Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato su Il Giornale il 5 novembre 2017.

La procedura del mae – mandato di arresto europeo – è diversa da quella dell’estradizione. Quest’ultima è un rapporto fra governi: l’autorità giudiziaria che deve pronunciarsi sulla consegna di un soggetto a un altro Stato non ha l’ultima parola; accerta che esistano le condizioni per accogliere la richiesta, ma la decisione è del ministro della Giustizia

Il quale, anche dopo una recente riforma che ne ha parzialmente limitato i poteri, può comunque far prevalere ragioni di sicurezza o di tutela di interessi nazionali essenziali per rifiutare la consegna. Il mae è invece un rapporto fra autorità giudiziarie degli Stati europei: è disciplinato da una decisione-quadro del Consiglio europeo dei ministri della giustizia e dell’interno del giugno 2002. Non vi è discrezionalità politica: nel caso di Carles Puigdemont, come in ogni altra vicenda nella quale un giudice di un Paese Ue emette un mae, la verifica da parte del giudice competente a esaminarlo nello Stato nel cui territorio si trova il ricercato è strettamente giurisdizionale. Se il magistrato belga cui sarà affidato il caso accerterà che i reati contestati nel mandato al leader indipendentista sono previsti come illeciti penali anche dalla legge del Belgio, e che l’autorità giudiziaria spagnola ha indicato correttamente gli elementi posti a base delle imputazioni, dovrà convalidare l’eventuale arresto e disporre la consegna alla Spagna. Prima ancora, quando Carmen Lamela, giudice della Audiencia national di Madrid inserirà – se non vi ha già provveduto – i dati qualificanti del mae nel Sistema di informazione di Schengen, il primo poliziotto belga che incrocerà per strada Puigdemont sarà tenuto ad arrestarlo e a metterlo a disposizione della magistratura belga.

Non sono qui in discussione i torti e le ragioni di Barcellona e di Madrid. È in discussione che una questione che esige una massiccia dose di impegno politico venga lasciata alla gestione dei giudici. Una delle crisi più laceranti che interessano uno Stato cardine dell’Ue è affidata a una procedura che nella routine quotidiana si applica per scippatori o spacciatori. In base a una recente normativa europea in tema di sanzioni pecuniarie, se parcheggio in sosta vietata a Berlino e non pago la contravvenzione sarò chiamato in giudizio davanti alla Corte d’appello nel cui territorio risiedo per rendere conto di quelle poche decine di euro non versate. Le stesse istituzioni dell’Ue che ritengono di interesse comunitario la mia infrazione al divieto di sosta hanno ribadito, fin dall’inizio della questione catalana, che si tratta di un «problema interno» alla Spagna. Ancora ieri l’altro la portavoce della Commissione europea, Annika Breidthardt, ha definito le richieste di arresto per Puigdemont e gli altri leader catalani «questioni per le autorità giudiziarie» nazionali, che «sono indipendenti».

Da tempo si lamenta il crescente superamento dei propri confini da parte dei giudici delle corti europee e delle corti dei singoli stati all’interno dell’Ue. Dipende dall’impostazione ideologica del singolo «giudice attivista», che ritiene rientrante nel proprio ruolo pure la creazione della norma o la prescrizione al governo dell’atto da svolgere. Ma dipende anche, come emerge dalla vicenda catalana, dalla rinuncia della politica – in questo caso, europea – all’assunzione delle proprie responsabilità, che avrebbero potuto e dovuto tradursi in iniziative istituzionali per affrontare la crisi. Ipotesi n. 1: il giudice belga competente a esprimersi sul mae convalida l’arresto di Puigdemont e nei sessanta giorni previsti dalla normativa lo consegna alla Spagna. Ipotesi n. 2: lo stesso giudice ritiene che invece quel mandato abbia carattere persecutorio per ragioni politiche o di nazionalità e rigetta la richiesta di Madrid. Nell’una come nell’altra ipotesi le ricadute politiche sarebbero enormi. Eppure le istituzioni Ue e i singoli governi che le esprimono hanno deciso di restare fuori la porta di quell’aula di giustizia, qualunque sia la sentenza. Non sempre la politica è debole per incursioni altrui. Talora, ed è questo il caso, avviene per propria scelta deliberata.

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