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Pubblichiamo il resoconto della seduta del 9 maggio della Camera dei deputati, dedicata alla discussione generale della legge Cirinnà.

 

XVII LEGISLATURA

Resoconto stenografico dell’Assemblea

Seduta n. 620 di lunedì 9 maggio 2016

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE ROBERTO GIACHETTI

La seduta comincia alle 15,30.

PRESIDENTE. La seduta è aperta.
Invito la deputata segretaria a dare lettura del processo verbale della seduta precedente.

ANNA ROSSOMANDO, Segretaria, legge il processo verbale della seduta del 2 maggio 2016.

PRESIDENTE. Se non vi sono osservazioni, il processo verbale si intende approvato.
(È approvato).

Discussione della proposta di legge: S. 2081 – D’iniziativa dei senatori: Cirinnà ed altri: Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze (Approvata dal Senato) (A.C. 3634) (ore 15,35).

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca la discussione della proposta di legge, già approvata dal Senato, n. 3634: D’iniziativa dei senatori: Cirinnà ed altri: Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze.
Avverto che lo schema recante la ripartizione dei tempi è pubblicato in calce al resoconto stenografico della seduta del 4 maggio 2016.

(Discussione sulle linee generali – A.C. 3634)

PRESIDENTE. Dichiaro aperta la discussione sulle linee generali.
Avverto che i presidenti dei gruppi parlamentari di Sinistra Italiana – Sinistra Ecologia Libertà, MoVimento 5 Stelle e Partito Democratico ne hanno chiesto l’ampliamento senza limitazioni nelle iscrizioni a parlare, ai sensi dell’articolo 83, comma 2, del Regolamento.
Avverto che la II Commissione (Giustizia) si intende autorizzata a riferire oralmente.
Ha facoltà di intervenire la relatrice, deputata Micaela Campana.

MICAELA CAMPANA, Relatrice. Presidente, illustrerò la relazione e chiedo la possibilità di depositare il testo scritto (La Presidenza lo consente sulla base dei criteri costantemente seguiti).
Presidente, colleghi, è con profonda emozione ed altrettanto orgoglio che oggi prendo la parola in quest’Aula. Il disegno di legge che stiamo per discutere ed approvare restituisce finalmente ai nostri concittadini omosessuali un bene loro sottratto da tanto, troppo tempo: la dignità di cittadini di questo Paese. Il percorso viene da lontano e condivide speranza e attese con le grandi lotte per i diritti civili. Il dibattito sul riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali è iniziato in queste Aule più di trent’anni fa ed ha visto protagoniste alcune donne coraggiose, tra cui voglio ricordate la senatrice Ersilia Salvato e la deputata Agata Alma Cappiello. Ci sono voluti più di trent’anni, alcuni dei parlamentari che siedono qui oggi non erano neppure nati, altri come me erano molto piccoli. Nel silenzio della politica, nuove generazioni di omosessuali sono cresciute e si sono formate, sempre più consapevoli dei loro diritti, sempre più innamorate e orgogliose della propria vita e della propria differenza. E con voce incessante e sempre più forte hanno continuato a chiedere a noi di fare nient’altro che il nostro dovere per le loro vite e con gli strumenti del diritto, verso un orizzonte condiviso di libertà, dignità e uguaglianza. Molte di queste persone non hanno potuto vedere questo giorno ed a loro rivolgo il mio pensiero, grato e commosso, perché nel dibattito di oggi in quest’Aula il loro sogno vive e continua ad ispirarci. Pacs, Dico, Didore: dietro queste sigle si nascondono migliaia di ore di discussione, di polemiche, mentre c’era una parte importante di cittadini in ascolto, con la speranza che l’attesa fosse finalmente conclusa, cittadini che attendevano di vedersi riconosciuti non solo nei doveri verso lo Stato, ma anche nei diritti.
Con questa legge diciamo a tanti di non nascondersi più, perché la loro vita gode della stessa dignità sociale degli eterosessuali, che i progetti di vita delle persone sono un valore per il nostro ordinamento democratico. Il disegno di legge che oggi finalmente approda in quest’Aula, dopo decenni di attesa, colma una lacuna ormai insopportabile del nostro ordinamento giuridico, una lacuna individuata dalla Corte costituzionale a partire dal 2010 e che è stata oggetto di una condanna al nostro Paese da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2015, soprattutto una lacuna avvertita come una vera e propria ferita da una parte importante del nostro Paese, da persone, coppie e famiglie rimaste per troppo tempo ai margini della comunità politica. A queste persone, a queste famiglie noi oggi diamo finalmente una risposta, una risposta certo iniziale, ma una buona risposta. Lasciatemelo dire con gioia e con commozione, perché la buona politica non dimentica le ragioni del cuore, quando riesce a cambiare in meglio la vita delle persone e a rendere più sereni i loro giorni. L’attesa è un esercizio di infinita pazienza, un non luogo, che permette sogni, illusioni, ansie e paure; la percepiamo come infinita, come eterna, eppure, per definizione stessa, è un tempo finito e chiuso, eppure per molti dei nostri cittadini è stata veramente infinita.
Hanno atteso per anni di vedere riconosciuto il loro diritto di amare, di costruirsi una famiglia, di allevare e accudire i propri figli. L’attesa ora è finita e con essa le discriminazioni; quei gesti che hanno portato sofferenza e dolore hanno trovato la loro fine, una fine per legge, una legge per l’uguaglianza. Quei gesti si ripeteranno – lo sappiamo – ma la nostra democrazia ha nel proprio DNA quegli anticorpi necessari per emarginarli e questa legge è uno di quegli anticorpi.
Stiamo mettendo via decenni di brutte figure; il disegno di legge in discussione è stato approvato solo poche settimane fa dal Senato della Repubblica, al termine di un percorso parlamentare iniziato nel 2013. La Commissione giustizia del Senato si è riunita settantadue volte sull’argomento, sono stati auditi moltissimi esperti e rappresentanti delle associazioni, sono state ascoltate le posizioni di tutti, anche quelle culturalmente distanti tra loro. Il provvedimento ha subito quattro riformulazioni e ha recepito i pareri favorevoli delle Commissioni affari costituzionali, della Commissione bilancio e del MEF. Sono stati mesi convulsi, caratterizzati dall’atteggiamento ostruzionistico di alcune forze politiche, che hanno tentato di ostacolare i lavori della Commissione e dell’Aula, presentando migliaia e migliaia di emendamenti.
Di fronte al rischio di veder compromesso l’impianto dei diritti e dei doveri garantiti dal disegno di legge, il Governo con coraggio ha scelto di porre la questione di fiducia presentando un maxiemendamento.
Il disegno di legge è poi approdato in Commissione giustizia, qui alla Camera, ed è stato oggetto di un esame accurato, di un dibattito acceso ed approfondito. Si sono svolte audizioni di esponenti delle associazioni e di giuristi esperti: 889 emendamenti sono stati presentati, discussi e respinti con gli strumenti della democrazia parlamentare. Nonostante l’ingente numero di emendamenti presentati, la presidenza della Commissione non ha ritenuto di dover utilizzare gli strumenti regolamentari, come ad esempio le segnalazioni da parte dei gruppi, che avrebbero consentito di ridurre il numero delle votazioni, che in molti casi hanno riguardato le medesime questioni affrontate però da diversi emendamenti, che si differenziavano tra loro solo per dei profili meramente marginali. Una gestione efficiente dei lavori della Commissione ha permesso di concludere l’esame degli emendamenti nei tempi rapidi e certi, richiesti dall’urgenza del tema e dalla lunghezza dell’attesa.
Fuori da queste Aule, il cammino del disegno di legge è stato seguito con passione dalla società civile, dai giuristi e dalle associazioni. Sapere che fuori ci sono italiani – sia chiaro: non solo omosessuali – che stanno aspettando questa legge, una legge per tutti, ci ha dato la spinta per andare dritti all’obiettivo.
Ai rappresentanti delle associazioni, a tutti quei cittadini che hanno seguito con passione e coinvolgimento la lotta per i diritti e che oggi assistono a questo dibattito, rivolgo a nome mio un sentito ringraziamento, perché è grazie alle loro vite e al loro esempio quotidiano che oggi arriviamo a questo traguardo. Oggi è il tempo dei diritti, di allargare l’orizzonte culturale di questo Paese, del nostro Paese, di dare piena cittadinanza a chi oggi ne è escluso; oggi è il tempo di essere legislatori, oggi è il tempo di osare.
Presidente, colleghi, il disegno di legge che stiamo per discutere assicura il riconoscimento della vita familiare delle coppie omosessuali attraverso l’introduzione di un nuovo istituto – l’unione civile tra persone dello stesso sesso – distinto dal matrimonio eterosessuale, ma su questo modellato, secondo criteri di ragionevolezza. Diverso è anzitutto il fondamento costituzionale dell’istituto: mentre, infatti, il matrimonio resta ancorato all’articolo 29 della Costituzione, l’unione civile trova il suo fondamento nell’articolo 2, che assicura la protezione dei diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali in cui trova svolgimento la sua personalità.
Fin dal 2010 la Corte costituzionale ha individuato in questa previsione la salda premessa per la tutela del diritto fondamentale delle coppie omosessuali a vivere liberamente una condizione di coppia. Alla radice costituzionale dell’istituto si affianca, poi, quella rappresentata dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, il cui articolo 8 viene ormai costantemente interpretato come clausola di riconoscimento e protezione del diritto alla vita familiare di tutte le coppie, siano esse etero od omosessuali.
Il diverso fondamento costituzionale rispetto al matrimonio non permette tuttavia di ignorare un altro importante riferimento costituzionale, che deve orientare la disciplina dell’unione civile. Mi riferisco all’articolo 3, che afferma il principio costituzionale di uguaglianza, declinandolo in termini di pari dignità sociale.
Pari dignità sociale, vale a dire uguale diritto di partecipare alla costruzione della comunità politica, anche attraverso le proprie scelte in materia personale e familiare. Proprio il riferimento all’articolo 3 ci ha imposto di limitare al minimo le differenze con il trattamento tra le unioni civili e il matrimonio perché, lasciatemelo dire, onorevoli colleghi, siamo perfettamente consapevoli che alla base della scelta di una coppia omosessuale di formalizzare giuridicamente il proprio rapporto di vita familiare pulsano gli stessi desideri e le stesse esigenze che animano la scelta di contrarre matrimonio.
In altre parole, onorevoli colleghi, come è stato ribadito anche nel corso delle audizioni, una cosa è il fondamento costituzionale dell’unione, che resta distinto da quello del matrimonio, altra cosa è il suo trattamento giuridico, che non può prescindere dalla rigorosa osservanza dell’articolo 3 della Costituzione.
Noi non togliamo, onorevoli colleghi, con questo provvedimento; noi estendiamo, a chi non ha, gli stessi diritti di chi ha già. Modellare l’unione civile sul matrimonio non vuol dire togliere valore al matrimonio; vuol dire riconoscere alla vita familiare omosessuale la dignità che le è propria, senza discriminare, perché qui non è solo di istituti giuridici che stiamo parlando ma della vita delle persone e delle loro concrete esigenze, di cui la politica deve farsi carico.
In questo quadro la proposta di legge prevede un’articolata serie di diritti ed un insieme corposo di doveri, disciplinando in modo completo i rapporti che sorgono tra le parti con la celebrazione dell’unione civile, dal diritto all’assistenza morale e materiale al dovere di coabitazione, dalla comunione dei beni alla pienezza dei diritti successori, dalle modalità di scioglimento dell’unione alla possibilità di assumere un cognome comune. La disciplina dell’unione civile accompagna la coppia in tutte le vicissitudini della vita in comune, tracciando un quadro di riferimento normativo stabile e certo.
Cuore pulsante del provvedimento e segno evidente dell’obiettivo antidiscriminatorio che esso si prefigge è il comma 20. Tale disposizione pone un’importante clausola di equivalenza, prevedendo che, ad eccezione delle norme del codice civile non richiamate e della legge sulle adozioni, ogni norma che contenga le parole «coniuge», «coniugi», «matrimonio» o espressioni equivalenti sia automaticamente applicabile alle parti dell’unione civile. Non è un provvedimento solo sui diritti, ma è anche sui doveri, sull’assunzione pubblica di un dovere verso il proprio partner. Crediamo che non ci sia nulla di più importante e virtuoso che assumersi responsabilità verso la persona amata. Abbiamo preso l’amore non solo attraverso un elenco di diritti, ma anche attraverso una serie di doveri che misurano l’impegno e pesano la responsabilità di due persone adulte, l’una nei confronti dell’altra.
Nel giugno scorso, dopo la sentenza della Corte suprema americana, che ha riconosciuto il matrimonio egualitario in tutti gli Stati, il Presidente Obama ha festeggiato con un tweet: «Love is love», l’amore è amore, aggiungendo: «È stata una conquista straordinaria. Persone comuni possono compiere azioni straordinarie. L’America dovrebbe essere fiera di loro».
Presidente, colleghi, la proposta di legge che discutiamo non si occupa solo delle unioni civili tra persone dello stesso sesso; essa dà una risposta anche a quelle migliaia di coppie etero ed omosessuali che, pur condividendo un progetto di vita sulla base di un legame affettivo, non desiderano dare adesso la formalizzazione massima derivante dal matrimonio e dall’unione civile.
L’ISTAT ci dice che sono 641 mila le coppie in cui uno dei due partner non è mai stato sposato. È evidente che il modello culturale è cambiato e che era necessario dare una cornice minima di diritti a queste coppie, tutelandole nei diritti più delicati della vita come può essere un ricovero ospedaliero, una malattia o, peggio, un decesso.
Non entriamo a gamba tesa nella vita di chi ha scelto di non unirsi in un vincolo, ma semplicemente costruiamo una cornice minima per non vedere i propri diritti negati. Per questo il provvedimento ha voluto allargare l’orizzonte rivolgendosi anche alle coppie di fatto. Anche in tali situazioni, infatti, l’esperienza ha mostrato un’esigenza di tutela dei diritti e di disciplina dei doveri nascenti dalla convivenza, specie per ciò che riguarda la protezione dei soggetti deboli. La proposta di legge, infatti, recepisce le conclusioni cui da tempo è giunta la giurisprudenza, ad esempio in tema di subingresso nel contratto di locazione, e introduce specifici diritti in materia di assistenza ospedaliera e carceraria, di accesso alle graduatorie per l’assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica e prevede anche la possibilità di delegare al convivente scelte fondamentali sulla salute.
Il provvedimento che ci apprestiamo ad approvare rappresenta la più grande riforma del diritto di famiglia dal 1975 ad oggi e segna il passaggio dal diritto della famiglia al diritto delle famiglie, dando riconoscimento giuridico alle diverse forme che può assumere l’umano desiderio di realizzare se stessi e la propria personalità in una comunità familiare.
Ognuno, onorevoli colleghi, fa famiglia dando voce alle corde più intime del proprio essere e ognuno nella dimensione familiare trova un’importante dimensione di realizzazione della propria umanità. Questa proposta di legge, senza intaccare il ruolo che il matrimonio ha assunto nella tradizione e nella vita della nostra società, è un inno alla bellezza della costruzione familiare, una costruzione che avviene anzitutto nella libertà e nella pari dignità sociale di ognuno. La famiglia si pone al crocevia tra libertà e responsabilità, ma ciò avviene, nel nostro Paese e nel nostro tempo, in molti modi e noi abbiamo il dovere di prenderne atto.
Lo storico Paul Ginsborg ha scritto che le famiglie sono uno dei fondamentali motori storici della società. Ecco, colleghi, questo provvedimento riconosce la ricchezza e la dinamicità dell’universo familiare, la pluralità delle scelte e delle esperienze che riassumiamo nel concetto di famiglia. Oggi, con anni di ritardo rispetto agli altri partner europei, ristabiliamo uno dei parametri democratici del nostro Paese, che vuole che tutti i cittadini abbiano pari dignità sociale. Alziamo quell’asticella che misura la democrazia e il grado di maturità di un Paese. Solitamente si ha paura dei cambiamenti, paura di perdere ciò che pare acquisito ed immutabile. Ma non è con questa proposta di legge: con essa noi vogliamo innovare, avanzare, camminare con dignità nel novero dei Paesi civili.
Noi siamo legislatori e non possiamo lasciarci ingannare dai pregiudizi, non possiamo essere ciechi e stolti innanzi alla storia. Noi operiamo nell’interesse supremo della Repubblica e dei suoi cittadini. Proprio per questo, mentre ci accingiamo a far compiere all’Italia questo importante passo nel segno della libertà e della pari dignità sociale, non posso e non voglio dimenticare chi è rimasto indietro: le famiglie omogenitoriali, quelle famiglie arcobaleno che finalmente il Paese sta iniziando a conoscere in tutta la loro bellezza, che è la bellezza luminosa dell’amore. Sono famiglie come tutte le altre, che vivono una quotidianità fatta di cura, affetti, preoccupazioni; famiglie che la nostra Costituzione abbraccia e tiene strette al cuore. Questo provvedimento mette in sicurezza – l’ultimo periodo del comma 20 – quella giurisprudenza che già riconosce quelle famiglie per quello che sono. A queste famiglie voglio dire con onestà: per me siete e rimarrete famiglie. Fate parte del presente e del futuro di questo Paese, che ha bisogno del vostro sorriso e della vostra energia. I vostri figli sono figli di questo Paese e non ci dimenticheremo di loro.
Presidente, colleghi, l’Italia si appresta a compiere un passo importante e sono felice che la nostra discussione si apre il 9 maggio, nel giorno dell’Europa, di un’Europa che, mentre vede tristemente innalzarsi nuovi muri, resta per noi soprattutto l’Europa dei diritti, una speranza di futuro, un orizzonte di senso per il presente. In questa Europa dei diritti l’Italia rientra oggi a testa alta, dopo un silenzio durato troppi anni. Il percorso della proposta di legge sulle unioni civili giunge al termine, ma la battaglia non si conclude qui. Il primo passo è il più difficile ma anche quello più importante, perché segna la direzione, il percorso e individua con certezza la meta. Permettetemi di rivolgere un pensiero a chi in questi decenni è rimasto troppe volte deluso dalle mete mancate, a chi ha subito offese pesanti per il proprio orientamento sessuale, a chi ha visto il proprio compagno o la propria compagna ammalarsi e morire senza poter essere parte di quelle decisioni che riguardavano la sua salute, a chi è stato ignorato dalle leggi dello Stato come parte di un progetto d’amore. A loro dico che, pur arrivando tardi, oggi questo traguardo lo dobbiamo anche a loro, alla sofferenza incalcolabile di chi ci ha preceduto nell’affermazione quotidiana della propria esistenza, quando molti hanno preferito puntare il dito o girarsi dall’altra parte erigendo muri tra le persone anziché prestarsi all’ascolto.
Mi rivolgo a tutti coloro che vengono discriminati dalle proprie famiglie, che non riescono ad accettare che la felicità dei propri cari possa conoscere declinazioni diverse da quelle considerate tradizionali. Ci sono strade inesplorate in ciascuno di noi e per qualcuno la via è più complicata e apre delle ferite profonde, che mettono in seria discussione l’amore viscerale di un padre e di una madre verso un figlio. Ancora oggi ci sono molti genitori che si sentono macchiati nell’onore quando scoprono l’omosessualità del proprio figlio, creando ferite laceranti che tradiscono quell’amore primordiale, il primo di cui siamo oggetto.
Con questa legge vogliamo dare un tetto più ampio a chi per il proprio orientamento sessuale ha sentito vacillare le proprie certezze, ma soprattutto vogliamo dare ai ragazzi e alle ragazze omosessuali di oggi e di domani una possibilità e una speranza di futuro, un futuro che finalmente vede i loro progetti di vita pienamente riconosciuti e tutelati dalla legge. Questa, onorevoli colleghi, è una legge di civiltà, una legge per tutti perché migliora la qualità della democrazia del nostro Paese. Andiamo avanti rivolgendo un ideale saluto a tutte le persone che sono morte sperando in una politica più celere per non passare un’esistenza nell’ombra. A loro vanno le nostre scuse ma anche il ringraziamento per aver contribuito a crescere generazioni sempre più consapevoli dell’eguaglianza dei diritti e del valore delle persone. A loro dobbiamo molto ma sappiamo che abbiamo posto fondamenta robuste e tracciato una via da cui non è più possibile tornare indietro. Oggi, onorevoli colleghi, la memoria della Repubblica è ferita ed ancora sanguina: il 9 maggio 1978, a poche centinaia di metri da qui, venne rinvenuto il cadavere di Aldo Moro. La sua colpa fu quella di aver scelto il futuro guardando oltre i muri delle divisioni, oltre gli steccati imposti dalle ideologie aprendo al dialogo. Così come allora sapemmo reagire con la fermezza del diritto, oggi siamo chiamati a fare altrettanto per riaffermare con forza che le divisioni ideologiche e di parte non possono mai essere superiori al bene primo: la pienezza dei diritti dei nostri cittadini. Scriveva Aldo Moro che il destino di ogni uomo – concludo – non è forse quello di realizzare in terra la giustizia ma di avere perennemente fame e sete della giustizia ma, aggiungeva, è pur sempre un grande destino. In questo cammino, in questo desiderio di giustizia restiamo immersi con l’impegno di tutte e tutti certi che da questo traguardo non ci sia più concesso tornare indietro (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. Il rappresentante del Governo si riserva di intervenire successivamente in sede di replica.
È iscritto a parlare l’onorevole Bazoli. Ne ha facoltà.

ALFREDO BAZOLI. Grazie, Presidente. Credo che per una volta l’enfasi che solitamente accompagna sempre i commenti che facciamo quando approviamo una nuova legge in quest’Aula, l’enfasi, gli aggettivi che si sprecano, la retorica, gli aggettivi come «storico» per una volta non sono fuori luogo. Infatti oggi ci accingiamo davvero a colmare una lacuna del nostro ordinamento che ci trasciniamo da troppi anni e che rende il nostro Paese non confrontabile con quelli a democrazia più avanzata. A me fa sempre impressione vedere in questi giorni, in queste settimane, la cartina sul tema del riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali che rappresenta la situazione della disciplina legislativa dei diversi Paesi a democrazia avanzata e vedere che, in quella cartina, il nostro Paese non c’è, vale a dire che noi rappresentiamo una specie di buco nero nell’ambito delle democrazie avanzate nel campo del riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali. Ed è per questo che oggi, che siamo alla vigilia dell’introduzione nel nostro ordinamento di una disciplina che finalmente riconosce questi diritti e questi doveri, credo davvero che si possa utilizzare l’enfasi e la retorica che un momento storico come questo meritano di avere. Voglio dire subito con chiarezza che arriviamo a questo traguardo in una legislatura che sembrava destinata a morire presto, una legislatura che sembrava destinata a durare poco e se arriviamo, invece, oggi a questo traguardo, ci arriviamo per la caparbietà, la tenacia, il desiderio, che è stato espresso, manifestato e portato avanti politicamente dal Partito Democratico, non solo di arrivare alla conclusione di questo iter legislativo, con il quale ci apprestiamo a riconoscere diritti e doveri che non sono mai stati riconosciuti nel nostro ordinamento, ma anche la tenacia e la caparbietà con la quale abbiamo trasformato questa legislatura da una legislatura nata zoppa in una grande occasione di trasformazione del Paese che comprende la trasformazione dei meccanismi istituzionali, la trasformazione socio-economica ma anche la trasformazione attraverso il riconoscimento di diritti civili che mai prima d’ora erano stati riconosciuti nel nostro ordinamento.
Credo che questo sia un grande merito che va riconosciuto alla grande intelligenza politica che ha avuto il Partito Democratico sia nel consolidare questa legislatura sia nell’avere il coraggio di mettere nell’agenda del proprio orizzonte politico le proprie scelte politiche: temi difficili, complicati, delicati come i diritti civili sui quali in passato il nostro Parlamento non era mai riuscito a raggiungere il traguardo. Quindi credo che questo sia un grande merito da riconoscere in particolare al Partito Democratico. Avevamo tre strade davanti per riconoscere i diritti e i doveri delle coppie omosessuali. Potevamo decidere di introdurre un’equiparazione al matrimonio eterosessuale; potevamo decidere di introdurre un istituto autonomo dal matrimonio o potevamo decidere di introdurre diritti e doveri singoli, autonomi, senza un riconoscimento ufficiale e pubblico della coppia omosessuale. Abbiamo scelto la strada che, secondo me, è la più corretta, quella più rispettosa del dettato costituzionale, quella più rispettosa della necessità di un riconoscimento pubblico delle coppie omosessuali, che ha anche una funzione pedagogica per il Paese, cioè abbiamo scelto la strada della introduzione di un istituto autonomo dal matrimonio con il quale si riconoscono i diritti e i doveri delle coppie omosessuali; una strada che ritengo corretta e rispettosa del nostro dettato costituzionale, dei valori della nostra Costituzione e, in particolare, del fatto che la nostra Costituzione riconosce una riserva e un’autonomia legislativa al matrimonio eterosessuale in ragione delle proprie peculiarità ma anche rispettosa della necessità, più volte ribadita anche dalla Corte costituzionale, di sanare quel vulnus del nostro ordinamento rappresentato dalla mancanza di diritti e doveri delle coppie omosessuali che costituiscono una formazione sociale da tutelare ai sensi dell’articolo 2 della nostra Costituzione, anche in ragione del fatto che per l’ordinamento rappresenta un valore il riconoscimento pubblico di un rapporto di coppia stabile tra persone omosessuali, tra persone dello stesso sesso. Ritengo quindi che questa sia stata la strada che abbiamo percorso in maniera corretta e che oggi rappresenta, secondo me, il punto di sintesi migliore tra il rispetto della nostra Costituzione, le esigenze di riconoscimento pubblico dei diritti e dei doveri delle coppie omosessuali e anche – credo – delle diverse sensibilità che ci sono all’interno del Paese. Per tale ragione ritengo che questa proposta di legge, per tali caratteristiche, può avere l’ambizione di essere un provvedimento che dura, che segna di sé il nostro Paese, che non è destinata a essere modificata o cambiata o stravolta a breve perché rappresenta il miglior compromesso possibile tra le diverse necessità ed esigenze che prima ho detto. Alcuni di noi – non devo nasconderlo – nell’iter legislativo che ci ha preceduto e, in particolare, durante la discussione che si è svolta al Senato, avevano formulato alcuni rilievi, alcune critiche sul testo che inizialmente era stato sottoposto all’attenzione del Senato. Avevamo in particolare sottolineato che ci pareva non ci fosse adeguata coerenza tra la disciplina della proposta di legge che era in discussione e l’impianto e l’impostazione che prevedeva l’individuazione e l’istituzione di un istituto autonomo dal matrimonio cioè avevamo l’impressione che il rimando continuo ed eccessivo alle norme del matrimonio rischiasse di essere incoerente con quell’impostazione e addirittura di mettere, in qualche caso, a rischio di eccezione di incostituzionalità quel testo. Avevamo altresì sollevato qualche dubbio in merito alla scelta che era stata fatta, alla tecnica legislativa che è stata individuata per la doverosa tutela dei minori che crescono nelle famiglie cosiddette omogenitoriali cioè il meccanismo della stepchild adoption perché ritenevamo che quel meccanismo, sia pure indirettamente o surrettiziamente, rischiasse di finire per legittimare la pratica che da noi è vietata e peraltro è praticata non solo dalle coppie omosessuali ma anche e, in particolare, da quelle eterosessuali: la pratica della maternità surrogata che riteniamo una pratica assolutamente censurabile, condannabile e non condivisibile.
Ebbene, io devo ammettere che le nostre osservazioni, i nostri rilievi critici, i nostri dubbi hanno trovato ascolto nell’iter e nel procedimento legislativo che ci ha portato fino a qui, sia sulla corretta individuazione dei diritti e dei doveri delle coppie omosessuali che si uniranno nelle unioni civili, cioè con l’eliminazione di alcune contraddizioni che si rilevavano nel testo iniziale e che rischiavano secondo me di mettere a repentaglio la coerenza di quel testo, sia con la scelta, che è stata una scelta forzata, dovuta anche alle difficoltà incontrate nell’iter parlamentare, di disciplinare il tema, la questione che riguarda i minori che crescono nelle famiglie omogenitoriali, a parte, cioè in un testo di legge a parte e in un contesto che ritengo il più adeguato ad affrontare quel tema, cercando anche di fugare dubbi e perplessità che alcuni di noi avevano sollevato circa la rivisitazione complessiva degli istituti paragenitoriali (affido, adozioni). Lì, in quella sede, si affronterà – ed è già stato incardinato in questa Camera – la discussione di quel progetto di legge di rivisitazione degli istituti paragenitoriali e quella è la sede io credo più idonea per affrontare anche quel tema.
Ed è per questo che io posso dire oggi con grande convinzione che questo testo di legge rappresenta a mio modo di vedere il miglior compromesso possibile che può rappresentare un grande passo avanti per il Paese. E voglio dirlo con grande chiarezza: io credo che oggi, con questo testo di legge, che riguarda non solo le coppie omosessuali che si uniscono nelle unioni civili, ma anche tante altre coppie, molte di più – e concludo, Presidente –, che convivono nelle convivenze cosiddette di fatto, la nostra legislazione si allinea a un’evoluzione e a un tragitto della società italiana che la società italiana ha già compiuto. Oggi noi ci allineiamo a quel tragitto e a quell’evoluzione che è già dentro la società italiana.

