Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato il 18 novembre 2016 su Tempi.

“La sconfitta dell’ideologia”. Decliniamola in positivo: “La rivincita della realtà”. Peccato non aver letto titoli del genere sulle testate americane ed europee all’indomani della vittoria di Trump. Al di là delle ricadute che l’esito elettorale avrà sugli scenari internazionali o sull’economia americana, fa riflettere il primo commento del New York Times, che alla chiusura dei seggi aveva dato a Hillary Clinton l’85 per cento delle possibilità di vittoria, aggiungendo che aveva le stesse probabilità di perdere di un giocatore di football che tiri un calcio piazzato da posizione centralissima: «I media non si sono accorti di quello che accadeva intorno a loro, e questa è una lunga storia. I numeri non sono stati solo una guida piena di indicazioni sbagliate per la notte elettorale: erano del tutto fuori strada rispetto a quello che stava realmente accadendo».

Il primo dato di realtà trascurato? Ha riguardato come si vive negli Stati Uniti oggi. Hillary puntava sull’en-plein dei voti femminili, non solo in quanto prima candidata donna con alte probabilità di successo, ma pure per l’insistenza mediatica sul sessismo dell’avversario. Dall’esame dei flussi dei voti il consenso rosa avrebbe raggiunto quota 54 per cento, contro il 42 pro Trump: non è esattamente un diluvio di voti femminili. Perché? Perché per larga parte delle donne americane l’interesse è arrivare alla fine del mese, mantenere il lavoro (il proprio e/o quello del marito), non scendere al di sotto di uno standard di vita minimo: voci compromesse da una crisi non ancora tramontata e da scelte sbagliate dell’amministrazione Obama. Interessano molto meno i “diritti” lgbt. Non comprendere la realtà vuol dire non capire che, al di là di considerazioni di principio, dall’area lgbt come non giungono contributi sul piano dell’incremento demografico, così non arrivano valanghe di voti. E, a differenza dei figli, non puoi ricorrere neanche all’urna in affitto o alla fecondazione artificiale della scheda (ci sta provando Renzi con le schede inviate agli italiani all’estero insieme con la propaganda, ma questo è altro discorso).

Il fallimento nella comprensione della realtà ammesso da Nyt è pure esito di condizionamento di contesto. Ci sono luoghi simbolici in cui i voti per Hillary hanno raggiunto percentuali pazzesche: a San Francisco lei ha preso l’85,3 per cento, a Manhattan l’87,2, a Boston l’81,7. La prima è la città americana con la più forte presenza di omosessuali, la seconda il cuore della finanza, la terza, come l’intero Massachusetts, l’area snob, colta e tecnologicizzata. Morale: più d’uno ha raccontato gli Stati Uniti dal proprio tavolo di lavoro, parlando con i colleghi o con i vicini di casa, e i risultati si sono visti. Vale ancora di più per quei giornalisti europei – non pochi – che hanno preteso di raccontarci che cosa accadeva non muovendosi mai dallo studio. Per giorni abbiamo ascoltato corrispondenti Rai da New York che pensavano di descriverci gli umori elettorali dell’Arizona.

Essere agganciati alla realtà è il solo modo per non sbatterci sopra. Impone quell’umiltà che fa mettere da parte, con l’ideologia, la comodità dei pregiudizi. Impone di studiare, mettere insieme elementi diversi, approfondire e capire. Impone, cioè, un discernimento che duri un tempo superiore a quello che il semaforo impiega per passare dal giallo al rosso. Vale per tutti: anche per chi, dal mondo cattolico, nei mesi precedenti l’8 novembre ha dedicato più energie alla demonizzazione di Trump che alla comprensione del fenomeno. E che adesso non si spiega come mai per lui hanno votato il 61 per cento dei mormoni, il 60 per cento dei protestanti, il 55 per cento di altre confessioni cristiane e perfino il 52 per cento dei cattolici. Sono cifre, non valutazioni. Non trasformano Trump nel paladino della fede, né eliminano i nodi problematici della sua controversa figura. Dovrebbero però far sollevare domande e far cercare risposte. Fare le domande giuste e non accontentarsi di spiegazioni di superficie: il massimo del culturalmente scorretto.

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