Legislatura 17ª – Aula – Resoconto stenografico della seduta n. 572 del 04/02/2016

SENATO DELLA REPUBBLICA—— XVII LEGISLATURA ——

572a SEDUTA PUBBLICA

RESOCONTO STENOGRAFICO

GIOVEDÌ 4 FEBBRAIO 2016

(Antimeridiana)

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Presidenza del vice presidente GASPARRI,

indi del presidente GRASSO

e della vice presidente LANZILLOTTA

 

 

 

RESOCONTO STENOGRAFICO

 

Presidenza del vice presidente GASPARRI

 

PRESIDENTE. La seduta è aperta (ore 9,33).

 

Seguito della discussione dei disegni di legge:

(2081) CIRINNA’ ed altri. – Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze

(14) MANCONI e CORSINI. – Disciplina delle unioni civili

(197) ALBERTI CASELLATI ed altri. – Modifica al codice civile in materia di disciplina del patto di convivenza

(239) GIOVANARDI. – Introduzione nel codice civile del contratto di convivenza e solidarietà

(314) BARANI e MUSSOLINI. – Disciplina dei diritti e dei doveri di reciprocità dei conviventi

(909) PETRAGLIA ed altri. – Normativa sulle unioni civili e sulle unioni di mutuo aiuto

(1211) MARCUCCI ed altri. – Modifiche al codice civile in materia di disciplina delle unioni civili e dei patti di convivenza

(1231) LUMIA ed altri. – Unione civile tra persone dello stesso sesso

(1316) SACCONI ed altri. – Disposizioni in materia di unioni civili

(1360) FATTORINI ed altri. – Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso

(1745) SACCONI ed altri. – Testo unico dei diritti riconosciuti ai componenti di una unione di fatto

(1763) ROMANO ed altri. – Disposizioni in materia di istituzione del registro delle stabili convivenze

(2069) MALAN e BONFRISCO. – Disciplina delle unioni registrate

(2084) CALIENDO ed altri. – Disciplina delle unioni civili

(ore 9,37)

 

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca il seguito della discussione dei disegni di legge nn. 2081, 14, 197, 239, 314, 909, 1211, 1231, 1316, 1360, 1745, 1763, 2069 e 2084.

Ricordo che nella seduta pomeridiana di ieri è proseguita la discussione generale.

È iscritta a parlare la senatrice Mussini. Ne ha facoltà.

 

MUSSINI (Misto). Signor Presidente, per coloro che ci ascoltano e che non hanno seguito nel dettaglio, va detto che la discussione sulle unioni civili è iniziata molto tempo fa.

Infatti, nel marzo 2014, quando sono stata buttata fuori da questi qui ingiustamente (Si rivolge al Gruppo del Movimento 5 Stelle. Applausi della senatrice Bignami), sono finita nella Commissione giustizia, che all’epoca iniziava a discutere delle unioni civili e delle coppie di fatto. Poiché non avevo un’esperienza di diritto, mi sono impegnata profondamente su questo tema che comunque sentivo a me più vicino e l’ho fatto prima di tutto partecipando alle numerosissime audizioni che abbiamo avuto: audizioni di costituzionalisti, di associazioni, di famiglie.

Questa discussione ha indotto in me la riflessione su quale dovesse essere una legge giusta; il punto centrale; cioè, è il riconoscimento di un affetto di coppia che non sia quello che fino a questo momento è riconosciuto, cioè quello di una coppia eterosessuale. La mia prima idea è stata che ci fosse un matrimonio egualitario, laico, un matrimonio leggero e non appesantito da quei vincoli religiosi che chi vuole può contrarre, ma che chi non vuole ha tutto il diritto di non contrarre; un matrimonio che sia giusto, disciplinato nei diritti e nei doveri per tutti. Altra faccenda, invece, sono altre formazioni sociali specifiche oggi presenti nella nostra società, che oggi infatti è caratterizzata da una serie di aggregazioni che hanno la finalità di istituire doveri e diritti reciproci. Tale finalità è collegata al fatto che in realtà non c’è più un modello di famiglia come quello tradizionale; però ci sono modelli che esprimono affetti che non sono quelli di coppia, che sono volti alla tutela reciproca, all’aiuto, alla solidarietà e anche alla cura dei bambini. In ventitré anni d’insegnamento, ho avuto modo di vedere come ci sia una realtà estremamente varia: ci sono mamme sole che si occupano dei bambini, nonni che si occupano dei nipoti, ci sono aggregati familiari di diversa natura e a mio avviso anch’essi avrebbero avuto bisogno del riconoscimento dei doveri, dei diritti e anche della tutela.

A mio avviso, sarebbe stato pertanto opportuno procedere attraverso un vaglio della normativa che riguardasse il diritto successorio, la complessità della materia delle adozioni, l’alleggerimento del rito di scioglimento del matrimonio. Noi in Commissione avevamo un paniere completo per poter affrontare tutto ciò, partendo dal mio presupposto che l’affetto di coppia avesse necessità di un unico istituto che riconoscesse una pari dignità a chiunque intendesse manifestare alla società un impegno reciproco e un affetto di coppia.

Mi venne detto che la nostra società non era pronta e che ciò avrebbe potuto creare più confusione che altro. Mi sono quindi ritirata in buon ordine, limitandomi ad accogliere i testi unificati che sono stati presentati e ripresentati, i quali non hanno sicuramente il pregio di essere la via maestra che dà alle leggi quella limpidezza cristallina che ci viene richiesta.

All’inaugurazione dell’anno giudiziario i giudici hanno detto con grande chiarezza che il primo requisito per un’interpretazione corretta del diritto in sede giudiziaria è la chiarezza della formulazione della legge. È chiaro a tutti che, come ci ha spiegato in modo estremamente sintetico e chiaro il collega Palermo, che se da un lato in questo provvedimento non ci sono dei limiti di costituzionalità dall’altro la via maestra sarebbe stata quella che avrebbe risolto una serie di dubbi e perplessità che, non senza fondamento di diritto, sono stati sollevati in quest’Assemblea. È chiaro che la via maestra è quella che costituisce la premessa per delle leggi giuste, meditate, pulite e che non creino dei problemi nei tribunali.

Sono molto contenta di aver sottoscritto gli emendamenti presentati dalla mio Capogruppo, che ripercorrono quel disegno di legge e quell’idea di matrimonio egualitario che erano all’origine del mio pensiero. Mi spiace solo che non ci sia l’opportunità di affrontare in modo laico tutta la materia collegata a questo tema.

C’è un aspetto che mi infastidisce particolarmente: nel dibattito sono stati inseriti degli elementi di profonda strumentalizzazione. Mi riferisco, anzitutto, alla strumentalizzazione del concetto di famiglia. In questa sede vi sono dei soggetti politici che hanno più poltrone che elettori e, di conseguenza, è chiaro che hanno la necessità di sopravvivere andando alla ricerca di un’identità politica. Vorrei però ricordare a queste persone che per ciascun cattolico che hanno portato in piazza ne hanno schiaffeggiati almeno una ventina. (Applausi delle senatrici Bignami e Simenoni). Mi riferisco a quei cattolici che, come me, ritengono ci sia la possibilità di vivere una dimensione religiosa all’interno di una società laica e che la propria religiosità non possa e debba interferire con il funzionamento di una società che si è definita costituzionalmente laica.

Io sono insegnante e per ventitré anni ho lavorato proprio su questo aspetto, cioè sulla distinzione tra il ruolo pubblico (se è un ruolo pubblico quello degli insegnanti, figuriamoci quello del legislatore), che deve prima di tutto mantenere il rispetto della laicità dello Stato, e la dimensione personale. Ma non solo. Coloro che chiamano in causa la famiglia hanno evidentemente nella loro testa un modello squadrato ed una scarsissima osservazione di quello che succede nella realtà.

Mi faccio delle domande anche con riferimento alla strumentalizzazione della condizione dei bambini e degli adolescenti che vanno a scuola. Trovo veramente affascinante la commozione con cui vengono chiamati in causa i bambini, l’infanzia e l’adolescenza. Vorrei dire a tutti che, per crescere, i bambini hanno bisogno di affetto, sicurezza, cure ed educazione. Mi sarebbe piaciuto trovare tutta questa commozione nei confronti dell’infanzia quando abbiamo lavorato alla riforma della scuola. (Applausi delle senatrici Bignami e Simeoni).

Quando oggi una mamma si reca a scuola per chiedere – giustamente – una cura particolare per il suo bambino, le viene risposto: «signora, ci dispiace ma in classe sono 28-30 alunni, di cui 5, 6 o 7 stranieri; non abbiamo sufficienti risorse per fare i corsi di alfabetizzazione; qualcuno è disabile e l’insegnante di sostegno non è arrivato, è arrivato tardi o c’è stato per poco tempo». Ecco, in quella occasione ci sarebbe piaciuto vedere tanta, tanta commozione.

I bambini hanno bisogno di certezze e la prima certezza è il lavoro dei genitori. Mi sarebbe allora piaciuto vedere tutta questa commozione quando, qui dentro e altrove, è stato proposto e approvato il jobs act, perché il bambino che vive in una famiglia in cui non c’è la sicurezza, la certezza del lavoro, è un bambino che risente delle preoccupazioni, dell’angoscia e delle ansie dei propri genitori; è un bambino rispetto al quale ci dovrebbe essere la stessa commozione.

Ancora di più trovo vergognosa la strumentalizzazione della religione e la trovo vergognosa per un serie di elementi che, per la verità, sono già stati portati in quest’Aula. Prima di tutto vorrei ricordare a coloro che professandosi cattolici, divulgano una certa forma di cattolicesimo – magari non all’interno di quest’Aula, ma sicuramente al di fuori di essa – che forse non considerando il fatto che Gesù bambino stesso ha goduto di un padre che non era il suo padre naturale e non credo che questo sia mai stato concepito dal dettato del Vangelo come un elemento a discapito della serenità di questo bambino che per trent’anni è cresciuto con l’affetto di un padre consapevole di non essere il padre naturale.

Allo stesso modo trovo vergognoso che, con tutte le condotte che comunque la Bibbia e il Vangelo ci richiamano, ora chi si ammanta di essere difensore di una tradizione famigliare cattolica e cristiana, si dimentichi di tutta una serie di altre prescrizioni. Potrei cominciare con i dieci comandamenti e ricordare che comunque il «non desiderare la donna d’altri» è l’ultimo comandamento e l’unico che ha a che vedere con il sesso. Prima di questo comandamento c’è «non rubare», «non dire falsa testimonianza», eccetera. (Applausi delle senatrici Bignami e Simeoni).

Presidente, so che non ho il tempo per farlo, ma potrei passare al discorso della montagna e dire «Beati i poveri di spirito», potrei iniziare a fare tutta una serie di citazioni ricordando che il nostro Signore si è arrabbiato una volta sola, quando è entrato nel tempio e ha visto i mercanti che usavano la sua casa come luogo di scambio: in quell’occasione il Signore non ha esitato, ha preso la frusta e li ha cacciati fuori tutti. (Applausi delle senatrici Bignami e Simeoni).

Concludo intanto chiedendo ai senatori del PD di consentire al loro partito di fare finalmente qualcosa di sinistra: consentiteglielo, perché questa sarà l’unica cosa di sinistra che sarete riusciti a fare in questa legislatura. (Applausi delle senatrici Bignami e Simeoni). Lasciateglielo fare, per favore, perché anche loro possano dire qualcosa ai loro elettori. E ai cattolici ricordo che Agostino diceva «Ama e fai quello che vuoi». (Applausi dei senatori Bignami, Gaetti e Simeoni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Susta. Ne ha facoltà.

 

SUSTA (PD). Signor Presidente, colleghi senatori, era scontato che un tema come questo avrebbe provocato lacerazioni e inasprito il dibattito politico, rischiando di scadere in un’esasperazione ideologica in cui non contano più i ragionamenti, i distinguo, le mediazioni; è la stessa funzione della politica, come arte capace di leggere i fenomeni sociali e di governarli in coerenza con i bisogni più profondi della comunità e i valori che questa si è data con la sua Carta fondamentale.

Il non avere saputo cogliere i segni dei tempi da un lato ha caratterizzato fino ad oggi lo spirito di chi ha guidato la piazza di sabato scorso; l’aver acquisito la convinzione che il proprio sentire coincidesse con il sentire comune prevalente, l’aver scambiato il dovere di superare antiche e consolidate discriminazioni, offese, violenze con il fondamento di un manifesto politico volto a riscrivere i fondamenti stessi della vita sociale, additando come retrogradi sul piano civile e quindi reazionari sul piano politico tutti coloro che manifestano distinguo e/o perplessità su quel manifesto politico hanno caratterizzato l’altra piazza, riunitasi otto giorni prima.

A coloro che, con malcelato sarcasmo, utilizzano il termine “cattodem” per definire la posizione di chi, nel Gruppo del PD e delle altre forze di centrosinistra, discute su punti particolari del disegno di legge che stiamo esaminando, dico con serenità che né accetteremo di essere risucchiati in tentazioni clerico-moderate, abdicando al nostro dovere di costruire in autonomia il bene comune, né accetteremo di rinchiudere nell’intimità delle nostre coscienze o nel segreto delle sagrestie o delle opere di carità il nostro patrimonio politico o culturale, accettando supinamente sul piano politico l’egemonia culturale di chi cerca un nuovo rapporto con la modernità, esaltando la dimensione libertaria della storia della sinistra.

Se dieci anni fa avessimo avuto il coraggio di andare avanti sui cosiddetti DICO, non ci troveremmo oggi a dover discutere a decidere di questioni – come la stepchild adoption e il tema più generale delle adozioni da parte di coppie dello stesso sesso – che sono dirimenti per ogni decisione su queste questioni.

È giunto però il momento di decidere. È giunto il momento di rispondere ad una domanda di intervento legislativo, non perché vi sono richiami della Corte di Strasburgo e della nostra Corte costituzionale; non perché bisogna colmare il vuoto che inevitabilmente la giurisprudenza, pur con tutta la sua carica innovativa, ha lasciato, ma perché c’è una domanda che sale dal Paese di riconoscere e garantire i diritti di chi ritiene di esprimere la propria affettività, la propria capacità e libertà di amare in altro modo rispetto alla stragrande maggioranza della popolazione.

La necessità di arrivare finalmente in Aula a poter discutere e decidere, dopo anni di sterile dibattito e scontri ideologici – ben più di un’esigenza di disciplina di Gruppo, che su queste materie non dovrebbe neanche essere invocata o pretesa – ci ha fatto superare la perplessità, che pure (ad esempio) io ho sulla coerenza totale con il dettato costituzionale di alcuni passaggi di questo disegno di legge. Quindi, ben venga questa discussione, nonostante le forzature e le polemiche che hanno accompagnato l’incardinamento in Aula del disegno di legge, che certo avrebbe meritato un approfondimento in Commissione, se solo due anni di inutile ostruzionismo non avessero impedito una vera discussione di merito. E veniamo al merito.

Non posso non riconoscere lo sforzo della relatrice per cercare di motivare quel giudizio di moderazione e prudenza che la senatrice Cirinnà attribuisce al disegno di legge. Vi sono sicuramente in questo provvedimento il riconoscimento, la tutela di diritti, individuali e di coppia, che non si possono non condividere, coerenti con la dottrina, con la giurisprudenza, con la Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e con i principi fondamentali della nostra Carta costituzionale.

Chi si dichiara contrario tout court a questo testo, senza distinguo, sulla base di un’asserita superiorità dell’articolo 29 rispetto all’articolo 2, si rinchiude in una sorta di non expedit, magari in forza delle proprie convinzioni religiose, che non fa onore né a Dio né a Cesare. Per contro, presentare questo testo come frutto di una già compiuta mediazione perché si è rinunciato al matrimonio e all’adozione, dimenticando che la Corte costituzionale ha escluso la possibilità di estendere il matrimonio alle coppie consensuali, è una forzatura anch’essa. Ma anche l’altro elemento, la rinuncia alle adozioni tout court, non è un atto offerto alla mediazione.

Se l’adozione è un istituto volto a garantire ai minori che nessuno li privi di una famiglia e se la dichiarazione di convivenza produce un’unione civile e non una famiglia, che è conseguenza solo di un matrimonio, l’adozione urta anch’essa con l’articolo 29, e la rinuncia a inserire le adozioni nel disegno di legge non è stata un omaggio allo spirito di mediazione ma una realistica presa d’atto della realtà costituzionale e dell’esigenza di evitare forzature che avrebbero compromesso l’esito del disegno di legge. Questo, quindi, non è un testo di mediazione o meglio lo è sul piano astratto, del mero dibattito culturale rispetto alle proprie posizioni e convinzioni; non lo è più nel rapporto che la legge ordinaria deve avere rispetto al quadro costituzionale, a cui deve obbligatoriamente riferirsi.

La parte del testo dedicata alle coppie omosessuali è il massimo che si può pensare di prevedere a Costituzione invariata. Bisognava forse avere il coraggio di cambiare la Costituzione. Inoltre, l’insistente equiparazione del rapporto di unione con quello di coniugio sembra immaginato al principale fine di aprire varchi per la giurisprudenza di merito e di legittimità, nonché della Corte costituzionale, per affermare la sovrapposizione tra unione e matrimonio, con tutte le conseguenze del caso, anche in relazione alle questioni di filiazione‑genitorialità. È da queste considerazioni che sono stati concepiti gli emendamenti, che con altri abbiamo presentato.

Un’azione – quella di voler emendare questo testo – responsabile e difficile: responsabile, perché volta a raggiungere un risultato storico nella lotta contro le discriminazioni; difficile, perché lo scontro tra gli opposti ideologismi finisce, anche a livello di opinione pubblica, per far apparire ambigua e confusa una posizione che è invece molto chiara: favorevole alle unioni, assolutamente convinta che riconoscimento delle unioni nulla toglie alla famiglia fondata sul matrimonio; decisamente schierata contro chi discrimina le persone sulla base del proprio orientamento sessuale.

Ma tutte queste osservazioni critiche che, se prese in considerazione, avrebbero portato a un testo migliore e più largamente condivisibile anche all’interno della stessa maggioranza di Governo, non sono così dirimenti come invece lo è la questione della stepchild adoption. Altri sono già intervenuti su questo tema, in sintonia con il modo di sentire. A chi ci dice che bisogna guardare ai diritti dei bambini, a prescindere da come sono venuti al mondo, io rispondo che introdurre automatismi, come di fatto questo disegno di legge fa, tra l’essere partner di una coppia omosessuale e il poter diventare genitore di un minore figlio dell’altro è una forzatura che contrasta con lo stesso fondamento dell’adozione speciale, con la quale il legislatore ha voluto garantire una famiglia a chi ne è privo e non a soddisfare un diritto assoluto alla genitorialità, che non esiste.

Ma non nascondiamoci dietro un dito. Il contestuale diritto al riconoscimento dell’unione e all’adozione del figlio del partner apre la strada alla maternità surrogata, oggi punita solo se commessa in Italia. È un’aberrante manipolazione delle relazioni umane, in cui il corpo di una persona diventa uno strumento della soddisfazione di un bisogno, quando non di un piacere di terzi in cambio di denaro. Se è vero che la legge deve farsi carico di chi è più debole, il minore, ed è venuto al mondo con pratiche illecite, è altrettanto vero che una legge – nel nostro caso questa legge – non può diventare lo strumento per incentivare pratiche illecite, soprattutto in presenza del fatto che il minore qui considerato è già tutelato dalla potestà esercitata dal suo genitore biologico o adottivo e da norme che già permettono, in caso di necessità, di affiancare terze persone nella crescita dei minori senza per questo estendere su di loro la potestà genitoriale.

Occorre uscire dalle tenebre dell’ideologia per affrontare temi che non possono esaurirsi in un articolo di legge. Occorre riaprire il cantiere delle modifiche della legge n. 184 del 1983: curatutele, tutele, affidamenti, adozioni speciali, adozioni ordinarie, amministrazioni di sostegno hanno subito negli ultimi trentacinque anni profondi cambiamenti e adattamenti in una società in profondo cambiamento.

Occorre rimettere mano a tutto ciò, ma non si può pensare di fare questo a colpi di maggioranza o per timore di apparire poco in sintonia con l’Europa, per timore di stare con i Paesi più arretrati. Ciò magari mentre i Paesi più evoluti, presi ad esempio di una maggiore capacità di concepire, di vivere i diritti civili e di trasformarli in legge, confiscano i beni ai migranti, caricano i minori sui treni e sugli aerei, li rispediscono alle madri biologiche in Africa o in Medio Oriente, ammesso che possano accoglierli.

In tanti siamo pronti, in tempi certi e rapidi, ad affrontare il tema delle adozioni a trecentosessanta gradi, ma quanto più vedremo una reale dimostrazione di volontà di mediazione, tanto più saremo convinti, liberi e disponibili nel sostenere, nel voto finale, questo provvedimento. Mi auguro che, nei prossimi giorni e nelle prossime ore, questa attività di mediazione possa sortire un effetto positivo per tutti e per la società italiana. (Applausi dal Gruppo PD).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D’Alì. Ne ha facoltà.

 

D’ALI’ (FI-PdL XVII). Signor Presidente, colleghi, il tema che stiamo affrontando è sicuramente di grande sensibilità, ma lo stiamo facendo, a mio giudizio, su una base assolutamente sbagliata. Intanto, lo stiamo affrontando nell’ambito di un contesto procedurale assolutamente anomalo, contrario – come abbiamo spiegato nelle nostre questioni pregiudiziali – a qualsiasi previsione costituzionale: un testo che ha saltato completamente l’esame delle Commissioni, ha sottovalutato, anche nel giudizio sia del Governo che della Commissione di cui faccio parte, gli effetti economici dell’eventuale approvazione di questa previsione. C’è infatti una differenza sostanziale, che doveva essere censurata ai sensi dell’articolo 81 della Costituzione, con una clausola di salvaguardia, nell’eventuale espansione – che certamente avverrà – degli oneri finanziari del Paese a seguito della sua approvazione, che incide pesantemente sulle altre politiche sociali del Governo. Infatti, anche questa è una clausola di salvaguardia assolutamente insolita e censurabile che pone a carico dei fondi sociali del Ministero del lavoro tutto l’eventuale surplus finanziario, nel senso della spesa, che questo provvedimento dovesse recare. Queste cose ce le siamo dette. Non c’è stato ascolto neanche laddove, al di là delle parti politiche, bisognerebbe esaminare con prudenza e chiarezza aspetti tecnici che non sono secondari nel corpo delle nostre leggi.

Io vorrei, intanto, censurare due aspetti: il primo è quello della differenziazione. Anche lì c’è una palese lesione costituzionale tra le unioni civili riservate a persone dello stesso sesso e le unioni civili riservate a persone di diverso sesso, che non sono tali, che non possono mettere in piedi un simile rapporto e che sono superate nella considerazione che invece privilegia solamente le unioni civili dello stesso sesso. In questo stesso disegno di legge, da noi non condiviso, bastava attenersi al Capo 2 anche per le unioni civili tra persone dello stesso sesso perché questo argomento potesse essere risolto nell’ambito delle necessità legate ad alcune situazioni individuali delle quali tutti abbiamo rispetto. Non possiamo ritenere però che questo rispetto possa travalicare i principi fondamentali dell’uguaglianza tra i cittadini e i principi fondamentali, che la stessa Costituzione riconosce e la Corte costituzionale ha più volte sottolineato, della struttura sociale del nostro Paese fondata sul matrimonio. Non è una questione di libertà di coscienza, ma di coscienza complessiva e civile della struttura fondamentale della società del Paese.