PRESIDENTE. Concluda, per favore.

ALFREDO BAZOLI. E questo ci consente di dire al mondo che l’Italia c’è, che l’Italia si sta trasformando e che l’Italia da oggi può guardare con grande fiducia alle sfide del futuro (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l’onorevole Agostinelli. Ne ha facoltà.

DONATELLA AGOSTINELLI. Grazie, Presidente. Lo scopo che il provvedimento in discussione oggi si propone è principalmente quello di individuare le tanto attese forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni di coppie dello stesso sesso. Si vorrebbe, con questa proposta, colmare un annoso ritardo sul fronte dei diritti civili. Già nel 2010 e poi nel 2014 la Corte costituzionale ha sollecitato il Parlamento a garantire l’uguaglianza anche delle coppie gay. La necessità di un intervento legislativo, poi, si è fatta più stringente a seguito delle prese di posizione anche della Corte europea dei diritti dell’uomo con la famosa sentenza Oliari, con la quale la Corte europea, appunto, ha condannato l’Italia perché la mancanza di riconoscimento per le unioni civili tra persone dello stesso sesso viola i diritti umani e in particolare il diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, sancito dagli articoli 8 e 12 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo e le libertà fondamentali.
Dunque, punto di partenza è la Convenzione europea, per la quale viene in gioco, non tanto l’aspetto direttamente matrimoniale, quanto il diritto alla vita privata e alla vita familiare. In precedenza, anche la Corte costituzionale, con la sentenza n. 138 del 2010, aveva segnalato e sottolineato la necessità di addivenire ad una disciplina che consentisse alle coppie formate da persone dello stesso sesso di vedere riconosciuta la loro relazione. La sentenza della Corte costituzionale, dunque, ha stabilito con chiarezza che vi era la necessità di disciplinare la materia. Le sentenze delle due Corti convergono su questo punto e sottolineano che ciò che deve essere assicurato alle parti sono l’assistenza morale e materiale, il mantenimento e i diritti successori. La CEDU non richiede che ciò avvenga attraverso la predisposizione di una disciplina matrimoniale, ma lascia alla responsabilità degli Stati le modalità con cui intervenire sulla materia in oggetto.
Ma al di là dell’enfasi e della retorica di cui si è fatto ampiamente sfoggio oggi, vanno esposte le molteplici criticità che, non solo il MoVimento 5 Stelle ha rilevato, ma che anche molti esperti, magistrati e docenti universitari convocati in audizione in Commissione giustizia, hanno sottolineato e che purtuttavia dalla maggioranza sono state pericolosamente ignorate.
È necessario, in primo luogo, ricordare che il testo in origine si componeva di due capi, rispettivamente intitolati «Delle unioni civili» e «Della disciplina della convivenza». Ma, poi, come risultato di uno dei tanti confusi compromessi al ribasso che caratterizzano la vita politica attuale, è stato trasfuso in una poco coordinata sequenza di commi di un unico articolo.
Anche le modalità, ormai note a tutti, con cui questo unico articolo è stato approvato al Senato sono state criticate persino dal Presidente della Corte costituzionale durante le audizioni in Commissione referente. La procedura presenterebbe, infatti, ad avviso dello stesso Presidente, forti sospetti di incostituzionalità per contrasto con l’articolo 72, che sancisce l’approvazione articolo per articolo dei disegni di legge con voto finale. Sarebbe stato pertanto opportuno che il testo fosse stato riformulato in articoli. Detta riformulazione sarebbe stata una garanzia del procedimento e della tenuta costituzionale della legge. Invece, pare che andremo proprio nell’opposta direzione e si vocifera, insistentemente ormai, di un’ulteriore quanto inopportuna fiducia.
Tutto ciò premesso ed entrando nel merito del provvedimento, bisogna in primo luogo evidenziare che nella proposta in oggetto, accanto ai commi sulle unioni civili, viene disciplinato anche un altro istituto, quello delle convivenze di fatto. Ora, se è palese e del tutto condivisibile la necessità di una valida proposta che tenti almeno di dare una risposta all’esigenza di tante coppie omosessuali, non è per nulla chiaro il perché sia stata ravvisata la stessa urgenza per disciplinare le convivenze di fatto, soprattutto considerando che proprio in questa seconda parte della PDL, si presentano le maggiori criticità e incongruenze.
Vorrei sottolineare, Presidente, che durante i dibattiti in Commissione queste criticità sembravano persino essere state condivise dai deputati della maggioranza, ma poi sono state puntualmente bocciate tutte le proposte emendative elaborate che avrebbero invece potuto migliorare il testo.
Occorre sottolineare che il MoVimento 5 Stelle, ben conoscendo la delicatezza del tema in oggetto e consapevole del fatto che in gioco ci sono i diritti umani, ha deciso di presentare un numero contenutissimo di emendamenti in Commissione. Le nostre proposte erano solo 24; 24 proposte in un fascicolo di oltre 800 emendamenti. E non erano emendamenti ostruzionistici, ma frutto di uno studio approfondito e di attenta riflessione. Volevamo migliorare il testo e rimediare, come dovrebbe fare ogni opposizione seria, alle incertezze e ai dubbi interpretativi che inevitabilmente un testo siffatto comporterà nella pratica.
Procedendo con ordine, bisogna rilevare che la tecnica redazionale usata è già di per sé criticabile. Per la disciplina in materia di unioni civili viene usato, infatti, frequentemente il rinvio alle norme del codice civile che disciplinano il matrimonio. Per altre disposizioni, invece, ci si limita a riportare, anche in maniera imprecisa e con stralci poco coerenti, le norme del codice.
Gli errori grossolani sono tanti e toccano molti dei commi, sia della prima, che della seconda parte della proposta. Una delle criticità rilevate e per la quale è stato presentato un emendamento specifico attiene al comma 3, dove vi è la mancanza di un rinvio all’articolo 112 del codice civile, rubricato «Rifiuto della celebrazione» e che dispone quanto segue: «L’ufficiale dello stato civile non può rifiutare la celebrazione del matrimonio se non per causa ammessa dalla legge». La mancanza di un rinvio all’articolo 112 del codice civile addirittura non consente all’ufficiale di stato civile chiamato a suggellare l’unione di rifiutarsi di farlo qualora manchino i presupposti di legge, prevedendosi, dunque, soltanto la sanzione della nullità per l’eventuale celebrazione delle unioni civili che non abbiano i requisiti richiesti.
Si potrebbe arrivare in questo modo ad un’impasse per la quale paradossalmente l’ufficiale non abbia la legittimazione per bloccare questo tipo di celebrazione, anche quando essa è evidentemente nulla.
La soppressione, nei commi 11 e 12, riproduttivi degli articoli 143 e 144 del codice civile, del riferimento all’obbligo di fedeltà e senza il consenso a quello di collaborazione, evidentemente deriva da una volontà di differenziazione direi ipocrita e paradossale dei due istituti, quello del matrimonio e quello delle unioni civili. Lo stralcio, avvenuto all’ultimo secondo, dell’obbligo di fedeltà, originariamente previsto nel testo Cirinnà, perde qualsiasi portata concreta, del resto, una volta eliminato il riferimento, nella regolamentazione della crisi dell’unione civile, alla disciplina della separazione personale, originariamente contemplata nell’articolo 6 del disegno di legge n. 2081, con la relativa possibilità di addebito.
Tuttavia bisogna dire che è evidentemente sfuggito al legislatore frettoloso dell’ultimo minuto che l’accezione che la giurisprudenza ha finito per dare col tempo all’obbligo di fedeltà ha una portata molto ampia, che non riguarda solo i costumi sessuali di coppia. Abbiamo ritenuto che questo avvenuto stralcio, probabilmente operato in maniera ancora una volta superficiale e frettolosa, fosse davvero poco sensato alla luce dell’interpretazione che viene data a tale obbligo di fedeltà.
Pertanto, anche a questo comma abbiamo provveduto a presentare delle proposte emendative miranti a reintrodurre l’obbligo medesimo anche per le coppie omosessuali, unitamente a quello di collaborazione, che nel testo in esame inspiegabilmente manca.
Va poi ribadito che nel corso dell’esame al Senato, che tante polemiche ha portato con sé, è rimasta totalmente in ombra la seconda parte del disegno di legge, cioè quella sulle convivenze di fatto, che, come anticipato poc’anzi, ha riscontrato il maggior numero di critiche da parte dei giuristi auditi. A tale parte manca, in primo luogo, il connotato dell’urgenza, che si ravvisa, invece, nella regolamentazione delle unioni civili, per cui sfugge la ratio di volerlo accorpare nello stesso provvedimento e in modo così superficiale. Rilevato che non si comprende la fretta che siffatta disciplina sconta, sarebbe stato pertanto auspicabile che fosse stata stralciata.
Abbiamo cercato di apportare delle modifiche migliorative al testo anche e soprattutto su questa parte; l’intera disciplina andrebbe, se proprio la si volesse, discussa con maggiore puntualità e attenzione. Dovrebbe essere oggetto di adeguata riflessione, poi, la pretesa stessa di pervenire ad una nozione unitaria di convivenza.
Le criticità sono tante e tali che lasciano dunque perplessi circa l’opportunità di introdurre queste disposizioni così come attualmente formulate. Tanto per cominciare la rilevanza della convivenza viene affidata alla ricorrenza del criterio anagrafico di cui all’articolo 4 del decreto del Presidente della Repubblica n. 223 del 1989, sulla falsariga di quanto previsto nella proposta in materia dei cosiddetti DICO, con ciò risultando destinata inevitabilmente a porsi in futuro la questione del trattamento delle convivenze estranee alla fattispecie oggi in esame formalizzata dal legislatore, per la quale quindi non sembra neppure più attagliarsi in maniera esclusiva la qualificazione di fatto.
Inoltre, la disciplina è rivolta solo a chi, da convivente, non si è legato ad un’altra persona in matrimonio o con unione civile. Questo denota davvero uno scarso senso pratico e molto poco buonsenso, perché spesso chi opta per questo tipo di legame lo fa anche perché è già sposato e attende i tempi legalmente previsti per poter divorziare.
Si è notato ed è stato fatto notare poi che, quanto ai presupposti, affinché una coppia di conviventi possa rientrare nel perimetro normativo della proposta in oggetto, per assurdo non vengono posti limiti ai vincoli di parentela o di affinità, come invece è previsto dal codice per il matrimonio.
Ma le criticità maggiori attengono certamente ai commi 46 e 49. Al comma 46 abbiamo riscontrato un grossolano difetto di coordinamento, poiché, non viene contemplata la parte dell’unione civile tra i soggetti tutelati nell’articolo 230-bis, dettato in materia di impresa familiare. Quanto disposto con il comma 49 attribuisce al convivente poi una posizione addirittura regressiva rispetto all’attuale orientamento della giurisprudenza in materia di risarcimento del danno conseguente da fatto illecito altrui nei confronti del convivente.
Il risarcimento del danno nell’attuale testo verrebbe disposto in favore del convivente solo se e come conseguenza del fatto illecito vi sia la morte del convivente e non viene fatto cenno a tutti quei casi, già tutelati invece in via giurisprudenziale, in cui il convivente abbia subito un danno diverso.
Anche qui le nostre proposte, volte ad evitare una disposizione regressiva e non adeguata a tutelare i diritti del convivente di fatto, sono state tutte bocciate in Commissione, ma le abbiamo ripresentate di nuovo oggi, così come tutte le altre.
Ultima, anche se non per importanza, è la criticità, che forse ci ha lasciati più perplessi, circa il comma 65.
Questa norma fa sorgere inevitabilmente il dubbio sul carattere inderogabile o meno della previsione del diritto del convivente, in caso di cessazione della convivenza, di ricevere dall’altro convivente gli alimenti qualora versi in stato di bisogno e non sia in grado di provvedere al proprio mantenimento. Dunque si attribuisce sic et simpliciter il diritto agli alimenti, diritto di regola non derogabile, anche al convivente di fatto. Ci chiediamo, così come è stato sollevato anche durante le audizioni, se questa disposizione non finisca per essere in realtà nociva per la parte debole della convivenza e non già più garantista per le implicazioni che in pratica si hanno nella vita delle persone.
Concludo, Presidente, con una riflessione quanto mai opportuna, anche alla luce dei recenti fatti di cronaca nera. Tutte le criticità che abbiamo evidenziato e che sono state esaminate sì, ma non accolte in Commissione, attengono ad un testo che vorremmo fosse migliorato. Tuttavia, ciò che si cerca di raggiungere in punto di diritto è davvero poca cosa, se rapportato al rispetto dei diritti umani che continuano periodicamente ad essere calpestati.
Apprendiamo sempre più spesso di casi in cui adolescenti e giovani donne e uomini sono vittime di discriminazione per i loro orientamenti sessuali. L’ultimo caso, quello di un ragazzo di soli diciotto anni, che si è tolto la vita perché non accolto e non accettato dalla sua famiglia adottiva in quanto gay. Ebbene, cogliamo l’occasione per tenere alta l’attenzione del Parlamento su questo aspetto non marginale; nessuno dovrebbe subire più questo tipo di pressioni tra le mura domestiche, a scuola o nella vita quotidiana. Rispetto alla frontiera di una conquista reale dei diritti umani e della lotta contro l’omofobia e la transfobia, siamo ancora troppo indietro. Le modalità attraverso cui passa l’esame della proposta in Aula oggi ne sono il sintomo chiaro: il compromesso al ribasso di una maggioranza traballante al Senato e poi l’approvazione, una volta, già con la fiducia. Ci auguriamo comunque che questa modalità non si ripeta anche qui alla Camera, fuggendo un serio e costruttivo dibattito nelle Aule parlamentari, ma credo proprio che, ancora una volta, non saremo ascoltati.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l’onorevole Binetti. Ne ha facoltà.

PAOLA BINETTI. Signor Presidente, illustri esponenti del Governo, colleghi, ci troviamo a discutere questo disegno di legge sulle unioni civili, sui diritti delle persone che compongono unioni civili, con particolare attenzione e rispetto nei confronti delle persone omosessuali, probabilmente alla vigilia dell’approvazione di questa legge che, se da un lato raccoglie un punto di forza com’è quello del rispetto delle persone, rispetto della persona, rispetto della sua libertà, rispetto delle sue scelte, compresa la scelta di vivere, di convivere nella misura in cui ritiene più opportuno, in omaggio all’articolo 2 della nostra Costituzione, che rispetta tutti i passaggi intermedi che possono rendere possibile e migliorabile lo sviluppo della personalità di ognuno di noi, pur tuttavia ci troviamo a discutere di una legge che non ha vissuto un autentico iter democratico. Questa è la prima osservazione importante che vogliamo fare e la facciamo con piena e totale consapevolezza. È l’iter stesso della legge che suggerisce di mettere in evidenza questo vulnus.
Se ci sono state discussioni, dibattiti che hanno indotto in qualche modo a intervenire sulla struttura e sull’architettura della legge, non sono stati fatti né nelle aule parlamentari, né nelle aule delle Commissioni. Cito, una per tutte, quello che è successo qui alla Camera, dove bisogna dare atto alla Presidente della Commissione giustizia di aver dedicato tempo e ascolto a tutti, peccato che niente di nessuno sia mai stato recepito.
Ora, appare statisticamente improbabile che non ci fosse nulla da salvare rispetto alle osservazioni che tutti i colleghi, a qualunque tipo di schieramento appartenessero, maggioranza, opposizione, a tutti i partiti, che non ci fosse nulla degno di essere salvato è statisticamente improbabile. Evidentemente la scelta a monte era la scelta di non toccare una legge, e questa legge non andava toccata perché c’era la concreta paura che il ritorno al Senato potesse costituire una sorta di tomba di essa; ma questa procedura ha espropriato la Camera dei deputati della sua possibilità di intervenire positivamente: è stata un’applicazione ante litteram di quella riforma che, se dovrebbe in qualche modo archiviare il Senato e le sue prerogative, in questo caso ha archiviato le prerogative della Camera.
Il vulnus di questa legge, che da un lato non ci ha permesso di intervenire per riconoscere quella dignità personale, quella dignità anche di coppia alle persone che scelgono di dare vita a formazioni sociali particolari, specifiche, nello stesso tempo ci obbliga ad incamerare altre parti della legge che francamente avrebbero costituito per noi un elemento su cui saremmo volentieri intervenuti per descriverle in modo diverso, per leggerle in modo diverso, per riproporle in modo diverso.
Voglio citare alcuni passaggi concreti, nei minuti che ho a disposizione: quando si fa riferimento, con quella concretezza, con quella particolarità, alla specifica formazione sociale, bisogna cercare di capire perché, se si tratta di una formazione sociale specifica, alla quale intenzionalmente non si dà il nome di matrimonio e che si cerca di mantenere sotto la specie «etichetta» la differenza che non si tratta tantomeno di un matrimonio egualitario (ma su questo tornerò), viceversa l’articolo 20 ribadisce in tutti i modi possibili e immaginabili che di fatto tutto ciò che si dice del matrimonio può essere nello stesso modo predicato di questo tipo di unioni. Insisto, unioni specifiche: la specificità non la si intravede da nessuna parte ! Dice, infatti, l’articolo 20: «Al fine di assicurare l’effettività della tutela dei diritti e il pieno adempimento degli obblighi derivanti dalle unioni civili tra persone dello stesso sesso, le disposizioni che si riferiscono al matrimonio e le disposizioni contenenti le parole “coniuge”, “coniugi” o termini equivalenti, ovunque ricorrono nelle leggi, negli atti aventi forza di legge, nei regolamenti, nonché negli atti amministrativi e nei contratti collettivi, si applicano anche ad ognuna delle parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso». Signori, questo non è il matrimonio egualitario, ma questo è il principio di quella possibile evoluzione di questa realtà sociale specifica verso un matrimonio egualitario !
In questi termini si è espressa la relatrice pochi minuti fa nel suo intervento, dicendo: signori, questo è solo il primo passo; certamente, ha aggiunto, il primo passo è il passo più importante, ma è solo il primo passo. Ecco, questo rappresenta un ulteriore vulnus nella nostra capacità di disporci davanti a questa legge, e quindi anche nella nostra capacità di valutare la possibilità di votare in un modo o in un altro.
Perché dico questo ? Perché, signori, se questo è solo il primo passo, allora questa legge si legge in un certo modo, allora gli impegni che stiamo assumendo votandola assumono una determinata portata ! La collega Campana, poco fa, oltre a parlare di matrimonio egualitario, ha parlato anche della stepchild adoption, quella specie di inno all’accoglienza del bambino: tutti noi siamo dalla parte dei bambini, ma è proprio perché siamo dalla parte dei bambini che riteniamo che il primo diritto di un bambino sia il diritto alla famiglia e riteniamo che il diritto alla famiglia abbia il suo fondamento naturale nella presenza di un padre e una madre, e che sottrarre il bambino a questo, che è il suo diritto, rappresenti un abuso di autorità. Questi sono aspetti importanti !
Quindi, noi possiamo anche rallegrarci che, solo pochi giorni fa, in quest’Aula si sia approvato all’unanimità il «no» alla maternità surrogata. Abbiamo approvato un «no» chiaro, determinante, con parole di fuoco, dette da destra, da sinistra, dal centro, rispetto all’utero in affitto; peccato che la collega Campana ci dica: ma non vi preoccupate, signori, questo è solo il primo passo !
Tranquilli ! Tranquilli ! Vedrete ! Voi giovedì la approvate, il Presidente del Consiglio lo ha già promesso, giovedì ci sarà la legge; è vero, ci sono queste due piccole cose che non piacciono a molti di voi, non è un matrimonio egualitario, ma avete visto che noi nell’articolo 20 più di quello che abbiamo scritto non avremmo potuto scrivere. E poi, per quello che riguarda la stepchild adoption, è stata una concessione che abbiamo dovuto fare ai nostri alleati di Governo, perché hanno insistito tanto, il presidente Lupi ha insistito in tutti i modi possibili e immaginabili a nome del gruppo di Alleanza Popolare, perché non… Ma cosa volete fare ? Non vi preoccupate: al prossimo giro ci sarà anche la stepchild adoption. Ma quella mozione che all’unanimità la Camera ha approvato dicendo «no» ? Ma sì, faremo un’evoluzione culturale diversa, la maternità surrogata la leggeremo come l’abbiamo sentita raccontare proprio ieri a proposito della festa della mamma, in cui invece di festa della mamma si parla della festa di chi ti vuol bene. Ma cosa vuol dire maternità ? In fondo vuol dire solo questo, che ti vogliono bene; e se ti vuole bene tutto il resto non c’entra ! E quindi questa legge in realtà è un grosso percorso ad ostacoli.
Dico la sincera verità, noi avremmo voluto che il Presidente Renzi non avesse messo la fiducia: ritenevamo e riteniamo che la forza, la presenza, la compattezza, la coerenza di cui il Partito Democratico sa dare scienza di sé in tante occasioni…

PRESIDENTE. La invito a concludere.

PAOLA BINETTI. Un secondo ancora, Presidente. Avrebbe garantito lo stesso i voti; ma il Presidente Renzi non si è fidato dei suoi ! Straordinario episodio di fragilità e di debolezza. Ora noi chiediamo che il Presidente Renzi dica: signori, questo è il massimo di quello che avremmo potuto concedere, e più di questo non ci sarà. Non ci sarà matrimonio egualitario, anche se la collega Campana non me ne voglia, fa la relatrice di questa legge; ma non ci sarà il matrimonio egualitario ! Sì, è vero, l’articolo 20 è formulato così, ci si potrà inserire nelle maglie di questo, ma non ci sarà. Non faremmo rientrare la stepchild adoption in virtù di un sentimentale inno all’amore materno, chiunque sia che lo esercita: una specie di affettività universale che espropria la specificità, questo sì !, la specificità della relazione madre-figlio. Non lo faremo !
Non so se il Presidente Renzi avrà il coraggio di utilizzare, anche a vantaggio di quella popolazione forte, compatta e motivata che va sotto il nome di popolazione del «family day», queste garanzie che dicono: basta, con questo abbiamo dato; perché altrimenti, se dovesse invece essere… E non potrebbe che non generarlo questo dubbio, posto che la relatrice, le due relatrici sono state molto «pesanti» nelle loro affermazioni, sia al Senato che adesso la collega Campana. Molto pesanti le affermazioni, perché dicono: è così ma non è così, vedrete che sarà così ! Ecco, noi vorremmo che il Presidente Renzi desse assicurazioni forti, perché questa non è più una legge di iniziativa parlamentare: il famoso maxiemendamento è un maxiemendamento del Governo, e quindi dal Governo venga la garanzia.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l’onorevole Costantino. Ne ha facoltà.

CELESTE COSTANTINO. Signor Presidente, tanto si è detto nel corso degli anni, tanto si è detto soprattutto in questi mesi in cui un disegno di legge sulle unioni civili, buono o insufficiente che sia lo dirò nel corso del mio intervento, finalmente ha iniziato il suo iter anche nel Parlamento italiano. E forse la prima riflessione andrebbe fatta proprio su questo: perché il nostro Paese è arrivato con così tanto ritardo a questo appuntamento ? È il nostro Paese in ritardo, o è la politica che lo rappresenta ? Tendo a credere che come al solito il problema siamo noi: la qualità del nostro dibattito, l’incapacità di non ridurre tutto ad una tifoseria, il male di semplificare sempre tutto, la volontà strumentale di dividere il mondo in conservatori e progressisti.
In questo caso, rispetto alle unioni civili, con tutto ciò che ne comporta, c’è un peccato originale, di cui neanche la sinistra è stata capace di liberarsi fino in fondo: e cioè l’idea che questa difficoltà sia normale, perché di fronte a temi definiti etici, sono comprensibili le divisioni, le trasversalità, la mancata ideologizzazione; sarà vero ? O forse anche questo è frutto di una scorciatoia, di una mancanza di responsabilità, di un vuoto di analisi, di assenza di elaborazione vera su ciò che, oggi, è la biopolitica. Perché, appare oggettivo il riconoscimento del diritto a lavorare e non il diritto ad amarsi, perché nella gerarchia dell’umano il sociale dovrebbe avere il primato sul civile, perché questa materia può essere risolta con la libertà di coscienza ? Io penso che spesso, dietro a questa modalità si cela banalmente un disconoscimento, in alcuni casi un vero e proprio negazionismo, in altri un riconoscimento parziale della realtà. Se non accetti l’esistenza dell’amore tra due persone dello stesso sesso, non gli riconoscerai neanche la legittimità di vedere formalizzata la propria relazione; se ti sei rassegnato ad accettarlo, tenderai a proporre il minimo sindacale, quindi, per esempio, sì alle unioni civili, no ai matrimoni; se la parte politica in cui ti trovi ti impone culturalmente di sostenere la pienezza di quell’unione ecco che si entra in crisi quando a questo bisogna aggiungere la presenza dei figli e il concetto di famiglia. Tutto questo avrà pure a che fare con la coscienza di ognuno di noi, ma non rispetto all’espressione di un voto, ma rispetto alla dimensione sovrastrutturale che si è stratificata nel tempo e che ostacola, semplicemente, la visione della realtà e il legislatore non dovrebbe sfuggire mai davanti alla realtà, ma ne dovrebbe prendere atto e dovrebbe normarla. Così la pensava nel lontano 1996 Nichi Vendola quando presentò i primi disegni di legge, chiaramente mai discussi, e poi i successivi tentativi, strampalati e non, che si sono susseguiti. In principio furono i Pacs, poi i Dico, i Didoré, innumerevoli le volte nelle quali la politica ha tentato, senza successo, di regolamentare le convivenze di fatto tra coppie eterosessuali e omosessuali. Nel frattempo, però, come purtroppo accade spesso, mentre la politica non riesce a trovare la quadra, la Corte costituzionale, invece, ci mette davanti a delle sentenze e nel 2010 afferma che in base all’articolo 2 della Costituzione va riconosciuto anche alle coppie omosessuali il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone il riconoscimento giuridico, con i connessi diritti e doveri. E dal 2013 il consiglio nazionale del notariato permette la stipula dei cosiddetti contratti di convivenza: chi vuole può andare davanti al notaio e stabilire le regole della propria convivenza, soprattutto dal punto di vista patrimoniale; ma la politica nazionale continua a non farcela, allora gli enti locali decidono di attrezzarsi da soli, oltre 200 comuni di tutta Italia istituiscono i registri delle unioni civili. Invece di prendere esempio, invece di capire che questa pressione dal basso richiama ad una enorme mancanza di legislazione nazionale, scoppia la polemica del 2014 quando, a Bologna, Roma e Milano, i sindaci tentano di iscrivere nei registri anche i matrimoni omosessuali celebrati all’estero. In una circolare il Ministro dell’interno Angelino Alfano chiede subito la cancellazione delle trascrizioni, ma l’allora sindaco di Roma Ignazio Marino sfida la circolare e trascrive i matrimoni; interviene il prefetto di Roma che dispone l’annullamento, la stessa cosa accade a Bologna, ma alcune coppie fanno ricorso al TAR del Lazio e vincono. Che imbarazzo, che imbarazzo ! Un Ministro dell’interno che non solo produce una circolare per ostacolare quello che lui insieme ad altri avrebbero già dovuto normare, ma si prende pure lo schiaffo in faccia perché la sua circolare davanti ai giudici è illegittima.
Sono trent’anni che nel nostro Paese si parla di unioni civili; nel frattempo le coppie italiane che vivono sotto lo stesso tetto senza essere sposate sono oltre 900.000, dati Istat, ma parte di questo Governo, formato dal Partito Democratico e dal Nuovo Centrodestra, non li considera portatori di diritti e questo non vale solo per il partito di Angelino Alfano che su questo, come su tanto altro, ne fa una questione identitaria, una questione di sopravvivenza partitica, ma vale anche per un pezzo del PD a cui dobbiamo lo stralcio della stepchild adoption in Senato, a cui dobbiamo il paradosso di un dibattito che ci saremmo volentieri risparmiati alla luce del calvario italiano e del vergognoso ritardo europeo.
Non è un caso se questo provvedimento è arrivato dopo la vittoria del «sì» nel referendum irlandese sui matrimoni omosessuali e sempre nel 2015 arriva la condanna di Strasburgo all’Italia: riconosca i loro diritti, ci chiede la Corte europea dei diritti dell’uomo, dichiarando la violazione del nostro Paese dell’articolo 8 della Convenzione dei diritti umani, quello sul diritto al rispetto della vita familiare e privata. Il giudizio è stato emesso all’unanimità e noi, invece, cosa facciamo ? Il testo del Partito Democratico elimina ogni riferimento al matrimonio per mantenere la pax di governo e successivamente dal testo originale vengono fatte sparire sia la stepchild adoption sia l’obbligo di fedeltà; non solo, viene inserita la separazione lampo davanti all’ufficiale di stato civile e, circa le adozioni, resta valido ciò che è previsto dalle attuali norme. Senza dubbio, quindi, per il Nuovo Centrodestra si tratta di un ottimo risultato. Angelino Alfano è riuscito ad arginare il rischio delle adozioni e a cristallizzare la separazione tra unioni civili e matrimonio. I 5 Stelle, dal canto loro, si erano detti favorevoli al disegno di legge Cirinnà, ma contrari al super canguro, cioè l’emendamento del renziano Marcucci per tagliare le oltre 5 mila proposte di modifica, quindi, quale migliore occasione per poter fare un bel passo indietro ? Il PD gli ha risolto il problema, offrendoglielo pure su un vassoio d’argento, così, con la scusa di non voler violare i Regolamenti e affrontare tutti gli emendamenti in discussione parlamentare, i grillini hanno accontentato la destra del loro elettorato; rischiavano di scontentare la pancia del loro partito e così hanno salvato tutto, il mascheramento è davvero straordinario. Insomma, e mi avvio a concludere, ci sono state sessantanove sedute in Commissione e settimane intere di discussioni che hanno mandato alla Camera un testo stravolto e insufficiente. Il Governo ha deciso di porre la fiducia sul disegno di legge Cirinnà, stralciando il capitolo V sulla stepchild adoption, un testo di fatto ostaggio dei neocentristi che, pur pesando elettoralmente l’1 per cento, politicamente sono riusciti a giocare bene le loro carte. E come si è giustificato tutto questo ? Come si giustifica l’assenza di garanzie per i bambini e le bambine delle coppie omosessuali ? Con una volgare, ignorante, oscena discussione sulla gravidanza per altri che loro amano definire – come ho ascoltato pure poco fa – utero in affitto. Dopo la crociata della teoria del gender, in pochi mesi hanno tirato su la crociata inesistente sulla maternità surrogata. Quando qualcuno gli fa notare che in Italia è già illegale, allora il tema diventa bandirla universalmente, ergerci a difensori degli uteri intergalattici, superando di gran lunga i limiti del ridicolo. E adesso siamo arrivati qui alla Camera; cosa succederà qui non è dato sapere, sarà come al solito una lotteria, peccato che questa roulette non abbia a che fare con una singola realtà politica, con quel singolo partito, compreso Sinistra Italiana, ma abbia a che fare con le persone in carne ed ossa, quelle persone a cui riconosciamo sensibilità, di cui abbiamo sempre un amico da portare come esempio antiomofobo, di cui riconosciamo estro nella moda e particolari doti artistiche, ma a cui non affideremmo un bambino e a cui neghiamo la possibilità di potersi sposare. Cosa faremo noi ? E chiudo davvero; ascolteremo, ci faremo carico della complessità e della deriva che questo provvedimento, purtroppo, ha già preso e, alla fine, decideremo, con una consapevolezza e una considerazione amara, però, che a prescindere dall’esito che avrà il nostro voto e il risultato finale, purtroppo questo Parlamento ha comunque già perso l’occasione più bella, quella di porre fine a un torto la cui memoria si è persa nel tempo e nello spazio: l’occasione di sentirci pienamente utili e importanti per tanti cittadini e tante cittadine, la commozione di sentire addosso il cambiamento del corso delle cose. Ecco, questo ce lo siamo già persi, la festa è già finita; adesso ci rimane un passo, importante, per carità, fondamentale, ma privo della bellezza del passaggio storico che questo provvedimento avrebbe meritato. E la politica, invece, ha bisogno della bellezza nello sguardo di chi la fa e di chi la riceve e noi a questo non ci rassegniamo e non ci rassegneremo mai (Applausi dei deputati del gruppo Sinistra Italiana – Sinistra Ecologia Libertà).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l’onorevole Marguerettaz. Ne ha facoltà.

