Articolo di Daniele Onori, pubblicato il 14 ottobre 2016 su La nuova Bussola Quotidiana.

Per l’art. 67 della Costituzione oggi in vigore «Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato». Vuol dire che gli eletti non rappresentano soltanto il partito che li ha candidati, ma operano in nome e per il bene comune dell’intero popolo italiano. Nella riforma costituzionale sottoposta a referendum il nuovo articolo 67 suona invece in questi termini: «I membri del Parlamento esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato». Vengono così eliminate le parole «rappresenta la Nazione», che migrano all’art. 55, e quindi valgono solo per la Camera: «ciascun membro della Camera dei deputati rappresenta la Nazione».

Il Parlamento della Costituzione rinnovata vedrà pertanto un Senato i cui membri non rappresentano più la Nazione – «Il Senato della Repubblica rappresenta le istituzioni territoriali» – ma non è ben chiaro con quale meccanismo. Se fossero dei reali rappresentanti dovrebbero essere o eletti territorio per territorio o nominati dalle giunte regionali e rappresentare gli esecutivi. Nella Riforma invece i senatori vengono “eletti/nominati” dai consigli regionali, con “metodo proporzionale”: in tal modo rappresenteranno non le “istituzioni”, bensì le forze politiche presenti nei consigli regionali, e in particolare le forze politiche luogo per luogo maggioritarie. Resta poi un mistero capire come si fa a garantire il metodo proporzionale quando 7 regioni su 20 esprimono solo 2 senatori ciascuna.

Altra anomalia contenuta nell’articolo 67 è l’affermazione – che resta pure nel nuovo testo – secondo cui i “parlamentari” agiscono “senza vincolo di mandato”. Delle due l’una: se i senatori espressi dalle regioni rappresentano le istituzioni territoriali devono agire con “vincolo di mandato” rispetto all’ente che li ha indicati; se non le rappresentano – e rappresentano il “popolo” – ma nel teso non è così – è logico farli agire senza vincolo di mandato. Il cambiamento di riferimento della rappresentanza dei senatori è peraltro in palese contrasto con le competenze attribuite dalla riforma: il Senato «partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea». Si tratta di materie che implicano in re ipsa  una necessaria rappresentanza della Nazione.

Altro paradosso è che nel Senato ci saranno fino a cinque membri, nominati dal Presidente della Repubblica, tra “i cittadini che hanno illustrato la Patria per altissimi meriti nel campo sociale, scientifico, artistico e letterario” (art. 59), che non rappresenteranno più la Nazione. Ma non si sa chi rappresentano, visto che non sono indicati dai consigli regionali. E non solo: del Senato faranno parte di diritto gli ex Presidenti della Repubblica, che dopo aver rappresentato per Costituzione l’unità della Nazione, cesseranno di colpo di rappresentarla anche pro quota, senza però rappresentare le istituzioni territoriali. Il nuovo articolo 67, nel sancire la perdita di rappresentatività nazionale del Senato, ne mantiene tuttavia le funzioni costituzionali nazionali, e in tal modo contrasta il principio dell’art.1 della Costituzione dell’appartenenza della sovranità in capo al popolo: funzioni rilevantissime, quali quella legislativa-costituzionale e legislativa ordinaria, il rapporto con le istituzioni europee ed equilibri politici fondamentali, quali quelli riferiti al Presidente della Repubblica e alla Corte Costituzionale, risulterebbero affidati a un organo non rappresentativo.

E’ un autentico pasticcio giuridico e logico mai visto in queste proporzioni in una riforma costituzionale. E’ necessario rinnovare la Costituzione: ma il rinnovamento va in parallelo con il  miglioramento: con un testo così incoerente è difficile pensare a un fondamento giuridico migliore per l’Italia.

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