Qui voglio introdurre l’argomento della tenuta della coesione sociale nel nostro Paese. Noi siamo involontariamente e, forse, inconsciamente – alcuni no, ma la gran parte sì – protagonisti di una legislatura – forse sarà il numero XVII che porterà il Paese al disastro sociale – dove stiamo inserendo, considerandoli separatamente e non in un contesto complessivo, tutta una serie di interventi sulla struttura sociale del Paese che nel giro di pochi anni ci porterà ad avere un Paese di cittadini la cui maggioranza sarà di provenienza non italiana. Spiego: il combinato disposto tra questa norma, ove dovesse così essere approvata, le nuovi legge sulla cittadinanza, le leggi sul divorzio breve, le leggi sul ricongiungimento familiare, la situazione internazionale di pressione migratoria che in questo momento interessa il Paese nel giro di pochi anni porteranno lo stesso, ove mai – e questo accadrà e nessuno lo potrà impedire – queste norme venissero utilizzate in maniera strumentale, ad avere una maggioranza di cittadini italiani di origine non italiana. Infatti, alle unioni civili non può non essere connesso – è chiara l’assoluta assimilazione al matrimonio che la legge porta – il diritto ad acquisire la cittadinanza e il diritto a sciogliere l’unione civile attraverso le norme che regolano la separazione e il divorzio. Non può essere impedito a nessuno di costruire un’unione civile che non sia fondata sulla nozione degli affetti, che qua si vuol far prevalere, ma su interessi collaterali, che sono assolutamente praticabili, anche se ritenuti certamente non legittimi. Non esiste, infatti, nessun paletto – come diciamo noi in termine tecnico – in questa normativa che impedisca il proliferare del rilascio delle cittadinanze attraverso il meccanismo delle unioni civili. Pertanto, noi dobbiamo considerare il combinato disposto di tutte queste norme (ora affronteremo quella sul nuovo criterio di cittadinanza e abbiamo già affrontato, come ricordavo poco fa, quella sul divorzio breve) in un unico contesto, caratterizzato da una pressione migratoria come quella che stiamo subendo. Noi saremo l’unico Paese d’Europa che, invece di alzare le barriere a difesa dei cittadini italiani, apre in maniera indiscriminata le barriere; quindi, tra il basso tasso di incremento demografico esistente nel nostro Paese e la pressione migratoria (è un calcolo matematico, non ipotetico), nel giro di quindici anni ci ritroveremo con una maggioranza di cittadini italiani di provenienza non italiana. È giusto che questo venga considerato.

Poi può essere una scelta politica che voi volete fare: volete che questo Paese non sia più di italiani, ma di cittadini italiani di origine non italiana. Questa è una scelta assolutamente legittima, ma vorrei che in quest’Aula si riflettesse su queste cose; vorrei che questo provvedimento, come altri che sono stati esaminati o che stiamo esaminando, venisse considerato in un unico contesto della struttura sociale del nostro Paese, al di là del fatto che più si legge questo testo più emergono aberrazioni nella sovrapposizione tra le unioni civili e il matrimonio, soprattutto, come dicevo, nella differenziazione, nell’unione civile, tra persone dello stesso sesso e persone di sesso diverso.

Esiste una pericolosità di fondo, che può per alcuni non essere tale, ma che, per quanto mi riguarda e per quanto riguarda – penso – la stragrande maggioranza degli italiani che dovessero essere chiamati a riflettere su queste cose, sarebbe tale da costituire un assoluto stravolgimento dell’assetto sociale del nostro Paese.

Noi abbiamo presentato una serie di emendamenti, alcuni anche provocatori. Io stesso ho presentato un emendamento a favore del privilegio della mozione degli affetti, partendo dal presupposto che la mozione degli affetti debba prevalere sulla struttura sociale di un Paese; non dico un Paese tradizionale, perché anche questo potrebbe essere un termine travisato e subito additato all’opinione pubblica, considerato tutto ciò che sta accadendo sui media in questo momento: siamo bersagliati da una serie di messaggi subliminali, tutti indirizzati a far sì che si accantonino gli aspetti di cui parlavo e si privilegino, invece, aspetti di sensibilità personali che riguardano pochissimi casi e che sono destinati, alla fine, ad influenzare l’intera società di un Paese. La mozione degli affetti non può essere posta alla base di un’analisi critica, seria, ponderata, che riguarda la struttura sociale di un Paese.

Ho presentato, allora, anche un emendamento provocatorio: perché limitare a due la possibilità di un’unione civile, dato che deve prevalere la mozione degli affetti? Apriamo (perché questa sarà la nuova frontiera che in altri Paesi già esiste), con paletti in ordine alla tenuta della struttura sociale complessiva del Paese. Già si pratica: l’Olanda ha già avviato la possibilità di avere unioni civili a tre persone e questa sarà la nuova frontiera.

C’è un’altra considerazione che vorrei facessero soprattutto coloro che hanno perplessità su alcuni passaggi di questa legge. È inutile dire: votiamo la legge, poi eventualmente la modifichiamo. Su questi temi non esiste possibilità di ritorno: è dimostrato dalla storia. È dimostrato dalla storia legislativa non solo del nostro Paese, ma anche di tutti i Paesi democratici occidentali. L’esempio spagnolo è il più eclatante: sulla legge Zapatero in ordine alle unioni civili è stata vinta, forse, anche un’elezione da parte dell’opposizione della destra, ma non vi è stata la possibilità di ritorno indietro. Non esiste. Lo dico a coloro che pensano che bisogna approvare questo provvedimento e che, poi, lo si potrà modificare. Questa è una valutazione assolutamente errata: la legge non sarà modificabile, perché quando si concedono diritti non si possono più togliere e quindi coloro che hanno delle perplessità valutino anche questo aspetto. Ma questa è una lezione della storia che dovrebbe essere conosciuta da tutti. Nell’assunzione di un responsabile giudizio su questa vicenda, questo è un elemento fondamentale: non esiste legge sui diritti civili che possa essere modificata nel senso di negare, in tutto o in parte, ciò che è già stato concesso.

Quindi la nostra contrarietà non è sull’istituto dell’unione civile, che poteva essere regolamentata molto più attraverso le previsioni del Capo 2 di questo disegno di legge che non attraverso gli eccessi del Capo 1, in termini di diritti successori e di assimilazione assoluta al matrimonio. Infatti, anche se formalmente non detto, di fatto questa legge assimila in maniera assoluta l’istituto delle unioni civili al matrimonio e – ripeto – lo fa solamente per le unioni civili tra persone dello stesso sesso. Invece le unioni tra persone di sesso diverso, quelle più comuni e più frequenti (non voglio usare termini che possono essere fraintesi), sono discriminate da una normativa parziale contenuta nel Capo 2.

Io allora dico che tutti quei problemi che giustamente molti si sono posti sull’assistenza sanitaria, sul diritto al mantenimento e sul diritto ad alcuni aspetti importanti della convivenza potevano essere risolti esaminandoli uno per uno come fa il Capo 2 di questa legge. Noi non siamo contrari ad affrontare questi problemi e a risolverli, con molta concretezza e con molta ponderazione. Siamo invece assolutamente contrari alle esagerazioni, soprattutto sulla base del presupposto, che ho già illustrato e che non mi stancherò di ripetere, che la mozione di singoli affetti non può prevalere sulla struttura complessiva di un modello di società, perché non diventa più libertà ma diventa libero arbitro, diventa dipendenza di un’Aula legislativa dalle pressioni mediatiche e dai singoli casi, che molto spesso sono portati dai componenti di questa Assemblea, ma che non possono essere considerati come casi estensibili all’intera società del Paese.

Quindi, se voi avete maturato la decisione di aprire, in un contesto complessivo di norme, ad un possibile utilizzo strumentale di queste e di altre norme, che porterà il Paese, nel giro di quindici anni, ad una maggioranza di cittadini italiani di provenienza non italiana, ma di provenienza straniera, approvate pure questa legge. Purtroppo le conseguenze verranno subite non solo dalle future generazioni (come spesso diciamo), ma anche dalla nostra generazione, perché il meccanismo sarà così rapido e così inequivocabilmente indifferibile che noi, nell’arco di quindici o vent’anni, ci ritroveremo con un Paese a maggioranza straniera. È una volontà che deriva dal fatto che l’incremento demografico di questo Paese ormai segna sempre un segno algebrico negativo? È la volontà di aprire ulteriormente le frontiere ad un ingresso da legalizzare? Vogliamo forse, attraverso questi meccanismi, ridurre l’onere e il costo delle politiche migratorie, altro capitolo trattato da questo Governo in maniera assolutamente disastrosa? Può essere, purché questa decisione sia coscientemente assunta.

Se voi assumete la volontà di varare nella sua integrità questo testo, senza porre alcun paletto alle conseguenze inevitabili che questa legge porterà sulla struttura sociale del Paese, ve ne assumete la responsabilità. Questa legislatura passerà alla storia non tanto per il numero che porta (diciassettesima, che non è un gran bel numero) o per una riforma costituzionale assolutamente indigeribile da qualunque paese, come quella che state varando, ma passerà alla storia come la legislatura che ha aperto il Paese ad una struttura sociale completamente diversa, non nel nobile senso con cui qualcuno magari può votare alcune parti di questo disegno di legge, ma nel senso di uno stravolgimento intero e complessivo della struttura sociale del nostro Paese, mirato ad azzerare la maggioranza dei cittadini italiani, annacquandola in una maggioranza di origine non italiana. (Applausi dal Gruppo FI-PdL XVII).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Padua. Ne ha facoltà.

 

PADUA (PD). Signor Presidente, gentili colleghe e colleghi, innanzi tutto voglio esprimere un ringraziamento per il lavoro appassionato della nostra relatrice, la senatrice Monica Cirinnà, e per quello che ha fatto in questi anni. Va riconosciuto un lavoro importante anche se, come le ho sempre testimoniato, non sono d’accordo su alcuni punti sui quali adesso cercherò di riflettere con pacatezza e, spero, con la massima serenità.

Fermo restando che una disciplina sulle unioni omoaffettive è necessaria, appare opportuno chiarire alcune questioni di valenza assolutamente prioritaria che, se da una parte esulano un poco dal contenuto del disegno di legge, dall’altra sono indispensabili per allargare il campo delle vedute oltre i meri confini giuridici del processo che è in corso.

Con dispiacere devo puntualizzare che l’integralismo delle posizioni non aiuta nessuno; anzi, indubbiamente impoverisce l’esito di un dibattito pubblico che contrappone visioni opposte.

In queste settimane abbiamo assistito alla delegittimazione totale dell’avversario. Ma chi è l’avversario? L’altro? Quello che la pensa diversamente? È ancora possibile, penso, esprimere giudizi e pensieri diversi per arricchire un dibattito, perché quando ci si confronta su questi argomenti così sensibili e delicati credo davvero che lo scontro non serva ma sia assolutamente necessario il confronto.

A me sembra che il cuore della questione possa centrarsi su cosa possa o meglio debba essere assunto dal legislatore al pari di diritto e, quindi, come tale tutelato dall’ordinamento.

Molti giornalisti, giuristi, sociologi e psicologi stanno trattando la questione delle unioni civili dal proprio punto di vista, ognuno nella speranza di poter attrarre nella propria orbita l’opinione di chi è all’ascolto. Tuttavia, la disciplina estensiva prevista per le unioni civili nei confronti dell’istituto del matrimonio, così come disciplinato dal codice civile, cela di fatto l’estensione del medesimo complesso di regole.

Suggerisco di allargare un poco le visioni sull’idea e sul concetto di famiglia, al di là di prese di posizione eccessivamente partigiane e precostituite. Da un lato, mi sembra che l’attuale disciplina prevista dal disegno di legge tenda a considerare diritti dei genitori quelli che sono interessi, semplicemente elevando di rango l’interesse, che diventa un diritto. Il riferimento, in tal senso, è alla possibilità di adozione del figlio del partner, la cosiddetta adozione del figliastro, nel caso di una unione omoaffettiva. Non dimentichiamo, però, come quel figlio nasca in ogni caso da una unione biologica tra un uomo e una donna, fatto questo intrinseco allo stesso concetto di vita umana.

D’altra parte, se la possibilità di adozione del figlio del partner fosse funzionale a riconoscere diritti a bambini per situazioni già esistenti, ancorché nel complesso tale questione riguardi solamente pochi casi, non si può tralasciare, a mio avviso, che in questo modo avalliamo un principio: tutti possono richiamare il diritto ad avere un figlio, il diritto ad essere genitori. L’estensione di tale disciplina allora potrebbe riservare, in un futuro prossimo o lontano, chissà quali risvolti o evoluzioni.

In sintesi, chi ci dice che in nome di diritti di cui oggi non rileviamo la necessità non si possa in futuro pensare che la cosiddetta maternità surrogata non rappresenti altro se non la modalità tramite cui le coppie omoaffettive, composte nel caso di soli uomini, possano realizzare il loro pieno diritto alla genitorialità?

È di questi giorni quanto è successo a Parigi: le donne di ogni cultura, di ogni Paese e di tutte le estrazioni politiche si sono incontrate per dire «no» all’utero in affitto. Se passa un principio oggi, modificando l’attuale normativa sulle adozioni (cosa che tra l’altro dovrebbe essere trattata in quella sede), si rischia di scardinare non solo l’ordinamento attuale, ma anche, verosimilmente, quello futuro.

Voglio stigmatizzare questo concetto: l’estensione dei diritti patrimoniali, successori e assistenziali per le unioni omoaffettive è cosa giusta e dovuta, e a questo credo stiamo dando le giuste risposte. Allo stesso modo, però, voglio precisare il deficit del nostro ordinamento circa l’assenza di politiche strutturali a sostegno della genitorialità e della famiglia e la mancanza di risposte adeguate al decremento demografico che sta investendo il nostro Paese.

Andando con ordine, dunque, tali questioni appaiono molto più interrelate alla discussione di una legge che disciplini le unioni civili di quanto possa sembrare in prima battuta. Infatti, se da una parte introduciamo nell’ordinamento una disciplina ad hoc su specifiche formazioni sociali con l’intenzione di estendere i diritti a formazioni che nominalmente non sono equiparate alla famiglia ma che rischiano di esserlo a tutti gli effetti, dall’altra parte non esitiamo a disattendere una disposizione costituzionale, quella dell’articolo 31, che stabilisce che la Repubblica ha il compito di promuovere attivamente misure di sostegno per la formazione della famiglia, agevolando quelle numerose.

Partendo da questa osservazione mi chiedo perché il drastico calo di nascite che riguarda il nostro Paese, frutto anche di una mancanza di politiche familiari strutturate, non ci interessa, anche se riguarda l’intera comunità statale, mentre l’adozione del figliastro del partner nel caso di una coppia omoaffettiva è esigenza imprescindibile e improcrastinabile? La questione rileva dal punto di vista delle priorità.

La famiglia, intesa nell’accezione che i Padri costituenti hanno voluto, è il centro della nostra società e a chi ha lamentato la mancanza di un’adeguata politica sulla famiglia si sono fatte orecchie da mercante. Finalmente questo Governo, il nostro Governo, nelle ultime due manovre ha stabilito dei fondi, ha fatto attenzione a questo ma è ancora poco, bisogna ancora lavorare.

Termino il mio intervento dicendo anche che se noi guardiamo al Nord Europa e alle politiche per la tutela dei diritti delle coppie omoaffettive, bisogna ricordare come da tempo questi Paesi, quali la Francia, la Germania o quelli dell’area scandinava, abbiano una legislazione di avanguardia in tema di politiche familiari.

E ancora – lasciatemelo dire – mi chiedo come mai la nostra Europa ci richiama continuamente, e giustamente, per la scarsa attenzione che abbiamo avuto rispetto alle coppie omosessuali, ma c’è un silenzio assordante per ciò che riguarda la morte di bambini – abbiamo saputo che ne sono scomparsi 10.000 solo nel 2015 – che vengono dall’altra parte del mondo per cercare salute, sostegno e la giusta dignità della loro vita e di questo non ci si vuole occupare.

 

PRESIDENTE. Senatrice Padua, la invito a concludere, le ho già concesso parecchio tempo in più rispetto a quanto le era stato assegnato.

 

PADUA (PD). Io sono una pediatra e ho trascorso tutta la mia vita accanto ai bambini della mia comunità, quindi credo di avere un minimo di esperienza per poter affermare in quest’Aula che stiamo decidendo di un processo che riguarderà il futuro dei nostri bambini e non ci sono studi che indichino una strada piuttosto che un’altra. Certamente l’esperienza del quotidiano è che un papà e una mamma sono necessari per la crescita serena di un bambino ed è sicuramente importante, voglio dirlo anche per dare voce ai bambini che non sono presenti, riflettere perché stiamo per assumerci una grande responsabilità e rispondiamo alla nostra coscienza.

Signor Presidente, chiedo di poter consegnare il mio intervento perché venga allegato agli atti della seduta odierna. (Applausi dal Gruppo PD).

 

PRESIDENTE. La Presidenza la autorizza in tal senso.

È iscritta a parlare la senatrice Zanoni. Ne ha facoltà.

 

ZANONI (PD). Signor Presidente, senatrici, senatori, da sempre sono schierata a favore del riconoscimento dei diritti delle coppie omoaffettive e sarei stata pronta a fare scelte anche più coraggiose nella direzione del matrimonio egualitario.

Non affronto il tema dell’articolo 5 sull’adozione speciale, chiamiamola con il suo nome, perché mi riconosco completamente nel pensiero espresso ieri dalla senatrice Filippin e da numerosi altri colleghi per il mantenimento del testo in questa formulazione.

Voglio invece affrontare questioni forse emotivamente meno dirompenti ma che danno sostanza e corpo al disegno di legge, ossia la sua copertura finanziaria e la regolamentazione dei rapporti patrimoniali fra i coniugi. Alcuni colleghi infatti hanno espresso nei loro interventi perplessità sulla copertura finanziaria del disegno di legge. Ebbene voglio rassicurare tutti che la Commissione bilancio si era già espressa a luglio in merito alla copertura di tutti gli articoli e abbiamo lavorato approfonditamente in questa direzione.

In particolare, la relazione tecnica, cui rimando perché non ho il tempo di approfondire, ha chiaramente quantificato l’onere e la copertura per le tre questioni fondamentali che incidono sui rapporti patrimoniali che discendono dall’applicazione dell’articolo 3.

In primo luogo, a proposito della detrazione per coniuge a carico del contribuente, cito dalla relazione per dare l’idea dell’approfondimento della questione: «dall’analisi dei dati delle dichiarazioni dei redditi delle persone fisiche risulta una detrazione media per coniuge a carico di circa 690 euro e di una percentuale di coppie che fruirebbero di tale detrazione pari al 35 per cento, con un’ipotesi che aderisca a tali unioni il 25 per cento delle potenziali coppie. L’onere, in questo caso è stimato a 3,2 milioni di euro.

Non posso approfondire tutti gli altri punti della relazione tecnica per mancanza di tempo, ma ricordo che per la corresponsione dell’assegno al nucleo familiare essa precisa che: «il calcolo prudenziale porta a circa 0,4 milioni di euro nel 2016», e che per le pensioni indirette e di reversibilità al compagno superstite, di cui si è molto parlato: «con un calcolo molto analitico si arriva a individuare una spesa di 0,1 milioni di euro per il 2016 che aumenta progressivamente fino a 6,1 nel 2025».

Vedete colleghi, le cifre non giustificano minimamente le grida d’allarme dei detrattori del disegno di legge, secondo i quali allargare i diritti alle coppie omosessuali avrebbe sconvolto la finanza pubblica. La clausola di salvaguardia sui fondi sociali riguarda una cifra piccolissima. Non si parla dei 16,8 miliardi della clausola di salvaguardia sull’IVA e le accise.

Voglio qui, ad ogni modo, ribadire che, se anche l’onere fosse stato di gran lunga maggiore (e così non è), si sarebbero dovute comunque trovare le coperture, perché è un dovere il riconoscimento del diritto delle coppie ad essere trattate nello stesso modo senza discriminazioni.

Ma io voglio terminare su un aspetto importante. Un uomo o una donna, che ha voluto bene al proprio compagno o compagna, che ha costruito una casa, allevato figli, condiviso libri e ricordi e che si trova a dover affrontare la grave sofferenza della perdita del compagno o compagna di una vita, rischia ora di trovarsi anche in difficoltà economiche, perdendo il diritto a stare nella sua casa e al reddito familiare.

Penso sempre, e soprattutto, alle coppie meno abbienti, perché a queste ci rivolgiamo con questo provvedimento. Infatti, quelli che hanno bisogno della reversibilità della pensione di 1.000 euro al mese, non sono i gay dell’upper class richiamati dal senatore Sacconi. Noi non stiamo lavorando per loro, ma per quelli che non hanno la possibilità di accedere ai provvedimenti che già adesso ci sono per tutelarsi attraverso atti notarili generalmente molto costosi. Quindi, quelli che compaiono sui giornali perché cantanti o attori famosi riescono a sistemare le loro questioni patrimoniali; quelli che non sono tutelati in questo momento, invece, sono proprio i più disagiati.

Siccome si parla di esigenze, e non semplicemente di capricci, soprattutto per le coppie meno abbienti, questa legge regolamenta il vivere quotidiano, gli aspetti della vita di tutti i giorni, sia quelli belli, come crearsi la casa e una famiglia, ma anche e soprattutto il momento difficoltoso in cui si affronta la morte del proprio partner. Quindi, trattandosi di un diritto, dobbiamo assolutamente affrontare e risolvere la questione della reversibilità della pensione. (Applausi dalle senatrici Mangili e Mattesini).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Albano. Ne ha facoltà.

 

ALBANO (PD). Signor Presidente, onorevoli colleghi, l’approvazione di un testo sulle unioni civili, e in particolare l’adozione di un istituto che prevede l’unione tra persone dello stesso sesso, è diventata nel nostro Paese un’esigenza improrogabile. Ultimo tra i Paesi civili dell’Europa, come ribadito più volte, in Italia manca ancora una legge a tutela di diritti che sono sia acquisiti da parte della giurisprudenza, che diffusi nella società.

Siamo qui riuniti oggi, da mesi e per le prossime settimane, per offrire finalmente un riconoscimento giuridico a realtà nei confronti delle quali siamo in debito, e ogni giorno che passa questo debito di garanzie e diritti aumenta sempre di più. Stiamo infatti accumulando un ritardo culturale, un allontanamento da ciò che nei Paesi nostri vicini è ormai tranquillamente acquisito.

Abbiamo trascurato esigenze profonde delle persone, abbiamo negato diritti anche quando la Corte costituzionale, i giudici ordinari e le giurisdizioni internazionali segnalavano le violazioni sempre più inammissibili di quei diritti e smantellavano le parti più strettamente ideologiche della nostra legislazione.