RUDI FRANCO MARGUERETTAZ. Presidente, cosa c’è o meglio cosa dovrebbe esserci all’origine di questo provvedimento ? Dovrebbero esserci delle necessità, dei bisogni non soddisfatti delle persone conviventi. Abbiamo sentito parlare per anni di difficoltà, quando non di impossibilità, di andare a trovare il proprio partner in ospedale, in carcere, andare a ritirare il bambino del partner a scuola, subentrare, in caso di decesso del partner, nella concessione di un alloggio popolare, tutte necessità alle quali non solo si poteva ma si doveva dare risposta; io sono più che mai convinto dei diritti delle persone conviventi. Si poteva dare risposta, ed ero così convinto di questa necessità che mi è sembrato doveroso, da parte mia, sottoscrivere la proposta di legge che vedeva come primo firmatario l’onorevole Pagano (insieme a me la sottoscrissero un’ottantina di colleghi), ma piuttosto che seguire quella strada, cioè cercare di dare delle risposte puntuali a dei problemi concreti che si erano evidentemente posti, si è preferita un’altra strada, e si è arrivati alla proposta Cirinnà. C’è stato un cambiamento di rotta deciso: si è passati da un approccio pragmatico a queste necessità ad, ahimè, un approccio decisamente ideologico, si è voluto cioè creare l’istituto delle unioni civili e, in una maniera molto rapida – non so quanto efficace ma certamente rapida – si son traslati tutti quelli che erano i diritti e i doveri delle famiglie sulle unioni civili. Domani parleremo di Costituzione – ci sarà l’esame della questione pregiudiziale –: non so se questa proposta va contro la Costituzione, sicuramente – permettetemi l’espressione un po’ forte – se ne fa beffa. Perché se ne fa beffa ? Perché è evidente che l’impianto di questa legge rimanda completamente all’articolo 29 della Costituzione, e invece, poi, si fa riferimento all’articolo 2, che nulla ha a che vedere con il contenuto di questa legge. Infatti, in che cosa si differenziano le unioni civili dall’istituto familiare ? In nulla, qualche collega l’ha ricordato, anche con una certa ilarità, forse; l’unica differenza sta in quell’obbligo di fedeltà che non viene richiesto alle unioni civili, in tutto il resto, ripeto, si tratta di una traslazione di diritti e doveri. Si è quindi partiti da un approccio pragmatico, serio, concreto, e si è arrivati ad una deriva ideologica che si riassume in quel love is love, come abbiamo sentito, ma se love is love, se tutto è famiglia, niente sarà più famiglia; ma se niente sarà più famiglia, ad essere discriminata da questa proposta di legge sarà proprio quella famiglia, l’unica prevista dalla Costituzione, cioè non la famiglia tradizionale come qualcuno forse malignamente la definisce oggi, associando la parola «tradizionale» a vecchia, sorpassata e quant’altro, ma, come recita la Costituzione, una famiglia naturale fondata sul matrimonio.
Concludo con un passaggio più politico che di contenuto. Abbiamo sentito che sarà posta la questione di fiducia, ma una fiducia su questo provvedimento è decisamente fuori luogo – mi costa dirlo ma è così – per tre motivi sostanziali: alla Camera c’è una maggioranza molto ampia; secondo motivo, questa è una legge di iniziativa parlamentare, il Governo doveva astenersi dal porre la questione di fiducia su una delle poche leggi di iniziativa parlamentare; il terzo punto è che si tratta di un tema etico, che dovrebbe vedere la più ampia libertà di coscienza dei singoli deputati. È proprio per questi motivi, in particolare per questa libertà di coscienza che rivendico, che, se sarà confermata la questione di fiducia – come credo – il sottoscritto, che l’ha sempre garantita al Governo, su questo passaggio parlamentare la sospenderà.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l’onorevole Molteni. Ne ha facoltà.

NICOLA MOLTENI. Presidente, intervengo a nome del gruppo della Lega facendo alcune considerazioni su questa proposta di legge. Innanzitutto, ringrazio il collega Marguerettaz, che è stato il primo parlamentare che, intervenendo in questo dibattito, ha tentato un po’ di squarciare quel velo di ipocrisia e di buonismo legato al pensiero unico, al politicamente corretto tale per cui questa dovrebbe essere una legge utile, necessaria, una priorità da parte del Governo, una legge, come è stata definita più volte, di civiltà, come, tra l’altro, ha annunciato anche ieri il Presidente del Consiglio – come spesso gli capita fare – durante delle trasmissioni televisive e non nell’Aula della Camera.
Per noi non è una legge di civiltà, è una legge che sfascia, che distrugge; che cosa ? La famiglia, la famiglia naturale, la famiglia tradizionale, la famiglia così come è sancita dalla Carta costituzionale, la famiglia fatta non da un genitore 1 e da un genitore 2, come vorrebbe la sinistra e il pensiero massificante, prevalente, grazie anche all’opinione pubblica, ma la famiglia fatta da un papà e da una mamma, da un bambino e da una bambina.
Quindi, intervengo per esprimere la totale, assoluta contrarietà, il totale dissenso, la totale indignazione, tanto nel merito quanto nel metodo, da parte del gruppo della Lega. L’indignazione nel metodo è per tre motivi. Si legifera sui diritti: attenzione, noi non siamo contrari; l’ho più volte detto e l’abbiamo più volte ripetuto pubblicamente anche in Commissione giustizia che la tutela dei diritti e dei doveri individuali è un principio sacrosanto. Noi non ci saremmo mai sottratti e avremmo evidentemente avuto un atteggiamento ben diverso se il dibattito fosse stato incentrato unicamente sulla tutela dei diritti, sulla tutela dei doveri, sul riconoscimento di diritti e di doveri di soggetti singoli e di coppie di fatto, omo ed eterosessuali, su diritti che, dal nostro punto di vista, già oggi sono pienamente riconosciuti attraverso il codice civile. Quindi, si sarebbe potuto unicamente estendere, laddove qualche diritto non era riconosciuto e non era tutelato, quanto già oggi normato, da punto di vista civilistico, attraverso gli strumenti normativi presenti nel nostro Paese. Non ci saremmo sottratti, avremmo dato il nostro contributo.
La proposta di legge, che è stata ricordata prima da parte del collega Pagano, era un compendio articolato con oltre trenta diritti da riconoscere alle coppie di fatto, sia omo che eterosessuali, che è stata sottoscritta anche da alcuni parlamentari dalla Lega e anche da me; se fosse stato quel testo, avremmo portato il nostro contributo, sarebbe stato un dibattito di civiltà, il Governo non si sarebbe dovuto nascondere dietro deleghe, fiducie e provvedimenti che vengono cambiati dal Governo, scavalcando per l’ennesima volta il Parlamento, e il dibattito parlamentare sarebbe stato onesto, trasparente e probabilmente utile al Paese, fermo restando, lo ribadisco, che la priorità del Paese è altro, tutt’altro.
Invece, abbiamo assistito a un dibattito surreale, in modo particolare al Senato, dove il testo non è stato discusso in Commissione, non è stato discusso in Aula, è stato radicalmente stravolto da parte del Governo con un emendamento interamente sostitutivo rispetto al testo di legge d’iniziativa parlamentare, che è stato discusso – ne do atto – in Commissione giustizia alla Camera ovviamente con una totale e assoluta blindatura da parte della maggioranza e del Governo. Ricordo il primo intervento da parte del capogruppo del Partito Democratico, che, a richiesta specifica nostra, mia e di tanti altri colleghi che, anche se in pochi, lo voglio ricordare, hanno fatto una battaglia di testimonianza importante all’interno della Commissione giustizia, discutendo, difendendo e argomentando in modo compiuto i quasi mille emendamenti che sono stati complessivamente presentati al testo blindato, ha annunciato, ancora prima che il dibattito in Commissione prendesse piede, l’assoluta indisponibilità a modificare il testo, l’assoluta volontà di non rimandare il testo al Senato. Quindi, stiamo parlando di una delega, stiamo parlando di un testo assolutamente blindato e stiamo parlando dell’ennesima fiducia, dell’ennesimo schiaffo che il Parlamento e il Governo danno non solo ai parlamentari, che con orgoglio e con fierezza – tra i quali parlamentari della Lega – voteranno contro questo disegno di legge, ma uno schiaffo morale, uno schiaffo politico, uno schiaffo di civiltà a quei milioni di cittadini italiani che non la pensano come voi e che avrebbero trovato riscontro, voce e testimonianza, attraverso un dibattito parlamentare serio.
Noi abbiamo presentato in Commissione giustizia qualcosa come oltre 500 emendamenti, alcuni di merito, per correggere un testo incostituzionale. Ci piacerebbe – lo dico qua, nell’Aula della Camera – che il Presidente della Repubblica su questo testo battesse un colpo, perché questo è un testo palesemente incostituzionale, che viola in maniera palese la Costituzione del nostro Paese, che, evidentemente, per chi governa questo Paese è diventata carta straccia ! La conferma l’abbiamo avuta con la modifica della Carta costituzionale, che sicuramente i cittadini italiani bocceranno e rimanderanno al mittente, rimandando al mittente anche il Presidente del Consiglio.
Quindi, un testo incostituzionale, un testo che, da un punto di vista normativo, da un punto di vista strettamente di tecnica normativa, legislativa e giuridica, presenta errori, ambiguità e vizi, che non vengono riscontrati da Nicola Molteni o da Matteo Salvini, ma che vengono riscontrati da insigni giuristi ! Ci sono insigni giuristi, che non hanno tessere di partito, che non hanno ideologia politica, ma che fanno semplicemente il proprio mestiere con grande onestà intellettuale, che hanno riscontrato e hanno segnalato, punto per punto, le anomalie, i difetti, i vizi di natura giuridica, che questo testo comporta, portando ambiguità nell’applicazione, portando a equivoci nell’applicazione di questa legge; equivoci anche nei confronti di coloro che andranno in futuro a beneficiare di questo disegno di legge.
È questo il motivo per cui abbiamo presentato, ripeto, in Commissione degli emendamenti di merito per ovviare a questi errori, per correggere le falle create da questo disegno di legge attraverso l’emendamento del Governo al Senato. Evidentemente anche emendamenti di natura ostruzionistica – sì ! –, perché mirati a contrastare un disegno di legge sbagliato.
Guardate che il grave vulnus di questo disegno di legge è il fatto che andrà a modificare in modo irreparabile la nostra società ! Va ad incidere e a condizionare in maniera drammaticamente pervasiva la nostra società ! Una società diversa è un disegno politico, è un chiaro disegno politico che va a modificare e a condizionare la nostra società: da un lato, con l’immigrazione e, dall’altro lato, sfasciando e rompendo quel nucleo fondante della nostra società che è la famiglia. La famiglia appunto intesa come elemento fondante, elemento costitutivo, elemento che tiene assieme la nostra società.
Per non dare adito e per non creare un alibi al Governo, abbiamo deciso, nel dibattito in Aula alla Camera, di non presentare 500, 600 o 2 milioni di emendamenti; proprio per evitare che il Governo dicesse: la Lega ha presentato 3 milioni di emendamenti e quindi mettiamo la fiducia, in quanto non possiamo discutere milioni di emendamenti. Ed è il motivo per cui ne abbiamo presentati pochi; abbiamo presentato meno di 100 emendamenti, sono circa 90 emendamenti di merito, che vanno a correggere, squisitamente a correggere, le sciocchezze, che, da un punto di vista normativo, sono state scritte e vengono scritte in questo disegno di legge. Quindi non c’è l’alibi per la fiducia; la fiducia può tranquillamente non essere messa !
La fiducia può tranquillamente non essere messa, anche perché sappiamo benissimo che in questa Aula la maggioranza conta su una maggioranza parlamentare ampia ! Perché il Governo mette la fiducia ? Perché è un Governo debole, perché è un Governo che ha paura, perché è un Governo che non si fida dei suoi parlamentari ! Ed è un atto di oltraggio, è un oltraggio al Parlamento ed è un oltraggio, uno schiaffo morale e politico, a quei milioni di cittadini italiani che vorrebbero ascoltare un dibattito serio, che la pensano in maniera diversa rispetto a voi e che confidano ancora che il Parlamento possa essere un’istituzione seria, non un’istituzione dove il Governo abusa, in maniera incondizionata, dello strumento della fiducia per coprire le proprie incapacità e per coprire le proprie debolezze, utilizzando, tra l’altro, la fiducia come strumento di propaganda elettorale.
È evidente che il Presidente del Consiglio vuole andare in campagna elettorale non per rivendicare una legge, ma per rivendicare una bandierina, da vendere in modo particolare a quella parte sinistra del proprio partito, che, probabilmente, oggi non manifesta e non ha quella fiducia nei confronti delle politiche di questo Governo ! Per mettere una bandierina di sinistra, per dire che è stato fatto qualcosa di sinistra !
Non ci sono, quindi, le condizioni per la fiducia; ovviamente, è assolutamente inutile dirlo, è banale dirlo, ma lo ribadiamo: la Lega non darà mai la fiducia a questo Governo; la Lega non voterà mai questo disegno di legge ! Però siamo orgogliosi, sono orgoglioso, e saremmo stati orgogliosi, di fare testimonianza anche nell’Aula parlamentare, di presentare i nostri emendamenti, di difenderli ! Emendamenti che dicono che cosa ? Dicono «no» ai matrimoni tra persone dello stesso sesso. Dicono «no» alle adozioni da parte di persone dello stesso sesso. Dicono «no» all’utero in affitto. Dicono «no» alla maternità surrogata. Dicono «no» alla gestazione per altri. Dicono «no» alla teoria gender: l’uomo è l’uomo e la donna è la donna, non ci possono essere ambiguità o zone grigie !

ARTURO SCOTTO. Zone grigie ? Non esageriamo !

PRESIDENTE. Onorevole Scotto, la prego di non interrompere, grazie.

NICOLA MOLTENI. «No» a genitore 1 e genitore 2 ! Ieri era la festa dalla mamma – salutiamo tutte le mamme di questo Paese, le tante mamme orgogliose di esserlo in questo Paese –; noi abbiamo fatto una manifestazione, dove si dice: sono una mamma, non sono un utero in affitto !
Abbiamo presentato, insieme al collega Palmieri, al collega Pagano, al collega Gigli e alla collega Roccella, degli emendamenti a questo testo di legge, per evitare e impedire l’utero in affitto in tutte le sue formulazioni, non solo nazionale, ma anche extranazionale e sono stati bocciati ! Quindi, non vale la mozione, rispetto alla quale, tra l’altro, il Governo non ha preso posizione, che è stata approvata la settimana scorsa !
Siamo orgogliosi di quello che abbiamo fatto. Siamo orgogliosi di difendere l’istituto dalla famiglia. Siamo orgogliosi di aver sottolineato le bugie che sono contenute all’interno di questo disegno di legge e che vengono raccontate esternamente. Siamo orgogliosi di essere l’unico partito, l’unica forza politica, non in via individuale, ma come forza politica complessiva, che ha votato contro al Senato e che voterà contro anche alla Camera ! Non è una posizione singola individuale di un parlamentare, ma la posizione complessiva, organica e strutturale di un partito che difende la famiglia !
Avremmo voluto che in quest’Aula parlamentare si discutesse di famiglia, si discutesse di adozioni e non di adozioni per le coppie omosessuali, ma ci fosse un minimo di consapevolezza delle difficoltà che le decine, centinaia, migliaia di famiglie italiane oggi incontrano per poter adottare un bambino ! Difficoltà in termini di costi, difficoltà in termini di burocrazia, difficoltà in termini di liste d’attesa ! Non basta aver calendarizzato a latere, successivamente, il disegno di legge sulla legge n. 183 del 1984 ! Avremmo voluto che il dibattito fosse incentrato su questi concetti: famiglia da un lato, tutela delle famiglie, difesa delle famiglie, difesa della natalità, strumenti per la natalità, strumenti per padri e madri e adozioni. Risolvere il problema di migliaia di famiglie che vorrebbero adottare un bambino e non lo possono fare ! Compito di un Governo serio sarebbe stato quello di creare le condizioni, intervenendo da un punto di vista normativo, per aiutare queste famiglie, che, legittimamente, hanno la necessità, il diritto e il bisogno di adottare un bambino, perché, se esiste il diritto del bambino ad avere un padre e una madre, non esiste il diritto della famiglia, di un genitore, di un padre e di una madre, ad avere un figlio.
Quindi, queste sono state le battaglie politiche, battaglie politiche che hanno coinciso anche con battaglie da parte della società civile. Rispetto e stimo Massimo Gandolfini, non strumentalizzo Massimo Gandolfini; un conto sono le battaglie politiche, altro sono le battaglie di civiltà che la società civile ha fatto. Però, con Massimo Gandolfini, con il Family Day, con tutto quel mondo spontaneo, civile, di civiltà, noi ci sentiamo associati nella loro e nella nostra battaglia politica, di civiltà e di difesa della famiglia.
Le unioni civili sono esattamente la stessa cosa del matrimonio, neanche il coraggio di ammetterlo. Neanche il coraggio di ammetterlo: tutti i presupposti, tutte le condizioni che reggono e che sostengono il matrimonio da un punto di vista giuridico e normativo, all’interno dei codici e delle leggi riferite alla famiglia, vengono esattamente riportati anche sull’unione civile, il «simil matrimonio», o matrimonio sotto falso nome, come ha più volte ricordato l’amico e collega Palmieri (Commenti del deputato Palmieri). Stesso rito, il cognome, le cause impeditive, le impugnazioni, obblighi, diritti e doveri, il regime patrimoniale, esattamente le stesse condizioni che sono previste per legge per il matrimonio verranno previste anche per l’unione civile. Neanche il coraggio di ammetterlo, neanche il coraggio di assumersi le proprie responsabilità davanti al Paese del motivo per cui l’unione civile è il matrimonio omosessuale e questa è una delle motivazioni che ci portano a votare contro.
Vi è poi il comma 20. Non è una vittoria politica e lo dico a quelle forze politiche che, facendosi fregare al Senato, hanno pensato di aver ottenuto una grande vittoria politica attraverso l’estrapolazione, dalla prima versione del disegno di legge, della stepchild adoption. È una balla, sottosegretario Migliore, il Governo ha raccontato una balla e le forze politiche che hanno creduto a questa balla sono complici di questo disegno di legge.
Lo dico in modo particolare al Ministro Alfano: è stato imbrogliato, si è fatto prendere in giro, perché il comma 20 prevede esattamente la possibilità, tra l’altro poi più volte sancita, richiamata e affermata da numerose sentenze di tribunali e di TAR, che le coppie omosessuali adottino tranquillamente – tranquillamente ! – minori.
Quindi, due temi, matrimoni omosessuali e adozione da parte di coppie omosessuali, sono contenuti, sono parte integrante di questa legge ed è il motivo per cui io credo che il popolo dovrà essere chiamato a una grande mobilitazione. Quello che non è riuscito al Parlamento, quello che è stato impedito al Parlamento, correggere e ovviare a questa legge, probabilmente sarà il popolo a farlo, respingendo al mittente questa legge.
Queste sono le motivazioni giuridiche, politiche, sociali e di civiltà, che portano la Lega a esprimere l’assoluta contrarietà e a tentare di utilizzare gli ultimi strumenti di democrazia che ancora resistono, prima che il Governo metterà l’ennesima fiducia, ovvero la presentazione domani di una questione sospensiva. Chiediamo che questo disegno di legge venga traslato quanto meno all’applicazione dei primi effetti della mozione.
È stata votata una mozione da parte del Parlamento sull’utero in affitto, questa mozione deve essere applicata, applichiamo questa mozione, rendiamo effettivi i principi contenuti e inseriti in quelle mozioni; se effettivamente il Governo darà credito e seguito a quanto votato dal Parlamento, e solo successivamente, dibattiamo di unioni civili.
Poi presenteremo una pregiudiziale di costituzionalità; la presenteremo supportati da argomentazioni di natura giuridica e costituzionale, preparate, scritte, sostenute da chi si occupa di quello, cioè di leggere, interpretare, studiare, capire, la nostra Carta costituzionale.
Sono gli ultimi due strumenti di democrazia che rimangono al Parlamento e ai parlamentari e noi domani eserciteremo quest’ultimo disperato, estremo, tentativo, perché la civiltà e la democrazia possano ancora tornare ad essere prerogative di questo Parlamento, affermando che l’unica famiglia credibile e seria è quella prevista nella nostra Carta costituzionale.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l’onorevole Locatelli. Ne ha facoltà.

PIA ELDA LOCATELLI. Grazie, signor Presidente. Nelle ultimissime legislature sono state presentate alcune proposte su questo tema. Io ne cito quattro perché hanno fatto un po’ la storia.
Nel 2002, il deputato Franco Grillini, presente una proposta di legge intitolata «Disciplina del patto civile di solidarietà e delle unioni di fatto», i Pacs, che riproponevano in Italia la legge approvata in Francia tre anni prima. Nel febbraio 2007, le allora Ministre, Barbara Pollastrini e Rosy Bindi, presentano un altro testo intitolato «Diritti e doveri delle persone stabilmente conviventi», i Dico, impegnate a cercare il consenso dell’ala cattolica; infatti, bastava una raccomandata con ricevuta di ritorno per dare avvio formale alla convivenza. Nel luglio 2007, arrivano i Cus, che nessuno ricorda, i contratti di unione solidale per iniziativa di Cesare Salvi, presidente della Commissione giustizia del Senato. Ed, infine, fu il Ministro Brunetta a proporre i Didoré, acronimo per diritti e doveri di reciprocità dei conviventi: era la fine del 2008. Poi, silenzio per un po’ di anni. Nessuna di queste proposte è riuscita a diventare legge, ma la storia non inizia tredici anni fa, è una storia molto più lunga avviata nella seconda metà degli anni Ottanta, quando noi donne socialiste incominciammo ad elaborare politiche organiche per le famiglie: dieci proposte di legge che parlavano di assegni di maternità e di congedi parentali, di asili nido e consultori familiari, che ancora oggi sono insufficienti, di detrazione di imposta per babysitter, e ci siamo arrivati, di famiglie di fatto, di affido e di adozione, cioè il tema di oggi.
Ma perché ho voluto ripercorrere rapidissimamente questa storia ? Perché la storia ci serve a capire il presente e ci ha aiutato nelle decisioni. Oggi, dopo un quarto di secolo, siamo nelle condizioni di fare un passo avanti, di cambiare qualcosa. Ci sono aspetti del testo che ci arriva dal Senato che vanno apprezzati e va apprezzato soprattutto il fatto che finalmente si porta a conclusione un iter legislativo. Un passo avanti, certo, ma ne restano molti da compiere, perché il testo di oggi è il risultato di un compromesso già, a sua volta, frutto di un compromesso e, quindi, il compromesso, del compromesso, del compromesso.
Nel merito, che dire ? È un testo base da migliorare, tenendo presenti alcune considerazioni. La prima, credo che possiamo dirci tutti d’accordo, almeno noi che abbiamo una cultura europea e che condividiamo i valori e i principi europei, è che le persone non possono essere discriminate sulla base del loro orientamento sessuale. Ma nel testo è stato cancellato ogni riferimento al matrimonio e alle famiglie. Perché le persone con identità sessuale o con orientamento sessuale diverso, e ovviamente lo dico tra virgolette, non hanno diritto a chiamarsi famiglia ? Perché ? Un altro indice del considerare inferiori le unioni delle coppie omo: la cancellazione dell’obbligo di fedeltà nel loro rapporto. Ecco, noi socialisti abbiamo pensato all’inizio che fosse una sorta di sberleffo alle coppie omo e, invece, è qualche cosa di più profondo, è la manifestazione di un atteggiamento insieme di disistima, di svalorizzazione e di discriminazione, una sorta di dichiarazione che l’amore tra persone dello stesso sesso non ha la stessa profondità e solidità che c’è, o può esserci, tra persone di sesso diverso. Ma non è così !
Infine lo stralcio della stepchild adoption. È stato detto che si stralcia questo articolo, perché il tema dell’adozione andrà affrontato nella sua delicatezza e complessità con un apposito provvedimento per regolare la materia in modo organico.

PRESIDENTE. Concluda, onorevole Locatelli, gentilmente.

PIA ELDA LOCATELLI. Io credevo di avere 4 minuti.

PRESIDENTE. Li ha passati 4 minuti, quindi se ha molto da leggere può consegnare il testo, però deve concludere.

PIA ELDA LOCATELLI. Mi mancano tre righe, posso ?

PRESIDENTE. Prego.

PIA ELDA LOCATELLI. Ecco, allora, se davvero ci sta a cuore l’interesse dei minori, non possiamo non pensare che, se questi minori dovessero perdere il genitore biologico, con questa legge ne perdono due di genitori, perché non si è stabilito il rapporto giuridico, e quindi dobbiamo rimediare. È una legge da aggiustare, però abbiamo superato una sorta di tabù, che questo tema non è stato affrontato per anni.

PRESIDENTE. Non mi metta in difficoltà, onorevole Locatelli, la prego.

PIA ELDA LOCATELLI. È un avvio; non è un bellissimo avvio, ma è un avvio (Applausi dei deputati del gruppo Misto-Partito Socialista Italiano (PSI) – Liberali per l’Italia (PLI)).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l’onorevole Centemero. Ne ha facoltà.

