno grossolani, tale allarmante promiscuità tra Costituzione e legge ordinaria venga addirittura ammesso senza ritegno, affermandosi che riforma costituzionale e legge elettorale “insieme stanno e insieme cadrebbero” .

Per questa via, la propaganda per il sì alla riforma costituzionale Renzi-Boschi, spacciando per meriti della riforma costituzionale valori che nulla hanno giuridicamente a che fare con essa, ma soltanto con una legge ordinaria, ha creato un clima surreale in cui, dandosi per scontato un presupposto (che, cioè, dalla riforma costituzionale dipenda la stabilità del Paese) in realtà assolutamente insostenibile, si moltiplicano agghiaccianti situazioni degne dei migliori romanzi di Kafka.

E così, minoranze della coalizione di Governo barattano rassicurazioni sulla rappresentatività parlamentare con cambiali in bianco su un terzo della Costituzione . E così il Capo elargisce disponibilità a riaprire la discussione sulla legge elettorale in cambio del giuramento di fedeltà sulla riforma costituzionale. Il tutto con serafica nonchalance, come se fosse naturale che, nel quotidiano mercanteggiamento politico, possa senza troppi complimenti essere utilizzato come merce di scambio politico anche un terzo della Costituzione della Repubblica.

In questo modo, la propaganda per il sì al referendum, poggiandosi su un presupposto clamorosamente mendace (attribuzione alla riforma costituzionale di “meriti” della legge elettorale), ha posto le basi perché, per la prima volta nella storia della Repubblica, fosse anche formalmente smantellata quell’aura di rispetto che ha finora salvaguardato i presupposti fondamentali del patto sociale incarnati dalla Costituzione. Si tratta di un fatto che riveste, già di per sé e come detto, una gravità inaudita e che getta anche un po’ di luce su quella che sarà la vita al tempo della nuova Costituzione Italiana targata Renzi-Boschi. Un terreno di contesa in cui nessuna certezza delle regole del gioco sarà più garantita di fronte al machiavellico politico. Un terreno di contesa in cui tutti potranno barattare tutto con tutto. Un terreno di contesa in cui a guidare la vita giuridica, economica e sociale del Paese non vi saranno più regole di fondo intimamente condivise, ma solo rapporti di forza tradotti in posizioni politiche. E se ciò si combina con lo schiaffo ai corpi intermedi che la riforma costituzionale perpetra, suggellandolo nell’arrogante clausola “vampiro” del nuovo comma 4 dell’art. 117, si ha una idea ancor più precisa di quale sarà il futuro della Repubblica Italiana post riforma Renzi-Boschi.

Se la bontà di una Costituzione si fa dipendere dal contenuto di una legge ordinaria, come incredibilmente sta prospettandosi per la riforma costituzionale Renzi-Boschi in rapporto alla legge elettorale Italicum, significa che sta tramontando la consapevolezza del valore della Costituzione rigida e sta tornando lo spettro di una costituzione flessibile (come fu lo Statuto Albertino), soggetta alle contingenti manipolazioni del politicante di turno.

E’ bene mettere in chiaro che l’Italia non ha bisogno di uno Statuto Matteino. Nemmeno in cambio del mito della “stabilità”. Sarà interessante seguire – e lo faremo – se e in quali termini l’Italicum verrà modificato, come ha mostrato di consentire negli ultimi giorni il presidente del Consiglio, proprio per il ruolo centrale che esso ha per la riforma costituzionale. Ci ritorneremo.

* Avvocato, Centro Studi Livatino

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