Per molti anni all’interno di quest’Aula, in quel decennio di grandi riforme civili che è stato quello degli anni Settanta ci si è sfidati, si è combattuto, si sono affrontate visioni del mondo e della società contrapposte. Ogni legge che veniva approvata rappresentava un solco nella Costituzione, nella parità dei diritti e dei doveri, con l’obiettivo di aumentare l’uguaglianza e la libera scelta dell’individuo, vero valore fondante di una società civile.

Per citare Stefano Rodotà: «Dov’erano state discriminazioni compariva l’eguaglianza costituzionale, al posto dei poteri gerarchici si insediava la logica degli affetti».

Però, negli anni successivi a quella stagione di riforme civili forse irripetibile, abbiamo assistito ad una reazione che ha coinvolto ideologicamente parte della politica e anche della cultura cattolica, dando ascolto alle voci e alle opinioni più retrograde e ottocentesche in materia di diritti. Questo lungo inverno di non-riforme a livello politico e culturale ha visto reagire dal basso i nostri concittadini, che, a colpi di appelli, ricorsi di fronte a corti nazionali e internazionali, matrimoni contratti all’estero, hanno cercato di inviare un segnale alla politica affinché prendesse delle decisioni e riconoscesse dei diritti che nulla tolgono a chi è contrario, ma che tanto offrono a chi si sente discriminato nel suo stesso Paese. (Applausi dal Gruppo PD).

Come ha ricordato la collega Cirinnà, alla quale va la mia stima e un affettuoso saluto per essersi fatta portavoce e capofila di questo importante disegno di legge, siamo qui e siamo decisi ad approvare il provvedimento in esame, perché nessuno possa ancora dire di sentirsi di non esistere per il suo stesso Paese.

Se oggi ci ritroviamo condannati e sanzionati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo per il mancato riconoscimento delle coppie omosessuali, è perché per anni abbiamo dibattuto, parlato e infine rimandato una scelta inevitabile, pensando forse che non riconoscere una situazione di fatto volesse dire negarne l’esistenza. Eppure, cari colleghi (e mi rivolgo ai colleghi che, forti di certe prese di posizione etiche e ideologiche, si dichiarano contrari al disegno di legge in esame), risuonano forti nella mia mente le parole di Papa Francesco, quando si chiede: chi sono io per giudicare? Risuonano forti perché davvero non mi sentirei in pace con la mia coscienza di cittadina, di senatrice della Repubblica, di madre, se mi ostinassi a non voler offrire protezione e diritti a quel milione e oltre di italiani che si dichiarano omosessuali e nei confronti dei quali anche voi avete l’obbligo di evitare che, qualora questa norma non dovesse passare in Parlamento, sia la Corte costituzionale o quella europea a dover dimostrare che la politica italiana è ancora una volta indietro rispetto a una realtà sociale già cambiata.

Se tanti, da più parti, ci accusano di aver realizzato un compromesso al ribasso, questo avviene perché sono anni che una legge sulle unioni civili e sul riconoscimento delle coppie omosessuali viene discussa, rivista e infine rimandata a causa dell’opposizione ideologica di chi, in maniera miope, pensa che dare diritti a qualcuno significhi toglierli a qualcun altro. Io invece dico che questo pensiero è inaccettabile per un Paese democratico come l’Italia, perché mai e poi mai riconoscere legalmente più diritti costituisce una violazione dei diritti di altri. L’essenza della giustizia, infatti, consiste nella costante e perpetua volontà di riconoscere a ciascuno il suo diritto.

Concludo, signor Presidente, ribadendo che la mia speranza è che si proceda rapidamente all’approvazione di questo testo, senza se e senza ma, affinché l’Italia torni finalmente ad essere allineata ai Paesi più civili d’Europa e del mondo.

Ringrazio, infine, Monica Cirinnà per l’ostinazione e la fermezza con cui ha portato avanti il disegno di legge sulle unioni civili: nessuna minaccia, nessun insulto, nessuna campagna denigratoria l’hanno mai arrestata di un solo passo nel suo difficile cammino. Monica, sono orgogliosa di te. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni.).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Gambaro. Ne ha facoltà.

 

GAMBARO (AL-A). Signor Presidente, comincerò il mio intervento con le parole del segretario generale del Consiglio d’Europa, il norvegese Thorbjørn Jagland, che è duramente entrato a gamba tesa su questo tema spinoso che sta dividendo profondamente l’Italia. Pubblicando su Twitter il link ad una sentenza della Corte di Strasburgo di ottobre 2015, Jagland dice: «Incoraggio l’Italia a garantire il riconoscimento legale delle coppie dello stesso sesso così come stabilito dalla sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo e come accade nella maggior parte degli Stati membri del Consiglio d’Europa».

Jagland si rifà certamente ad un humus culturale giuridico di grande profondità e spessore normativo, che è quello del Consiglio d’Europa. In Europa, infatti, molti Paesi hanno previsto diverse soluzioni giuridiche di riconoscimento di rapporti di stabile convivenza tra persone dello stesso sesso. La circolazione di questi modelli giuridicamente rilevanti ha determinato l’emergere di una serie di regole connesse al diritto alla propria libertà sessuale, tale da determinare un’interpretazione evolutiva e sensibile ai cambiamenti avvenuti a livello sociale.

In questa direzione, Jagland ha fatto riferimento alla sentenza sul cosiddetto ricorso Oliari, su cui la Corte di Strasbrugo si è pronunciata nel luglio 2015. In quell’occasione l’Italia era stata infatti condannata per la violazione dei diritti di tre coppie gay. Nella sentenza i giudici europei avevano affermato, all’unanimità, che l’Italia aveva violato l’articolo 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali. Il caso riguardava tre coppie omosessuali che, guidate dal presidente di GayLib, Enrico Oliari, si erano rivolte alla Corte di Strasburgo dopo aver chiesto ai Comuni di residenza di poter fare le pubblicazioni per sposarsi ed aver ottenuto un rifiuto.

Infatti, l’articolo 8 della Convenzione recita che: «Ogni persona ha diritto al rispetto della propria vita privata e familiare (…). Non può esservi ingerenza di una autorità pubblica nell’esercizio di tale diritto a meno che tale ingerenza sia prevista dalla legge e costituisca una misura che, in una società democratica, è necessaria alla sicurezza nazionale, alla pubblica sicurezza, al benessere economico del paese, alla difesa dell’ordine e alla prevenzione dei reati, alla protezione della salute o della morale, o alla protezione dei diritti e delle libertà altrui».

Aggiungerei che sono diverse le disposizioni normative contenute in questo importantissimo riferimento normativo, che in più punti porta all’attenzione del legislatore di ogni singolo Paese europeo il tema di cui discutiamo. In particolare, mi viene in mente l’articolo 12, che sancisce il principio per cui uomini e donne in età matrimoniale hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia secondo le leggi nazionali che regolano l’esercizio di tale diritto.

Si tratta, quindi, di una previsione che non va letta in modo isolato, in quanto va valorizzato anche il postulato di uguaglianza giuridica dato dal principio di non discriminazione. È lo stesso articolo 14 della Convenzione a stabilire che: «Il godimento dei diritti e delle libertà riconosciuti nella presente Convenzione deve essere assicurato senza nessuna discriminazione, in particolare quelle fondate sul sesso, la razza, il colore, la lingua, la religione, le opinioni politiche o quelle di altro genere, l’origine nazionale o sociale, l’appartenenza a una minoranza nazionale, la ricchezza, la nascita od ogni altra condizione».

Desidero ricordare in questa sede che la Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali è considerata il testo centrale in materia di protezione dei diritti fondamentali dell’uomo, perché è l’unico dotato di un meccanismo giurisdizionale permanente che consenta ad ogni individuo di richiedere la tutela dei diritti ivi garantiti attraverso il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Pertanto, non si tratta di ingerenza dell’Europa negli affari italiani, come qualcuno ha erroneamente scritto, ma di una pressante necessità di uniformità sostanziale ad una cultura giuridica diffusa e centrale in tutto il continente europeo e non solo. Il tutto senza dimenticarci che l’articolo 9 della Carta europea dei diritti fondamentali sancisce il diritto di sposarsi e costituire una famiglia, rinviandone la disciplina ai singoli Stati, senza alcuna specificazione circa l’identità di genere dei soggetti titolari di tali diritti. (Applausi della senatrice Simeoni).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Stefani. Ne ha facoltà.

 

STEFANI (LN-Aut). Signor Presidente, colleghi, non è facile intervenire su questo tema considerando la sua incidenza sui valori personali e sul pensiero di ciascuno. Ogniqualvolta vengono toccati dei temi etici o riguardanti la morale, la discussione diventa molto complicata.

Il Gruppo della Lega Nord, come testimoniato anche dagli interventi già svolti dai miei colleghi, ha sollevato una serie di perplessità con riferimento al provvedimento in esame. Mi soffermo su alcuni punti che ritengo importante valutare quantomeno sotto il profilo della costituzionalità. Ricordiamo che già la stessa Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo parla della famiglia come di un nucleo fondamentale della società e dello Stato e che, come tale, deve essere riconosciuta e protetta. Se noi pensiamo alla famiglia, ci riferiamo infatti proprio a quel primo nucleo della società dove tutti noi cresciamo e ci formiamo, che viene prima della scuola, del mondo del lavoro, dell’associazionismo e di tutti gli altri enti. È lì dove tutti noi cresciamo e ci formiamo ed è sicuramente per questo che anche la nostra Carta costituzionale parla della famiglia, considerandola come un istituto che precede lo stesso diritto. Se leggiamo la Carta costituzionale e i suoi vari articoli vediamo che tutta la normativa si ispira a riconoscere la famiglia proprio come soggetto sociale, soprattutto come luogo di generazione dei figli, che è la garanzia stessa dell’esistenza della nostra società. Per aprire una parentesi, questo è un momento storico in cui ci sono alti indici di denatalità e le nostre famiglie fanno fatica ad avere figli, non perché non li vogliano, ma perché la società stessa sembra quasi non garantire una dimensione per i bambini e per le famiglie con i bambini.

Ricordiamo ancora tutte quelle norme della nostra Costituzione che guardano alla famiglia come un pilastro sul quale si fondano tutte le comunità locali e il sistema educativo. Ma, se ci riflettiamo, moltissime norme fanno riferimento alla famiglia anche al fine di prevedere delle provvidenze e dei benefici. Mi permetto di ricordare ai colleghi l’articolo 29 della Costituzione, secondo il quale la famiglia è una «società naturale fondata sul matrimonio» e ricordiamo anche l’articolo 30 con cui si prevede il dovere dei genitori di «mantenere, istruire ed educare i figli» nati nel matrimonio e l’articolo 31, in cui si dice che la Repubblica agevola con provvidenze la formazione della famiglia.

Se rileggiamo ed esaminiamo tutte queste norme e le leggiamo in un unum, ci rendiamo conto che, in realtà, queste forme di tutele e previsioni guardano alla famiglia in funzione della generazione e della procreazione di figli. Gli stessi lavori preparatori dell’Assemblea costituente utilizzano l’aggettivo «naturale», indicando che la famiglia non è un istituto creato dalla legge, ma una formazione di diritto naturale, legata alla natura umana e preesistente rispetto all’organizzazione statale. Questo è importante e dobbiamo sempre ricordare che, per quanto abbiamo una libertà come legislatori, il legislatore non può creare qualcosa di estremamente innaturale che nella società non è ancora previsto e non esiste.

Se poi ricordiamo che alcuni diritti individuali che derivano dall’istituzione matrimoniale non sono assoluti di per sé, ma sono subordinati alla condizione dell’essere coniugati, quello che viene fatto nel provvedimento (e che, a nostro avviso, suscita la perplessità maggiore) è che alla fine si parla di unioni civili e si fa poi un richiamo quasi integrale alla normativa sul matrimonio. In Commissione giustizia è passato l’emendamento con cui si prevede che l’unione civile sia una formazione sociale (passaggio importantissimo, con il quale si dice quindi che non è la famiglia), ma poi si fa il richiamo integrale, con una sovrapposizione degli istituti, alla materia matrimoniale. È molto importante riuscire a comprendere quali saranno le conseguenze di questo richiamo.

Nessuno della Lega Nord ha mai detto che le coppie omosessuali non abbiano il diritto a ricevere una tutela e un riconoscimento della loro unione. Abbiamo sempre detto che è doveroso – come ci ha imposto la stessa Unione europea – elaborare una disciplina e riconoscere diritti e doveri alle coppie omosessuali, ma senza fare una sovrapposizione tra le unioni civili come istituto e l’istituto del matrimonio; questo per un ragione non tanto ideologica, religiosa, spirituale, ma in termini quasi tecnici. Riteniamo che l’unione civile vada tutelata, ma che vadano parimenti tutelati i diritti dei minori.

In questo momento riteniamo che il concetto di famiglia debba essere limitato e ascritto esclusivamente alle famiglie in cui ci siano un padre, una madre e dei figli. La nostra preoccupazione è che attraverso questo disegno di legge si dia la stura a vere e proprie adozioni da parte di coppie omosessuali.

Pur comprendendo, sicuramente a livello emotivo, che ci sono persone che nutrono sentimenti di affetto tra di loro, e che quindi le coppie omosessuali abbiano legittimamente il desiderio di avere un figlio, ricordiamo sempre che un desiderio non è un diritto. Avere un figlio non è un diritto: è il figlio che ha dei diritti. Per questa ragione riteniamo si debba stralciare la parte che richiama la normativa sul matrimonio e che, al contempo, si debba prevedere una disciplina che tuteli le unioni civili limitata ai medesima rapporti, senza andare a fare quel detto richiamo.

È inutile far finta che non esistano principi costituzionali quali il principio di eguaglianza, sancito all’articolo 3 della Costituzione, che la Corte costituzionale ha applicato in molte decisioni, proprio al fine di eliminare norme discriminatorie relative a situazioni uguali o omogenee, oppure contenenti una disciplina uniforme per fattispecie diverse. Parole complesse per dire semplicemente che, se si fanno richiami alla normativa sul matrimonio, come fa poi qualsiasi Corte, qualsiasi giudice, qualsiasi pronuncia a dire – anche eventualmente con uno stralcio del famoso articolo 5 e una revisione dell’articolo 3 – che non è un matrimonio, con tutte le conseguenze che derivano dal caso (quindi, non solo la stepchild adoption ma tutte le adozioni)?

La Corte costituzionale si è già espressa su questi temi, e noi non possiamo far finta che ciò non sia successo. Non possiamo imporre noi come legislatori il superamento dei principi della Carta costituzionale. Oppure facciamo – come è già successo – una revisione della Costituzione.

Avete voluto rivedere la Costituzione, per quanto riguarda il diritto della stessa rappresentatività da parte dei cittadini all’interno delle istituzioni, prevedendo un’elezione di secondo grado dei membri del Senato; allora, prima di fare questo, probabilmente potevate benissimo andare a incidere sulla Costituzione anche per quanto riguarda la definizione stessa di famiglia.

Non vorrei tediarvi, però vorrei fare riferimento alla più volte ricordata sentenza della Corte costituzionale n. 138 del 2010, citata – anche a sproposito – quasi a supporto della tesi per cui l’unione civile è un istituto pienamente costituzionale, anche con il richiamo alle norme sul matrimonio. Basta semplicemente ricordare alcuni passaggi della Suprema corte. Quando parla di formazione sociale, la Corte richiama espressamente l’articolo 2 della Costituzione, e dice che nella nozione di formazione sociale è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, con la conseguenza di ottenere anche il riconoscimento giuridico dei connessi diritti e doveri. Ma precisa – cosa che penso debba essere sottolineata chiaramente – che si deve escludere che l’aspirazione al riconoscimento come formazione sociale «possa essere realizzata soltanto attraverso una equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio». La Corte, quindi, esclude che si possa fare questo richiamo e dice che il legislatore, quindi il Parlamento, nell’esercizio della sua piena discrezionalità, può individuare le forme di garanzia e il riconoscimento delle unioni, ma all’interno dell’articolo 2, ovvero come formazione sociale e non come famiglia. Poiché la famiglia è fondata sul matrimonio, non si possono quindi fare richiami alle norme sul matrimonio quando si parla di formazione sociale e, quindi, di unioni civili.

La stessa Corte, in relazione alla disciplina dell’articolo 29, richiamando quanto ho detto poc’anzi, parla sempre di una società naturale, considerando che la famiglia contemplata dalla norma ha dei diritti originari e preesistenti allo Stato.

È vero che la Corte afferma che i concetti di famiglia e di matrimonio non possono ritenersi «cristallizzati» con riferimento a un’epoca (il mondo cambia, gli usi e i costumi cambiano, c’è un’evoluzione della nostra società che non possiamo negare), ma dice altresì che l’interpretazione di un articolo «non può spingersi fino al punto di incidere sul nucleo della norma, modificandola in modo tale da includere in essa fenomeni e problematiche non considerati in alcun modo quando fu emanata». Al tempo dell’Assemblea costituente non si pensava nemmeno alla formazione di una famiglia di coppie omosessuali, e quindi la nozione di matrimonio nel 1942 era necessariamente basata sulla considerazione che i coniugi dovessero essere persone di sesso diverso.

Dobbiamo ricordare che le sentenze della Corte per noi devono essere una guida. La Corte precisa che «questo significato del precetto costituzionale» – quindi la nozione di famiglia – «non può essere superato per via ermeneutica», perché non si tratta di una semplice rilettura del sistema, ma si procederebbe a una vera e propria interpretazione creativa: non possiamo inventarci le nome costituzionali, ma dobbiamo utilizzarle come un principio, come delle direttive alle quali il legislatore si deve assolutamente ispirare.

Da ciò derivano un po’ tutte le perplessità che noi continuiamo ad evidenziare in questa materia. Dobbiamo cercare di non confondere i nostri princìpi, i nostri valori e il nostro sistema giuridico con situazioni emotive, affettive e sentimentali. Si comprendono ovviamente le esigenze di tutta la nostra umanità, ma che l’articolo 5 estenda l’adozione contravviene alle stesse norme costituzionali. Quando abbiamo proposto la questione pregiudiziale, abbiamo evidenziato come l’articolo 117 della Costituzione stabilisca che la potestà legislativa è esercitata nel rispetto dell’ordinamento comunitario e degli obblighi internazionali. Ricordiamo che la Convenzione di New York del 1989 parla del rispetto dell’interesse superiore del minore, del diritto del minore al legame con i propri genitori e, in caso di adozione, di una verifica della situazione del minore in rapporto al padre e alla madre.

Le notizie all’ordine del giorno ci parlano di opinioni varie e discordanti da parte di esponenti del mondo della psichiatria e della psicologia, ma a noi basta che vi siano almeno dei dubbi in merito alla possibilità che un figlio abbia la serenità di crescere in un nucleo omogenitoriale. Nel dubbio dobbiamo essere cauti, non possiamo forzare con una norma la natura stessa del procedere dei rapporti umani e prevedere queste norme all’interno di un disegno di legge, tra l’altro senza che vi sia stata alcuna analisi approfondita sul tema delle adozioni. Una normativa complessa e garantista, posta a tutela del minore, del diritto del minore ad avere una famiglia, non la possiamo stravolgere senza aver posto in essere un processo di approfondimento anche con le necessari audizioni.

Per questo riteniamo che il provvedimento in discussione doveva tornare in Commissione per affrontare la tematica o vedere completamente stralciata l’ipotesi dell’adozione, al fine di non incidere assolutamente su un tema e su un istituto fondamentale e delicatissimo.

Per questa ragione ribadiamo la nostra posizione di estrema contrarietà, sottolineando che deve passare il messaggio e deve essere compresa la ragione per la quale noi riteniamo che, anche se vengono stralciati il famoso articolo 5, i richiami all’articolo 3 e l’ipotesi di adozione, un mero richiamo alle norme sul matrimonio alla fine comporta una parificazione dell’unione civile a tale istituto, con la possibilità che una sentenza o una pronuncia in futuro venga poi a concedere dei diritti come conseguenza di tale rinvio e del riconoscimento dell’applicazione, quantomeno normativa, dell’istituto del matrimonio.

È inutile continuare a dire, come diciamo spesso noi, che dobbiamo ragionare di altri argomenti, che l’Italia è in crisi, che c’è il mondo dei lavoratori, degli esodati e i problemi dell’immigrazione e della sicurezza. È vero; ma è anche vero che certi temi vanno affrontati con grande serenità, senza andare a rincorrere il consenso di qualche nicchia di elettorato. Penso che tutti noi siamo chiamati ad approntare delle leggi generali e astratte che tengano in considerazione tutto il nostro apparato e ordinamento. Se cominciamo ad andare ad incidere su sistemi, valori e principi sui quali è stata forte ed è diventata grande l’Italia, iniziamo a destabilizzare tutto un sistema. (Applausi dei senatori Albertini, Consiglio e Giovanardi. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Cociancich. Ne ha facoltà.

 

COCIANCICH (PD). Signor Presidente, una parte del nostro Paese di fronte a temi così importanti come quelli di cui stiamo discutendo fatica a riconoscersi nelle parole d’ordine e negli slogan delle opposte tifoserie. Si sono riempite le piazze ed è giusto che sia stato così, ma le piazze servono ad affermare una presenza, a gridare un bisogno, una protesta, un impegno. Ho il più grande rispetto per le piazze ma dico che su questi temi, che coinvolgono i sentimenti più profondi di tante persone e i principi intorno ai quali si struttura la nostra società, sarebbe stato bene soprattutto riuscire ad ascoltarsi e trovare soluzioni condivise anziché screditarci – talvolta persino a insultarci – a vicenda.

 

Presidenza del presidente GRASSO (ore 10,57)

 

(Segue Cociancich). Non posso dire di avere certezze, ma posso dire di avere ascoltato senza pregiudizi sia le ragioni di coloro che appoggiano convintamente questo disegno di legge sia coloro che ne temono gli effetti. In questa ricerca non sono stato solo. Mi ha molto colpito, ad esempio, la lettera di oltre 200 capi scout dell’AGESCI che hanno chiesto alla loro associazione – penso lo chiedano anche a noi tutti – di incontrare le famiglie arcobaleno, di evitare di pontificare senza averne ascoltato la domanda di riconoscimento sociale, di poter amare ed essere amati senza doversi nascondere, senza subire discriminazioni, di fare progetti di vita che siano aperti verso gli altri, di poter crescere e proteggere dei figli, coltivare dei progetti ispirati da una visione di generosità e altruismo di cui essi sono capaci come chiunque altro. Ritengo che una parte importate del mondo cattolico sia desiderosa di dare pieno riconoscimento a questa domanda di dignità e di diritti e senta come una ferita anche propria che ciò non sia ancora avvenuto. Non è possibile né accettabile pensare alla società ideale come a una cittadella chiusa nelle roccaforti di un castello e che si possa distinguere tra la condizione di chi è dentro e chi e fuori, tra i sommersi e i salvati.