ELENA CENTEMERO. Grazie, Presidente. Intervengo all’interno di quest’Aula sul disegno di legge sulle unioni civili come presidente della Commissione Equality and non discrimination del Consiglio d’Europa, e ringrazio il mio partito – che ha assunto una posizione contraria a questa legge – per avermi dato la possibilità di esprimere, attraverso la libertà di coscienza, quella che è la mia posizione, ma, soprattutto, quelli che sono gli aspetti positivi e anche – non dobbiamo dimenticarcelo – le criticità che questo testo porta con sé.
Alla Convenzione europea dei diritti dell’uomo e alla giurisprudenza della CEDU mi devo richiamare in qualità di presidente della Commissione Equality: voglio ricordare che la Convenzione europea dei diritti umani prevede, all’articolo 8 e all’articolo 14, il diritto alla vita privata e familiare, e il divieto di discriminazione; discriminazione tra cui, appunto, la discriminazione basata sull’orientamento sessuale.
La seconda considerazione che faccio è una considerazione in merito al ruolo che il Senato e la Camera dei deputati, e quindi la politica, devono avere all’interno della nostra società.
Reputo che non sia giusto farci dettare l’attività legislativa dalla giurisprudenza e dalla magistratura, e mi riferisco, in modo particolare, a tutta la questione legata, per fortuna, allo stralcio della stepchild adoption, dove abbiamo visto che la giurisprudenza ha interpretato la legge, consentendo, sostanzialmente, la stepchild adoption per coppie eterosessuali così come per coppie omosessuali.
Credo che il compito della politica sia, invece, un altro; credo che il compito della Camera dei deputati, il compito del Senato, il compito di noi che siamo qui, mandati dai nostri cittadini, che rappresentiamo i cittadini, sia quello di fare delle leggi, di farle noi, di non farcele dettare dagli altri. Per questo, reputo molto importante il fatto che si sia deciso di stralciare dal testo di legge la stepchild adoption. Non avrei mai votato questo testo di legge, se fosse stata contenuta questa parte, e poi vi spiegherò anche il perché.
Permettetemi, poi, di fare un altro richiamo politico: non vorrei che questa legge diventasse, anzi, fosse già, nella considerazione di questo Governo, del Presidente Renzi, una «legge totem», perché, credetemi, il fatto di porre la fiducia su questo testo di legge, qui, alla Camera, dove la maggioranza, il PD in particolar modo, ha dei numeri schiaccianti, lo reputo assolutamente fuori luogo, anche perché nell’ambito delle diverse forze politiche, laddove c’è libertà di coscienza, il testo sarebbe stato votato anche in modo trasversale da altri deputati.
E reputo questo, il far diventare una legge che riguarda i diritti delle persone – stiamo parlando di persone, sempre, questo vorrei ricordarlo a tutti noi – un totem, porre la fiducia che il Presidente Napolitano tante volte ha sottolineato come elemento negativo sia del Governo Prodi che del Governo Berlusconi, porre la fiducia su un tema come questo, su una materia come questa, che deve essere oggetto di dibattito del Parlamento, perché si ha paura, si ha paura che la maggioranza non regga, poi, al Senato, ma, soprattutto, far diventare un tema come quello delle unioni civili il totem del Partito Democratico per una campagna elettorale che si sta avviando, lo reputo veramente fuori luogo, lo reputo assolutamente inadatto a quello che stiamo trattando; anche perché penso, ad esempio, che, su temi come il divorzio e l’aborto, Governi guidati da Fanfani o da Moro non posero la fiducia, anzi, lasciarono che l’Assemblea parlamentare si esprimesse.
Infatti, credo che noi abbiamo bisogno di rispettare reciprocamente quelle che sono le posizioni, che possono essere diverse. Anche nel mio partito, che, lo ribadisco, voterà «no» a questa legge, ci sono posizioni diverse; ovviamente, io non voterò la fiducia, ma voterò il testo finale.
Credo che ci sia bisogno di ascoltarci, ci sia bisogno di comprendere le ragioni di tutti, le posizioni di tutti, lasciando da parte quella che è l’arroganza che la politica, permettetemi, ha assunto rispetto al tempo che stiamo vivendo. Per questo, voglio soffermarmi su un tema che mi sta particolarmente a cuore: voterò questo testo di legge perché lo ritengo un passo in avanti piccolo, una legge piena di criticità, non dobbiamo nascondercelo, sono state sottolineate molto bene dai molti colleghi che mi hanno preceduto. È una legge piena di compromessi, non dobbiamo dimenticarlo, che alludono, ma non concedono, ad impegni per il futuro remoto che sono insoddisfacenti.
Questo è un dato di fatto, però è un passo in avanti, e permettetemi di dire che il tema che volevo sottolineare era appunto il tema della stepchild. Mi auguro che questa legge non abbia chiuso, da una parte, le porte alla stepchild adoption e, dall’altra, sotto la tutela sacrosanta dei diritti dei bambini, che sono parte lesa, secondo me, in questa situazione, la facesse rientrare da un’altra parte. E mi preoccupa sapete perché ? Perché l’altro giorno, quando è stata affrontata in modo assolutamente frettoloso, e quindi abbiamo perso indubbiamente un’occasione, il tema della maternità surrogata, il Partito Democratico, la maggioranza, non ha votato, anzi, ha votato contro il fatto che la maternità surrogata, l’utero in affitto, diventasse una praticata da condannare a livello internazionale.
Questo mi preoccupa, soprattutto tenendo conto di quelle che sono state le parole del Presidente Renzi, il quale ha messo in luce che poter comprare o vendere un bambino non ha niente a che fare con la maternità e la paternità, che non sono un diritto da soddisfare pagando, perché di questo stiamo parlando. E rilanciare questa sfida culturale è una battaglia politica che non solo le donne hanno il dovere di fare, ma che tutti noi abbiamo il dovere di fare. Noi abbiamo il dovere di opporci a questa cosa e abbiamo il dovere di dire che la maternità surrogata è una violazione gravissima della dignità della persona, è una mercificazione del corpo di una donna. Non voglio tornare indietro: l’essere padri e l’essere madri ha un valore, non si può essere genitori a tutti i costi.
Chi non può essere genitore, non deve per forza ricorrere a tutte le pratiche che mercificano il corpo di una donna. Noi stiamo facendo un passo in avanti, mi auguro, da una parte attraverso il riconoscimento delle unioni civili, anche se questa legge contiene tutta una parte relativa al riconoscimento delle coppie di fatto che le discrimina, perché le esclude da tutto quello che è il sistema del welfare pensionistico; riconosce le pensioni, anche se non sappiamo con quale esatta copertura, alle coppie che sono sposate eterosessuali, alle coppie che si uniscono in unione civile, ma non le riconosce, guarda caso, e questa è una grave forma di discriminazione, alle unioni di fatto.
Sta di fatto che noi ci troviamo di fronte ad una legge critica, che sembra fare un passo in avanti, che fa sicuramente un passo in avanti da una parte, ma non vorrei che lo facesse indietro dall’altra. Non ho trovato, non ho riscontrato, negli interventi che sono stati fatti giovedì scorso sulla maternità surrogata, sulle mozioni, questa ferma e decisa condanna della maternità surrogata, che, lo ripeto, viola gravemente la dignità della persona umana, viola gravemente la dignità delle donne, viola gravemente i diritti dei bambini.
Concludo dicendo…

PRESIDENTE. Concluda.

ELENA CENTEMERO. … che i muri vanno abbattuti, che bisogna dare dignità alle persone, riconoscendo i legami affettivi diversificati rispetto agli articoli in considerazione, l’articolo 2, da una parte, e l’articolo 29 della Costituzione, elementi, questi, che non devono essere superati, perché la nostra Costituzione è molto chiara. Ma mi permetto di dire una cosa: è stato fatto un piccolo passo in avanti, questo è il motivo per cui io personalmente voterò questa legge, ma stiamo molto attenti – è un monito che rivolgo a tutti in quest’Aula – a non aprire le porte ad una pratica gravissima. Credetemi, non si può essere madri per dono, donare un figlio che sta dentro di voi, che cresce dentro di te e con cui c’è uno scambio cellulare, non solo cellulare, anche biologico, importantissimo; non si può pensare che una donna faccia un bambino, abbia dentro di sé un bambino e poi per dono lo dia ad un’altra coppia. Lo trovo aberrante e lo trovo un passo non verso la modernità, ma un passo verso il Medioevo.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l’onorevole Maestri. Ne ha facoltà.

ANDREA MAESTRI. Signor Presidente, onorevoli colleghi, questa legge ha due primati: arriva ultima in Europa a disciplinare la materia delle unioni civili, ed è anche in Europa la più arretrata. Si è chiaramente voluto disancorare l’unione civile di nuovo conio dall’articolo 29 della Costituzione, perché l’unione tra persone dello stesso sesso non sarebbe famiglia, non sarebbe società naturale e non potrebbe approdare ad un matrimonio tradizionalmente inteso; e la si è voluta ricondurre alle formazioni sociali di cui all’articolo 2 della Costituzione, formazioni sociali ove si svolge la personalità dell’individuo e dove abitano i diritti inviolabili dell’uomo che la Repubblica riconosce e garantisce.
Qualcuno – per l’esattezza alcuni politici omofobi, intolleranti, oscurantisti che hanno persino denunciato un giudice minorile di fama nazionale come la dottoressa Melita Cavallo per aver autorizzato la stepchild adoption in una famiglia con due papà – pensa forse di avere raggiunto l’obiettivo discriminatorio di costruire uno status di serie B per le unioni omosessuali, ma in realtà ha aperto una crepa vistosa suo malgrado nella diga dei diritti civili. Sì, perché l’articolo 2 della nostra preziosa Costituzione ha una potenza espansiva enorme, e laddove i diritti inviolabili dell’uomo incontrano il principio dell’eguaglianza e della non discriminazione tutti gli argini artificiali costruiti da norme votate da maggioranze silenti, pavide, allineate e conformiste saltano. I diritti fondamentali delle persone sono come l’acqua, che nessuna barriera può fermare, ma solo provare a frenare e ostacolare: l’acqua, con la sua liquida mitezza e ostinazione, così come i diritti civili, continuerà a scavare, a trovare fessure in cui penetrare, a farsi lentamente strada. E dove le leggi, come quella che questo Parlamento si accinge a votare, costruiscono invece strettoie, l’interpretazione costituzionalmente orientata delle Corti nazionali ed europee, le norme convenzionali come l’articolo 8 della CEDU, che assicura ad ogni persona il diritto al rispetto della propria vita privata e familiare, spalancano orizzonti nuovi, attraverso la pazienza, la dignità e l’ostinazione degli uomini e delle donne discriminati che chiedono giustizia; e attraverso la lungimiranza, l’intelligenza e il buonsenso dei giudici che riconoscono e garantiscono i diritti negati. Non meno importante la battaglia di tanti intellettuali, grandi intellettuali come l’onorevole Michela Marzano, purtroppo vox clamantis in deserto nella sua maggioranza.
C’è poi una discriminazione macroscopica, ma di cui poco si discute, ed è quell’annidata nella seconda parte del provvedimento, dove trovano disciplina le convivenze di fatto. Queste convivenze escludono per esempio le persone singole dello stesso sesso non legate da altro tipo di unione, ma tra le quali intercorra un legame di parentela e che convivano solo allo scopo di darsi reciproca assistenza morale e materiale. E non è una scelta politicamente neutra quella di aver escluso dall’impianto della legge sulle unioni civili proprio le adozioni dei figli del partner, che oltre 700 tra magistrati ed avvocati avevano chiesto di non stralciare: qui la protervia ammantata di moralismo e la rinuncia ad una visione laica della società e delle istituzioni entrano con violenza nel territorio sacro dei diritti dei bambini. Discriminare i bambini in base all’orientamento sessuale dei propri genitori è qualcosa di profondamente ingiusto ! Voglio dire con forza qui, oggi che l’ingiustizia scritta nelle norme sarà sicuramente spazzata via dalla giurisprudenza e dalla mobilitazione appassionata della società civile e delle associazioni; ma quella ingiustizia consumata sulla pelle dei bambini arcobaleno, scritta nero su bianco in una legge, lascia una traccia sporca, inquinata nella storia politica e giuridica di questo Paese, nella sua tradizione di civiltà e nella sua proiezione internazionale.
Possibile, che ha per simbolo il segno aritmetico dell’uguale, non voterà una legge che moltiplica le discriminazioni, sottrae tutele ai bambini e divide le famiglie: da una parte quelle con tutti i diritti, dall’altra quelle con qualche diritto in meno.
Alternativa Libera-Possibile, che è il nome della nostra componente, è anche la sintesi di un lessico limpido, che vuole parlare di una politica autenticamente laica, umile e coraggiosa, al servizio delle persone, curiosa e impegnata per il superamento delle diseguaglianze e la promozione dei diritti civili.
Siamo qui a denunciare che un’altra legge era possibile, e che una maggioranza politica alternativa a quella del compromesso e della discriminazione per approvare questa legge era possibile.
Il Governo Renzi e la sua maggioranza non hanno avuto il coraggio e la libertà necessari per scrivere una legge giusta fino in fondo, hanno spento con una pennellata di grigio tutti i colori dell’arcobaleno (Applausi della deputata Pia Elda Locatelli).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l’onorevole Roccella. Ne ha facoltà.

EUGENIA ROCCELLA. Presidente, la legge Renzi-Alfano sulle unioni civili non serve per riconoscere diritti alle coppie dello stesso sesso: se si fosse voluto questo, si poteva fare una legge largamente condivisa, come dimostra il fatto che tutti i gruppi parlamentari hanno presentato disegni di legge sul tema.
Chi intende tutelare la famiglia così come definita dalla nostra Costituzione, chi ne vuole affermare lo status unico afferma anche la libertà di scelta del singolo e i diritti di assistenza reciproca e solidarietà fra persone che, a prescindere dall’orientamento sessuale, scelgono altre forme di unione. Una legge così concepita, quindi, era un obiettivo abbastanza semplice da raggiungere.
La scelta, invece, è stata molto diversa: quello che si voleva non erano i diritti dei conviventi ma la destrutturazione della famiglia, e soprattutto della filiazione e della genitorialità, per arrivare al bambino come prodotto reperibile sul biomercato globale, un prodotto svincolato dalle relazioni con chi lo ha messo al mondo. E, su questo, basta vedere che cosa è successo con le mozioni contro la maternità surrogata: tutte quelle che avevano la minima efficacia sono state bocciate.
Si è partiti da un testo confuso e drasticamente di parte, e si è andati avanti a colpi di mano continui, forzando le procedure fino al limite massimo e anche oltre: non soltanto al Senato si è scavalcato del tutto il dibattito in Commissione, violando l’articolo 72 della Costituzione (e ricordo che oltre 50 senatori hanno sottoscritto il ricorso presentato alla Corte costituzionale per il conflitto di attribuzione); non soltanto si è votata la fiducia su un disegno di legge di iniziativa parlamentare e non governativa; non soltanto si è cercato di far passare un canguro che il giorno successivo il presidente Grasso ha dovuto dichiarare inammissibile; ma si è impedito ai senatori di decidere secondo coscienza. Non si voleva, e non si vuole ancora, che i parlamentari votassero, e votino, liberamente, magari a scrutinio segreto: quindi, o il canguro, che blindava tecnicamente la legge, o la fiducia, che blindava politicamente i parlamentari. E anche qui alla Camera, dove la maggioranza è più che autosufficiente, si vuole ancora una volta mettere la fiducia: quindi, non potremo nemmeno qui votare un solo emendamento, votare una modifica a questa legge. Il motivo l’ha spiegato Renzi al congresso dei Giovani Democratici, in cui ha affermato testualmente: «Noi una volta ogni due settimane chiediamo la fiducia. Forse un po’ troppe volte; però, se non metto la fiducia, col cavolo che mi passano le unioni civili».
Questa legge, dunque, è fatta contro il Paese, che sull’argomento, com’è noto, è diviso, ma anche contro il Parlamento. Però, dice qualcuno, l’accordo Renzi-Alfano almeno ha migliorato il testo, eliminando la stepchild adoption: in realtà, l’articolo 20 consegna una delega molto precisa alla magistratura sulle adozioni, tanto è vero che, dopo l’approvazione della legge al Senato, i tribunali si sono scatenati, e in poco più di un mese sono già cinque le sentenze che consentono l’adozione del figlio del partner. La stepchild dunque c’è, lo dicono i fatti, lo dicono le sentenze; e lo ha affermato anche il Governo, con la memoria presentata dall’Avvocatura dello Stato alla Corte costituzionale più di un anno fa, in cui si sostiene che «non c’è alcuna contrarietà ai principi del diritto di famiglia e del minore nei confronti della trascrizione di un’adozione del figlio del partner in una coppia omosessuale».
L’ipocrisia regna sovrana: si fa finta di togliere la stepchild ma di fatto la si legittima pienamente, si fa finta di volere una legge parlamentare e poi si mette la fiducia, si vota una mozione contro l’utero in affitto, sapendo benissimo che il divieto contenuto nella legge n. 40 è lettera morta, non è mai stato applicato, e chi viola la legge è perfettamente certo di non incorrere in alcuna sanzione, quando poi torna in Italia con il bambino.
La storia della legge sulle unioni civili è una storia di violazioni della Costituzione e di bugie propinate ai cittadini. Il fine non giustifica i mezzi, ma li qualifica, e questa legge, ottenuta con pessimi mezzi, sarà coerentemente una legge pessima.

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l’onorevole Lacquaniti. Ne ha facoltà.

LUIGI LACQUANITI. Signor Presidente, signor sottosegretario, onorevoli colleghe e colleghi, in questo Paese le grandi riforme non hanno mai avuto vita facile; anni di discussioni furono necessari alla politica per arrivare al divorzio, anni in cui nulla pareva mutare per il legislatore e, intanto, però, il Paese cambiava. Chi poteva permetterselo utilizzava quello che era diventato un surrogato del divorzio, l’annullamento del matrimonio, ma era un mondo di pochi privilegiati; per tutti gli altri le separazioni di fatto facevano già parte della realtà e, in assenza di una disciplina, a farne le spese era la parte più debole, quasi sempre la donna. E poi il divorzio arrivò anche in Italia e fu così per tante altre grandi riforme, la riforma del diritto di famiglia, l’introduzione dell’aborto e altre ancora.
Le nostre grandi riforme come tanti fiumi carsici: tutto pareva fermo, immobile e, intanto, il fiume dei grandi cambiamenti scavava il proprio letto nella società, fino a quando la riforma irrompeva anche presso le istituzioni, incontenibile. Ed è stato così anche per le unioni civili e così è anche oggi che ci accingiamo, finalmente, a introdurre in Italia questo istituto.
Anni a discutere invano di Pacs, di Dico, di Cus e intanto il Paese cambiava e sempre più il legislatore si mostrava in ritardo, incapace di rispondere alle nuove domande che dal Paese venivano.
Cosa ci ha impedito di dare in modo tempestivo un riconoscimento e una disciplina alle unioni civili ? Innanzitutto, l’incapacità di una parte della classe politica di questo Paese, una parte di noi, signor Presidente, di elaborare una parola semplice, ma fondamentale, su cui poggia la nostra democrazia e ogni moderna democrazia, la parola «laicità», la consapevolezza che nessuna democrazia compiuta e matura può essere subalterna rispetto a istituzioni religiose o a movimenti confessionali e la consapevolezza che chi ha compiti di Governo da nient’altro può farsi guidare se non dal perseguimento del bene comune. E anche questo è bene comune: dare una risposta tempestiva alle domande nuove che dalla società vengono, definire una disciplina efficace per tutte quelle nuove forme di unione diverse dal tradizionale istituto matrimoniale e il riconoscimento, finalmente, delle unioni omosessuali.
Ma la laicità non può essere un’idea, un feticcio, e va sempre accompagnata da un’altra parola, la parola «persona». Se avessimo avuto presenti queste parole: – laicità e persona – fin da quando il tema delle unioni civili fece irruzione nelle Aule parlamentari, una trentina d’anni fa, saremmo stati capaci di una riforma che, invece, ha dovuto attendere decenni. Verrebbe da dire: a cosa serviamo noi legislatori, noi politici, se non a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana ? È l’articolo 3 della nostra Costituzione, colleghe e colleghi, l’avete riconosciuto.
Ecco, tutto questo è mancato presso una parte della classe politica, una parte di noi e a questo oggi, finalmente, stiamo ponendo rimedio, in ritardo, con qualche incertezza, ma vi stiamo certamente ponendo rimedio: la rimozione degli ostacoli che hanno limitato la libertà e l’uguaglianza dei cittadini nella loro domanda di affettività, giacché tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge. È ancora l’articolo 3 della Costituzione.
«I diritti del sentimento» è il titolo di un dibattito a cui ho partecipato qualche mese fa, i sentimenti che qualcuno fra noi vorrebbe forse relegati a qualche soap opera o alle pagine di qualche rotocalco e che, invece, sono cose maledettamente importanti nella vita della persona, nel pieno sviluppo della persona, ancora una volta l’articolo 3.
I sentimenti non sono forse meritevoli di considerazione da parte del legislatore o il legislatore è tale solo quando si deve occupare di leggi di stabilità, di contratti di lavoro, di pensioni ? E di cosa parliamo, colleghe e colleghi, quando parliamo di unioni civili se non dei sentimenti delle persone ?
Al di fuori di quest’Aula, che ci piaccia o no, le unioni civili sono già da tempo una realtà, il luogo in cui milioni di persone vivono la propria affettività, la sfera più intima della persona, come tale degna della più alta considerazione da parte nostra.
In questi mesi i detrattori di questo progetto di legge, i fieri persecutori della morale in cui si imbatte puntualmente ogni generazione – qualcuno lo abbiamo ascoltato anche qui, oggi – si sono sforzati di ammonire che non stiamo andando a riformare l’istituto del matrimonio e, in effetti, è questo l’impianto della proposta di legge sulle unioni civili che fonda l’istituto in riferimento ai principi di uguaglianza e non discriminazione dell’articolo 3 della Costituzione. Nessun riferimento, dunque, all’articolo 29 della Costituzione, il riconoscimento della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio.
Lo scorso gennaio ci è stata da più parti ricordata la sentenza della Corte costituzionale del 2010: i costituenti tennero presente la nozione di matrimonio che stabiliva che i coniugi dovessero essere persone di sesso diverso; è una sentenza che alcuni costituzionalisti ritengono discutibile, ma io qui voglio assumerla così com’è, senza timore. Del resto, in questa legislatura non abbiamo avuto timore a confrontarci con la Costituzione, l’abbiamo riformata e presto sarà celebrato un referendum, perché ogni cittadino possa dire cosa ne pensa. Verrà il tempo in cui metteremo mano anche a questa ulteriore riforma, ma se questa è la norma, adesso, se questa è la norma che ci vincola, colleghe e colleghi, tutto il dibattito sulle unioni civili ci sfida a considerare la norma stessa per quello che è: uno strumento, uno strumento che deve abbracciare l’individuo, la sua sofferenza, la sua personale ricerca della felicità, non il contrario.
La realtà è ben diversa, lo sappiamo tutti, e quanti si oppongono a questa legge delle unioni civili potranno anche strillare, come fanno i bambini, e battere i piedi, ma non possono cambiare una realtà che è già mutata. Non lo dico con più o meno soddisfazione, è una semplice constatazione di fatto; le famiglie sono cambiate e, accanto alla famiglia tradizionale, oggi, esistono già svariate altre forme di famiglia, ci sono famiglie aperte, nate dall’unione fra partner con alle spalle precedenti matrimoni o precedenti convivenze, alcune sono un esempio bellissimo di collaborazione nell’educazione dei figli e del sereno proseguimento dei rapporti parentali che non vengono interrotti dalla separazione e dalla costituzione di una nuova unione. Ci sono poi famiglie omogenitoriali, dove già oggi i figli vivono con due genitori del medesimo sesso e vivono bene, sono felici. Qui lo dico per inciso, ma anche con un po’ d’orgoglio, permettetemi di fare riferimento anche a quella comunità valdese di cui faccio parte che non senza attenta riflessione è arrivata da tempo, serenamente, al riconoscimento e alla benedizione delle coppie omosessuali. E dovreste vederla anche voi, colleghe e colleghi, la felicità sul viso di quelle coppie, l’energia con cui paiono voler sfidare il mondo: è la stessa felicità di qualsiasi altra coppia, non cambia niente, non è retorica, non è enfasi parlare della felicità delle persone, colleghi del MoVimento 5 Stelle. Noi fra qualche ora approveremo in via definitiva le unioni civili e sarà tempo di festeggiare in tutto il Paese questa che è una grande conquista. Dal giorno successivo, però, dovremo metterci di nuovo al lavoro, perché questa legge, come sappiamo, non è riuscita ad affrontare il tema della stepchild adoption e, siccome ogni ricerca della felicità delle persone è una priorità irrinunciabile per noi, è disumano pensare di poter sacrificare la felicità anche di quelle bambine e di quei bambini che, in caso di morte del genitore biologico, rischierebbero di veder sradicato il rapporto con l’altro genitore e di essere affidati da un giudice ad altri parenti o, peggio, a un istituto. La stepchild adoption andrà a completare la disciplina delle unioni civili, non ci siamo riusciti questa volta, ce la faremo la prossima volta con serenità e determinazione, lo dico, signor Presidente, dopo aver udito l’angosciato grido di dolore della collega Binetti.
Vado a terminare; il ritardo con cui abbiamo affrontato le unioni civili è talmente grave che, quando le generazioni che verranno leggeranno i lavori di questo Parlamento, lo faranno con incredulità, ma anche con la stessa emozione con cui noi oggi, a nostra volta, guardiamo le grandi battaglie di uguaglianza condotte dall’Occidente negli ultimi cento anni.
La Costituzione degli Stati Uniti afferma che fra i diritti inalienabili vi sono la vita, la libertà e la ricerca della felicità; noi oggi, introducendo l’istituto delle unioni civili, questo stiamo facendo: permettiamo a ogni cittadino di questo Paese di realizzare la propria felicità. Tolstoj, all’inizio del suo Anna Karenina, scriveva che tutte le famiglie felici si somigliano: è vero, colleghe e colleghi, tutte le famiglie si somigliano nella felicità, e non importa che siano famiglie tradizionali, aperte, con genitori eterosessuali o omosessuali. Se sono felici, sono famiglie (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico – Congratulazioni).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l’onorevole Di Vita. Ne ha facoltà.

GIULIA DI VITA. Presidente, questa è una proposta di legge che l’Italia avrebbe dovuto salutare come un alto momento di vera rivoluzione sul piano dell’uguaglianza e dell’equità costituzionale, invece ha visto il susseguirsi di annunci puntualmente disattesi, passerelle politiche con promesse mai rispettate, digiuni al limite del paradosso e campagne mediatiche condite da fanatismo e spauracchi inventati per dilaniare l’opinione pubblica; il tutto, chiaramente, sulla pelle di più di un milione di cittadini italiani LGBT e di quelle famiglie omo-genitoriali prive di tutela. Ma cerchiamo di mettere un po’ di ordine per capire di cosa stiamo parlando.
Nel febbraio 2014, il neo autonominato Presidente del Consiglio garantisce alle coppie LGBT e ai loro figli che avranno una legge entro settembre, dopo la riforma della legge elettorale. Soltanto dopo circa quattro mesi, nel luglio 2014, vengono accorpate circa otto proposte di legge in Commissione giustizia al Senato, quello che poi costituirà la base del cosiddetto «disegno di legge Cirinnà» e che aveva inizialmente il pregio di contenere al suo interno tutti i diritti garantiti: adozione del figlio del proprio partner, ovvero la famosa stepchild adoption inclusa. Ma andiamo avanti. Il 2014 è l’anno delle promesse, degli slogan, dei tweet e chiaramente di tutti i rinvii tragicomici che caratterizzano anche il 2015. Il 17 dicembre 2014, la relatrice della legge, Monica Cirinnà, del PD, annuncia di avere ricevuto garanzie dal Premier sui tempi per portare il testo in Aula al Senato: entro marzo. Il 10 marzo 2015 Renzi twitta: «Sulle unioni civili ho preso impegno con italiani. Siamo già in discussione in Parlamento #la volta buona». In quei giorni lo slogan di Governo è: unioni civili entro primavera. Una primavera di dodici mesi, in effetti, non si era mai vista in Italia, visto che siamo nel 2016, ma proseguiamo. Nel marzo 2015 sembra che qualcosa comincia a muoversi e in Commissione giustizia del Senato va in scena un vero e proprio thriller per il Governo: il primo testo base del Cirinnà viene approvato con i voti favorevoli del MoVimento 5 Stelle e con i voti contrari di NCD. Senza quei voti oggi neanche saremmo qui a discutere di unioni civili, giusto per stigmatizzare il comportamento dei cosiddetti traditori. Il 22 maggio 2015 l’Irlanda introduce le nozze omosessuali via referendum, il numero delle nazioni europee in cui vige il matrimonio egualitario o le unioni civili si allarga e Renzi si lancia nel solito «approviamo subito le unioni civili», ma, nonostante la bella stagione, anche questo ennesimo annuncio andrà a vuoto. Il 26 giugno 2015 sarà la volta della Corte suprema degli USA che estenderà le nozze gay in tutto il territorio statunitense, stabilendo che il matrimonio egualitario è un diritto costituzionale. È un momento storico, «love wins» viene rilanciato dai colossi dell’economia mondiale e dalla Casa Bianca; l’Italia rimane al palo, ma twittano la propria speranza anche esponenti del Governo, come l’attuale Viceministro dello sviluppo economico, Scalfarotto, che, forse spinti da un sussulto di dignità o di schizofrenia – non sta a me giudicare – chiedono un’accelerazione sul testo, invano. Il 2 luglio 2015, infatti, Ivan Scalfarotto, ai tempi solo sottosegretario, inizia uno sciopero della fame: non ce la faccio più a far finta di niente; sciopero che dura due settimane. Oggi l’ex sottosegretario ricopre invece la carica di Viceministro: sarà stato magari promosso per avere scelto l’obbedienza al capo e la carriera personale, piuttosto che le battaglie LGBT. Infatti, il disegno di legge contro l’omofobia, che porta la sua prima firma, giace in Senato da ben tre anni, con la sua bella clausola salva-casta firmata Verini-Gitti, ovvero PD-Scelta Civica, che oggi possiamo ribattezzare PD-PD, visto che Gitti poi è passato subito al Partito Democratico.
Questa clausola protegge infatti qualunque esponente politico, religioso o sindacale dall’eventuale reato di omofobia. È sempre importante lasciare libero il Giovanardi di turno di dire, ad esempio, che essere omosessuali è una malattia, ma andiamo avanti. Il 21 luglio 2015 è la volta della Corte europea: l’Italia viene condannata per il mancato riconoscimento di diritti delle coppie gay. Questa volta interviene il Ministro Boschi, ma comincia a farsi prudente e, dai vari annunci cadenzati secondo le stagioni, finalmente si sbilancia in un timido «unioni civili entro l’anno».

PRESIDENTE. Scusi, onorevole Di Vita. Onorevole Cicchitto… grazie.

GIULIA DI VITA. Ma il coraggio non le manca, e al Padova Pride Village si lancia nuovamente in una data certa: entro il 15 ottobre avremo le unioni civili. Settembre arriva in un lampo e con esso anche la riforma del Senato, gli ottantadue milioni di emendamenti di Calderoli, se qualcuno se li fosse scordati, e l’attacco della Ministra Boschi al MoVimento 5 Stelle, reo di avere fatto opposizione alla riforma costituzionale e quindi di non volere le unioni civili, poi un giorno ci spiegherà il nesso della falsa abolizione di un Senato con i diritti civili, ad oggi ancora non è chiaro alle persone che masticano un minimo di diritto costituzionale. Ma proseguiamo ancora. Dopo l’abolizione finta del Senato il PD gioca la carta dell’«approviamo le unioni civili prima della legge di stabilità», una sfida non da poco, ma nonostante tutto si sarebbe potuto fare, qualora si fosse lavorato dal lunedì al sabato, come fanno molti lavoratori italiani, e soprattutto non mettendo in calendario d’urgenza la «legge Boccadutri», quella leggina fatta ad hoc per distribuire l’ultima tranche del finanziamento pubblico ai partiti aggirando le stesse regole che sempre gli stessi partiti avevano approvato giusto pochi mesi prima.
Chi sono gli unici che si sono opposti a questo cambio di calendario ? I senatori del MoVimento 5 Stelle. Ma la Boschi non aveva detto che facevamo ostruzionismo alle unioni civili ? Qualcosa non torna, a parte il malloppo ai partiti, quello torna sempre, quando serve. La legge di stabilità arriverà in Senato subito dopo la «Boccadutri card», e anche il 2015, con buona pace della Ministra Boschi, si concluderà con un buco nell’acqua, ma ovviamente la colpa è del MoVimento 5 Stelle. Arriviamo quindi ai giorni caldi, direi infuocati a sentire media e stampa, quando finalmente il disegno di legge Cirinnà arriva nell’Aula del Senato. La disinformazione sui contenuti della stessa legge e il caos all’interno del PD si fanno sempre più intensi e incontrollabili. I telegiornali cominciano a parlare incessantemente e senza chiarimenti di adozioni gay e di quasi-matrimonio per le coppie omosessuali. Ovviamente niente di più falso, e tra i meno informati, bombardati continuamente da allarmismi ideologici e propagandistici guidati dal solito centrodestra, si scatena il panico. Non so quanto tempo avrò speso, ad esempio, a spiegare quasi singolarmente alle persone che mi chiedevano spiegazioni che nel disegno di legge Cirinnà non si parlava affatto di adozioni ma semplicemente della possibilità di adottare il figlio naturale del proprio compagno o della propria compagna, come già stabilito tra l’altro da alcune sentenze. Ma per ogni persona a cui chiarivo le idee altre mille venivano informate male e continuamente aizzate contro questo e contro quello con l’obiettivo di dividere i cittadini in fazioni da mettere contro a vicenda e non come se fossimo una comunità che si sforza di comprendere i disagi e i bisogni di tutti, cercando soluzioni che diano dignità a chi non vede ancora riconosciuti i propri diritti, sempre nei limiti del rispetto delle libertà di ogni altro cittadino.
Sulla scia quindi di questa nevrosi di massa tutti i partiti si sono comodamente adagiati, per non fare chiarezza né al proprio interno né all’esterno; abbiamo visto infatti componenti di uno stesso partito che affermavano principi diametralmente opposti e che approfittavano anzi per alimentare i loro dissidi interni. È in questo stato che si è giunti in Aula al Senato e il solo modo che il Partito Democratico ha trovato per approvare una proposta, su cui comunque ricordo che la maggioranza del Parlamento era d’accordo, è stata l’imposizione quasi coatta di un testo di gran lunga peggiore di quello uscito dalla Commissione giustizia e che, ripeto, ha trovato i voti favorevoli del Partito Democratico e del MoVimento 5 Stelle. Porre la questione di fiducia, infatti, oltre a blindare il testo di legge vieta l’espressione sincera della volontà di ciascun parlamentare, perché la lega indissolubilmente alla propria poltrona, che, come sappiamo, i politici sono restii a mollare. Arriva poi il momento di scaricarsi la responsabilità di dosso: quale migliore occasione per il Partito Democratico del caos mediatico già perfettamente creato per confondere ancora di più le acque, impedendo il normale esame in Aula del testo di legge, come si fa sempre, incolpando ora la Lega per averli costretti a censurare il dibattito, anche quando gli emendamenti rimasti erano solo 500, ora il Movimento 5 Stelle, che, stando a quanto riportato dai media, avrebbe votato contro un emendamento – il famoso canguro – che in realtà non è mai stato posto in votazione ! Siamo giunti proprio a ricostruzioni fantasy, per non dire false, frutto dell’immaginazione. Il famoso emendamento canguro, infatti, ovvero quello che avrebbe impedito di discutere centinaia di emendamenti e saltare direttamente all’esame finale, non è ammissibile secondo i Regolamenti del Senato e secondo lo stesso Presidente Grasso: è illegittimo e incostituzionale. Quindi, il Movimento 5 Stelle si è solo limitato a rispettare le regole, pretendendo di discutere e votare ogni emendamento e ogni articolo della legge. In questo modo, ci sarebbe stata speranza anche per la parte, tanto discussa e tanto delicata, relativa all’adozione del figlio del partner, su cui sia il PD che il Movimento 5 Stelle hanno lasciato libertà di coscienza ai propri senatori, e, quindi, a conti fatti, sarebbe potuta essere veramente approvata. Ma il prode Renzi non se l’è sentita, quindi la maggioranza ha preferito optare per un testo che con il disegno di legge Cirinnà non ha più nulla a che fare. È meno del minimo sindacale, ma è qualcosa – dicono i rivoluzionari «piddini». Stiamo parlando del testo super blindato, su cui, anche qui adesso alla Camera, il PD porrà la questione di fiducia, stando a quanto annunciato ieri da Renzi in una nota trasmissione televisiva su Rai Tre. Le comunicazioni istituzionali, ormai, avvengono prima nei salotti televisivi e, forse, poi nelle Aule parlamentari, ma a questo ormai siamo stati abituati !
Domanda: ma che bisogno c’è di mettere la fiducia anche qui ? Il PD non ha una maggioranza sicura e compatta ? Quale scusa si inventerà domani la Boschi in quest’Aula per riuscire a dare la colpa al Movimento 5 Stelle anche stavolta ? Non c’è stato ostruzionismo e il Movimento 5 Stelle, coerentemente con quanto sempre affermato e fatto al Senato, ha presentato pochi emendamenti, tutti di merito, qui alla Camera, per riportare dignità al testo, almeno ai livelli del testo Cirinnà, compresa l’adozione del figlio del partner, e non le adozioni gay, sottoscritta da quasi tutto il nostro gruppo, sempre in libertà di coscienza. Quale sarebbe la nostra colpa adesso ? Non c’è che una spiegazione: questo è il massimo che la maggioranza ha da offrire in tema di diritti civili, una proposta di legge contro l’omofobia, su cui il PD fa un accordo con NCD. Nonostante avesse l’assoluta maggioranza più i voti e le firme del Movimento 5 Stelle, SEL e parte di Scelta Civica, ormai abbandonata al Senato da tre anni, è una legge sulle unioni civili, su cui il PD fa nuovamente un accordo con NCD, nonostante abbia voti, già approvati in Commissione, di Movimento 5 Stelle, SEL e parte del gruppo misto. Tutto si può dire ma non che il PD non sia coerente !
Ma in tutta questa storia il Movimento 5 Stelle non ha sbagliato nulla ? Sì, certo che ha sbagliato. Abbiamo pesantemente sottovalutato la portata della disinformazione e dell’allarmismo mediatico, che è cresciuto, giorno dopo giorno, sotto i nostri occhi, e non siamo riusciti a prevenirlo adeguatamente. Ma di tutto questo resta ben poco; di mezzo, purtroppo, ci vanno centinaia di migliaia di cittadini e bambini che meritano di più.
«È già qualcosa», è la frase che fra qualche giorno dovremo abituarci ad ascoltare, e chissà se avranno il coraggio di farci qualche tweet, nella speranza che nel prossimo futuro, senza giochetti di partito ed errori di valutazione, si possa fare molto di più. Senza filtri, raccontando sempre la verità e mettendoci in gioco, noi ci siamo e ci saremo (Applausi dei deputati del gruppo MoVimento 5 Stelle) !

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l’onorevole Cicchitto. Ne ha facoltà.

FABRIZIO CICCHITTO. Signor Presidente, in queste valutazioni, che a titolo del tutto personale sto per fare, muovo da una valutazione di fondo, quella del pieno rispetto della libertà individuale e personale, a meno che questa libertà non nuoccia ad altri, ma non è questo il nostro caso. A mio avviso, vi è un pieno diritto di chi è omosessuale di poter disporre della propria vita, delle proprie relazioni, così come della propria sessualità, ed è per questo che, a titolo del tutto personale, io non sono favorevole solo alle unioni civili, sono in teoria anche favorevole al matrimonio gay. Nel senso, cioè, che reputo che un diritto individuale e personale debba trovare una sua piena e totale estrinsecazione.
Reputo anche che sia stato fatto un giusto compromesso, che c’è una distinzione molto netta fra questo disegno di legge, che regola le unioni civili, e il matrimonio. Reputo, però, come posizione di fondo, per chi è un liberale, l’esigenza di riconoscere agli omosessuali – io sono tra i più anziani in Parlamento e ricordo la vita difficile, l’emarginazione e la discriminazione che essi hanno vissuto – di potere pienamente rappresentare la loro sessualità, nelle forme e nei modi che non ledono affatto – questo è il punto che vorrei far presente all’onorevole Molteni –, che non ledono affatto la famiglia nel suo senso storico e tradizionale, che io reputo avere una grandissima importanza.
Non stiamo decidendo di fare una legge per cui c’è quasi una costrizione a fare le unioni civili omosessuali, penalizzando la famiglia. Non stiamo facendo per niente questo, stiamo dando a quella che è una minoranza dei diritti ! Dopodiché, reputo che chi invece sostiene una tesi opposta ha un senso di debolezza rispetto alla famiglia tradizionale che è completamente sbagliato. La famiglia tradizionale ha un ruolo fondamentale, maggiore delle unioni civili di cui stiamo parlando, svolge un ruolo fondamentale, perché è una unione fra un uomo e una donna per la procreazione, e io credo che un bambino o una bambina trovino nel rapporto di sensibilità contemporaneo fra un uomo e una donna la loro massima gratificazione. Abbiamo visto anche il ruolo che la famiglia ha svolto in questi anni di recessione, dal punto di vista della solidarietà svolgendo un ruolo di ammortizzatori sociali. Reputo, conseguentemente, che dobbiamo assumere tutte le misure possibili per sostenere la famiglia tradizionale, i bambini e la loro convivenza, perché essa è una struttura portante della nostra società, ma non c’è e non trovo alcuna contraddizione fra la famiglia tradizionale e il fatto che, nel corso di tutti questi anni, sia cresciuta nella nostra società, ma anche in tutto il mondo occidentale una realtà omosessuale. Casomai, prego coloro che agitano queste preoccupazioni e queste angosce di riflettere sul modo con cui le donne, da una parte, e gli omosessuali, dall’altra parte, sono trattati nel mondo musulmano, quindi in una realtà diverse da quella europea ! Nella realtà del mondo occidentale c’è, contemporaneamente, il riconoscimento della famiglia tradizionale e il riconoscimento di una crescita, minoritaria ma esistente – e la legge credo che debba tutelare sempre le minoranze –, di una diversa sessualità e delle conseguenti relazioni di coppia. Questo è il punto, che io non drammatizzerei affatto, ma accoglierei nel rapporto, diciamo così, dialettico, che c’è fra una realtà che si è ampliata con la quale dobbiamo fare i conti se siamo degli autentici liberali e se non riteniamo che la legge debba servire per uno scopo costrittivo e repressivo, che sarebbe poi assolutamente inutile, perché c’è una realtà omosessuale che è cresciuta nelle nostre società. Chi pensa, diciamo così, di comprimerla con dei meccanismi legislativi compie un gravissimo errore ! In primo luogo sul terreno dei valori di libertà e, in secondo luogo, anche sul terreno concreto.
Vi ho detto come io la vedo in chiave generale, ma si è fatto un giusto compromesso, una mediazione fra laici e cattolici, fra coloro i quali hanno un certo tipo di sensibilità e chi ne aveva un’altra. Si è tolta la stepchild adoption, perché questa va regolata in una futura legislazione che riguarda le adozioni, anche se vi devo dire con franchezza che io non vedo perché riguardo al bambino, o alla bambina, che derivino da un precedente rapporto eterosessuale di uno dei due conviventi in una relazione omosessuale, non vedo perché si debba, rispetto a loro, impedire l’adozione, purché siano messi dei paletti, forse molto più rigorosi di quelli che esistono attualmente rispetto alla maternità surrogata che rappresenta, anche essa, un vulnus rispetto alla donna e rispetto alla maternità che non possono essere dominati da rapporti mercificati che vanno come tali penalizzati perché costituiscono un’aberrazione. Ma questa è materia di cui discuteremo in un’altra occasione. Oggi la materia è costituita dal fatto che anche nell’uso delle frasi, con riferimento alla formazione sociale autonoma ed altro, si è distinto in modo molto netto il matrimonio tradizionale dalle unioni civili, andando incontro a una valutazione dell’opinione pubblica che vedeva prevalente il riconoscimento delle unioni civili e che aveva dei grandi dubbi invece sulle stepchild adoption. Quindi, è stata fatta una mediazione che va incontro a molteplici preoccupazioni, ma che comunque segna un punto significativo di libertà e di civiltà nel senso che consentiamo, diamo una via, a una realtà che ha vissuto tragicamente, in modo molto drammatico, la sua vita negli anni passati. Troviamo una strada per dare una codificazione legislativa a rapporti fra persone che non colpiscono affatto la famiglia tradizionale, ma che consentono ad una quota significativa di nostri cittadini di avere un riconoscimento legislativo o esigenze di libertà e di civiltà che siano maggiori di quelle che hanno finora vissuto.
Quindi, per queste ragioni, e non per mere ragioni politiche, ma per una valutazione profonda, di merito, su questo disegno di legge, e su quello che esso sottintende in termini di rapporti di libertà e di civiltà, lungo il filo di una impostazione liberale che ha visto nel passato il riconoscimento del divorzio, dell’aborto di conseguenza io reputo che noi scriviamo una pagina significativa e positiva del nostro Parlamento, al di là di dialettiche politiche sulle quali altri colleghi si sono soffermati, ma che sono sopravanzate da un punto fondamentale: la tutela dei diritti di una minoranza ! E la tutela dei diritti di una minoranza deve essere l’impegno fondamentale, in primo luogo, di chi si reputa maggioranza (Applausi dei deputati dei gruppi Area Popolare (NCD-UDC) e Partito Democratico).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l’onorevole Piras. Ne ha facoltà.

MICHELE PIRAS. Grazie Presidente. Io sono fra quelli che devono ammettere di non essere completamente soddisfatti da questa legge. Siamo però anche fra quelli che oggi devono prendere atto di alcuni stati d’avanzamento prodotti rispetto alla situazione passata, ma non solo perché la politica, come si dice per scuola, si fa nelle condizioni date, ma anche perché in questi mesi, oggi ne abbiamo avuto diversi estratti significativi in Aula, si sono mosse delle forze avverse piuttosto consistenti e potenti. Sono stati agitati spettri, paure ancestrali, sono state rappresentate in maniera farsesca e caricaturale alcune situazioni. Si è fatta una propaganda tale che ha sconquassato il Paese e non ha consentito per nulla questo dibattito, che doveva essere un dibattito di civiltà, che doveva essere un dibattito che guardava all’Europa, che guardava ad altri Paesi del mondo a cui spesso guardiamo per altre ragioni. Si doveva guardare probabilmente lì, ragionare in maniera serena e invece è successo altro, fra manifestazioni più o meno di massa, mezzi di comunicazione di massa che hanno fatto una violenta propaganda contro il riconoscimento dei diritti pieni e completi alle coppie dello stesso sesso.
L’onorevole Campana, nella sua relazione illustrativa alla legge che abbiamo ascoltato qualche ora fa, ha utilizzato termini come «emozione», come «orgoglio», come «gioia» e come «commozione». Come ognuno sa, si tratta di termini e categorie che non hanno a che fare con la sfera del diritto, hanno a che fare piuttosto con la sfera dei sentimenti, con una dimensione relazionale, individuale, così come, più in generale, l’amore che si prova per una persona o per il proprio figlio.
Di questo avremmo voluto che si parlasse davvero in questi mesi, dell’essenza fondamentale di un’unione, del requisito fondamentale sul quale si costruiscono, sia quelle eterosessuali, che quelle omosessuali, della caratteristica essenziale che dovrebbe segnare una relazione fra genitori e figli. Avremmo voluto essere emozionati anche noi oggi, forse un po’ di più di quello che comunque siamo, se non fosse che si è mediato, come diceva l’onorevole Locatelli, sulle mediazioni, si sono fatti compromessi sui compromessi e se non fosse che noi siamo fra quelli che ritengono che sui diritti non bisognerebbe mai mediare.
Non è la nostra società ad essere arretrata, io questo realmente non lo credo. È ancora una volta la politica ad essere un passo indietro ed è forse la parte più arretrata di questa società che è stata in grado, anche in questa discussione, di essere più rumorosa di altri, più aggressiva di altri, più offensiva di altri. Si è discusso in questi decenni, anche questo lo ricordava la collega Locatelli, di Dico, Cus, Pacs, Didorè, si sono inventate 10 mila formule pur di non chiamare le cose come stanno, pur di non prendere atto della realtà, pur di non prendere atto di rapporti di amore che già esistono, di convivenze che già esistono e che andavano normate per legge. Noi, molto più banalmente, avremmo voluto che si chiamassero matrimoni. Avevamo presentato una proposta di legge in questo senso, perché pensiamo che a parità di situazione vada anche riconosciuta una parità di diritti e anche una parità di doveri (cose che meno si dicono, ma che in un vincolo matrimoniale probabilmente sono anche prevalenti) come del resto già accade in Irlanda, in Spagna, in altri Paesi del mondo dove io non ho notizie supportate da dati statistici (evidentemente l’onorevole Molteni ha qualche dato statistico che io ignoro, ma sono anche un appassionato della materia) che le unioni, i matrimoni, fra persone dello stesso sesso stiano generando uno sconquasso tale nella società o nelle famiglie tradizionali da mettere a rischio la tenuta, il funzionamento di quelle società; ma evidentemente ci fondiamo su modelli statistici diversi.
Ma non è la religione cattolica che dice che tutti gli uomini sono uguali di fronte a Dio ? Non è la vostra religione dovrei dire – non è la mia – a dire che tutti gli uomini sono uguali di fronte a Dio ? Allora se così credete o se così crediamo, chi per le sue convinzioni laiche, altri per le proprie convinzioni religiose, saranno forse le leggi che rendono diversi gli uomini gli uni dagli altri. Diciamo allora la verità su quello che pensiamo, diciamo la verità: che esistono secondo alcune persone forme d’amore di «serie A» e forme d’amore di «serie B», che esistono alcune cose che evidentemente ci fanno schifo, ma che oggi non riusciamo a dirlo perché fonte anche di disapprovazione, che si è omofobi senza ammetterlo, che si è discriminatori senza volerlo dire dichiaratamente. Tristemente appunto dobbiamo ragionare e anche prendere atto oggi, prendere atto in queste ore, che c’è chi ha operato possentemente perché ancora così fosse, perché ancora ci fossero livelli diversi di riconoscimento ai sentimenti delle persone. Si dice che l’amore è la cosa più bella che ci sia al mondo; evidentemente l’amore di un certo tipo è considerato tale, l’amore di un altro tipo è considerato in maniera diversa. Allora ha ragione Pia Locatelli ancora, oggi la cito per la terza volta, questa è di nuovo la mediazione di una mediazione, il compromesso di un compromesso. Gli stessi che dicono di voler difendere la famiglia, di voler difendere i bambini, sono gli stessi che hanno manifestato a più riprese e nelle più diverse sedi, in questi mesi, affinché i bambini non avessero una famiglia, possibilmente restassero in un istituto, e hanno manifestato affinché delle famiglie nuove non si creassero. Coloro che manifestano contro i diritti altrui, secondo me, sono la parte peggiore di questa società, una parte probabilmente insana perché ha paura che venga toccato qualcosa, che venga leso qualcosa. Probabilmente peccano di un’insicurezza che loro stessi non sono in grado di ammettere. Dove c’è scritto che una famiglia si deve necessariamente fondare su un uomo, su una donna e dei figli ? Dove c’è scritto che due persone dello stesso sesso non possono crescere un bambino ? In quale legge divina c’è scritto ? Oppure, anche: in quale trattato di pedagogia, che sia stato scritto dopo il 1300, c’è scritta una cosa di questo tipo ? Quante sono le famiglie monogenitoriali che già esistono in questa società, e quindi non sono, neanche quelle, famiglie tradizionali ? Quanti sono i bambini che crescono con la nonna o con la zia, o con il nonno e con lo zio, e quindi, neanche quelle sono famiglie tradizionali ? Quanti vengono abbandonati dalle cosiddette famiglie tradizionali ? No, non si è genitori solamente perché si genera, non si è padri né madri solamente perché si ha dei figli: si è genitori solo dopo, al saldo di una vita, dopo che si è verificato se si è stati in grado di crescere un bambino consapevole e cosciente, capace di misurarsi con un mondo grande, terribile e complesso.
E non lo dice un trinariciuto sostenitore di una improbabile e fantomatica teoria gender o di un fantomatico e improbabile complotto gender, ma lo dice Ettore Cannavera, prete sardo che ogni giorno opera sulla frontiera dei diritti, quelli dei migranti e quelli dei rifugiati, quelli dei carcerati e quelli delle coppie dello stesso sesso: situazioni diverse, ma non casualmente accomunate da discriminazioni simili, dai medesimi pregiudizi e dai medesimi stereotipi. Difensori della famiglia e del futuro dei bambini che si ergono a censori degli orientamenti sessuali altrui, attaccati alla toppa della chiave delle camere da letto altrui, che si ergono a supremi censori e guardiani dei corpi altrui, salvo, poi, voltarsi dall’altra parte per le decine di casi di violenza che avvengono fra le mura domestiche per la precarietà lavorativa ed esistenziale che realmente fracassa le famiglie e i progetti di vita; che preferiscono che i bambini restino negli istituti, senza amore e senza genitori.
Pensavamo si potesse essere più coraggiosi, questa è la verità; unire le forze progressive e progressiste di questo Parlamento, non sacrificare ancora i diritti delle persone alla tenuta della maggioranza. Per un attimo ci è sembrato possibile, ma è stato solamente un attimo. E allora ragioneremo – lo dico in conclusione – ancora, in queste ore, perché dobbiamo riconoscere i punti positivi e dobbiamo fare il saldo di quelli che sono mancati. Dobbiamo riconoscere gli avanzamenti, quelli anche che ci ascriviamo come frutto di una nostra battaglia politica e culturale, condotta in anni di militanza politica e di attività politica; una battaglia che siamo ancora pronti a proseguire – e questa è, forse, l’altra cosa che vorrei lasciare, più di altre, ai verbali di questo dibattimento in Aula – nella società ed anche fra queste mura.
Siamo disponibili, se si parlerà in futuro delle adozioni per le coppie dello stesso sesso, a ragionare con chiunque su questo terreno voglia aprire una nuova frontiera di civiltà, affinché in un prossimo futuro si possa dire che in Italia esistono diritti pieni senza discriminazione di sesso, senza discriminazione di razza, senza discriminazione di condizione sociale e senza discriminazione di orientamento sessuale (Applausi dei deputati del gruppo Sinistra Italiana – Sinistra Ecologia Libertà).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l’onorevole Marzano. Ne ha facoltà.