Cittadini del mondo, noi pensiamo che ogni uomo e donna, senza alcuna distinzione di razza o di sesso, sia nostro concittadino e vogliamo che a tutti sia data la stessa possibilità di essere felici e, al tempo stesso, corresponsabili della sorte della nostra città, che chiamiamo per l’appunto mondo. Per questo motivo appare ingiusta e anche fastidiosa la caricatura che pure ho sentito in quest’Aula di un mondo cattolico esclusivamente bigotto e oscurantista, incapace di vedere le persone oltre i principi. Noi dobbiamo andare avanti, oltrepassare questi steccati e questi pregiudizi. Dobbiamo cercare terreni di impegno comune, promuovere tutto ciò che contrasta la precarietà, la fiducia nel futuro, il coraggio di investire in progetti di lunga durata, che si tratti di aspetti economici, rapporti di lavoro o relazioni sentimentali. Il senso di precarietà, la paura di perdere tutto, il sentimento di instabilità paralizza non solo gli individui ma la stessa società e li rende entrambi più fragili. Ben vengano, quindi, le unioni civili se contribuiscono a dare una prospettiva di impegno reciproco di lungo periodo ad una coppia omosessuale. Perché non dovremmo legittimare, aiutare e sostenere due persone che si amano, qualunque sia il loro orientamento sessuale, a costruire un progetto di vita nel quale esprimere compiutamente la loro personalità, i loro migliori sentimenti, i loro sogni, la dimensione oblativa che albeggia, nello splendore dell’alba di ogni vita, nel cuore di ciascun ragazzo e ragazza?

Voglio ribadire la mia stima verso tutti coloro che si sono fatti carico di questa importante battaglia politica, coloro che mi hanno avvicinato in queste settimane per esprimermi con gentilezza e discrezione, in certi casi anche con rabbia e frustrazione, quanto attesa, quanta aspettativa e quanta speranza ripongono in questa riforma.

Ma nell’amicizia non c’è spazio per la reticenza e io sento il bisogno di dire che sarebbe riduttivo circoscrivere il significato di questa riforma ad una mera estensione di diritti civili a soggetti che oggi non ne godono. Questa riforma non concerne solo i singoli individui, i partner delle future unioni civili; non concerne solo il giusto riconoscimento di una pari dignità delle coppie omosessuali con quelle eterosessuali. Essa ha a che fare con aspetti molto più profondi che riguardano la strutturazione della nostra società, i suoi valori fondanti ed è per questo che suscita così tanto dibattito e in parte sconcerto e turbamento.

È proprio della riflessione su questi aspetti che alcuni colleghi, che pure stimo, hanno voluto farsi carico, per evitare semplificazioni che facilmente si trasformano in

banalizzazioni. Si tratta di opinioni e sentimenti che non dovrebbero essere a loro volta ridicolizzati e irrisi.

La sessualità riguarda gli aspetti più intimi degli uomini, delle donne e della stessa società in quanto attiene al modo in cui viene generata e trasmessa la vita. Nulla può esserci di più prezioso e anche di sacro – intendendo la parola sacro come un elemento decisivo nel passaggio di mano in mano tra le diverse generazioni – di quella fiamma flebile che è la vita. Sacro e prezioso perché ciascuno di noi, credente o non credente, nel cercare le ragioni ultime per cui esiste, respira, ama, spera, non può fare a meno di pensare al momento in cui è stato concepito e domandarsi se ciò è stato il frutto di un atto di amore libero, di un progetto di vita, di essere stato atteso e voluto proprio da quel corpo di donna che ci ha ospitato, formato e nutrito nei primi momenti e nei primi mesi della nostra esistenza, oppure il frutto di una sofisticata tecnica riproduttiva artificiale; non l’incontro tra due persone e i loro corpi, ma tutt’al più di due volontà, come avviene in un contratto.

Con tutta franchezza non è la stessa cosa. La generazione della vita presuppone l’incontro e la fusione di due differenze, il corpo di un uomo e il corpo di una donna. In principio di ogni esistenza sta questa differenza. Ciascuno di noi è inserito in una catena di generazioni di cui portiamo traccia sin nel nostro stesso nome. Noi siamo parte di una storia, anello umile ma necessario tra chi ci ha preceduto e chi verrà dopo di noi.

Siamo pronti per modificare questa modalità di trasmissione della nostra identità personale e sociale? Mi pongo la domanda con timore e tremore, ben consapevole della straordinaria capacità della scienza di incidere anche su questi aspetti ultimi della nostra vita. Non può esservi però scienza senza coscienza, non può essere solo la tecnica a decidere. Abbiamo necessità di discernere. Ritengo che sul tema della filiazione sarebbe stata opportuna una più profonda e soppesata riflessione. (Applausi dal Gruppo PD e del senatore Di Biagio. Congratulazioni).

 

 

Sui lavori del Senato

 

PRESIDENTE. Onorevoli colleghi, previa unanime intesa intercorsa tra i Capigruppo, comunico che la seduta unica di martedì 9 febbraio sarà anticipata alle ore 12, senza intervallo e senza orario di chiusura, al fine di consentire la conclusione della discussione generale sul disegno di legge sulle unioni civili, nella quale sono ancora iscritti numerosi senatori.

Conseguentemente, nella giornata di martedì prossimo le Commissioni potranno convocarsi solo al di fuori degli orari di seduta dell’Assemblea, salvo situazioni urgenti per le quali sussista l’unanimità tra i Gruppi.

Avverto, inoltre, che mercoledì 10 febbraio in mattinata l’Assemblea non terrà seduta in occasione della celebrazione del Giorno del ricordo, che si svolgerà nell’Aula del Senato a partire dalle ore 11.

 

 

Ripresa della discussione dei disegni di legge nn.2081 , 14 , 197 , 239 , 314 , 909 , 1211 , 1231 , 1316 , 1360 , 1745 , 1763 , 2069 e 2084 (ore 11,04)

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Perrone. Ne ha facoltà.

 

PERRONE (CoR). Signor Presidente, rappresentanti del Governo, colleghi, in merito al delicatissimo tema in discussione oggi, è necessario ancora una volta, ribadire la nostra netta contrarietà.

 

Presidenza del vice presidente GASPARRI (ore 11,05)

 

(Segue PERRONE). Riteniamo che anche in questo caso, si sia persa un’occasione importante per far convergere naturalmente l’opinione maggioritaria del Paese e del Parlamento su un testo quanto più condiviso. Tutt’altro invece è stato fatto, e peraltro male e con la solita infruttuosa fretta che caratterizza l’intero operato del Governo Renzi.

Il testo che viene proposto alla nostra attenzione e a quella degli italiani crea inutili e forzate divisioni che vanno ben oltre la normale contrapposizione tra parti politiche avverse. La convergenza sul disegno di legge, se c’è, è purtroppo frutto di altre alchimie e accordi improvvisati che poco o nulla, mi duole dirlo, ritengo abbiano a che a fare con la coscienza di molti dei senatori che lo voteranno.

L’approvazione del testo sarà piuttosto, e ancora una volta, il risultato di altri giudizi, incombenze e forzature. Questo è molto grave, perché se si invoca la libertà di coscienza si faccia, cari colleghi, anche un appello alla coerenza. Quanti di coloro che oggi sostengono il testo Cirinnà potranno dire di essere coerenti con le posizioni che sostenevano soltanto ieri? È dunque una questione di coscienza, ma – lo ripeto – anche di coerenza: coerenza nei confronti dei valori alla base dei vostri schieramenti e coerenza nei confronti degli elettori che vi hanno votato proprio in riferimento a quegli ideali. E invece no; si usa il tema delle unioni civili per altre partite politiche.

Il fronte che sostiene il disegno di legge Cirinnà appare piuttosto uno strano e insipido minestrone che, oltre a spaccare il PD (tanto per cambiare), impoverisce i palati di chi non crede al testo; ma, in nome del renzismo, c’è chi è disposto ad ingoiare ormai qualsiasi minestra. Fare opposizione in Italia, in questo momento storico, significa – ahinoi – rilevare anche queste anomalie. Resta pertanto la critica sul metodo, così come resta, da parte nostra, un senso di responsabilità che, nonostante i tempi e le circostanze, continua ad accompagnarci nel fare politica. Un metodo divisivo e contraddittorio, dunque, che non aiuta certo a migliorare le cose sul versante del merito della questione.

Abbiamo detto – e lo ribadiamo – che siamo per il riconoscimento delle unioni civili, ma ciò – badate bene – non deve significare confondere ruoli e circostanze, introducendo altri elementi che hanno solo un risultato: estremizzare la discussione e allontanare la soluzione. In questa nostra precisa convinzione, siamo guidati non solo dalla coscienza, ma anche dalla volontà di ragionare sugli effetti di un frettoloso rovesciamento delle basi della nostra storia, società e Carta costituzionale. Il primo comma dell’articolo 29 della Costituzione italiana afferma letteralmente: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio». Lo ripeto: «società naturale fondata sul matrimonio»; faremmo bene a rileggerlo spesso e a ricordarci che non si può prescindere da questo punto.

Da qui nasce la necessità, cui facevo riferimento prima, di vedere in prospettiva prima di dare l’assenso e di votare; necessità di capire se con questo testo e, in particolare, con un allargamento dell’istituto delle adozioni stiamo realmente tutelando i minori e creando le condizioni ideali per la loro crescita. Su questo, cari colleghi, i dubbi sono fortissimi, per dirla in maniera elegante. La cosa ancora più grave è che non se ne parli o si faccia finta di non parlarne. Della serie: pensiamo ad oggi e poi a ciò che potrà accadere domani penserà qualcun altro. Invece no, il nostro approccio è esattamente il contrario. Vogliamo capire oggi che cosa potrebbe accadere domani e vogliamo farlo non perché siamo contro qualcuno o qualcosa (lo sottolineo). Riteniamo – l’ho già detto – che sia pericoloso inserire temi che estremizzino il dibattito. Diciamo che in capo a noi persistono responsabilità precise nei confronti delle prossime generazioni e a questo ricollego il mio ragionamento. Si è mai riflettuto sugli scenari a catena legati all’assenza di precisi punti di riferimento, quali quelli della madre e del padre, di generazione in generazione? Si è riflettuto seriamente sulle eventuali conseguenze, senza pensare di essere depositari di verità assolute? O ci sono aspetti consapevolmente sottovalutati? Francamente non ricordo particolari apprensioni di questo tipo, ma solo una corsa alle cosiddette novità.

Noi ci opponiamo a tutto ciò e diciamo no. Siamo e saremo contrari, perché per noi la tutela vera di chi oggi non ha voce in capitolo (i minori) viene prima di ogni altra cosa; e i minori vanno sempre posti nelle condizioni di avere un padre e una madre. Senza alcun dubbio!

Identico discorso va fatto per la tutela della donna, che rischia seriamente di essere strumentalizzata dalle conseguenze di taluni ragionamenti troppo estensivi del ruolo di madre. Lo diciamo senza dubbio e senza compromessi: siamo contrari a ipotesi di mercificazione del ruolo della donna, che non può essere considerata alla stregua di una macchina per riprodurre.

La Costituzione e la nostra coscienza riconoscono, lo ripeto, la famiglia come società naturale basata sul matrimonio di uomo e donna, luogo privilegiato per la crescita e l’educazione dei figli, da non equiparare ad altre circostanze. Un motivo ci sarà, e non mi stancherò di dirlo.

Piuttosto mi domando perché non si usi la stessa veemenza per sostenere le famiglie numerose, le donne nel difficile equilibrio casa-lavoro, le politiche per l’assistenza sociale e quanti assistono le proprie famiglie con anziani e malati a carico. Ad essere maligni, si potrebbe pensare che si sia sollevato l’ennesimo polverone per distrarre gli italiani dalle inefficienze del Governo Renzi; che anche questo sia uno schermo per mascherare ritardi e incapacità?

Penso, ad esempio, alle misure per favorire la nascita di nuove famiglie tra giovani che desiderano farlo, ma che sono impossibilitati da condizioni economiche mai così sfavorevoli. Per loro cosa fa il Governo? E non citatemi per favore il jobs act perché si rischia di cadere nel ridicolo. Gli effetti della sedicente operosità del Governo sono sotto gli occhi di tutti: altro che lavoro in aumento, si assiste solo ad aumento della precarietà, saracinesche abbassate e, per stare sul punto, al calo delle nascite. Questo è avere a cuore la famiglia? Chissà – lo dico ironicamente – se qualcuno ci pensa.

Purtroppo, però, questo Governo è a corto di buon senso, lo stesso buon senso che sarebbe servito, come ho detto in premessa, per non svilire il ruolo di madre e di padre, per sostenere la difesa dei minori e per presentare quindi un testo diverso da questo.

Noi per ora, dunque, continuiamo a porci un quesito: siamo consapevoli della reale importanza che l’istituzione famiglia, composta da padre e madre, ha per la sussistenza presente e futura delle nostre comunità? Siamo consapevoli che non possa essere confusa ed equiparata ad altre istituzioni prive degli stessi capisaldi?

La nostra risposta è affermativa e per questo, con coerenza e coscienza, voteremo contro questo disegno di legge. (Applausi dal Gruppo CoR).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Ceroni. Ne ha facoltà.

 

CERONI (FI-PdL XVII). Signor Presidente, onorevole Sottosegretario, onorevoli colleghi, prima di entrare nel merito del disegno di legge in discussione desidero svolgere alcune considerazioni.

A me stupisce, prima di ogni altra cosa, il concetto che questo Governo ha della democrazia. La legge elettorale con la quale è stato eletto questo Parlamento ha prodotto una oggettiva e grave alterazione della rappresentanza democratica, così come ha rilevato la Corte costituzionale. Il Presidente del Consiglio non si è neppure candidato alle elezioni politiche e molto discutibili sono le modalità con le quali il presidente Renzi è diventato Presidente del Consiglio. Elettoralmente, questo Governo rappresenta meno del 15 per cento del Paese.

In tale contesto ci saremmo aspettati un atteggiamento più responsabile, più misurato, più sobrio, più cauto. In altri termini, ci saremmo aspettati un maggior rispetto per le istituzioni e per il prossimo.

Meraviglia quindi la condotta piuttosto arrogante, prepotente, da padroni del vapore. Voi non siete i padroni dell’Italia. Questo Governo non ha autorità, né autorevolezza. Vediamo ogni giorno la considerazione che raccoglie a livello internazionale. Ciononostante, andate avanti come un rullo compressore; volete imporre al Paese scelte sbagliate e assolutamente osteggiate dalla maggioranza della popolazione, scelte scellerate e pericolose.

Bisogna tenere inoltre presente che il nostro Paese vive problemi economici e sociali drammatici. Il debito pubblico è in costante e inarrestabile crescita. Il PIL è praticamente fermo. È di oggi la notizia della riduzione della previsione di crescita per il 2016, con un -0,1 per cento rispetto alle previsioni (e siamo solo a gennaio). Avremo un altro anno di crescita zero, con milioni di persone senza lavoro e percentuali di disoccupazione tra le più alte d’Europa. Una disoccupazione giovanile spaventosa.

Diceva l’ISTAT che il tasso di disoccupazione a dicembre 2015 risale, attestandosi all’11,4 per cento. Le persone in cerca di occupazione sono 2.898.000 in aumento di 18.000 unità; poi ci sono quelle che l’occupazione non la cercano più (tre o quattro milioni): oltre sette milioni di persone che non lavorano. Per di più, scendono anche gli occupati (a dicembre -21.000 unità) e la disoccupazione giovanile arriva al 37,9 per cento. Abbiamo davanti un Paese spaccato sia dal punto di vista politico, che sociale; un Paese che si governa con grande difficoltà.

Di fronte a tutto questo, voi utilizzate la vostra effimera maggioranza per imporre le vostre convinzioni, per spaccare ancora di più il Paese e dilaniarlo. Non vi rendete conto dei danni che state arrecando. Voi mettete a rischio la tenuta e la stabilità del sistema.

Avete proceduto a modificare la Costituzione italiana senza voler sentire ragioni, a colpi di maggioranza parlamentare. Una maggioranza che sta in piedi in quest’Aula solo grazie al sostegno di una messe di parlamentari che sono stati eletti in altri partiti e in altri schieramenti, alternativi ai vostri.

Oggi volete a portare a compimento un disegno di legge (credo uno dei pochi d’iniziativa parlamentare) che mette in seria discussione la tenuta stessa della maggioranza. Evidenti sono i malumori dentro il Partito Democratico e dentro l’NCD. Questo provvedimento per passare dovrà ricorrere necessariamente, ancora una volta, all’apporto di parlamentari raccattati qua e là. Ma dove pensate di andare ricorrendo a una maggioranza diversa ad ogni provvedimento? Per governare c’è Alfano; per le riforme c’è Verdini; per le unioni civili c’è Grillo.

Di fronte al momento che stiamo vivendo, voi pensate davvero che la regolamentazione delle unioni civili e delle coppie di fatto sia la priorità del Paese? Non è più urgente affrontare e adottare misure per sostenere le famiglie come, ad esempio, procedere all’adozione del quoziente familiare per tassare i redditi o introdurre misure per favorire l’accesso alla casa per le giovani coppie? Ci sono giovani che non possono sposarsi perché non possono permettersi di comprare una casa o di prenderne una in affitto. Ma voi le statistiche le guardate? O lo fate solo quando vi fa comodo? Secondo l’ISTAT 1,4 milioni di famiglie si trovano sotto la soglia di povertà. Non sarebbe più giusto e opportuno aiutare le famiglie indigenti, invece di occuparsi del falso diritto di persone dello stesso sesso a sposarsi?

Nell’anno 2014 sono nati 502.596 bambini: 74.000 in meno rispetto al 2008, 12.000 in meno rispetto al 2013. Si tratta di un calo delle nascite spaventoso. L’Italia ha raggiunto il fondo della classifica europea per il numero dei nuovi nati. Il CENSIS ha recentemente presentato uno studio secondo il quale gli italiani sono consapevoli delle difficoltà di mettere al mondo un figlio e soprattutto crescerlo. Per l’83 per cento la crisi economica rende più difficile la scelta di avere un figlio e la percentuale supera il 90 per cento tra i giovani fino a trentaquattro anni. Sempre secondo il CENSIS, gli italiani accusano del calo delle nascite l’insufficienza delle politiche pubbliche a sostegno della famiglia. Il 61 per cento degli italiani è convinto che le coppie sarebbero più propense ad avere figli se migliorassero gli interventi pubblici. Sgravi fiscali e aiuti economici diretti sono tra le principali richieste per il 70 per cento delle persone intervistate; il 67 per cento segnala l’esigenza di potenziare gli asili nido; il 56 per cento fa riferimento ad aiuti pubblici per sostenere i costi connessi all’educazione dei figli (rette scolastiche, servizi mensa, trasporto).

È la famiglia che va aiutata e incentivata, innanzitutto per rimediare alla grave crisi economica che attanaglia il nostro Paese. È ovvio che le coppie sposate sono il contesto che più facilmente consente di mettere al mondo dei figli. Risolvere questo problema è la base ineludibile nel lungo periodo per uscire dalla crisi.

La famiglia esiste ancor prima dello Stato e delle sue leggi. La forza morale di un Paese viene dalla famiglia sana, unita e con figli, che del Paese rappresentano il futuro. La famiglia è il più importante ammortizzatore sociale e la principale agenzia educativa. Essa va sostenuta, non abbandonata ed equiparata ad altro. È nella famiglia che la persona viene riconosciuta e responsabilizzata e impara la socialità. È quindi chiaro che le energie e le risorse debbono essere indirizzate prioritariamente alla promozione e alla tutela della famiglia.

La vostra preoccupazione, invece, è regolamentare le convivenze di fatto. Perché lo Stato deve intervenire su ogni aspetto della vita privata? Io sono profondamente contrario e voterò contro ogni articolo del provvedimento perché sono contrario alle ingerenze dello Stato nella vita privata. Le persone conviventi di sesso opposto si sposino se vogliono avere più tutele, tanto più che sciogliere un matrimonio è diventato oggi più semplice e breve; se non vogliono assumersi ulteriori responsabilità facciano un contratto privato. Gli omosessuali facciano ciò che vogliono, vivano tranquillamente la loro vita; nessun poliziotto li verrà ad arrestare per le loro tendenze sessuali, ma non pretendano che lo Stato li debba sostenere, incentivare, tutelare, nella successione e nella reversibilità della pensione. Tra l’altro i conti dell’INPS sono tragici; chi pagherà questi costi? L’età pensionabile si allontana sempre di più e noi dovremmo estendere la reversibilità?

Le coppie omosessuali, se lo ritengono opportuno, stipulino un contratto tra loro. L’articolo 2 della Costituzione garantisce i diritti dei singoli che, se vogliono, grazie al nostro ordinamento legislativo, possono sottoscriverli con un semplice atto notarile privato. Il nostro non è certo un Paese nel quale mancano le tutele.

La nostra Costituzione è chiara. L’articolo 29 riconosce la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio; ogni indebita equiparazione tra l’istituto matrimoniale e le unioni civili viola i principi costituzionali. I continui richiami contenuti nel disegno di legge alle norme che regolano il matrimonio dimostrano che non si mira semplicemente a regolamentare le specifiche formazioni sociali, ma ad istituire un vero e proprio matrimonio omosessuale.

Con la volontà di imporre questo provvedimento, è in corso da mesi un attacco ideologico senza precedenti all’istituto matrimoniale: si vogliono porre le basi per una sua forzatura andando oltre ciò che i Padri costituenti avevano evidenziato come fondamentale per la vita della Repubblica stessa.

Noi confermiamo il nostro sostegno pieno alla famiglia, che non può essere uguagliata da nessun’altra istituzione o situazione. Se l’Unione europea ci chiede di scrivere una legge sulle unioni civili, i contenuti li dobbiamo elaborare in base alla nostra storia, cultura e sensibilità. Siete ancora in tempo, fermatevi. Se non riusciremo noi a fermarvi, non vi illudete: sarà la Consulta che boccerà questa legge. Proprio la Corte costituzionale, con la sentenza n. 138 del 2010, è stata chiara al riguardo: le unioni omosessuali non possono essere ritenute omogenee al matrimonio.

L’altra questione insormontabile è rappresentata dall’articolo 5 del disegno di legge, riguardante la stepchild adoption, cioè la possibilità di adozione di figli anche per le coppie dello stesso sesso, estendendo l’istituto già previsto per le coppie eterosessuali dalla legge 4 maggio 1983, n. 184. Questione che non è certamente un diritto, ma un desiderio: il superiore interesse del minore viene ad essere sostituito dal presunto diritto di avere un figlio. È palese il danno che si procurerebbe al bambino senza una delle due figure genitoriali. È la Convenzione sui diritti del fanciullo approvata dall’ONU nel 1989 a sancire l’interesse superiore del fanciullo. La complementarietà delle figure genitoriali è imprescindibile per lo sviluppo di un individuo. Anche ieri il Presidente della Società italiana di pediatria ha rappresentato i rischi che possono sorgere dalla convivenza con genitori dello stesso sesso, tali da poter mettere in difficoltà lo sviluppo psichico e relazionale nell’età evolutiva dei bambini.