MICHELA MARZANO. Grazie, signor Presidente. Come ha detto all’inizio di questo dibattito la relatrice della legge, l’onorevole Campana, mentre il matrimonio è ancorato all’articolo 29 della Costituzione, le unioni civili sono ancorate all’articolo 2 e all’articolo 3. Ecco, signor Presidente, il problema della legge che arriva oggi in Aula è tutto qui. E perché è tutto qui il problema della legge che arriva in Aula ? Perché l’unione civile tra persone dello stesso sesso viene istituita attraverso questa legge come una specifica formazione sociale – ripeto, specifica formazione sociale –, negando così alle persone omosessuali che lo vorrebbero e che lo desidererebbero la possibilità di accedere alla condivisione degli stessi diritti e degli stessi doveri delle persone eterosessuali; negando, quindi, alle persone omosessuali l’accesso a quello che è stato tante volte citato a sproposito, oggi, in Aula, cioè l’istituto della famiglia.
Ma tornerò successivamente su questo punto. Certo, non si può negare che questa legge sia un passo avanti.
Questa legge è un passo avanti importante da un punto di vista giuridico perché in Italia non c’era nulla: eravamo di fronte a un vuoto giuridico, dopo che sono più di vent’anni che si cerca disperatamente di portare anche in Italia una legge che riguardi la possibilità di promuovere l’uguaglianza di tutti e di tutte, indipendentemente dall’orientamento sessuale. Quindi, dicevo, in Italia non c’era nulla; l’Italia, ancora una volta, era ultima della classe. Quindi, certo, si colma una lacuna, come ha detto l’onorevole Campana, ma come la si colma questa lacuna ? La si colma bene ? La si colma veramente ? La si colma in maniera adeguata ? La si colma riconoscendo effettivamente l’uguaglianza di tutte e di tutti i cittadini italiani, indipendentemente dalle differenze che caratterizzano tutte e tutti ?
D’altronde, in quanto esseri umani, noi siamo tutti caratterizzati da differenze. È questo un ostacolo affinché noi possiamo essere tutte e tutti riconosciuti uguali ? Ebbene, no ! Purtroppo, il problema è stato questo: si è parlato di uguaglianza, di promuovere l’uguaglianza, ma poi, decidendo di non ancorare questa legge all’articolo 29, di fatto, ancora una volta, il principio di uguaglianza è stato violato. Ed è stato violato come ? Ricordiamo qualcosa di interessante ed importante: è stato espunto, in maniera chirurgica, dal testo di legge che approda in Aula oggi, ogni riferimento alla famiglia e familiare, con un’unica eccezione. Solo una volta, al comma 12, si parla di vita familiare; tutte le altre volte è stato tolto il riferimento alla vita familiare.
Allora, dov’è l’uguaglianza di cui tanto ci riempiamo la bocca, quando non concediamo alle persone omosessuali di poter vivere anche loro effettivamente una vita familiare, indipendentemente dall’orientamento sessuale, che non dovrebbe essere un ostacolo a che si condividano effettivamente gli stessi diritti e gli stessi doveri ?
Ma facciamo, a questo punto, un passo indietro, credo necessario, per mettere qualche puntino sulle «i» rispetto al concetto di uguaglianza, perché questo concetto mi sembra citato tante volte, ma, forse, non veramente capito. Tutte le volte che ho sentito citare questo concetto, anche in Commissione, dove per ore e ore e ore si è parlato di questo testo di legge, si è fatto ogni volta riferimento alla formulazione che del principio di uguaglianza faceva Aristotele, quindi stiamo parlando di secoli fa: quel principio in base al quale si dovrebbero dare cose uguali a persone uguali e cose diverse a persone diverse. Essendo le persone omosessuali diverse, dovrebbero avere, quindi, cose diverse. Ora, mi permetto di ricordare, anche se lo sappiamo già tutti, che all’epoca di Aristotele, nonostante Aristotele sia un grande filosofo, eravamo in una società in cui esisteva la schiavitù, in cui c’era una separazione tra gli uomini liberi e gli schiavi, gli uomini e le donne, e così via. Un dualismo, una gerarchia, e quindi non un uguale riconoscimento di tutti e di tutte; da allora di strada ne è stata fatta tanta.
Mi permetto di ricordare una delle ultime formulazioni del principio di uguaglianza: la troviamo nel testo del 1971 A theory of justice di John Rawls. Cosa ci dice John Rawls in A theory of justice ? Ebbene, spiega che, quando si parla di giustizia, abbiamo, da un lato, il principio di uguaglianza, dare a tutti e a tutte le stesse cose quando si parla di diritti fondamentali e di libertà fondamentali; e, poi, il principio di differenza, cioè ridistribuire in maniera diversa diritti socioeconomici, distribuire in maniera diversa beni, risorse e ricchezze sulla base delle differenze. Ma, lo ripeto, le differenze devono essere prese in considerazione se e soltanto se restiamo sul lato socioeconomico, non quando si parla di diritti fondamentali e di libertà fondamentali.
Ora, siccome quando si parla di amore e quando si parla di matrimonio, c’è la volontà di condividere gli stessi diritti e gli stessi doveri, non si dovrebbe decidere di prendere le persone omosessuali e rinchiudere all’interno di uno stretto recinto specifiche formazioni sociali. Perché ? Perché non dovrebbero avere accesso, queste persone, al matrimonio ? Perché non dovrebbero avere accesso anche loro allo statuto di famiglia ?
È stato ricordato, ancora una volta più volte, anche oggi in Aula: la famiglia, la famiglia naturale, la famiglia tradizionale. Ora, mi permetto di ricordare l’articolo 29, dove si parla della famiglia: cosa ci dice l’articolo 29, parlando della famiglia ? La famiglia viene definita come una società naturale fondata sul matrimonio. Che cos’è questa proposizione, se non un ossimoro ? Società naturale fondata sul matrimonio. Perché o la società è naturale, e allora non ha bisogno di fondarsi sull’artificialità del diritto, oppure si fonda sull’artificialità del diritto, e allora non ha bisogno di essere naturale !
Qualcuno può dire: sto criticando i Padri costituenti ? Lungi da me, ovviamente; ma andiamoci a rileggere i dibattiti dei Padri costituenti: qual era il significato del termine «naturale», ribadito più volte in quest’Aula ? Il significato del termine «naturale» era per distinguere, separare la sfera pubblica «etatica» dalla sfera privata, ossia permettere alla famiglia di poter vivere secondo i propri desideri, i propri bisogni, condividendo diritti e doveri indipendentemente dall’interferenza «etatica».
Ma, se questa è la definizione della famiglia, allora cerchiamo di non confondere tutto ! Io mi permetto di rivolgermi a tutti coloro che sono intervenuti prima di me, anche a Nicola Molteni, l’amico e collega Nicola: la Costituzione parla di società naturale fondata sul matrimonio, e non c’è nessun riferimento all’orientamento sessuale; allora non confondiamo tutto, perché le parole hanno un’importanza. Ricordiamoci cosa ci diceva Albert Camus: è solo nel momento in cui si nominano le cose in maniera corretta che si diminuisce la quantità di sofferenza che c’è nel mondo. E siccome noi siamo qui anche per diminuire la quantità di sofferenza che c’è nel mondo, dobbiamo prima di tutto cominciare nominando in maniera corretta le cose.
Dicevo, allora, i problemi che ci sono in questa legge: espunti i termini «famiglia» e «familiare» praticamente ovunque; tanto per sottolineare il fatto che, no, non è vero che l’amore è amore: sarebbe stato bello, Micaela, se fosse stato questo ! Qui c’è un amore di serie A e un amore di serie B, tant’è vero che nell’articolo 11 è stato anche espunto qualcosa di importante, il dovere di fedeltà, il termine fedeltà: a cosa rinvia il termine fedeltà ? Ma rinvia proprio alla profondità del sentimento amoroso all’interno di una famiglia; rinvia al fatto che, quando si ama, si è presenti e togliere questo riferimento è una beffa: vuol dire immaginare e sottolineare da un punto di vista culturale che l’amore omosessuale non ha lo stesso valore dell’amore eterosessuale e che sarebbe per definizione promiscuo, e quindi incapace di fedeltà, e quindi incapace di durata, e quindi incapace di tutte quelle caratteristiche che noi riconosciamo al sentimento dell’amore, nel momento in cui si decide di condividere la propria vita e di portare avanti un progetto !

PRESIDENZA DEL VICEPRESIDENTE SIMONE BALDELLI (ore 18,30)

MICHELA MARZANO. Ultimo problema, profondo, importantissimo, è stato già citato varie volte: l’espunzione dell’articolo 5 del testo discusso al Senato, noto come stepchild adoption. Anche qui qualche precisazione: non si parla di adozione esterna parlando di stepchild adoption; significava solo dare la possibilità anche alle persone omosessuali di avere accesso all’articolo 44 della legge n. 184 del 1983, ossia permettere al compagno e alla compagna del padre o della madre biologica di poter avere un legame giuridico con i bambini che già esistono, già vivono in queste famiglie e che però, a differenza di tutti gli altri bambini e di tutte le altre bambine, non sono protetti giuridicamente. Allora stiamo dalla parte dei bambini e delle bambine, ovviamente; ma stiamo dalla parte di tutti i bambini, stiamo dalla parte di tutte le bambine.

PRESIDENTE. La invito a concludere.

MICHELA MARZANO. Mi avvio alla conclusione, Presidente: perché sarebbe ancora lungo, bisognerebbe affrontare il discorso della paternità, della maternità…

PRESIDENTE. Più che avviarsi…

MICHELA MARZANO. Concludo. Mi permetto solo di ricordare cosa diceva Françoise Dolto, grande psicanalista infantile: i genitori sono sempre genitori adottivi. Bisognerebbe riflettere su questa frase: io non ho tempo, perché sono costretta concludere, e quindi concludo.
Signor Presidente, io voterò questa legge perché è meglio del nulla e noi siamo coscienti del fatto che ci troviamo di fronte al nulla; ma – lo ripeto – niente trionfalismi, perché questa legge non è una svolta storica, questa legge non è qualcosa di rivoluzionario, questa legge arriva già vecchia. Arriva una legge in Italia che è stata approvata in Francia nel 1999: è una legge già vecchia !
Quindi, io la voterò, ma niente trionfalismi; anzi, da parte mia, io chiedo scusa ai miei fratelli gay e alle mie sorelle lesbiche, ai miei amici gay e alle mie amiche lesbiche, perché non sono stata capace – e parlo in mio nome – di difendere correttamente la loro dignità e la loro eguaglianza (Applausi di deputati del gruppo Partito Democratico e del deputato Andrea Maestri).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l’onorevole Palmieri. Ne ha facoltà.

ANTONIO PALMIERI. Presidente, noi in quest’Aula oggi e nei prossimi giorni, dove in realtà parleremo ben poco, non stiamo parlando di diritti civili: noi qui oggi – anzi, voi qui oggi – celebrate la forza degli adulti che con la forza del denaro possono comprare e produrre un figlio che realizzi un loro presunto diritto, appunto diventare genitori. Voi qui celebrate – e lo vedremo con la questione di fiducia – l’affermazione del diritto del più forte ai danni del più debole; e infine con la questione di fiducia voi celebrate l’arroganza di un Governo che qui alla Camera ha una straordinaria forza parlamentare, e che non fidandosi dei propri parlamentari utilizza la questione di fiducia, che in realtà è una mozione di sfiducia in primis contro i deputati e le deputate del Partito Democratico.
Dicevo che non parliamo di diritti civili, così come non parliamo d’amore: non parliamo d’amore semplicemente perché lo Stato non legifera sull’amore. L’amore un fatto intimo e personale, che attiene alla libertà degli individui, delle donne e degli uomini, e lo Stato legifera su ciò che ha un’utilità per la società, e legifera a tutela dei più deboli: per questo oggi noi non parliamo di amore e non parliamo dei diritti civili, perché la vera questione che è qui dentro e che divide il Parlamento, e ancor di più divide il Paese, è il confronto tra chi vuole tutelare i diritti dei soggetti più deboli, che sono i bambini e le donne in questo caso, e chi invece con questa norma tutela i diritti dei più forti.
Proprio come ha ricordato nel suo intervento qualche ora fa la mia collega e amica Elena Centemero, non esiste il diritto ad avere un figlio: non esiste semplicemente perché non può esistere il diritto a possedere un’altra persona, che in questo caso diventa addirittura il diritto a produrre un’altra persona. E allora vedete, noi di questo parliamo: noi parliamo del desiderio degli adulti di avere un figlio che prevale sul diritto del bambino ad avere una madre e un padre. Questa è semplicemente la questione della quale ci stiamo occupando !
E che ogni bambino abbia il diritto ad avere una madre e un padre proviene da due evidenze che sono incontrovertibili, appunto perché sono evidenze: la prima evidenza è che ognuno di noi non si è fatto da solo; la seconda evidenza, che consegue la prima, è che ognuno di noi è stato generato da una madre e da un padre, da una donna e un uomo. Dal che si deduce evidentemente, Presidente Baldelli, che è la natura ad essere omofoba !
Da queste due evidenze deriva, peraltro, il principio cardine dell’adozione: quello di dare una famiglia ad ogni bambino, e non viceversa; proprio perché, come ho ricordato prima, non esiste il diritto al figlio, non esiste il diritto a possedere un’altra persona o a produrla. Voi invece con questa legge avete costruito un matrimonio sotto falso nome: l’unione civile tra persone omosessuali infatti si celebra come un matrimonio, ha gli stessi diritti e doveri del matrimonio, si scioglie come un matrimonio; avete inserito pari pari, copia incolla, due su tre degli articoli del codice civile che ciascuno di noi quando si è sposato, in comune o in chiesa poco importa, si è sentito leggere. Avete tolto unicamente il terzo, quello che riguardava la fedeltà: questo sì un gesto veramente discriminatorio verso le persone omosessuali, che peraltro però è in linea con l’azione di demolizione del matrimonio che avete effettuato con il divorzio breve e con tutta una serie di norme che hanno minato alla radice il tentativo di fare del matrimonio un’avventura che sia per sempre.
Non l’avete chiamato matrimonio anche perché avevate paura del fatto che in tutti i sondaggi la stragrande maggioranza degli italiani si dichiara contro il matrimonio omosessuale e contro l’adozione alle coppie gay; e così, per questi motivi, avete fabbricato questa norma, che apre la strada a due conseguenze inevitabili: la prima, l’incentivazione al ricorso della pratica dell’utero in affitto effettuata all’estero; la seconda, ricorsi in Italia e in Europa per la «discriminazione» esistente tra le coppie sposate eterosessuali e quelle omosessuali in tema di adozione. Essendo che non c’è alcuna differenza tra il matrimonio delle coppie eterosessuali e il matrimonio delle persone omosessuali, non si capisce perché tale differenza dovrebbe riguardare anche l’adozione.
Infatti, questo è il terzo punto fondamentale, perché la questione è che il matrimonio in sé presuppone i figli e in una coppia omosessuale i figli non possono essere generati, ma solo prodotti, e ciò avviene comprando pezzi di corpo umano altrui, affittando per nove mesi utero e corpo di una donna, producendo un figlio, programmaticamente orfano di madre o di padre. A questo riguardo io voglio citare un pezzo dell’intervento della collega Stefania Prestigiacomo di mercoledì scorso quando abbiamo discusso la mozione, appunto, contro l’utero in affitto. Dice Stefania: «La pratica della maternità surrogata riguarda diritti umani e temi etici, in gioco c’è la vita e la dignità delle donne secondo il principio universale della indisponibilità del corpo umano. L’acquisto, la vendita o l’affitto dello stesso, dunque, sono fondamentalmente contrari al rispetto della sua dignità. La mercificazione del bambino e la strumentalizzazione del corpo della donna sono anch’essi contrari alla dignità umana e quindi inaccettabili», dice la Prestigiacomo. «La nostra contrarietà si basa tra l’altro su un dato scientifico: la donna non può essere considerata uno strumento di produzione, perché semplicemente non è un vettore meccanico. Studi approfonditi dimostrano come ci sia un innegabile sostanziale scambio cellulare tra la madre e il bambino, i tessuti si influenzano vicendevolmente. Durante la gravidanza non è infatti solo la madre a donare parte di sé al bambino che porta in grembo, ma accade anche il contrario». Continua Stefania Prestigiacomo: «Da un punto di vista biologico, infatti, ciò che accade durante i nove mesi di gravidanza è un vero e proprio miracolo, perché i due corpi, uno già adulto e uno in via di formazione, si scambiano vicendevolmente materiale cellulare. Ebbene, la pratica della maternità surrogata tende a spezzare fino a negare questo legame, progettando a freddo la nascita di un orfano», fine della citazione. Io mi sarei aspettato dai colleghi del PD e dai colleghi di Sinistra Italiana una presa di posizione su questo. Mi sarei aspettato che la sinistra, che dice sempre di essere dalla parte dei più deboli, stesse realmente, su questo, dalla parte dei più deboli e, invece, no. Dico una cosa che ho già detto in Commissione, lo dico per estrema chiarezza, io non posso che augurare e auguro di tutto cuore ogni bene alle coppie etero o omosessuali che decidono di affrontare insieme un legame stabile per il presente e per il futuro, così come auguro ogni bene a tutti i bambini che sono stati, purtroppo – io dico – prodotti nel modo che ho appena descritto, ma che sono qui – alcuni sono anche figli di nostri colleghi –, non si può che augurare, per il rispetto della vita, di ogni vita umana, a loro, di vivere una vita felice, ma questo non toglie il problema. Il problema è evitare che accada di nuovo questo tipo di produzione di essere umani. Quello che a noi preoccupa, appunto, come ho già detto, più volte, in Commissione è il modo con il quale saranno prodotti in futuro questi bambini che è quello che ho descritto prima e che ho rinvigorito citando le parole della collega Prestigiacomo. Noi avevamo proposto, in Commissione, un emendamento che puniva anche in Italia la pratica dell’utero in affitto praticata all’estero; voi avete votato contrario. Era una modifica circoscritta, non modificava l’impianto politico e culturale della norma, al Senato sarebbe passata nel giro di una settimana, essendo un’aggiunta al testo, non una rimessa in discussione del testo; su questa norma avreste avuto una maggioranza ancora più ampia di quella che avete avuto qualche settimana, qualche mese fa, eppure avete scelto di votare contro questo emendamento che avrebbe, con assoluta certezza, detto da che parte stavate cioè dalla parte dei più deboli, delle donne e dei bambini.
Una ultima questione, Presidente Baldelli, è la questione, più politica, del voto di fiducia.
Come ho già detto prima, voi qui alla Camera avete numeri stratosferici, straordinari che vi mettono al riparo da ogni tipo di preoccupazione, eppure, appunto, avete scelto di porre la questione di sfiducia… anzi di fiducia che, appunto, in realtà è una mozione di sfiducia nei confronti delle parlamentari e dei parlamentari del Partito Democratico, avete scelto di impedire all’Aula di dibattere e di votare, avete scelto di occultare, agli occhi dell’opinione pubblica, quello che sta realmente avvenendo. Su questo punto, per la prima volta, come già altri colleghi hanno ricordato, un Governo pone la fiducia, in questo caso, purtroppo, la ripone, la pone per la seconda volta, su provvedimenti che riguardano la natura etica, non era mai successo nel nostro Paese. Peraltro, il Governo Renzi ha il record delle questioni di fiducia avendo approvato il 31 per cento dei propri provvedimenti attraverso questa modalità, ma è evidente che qui non siamo davanti a una fiducia come le altre e che questa fiducia, unitamente a tutte le motivazioni che ho cercato prima di illustrare, non può che portare Forza Italia a un voto contrario, sia sulla fiducia – e questo ça va sans dire – sia nel merito del provvedimento, e a utilizzare tutte le possibilità, le pochissime possibilità che avremo in queste ore che ci separano dal voto di fiducia, per ribadire i nostri convincimenti (Applausi dei deputati del gruppo Forza Italia – Il Popolo della Libertà – Berlusconi Presidente e del deputato Molteni).

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l’onorevole Giuditta Pini. Ne ha facoltà.

GIUDITTA PINI. Grazie, Presidente. Io ho pensato a lungo a come iniziare questo intervento; avrei potuto iniziare citando il lungo percorso che ci ha portato fino a qua: nel 1988 venne depositato il primo disegno di legge, io non avevo ancora quattro anni, pensi a come sono invecchiata, oppure, ricordando i Dico, i Pacs, i Didorè che sono stati citati prima, oppure anche, semplicemente, riproponendo tutto il percorso che ha avuto questa legge, le settantadue sedute in Commissione al Senato, il lungo tavolo con le associazioni che la relatrice Campana insieme al Partito Democratico ha portato avanti in questi anni, oppure il dibattito che molti di noi hanno visto in diretta al Senato; potrei parlare del volta faccia dei 5 Stelle, quando, a cinque minuti dalla votazione, dopo una telefonata arrivata da Milano, hanno improvvisamente cambiato idea, ma su questo non credo che sia necessario parlare, perché credo che a giudicare i nostri comportamenti come parlamentari ci siano gli atti e, in seguito, ci sarà la storia che parlerà per le nostre azioni. Invece, vorrei iniziare con una frase semplice che tutti conosciamo perché la leggiamo sempre in tv o all’ingresso dei tribunali e che è: la legge è uguale per tutti. Ecco, questa frase è bellissima nella sua semplicità, però non è vera e non mi riferisco alla sua applicazione che viene garantita dalla giustizia e dalla magistratura, ma alla nostra funzione, cioè alla legge. Pensate, onorevoli colleghi, che nel nostro codice non esiste la parola omosessualità, pensate che migliaia e migliaia di persone non sono semplicemente contemplate all’interno del nostro codice. Pensate a voi stessi, oppure ai vostri figli e pensate all’impossibilità di proiettarvi nel futuro al plurale, insomma, all’impossibilità di creare una famiglia, una vita di coppia, riconosciuta anche dallo Stato; fate finta che lo Stato non vi riconosca e non vi dia né diritti, né doveri; fate finta che ogni volta che si tenti di portare all’ordine del giorno questa situazione vi si risponda o che non è la priorità o che non è abbastanza, questa legge. Ecco, adesso possiamo smettere di fare finta perché è la situazione in cui ci troviamo in Italia fino a oggi e oggi finalmente in quest’Aula si inizierà un percorso di riconoscimento dei diritti e dei doveri di tutte le coppie, di tutti quelli che si amano e che, nonostante tutto e tutti, scommettono sul futuro e vogliono creare una famiglia. In questi mesi e anche in queste ore devo dire, ho sentito ogni tipo di obiezione, ma, sostanzialmente, il sentimento più comune tra quelli che sono contrari e si oppongono a questa legge è la paura, come se l’estensione di diritti a chi non ne ha minasse i diritti di quelli che ce li hanno già, ma, almeno a mio parere, non esiste una paura più infondata, quando si allargano i diritti e i doveri, una società cambia e diventa anche una comunità. Ma pensate a quale sentimento di solidarietà si possa approvare davanti a uno Stato che chiede solo doveri e non dà diritti; pensate, invece, quando finalmente questo Stato mi riconosce, sa chi esisto – lo riconosce –, sì, mi dà dei diritti, ma mi chiede anche di assumermi dei doveri, finalmente. Allora cambia tutto, cambia anche la mia prospettiva di vita e la mia percezione della mia famiglia, della mia coppia nel futuro. Possiamo fare un errore enorme noi qui oggi, cioè dire che è la lunga storia che inizia dal 1988 e che oggi, domani, nei prossimi giorni si compirà. Non è così, oggi iniziamo insieme un cammino e non concludiamo proprio nessuna storia. Sarà perché la mia generazione è nata e cresciuta quando è caduto il muro di Berlino, quando c’è stata la crisi delle ideologie dei grandi partiti di massa, e nell’epoca delle grandi promesse ci avevano detto che saremmo diventati qualunque cosa avremmo voluto essere; poi siamo diventati adulti, invece, nell’epoca delle grandi disillusioni, forse è per questo che siamo un pochino più cinici, forse è per questo che il dibattito nato e cresciuto attorno a questa legge ci ha fatto più volte ridere e molto spesso orrore; forse è per questo che, quando qualcuno propone all’interno di quest’Aula, all’interno di questa Camera la possibilità dell’obiezione di coscienza per i commercianti che non vogliono servire chi si unisce civilmente, rimaniamo disgustati, con il vomito, e diciamo con forza che non è più tempo di prenderci in giro e di tergiversare, è tempo di diritti, almeno quelli.
Certo, la legge non è perfetta – qui purtroppo non siamo in un’aula d’università, non è possibile avere la perfezione, facciamo politica, quindi a volte tocca anche di fare delle mediazioni –, manca interamente il riconoscimento dei minori. A mio parere, è la stessa logica di errore e di rimozione che si è fatta fino ad adesso, perché pensiamo che se una cosa non è inserita all’interno della legge quella cosa non esiste; invece non è così, perché i bambini che nascono e crescono all’interno delle famiglie arcobaleno esistono e continueranno ad esistere, c’è bisogno di una legge in fretta. Però, sappiamo anche che – perché non veniamo da fuori – date le condizioni, i numeri al Senato, il voltafaccia dei grillini, tutto questo è il massimo risultato che possiamo ottenere. Tuttavia, è un ottimo risultato: oggi stiamo cambiando profondamente e nelle fondamenta veramente il diritto di famiglia di questo Paese, e lo stiamo cambiando in meglio.
Secondo me si compirà – ne sono sicura – una piccola rivoluzione copernicana, perché da domani mattina, pian pianino, le unioni civili saranno viste per quello che sono, cioè una cosa normale in un Paese civile. Pian pianino, ci si vergognerà un pochino di più a dire pubblicamente quello che si è detto in quest’Aula. Pian pianino, ci si vergognerà un pochino di più a fare la battutina, quando si va in TV o con gli amici. Pian pianino, ci si vergognerà un pochino di più ad essere omofobi. Sì, ovvio, è un cammino che ci ha messo trent’anni, ci abbiamo messo trent’anni per fare un passo, ma almeno a me hanno insegnato che in un viaggio la cosa più difficile, molto spesso, è il primo passo, è iniziare il viaggio.
Permettetemi di ringraziare infine i Giovani Democratici, di cui ho fatto parte, che da sempre sono stati a favore del matrimonio egualitario e che non mi hanno mai fatto mancare il loro sostegno; in secondo luogo, anche l’Arcigay di Modena, che in questi mesi mi ha supportato e soprattutto sopportato, aiutandomi a capire e a conoscere molto persone, storie ed emozioni che non sapevo neanche potessero esistere. Oggi è una bellissima giornata, fuori c’è il sole – adesso sta ormai tramontando, però è una bella giornata – e questa settimana sarà bellissima. Concludo citando il Presidente Barack Obama – degli Stati Uniti, quindi non un noto sovversivo – nel suo discorso di insediamento del 2013: il nostro viaggio non sarà concluso finché i nostri fratelli e le nostre sorelle omosessuali non saranno trattati come chiunque altro davanti alla legge, perché se siamo stati creati uguali anche l’amore con cui ci leghiamo l’uno all’altro dovrà essere altrettanto uguale. Auguro a tutti buon lavoro e buon lavoro a tutti noi (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. È iscritto a parlare l’onorevole Alessandro Pagano. Ne ha facoltà.

ALESSANDRO PAGANO. Presidente, manifesto il mio dissenso e la mia delusione su questa proposta di legge, perché era una proposta di legge che poteva essere accolta all’unanimità o quasi da questo Parlamento, invece si è voluto, sin dall’inizio, impostarla in maniera completamente diversa, con un’assenza di dibattito e con elementi – che fra un po’ andrò a spiegare – che l’hanno caratterizzato negativamente. Il principio fondamentale del dissenso è basato soprattutto su un fatto che ogni bambino ha diritto ad avere un papà e una mamma.
È stato detto in mille salse, non ce lo dimenticheremo mai, e non finiremo mai di ripeterlo, perché quando viene meno questo presupposto logico oltre che naturale, è evidente che siamo di fronte forti connotazioni ideologiche. Il popolo italiano questo lo sa. Gli italiani hanno chiarezza di idee. Negli ultimi trent’anni si contano sulle dita di una mano le manifestazioni di piazza che hanno superato il milione di persone, ben due di queste sono avvenute nell’ultimo anno solare e riguardavano proprio i temi che stiamo trattando. Non si spostano milioni di persone da tutte le parti d’Italia senza alcun aiuto finanziario portandosi dietro il cestino della spesa, portandosi dietro i bambini perché non sapevano a chi lasciarli, se non c’è una forte identità, una forte consapevolezza del fatto che stavano per essere minati i diritti fondamentali dell’uomo. Questo è il significato delle due manifestazioni organizzate dal Comitato Difendiamo i nostri figli dal professor Gandolfini il 20 giugno 2015 e il 19 gennaio di quest’anno, moltitudini di persone si sono spostate per manifestare contro questa legge.
E noi oggi siamo qui a soccombere rispetto alla volontà della maggioranza degli italiani che dice assolutamente «no» rispetto all’impalcatura che è stata data; e dice sostanzialmente «no» perché tre sono i fattori assolutamente certi. Il primo: nessuno vuole negare diritti agli adulti a livello individuale. Due persone dello stesso sesso che vogliono vivere assieme possano vivere tranquillamente. Per evitare ogni tipo di speculazione, ogni tipo di individuazione di teorie strane, di tipo omofobo, ricordo a quest’Aula e lascio agli atti che c’è una proposta di legge, la numero 2969, a prima firma del sottoscritto e sottoscritta da altri ottanta deputati, che spiega in maniera chiara, precisa e puntuale che ci sono i diritti inalienabili di due persone dello stesso sesso a vivere assieme. Sono ben 33 tali diritti e sono già legge dello Stato perché nel corso degli ultimi decenni questo Parlamento li ha approvati, e che noi avevamo messo assieme come testo unico. Ricordo quali sono questi diritti certi, che nessun uomo di ragione potrà mai negare a persone dello stesso sesso che vogliono convivere, ovviamente in maniera stabile: l’iscrizione anagrafica della convivenza, la reciproca assistenza sanitaria, l’accesso alla cartella clinica del convivente, i congedi per motivi di salute del partner, l’accesso al servizio dei consultori, i colloqui fra detenuti, i permessi fra i detenuti, la filiazione – nel senso che non c’è distinzione di status giuridico dei figli, anche con genitori conviventi –, l’amministrazione di sostegno, l’idoneità dell’adozione, la protezione contro gli abusi nell’ambito della convivenza, l’ordine di allontanamento, la decadenza e la potestà di genitore, la successione nella locazione, l’assegnazione di alloggi di edilizia economico-popolare, le imprese familiari, il risarcimento da fatti illeciti, il contratto di assicurazione, le circostanze aggravanti dei reati, i casi di non punibilità ben precisi – fra l’altro individuati già dalla legislazione attuale –, i rapporti di parentela penalmente rilevanti, la violazione degli obblighi di assistenza familiare, il reato di maltrattamento, la non punibilità a querela delle persone offese per delitti contro il patrimonio commessi in danno di congiunti, l’obbligo di testimoniare, l’ordine di allontanamento dalla casa comune, la domanda di grazia, l’elargizione alle vittime di terrorismo e di criminalità organizzata, l’elargizione alle vittime di estorsione e usura, la protezione dei collaboratori di giustizia, persino questo ! Tutti questi elementi sono stati previsti dal nostro disegno di legge firmato da una parte consapevole di questo Parlamento, e la dicono lunga sul fatto che avevamo le idee chiare, sul fatto che persone dello stesso sesso potessero e dovessero convivere, ove lo volessero. Ma tutto questo è stato negato da un’impostazione ideologica, fortemente caratterizzata anche da bugie, perché le cose che ho appena detto non sono state mai ripetute da nessuno nei talk show; si è sempre detto che bisognava dare i diritti essenziali alle coppie omosessuali, ma i diritti c’erano già. Penso che le uniche cose – e qui arrivo al secondo punto – su cui valeva la pena invece dire «no» erano punti assolutamente certi nell’evidenza. Il primo: il fatto che non si potesse mai dare l’assenso alla stepchild adoption. Il figlio in questa maniera non è concepito, ma prodotto. Seconda cosa: non si può dire di sì al simil-matrimonio, o al matrimonio sotto mentite spoglie, perché nel momento stesso in cui una unione civile è paragonata nella stessa identica maniera al matrimonio costituzionalmente garantito, ex articolo 29, di fatto, si è detto che tutti i diritti, annessi e connessi, sono ad essi legati. Quindi, le sentenze creative non mancheranno, già ci sono a iosa e continueranno ad esserci, nel far sì che venga rafforzato questo principio. Noi volevamo dire «no» a tutto questo e invece la legge lo prevede.
Infine, dulcis in fundo diciamo che l’utero in affitto diventi come reato universale. Su queste tre cose – ripeto: l’adozione, il simil-matrimonio e il reato universale dell’utero in affitto – il nostro partito ha fatto una battaglia sin dall’inizio encomiabile. Eravamo tutti convinti che non potesse mai esserci compromesso su questo e, invece, purtroppo, per come le cose si sono sviluppate, anche quelle tesi, che appunto ho appena spiegato, sono state invece contraddette e si è arrivato un compromesso, che per quanto mi riguarda, è inaccettabile. Un compromesso che non può essere accettato proprio perché, nel momento stesso in cui l’unione civile è paragonata al matrimonio costituzionalmente garantito, di fatto si adempie pienamente al dettato giurisprudenziale delle sentenze di Strasburgo e di Lussemburgo, che dicono che ogni Stato è sovrano e può fare quello che vuole. Può scegliersi il diritto familiare che vuole in questa materia, però, nel momento stesso in cui si hanno le stesse impostazioni del matrimonio è evidente che ci sono anche tutti i diritti annessi e connessi. Ecco perché questo è un matrimonio sotto mentite spoglie, e voi lo sapete bene ! Con il comma 20, in maniera clamorosa, già oggi, la step child adoption è prevista ! Non è un fatto casuale che giudici con sentenze creative si sono sbizzarriti a lanciare ipotesi tra le più fantasiose ! E ancora non è passata la legge ! Io penso quindi che questa doppia fiducia, che è stata fortemente voluta dal Premier Renzi, serviva proprio a questo: ad evitare un dibattito ! Si pensi che questi sono gli unici dieci minuti in cui, assieme a qualche sparuto collega, stiamo raccontando qualche cosa ! In un dibattito serio in questo Parlamento, col voto segreto, noi siamo fortemente convinti che le coscienze avrebbero avuto modo di rimordere e sarebbero venuti fuori risultati ben diversi ! Questo lo sa bene anche il premier Renzi, tant’è che ha detto testualmente virgolettato: «col cavolo che sarebbe mai passata questa legge in contesti normali». Da qui la doppia fiducia tra Camera e Senato che è la conferma puntuale di un diritto che viene calpestato – quello dei bambini –, di una strumentalizzazione delle donne che viene conclamata: la donna oggi ritorna ad essere com’era 2015 anni fa, quando nacque Gesù Cristo, quando era uno strumento, quando contava nulla, oggi ritorna ad essere questo ! Questo momento storico segnerà l’inizio di un percorso che vedrà assolutamente le donne ridotte a mero strumento di produzione, così come ben sappiamo, con l’utero in affitto.
Mi avvio alla conclusione, Presidente. I principi di incostituzionalità sono tanti, sono conclamati ! In audizione sono venuti i più famosi costituzionalisti italiani, chiamati da tutte le parti politiche, e tutti hanno trovato un assoluto fil rouge nel dire che certamente ci sono tanti elementi che non vanno. Così come ci sono anche tante diseguaglianze e soprattutto tante inesattezze da un punto vista tecnico-giuridico. Ecco perché noi speriamo che il presidente Mattarella rinvii alle Camere questo documento. Vi è già una giurisprudenza creativa, non è possibile immaginare che il primato del Parlamento venga definitivamente perso. La tecnocrazia ci vuole ridurre a premere solo i tasti del rosso e verde, però io penso che su questa legge, dal forte connotato antropologico, che cambierà e modificherà usi costumi e mentalità – non in senso positivo, checché se ne dica, col massimo rispetto dei colleghi – è evidente che noi non possiamo dire di no !
Noi speriamo che il Presidente della Repubblica possa realmente interpretare la vicenda nel senso appena detto e rimandare la legge alle Camere. Penso che il referendum abrogativo di questa legge sia sicuramente una frontiera su cui tutti gli uomini di buona volontà e quel 75 per cento della popolazione italiana che ha dichiarato di essere contrario si dovranno misurare per riportare di nuovo un equilibrio e una giustizia su un argomento così importante.

PRESIDENTE. È iscritta a parlare l’onorevole Giuliani. Ne ha facoltà.

FABRIZIA GIULIANI. Presidente, colleghi, per coloro che ancora hanno pazienza nei confronti di una discussione che è stata, a mio avviso, di grande rilievo; forse la sola opportunità che ha avuto la Camera di discutere in plenaria questa materia, ritengo davvero importante riuscire ad ascoltarci fino alla fine.
Perché è stata importante ? È evidente il rilievo della norma che ci apprestiamo a varare e che qui auspichiamo concluda il suo iter per diventare definitivamente parte del nostro ordinamento. Per sottolinearne il rilievo non credo sia necessario ricordare le tappe, che hanno scandito l’iter parlamentare di questa norma, nelle forme che via via ha assunto, a partire dall’avvio faticoso della Commissione Giustizia del Senato, caratterizzato da scontri che non avremmo voluto vedere, soprattutto nell’esito che hanno avuto. Ma io non mi riferisco solo e tanto al confronto parlamentare, ma all’attenzione e alla partecipazione con la quale questa norma è stata seguita. Sulle aspettative, lo hanno detto altri prima di me, a cominciare dalla relatrice, e l’attesa che la hanno accompagnata voglio dire che questa attesa non era di pochi, ma era di tanti, di molti ! Non era di una parte minoritaria dell’opinione pubblica, ma di una parte maggioritaria che vede nel rispetto dei diritti di tutti, nella dignità dei diritti di tutti il fondamento della democrazia ! Questo è il punto che io più di tutti oggi vorrei sottolineare: non è in gioco una parte, ma il tutto. Se si parla di un voto storico, dunque, non è per enfasi retorica, ma perché è vero !
È vero perché ce lo dice la storia, e non è un gioco di parole, che abbiamo alle spalle. Lo conferma l’attualità, il presente, che è segnato dal vuoto normativo, a cui molti prima di me hanno fatto riferimento, un vuoto che finalmente si colma, e, soprattutto, lo sottolinea lo sguardo al futuro, che viene dalla consapevolezza di un passo in avanti decisivo, che restituisce – qua poco è venuto fuori – alla politica la capacità di chiudere un capitolo discriminatorio che ci ha messo ai margini dell’Europa.
Vado per ordine. Si è detto come il riconoscimento delle unioni civili, formate da persone dello stesso sesso, negli ultimi decenni, altro che gli ultimi tempi, è rimasto impantanato in una serie di acronimi. Eppure la lingua è sempre specchio potente della difficoltà di chiamare le cose con il loro nome. Non era una difficoltà del legislatore. In quella difficoltà si rifletteva l’incapacità di misurarsi con i cambiamenti già in atto nella società: persone, coppie, famiglie, che erano vive e che sono vive e attive. Era una difficoltà di riconoscere la vita, le relazioni, i legami che tengono insieme una comunità e, purtroppo, sulla verità, sul riconoscimento della vita reale, ha prevalso un feroce scontro ideologico, ciò che la letteratura definisce bipolarismo etico. Uno scontro tra due visioni assolute, incapaci di riconoscere la necessità di una mediazione, che è la sola che può condurre alla decisione e, dunque, alla legge. Un’opposizione paralizzante, lontana anni luce dal sentimento delle persone che vivono la bellezza e la fatica della costruzione di un legame d’amore, la costruzione di una coppia nella vita e nelle difficoltà quotidiane. La politica ha mancato di dare voce alla realtà e ha privilegiato l’enfasi, l’amplificazione dell’opposizione ideologica, fissata in identità statiche. Io vorrei essere chiara su questo, perché credo che non sono perfettamente in sintonia con quanto hanno detto altri prima di me. I ritardi sui temi bioetici in questo Paese non sono dovuti a uno scontro tra laici e cattolici. Questa è una verità di comodo, una verità facile anche da raccontare sui giornali, distingue il bene e il male, il progresso e il regresso. Certo, c’è anche questo, ma sarebbe un grave errore politico vedere solo questo. Del resto, molte altre questioni sensibili arrivate al momento, alla prova della discussione parlamentare, in ultimo la discussione sulla maternità surrogata, hanno rivelato molto chiaramente come questa sia una rappresentazione totalmente incapace di cogliere la realtà. Ciò che ha impedito che questo Paese avesse una legge al passo con l’Europa, è stato l’uso strumentale che la politica ha fatto di questo. Ha prevalso la visione muscolare, una visione tesa a considerare solo il vantaggio e il calcolo immediato, l’interesse opportunistico, ma non la convinzione. Ed è stata esattamente l’incapacità di superare questo blocco che ha portato, sul piano legislativo, al vuoto e il vuoto, molto più di una cattiva norma, genera esclusione, discriminazione e pregiudizio. Quanto è accaduto, esattamente questo, e questo hanno pagato tante persone sulla loro pelle, tanti uomini e tante donne, tanti giovani e tante famiglie, tanti bambini. Ma più ancora, di ciò è rimasta impregnata la nostra cultura, il senso comune che si è reso complice di esclusioni inaccettabili, un vuoto che ha fatto precipitare il nostro Paese ai margini d’Europa e come ancora possiamo vedere, anche attraverso questo dibattito, non ne siamo fuori.
Ma oggi possiamo cambiare pagina e di questo come Partito Democratico, come PD, siamo tutti orgogliosi, perché così si dà un futuro anche alle radici migliori del nostro partito, alle culture che hanno costruito il nostro partito, dopo anni di fallimenti. Io voglio dire quale a quali radici mi riferisco. È una legge che si inserisce nella migliore tradizione dei diritti del nostro Paese, la legge del diritto di famiglia del 1975, il divorzio confermato dal referendum, l’aborto nel 1978, anche quelli sono stati diritti faticati e strappati a questo bipolarismo, ma era una stagione migliore di questa per certi versi. Pensiamo al delitto d’onore che fu abrogato solo nel 1981, alla fatica di rendere la violenza sessuale un reato contro la persona e non solo più contro la morale.
La legge sulle unioni civili ha una valenza maggioritaria e guai a scordarlo. È evidente che in questa legge non è in gioco una minoranza, siamo in gioco tutti, sarebbe davvero un atto di grave miopia politica considerare queste misure una norma per pochi, un atto lodevole, lo diceva prima l’onorevole Cicchitto (su molte altre cose che ha detto sono d’accordo, ma non su questo), di tutela di una minoranza. Io peraltro poi considero la tutela delle minoranze una questione importantissima, ma qui non è in gioco questo. È in gioco l’Europa, la storia europea, la storia delle nostre società pluraliste degli ultimi decenni, la capacità di leggere la trama delle relazioni del tessuto sociale, la capacità di riconoscere e identificare dovunque si presentino le discriminazioni e la capacità di perseguirle, una capacità necessaria alla qualità democratica dei nostri Paesi, alla tenuta della vita civile nazionale e transazionale, al modo in cui noi pensiamo di costruire la cittadinanza europea. Non è una consapevolezza dell’oggi è qualcosa sulla quale siamo cresciuti noi che veniamo dalla Costituzione più bella del mondo, perché è la Costituzione a dirci con forza e rigore a quali principi si debba ispirare il lavoro giuridico quando traduce i valori che ispirano la vita democratica nella sua pienezza, quale via si debba seguire nel suo aggiornamento, se non se ne vuole tradire l’autentico principio ispiratore. Il contrasto alla discriminazione è enunciato con molta chiarezza nella prima parte del dettato costituzionale, in quell’articolo 3 dove si chiarisce con efficacia come la discriminazione nel corso della storia possa assumere forme e obiettivi diversi, ma resti sempre identica a se stessa nella lesione che infligge al principio di uguaglianza che ispira la democrazia, e vi prego colleghi del centrodestra che non ci siete più di non scambiare questo per relativismo.
Ma l’uguaglianza, e questo è il punto, non vuol dire cancellare le differenze. Questo è un punto molto profondo perché tocca anche la discussione sulla stepchild e sulla maternità surrogata. Il punto non è la ricerca di un’uguaglianza che annienti la differenza sessuale (rinvio appunto ancora alla discussione sulla surrogacy), una strada destinata a produrre intolleranza e discriminazione, quando non violenza, come ci sollecita la bellissima metafora di Camus sui topolini che si annidano dove non immaginiamo e non avremmo mai pensato, però è un rischio che è sempre pronto a presentarsi e a seminare contagio. Dunque, si tratta di un’uguaglianza che rispetti fino in fondo le differenze. Io credo che la norma che ci apprestiamo a varare si muove su un doppio solco importante segnato per l’appunto dalla Corte nel 2010 e nel 2014, non ripeterò le cose che hanno detto gli altri, che vedeva riconosciuti i diritti alle coppie in quanto tali e non si limitava ai diritti individuali, e poi alla Lebenspartnerschaft del modello tedesco assunto nella sua versione finale. Ora il risultato che oggi abbiamo raggiunto è frutto di una discussione, di una mediazione parlamentare, ma la discussione e la mediazione sono il frutto dei migliori processi democratici.
Occorre confrontarsi con gli altri, accettare le ragioni degli altri, per dare leggi che durino, questo ci dicono la storia del divorzio e dell’interruzione volontaria di gravidanza nel nostro Paese.
Voglio dire anche che, al di là della tattica parlamentare, di calcoli di piccolo cabotaggio, della necessità di piantare i vessilli identitari, il rischio del nulla, poco prima evocato anche dalla collega Marzano, era un rischio che si doveva scongiurare, perché il vuoto e l’arbitrio distribuiscono diseguaglianza ed esclusione e il rischio del nulla va sempre scongiurato.
Il dovere di un partito come il PD, che ha una forte vocazione riformista e che in questa legislatura vuole mettere a frutto tutta la sua vocazione riformista, era quello di fare dei passi in avanti. È la politica, Presidente, che si riprende la palla e detta le regole della convivenza civile, perché le regole della convivenza civile non le debbono dettare i municipi, non le debbono dettare i sindaci, non le deve dettare l’Europa e non le deve dettare nemmeno l’economia. È la politica che si riprende la palla, e per questo, oggi è un giorno importante (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).

PRESIDENTE. Non vi sono altri iscritti a parlare e pertanto dichiaro chiusa la discussione sulle linee generali.

(Repliche della relatrice e del Governo – A.C. 3634)

PRESIDENTE. Prendo atto che l’onorevole relatrice, Campana, rinunzia alla replica.
Ha facoltà di replicare il rappresentante del Governo.

GENNARO MIGLIORE, Sottosegretario di Stato per la giustizia. Grazie, signor Presidente. Colleghe e colleghi, l’occasione di questa discussione, in una giornata tanto significativa ed importante (quest’Aula ha appena ospitato una importante e commovente celebrazione delle vittime del terrorismo, nel giorno in cui si ricorda anche l’omicidio di Aldo Moro e di Peppino Impastato), rappresenta per questo Paese e per questo Parlamento un’occasione preziosa, rispetto alla quale anche la rilevanza dell’argomento, che è stato oggi affrontato, ci viene a rappresentare quale sia l’impegno dovuto dalle istituzioni democratiche nei confronti della cittadinanza.
Il 9 maggio è anche la festa dell’Europa. Ricordo l’anniversario di giornate fondamentali, quella della vittoria, ma anche quella di un discorso fondamentale del Ministro degli esteri francese Robert Schuman, che pose le basi per la costruzione dell’Europa, cercando di oltrepassare muri, diffidenze e cercando di costruire il progetto politico dell’Europa, che oggi molti in quest’Aula hanno richiamato, sul tema dei diritti e della civiltà giuridica. Ed è questa Europa che ha, come abbiamo rilevato (sono stati più oratori a rilevarlo), indicato la strada maestra da perseguire, attraverso le sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, a tutti i Paesi europei che non avevano ancora ottemperato alla regolamentazione della vita familiare delle coppie, indipendentemente dal fatto che queste fossero composte da persone dello stesso sesso. Ed è l’Europa, così come ha citato in premessa la relatrice, che ha individuato anche l’ambito preciso entro il quale si doveva operare affinché vi potesse essere una effettiva esigibilità dei diritti. Un’Europa, peraltro, che è stata poi accompagnata nella interpretazione di questa diritto fondamentale alla protezione e anche alla definizione dei diritti di persone unite all’interno di una coppia dello stesso sesso, e ribadita da sentenze della Corte di cassazione e della Corte costituzionale.
Le questioni che sono state poste in questo ampio dibattito, che nessuno può omettere come dato fondamentale, anche dal punto di vista metodologico, di questa nostra attività di confronto, sono state fondamentalmente di tre ordini, di ordine giuridico, di ordine culturale e di ordine politico. Per ciascuno di questi, i colleghi intervenuti, si sono soffermati su quei punti che essi ritenevano avere una maggiore rilevanza: da quelli favorevoli, che hanno sottolineato – come la relatrice Campana, come da ultimo anche l’intervento della collega Giuliani, come la collega Pini – un avanzamento ed un allargamento di diritti che non ledono quella che è la consistenza anche di un dato come quello della famiglia tradizionale; a coloro i quali, invece, hanno individuato, con una dizione che è tutta da discutere, ma che comunque è stata usata in questa Aula, e che quindi rispetterò, come una sorta di minaccia questo allargamento e questa sovversione dell’ordine costituito della famiglia naturale, come una minaccia all’ordine sociale.
E quindi, per questa via, si sono contestati vari commi di questa legge; in particolare, più volte si è contestato il comma 20, nel quale si ritiene di dover, da parte del legislatore e da parte dei proponenti, evidentemente riaffermare il diritto secondo il quale, proprio in virtù delle sentenze già citate, debbono essere esigibili gli stessi diritti da parte delle persone unite nel vincolo dell’unione civile. Allora, vorrei dire, innanzitutto, una cosa: alle obiezioni di ordine giuridico noi rispondiamo con un concetto fondamentale. Bisogna avere rispetto delle sentenze e anche dell’ispirazione di fondo della nostra Costituzione. Non è un caso che sia stata richiamata la nostra Costituzione, nell’articolo 2 e nell’articolo 3, sia relativamente alla specifica formazione sociale sia fondamentalmente nel recupero di quel concetto, che è fondativo di tutta la nostra convivenza civile, che è quello del principio di uguaglianza.
Per questo, sul piano giuridico, noi vogliamo riaffermare il diritto-dovere di questo Parlamento e di questa istituzione a rispettare il mandato e l’interpretazione che ci viene da sedi autorevoli dal punto di vista giurisdizionale, europee e anche italiane.
Vi è stata, poi, una complessa discussione relativamente alle questioni di carattere culturale, ovvero la discussione non solo in punto di diritto, ma anche sul piano sostanziale; è stato ricordato, per esempio, dall’onorevole Palmieri, che questo istituto giuridico, che stiamo introducendo, sarebbe un matrimonio sotto falso nome. È stato ribadito anche da altri colleghi, dal collega Molteni, dalla collega Binetti, coloro i quali hanno ritenuto di dover stigmatizzare questa proposta di legge, perché, in qualche modo, stava definendo una sorta di equivoco, e non una certificazione di diritti specifici.
Su questo, come è stato detto anche da alcuni colleghi, tra cui l’onorevole Cicchitto e altri, la specificazione di cosa debba essere interpretato come matrimonio, e quindi riferito all’articolo 29, è molto chiara rispetto a quello che è il nostro intento. Noi qui stiamo regolamentando i diritti all’interno di un’unione civile, ed è naturale, e mi permetto di dire sacrosanto, che questi siano completi rispetto alla legge e rispetto a quelli che sono tutti i termini che devono essere garantiti alle persone che sono unite in questo vincolo.
E anche la distinzione relativamente alla questione di avere espunto dalla equiparazione dei diritti il vincolo della fedeltà ha un carattere fondamentale proprio per comprendere che il punto di arrivo di una discussione, che è stata fondamentale al Senato e che ha prodotto questo risultato, e, soprattutto, come dirò di qui a poco, la possibilità di approvare questa legge, ha definito questo come un discrimine rispetto alla equiparazione formale con il matrimonio.
In questa sede è stato citato – a dir la verità, solo dalla collega Pini – un tema che è stato ampiamente dibattuto nella discussione all’interno della Commissione, e cioè quello degli ambiti e dei limiti dell’obiezione di coscienza.
Non voglio ripercorrere quelli che sono stati i caratteri di una discussione che, a tratti, si è rivelata anche contraddittoria all’interno degli stessi proponenti, ma il tema dell’obiezione di coscienza sull’esercizio e sull’affermazione di un diritto che è regolato dalla legge deve essere un tema ampiamente dibattuto, probabilmente con maggiore profondità all’interno anche di queste Aule, ma che non può riguardare l’applicazione di diritti che devono essere garantiti in maniera uguale a tutte le persone che sono in questo territorio. Così come è importante comprendere quale sia l’equivoco, anche linguistico, quando si dice che non si fanno leggi sull’affettività, sull’amore, sui sentimenti. Non siamo d’accordo: i sentimenti devono avere dei diritti e devono essere garantiti all’interno di una concezione che non è né statica né asfittica del diritto, inteso come rappresentazione di quelli che sono gli elementi che costituiscono realmente il cemento e la base della nostra società.
Le obiezioni di carattere culturale, che io rispetto tutte, quelle che hanno fatto riferimento al Family Day, quelle che hanno fatto riferimento, come per la collega Roccella, ad aspetti che riguardano anche la morale delle persone che li portano avanti, quello che ha detto l’onorevole Pagano, peraltro a cui riconosco di essere stato il più strenuo oppositore all’interno della Commissione, insieme all’onorevole Palmieri, rappresentano, per quanto ci riguarda, esattamente il senso per il quale noi abbiamo portato avanti questo progetto di legge: un’ispirazione progressista per dare nuovi diritti, quella che il Presidente del Consiglio ha definito una legge di civiltà. Lo ribadiamo, lo riconfermiamo, lo rivendichiamo: una legge di civiltà, rispetto alla quale – vorrei dire – non vorrei che di tradizionale rimanessero e conservassimo solo i pregiudizi.
Poi, c’è un aspetto politico, che è stato più volte ricordato all’interno di questo dibattito, sottolineato dai rappresentanti del MoVimento 5 Stelle, Agostinelli, Di Vita, e tanti altri, Roccella, Palmieri, Molteni, in relazione Binetti, molto concentrati sugli aspetti relativi alla posizione della fiducia, cosa che è stata anche sottolineata dai rappresentanti di Sinistra Italiana, sia Costantino che Piras. Ora, vorrei dire che, da questo punto di vista, c’è un equivoco, che noi dovremmo sciogliere in virtù di un linguaggio devoto alla verità e non alla retorica. Noi sappiamo che il rispetto del Parlamento corrisponde al fatto che ognuna delle Camere esercita la potestà legislativa e sappiamo perfettamente anche, però, che questa legge è stata bloccata – lo ha ricordato, con una meticolosa anche cronistoria, che io stesso non ricordavo con tale dettaglio, la collega Di Vita – all’interno delle aule del Senato per molti mesi e molti anni.
Per questo motivo, ritengo che all’obiezione politica più generale, quella che si è concentrata soprattutto sul percorso e sulle forme, vada detta una cosa con grande chiarezza: noi rispettiamo sempre il Parlamento, riteniamo che il Parlamento sia sovrano e che, all’interno della discussione e anche all’interno degli strumenti per esercitare la potestà legislativa, esistano tutti gli strumenti che consentano anche di portare a termine le leggi, non solamente di discuterle.
Non è un punto di principio: è un punto di sostanza, rispetto al quale la posizione della questione di fiducia – parlo di quella del Senato – è stata un’assunzione di responsabilità, dopo una discussione che è stata ampia, a dispetto di coloro i quali hanno ritenuto che questa discussione non lo fosse sufficientemente, e dibattuta, anche al di fuori delle Aule istituzionali.
Non tutti sono stati soddisfatti di questo risultato: ovviamente rispetto tutte le posizioni, ma noi all’obiezione politica di fondo come Governo rispondiamo che abbiamo messo in campo una proposta e avevamo garantito di portarla fino in fondo, qui e fuori di qui; e non permetteremo… Lasciatemi concludere il mio intervento ringraziando anche gli interventi che sono stati a sostegno di questa proposta, quello dell’onorevole Bazoli, quello dell’onorevole Marguerettaz, dell’onorevole Locatelli, della stessa onorevole Centemero, che voglio ricordare anche per la sua delicata responsabilità all’interno della Commissione Equality, e degli altri onorevoli che hanno pure valutato questo come un significativo passo in avanti, o comunque un passo in avanti meritevole almeno del voto finale rispetto a quanto delibererà quest’Aula parlamentare. Noi non permetteremo che un sipario, sublime magari, di presunta purezza possa essere calato per l’ennesima volta su un procedimento legislativo, che starebbe a testimoniare per l’ennesima volta l’impotenza della politica.
Questo è il Governo delle riforme, sarà il Governo delle riforme, a dispetto di coloro i quali confondono gli annunci con le leggi fatte, ed è questa la direzione nella quale vogliamo andare avanti. Gli strumenti che utilizzeremo sono gli strumenti della democrazia parlamentare: questo è uno dei progetti e delle riforme più importanti – anche perché, come ha detto l’onorevole Giuditta Pini, bisogna cominciare con un passo giusto – che questo Governo intende portare avanti ed approvare.

PRESIDENTE. Avverto che, a norma dell’articolo 40, comma 1, del Regolamento, prima dell’avvio della discussione sono state presentate le questioni pregiudiziali di costituzionalità Molteni ed altri n. 1, Rampelli ed altri n. 2, le questioni sospensive Molteni ed altri n. 1 e Rampelli ed altri n. 2 (Vedi l’allegato A – A.C. 3634), che saranno esaminate e poste in votazione prima di passare all’esame degli articoli del provvedimento.
Il seguito del dibattito è rinviato ad altra seduta.