Riconoscendo questo diritto, verrà aperta la strada per legittimare la pratica della maternità surrogata, ovvero dell’utero in affitto, attualmente vietata nel nostro ordinamento, ma permessa in altri. E cosa rappresenta ciò se non strappare un bambino alla madre dopo pochi giorni dalla sua nascita? Infatti, se una coppia di persone dello stesso sesso non può avere figli (si tratta di una normale evidenza di natura), in che modo uno dei due partner potrà avere un figlio in maniera che l’altro possa adottarlo? Evidentemente si dovrà ricorrere ad un utero esterno alla coppia. Ci saranno numerosi bambini commissionati ed acquistati per essere senza padre o madre. Stiamo parlando di figli, di persone.

Oltre a rappresentare una grave forma di mercificazione della vita umana, in particolare della donna, questa è una delle crudeltà più grandi che si possono infliggere ai bambini.

 

Presidenza della vice presidente LANZILLOTTA (ore 11,29)

 

(Segue CERONI). Per anni abbiamo lottato ed affermato che la donna ha una sua dignità, superando la concezione di mera generatrice di figli. Ed ora saremmo capaci di accettare che per soldi le donne, specialmente nei Paesi più poveri, portino in grembo quei figli che poi verranno comprati da una coppia omosessuale? Uno Stato non può definirsi civile se avalla una pratica di questo tipo.

La partecipazione dei cittadini alla manifestazione di sabato scorso dovrebbe farvi capire che state sulla strada sbagliata. La difesa della famiglia e dei diritti dei bambini non sono valori negoziabili. I bambini hanno diritto di avere una madre ed un padre e con questo disegno di legge vi assumete la responsabilità di distruggere l’istituto della famiglia. Dopo aver calpestato il principio alla base della democrazia per cui sono i cittadini che attraverso il voto scelgono i propri governanti, dopo aver massacrato la Carta costituzionale, dopo aver alimentato scriteriatamente i flussi migratori, dopo aver annullato il valore del risparmio facendo perdere a decine di migliaia di risparmiatori i sacrifici di una vita, dopo aver alimentato per anni la caccia alle imprese determinando la loro chiusura di massa, dopo aver imposto scelte economiche che stanno mettendo in ginocchio il Paese, adesso volete distruggere anche il valore della famiglia.

Ma dove volete andare? Ma non capite che, continuando a distruggere valori e principi e continuando a demolire quei pochi pilastri rimasti che reggono la società, il nostro Paese sarà invivibile? Fermatevi finché siete in tempo.

Diceva Tito Livio: «Le decisioni audaci e impetuose in un primo momento riempiono di entusiasmo, ma poi sono difficili da seguirsi e disastrose nei risultati».

 

AIROLA (M5S). Parli della tua terza moglie?

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Mauro Mario. Ne ha facoltà.

 

MAURO Mario (GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)). Signora Presidente, nel mio intervento intendo mettere in evidenza la contraddizione – che va documentata – riguardante il fatto che non siamo in presenza di un disegno di legge sulle unioni civili, bensì di un testo che introduce un vero e proprio paramatrimonio, contraddicendo per l’appunto le intenzioni dei proponenti e, soprattutto, la risultanza del dettato costituzionale, delle successive sentenze della Corte costituzionale già citate, ma anche della recente sentenza del 2014 della Corte di cassazione.

La mia insistenza su questo punto serve chiaramente a evidenziare il fatto che politicamente parlando non c’è alcuna contraddizione nel fatto che il legislatore voglia garantire alle coppie omosessuali in Italia la condizione matrimoniale vera e propria, ma ciò avviene in spregio alle sentenze che ci sono state, per cui, se è politicamente legittima, questa intenzione dovrebbe essere suffragata dalla proposta di una vera e propria legge di revisione costituzionale che, peraltro, si sarebbe potuta inserire nel percorso delle modifiche costituzionali che abbiamo da tempo intrapreso.

È vero o no che il testo di legge – e cioè gli articoli che riguardano la prima parte – introducono non le unioni civili ma un paramatrimonio? È vero, perché negli articoli che riguardano la prima parte ad ogni effetto all’unione civile si applicano tutte le disposizioni di legge previste per il matrimonio, al momento con la sola eccezione della possibilità di adottare. Ed è vero, perché nel testo dei primi articoli è con chiarezza recitato che le parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso stabiliscono il cognome della famiglia, scegliendolo tra i loro cognomi, e lo stesso è conservato durante lo stato vedovile. Attenzione, perché l’uso del termine vedovile per il partner che sopravvive è fin troppo eloquente; «vedovo» o «vedova» è, secondo il vocabolario, il soggetto cui è morto il coniuge, ma il coniuge c’è se a monte c’è il matrimonio, a conferma che si sta disciplinando il matrimonio pur se lo si nomina unione civile.

Siamo cioè in presenza di un’operazione di nominalismo giuridico che sottintende intenzioni politiche legittime, ma che non potrebbero essere confermate se non da una norma di carattere costituzionale. Ancora: «Nella successione legittima i medesimi diritti del coniuge spettano anche alla parte legata al defunto da un’unione civile tra persone dello stesso sesso» e poi «Il Governo è delegato ad attuare con proprio decreto la riforma, tenendo conto, fra gli altri, del seguente principio “in materia di ordinamento dello stato civile (…) gli atti di unione civile tra persone dello stesso sesso siano conservati dall’ufficiale dello stato civile insieme a quelli del matrimonio”».

Come si può vedere, quindi, è un’equiparazione a tutti gli effetti e la controprova viene proprio guardando agli articoli che riguardano la disciplina delle convivenze tra persone dello stesso sesso o di altro sesso.

È questa una parte della legge che prevede una regolamentazione light rispetto a quella dei primi articoli e appare più adeguata alla scelta operata da due persone di sesso diverso che non intendono assumere su di sé tutti i doveri derivanti dall’unione matrimoniale. Questa seconda parte del testo base conferma – se si hanno dubbi sull’obiettivo sostanziale della prima – che un conto è la convivenza, altro è la civil partnership; un conto sono le unioni civili vero nomine, altro è la costruzione di un sistema sostanzialmente eguale al matrimonio. D’altronde, i primi articoli riguardano esclusivamente le persone dello stesso sesso, e invece gli altri, persone dello stesso o di sesso diverso. Ciò accade, con tutta evidenza, perché secondo il diritto vigente le persone di sesso diverso hanno facoltà di scelta fra il regime della convivenza e quello del matrimonio. Sempre a diritto vigente, le persone dello stesso sesso non hanno alternativa alla convivenza. I primi articoli, insomma, se pure non qualificano come matrimonio quel tipo di unione civile, colmano una lacuna presunta e conferiscono nella sostanza alle persone dello stesso sesso l’identica facoltà di opzione.

Il quesito che a questo punto mi pongo è se tale disciplina rappresenti una obbligata traduzione in legge della giurisprudenza della Corte costituzionale e della Corte di cassazione. Per rispondere al quesito, e senza risalire molto indietro, giova riprendere la recente sentenza della Corte di cassazione dell’ottobre 2014. Il caso sul quale è intervenuta la pronuncia è, come è noto, quello di due persone dello stesso sesso, che avevano chiesto di procedere alle pubblicazioni di matrimonio; la richiesta, respinta dall’ufficiale dello stato civile, non era stata accolta nei gradi di merito. I ricorrenti avevano lamentato la violazione del principio di eguaglianza di cui all’articolo 3 della Costituzione, perché il diniego di pubblicazioni avrebbe realizzato una discriminazione fondata su una condizione personale, e dell’articolo 2 della Costituzione, perché non avrebbe tutelato il pieno sviluppo di una sfera relazionale a carattere costitutivo in una formazione sociale quale è l’unione tra due persone dello stesso sesso. E ciò nel momento in cui tale tipologia di unione ha una protezione di rilievo costituzionale ed è ampiamente riconosciuta dalle fonti internazionali ed europee. Per questo era stata evocata pur’anche la violazione degli articoli 10 e 117 della Costituzione e dell’articolo 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dell’articolo 12 della CEDU. Il paradigma eterosessuale, secondo i ricorrenti, si sarebbe da tempo sgretolato grazie all’appartenenza dell’Italia a un sistema multilivello di tutela dei diritti: tale sistema avrebbe introdotto nel nostro ordinamento una nozione di matrimonio comprendente quello fra persone omosessuali.

La Cassazione ha trattato i motivi del ricorso riprendendo anzitutto la sentenza della Corte costituzionale n. 138 del 2010, e ha ricordato che, secondo tale decisione, l’articolo 12 della CEDU e l’articolo 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea lasciano al legislatore nazionale la scelta di stabilire forme e disciplina giuridica delle unioni tra persone dello stesso sesso (Brusio). Se posso continuare il mio intervento, con la cortesia del collega Puglia.

 

PRESIDENTE. Senatore Puglia, sta disturbando l’oratore.

Prego, senatore Mauro, prosegua.

 

MAURO Mario (GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)). Tali scelte rientrano pienamente nel margine di discrezionalità dei singoli Stati, dovendosi escludere per questa specifica tipologia di unioni l’imposizione di un modello normativo unico da trarre dal paradigma matrimoniale.

Secondo la citata sentenza n. 138 della Consulta, la mancata estensione del modello matrimoniale alle unioni tra persone dello stesso sesso non lede i parametri integrati della dignità umana e dell’uguaglianza, «i quali assumono – cito – pari rilievo nelle situazioni individuali e nelle situazioni relazionali rientranti nelle formazioni sociali costituzionalmente protette ex articoli 2 e 3 della Costituzione». Per formazione sociale, secondo la Corte «deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, quale stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri. Si deve escludere, tuttavia, che l’aspirazione a tale riconoscimento (…) possa essere realizzata soltanto attraverso un’equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio».

La Cassazione aggiunge che nella citata pronuncia della Corte costituzionale, vi è l’espresso riconoscimento del rilievo costituzionale, ex articolo 2 della Costituzione, delle unioni tra persone dello stesso sesso, e viene rimesso al legislatore, nell’esercizio della sua piena discrezionalità, di individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni omosessuali, unitamente alla possibilità della stessa Consulta di intervenire a tutela di specifiche situazioni.

Sempre per il Giudice di legittimità, «il processo di costituzionalizzazione delle unioni tra persone dello stesso sesso non si fonda, contrariamente a quanto sostenuto dai ricorrenti, sulla violazione del canone antidiscriminatorio dettata dall’inaccessibilità al modello matrimoniale, ma sul riconoscimento di un nucleo comune di diritti e doveri di assistenza e solidarietà propri delle relazioni affettive di coppia».

 

PRESIDENTE. Senatore Mario Mauro, dovrebbe avviarsi a concludere il suo intervento.

 

MAURO Mario (GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)). Signora Presidente, posso chiederle cortesemente quanti minuti sono stati concessi per il mio intervento?

 

PRESIDENTE. Dieci minuti, per indicazione dei Gruppi.

 

MAURO Mario (GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)). Mi avvio allora rapidamente alla conclusione.

 

PRESIDENTE. Se lo ritiene, può chiedere di allegare il testo scritto del suo intervento ai Resoconti della seduta odierna.

 

MAURO Mario (GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)). Senz’altro, signora Presidente.

 

PRESIDENTE. La Presidenza l’autorizza in tal senso.

 

MAURO Mario (GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)). Il senso di realtà e la Costituzione impediscono di equiparare in tutto e per tutto istituti che pari non sono, come il matrimonio e la convivenza; né quello statuto può essere un matrimonio sotto altro nome, come ha avuto modo di precisare il Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio, onorevole Scalfarotto, che, in una intervista del 16 ottobre 2014 a «la Repubblica», ha affermato con chiarezza: «L’unione civile non è un matrimonio più basso, ma la stessa cosa. Con un altro nome per una questione di realpolitik».

Concludendo, direi che, invece di affidarsi alla realpolitik, se si intende promuovere al rango di matrimonio l’esperienza delle unioni civili, bisogna a tutti i costi intraprendere la strada di una legge di revisione costituzionale. (Applausi del senatore Albertini).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Fedeli. Ne ha facoltà.

 

FEDELI (PD). Signora Presidente, intanto credo che dobbiamo ricordare tutti che la nostra convivenza democratica si fonda sulla Costituzione e ritengo che essa per tutti in quest’Aula questa debba essere un faro. Io mi attengo, come hanno fatto altri, a uno degli articoli della Costituzione particolarmente significativi per la nostra discussione, cioè l’articolo 3 della Costituzione, ma non leggo la prima parte, bensì la seconda: «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana». Eliminare gli ostacoli alla libertà e all’uguaglianza dei cittadini è quindi nostro compito, il motivo per cui siamo qui oggi.

Far vivere la nostra Costituzione vuol dire adattare le leggi ad una società che cambia, per dare sostanza e pieno valore in particolare ai principi fondamentali dei primi, potenti e bellissimi dieci articoli della Costituzione che, come tutti sappiamo, non possono essere cambiati ma attuati.

Negando la necessità dell’esigenza di un preambolo alla Carta che specificasse quale filosofia l’avesse ispirata, Nilde Iotti ebbe a dire: «La Costituzione non può avere ne un’ideologia né una filosofia di parte». Si rivolgeva a chi sosteneva che la Costituzione fosse ispirata ai principi del diritto naturale e che, perciò, la filosofia del giusnaturalismo fosse alla sua base. Ricordo a tutti in quest’Aula che la Iotti fu tra le Madri costituenti degli articoli anche sulla famiglia e già allora si discuteva dei bimbi che non erano previsti nella famiglia cosiddetta naturale.

La Costituzione, dunque, essa soltanto, ci deve guidare in queste scelte, perché la via che essa indica rappresenta la religione civile su cui si basa la nostra Nazione e traccia con forza il confine tra il campo delle convinzioni personali e la laicità che deve orientare l’intervento del legislatore per aprire spazi di libertà, di dovere e diritti per i cittadini.

Il dibattito di questi giorni è stato segnato da un livello di conflittualità e polemica politica che purtroppo ha offerto molto spazio alle esasperazioni e alle provocazioni, e non abbastanza al buon senso. Qualcuno dice che questo disegno di legge non merita l’attenzione che il Parlamento gli sta dedicando, che ci sono questioni più importanti. Qualcuno dice che si vuole stravolgere l’idea di famiglia, mettere in pericolo le donne, complicare i contesti di crescita dei bambini. Qualcuno dice che stiamo dividendo il Paese e che dovremmo fermarci. Non è così.

Noi stiamo unendo il Paese, eliminando steccati e discriminazioni per farne un Paese più ricco, più giusto e più inclusivo, in cui ci siano più uguaglianza, più responsabilità e più diritti. Noi stiamo valorizzando la famiglia, tanto che, oltre a destinarle risorse finora sconosciute, vogliamo che sia possibile averne una per tutti coloro che si amano. Noi vogliamo tutelare e difendere i minori, ed ogni considerazione fatta, come ogni singola lettera del testo di legge, va in quella direzione.

Voglio essere chiara su un punto. Noi vogliamo dare a ogni bambino una famiglia, non a ogni famiglia un bambino. Questo è il punto vero. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Taverna). Noi, insomma, vogliamo un Paese migliore e più giusto e una legge che riconosca e dia dignità a tutte le persone. Lasciare tutto come è oggi vuol dire accettare disuguaglianze e ingiustizie motivate solo dall’orientamento sessuale e vuol dire lasciare il nostro Paese come fanalino di coda in Europa, vittima di richiami continui delle corti e dei tribunali; vuol dire per la politica rinunciare ancora una volta al proprio ruolo. Il punto non è costruire attraverso le leggi una realtà diversa, ma farne di nuove per riconoscere quello che si muove nella società, per dare vita e continuità ai valori della nostra Carta. Se tutti i cittadini sono uguali, come dice la Costituzione, perché ad alcuni è negato il riconoscimento del legame affettivo e familiare che hanno con un’altra persona? Se tutti i bambini sono uguali perché alcuni hanno meno tutele di altri e sono condannati a vivere nella discriminazione? Se in tutta Europa questi diritti sono riconosciuti, perché non è lo stesso per le coppie omosessuali italiane e per i loro figli, figli di italiani? Perché, purtroppo, per troppo tempo la politica ha avuto paura di confrontarsi con il cambiamento, paura di riconoscerlo! Ha preferito negarlo, come se non esistesse, tollerando discriminazioni ingiuste e sofferenze ingiustificate. Ecco perché per noi questa è un’urgenza: lo è da trent’anni almeno, dalla prima presentazione di una legge che riconoscesse le unioni omosessuali in queste Aule.

Per noi la libertà e l’uguaglianza dei cittadini sono un’urgenza, come i diritti dei bambini, la tutela delle minoranze, la qualità della vita delle persone. Ma non vedete che i nostri figli, i nipoti ci guardano straniti mentre discutiamo di cose per loro già chiare? Loro già sanno che l’amore è uguale sempre e per loro è normale che abbia le stesse tutele, sempre. Guardate fuori da queste finestre, ascoltate le voci delle ragazze e dei ragazzi che sono qui sotto con i loro sorrisi, le bandiere colorate, i loro cartelli. Sono lì a portare il testimone della lotta per i diritti e l’uguaglianza, a chiedere di essere come tutti, di non essere condannati dallo Stato ad avere meno tutele di altri per via del loro orientamento sessuale. Cosa rispondiamo a chi fino ad oggi è stato discriminato oltre che nella società anche dalla legge? Frughiamo tutti insieme nelle coscienze; guardate quei ragazzi, andateci a parlare, ascoltateli: non credo che troverete più il coraggio – per chi non è d’accordo – di chiudere loro ancora una volta la porta in faccia. Dobbiamo andare tutti oltre l’egoismo che vorrebbe proiettare sulla società le nostre convinzioni personali e saperla guardare con umanità e empatia. Noi dobbiamo saperla ascoltare. Provate a farvi aiutare dagli occhi dei più giovani o a pensare cosa vorreste se vostro figlio o vostro nipote fosse omosessuale: uno Stato suo nemico o uno che non lo discrimini e ne permetta una vita serena e felice? Credo che non ci siano due riposte a questa domanda. C’è chi vuole continuare a dividere la società lasciando che alcuni diritti restino privilegi. Sì, a questo punto, se non sono di tutti, sono privilegi. Noi, no. Noi vogliamo che siano per tutti e lo vogliamo con la stessa forza per gli adulti e per i bambini, verso i quali la nostra responsabilità e attenzione sono ancora più forti.

Vorrei leggervi le parole di Marilena, una madre arcobaleno: «Oggi dovete essere consapevoli di una cosa: se votate sì, non state cambiando la storia di questo Paese; è già cambiata. Se votate sì, non state modificando la famiglia, si è già evoluta. Io sarò una donna felice – dice Marilena – solamente quando sarò inchiodata ai miei doveri di madre nei confronti di tutti i miei figli, di quello che ho partorito con la pancia, come di quelli che ho partorito con il cuore. Sono figli miei in maniera identica. In maniera identica li amo; li porto a scuola; li accudisco ogni giorno, li aiuto a studiare, li coccolo se hanno la febbre… Sono la loro mamma senza “se” e senza “ma”. Vogliamo potere accudire i nostri figli senza ansia, poter stare al fianco del loro letto di ospedale se ci dovesse essere necessità, poter autorizzare una gita scolastica, poterli andare a prendere a scuola senza bisogno di una delega umiliante. Vogliamo che possano ereditare dai nostri genitori se dovesse succederci qualcosa. Vogliamo, insomma, quello che vuole ogni genitore: che i nostri bambini siano sereni e tutelati – come tutti gli altri.

Questi bambini non sono ideologie, tesi o strategie politiche: sono bimbi veri, in carne ed ossa, con due gambe, due braccia, una mente e un cuore. Flavio, Bea, Alessandro, Lia e tanti altri sono già oggi tra noi, quello che dovete decidere è se domani saranno cittadini di questo Paese come tutti gli altri.

Noi – dice sempre lei – siamo fiduciosi, fiduciosi che questo Parlamento faccia quello che deve: il primo passo verso la piena uguaglianza, il primo passo verso la civiltà».

Colleghe e colleghi, sono fiduciosa anche io, perché riconosco in questo Parlamento una forza rinnovatrice forte, a partire da tutte le donne presenti. E non è un caso che la maggioranza delle donne presenti in questo Senato siano a favore di questo disegno di legge, perché hanno un’umanità differente da una parte diversa del genere umano. (Applausi dai Gruppi PD e M5S).

Ne sono orgogliosa, come sono orgogliosa di poter votare finalmente il disegno di legge. Poche righe, che cambieranno la vita di molti.

Vedete, colleghe e colleghi, votare questa legge non sarà la vittoria di una minoranza, ma del Paese tutto, perché regalerebbe felicità e serenità a tanti, senza toglierne a nessuno. Io credo che questa è la cosa più bella che può capitare avendo l’onore di stare in questa Aula. (Applausi dal Gruppo PD).

Infine, due riflessioni: una riguarda la lotta seria sull’indipendenza, sull’autonomia e sulla libertà delle donne contro quello che viene chiamato l’utero in affitto. Ricordo a chi ne parla in quest’Aula che quello che è successo a Parigi parte in una realtà in cui ci sono il matrimonio e l’adozione piena e il rispetto delle differenze. Questo bisogna saperlo, perché altrimenti si fa cattiva informazione.

In secondo luogo voglio rivolgermi alla senatrice Cirinnà, ringraziandola di essere presente in Aula. Io ti chiedo scusa per tutte le parole cattive personali; personali, non politiche: la dialettica politica e anche la forza politica della nostra discussione è sana, è legittima, è democratica ed è bello avere anche opinioni differenti. Quello che non è accettabile è aver ascoltato – e spero che non succeda più nei prossimi giorni – un linguaggio (guarda caso viene prevalentemente da senatori maschi), dentro e fuori quest’Aula (mi riferisco anche al direttore di Radio Maria), che insulta esattamente la persona Cirinnà. Perché? Perché è una donna. Se il primo firmatario del disegno di legge fosse stato un uomo non se lo sarebbero permesso, avrebbero fatto una battaglia politica dura, in modo molto forte dal punto di vista dei contenuti, ma non ci sarebbe stato il disprezzo della persona. Ti chiedo scusa per loro. (Applausi dai Gruppi PD, M5S e Misto-AEcT. Molte congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bocchino. Ne ha facoltà.

 

BOCCHINO (Misto-AEcT). Signora Presidente, intervengo in discussione su questo disegno di legge e, in particolare, sull’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali, perché mi sembra che questo sia il tema più dirimente, più caldo, che più sta appassionando il dibattito politico e lo voglio fare non utilizzando un approccio politico. Il tema dei diritti civili sta molto a cuore a quell’area progressista di cui faccio parte, ma molti colleghi prima di me hanno affrontato il nodo politico. Io vorrei, invece, affrontarlo dal punto di vista scientifico, signora Presidente.

Ebbene, in un’Aula in cui sono riecheggiate le parole della Bibbia, credo, invece, sia il caso di far riecheggiare le parole della scienza; mi arrogo il diritto di pensare che, essendo questo il Parlamento di uno Stato laico, le posizioni scientifiche debbano essere tenute in altissima considerazione da noi decisori politici. Tra l’altro, il tema è estremamente attuale, perché sono di ieri gli articoli suimass media che hanno riportato alcune dichiarazioni del presidente della Società italiana di pediatria, dottor Corsello, e la puntuale replica dell’Associazione degli psicologi italiani.

Partiamo, quindi, dalla rassegna degli studi scientifici che si sono occupati per decenni dello sviluppo psicosociale dei figli di coppie omosessuali.

L’American Psychological Association (APA) degli psicologi è la più grande organizzazione che rappresenta la psicologia scientifica e professionale degli Stati Uniti. APA è la più grande associazione del mondo degli psicologi, con più di 137.000 ricercatori, educatori, medici, consulenti e studenti tra i suoi membri. Nel 2005 l’APA ha pubblicato uno studio intitolato «Lesbian and gay parenting», che si può tradurre con «Essere genitori lesbiche e gay», che riassume tutta la ricerca scientifica effettuata fino a quel momento nel campo dell’omosessualità in generale e della genitorialità omosessuale.

Nell’introduzione si legge che la ricerca scientifica sistematica sugli adulti lesbiche e gay ed il confronto con gli adulti eterosessuali inizia alla fine del 1950, con lo studio pionieristico Evelyn Hooker (1957), continua ancora oggi ed ha portato alla declassificazione dell’omosessualità come un disturbo mentale nel 1973.

Riflettete, colleghi: tutti noi siamo nati in un mondo che considerava l’omosessualità una malattia. Pensate quanto era diverso quel mondo da adesso. Anche la nostra Costituzione è nata in un mondo in cui l’omosessualità veniva considerata una malattia. Mi rivolgo, allora, a quei colleghi che portano avanti la tesi secondo cui l’equiparazione al matrimonio non è possibile, proprio a causa di quello che c’è scritto nella nostra Costituzione. Quando parliamo di riforma della Costituzione, anziché votare delle pesanti manomissioni dell’ordinamento democratico di questo Paese, non credete che forse ci dovremmo occupare di apportare alla Costituzione quei cambiamenti che le consentirebbero di riallinearsi non solo al comune sentire, ma anche a quello che la ricerca scientifica ha trovato in questo campo? Vi lascio con questo interrogativo.

Si legge inoltre nel rapporto che i progetti di ricerca che confrontano i figli di genitori gay e lesbiche con quelli di genitori eterosessuali sono di un’epoca più recente. Gli studi hanno cominciato ad apparire nella letteratura psichiatrica nei primi anni Settanta ed hanno continuato ad essere pubblicati sin da allora. A partire dal lavoro pionieristico di Martin e Lione (1972), gli studi si sono occupati delle madri lesbiche e dei padri gay, ma anche dei figli di lesbiche e genitori gay e su questi ultimi si è sviluppato in un corpo considerevole di ricerche a partire dalla metà degli anni Novanta».

Vado ora al sommario e alle conclusioni del rapporto, che tra l’altro comprende una sua bibliografia 151 articoli su riviste scientifiche internazionali che trattano della genitorialità omosessuale: si legge che i risultati delle ricerche condotte fino ad oggi suggeriscono che i bambini di genitori gay e lesbiche hanno relazioni positive con i coetanei e le loro relazioni con gli adulti di entrambi i sessi sono soddisfacenti. Il quadro che emerge dagli studi scientifici sui bambini di coppie omosessuali è quello di un generale coinvolgimento nella vita sociale con i coetanei, con i genitori, con i nonni e con i genitori adulti dei loro amici, sia maschi che femmine, sia eterosessuali che omosessuali. Il rapporto conclude che, in sintesi, non ci sono prove che suggeriscano che le donne lesbiche o gli uomini gay siano inadatti ad essere genitori o che lo sviluppo psicosociale tra i bambini di donne lesbiche o gay sia compromesso rispetto a quello dei figli di genitori eterosessuali. Non vi è un singolo studio che abbia trovato che i figli di genitori lesbiche o gay siano svantaggiati in modo significativo rispetto ai figli di genitori eterosessuali. Le prove fino ad oggi suggeriscono invece che gli ambienti domestici creati da genitori gay e lesbiche sono tanto buoni quanto quelli creati da genitori eterosessuali al fine di sostenere e consentire la crescita psicosociale dei bambini. Questo è ciò che conclude lo studio dell’Associazione americana degli psicologi.

Inoltre, la cosa che mi ha colpito è che sorprendentemente questa rassegna presenta uno studio di Gartrell che tratta in particolare il tema del bullismo fra i figli delle coppie omosessuali, bullismo che effettivamente esiste. Secondo lo studio quello che può essere più sorprendente è la constatazione che i figli di coppie dello stesso sesso sono fiorenti e floridi, anche se vivono in un mondo che è spesso intollerante con i loro genitori. La resilienza dei bambini a questi fenomeni di bullismo può, in parte, essere spiegata dagli sforzi che i genitori fanno per proteggerli e prepararli ad affrontare l’omofobia. Al fine di creare uno spazio libero dall’omofobia per questi bambini, le mamme lesbiche hanno dovuto interagire con i loro pediatri e con le loro baby-sitter. Esse sono attive nel sistema scolastico e si assicurano che vi siano moduli di formazione nelle scuole che sostengano le diversità. Tutto questo significa, in definitiva, essere buoni genitori. Così conclude lo studio.

Ebbene questo è quello che si diceva fino al 2005. Da allora in poi ci sono state ulteriori ricerche scientifiche, che non hanno fatto altro che confermare il quadro che era già emerso. Nel 2006 l’Accademia americana di pediatria – questo forse lo dovremmo dire al presidente della Società italiana di pediatria, che ieri è intervenuto al riguardo – ha dichiarato quanto segue: «(…) non c’è una relazione tra l’orientamento sessuale dei genitori e qualsiasi tipo di misura dell’adattamento emotivo, psico-sociale e comportamentale del bambino».

Questi dati dimostrano che un bambino che cresce in una famiglia con uno o due genitori gay non corre alcun rischio specifico. «Adulti coscienziosi e capaci di fornire cure, che siano uomini o donne, eterosessuali o omosessuali, possono essere ottimi genitori».

Allo stesso modo, nel 2009, interviene l’American academy of child and adolescent psychiatry concludendo che «Da tempo è stato stabilito che l’orientamento omosessuale non è in alcun modo correlato ad alcuna patologia», e che «studi sugli esiti educativi di figli cresciuti da genitori omo o bisessuali, messi a confronto con quelli cresciuti da genitori eterosessuali, non depongono per un diverso grado d’instabilità nella relazione genitori-figli o rispetto ai disturbi evolutivi nei figli».

Infine, nel 2011, l’Associazione italiana di psicologia ha ricordato che «I risultati delle ricerche psicologiche hanno da tempo documentato come il benessere psicosociale dei membri dei gruppi familiari non sia tanto legato alla forma che il gruppo assume, quanto alla qualità dei processi e delle dinamiche relazionali che si attualizzano al suo interno. In altre parole, non sono né il numero né il genere dei genitori – adottivi o no che siano – a garantire di per sé le condizioni di sviluppo migliori per i bambini, bensì la loro capacità di assumere questi ruoli e le responsabilità educative che ne derivano. In particolare, la ricerca psicologica ha messo in evidenza che ciò che è importante per il benessere dei bambini è la qualità dell’ambiente familiare che i genitori forniscono loro, indipendentemente dal fatto che essi siano conviventi, separati, risposati, single, dello stesso sesso. I bambini hanno bisogno di adulti in grado di garantire loro cura e protezione, insegnare il senso del limite, favorire tanto l’esperienza dell’appartenenza quanto quella dell’autonomia, negoziare conflitti e divergenze, superare incertezze e paure, sviluppare competenze emotive e sociali».

Queste sono le prove della scienza che emergono da decenni di studi scientifici!

Venendo ora alla polemica scatenata ieri dal dottor Corsello, presidente della Società italiana di pediatria, il quale ha affermato che le coppie omosessuali non sono adatte allo sviluppo psicosociale del bambino, ebbene, intanto ricordiamo che lo stesso Corsello, a poche ore di distanza dalla prima nota e dopo la presa di posizione dell’Associazione americana di psicologi che, come abbiamo detto, rassegnando copiosa letteratura scientifica al riguardo lo ha smentito pubblicamente, ha precisato in una seconda nota la necessità di valutare caso per caso. Egli ha detto: «Affermare che non si può escludere che la convivenza con due genitori dello stesso sesso possa avere ripercussioni negative sulla crescita armonica dei figli non significa affermare che due soggetti omosessuali non possano garantire ad un bambino affettività e standard educativi in linea con uno sviluppo normale».

Inoltre, il dottor Corsello si guarda bene dal citare studi che supportino la sua tesi originaria, successivamente parzialmente smentita. Ho fatto allora io l’esercizio per lui e sono andato a cercare puntigliosamente se vi sono studi in tal senso. Ebbene, in realtà ci sono soltanto due studi, quello della dottoressa Loren Marks, dell’università della Louisiana, che nel 2012 ha attaccato il rapporto dell’Associazione americana degli psicologi citando però solo 59 dei 151 studi lì presentati, tra l’altro sostenendo non che le conclusioni sono sbagliate, ma che molti di quegli studi sono basati su campioni poco numerosi e quindi scarsamente significativi dal punto di vista statistico.

Vi è poi il famoso studio di Mark Regnerus che, stimolato dallo studio della dottoressa Marks, ha presentato un campione di 12.000 coppie omosessuali, ma si è poi scoperto che, in base ai criteri di selezione da lui adottati, egli ha incluso nello studio non vere coppie omosessuali, che vivono una relazione omosessuale, classificando come coppie omosessuali – pensate! – anche le madri single che hanno dichiarato di aver avuto una esperienza omosessuale nella loro vita. Si tratta quindi di uno studio estremamente depotenziato. Peraltro, lo stesso autore ha preso le distanze dal modo in cui questo studio è stato usato in Russia per promulgare leggi dichiaratamente omofobe.

Ebbene, cari colleghi, la scienza ha preso una posizione chiara, ma gli scienziati devono fare gli scienziati ed i politici devono fare i decisori politici e quindi noi decideremo secondo la nostra coscienza. Ma attenzione, cari colleghi: troppo spesso la politica ha preso decisioni senza tenere conto dell’orientamento scientifico sul tema e questo è risultato sempre in grandi sconquassi, sia storicamente, sia in questa legislatura e cito semplicemente il caso stamina, che ci riguarda più da vicino.

Decideremo secondo coscienza. Certo. Ricordando però che avremo la grande responsabilità, non solo dinanzi ai nostri elettori, ma anche di fronte ai posteri di aver preso decisioni antiscientifiche.

Quattro secoli fa un tribunale ha condannato quello che oggi è ritenuto universalmente essere il padre della scienza basandosi su leggi all’epoca vigenti e su una visione del mondo che oggi è completamente cambiata. Ebbene, cari colleghi, io oggi non ci sto a passare da novello inquisitore. Non ci sto. Per questo motivo esprimerò con forza il mio sì al disegno di legge Cirinnà. (Applausi dai Gruppi PD e Misto-SEL e del senatore Campanella. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Stucchi. Ne ha facoltà.

 

STUCCHI (LN-Aut). Signora Presidente, intervengo per esprimere la mia contrarietà all’impianto di questa proposta di legge che viene portata all’attenzione dell’Aula per una serie di motivi che, per la verità, sono stati ben evidenziati anche da parte di parecchi colleghi che mi hanno preceduto sia nella giornata odierna che in quella di ieri e di martedì.

Ci sono dei momenti in cui, come decisori politici, dobbiamo assumerci la responsabilità di scelte che possono sicuramente condizionare lo sviluppo della società negli anni e nei decenni futuri. Quella di oggi, e quella delle prossime sedute, è proprio una di queste occasioni. È uno di quei momenti in cui bisogna valutare attentamente la proposta che si ha sotto gli occhi e capire quali ne possano essere le ripercussioni, positive o negative, per tutti i cittadini.

Per la verità, questo andrebbe fatto per tutte le norme con la massima attenzione ma sappiamo, e non possiamo nasconderlo, che la massima attenzione spesso viene prestata esclusivamente a quelle proposte di legge che hanno nell’opinione pubblica un’eco particolare e quindi sono seguite in modo diretto dai cittadini che vogliono capire quale sarà il loro futuro e soprattutto quali sono le motivazioni che portano ognuno di noi ad assumere determinate scelte. Si tratta di scelte spesso personali, nate più da un convincimento personale che dall’appartenenza politica; nate da un modo di vedere la nostra società e di cercare di indirizzarne il futuro e che appartengono, se vogliamo, anche alla storia di ognuno di noi.

Parlare di unioni civili, di matrimonio piuttosto che di convivenza, parlare di famiglia naturale, di unioni tra uomo e donna o tra persone dello stesso sesso è sicuramente uno degli argomenti che oggi, diciamo così, è importante per quanto riguarda una parte dell’opinione pubblica ed è ritenuto dalla maggioranza un argomento che ha una sua urgenza. Forse l’urgenza, dal punto di vista politico, dovrebbe essere riservata ad altri temi, alle problematiche del lavoro, del sociale e a quelle relative all’immigrazione oltre che a tante altre questioni maggiormente urgenti. Ma – tant’è – di fronte a questo nuovo asse che si è creato sull’urgenza dell’approvazione del disegno di legge Cirinnà ci troviamo quest’oggi a confrontarci su questo tema. Tema che comunque non è secondario, perché nessuno di noi vuole impedire alle persone di vivere i propri affetti liberamente – ci mancherebbe altro – e anche la propria sessualità, nel rispetto delle norme, e a questo proposito, naturalmente, faccio riferimento alle tutele per i minori che sono fondamentali. Non ci interessa quello che ognuno fa a casa propria. Ci interessa, invece, quella che può essere la declinazione nel contesto sociale, e quindi verso tutti i cittadini, di diritti che magari vengono riconosciuti ad unioni che non sono matrimoni, sono unioni civili, sono un qualcosa che il sottosegretario Scalfarotto definisce per importanza al pari dei matrimoni e qualcun altro, invece, definisce matrimoni di serie B. Anche in questo caso, all’interno della stessa maggioranza non politica, ma parlamentare che sta portando avanti questo provvedimento, non vi è univocità di valutazione.

Ci sono situazioni che devono essere affrontate interrogando la propria coscienza. È stata ricordata poc’anzi la questione della stepchild adoption, che non è marginale. Su di essa forse questa maggioranza parlamentare si troverà costretta, nel caso si dovesse votare con il voto segreto, a guardare in faccia la realtà, cioè al fatto che il Paese non va in quella direzione e che, quindi, all’interno di quest’Assemblea potrebbe esserci una maggioranza diversa rispetto a quella auspicata dalla collega Cirinnà su questo particolare articolo del disegno di legge al nostro esame.

Del resto, i sondaggi pubblicati sui media dimostrano quale sia l’intendimento e il convincimento della nostra opinione pubblica. Questo non ci deve però condizionare, bensì ci deve stimolare a riflettere e a individuare la soluzione corretta. La questione degli asset ereditari, piuttosto che dei diritti alla reversibilità delle pensioni, sono altri temi che devono essere affrontati pacatamente. Spesso questo non si può fare, perché su temi come questi c’è una sorta di tendenza a urlare e a far prevalere la propria opinione, cercando di utilizzare il mezzo della voce, del tono alto, del volume. E questo è sbagliato, perché queste discussioni forse andrebbero affrontate in modo pacato, perché sono questioni importanti che richiedono quella pacatezza necessaria per affrontare temi delicati. Senza naturalmente nulla togliere a chi tifa per una soluzione, da una parte, piuttosto che per un’altra.

È sbagliato anche citare studi da una parte e dall’altra; ed è sbagliato che, se il presidente della Società italiana di pediatria fa un’affermazione, immediatamente bisogna attaccarlo perché ha fatto un’affermazione non condivisibile. Così come è sbagliato richiamarsi al livello superiore dell’Europa, che ci consiglia, ci invita e ci richiama a seguire l’esempio di altri Paesi, magari proprio per quanto riguarda il contenuto di questo disegno di legge. Anche perché, francamente, la considerazione che oggi ha l’Europa dei nostri cittadini la conosciamo tutti. Quindi, non penso che, vista la situazione attuale, un consiglio che arrivi dall’Europa (laddove l’Europa è quella istituzione che, si tratti del Consiglio d’Europa piuttosto che di un altro organismo, vale poco) possa essere un’arma portata a favore dell’approvazione di questo provvedimento.

Oppure, bisognerebbe parlare con coloro che, pur condividendo l’impianto di questo disegno di legge, magari, per come li conosco (e ne conosco alcuni), pur essendo omosessuali, che vivono la loro vita e richiedono qualche diritto in più rispetto a quelli che hanno ora, sono però realisti e affermano che non stanno chiedendo e che non è giusto per loro chiedere di adottare dei figli. È una scelta. Anche loro, al loro interno, giustamente discutono come facciamo noi.

Quindi io ritengo che questo lungo percorso, che forse ci porterà all’approvazione di questo disegno di legge, sarà un momento importante per tutti noi, per confrontarci all’interno di quest’Aula, ma soprattutto all’esterno, come cittadini, ognuno convinto qui di fare la scelta giusta; ognuno convinto di difendere un modello di società; ognuno convinto, però, anche del fatto che le scelte fatte qui condizioneranno sicuramente la vita futura dei nostri cittadini per i prossimi decenni.

Quindi, il nostro compito è questo: fare la scelta giusta. Per noi, e per me soprattutto, i contenuti del disegno di legge Cirinnà non rappresentano la strada corretta che il Paese deve seguire.

 

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Maran. Ne ha facoltà.

 

MARAN (PD). Signora Presidente, colleghi, vi dico la mia opinione. Non possiedo, ovviamente, verità rivelate e indiscutibili, ma se guardo a quel che accade intorno a noi mentre prosegue la nostra discussione, che cosa vedo? Vedo che il mondo occidentale è attraversato da un movimento tellurico, da un terremoto paragonabile, per intensità ed effetti, al processo che nella prima metà del secolo scorso ha portato alla piena cittadinanza femminile. Oggi, in tutto l’Occidente, il riconoscimento pubblico del diritto degli omosessuali a vivere in piena libertà la loro sessualità e la loro relazione di coppia è all’ordine del giorno e dappertutto lo è anche il riconoscimento della loro capacità di costituire un luogo di intimità, solidarietà, amore – in altre parole, una famiglia – che non esclude la presenza di bambini da crescere e da educare.

In molti Paesi si è passati dalla legalizzazione delle unioni civili all’accesso egualitario al matrimonio. In Irlanda si è celebrato addirittura un referendum costituzionale e la Corte suprema degli Stati Uniti nel giugno scorso ha deciso che le leggi statali che vietano il matrimonio gay sono incostituzionali in base al quattordicesimo emendamento della Costituzione americana, quello sull’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge. Una sentenza, quella della Corte suprema, che ancora una volta si è presa la responsabilità di cambiare volto alla civiltà occidentale e che consiglio di leggere, perché ci dice che la visione umanistica cattolica non è l’unica possibile. Ci sono altre visioni umanistiche possibili non meno ricche, non meno profonde, come quella che vede nella famiglia una realtà preziosa e forte proprio perché è capace di cambiare e di aprirsi ad esperienze vitali nuove. È questo che dà forza e legittimazione al mutamento di opinione, ormai maggioritario e irresistibile in tutti i Paesi occidentali, a favore delle unioni dello stesso sesso.

La storia del matrimonio è una storia di continuità e di cambiamento, una realtà che è cambiata col cambiare del ruolo e dello status della donna. Sono cambiamenti che hanno rafforzato e non indebolito l’istituzione familiare.

Le decisioni che riguardano il matrimonio – a partire dalla decisione se e con chi sposarsi – sono tra le più intime che un individuo può prendere, tra le più importanti nella nostra autodefinizione. Quelle scelte formano il nostro destino individuale e due persone insieme, come sottolinea la Corte suprema degli Stati Uniti, possono trovare in quel legame, comunque lo si chiami, altre libertà (l’espressione, l’intimità, la spiritualità) e ciò è vero per tutte le persone, indipendentemente dal loro orientamento sessuale.

Su questo sfondo, la situazione italiana appare ormai decisamente anomala. Mentre si allarga sempre più il fronte dei Paesi che riconoscono il matrimonio, l’Italia non ha ancora neppure una regolamentazione delle unioni. Non nego che la gradualità sia necessaria; rispetto alla situazione internazionale il disegno di legge di cui discutiamo è, infatti, una soluzione di compromesso e si colloca in un punto piuttosto moderato rispetto alle leggi degli altri Paesi: non c’è il matrimonio egualitario e non ci sono le adozioni.

L’adozione del figlio del partner da parte dell’altro è solo una norma di buon senso che mira a garantire a bambini che già vivono nella coppia la continuità affettiva. Si obietta che la stepchild adoption sarebbe un incoraggiamento alla maternità surrogata, vietata in Italia, ma legale in molti altri Paesi. Tuttavia, le famiglie omogenitoriali esistono e questa è una norma fatta per proteggere i bambini che ci sono già. Non per caso esiste già una giurisprudenza che si sta consolidando e se la norma non passasse in Parlamento, ci penserebbero i giudici, caso per caso o con un rinvio alla Corte costituzionale.

L’utero in affitto è proibito dalla legge n. 40 del 2004 e non è toccato dal progetto in discussione. Inoltre, per quanto si possa essere contrari alla maternità surrogata, porre il peso di questa disapprovazione sulla legge per le unioni civili è del tutto insensato, visto che sono soprattutto le coppie eterosessuali a farvi ricorso. Si vogliono mettere degli ulteriori paletti? D’accordo, ma attenzione: è del tutto irrealistico proporre di trasformare la surrogacy in un crimine perseguibile anche quando commesso all’estero. Metterla al bando è una figura retorica, posto che in Europa non c’è un quadro unitario e non ci sono le basi giuridiche per costruirlo: nel diritto di famiglia gli Stati membri hanno ampia autonomia, basta pensare alle differenze nel regime della procreazione assistita, come sappiamo. In termini reali significa tornare alla discriminazione dei nati in base alla forma del loro concepimento, cosa che ripugna alla nostra coscienza giuridica e morale.

Se volessimo davvero scoraggiare la maternità surrogata, dovremmo prevedere la possibilità della piena adozione anche per le coppie omosessuali, come avviene in molti Paesi di solida civiltà giuridica.

Se invece si dice che il bambino deve avere una mamma ed un papà, allora la questione è un’altra: non è in discussione la maternità surrogata, ma la genitorialità di gay e lesbiche. Quel che si rifiuta è la possibilità stessa che le coppie omosessuali possano essere buoni genitori. Questa resistenza è probabilmente l’indice che misura più fedelmente le idee e i pregiudizi che abbiamo in merito all’omosessualità. Parlo di pregiudizi perché è ormai reperibile una mole consistente di ricerche scientifiche che, sulla base delle esperienze in Nord America ed Europa, dimostrano come i bambini cresciuti in famiglie omosessuali siano mentalmente sani e socialmente integrati quanto quelli cresciuti in famiglie eterosessuali. Parlo di pregiudizi perché nel momento in cui riconosco che l’omosessualità non è una patologia, né una malattia, se non consideriamo più immorale l’intimità tra due persone dello stesso sesso e se questa convinzione non è più, come in passato, incarnata dalla legge penale, allora devo ammettere all’interno della mia cultura una variante di sistema familiare che non è la mia, quella in cui sono cresciuto. E lo Stato deve accordare rispetto ad interessi così fondamentali della persona. Si tratta di un diritto che dà dignità alle coppie che, per usare le parole della Corte suprema, «desiderano definire se stessi attraverso l’impegno verso l’altro»; un diritto che risponde alla paura universale che una persona sola possa chiamare aiuto solo per scoprire che lì accanto non c’è nessuno; un diritto che offre la speranza di una compagnia, della comprensione e dell’assicurazione che, mentre entrambi ancora vivono, ci sarà qualcuno ad occuparsi dell’altro.