TESTO INTEGRALE DELLA RELAZIONE DELLA DEPUTATA MICAELA CAMPANA IN SEDE DI DISCUSSIONE SULLE LINEE GENERALI DELLA PROPOSTA DI LEGGE (A.C. 3634)

MICAELA CAMPANA, Relatrice. Presidente, Colleghi, è con profonda emozione, ed altrettanto orgoglio, che oggi prendo la parola in quest’Aula.
Il disegno di legge che stiamo per discutere ed approvare restituisce finalmente ai nostri concittadini omosessuali un bene loro sottratto da tanto, troppo tempo: la dignità di cittadini di questo paese.
Il percorso viene da lontano, e condivide speranze e attese con le grandi lotte per i diritti civili.
Il dibattito sul riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali è iniziato in queste Aule più di trenta anni fa, ed ha visto protagoniste alcune donne coraggiose, tra cui voglio ricordare la senatrice Ersilia Salvato e la deputata Agata Alma Cappiello.
Ci sono voluti più di trent’anni. Alcuni dei parlamentari che siedono qui oggi non erano neppure nati, altri come me erano molto piccoli.
Nel silenzio della politica, nuove generazioni di omosessuali sono cresciute e si sono formate, sempre più consapevoli dei loro diritti, sempre più innamorate e orgogliose della propria vita e della propria differenza. E, con voce incessante e sempre più forte, hanno continuato a chiedere a noi di fare nient’altro che il nostro dovere: accompagnare le loro vite, con gli strumenti del diritto, verso un orizzonte condiviso di libertà, dignità, uguaglianza. Molte di queste persone non hanno potuto vedere questo giorno: ed a loro rivolgo il mio pensiero grato e commosso, perché nel dibattito di oggi, in quest’Aula, il loro sogno vive, e continua ad ispirarci.
Pacs, Dico, Didore: dietro queste sigle si nascondono migliaia di ore di discussione, di polemiche, mentre c’era una parte importante di cittadini in ascolto, con la speranza che l’attesa fosse finalmente conclusa. Cittadini che attendevano di vedersi riconosciuti non solo nei doveri verso lo Stato, ma anche nei diritti.
Con questa legge diciamo a tanti di non nascondersi più, perché la loro vita gode della stessa dignità sociale degli eterosessuali. Che i progetti di vita delle persone omosessuali sono un valore per il nostro ordinamento democratico.
Il disegno di legge che oggi finalmente approda in Aula, dopo decenni di attesa, colma una lacuna ormai insopportabile nel nostro ordinamento giuridico. Una lacuna individuata dalla Corte costituzionale a partire dal 2010, e che è stata oggetto di una condanna al nostro paese da parte della Corte europea dei diritti dell’Uomo nel 2015.
Soprattutto, una lacuna avvertita come una vera e propria ferita da una parte importante del nostro paese, da persone, coppie e famiglie rimaste per troppo tempo ai margini della comunità politica.
A queste persone, a queste famiglie, noi oggi diamo finalmente una risposta.
Una risposta certo iniziale, ma una buona risposta. Lasciatemelo dire con gioia, e con commozione: perché la buona politica non dimentica le ragioni del cuore, quando riesce a cambiare in meglio la vita delle persone, a rendere più sereni i loro giorni.
L’attesa è un esercizio di infinita pazienza, un non luogo che permette sogni, illusioni, ansie, paure; la percepiamo come infinita, come eterna, eppure per definizione stessa è un tempo finito, chiuso.
Eppure per molti dei nostri cittadini è stata veramente infinita: hanno atteso per anni di veder riconosciuto il loro diritto d’amare, di costruirsi una famiglia, di allevare ed accudire i propri figli.
Ma l’attesa ora è finita, e con essa le discriminazioni: quei gesti che hanno portato sofferenza e dolore hanno trovato la loro fine, una fine per legge, una legge per l’eguaglianza.
Quei gesti si riproporranno, lo sappiamo, ma la nostra Democrazia ha nel proprio dna quegli anticorpi necessari per emarginarli, e questa legge è uno di quegli anticorpi.
Stiamo mettendo via decenni di brutte figure.
Il disegno di legge in discussione è stato approvato, solo poche settimane fa, dal Senato della Repubblica, al termine di un percorso parlamentare iniziato nel 2013. La commissione giustizia del Senato si è riunita 72 volte sull’argomento, sono stati auditi moltissimi esperti e rappresentanti delle associazioni. Sono state ascoltate le posizioni di tutti, anche quelle culturalmente più distanti tra loro. Il provvedimento ha subito quattro riformulazioni e ha recepito i pareri favorevoli della Commissione Affari Costituzionali, della Commissione Bilancio e del Mef.
Sono stati mesi convulsi, caratterizzati dall’atteggiamento ostruzionistico di alcune forze politiche, che hanno tentato di ostacolare i lavori della Commissione e dell’Aula, presentando migliaia e migliaia di emendamenti.
Di fronte al rischio di veder compromesso l’impianto dei diritti e dei doveri garantiti dal disegno di legge, il governo con coraggio ha scelto di porre la questione di fiducia presentando un maxiemendamento.
Il disegno di legge è poi approdato in Commissione Giustizia, qui alla Camera, ed è stato oggetto di un esame accurato, e di un dibattito acceso ed approfondito durato due mesi.
L’esame è stato avviato il 3 marzo e si è concluso il 14 maggio.
Come si è detto, nell’ambito della fase istruttoria si è svolta una indagine conoscitiva sentendo esperti della materia e rappresentanti di associazioni interessate alla materia oggetto del testo approvato dal Senato. Nell’ambito dell’indagine, deliberata l’8 marzo e conclusasi il 15 marzo, sono stati sentiti, in ordine cronologico: Stefano Ceccanti, professore di diritto pubblico comparato presso l’Università degli studi «La Sapienza» di Roma; Lorenza Violini, professoressa di diritto costituzionale presso l’Università degli studi di Milano; i rappresentanti dell’Associazione Pro Vita Onlus e rappresentanti dell’Associazione Famiglie Arcobaleno; Cesare Mirabelli, presidente emerito della Corte costituzionale; i rappresentanti dell’Associazione «Avvocatura per i diritti LGBTI – Rete Lenford»; Francesco Saverio Marini, professore di istituzioni di diritto pubblico presso l’Università degli studi di Roma Tor Vergata; Enrico Quadri, professore di istituzioni di diritto privato e diritto di famiglia presso l’Università degli studi di Napoli Federico II; di Monica Velletti, magistrato presso il Tribunale di Roma I sezione civile; Filippo Vari, professore di diritto costituzionale presso l’Università europea di Roma; i rappresentanti del Centro studi Livatino; i rappresentanti del Comitato Difendiamo i nostri figli; Domenico Airoma, procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Napoli Nord; Luigi Balestra, professore di diritto civile presso l’Università degli studi di Bologna.
Dopo alcune sedute dedicate agli interventi dei deputati nella fase relativa all’esame preliminare si è passati all’esame dei circa 900 emendamenti presentati, dei quali 500 da parte di un unico gruppo. Nonostante l’ingente numero di emendamenti presentati, la Presidenza della Commissione non ha ritenuto di dover utilizzare gli strumenti regolamentari, come ad esempio le segnalazioni da parte dei gruppi, che avrebbero consentito di ridurre il numero delle votazioni, che in molti casi hanno riguardato le medesime questioni affrontate da però da diversi emendamenti che si differenziavano tra loro solo per dei profili meramente marginali.
Agli emendamenti sono state dedicate all’incirca 23 ore di seduta, che, se raffrontate alle ore che vengono mediamente dedicate in Commissione all’esame degli emendamenti riferiti anche a provvedimenti estremamente rilevati, rappresentano sicuramente un tempo più che adeguato per esaminare un testo in tutte le sue sfaccettature.
Oltre che quantitativamente esteso, l’esame degli emendamenti è stato anche qualitativamente significativo, in quanto, da un lato, sono stati evidenziati dai gruppi e dai deputati contrari al provvedimento tutte le criticità del testo secondo la loro visione, e, dall’altro, la relatrice, il rappresentante del Governo e alcuni deputati della maggioranza hanno replicato per spiegare le ragioni per le quali non si riteneva opportuno modificare il testo trasmesso dal Senato. Naturalmente gli interventi della maggioranza sono stati più ridotti dal punto di vista numerico, considerato che molti interventi critici hanno ripetuto critiche già in precedenza espresse in altri interventi, ma non per questo sono stati elusivi, essendo state affrontate tutte le questioni poste criticamente.
Dopo che sono stati respinti tutti gli emendamenti presentati è stato chiesto il parere alle Commissione competenti sul testo trasmesso dal Senato. Le Commissioni affari costituzionali, Affari Esteri, Finanze, Ambiente, Trasporti e Agricoltura nonché la Commissione per le questioni regionali hanno espresso parere favorevole senza osservazioni e condizioni. La Commissione Bilancio esprimerà il parere all’Assemblea, mentre la Commissione Attività produttive non ha ritenuto di esprimere il parere.
Sempre nella fase dei pareri rientra il parere del Comitato per la legislazione, al quale la Commissione ha chiesto un parere essendo inserita nel testo del Senato una norma di delega.
Come previsto dall’articolo 16-bis, comma 6, del Regolamento mi soffermo sulle ragioni per le quali la Commissione non ha inteso adeguare il testo alle condizioni contenute nel parere.
In particolare, il Comitato ha ritenuto che, per la conformità ai parametri stabiliti dall’articolo 16-bis del Regolamento, debbano essere rispettate le seguenti condizioni:
a) sotto il profilo dell’efficacia del testo per la semplificazione e il riordino della legislazione vigente deve essere verificata la coerenza del combinato disposto dell’articolo 1, comma 28, lettere a) e c), e comma 34, con le regole che presiedono ad un appropriato impiego delle fonti del diritto;
b) al comma 30, si dovrebbe valutare la soppressione del terzo periodo che consente il ricorso alla «tecnica dello scorrimento» del termine per l’esercizio della delega, individuando in modo univoco, al comma 28, il termine ultimo per l’esercizio della delega.

Per quanto attiene alla prima condizione, il Comitato rileva che «il comma 28, alla lettera a), annovera tra i principi e i criteri direttivi ai quali il legislatore delegato deve attenersi, quello dell’adeguamento delle disposizioni dell’ordinamento dello stato civile in materia di iscrizioni, trascrizioni e annotazioni alle previsioni della legge all’esame: in proposito, si segnala che le succitate disposizioni sono contenute principalmente in una fonte regolamentare (si tratta del decreto del Presidente della Repubblica n. 396 del 3 novembre del 2000, recante Disciplina dell’archivio civile); conseguentemente, il medesimo articolo, alla lettera c), annovera, tra i principi e i criteri direttivi ai quali il legislatore delegato deve attenersi, quello del coordinamento con la nuova disciplina delle vigenti disposizioni contenute non solo in fonti di rango primario, ma anche “nei regolamenti e nei decreti”, con la conseguenza che entrambi i principi e criteri direttivi sembrerebbero volti a delegare il Governo a modificare con fonte di rango primario disposizioni di natura regolamentare, integrando una modalità di produzione legislativa che, secondo i costanti indirizzi del Comitato, non appare conforme alle esigenze di coerente utilizzo delle fonti, in quanto può derivarne l’effetto secondo cui atti non aventi forza di legge presentano un diverso grado di resistenza ad interventi modificativi successivi (si veda il punto 3, lettera e), della circolare congiunta dei Presidenti di Camera e Senato e del Presidente del Consiglio del 20 aprile 2001)».
Questa prima censura non è apparsa tale da rendere necessaria una modifica del testo e, quindi, una nuova lettura da parte del Senato. A questa nuova lettura si sarebbe potuto procedere solo a fronte di una necessità giuridica (la correzione diun errore giuridico), che nel caso di specie non vi è. La formulazione della richiamata lettera a) non pare prevedere alcuna modificazione di norme secondarie (regolamenti) in norme primarie (leggi), quanto piuttosto prevedere l’adeguamento delle disposizioni, che considerata la delega saranno quelle con forza legislativa, dell’ordinamento dello stato civile in materia di iscrizioni, trascrizioni e annotazioni alle previsioni del testo in esame.
In merito alla lettera c), del comma 28, si rileva che i rilievi del Comitato della legislazione attengono ad una valutazione di opportunità che, condivisibile o meno, non inficia la legittimità costituzionale della disposizione in esame. Inoltre, è opportuno precisare che la cosiddetta trasformazione delle norme secondarie o primarie non sarebbe una conseguenza necessaria dell’attuazione del principio di delega, come invece sembra ritenere il Comitato. In realtà il decreto legislativo che verrebbe emanato in attuazione del principio, potrebbe prevedere delle modifiche dirette della normativa di grado primario stabilendo che le modifiche di norme di grado secondario saranno fatte dal Governo attraverso l’emanazione di atti di grado secondario.
Il Comitato, inoltre, rileva che «il successivo comma 34, nelle more dell’entrata in vigore dei decreti legislativi di cui al comma 28, lettera a), affida ad un decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’interno, da emanare entro trenta giorni dalla data di entrata in vigore della legge, il compito di stabilire «le disposizioni transitorie necessarie per la tenuta dei registri nell’archivio dello stato civile», delineando così una procedura della quale andrebbe verificata la coerenza con il sistema delle fonti del diritto e che determina, nelle more della legificazione della fonte operata dal comma 28, una transitoria dequalificazione della stessa» Anche in questo caso, il rilievo non sembra essere tale da rendere necessaria una nuova lettura da parte del Senato, in quanto appare naturale che tale decreto si dovrà riferire unicamente alle norme di grado secondario senza determinare alcun mutamento di forza giuridica degli atti attualmente vigenti.
Per quanto attiene alla seconda condizione, il Comitato rileva che «con riferimento al computo dei termini per l’esercizio della delega, la proposta di legge, ai commi da 28 a 33, conferisce una delega al Governo in materia di unioni civili tra persone dello stesso sesso da esercitare nel termine di sei mesi dalla data di entrata in vigore della legge all’esame; al riguardo, il comma 30 prevede che qualora il termine per l’espressione del parere parlamentare scada nei trenta giorni che precedono la scadenza del termine di delega o successivamente, tale termine sia prorogato per un periodo di tre mesi, sulla base di un meccanismo, la cosiddetta “tecnica dello scorrimento”, che non permette di individuare il termine per l’esercizio della delega in modo univoco; a tale proposito, si segnala che, secondo una costante linea di indirizzo, il Comitato per la legislazione nei propri pareri, ha sempre segnalato che “appare opportuno individuare univocamente i termini per l’esercizio della delega principale e di quelle integrative e correttive, rinunziando alla ‘tecnica dello scorrimento’ e che, in numerose recenti circostanze, a seguito dell’espressione di rilievi in tal senso, sono stati approvati emendamenti volti a prevedere, in luogo dello scorrimento del termine di delega, termini certi entro i quali il Governo deve trasmettere alle Camere gli schemi dei decreti legislativi, pena l’inefficacia della delega”».
Anche in questo caso il Comitato evidenzia una opportunità piuttosto che una necessità di carattere tecnico-giuridico che richiederebbe necessariamente una modifica del testo. Non pare vi sia il rischio di non individuare il termine per l’esercizio della delega in modo univoco, in quanto tale termine verrà determinato sulla base della data di entrata in vigore della legge (il termine scadrà sei mesi dopo). Questo termine sarà poi prorogato di tre mesi (il termine di sei mesi diventa così di nove mesi) nell’eventualità che il termine per l’espressione del parere scada nei trenta giorni che precedono la scadenza iniziale del termine (il termine di sei mesi). Tale proroga è prevista per evitare che il Governo trasmetta lo schema di decreto legislativo in limine del termine con l’obiettivo (naturalmente non dichiarato) di ridurre gli spazi di intervento delle Commissioni parlamentari. La proroga del termine previsto dalla disposizione in esame varrebbe anche nel caso in cui lo schema di decreto legislativo dovesse essere trasmesso in tempi tali che il termine per l’espressione del parere parlamentare si trovasse a scadere in un momento successivo al termine dell’esercizio della delega, per quanto la lettera della norma si riferisca unicamente al caso in cui il termine per i pareri scada nei trenta giorni prima della scadenza del termine di delega. Si ribadisce che la disposizione che si chiede di sopprimere (il terzo periodo del comma 28) è una norma a tutela del Parlamento.
Fuori da queste Aule, il cammino del disegno di legge è stato seguito con passione dalla società civile, dai giuristi, dalle associazioni.
Sapere che fuori ci sono italiani, sia chiaro, non solo omosessuali che stanno aspettando questa legge, una legge per tutti, ci ha dato la spinta per andare dritti all’obiettivo.
Ai rappresentanti delle associazioni, ed a tutti quei cittadini che hanno seguito con passione e coinvolgimento la lotta per i diritti e che oggi assistono a questo dibattito, rivolgo a nome mio un sentito ringraziamento. Perché è grazie alle loro vite, al loro esempio quotidiano che oggi arriviamo a questo traguardo.
Oggi è il tempo dei Diritti, di allargare l’orizzonte culturale di questo Paese, del nostro Paese, di dare piena cittadinanza a chi oggi ne è escluso; oggi è il tempo di essere legislatori, oggi è il tempo di osare.
Presidente, Colleghi, il disegno di legge che stiamo per discutere assicura il riconoscimento della vita familiare delle coppie omosessuali attraverso l’introduzione di un nuovo istituto – l’unione civile tra persone dello stesso sesso – distinto dal matrimonio eterosessuale, ma su questo modellato secondo criteri di ragionevolezza.
Diverso è, anzitutto, il fondamento costituzionale dell’istituto: mentre infatti il matrimonio resta ancorato nell’articolo 29 della Costituzione, l’unione civile trova il suo fondamento nell’articolo 2, che assicura la protezione dei diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali in cui trova svolgimento la sua personalità. Fin dal 2010, la Corte costituzionale ha individuato in questa previsione la salda premessa per la tutela del diritto fondamentale delle persone omosessuali a vivere liberamente una condizione di coppia. Alla radice costituzionale dell’istituto si affianca poi quella rappresentata dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, il cui articolo 8 viene ormai costantemente interpretato come clausola di riconoscimento e protezione del diritto alla vita familiare di tutte le coppie siano esse etero, od omosessuali.
Il diverso fondamento costituzionale rispetto al matrimonio non permette tuttavia di ignorare un altro importante riferimento costituzionale, che deve orientare la disciplina dell’unione civile: mi riferisco all’articolo 3, che afferma il principio costituzionale di eguaglianza, declinandolo in termini di pari dignità sociale.
Pari dignità sociale, vale a dire eguale diritto di partecipare alla costruzione della comunità politica, anche attraverso le proprie scelte in materia personale e familiare. Proprio il riferimento all’articolo 3 ci ha imposto di limitare al minimo le differenze di trattamento tra l’unione civile e il matrimonio perché – lasciatemelo dire, onorevoli colleghi – siamo perfettamente consapevoli che alla base della scelta di una coppia omosessuale di formalizzare giuridicamente il proprio rapporto di vita familiare pulsano gli stessi desideri e le stesse esigenze che animano la scelta di contrarre matrimonio.
E analoga è l’esperienza di vita familiare costruita attorno alla coppia omosessuale, specie sul piano della disciplina giuridica dei rapporti personali, patrimoniali e successori tra i partner.
In altre parole, onorevoli colleghi, come è stato ribadito anche nel corso delle audizioni, una cosa è il fondamento costituzionale dell’unione – che resta distinto da quello del matrimonio – altra cosa è il suo trattamento giuridico, che non può prescindere dalla rigorosa osservanza dell’articolo 3 della Costituzione.
Pertanto, ogni qual volta ci siamo trovati di fronte ad una analoga situazione di vita, abbiamo dovuto prenderne atto, modellando la disciplina dell’istituto su quella prevista per il matrimonio. Ci saremmo altrimenti esposti al controllo di ragionevolezza da parte della Corte costituzionale, o addirittura a nuove condanne da parte delle Corti europee: ricordo, ad esempio, che sul tema della pensione di reversibilità – oggetto di acceso dibattito negli scorsi mesi – la Corte di giustizia dell’Unione europea ha chiarito fin dal 2006 – dieci anni fa, onorevoli colleghi ! – che non sono ammissibili, alla luce del diritto europeo, trattamenti differenziati tra persone coniugate e persone unite civilmente.
Noi non togliamo, onorevoli colleghi, con questa legge, noi estendiamo a chi non ha, gli stessi diritti di chi ha già.
Modellare l’unione civile sul matrimonio non vuol dire togliere valore al matrimonio. Vuol dire riconoscere alla vita familiare omosessuale la dignità che le è propria, senza discriminare. Perché qui non è solo di istituti giuridici che stiamo parlando, ma della vita delle persone, e delle concrete esigenze che la caratterizzano, e di cui la politica deve farsi carico.
Stiamo parlando, soprattutto, di non discriminare in ragione dell’orientamento sessuale: un principio implicito nell’articolo 3 della Costituzione, enunciato espressamente dall’articolo 21 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e ribadito da costante giurisprudenza delle Corti europee ed anche della nostra Corte di tassazione.
La disciplina dell’unione civile tra persone dello stesso sesso si pone, dunque in piena continuità con questi principi, e si iscrive armonicamente nel quadro dei valori costituzionali.
In questo quadro, il disegno di legge prevede un’articolata serie di diritti ed un insieme corposo di doveri, disciplinando in modo completo i rapporti che sorgono tra le parti con la celebrazione dell’unione civile: dal diritto all’assistenza morale e materiale al dovere di coabitazione, dalla comunione dei beni alla pienezza di diritti successori, dalle modalità di scioglimento dell’unione alla possibilità di assumere un cognome comune.
La disciplina dell’unione civile accompagna la coppia in tutte le vicissitudini della vita in comune, tracciando un quadro di riferimento normativo stabile e certo.
Cuore pulsante della legge, e segno evidente dell’obiettivo antidiscriminatorio che essa si prefigge, è il comma 20: tale disposizione pone un’importante clausola di equivalenza, prevedendo che – ad eccezione delle norme del codice civile non richiamate e della legge sulle adozioni – ogni norma che contenga le parole «coniuge» «coniugi» «matrimonio» o espressioni equivalenti, sia automaticamente applicabile alle parti dell’unione civile.
Tale clausola si rivolge alle pubbliche amministrazioni, ai giudici e ad ogni altro operatore del diritto, pubblico o privato, per ricordare loro che nessuna discriminazione è ammissibile ai danni della coppia omosessuale unita civilmente, salve le eccezioni contemplate dalla stessa legge sulle unioni civili.
Non è una legge solo sui diritti, ma anche sui doveri. Sull’assunzione pubblica di un dovere verso il proprio partner: crediamo che non ci sia nulla di più importante e virtuoso che assumersi responsabilità verso la persona amata. Diamo peso all’amore non solo attraverso un elenco di diritti, ma anche attraverso una serie di doveri che misurano l’impegno e pesano la responsabilità di due persone adulte, l’una nei confronti dell’altra.
Nel giugno scorso dopo la Sentenza della Corte Suprema Usa che ha riconosciuto il matrimonio egualitario in tutti gli Stati, il Presidente Obama ha festeggiato con un tweet: «LoveisLove» – «L’amore è amore», aggiungendo «è stata una conquista straordinaria, persone comuni possono compiere azioni straordinarie. L’America dovrebbe essere fiera di loro».
Presidente, Colleghi, il disegno di legge che discutiamo non si occupa solo delle unioni civili tra persone dello stesso sesso: esso dà una risposta anche a quelle migliaia di coppie, etero – ed omosessuali, che, pur condividendo un progetto di vita sulla base di un legame affettivo, non desiderano dare ad esso la formalizzazione massima, derivante dal matrimonio e dall’unione civile.
L’Istat ci dice che sono 641 mila le coppie in cui uno dei due partner non è mai stato sposato. È evidente che il modello culturale è cambiato e che era necessario dare una cornice minima di diritti a queste coppie, tutelandole nei momenti più delicati della vita familiare come può essere un ricovero ospedaliero, una malattia o peggio un decesso.
Non entriamo a gamba tesa nella vita di chi ha scelto di non unirsi in un vincolo, ma semplicemente costruiamo una cornice minima per non vedere i propri diritti negati.
Per questo, il provvedimento ha voluto allargare l’orizzonte rivolgendosi anche alle coppie di fatto.
Anche in tali situazioni, infatti, l’esperienza ha mostrato un’esigenza di tutela dei diritti, e di disciplina dei doveri nascenti dalla convivenza, specie per ciò che riguarda la protezione dei soggetti deboli.
Allo stesso tempo, è apparso necessario ancorare il più possibile la disciplina delle convivenza all’ambito dell’autonomia privata, per non pregiudicare la natura della scelta di convivere senza formalizzare il vincolo. Ecco perché, nella sistematica del disegno di legge, la convivenza resta una situazione di fatto – provata attraverso gli ordinari certificati anagrafici – cui l’ordinamento si limita a connettere alcuni effetti giuridici, la cui attivazione dipende, in larga misura, dalla libera scelta delle parti, e dalla loro intenzione di avvalersene.
Il disegno di legge, infatti, recepisce le conclusioni cui da tempo è giunta la giurisprudenza, ad esempio in tema di subingresso nel contratto di locazione, e introduce specifici diritti in materia di assistenza ospedaliera e carceraria, di accesso alle graduatorie per l’assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica, e prevede anche la possibilità di delegare al convivente scelte fondamentali sulla salute.
Inoltre, i conviventi – se lo desiderano – possono stipulare, per atto pubblico o scrittura privata autenticata da un avvocato, un contratto di convivenza, che disciplini i rapporti patrimoniali tra i conviventi. Infine, è stata introdotta, con molti limiti, la previsione di un obbligo alimentare a seguito dell’interruzione della convivenza. Un elemento, questo, su cui non è mancato il dibattito in Commissione, ma che si iscrive perfettamente nello spirito della legge. Si tratta infatti di una misura posta a tutela del soggetto più debole, ma le peculiarità – anche temporali – del rapporto di convivenza, ne condizionano l’attivazione: essa è infatti solo eventuale, subordinata all’intervento del giudice e all’effettivo stato di bisogno, e la misura degli alimenti da corrispondere è proporzionale alla durata della convivenza.
Presidente, Colleghi, la legge che ci apprestiamo ad approvare rappresenta la più grande riforma del diritto di famiglia dal 1975 ad oggi, e segna il passaggio dal diritto della famiglia, al diritto delle famiglie, dando riconoscimento giuridico alle diverse forme che può assumere l’umano desiderio di realizzare se stessi e la propria personalità in una comunità familiare.
Ognuno, onorevoli Colleghi, fa famiglia dando voce alle corde più intime del proprio essere; e ognuno nella dimensione familiare trova un’importante dimensione di realizzazione della propria umanità.
Questa legge, senza intaccare il ruolo che il matrimonio ha assunto nella tradizione e nella vita della nostra società, è un inno alla bellezza della costruzione familiare.
Una costruzione che avviene anzitutto nella libertà, e nella pari dignità sociale di ogni scelta affettiva.
La famiglia si pone al crocevia tra libertà e responsabilità. Ma ciò avviene – nel nostro paese e nel nostro tempo – in molti modi. E noi abbiamo il dovere di prenderne atto.
Lo storico Paul Ginsborg ha scritto che le famiglie sono uno dei fondamentali motori storici della società: ecco, colleghi, questa legge riconosce la ricchezza e la dinamicità dell’universo familiare, la molteplicità di scelte ed esperienze che riassumiamo nel concetto di famiglia.
Oggi, con anni di ritardo rispetto agli altri partner europei, ristabiliamo uno dei parametri democratici del nostro Paese, che vuole che tutti i cittadini abbiano pari dignità sociale. Alziamo quell’asticella che misura la Democrazia e il grado di maturità di un Paese. Solitamente si ha paura dei cambiamenti, paura di perdere ciò che pare acquisito ed immutabile, ma non con questa legge: con essa noi vogliamo innovare, avanzare, camminare con dignità nel novero dei paesi civili.
Noi siamo legislatori, non possiamo lasciarci ingannare dai pregiudizi, non possiamo essere ciechi e stolti innanzi alla Storia, noi operiamo nell’interesse supremo della Repubblica e dei suoi cittadini.
Proprio per questo, mentre ci accingiamo a far compiere all’Italia questo importante passo nel segno della libertà e della pari dignità sociale, non posso e non voglio dimenticare chi è rimasto indietro: le famiglie omogenitoriali, quelle famiglie arcobaleno, che finalmente il Paese sta iniziando a conoscere, in tutta la loro bellezza, che è la bellezza luminosa dell’amore. Famiglie come tutte le altre, che vivono una quotidianità fatta di cura, affetti, preoccupazioni. Famiglie che la nostra Costituzione abbraccia e tiene strette al cuore.
Questa legge mette in sicurezza, all’ultimo periodo del comma 20, quella giurisprudenza che già riconosce queste famiglie per quello che sono.
A queste famiglie voglio dire con onestà: per me siete e rimanete famiglie. Fate parte del presente e del futuro di questo Paese, che ha bisogno del vostro sorriso e della vostra energia.
I vostri figli sono figli di questo Paese, e non ci dimenticheremo di loro.
Presidente, Colleghi, e sono felice che la nostra discussione si apra il 9 maggio, nel giorno dell’Europa.
Di un’Europa che, mentre vede tristemente innalzarsi nuovi muri, resta per noi soprattutto l’Europa dei diritti. Una speranza di futuro, un orizzonte di senso per il presente. In questa Europa dei diritti l’Italia rientra oggi a testa alta, dopo un silenzio durato troppi anni.
Il percorso del disegno di legge sulle unioni civili giunge al termine.
Ma la lotta non si conclude qui.
Il primo passo è il più difficile, ma anche quello più importante. Perché segna la direzione, il percorso, e individua con certezza la meta.
Permettetemi di rivolgere un pensiero a chi, in questi decenni, è rimasto troppe volte deluso dalle mete mancate, a chi ha subito offese pesanti per il proprio orientamento sessuale, a chi ha visto il proprio compagno o la propria compagna ammalarsi e morire, senza poter essere parte di quelle decisioni che riguardavano la sua salute.
A chi è stato ignorato dalle leggi dello stato come parte di un progetto d’amore.
A loro dico che, pur arrivando tardi, oggi questo traguardo lo dobbiamo anche a loro.
Alla sofferenza incalcolabile di chi ci ha preceduto nell’affermazione quotidiana della propria esistenza, quando molti hanno preferito puntare il dito o girarsi dall’altra parte erigendo muri tra le persone, anziché prestarsi all’ascolto.
Mi rivolgo a tutti coloro che vengono discriminati dalle proprie famiglie, che non riescono ad accettare che la felicità dei propri cari possa conoscere declinazioni diverse da quelle considerate tradizionali. Ci sono strade inesplorate in ciascuno di noi e per qualcuno la via è più complicata e apre ferite profonde che mettono in seria discussione l’amore viscerale di un padre e una madre verso un figlio. Ancora oggi, sono ancora molti i genitori che si sentono macchiati nell’onore quando scoprono l’omosessualità del proprio figlio, creando ferite laceranti che tradiscono quell’amore primordiale, il primo di cui siamo oggetto.
Con questa legge vogliamo dare un tetto più ampio a chi, per il proprio orientamento sessuale, ha sentito vacillare le proprie certezze.
Ma soprattutto vogliamo dare ai ragazzi ed alle ragazze omosessuali di oggi e di domani una possibilità ed una speranza di futuro, un futuro che finalmente veda i loro progetti di vita pienamente riconosciuti e tutelati dalla legge.
Questa, onorevoli colleghi, è una legge di civiltà, una legge per tutti, perché migliora la qualità della democrazia nel nostro paese.
Andiamo avanti, rivolgendo un ideale saluto, a tutte quelle persone che sono morte sperando in una politica più celere per non passare un’esistenza nell’ombra. A loro vanno le nostre scuse, ma anche il ringraziamento per aver contribuito a crescere generazioni sempre più consapevoli dell’eguaglianza dei diritti e del valore delle persone.
A loro dobbiamo molto, ma sappiamo che abbiamo posto fondamenta robuste e tracciato una via da cui non è più possibile tornare indietro.
Oggi, onorevoli colleghi, la memoria della Repubblica è ferita ed ancora sanguina. Il 9 maggio del 1978, a poche centinaia di metri da qui, venne rinvenuto il cadavere di Aldo Moro: la sua colpa fu quella di aver scelto il futuro, guardando oltre i muri delle divisioni, oltre gli steccati imposti dalle ideologie, aprendo al dialogo. Così come allora sapemmo reagire, con la fermezza ed il diritto, così oggi siamo chiamati a fare altrettanto, per riaffermare, con forza, che le divisioni ideologiche e di parte non possono mai essere superiori al bene primo: la pienezza dei diritti dei nostri cittadini.
Scriveva Aldo Moro, che il destino di ogni uomo non è forse quello di realizzare in terra la giustizia, ma di avere della giustizia perennemente fame e sete: ma, aggiungeva, è pur sempre un grande destino.
In questo cammino, in questo desiderio di giustizia, restiamo immersi, con l’impegno di tutte e tutti, certi che da questo traguardo non ci sia più concesso tornare indietro.
Vi ringrazio.

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