Aggiungo che pensare di arginare la forte spinta al riconoscimento delle coppie omosessuali è un’illusione. L’Italia non è un luogo chiuso e separato e vive necessariamente le stesse dinamiche degli altri Paesi occidentali. Le trasformazioni della famiglia che nell’ultimo secolo, proprio in conseguenza del mutato ruolo sociale delle donne, hanno interessato tutti i Paesi dell’Occidente coinvolgono necessariamente anche il nostro Paese ed è vano pensare di ignorarle. (Applausi dal Gruppo PD. Congratulazioni).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Pelino. Ne ha facoltà.

 

PELINO (FI-PdL XVII). Signora Presidente, rappresentanti del Governo, onorevoli colleghi, la discussione sul disegno di legge sulle unioni civili ha già ricevuto numerosi contributi e spunti di riflessione da parte di chi mi ha preceduto nei giorni scorsi in quest’Assemblea.

Si tratta di un tema delicato, che tocca nel profondo le intime convinzioni di coscienza e ciò spiega perché anche i partiti siano attraversati da opinioni divergenti e diverse sfumature di pensiero.

Non vi è dubbio che sia arrivato il momento di dotare anche il nostro ordinamento di una disciplina in grado di tutelare le coppie omosessuali. Il legislatore deve tener conto dei cambiamenti che intervengono all’interno della nostra società, così come già avvenuto in molti altri Paesi. Se c’è consenso pressoché unanime nel dare un riconoscimento alle coppie omosessuali, le divergenze nascono però quando si analizza nel merito il disegno di legge in esame.

Sono tre i punti che riteniamo di maggiore criticità, che vanno considerati per comprendere fino in fondo la portata e i possibili effetti negativi del disegno di legge.

In primo luogo, la tutela giuridica che si intende garantire alle coppie omosessuali è, a tutti gli effetti, equiparata a quella attribuita all’istituto del matrimonio. Si tratta, infatti, secondo il disegno di legge, di trasporre alle unioni civili gli stessi diritti e doveri che il nostro ordinamento riconosce ai coniugi, tra i quali l’obbligo di fedeltà e, ancora più problematico, il diritto alla pensione di reversibilità, che solleva forti interrogativi sul piano della copertura finanziaria.

Ma, al di là di questi primi rilievi di carattere giuridico ed economico, il tentativo di equiparare le unioni civili al matrimonio rischia di essere incostituzionale, per il contrasto con quanto disposto dall’articolo 29 della Costituzione, per il quale «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio».

La Corte Costituzionale, inoltre, nella sentenza 138 del 2010, ha stabilito che bisogna provvedere alla tutela delle coppie omosessuali, tenendole però distinte dal matrimonio, stante l’imprescindibile finalità procreativa del matrimonio che vale a differenziarlo dall’unione omosessuale.

Il matrimonio è quello tra un uomo e una donna, mentre l’unione civile è altro, per cui necessita di una disciplina specifica e al tempo stesso differente.

In secondo luogo, non è affatto condivisibile la previsione normativa della stepchild adoption, perché foriera di pericolose distorsioni. Il rischio più evidente è che le coppie omosessuali ricorrano alla gravidanza surrogata, altrimenti detta “utero in affitto”, e che successivamente alla nascita del figlio, di cui uno dei due partner si intesta la genitorialità, l’altro possa adottarlo.

Non possiamo in alcun modo permettere che nel nostro Paese si apra la strada verso la commercializzazione dei bambini e lo sfruttamento delle donne. Oltretutto, siamo sicuri che la stepchild adoption miri all’unico interesse della tutela del minore, oppure al solo riconoscimento del diritto di due adulti ad essere genitori?

In terzo luogo, da questo disegno di legge deriva che la tutela accordata alle coppie di fatto, ovvero ai conviventi eterosessuali, sia minima e in alcun modo equiparabile a quelle accordata alle coppie omosessuali. Anche questa circostanza suggerisce che il provvedimento, una volta approvato dal Parlamento, rischi di essere dichiarato incostituzionale dalla Corte.

Infine, è davvero discutibile l’atteggiamento del Governo che, pur di approvare il disegno di legge così com’è, tenta di serrare le fila, stavolta intorno all’asse PD, Movimento 5 Stelle e SEL, esaltando il ricorso alle maggioranze a geometria variabile, messe in piedi a seconda delle circostanze e dei provvedimenti.

Non è ammissibile che un tema così delicato dal punto vista etico e culturale diventi uno strumento politico in mano al Governo. Auspico pertanto che nella discussione, in queste ore, prevalgano senso di responsabilità, libertà di pensiero e assoluta serenità di giudizio, affinché vengano riconosciuti i diritti delle unioni civili senza mortificare la famiglia naturale, guardando soprattutto alla tutela e alla difesa dei minori. (Applausi del senatore Minzolini).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Bertacco. Ne ha facoltà.

 

BERTACCO (FI-PdL XVII). Signora Presidente, onorevoli colleghi, permettetemi di fare una premessa al mio intervento. Il nostro Paese è stato più volte oggetto di richiami e sentenze europee nell’ultimo periodo che ci hanno ricordato e ci hanno obbligato a creare una normativa che regoli le unioni civili. Ricordiamo appunto la sentenza del 21 luglio 2015 della Corte europea per i diritti dell’uomo che condannò l’Italia per l’assenza di riconoscimento e tutela delle unioni tra persone dello stesso sesso.

Eravamo di fronte al momento giusto per fare una legge giusta che potesse soddisfare le sensibilità differenti e che potesse essere adatta alla nostra cultura. Purtroppo, invece, questa occasione è stata sprecata, se non persa. Il disegno di legge qui proposto è malfatto e scritto per tentare un inganno al quale io non voglio partecipare.

Sì, è un inganno, a partire dall’articolo 1 (lo leggo perché breve): «Le disposizioni del presente Capo istituiscono l’unione civile tra persone dello stesso sesso quale specifica formazione sociale». Come ricorderete, si trovò questa formulazione dell’articolo 1 come elemento di mediazione fra le sensibilità contrapposte della maggioranza e nel pieno rispetto dell’articolo 2 della Costituzione. Peccato però che leggendo il testo si fa sempre più chiara un’assoluta sovrapposizione tra il matrimonio e le unioni civili, andando così di fatto in contrasto con l’articolo 29 della Costituzione. Mi domando: volete cambiare anche quello? Di fatto si tenta la completa equiparazione tra le unioni civili e l’istituto matrimoniale.

L’Unione Europea aveva chiesto l’introduzione di una legge che disciplinasse le unioni civili ma, come è stato più volte chiarito e non sembra essere stato percepito dalla sinistra, nessun articolo della Convenzione impone agli Stati membri il dovere di aprire il matrimonio alle coppie omosessuali. La Corte europea non ha imposto alcuna forma giuridica e alcuna tutela, ma lascia alla discrezionalità del legislatore nazionale la definizione dei diritti. Una tale equiparazione non solo non è richiesta al nostro Paese dall’Europa, ma è evidentemente anticostituzionale.

Questo disegno di legge è contrario agli orientamenti della Consulta rispetto a quanto scritto nella nostra Costituzione. Di fatto, le recenti sentenze della Corte costituzionale affermano come la famiglia, definita come società naturale fondata sul matrimonio, è essa stessa rappresentata da un unicum, e in quanto tale deve essere tutelata in maniera distinta rispetto alle altre formazioni sociali, come le unioni tra due persone dello stesso sesso. Il legislatore, secondo la Consulta, ha quindi il compito di introdurre una forma alternativa e diversa dal matrimonio per risolvere l’attuale mancanza di tutela dei diritti soggettivi degli omosessuali che hanno scelto di organizzare la propria vita insieme.

Entriamo nel merito del testo. Parliamo, appunto, dei diritti di cittadinanza, delle pensioni, delle successioni e del sostegno al partner; vediamo, allora, quanto inserito dal disegno di legge: gli stessi diritti attribuiti alle coppie sposate estesi alle unioni civili.

Anche in materia di scioglimento dell’unione il testo Cirinnà rimanda alla disciplina del matrimonio. Infatti, nel nuovo testo, astutamente – o per meglio dire, con asservimento alle richieste e alle pressioni dell’ala cattolica del Partito Democratico – sono stati depurati i continui rimandi al diritto matrimoniale ma, come appena detto, l’unione civile qui presentata è una vera e propria fotocopia del matrimonio.

Altro punto controverso di questo testo riguarda la possibilità dell’adozione del figlio naturale o adottato dal partner da parte dell’altro componente della coppia omosessuale. Stiamo parlando della cosiddetta stepchild adoption.

Quello a cui noi stiamo assistendo è un tentativo di imporre una nuova visione della genitorialità, in cui un papà e una mamma diventano genitore «1» e genitore «2», e in cui il diritto del bambino di crescere in una famiglia composta da un uomo e una donna è subordinato al puro desiderio degli adulti.

Stepchild adoption spiana la strada all’utero in affitto, pratica vietata in Italia, ma possibile all’estero. Ci troveremo, dunque, di fronte ad una maternità surrogata che fa a pezzi l’umanità e la bellezza della maternità. Umanità che inizia proprio dal grembo materno, che non è un mero contenitore fisico ma l’inizio della relazione tra madre e figlio; relazione che nutre il figlio nella sua formazione, ma che continuerà nel tempo ed accompagnerà la sua crescita.

Mettere al mondo un figlio non è un diritto, ma l’esercizio di una responsabilità. Il sacrosanto desiderio di avere un figlio non può essere esercitato ad ogni costo ma deve tenere conto di come crescerà il figlio.

La bellezza della relazione materna, che si forma a partire dal grembo materno, è che essa cresce dentro di sé un’altra persona ed il compito genitoriale è insegnare a quel figlio a vivere la propria vita in modo autonomo. Tutto ciò viene stravolto dalla pratica dell’utero in affitto, che considera il grembo materno vendibile, che si può comprare per fare un figlio che sarà separato da quella madre che l’ha cresciuto dentro di sé sapendo che tra loro non ci sarà alcuna relazione.

La nostra civiltà si è sviluppata nei secoli sul nucleo naturale composto da un uomo e da una donna, che hanno formato un’unione sulla base della quale hanno fatto nascere e crescere i loro figli.

L’adozione è una normativa molto complessa; è un tema molto delicato e di attenta riflessione. Non c’è un diritto all’adottare, non c’è il diritto di due adulti ad avere un bambino; c’è invece il diritto per il bambino di avere una famiglia. Un conto sono i diritti civili, altro quelli dei bambini.

Questo non è il testo nel quale si doveva inserire un dibattito sulle adozioni; dovevamo e dobbiamo farlo rivedendo l’impianto legislativo vigente, rendendo la pratica dell’adozione non una via crucis per le coppie, ma una scelta di vita per la vita.

Tutti noi indubbiamente abbiamo il dovere di difendere le diversità da ingiustizie e discriminazioni, e questo deve essere fatto in maniera chiara e decisa. Purtroppo, sono certo che non sarà il mio intervento oggi, come quelli di tanti colleghi – lo dico con umiltà – a farvi cambiare idea, ma almeno spero possa indurre a una riflessione più approfondita, meno ideologica, su una materia che va inevitabilmente a sminuire il valore della cellula fondante della nostra società: la famiglia.

In questi giorni ho letto una dichiarazione del presidente Zanda che ha affermato che quello di Papa Francesco non è un mestiere, ma è una grande missione spirituale, universale, molto ammirata e molto rispettata in tutto il mondo dai cattolici e dai laici, dagli intellettuali alle persone più semplici. Sono d’accordo, presidente Zanda anch’io riconosco grandi doti a questo Pontefice, ma anche noi abbiamo una missione da svolgere, che ci è stata affidata dal popolo. Ignorare il no a questo pasticcio gridato da tantissimi cittadini (e non credo siano tutti di centrodestra) significherebbe tradire il mandato che ognuno di noi è qui ad espletare.

Un ultimo appello lo rivolgo al presidente Mattarella, perché, quando sarà e se sarà, operi le giuste scelte affinché la nostra Costituzione non venga nuovamente calpestata.

Voterò contro questo disegno di legge non perché sono contro le unioni civili, anzi sono favorevole al riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali, ma il testo Cirinnà non si limita al riconoscimento e va oltre: inserisce l’equiparazione al matrimonio, la separazione e l’adozione.

Io sicuramente non mi sento detentore della verità, ma difendo con orgoglio l’unicità del matrimonio, nucleo fondante della nostra società, che il testo Cirinnà cerca in più modi di minare. (Applausi della senatrice Pelino).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Uras. Ne ha facoltà.

 

URAS (Misto-SEL). Signora Presidente, colleghi, il tema che pone questo disegno di legge, ormai all’attenzione di quest’Aula da un po’ e all’attenzione del Paese da parecchio tempo, va finalmente risolto, e la soluzione individuata all’interno del disegno di legge in discussione per noi è valida, così come integralmente individuata nel contenuto del progetto. Essa parte da due princìpi sui quali penso vada costruita la norma che regola la vita sociale del nostro Paese. In primo luogo, e soprattutto, il primo comma dell’articolo 3 della Costituzione: «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali». L’articolo 3, prima comma, è il patto su cui si regge la nostra Repubblica, tra le persone e le comunità che la compongono.

L’articolo 3 si combina in questo caso perfettamente con l’articolo 29 della Costituzione, che mantiene una sobrietà di linguaggio, anche sotto il profilo giuridico, assolutamente propria rispetto all’esigenza di tenere conto dell’evoluzione a cui le società sono sottoposte dall’andare del tempo, dall’acquisizione di maggiore di maturità, di nuove sensibilità, di attenzioni verso le relazioni umane sempre più avanzate, sempre più progredite: «La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare». Questi sono i termini che vengono utilizzati dall’articolo 29 della Costituzione.

La legge che oggi discutiamo vorremmo si discutesse ancora di più domani, grazie all’evoluzione culturale che questo provvedimento aiuterà a sviluppare nel nostro Paese, perché il matrimonio tra persone dello stesso sesso finalmente venga, senza alcun tipo di ipocrisia, integralmente riconosciuto come un diritto, e perché quel diritto ad avere e a sviluppare una famiglia sia il diritto che, ai sensi dell’articolo 3, prima comma della Costituzione, noi riconosciamo alle persone, qualunque sesso o orientamento sessuale possano avere.

Penso che su questo e sulla capacità di crescita morale del nostro Paese, della nostra società e delle nostre comunità dobbiamo investire. È una delle ragioni anche politiche che mi fa riflettere su quale scenario abbiamo di fronte, su dove siano schierati i conservatori e dove si riconoscano i progressisti, su dove siano schierati coloro che hanno una cultura democratica evoluta e su dove si collochino invece coloro che questa cultura democratica la tengono a freno e ne fanno uno strumento spesso di conservazione dell’esistente, del vecchio, di richiamo ad una tradizione che esiste per essere ricordata come un bagaglio di identità, che però, secondo me, ci aiuta a crescere ma anche a superare quello che abbiamo conosciuto fino ad oggi (ciò che noi sardi definiamo su connottu, il conosciuto), che è messo lì anche per essere superato e metabolizzato come un patrimonio che costituisce memoria di quello che siamo stati, ma che non rappresenta un ostacolo a quello che dovremmo essere.

Anche lo schieramento politico, che di volta in volta si configura in quest’Assemblea attorno ai grandi tema della società, pone una questione su cui vale la pena riflettere. Non è un caso che noi e il Partito Democratico in questa circostanza voteremo allo stesso modo. Non è un caso se molti altri si ritroveranno su questi contenuti. Non è un caso perché quella è la radice, ma anche quello è il destino e chiunque pensi che il destino può fare a meno della radice, che si costruisce in modo strumentale e in maniera funzionale alla gestione dell’esistente, di una contingenza particolare, secondo me, sbaglia.

Questa è sicuramente una legislatura di riforme; alcune ci piacciono; altre meno. Ma è una legislatura nella quale si cambia il connotato di questo Paese. Ci sono stati momenti in cui si sono acuite tensioni, ad esempio, su come interpretare gli strumenti attraverso i quali dare attuazione alla nostra Costituzione. Penso a quando abbiamo discusso della necessità o meno di un Senato elettivo. È stato uno degli argomenti di questi mesi e lo sarà nei prossimi e in occasione del referendum. Poi ci sono i principi della Costituzione su cui si fonda la nostra Carta, il patto di convivenza civile di questo Paese. Un esempio è l’articolo 3, sui diritti delle persone, che costituisce la parte immodificabile della Costituzione, la parte senza la quale la Costituzione non esiste e non esisterebbero neppure questo Paese, questa comunità nazionale. Lì si dà il caso che noi ci ritroviamo. Con tutti i democratici e con tutti i progressisti noi ci ritroviamo; su quella parte noi ci troviamo. Qualche volta è sul modo in cui diamo attuazione alla parte relativa ai diritti che ci differenziamo.

Voglio sottolineare questo aspetto, che è importante per i prossimi mesi, per quello che succederà, per i problemi che abbiamo di fronte, per far crescere questo Paese in serenità, dandogli la forza per affrontare le grandi questioni, che stanno dentro di noi ma anche all’esterno; questioni che ci circondano. Penso che non sarà un caso se, in molte altre occasioni, ci ritroveremo, proprio per le difficoltà che abbiamo di fronte e che dobbiamo affrontare tenendo sempre presenti i diritti, quelli delle persone e delle nostre comunità.

Si è tanto discusso sulle modalità di adozione, sui diritti ad avere una famiglia completa, che è fatta da coniugi, da genitori e da figli. Qualche volta succede – ed è successo, perché le modalità attraverso le quali si costituisce una famiglia sono tante e la vita ce ne insegna molte – che anche i rapporti, le relazioni di parentela tra coloro che compongono le famiglie (quelle formali, quelle giuridicamente esistenti fino ad oggi), non abbiano voluto ricomprendere famiglie vere, dove gli affetti e anche la dedizione di ciascuno verso l’altro sono stati molto superiori a quello che abbiamo potuto riscontrare, ad esempio, in famiglie giuridicamente e formalmente perfette. Infatti, ciò che la famiglia rappresenta è un senso di appartenenza, di solidarietà specifica, qualcosa che ti fa riconoscere negli occhi dell’altro la possibilità di fare affidamento, e che fa riconoscere all’altro in te un supporto permanente, mai oggetto di negoziazione, ma sempre frutto di dedizione.

La partita delle adozioni in Italia è importante, è uno dei temi assolutamente rilevanti ai fini della costituzione della famiglia, del riconoscimento del diritto alla famiglia delle persone, in modo particolare dei bambini che non hanno una famiglia e che non hanno scelto di non averla. Penso che dovremmo trattare questo argomento in maniera approfondita, in quest’Assemblea, nel Parlamento, nel Paese, perché bisogna smetterla di ragionare nei confronti dei bambini con la testa dei grandi. Bisogna ragionare sul diritto dei bambini ad avere gli affetti, ad avere una casa, ad avere una famiglia, ad avere una considerazione che spesso non hanno. Sono pacchi, spesso distribuiti presso organismi e organizzazioni che qualche volta, nei casi peggiori (perché c’è gente che è eroica anche su quel fronte), ne fanno uno strumento attraverso il quale campare o, anche peggio, esercitare un potere.

Credo che questo Parlamento debba affrontare la questione delle adozioni con l’idea di consegnare all’infanzia, privata di questo diritto, una possibilità a vederlo soddisfatto.

Dobbiamo ragionare con la testa dei bambini. Dobbiamo ragionare con il loro diritto ad avere gli affetti, a poter stare in una casa, a poter godere di una famiglia. E le famiglie sono quelle che la nostra Costituzione ci consegna, in modo assolutamente neutro e nella disponibilità della capacità evolutiva del nostro pensiero e della nostra cultura. (Applausi dal Gruppo Misto e della senatrice Ginetti).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Ricchiuti. Ne ha facoltà.

 

RICCHIUTI (PD). Signora Presidente, onorevoli senatori, desidero mandare da questo Senato un messaggio di speranza, di vicinanza e di solidarietà a Carla Caiazzo di Napoli, che lotta tra la vita e la morte per essere stata bruciata viva dal suopartner. Sì, signora Presidente, Carla e Paolo erano una coppia eterosessuale che, per dirla con l’irripetibile frase pronunciata al Family Day, aveva procreato. Hanno procreato Giulia Pia, nata prematura, perché la mamma è stata bruciata dal papà. Onorevole Sacconi, è questa la famiglia tradizionale per cui lei è sceso in piazza? Onorevole Giovanardi, è questa la famiglia tradizionale per cui lei è sceso in piazza? Senatore Quagliariello, è questa la famiglia tradizionale per cui lei è sceso in piazza? Sinceramente mi vergogno per voi. Non vi ho mai visto in piazza per tutti i femminicidi di questi anni, ad opera di tradizionalissimi mariti e compagni eterosessuali. Quindi ribadisco la mia vicinanza a Carla, alla sua famiglia e alla sua bambina.

Vengo rapidamente al testo Cirinnà e al suo articolo 5, che per me rimane il minimo sindacale. Dico subito che, se vi saranno passi indietro sull’adozione coparentale, non voterò il provvedimento.

 

GIOVANARDI (GAL (GS, PpI, M, MBI, Id, E-E)). Io sono intervenuto decine di volte contro il femminicidio. Si vergogni quella signora lì!

 

PRESIDENTE. Senatore Giovanardi, lasci parlare, perché lei avrà modo di parlare a suo tempo. Lasci continuare la collega.

Prosegua, senatrice Ricchiuti.

 

RICCHIUTI (PD). Vede, signora Presidente, la legittimazione di un Parlamento e della politica dipende dalla capacità di distinguersi talvolta dal generico umore della gente, ammesso che qualcuno abbia il monopolio sui sensori del ventre profondo dell’elettorato. Il Family Day di sabato 30 gennaio, quindi, non mi distoglie dalla mia analisi.

Il dibattito parlamentare deve essere puntuale e deve concentrarsi sugli elementi giuridici certi della questione posta nell’articolo 5. La stepchild adoption esiste già; essa è istituita e disciplinata dall’articolo 44, comma 1, lettera b), della legge sulle adozioni. Ripeto: l’adozione stepchild già esiste. La Corte costituzionale, già dal 1990, ha riconosciuto la piena e totale legittimità di questo istituto e vi ha rintracciato due motivi fondamentali: il fine di consolidare l’unità familiare e l’interesse del minore. Lo ridico, per chi facesse finta di non capire: l’adozione coparentale in Italia esiste già da 32 anni e consente sia alla moglie di adottare i figli del marito sia a questo di adottare i figli di quella. Perché mai solo oggi alcuni settori della nostra opinione pubblica pensano e dicono che la stepchild incentiva l’utero in affitto?

L’utero in affitto o maternità surrogata è un problema totalmente diverso ed estraneo alla nostra discussione. Per questo le persone che i giornali frettolosamente etichettano come femministe sbagliano e sbagliano di grosso. Sono una donna e una madre ed ho sperimentato le difficoltà di essere entrambe le cose. Ma ascoltatemi bene: lasciare che una sensibilità femminile, pur in qualche senso legittima, prenda questa torsione paradossale e tardiva e consentire che proprio coloro che si ergono a paladine delle donne siano strumentalizzate dai settori più retrivi, machisti e ipocriti della nostra politica è un errore strategico imperdonabile.

Ha ragione Simonetta Agnello Hornby, nella sua intervista sul «Il Manifesto» di ieri. L’utero in affitto è una problematica totalmente diversa dall’adozione. Le adozioni nelle coppie eterosessuali possono fallire e purtroppo falliscono. Mascherare questa realtà con l’impropria confusione di ambiti concettuali e giuridici è la trappola in cui troppe opinioniste sono cadute.

A loro e a tutti dico di andare su YouTube e di riascoltare gli interventi di due senatrici che ringrazio, Doris Lo Moro e Monica Cirinnà, e quello bellissimo di Sergio Lo Giudice, con cui sono onorata di condividere questo percorso. E poi – non avrei pensato di dirlo in quest’Aula, ma nella vita è proprio vero: mai dire mai – mi associo alle parole del senatore Bondi, che ha ben illustrato la posta in gioco di queste giornate. L’adozione coparentale e la maternità surrogata non c’entrano l’una con l’altra, perché altrimenti si dovrebbe invocare la modifica della legge del 1983 sulle adozioni e nessuno osa farlo (e ci mancherebbe pure!).

Fuggire dalle discriminazioni e fare l’interesse dei minori: questi sono i due pilastri giuridici che mi portano a votare a favore dell’articolo 5 e del provvedimento in esame. (Applausi dal Gruppo PD).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Di Giorgi. Ne ha facoltà.

 

DI GIORGI (PD). Signora Presidente, colleghe senatrici, colleghi senatori, per quanto mi riguarda quello che ci apprestiamo a votare è un disegno di legge non del tutto convincente per molti aspetti, ma lo voterò perché il tempo ormai è scaduto. È un’Italia in grande ritardo rispetto a tanti Paesi d’Europa e del mondo.

In altre legislature, precedenti alla nostra, si è provato a colmare la grave lacuna in materia di diritti per le coppie di persone dello stesso sesso, ma la poca determinazione dei partiti dell’allora maggioranza parlamentare e l’opposizione di larghe fasce organizzate di cittadini, oltre che di alcuni partiti, hanno impedito questo passaggio di civiltà.

Un altro elemento non irrilevante differenzia questo momento storico dal passato recente e se ne è parlato moltissimo negli ultimi giorni. Mi riferisco al ruolo della Chiesa cattolica. Diciamolo con chiarezza: una Chiesa oggi come non mai attenta al cambiamento e disponibile all’accoglienza e alla comprensione; una Chiesa che si confronta con esperienze umane non convenzionali e che, attraverso l’intervento pubblico di proprie figure di rilievo, appare aperta a nuove impostazioni legislative che si muovano nella direzione di dare diritti a chi ancora non li ha di fronte allo Stato. Anche su questo, quindi, vorrei sgombrare il terreno rispetto a tante discussioni e a quelle che definirei proprio «chiacchiere», che in questi ultimi giorni si sono sentite.

Una serie di condizioni favorevoli quindi, un sentire sociale che si è evoluto nel tempo, un ritardo considerato giustamente ormai imbarazzante e alcune sentenze di alti organi giurisdizionali spingono oggi ad una accelerazione positiva, che ci può condurre a un testo legislativo molto condiviso tra le parti politiche rappresentate in questo Parlamento.

Nonostante le valutazioni fin qui espresse e quindi la mia positività nei confronti del provvedimento in esame e la necessità di procedere al voto, questa legge ha avuto un iter accidentato anche in questa legislatura; un iter che ci costringe purtroppo a venire in Aula senza relatore; un iter che ha visto aspri scontri in Commissione giustizia, tanto da giungere ad una situazione politicamente non lineare – diciamocelo, colleghi – con un testo votato dal Partito Democratico e da due partiti dell’opposizione quali sono il Movimento 5 Stelle e Sinistra Ecologia e Libertà.

La mia opinione è che sarebbe stato possibile trovare un equilibrio più avanzato durante il dibattito in Commissione, se lo scontro non si fosse troppo polarizzato.

Abbiamo assistito ad un ostruzionismo praticato senza esclusione di colpi, certo, ma abbiamo anche visto eccessive chiusure da parte di altri in una materia tanto delicata e sensibile che invece forse avrebbe richiesto altri atteggiamenti.

Continuo a rimanere certa che un maggiore ascolto e una minore rigidità ci avrebbe forse consentito di affrontare in maniera più ordinata questo percorso parlamentare.

Già in Commissione giustizia interventi ragionevoli di alcuni colleghi senatori richiedevano cambiamenti importanti, e direi perfino ovvi, ad esempio in materia di equiparazione al matrimonio, proprio quei cambiamenti che, grazie oggi a ben più autorevoli sollecitazioni, adesso accoglieremo in fase emendativa qui in Aula. Tant’è. Va bene così.

Aggiungo che la parte del testo che si occupa dell’adozione del figlio del partner, trattata negli ormai famosi articoli 3 e 5, avrebbe potuto e ancora potrebbe essere affrontata con maggiore attenzione in un provvedimento separato in cui si tratti complessivamente il tema delle adozioni, il più delicato e controverso, come abbiamo visto e come non era difficile immaginare.

Ma la storia, nemmeno quella parlamentare, non si fa con i se, signora Presidente, e così oggi con responsabilità e ragionevolezza, e certo con qualche difficoltà in più, sicuramente saremo in grado di dipanare la nostra matassa e di trovare le soluzioni che ci consentano di dare al Paese una legge equilibrata che tenga conto delle sensibilità di tutti e auspicabilmente possa vedere, innanzitutto, il voto favorevole della maggioranza di Governo, ma anche quello della maggior parte dei colleghi parlamentari, seppure dell’opposizione, che sono certa condividano l’urgenza di un intervento che possa far sì che il nostro Paese sia finalmente annoverato tra quelli in grado di dare giuste opportunità e diritti ai propri cittadini.

Per giungere a questo risultato in campo ci sono soluzioni molto interessanti. Il nostro lavoro nei prossimi giorni sarà utilissimo. Queste soluzioni sono espresse in modo chiaro negli emendamenti al testo che abbiamo presentato e che illustreremo a tempo debito nei prossimi giorni.

Vorrei sottolineare qui, signora Presidente, che la fase emendativa riveste un interesse particolare in occasione di questa legge, forse in modo difforme rispetto agli altri provvedimenti che affrontiamo in genere in questa Assemblea. Molta enfasi, direi eccessiva enfasi, si è data a questo aspetto e la voglio riassumere così: se il testo non si modifica, in particolare gli articoli 3 e 5 relativi alla cosiddetta stepchild adoption, alcune forze politiche assicurano il proprio voto favorevole al disegno di legge; se invece si interviene e proprio su quegli articoli, altri partiti si dichiarano disponibili al voto. Un guazzabuglio, si potrebbe dire: rigidità che si contrappongono a rigidità. Siamo all’ultimo miglio, colleghi, siamo all’ultimo miglio. Mi aspetterei maggiore disponibilità da parte di tutti, veramente da parte di tutti. Impegniamoci per trovare un punto di equilibrio sul tema delicato dell’adozione e poi votiamo il provvedimento, con serenità e con una maggioranza più ampia possibile.

Tutti vogliamo, ed è sacrosanto, proteggere i bambini già nati all’interno di una coppia di persone dello stesso sesso. Io non credo, e con me altri colleghi, che l’unico modo per farlo sia quello normato attraverso l’adozione. Posso sbagliare, naturalmente, sono opinioni. Sono convinta che una modalità coerente e sicura possa essere quella dell’affido rafforzato. Lo dico nuovamente in questa sede: vengono date al partner tutte le funzioni genitoriali; in caso di morte del genitore naturale, il bambino può essere adottato e a diciotto anni può chiedere lui stesso di essere adottato. Un modo lineare per non creare confusione tra ruoli nel bambino, che deve essere messo nella condizione di distinguere le funzioni genitoriali da quelle generative. Nessuna contestazione e nessun disconoscimento del ruolo del partner, me ne guarderei bene. Nessuno scippo di funzioni. Soltanto la chiarezza e il rispetto dei diritti del bambino che, appunto, ha diritto all’amore delle due persone che si occupano di lui, ma anche di sapere con esattezza che c’è qualcuno che lo ha generato e che per i motivi più disparati (che il genitore biologico saprà spiegare) è nella condizione di non potersi occupare di lui. Diritti dei bambini, non desideri degli adulti. Colleghi, non possiamo fare confusione su questo. Questo è il nodo.

Sostenere ciò, dire queste cose negli ultimi mesi, perché lo abbiamo fatto sui giornali o nel corso del nostro dibattito, ha significato essere oscurantisti, cattolici conservatori incapaci di leggere la modernità e soprattutto colpevoli di non sostenere abbastanza i bambini, anzi, peggio, disinteressarsene. Niente di più offensivo e più lontano da tante delle nostre storie personali, dalle nostre convinzioni e – credo – dalla ragionevolezza comune. Costruire recinti in cui rinchiudere chi la pensa diversamente, senza approfondire le ragioni e invitando a valutazioni superficiali e poco meditate, è una tecnica – secondo me – che mai è stata vincente e non può esserlo in un Parlamento democratico. (Applausi dal Gruppo PD).

Cosa può essere definito modernità in materia di relazioni? Chi decide, e a che titolo, in nome di quale principio generale, cosa significhi veramente mettere al primo posto i diritti dei bambini? Apriremmo una discussione troppo ampia e non abbiamo tempo. Ma chiedo anche, d’altra parte, quando è il tempo per il legislatore? Mi verrebbe da dire che è questo, dovremmo farlo qui, però ogni tanto ci sono delle urgenze. Io ritengo, comunque, che questa legge sia un’urgenza. Sono infatti tra coloro che ritengono si debba assolutamente fare la legge e, quindi, va bene anche approfondire meno, però l’abbiamo fatto forse in modo un po’ colpevole in questa fase.

Non va mai bene lasciare qualcosa di non sufficientemente meditato e rischiare di essere frettolosi. Comunque, è colpa, anche di una certa frettolosità, per certi versi dovuta, come dico ai colleghi che hanno lavorato su questo testo, compresi quelli della Commissione giustizia. Mi pare che sia anche il caso del Capo II del disegno di legge, di cui non abbiamo mai parlato, che riguarda l’unione civile fra persone di diverso sesso. Introduciamo una sorta di matrimonio di serie B. Dobbiamo dirci anche questo. Non ne abbiamo parlato tanto perché il dibattito è andato in tutt’altra direzione.

In realtà, introduciamo una formula per cui c’è meno impegno rispetto al matrimonio, meno responsabilità e diversi diritti garantiti. Il che andava evidentemente fatto. Ciò sicuramente viene richiesto da chi ha scelto di vivere la propria relazione di coppia secondo questi parametri. Ma il nostro ruolo è quello di fare contento qualcuno, che magari preme molto? O è quello di percorrere una strada, senz’altro più complessa, ma forse più adatta a rispondere a questo contesto che non esito a definire di conclamata irresponsabilità complessiva in cui ci troviamo a vivere?

Questo era davvero il meglio che potessimo elaborare? Non ne sono certa, ma non c’è tempo. Noi forse dovremmo chiederci qualcosa in più, come il motivo per cui i nostri giovani oggi rifuggano dal matrimonio e se sia giusto proporre loro soluzioni semplici, meno impegnative e su misura, che certo non li aiutano nella ricerca di una maggiore responsabilità nei confronti di chi scelgono per la loro relazione. E ancora una volta, come spesso mi capita nei miei interventi, non posso che far riferimento alla necessità di percorsi educativi. Lo so che il mondo ormai è così: viene detto e qualcuno ne è anche convinto. Ma io sono ancora convinta che ci si possa opporre ad alcuni filoni. E bisogna fare di tutto perché i percorsi educativi formino uomini e donne responsabili, attenti ai valori profondi della convivenza e del rispetto reciproco, in una condizione di stabilità, certamente rappresentata dal matrimonio – non temo di dirlo in quest’Assemblea – che diventa la migliore garanzia per i figli che nasceranno. Relazioni più durature, relazioni continue e in cui c’è un impegno maggiore. Nel Capo II di questo disegno di legge non lo facciamo.

Un ultimo aspetto, tuttavia, non posso non affrontare qui in Aula, signora Presidente, per chiarezza e onestà. E rispondo così anche ad interventi fatti subito prima di me. Il tema della maternità surrogata sembra essere il convitato di pietra in questo dibattito. Ne abbiamo invece parlato tutti, e non è certo un convitato di pietra. È un dibattito forte. È una questione che concerne i diritti dei bambini, ma anche i diritti delle donne.

Ma ce lo vogliamo dire? Sono una che ha fatto tutte le battaglie per le donne e, quindi, ho titolo qui dentro a parlare dei diritti delle donne e a collegarlo al tema dell’utero in affitto. Non mi si dica che nel testo non se ne parla e che quindi siamo fuori tema. Non siamo fuori tema. Non offendiamo le nostre intelligenze, per lo meno questo rispetto tra noi lo dobbiamo avere.

Certamente, affrontando questo tema, affrontiamo anche un problema di maternità surrogata. E non dobbiamo avere paura di dircelo, altrimenti facciamo un torto a noi stessi. Affrontiamo senza ipocrisie questa che è – come tutti sappiamo – una questione veramente centrale in questo dibattito, altrimenti non si sa perché ci sia stato un dibattito su questo. Non è che tutti quelli che l’hanno affrontata siano persone senza cervello. Siamo seri.

Siamo tutti d’accordo sulla brutalità di questa pratica. Ci siamo tutti stracciati le vesti per molti anni, mostrando il petto per dire che mai e poi mai vorremmo ciò. Poi succede che da un gruppo consistente di senatrici e senatori viene presentato un emendamento che chiede che, ove si accerti che per il figlio (sia di una coppia etero che omosessuale) si sia posta in essere questa pratica, si applica quanto previsto dalla legge n. 40. Immediatamente reazioni oltre le righe. Immediatamente attacchi furiosi e la richiesta di ritirare l’emendamento, perfino, anche da parti politiche da sempre impegnate a sostegno dei diritti delle donne.

Signora Presidente, non capisco. O forse capisco troppo bene. L’emendamento rimane in campo e mi aspetto coerenza di comportamenti nel voto.

Concludo, davvero. Noi ora abbiamo un compito, colleghi: dare all’Italia una legge necessaria, che non operi forzature, troppo lontane dal sentire comune del popolo italiano, ma in grado di colmare la grave lacuna che ancora abbiamo sui diritti per le coppie dello stesso sesso.

Il nostro lavoro potrà ancora condurre – di questo sono certa – a un risultato soddisfacente e di equilibrio, che dia merito anche al grande lavoro che è stato fatto da tanti in questa sede. Ci siamo avvicinando a soluzioni condivise. Ora davvero abbiamo il dovere di decidere.(Applausi dal Gruppo PD).

 

PRESIDENTE. È iscritta a parlare la senatrice Guerra. Ne ha facoltà.

 

GUERRA (PD). Signora Presidente, il disegno di legge di cui discutiamo è finalizzato a disciplinare giuridicamente la relazione di coppia tra persone omosessuali e la relazione tra queste e i loro figli, non si occupa di come nascono i bambini. La disciplina di come nascono i bambini (che è importantissima e dentro la quale va correttamente inquadrata la problematica della gravidanza per altri) è affidata ad altre norme, in particolare alla legge n. 40 del 2004, e non può trovare posto in questo disegno di legge perché, se non siamo ipocriti, anche nei suoi aspetti più controversi, come è appunto la gravidanza per altri, riguarda sia le coppie omosessuali che quelle eterosessuali. Anzi, a ben vedere, la gravidanza per altri riguarda molto di più queste seconde, che vi fanno ricorso nel 95 per cento dei casi, mentre non riguarda per niente le coppie omosessuali formate da donne, di cui il dibattito – un po’ maschilista – che ha avuto luogo in quest’Aula tende sistematicamente a dimenticarsi.

Il disegno di legge in discussione parla di unione tra persone omosessuali e il primo tema su cui voglio interrogarmi è perché e in che modo questa unione si dovrebbe differenziare da quella che riguarda le persone eterosessuali e che chiamiamo matrimonio. L’omosessualità non è né una scelta più o meno criminale, né una patologia. Come ci ha spiegato l’Organizzazione mondiale della sanità nel 1990, con qualche ritardo, ma comunque ben ventisei anni fa, l’omosessualità è una variante naturale del comportamento umano. Esistono quindi persone (gli omosessuali) che per natura sono attratti anche sessualmente da persone dello stesso sesso. Poiché l’orientamento sessuale, omo o eterosessuale che sia, è un dato che dipende dalla natura e quindi non è una scelta, non dovrebbe neppure essere considerato una colpa o un errore, ancorché oggettivo.

Eppure, nel mondo sono più di 80 i Paesi in cui gli omosessuali sono costretti a nascondere la loro natura, perché i comportamenti omosessuali sono considerati illegali, sono puniti con carcere, pene corporali come le frustate, quando non con la morte, come ancora avviene in ben sette Paesi. In altri Paesi l’omosessualità non è illegale, ma permangono discriminazioni di legge nei confronti delle persone in ragione del loro orientamento sessuale: il mancato riconoscimento giuridico alle coppie di persone omosessuali nel nostro Paese è un esempio di questa discriminazione.

Tuttavia, anche una legge che prevedesse un accesso differenziato ad aspetti fondamentali dell’esistenza, come il diritto all’amore e la sua tutela, e richiedesse doveri di reciproca solidarietà diversi rispetto a quelli che si chiedono a coppie eterosessuali, non eliminerebbe questa discriminazione. A mio avviso, volere questa discriminazione non è un’opzione morale, a meno che non si ritenga che l’omosessualità sia un comportamento contro la morale, come – lo sappiamo bene – qualcuno nella storia anche recente ha ritenuto, ma è la negazione di un diritto umano.

Per le ragioni che ho richiamato, sono favorevole al matrimonio ugualitario e accetto con sofferenza la mediazione che il disegno di legge in discussione rappresenta; mediazione che comporta per le coppie omosessuali il riferimento, non al matrimonio, ma alle formazioni sociali specifiche, un’estenuante puntualizzazione e riscrittura che, fatti salvi diritti e doveri, espunge i riferimenti al codice civile per dare ulteriore certezza che le unioni civili e i matrimoni siano istituti diversi. La vessatoria esclusione delle unioni civili dà eguaglianza sostanziale su temi importanti, come il cognome e la separazione.

Accetto questa mediazione perché capisco che nel contesto dato è necessaria affinché si proceda a sanare la ferita, ormai indifferibile, del mancato riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali che da troppi anni attendono una risposta da questo Parlamento.

Cosa viene portato a sostegno di queste differenziazioni? La retorica della famiglia concepita non come la sede delle relazioni di reciproco amore e sostegno, ma come un modello unico escludente: la famiglia tradizionale composta da una coppia etero, coniugata, con figli. Eppure, come ci dice il rapporto annuale 2014 dell’ISTAT, questa famiglia tradizionale rappresenta meno di un terzo del totale delle famiglie e poco più della metà dei nuclei familiari, cioè delle famiglie in cui c’è una relazione di coppia o del tipo genitore-figlio.

Tra le coppie eterosessuali, 5 milioni, ovvero il 37 per cento, sono senza figli, e noi escludiamo dal matrimonio gli omosessuali perché non possono procreare? Parliamo allora dei figli degli omosessuali. In questo campo le mediazioni non sono possibili, perché quello che viene negato è la possibilità stessa di omogenitorialità. Si dice che un bimbo deve avere una mamma e un papà, anche in questo caso ignorando che, secondo i dati ISTAT 2015, nel 23 per cento delle famiglie italiane con figli c’è un solo genitore; e siccome, per definizione, in una coppia omosessuale non è possibile ci siano una mamma e un papà, ne deriva che agli omosessuali non si deve permettere di avere figli. Per questo, e solo per questo, non si vuole riconoscere agli omosessuali la possibilità di adottare figli di terzi, che sarebbe la soluzione anche per contrastare quello che viene chiamato utero in affitto. Non si crede alla possibilità di due omosessuali di essere due bravi genitori e non si vuole, quindi, che in nessun caso al mondo questo sia reso loro possibile, neppure nel più banale, e cioè quando il figlio esiste ed è figlio biologico di uno dei due: l’unico caso contemplato da questo disegno di legge.

È un disegno di legge che – è bene sottolinearlo – con riferimento al riconoscimento dei figli, non introduce alcuna disciplina speciale per le coppie omosessuali; nessuna disciplina, cioè, che già non si applichi anche alle coppie eterosessuali, e segnatamente, all’interno di queste, a quelle che non sono in grado di generare, così come non lo sono le coppie omosessuali.

Si ritiene che gli omosessuali non debbano avere figli, ma poiché, in modo particolare alle donne, non si può impedire di averne – a meno di non ricorrere alla sterilizzazione – i bimbi figli di omosessuali ci sono e ci saranno. E allora davvero faccio appello alla coscienza, oltre che ai diritti dei minori, su cui tanti altri interventi che mi hanno preceduto si sono giustamente soffermati, e chiedo alla mia e alla vostra coscienza: per questi bimbi è meglio avere un genitore solo o due? È meglio avere un genitore temporaneo, in affitto, o un genitore che si assuma una piena responsabilità nei loro confronti? La mia coscienza non mi lascia dubbi. (Applausi dal Gruppo PD e della senatrice Taverna).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore D’Ambrosio Lettieri. Ne ha facoltà.

 

D’AMBROSIO LETTIERI (CoR). Signora Presidente, signori del Governo, colleghe e colleghi, faccio una premessa.

Il mio approccio rispetto a questo tema è estremamente prudente, anche se determinato, ma segnato da un atteggiamento di grande rispetto – l’ho mantenuto fuori da quest’Aula e anche, a maggior ragione, in quest’Aula – per chi la pensa diversamente da me.

Ho il timore che si sia scaduti nella qualità del dibattito fuori da quest’Aula, usando anche toni e impostando i temi della discussione in un ambito che non ha certamente agevolato un approfondimento adeguato alla delicatezza del tema.

Ho grande rispetto per chi la pensa diversamente da me, come ho grande rispetto per la collega Cirinnà e per la battaglia che da tempo porta avanti a sostegno delle sue idee. Parlo di idee che, in quanto tali, sono rispettabili e rischiano di indebolirsi nel momento in cui le si supporta attraverso un impianto ideologico che – per usare le parole di Ignazio Silone – ci fa ricordare come raramente le ideologie meritano la rilevanza che gli si vuole attribuire. Anzi, molto spesso – dice Silone – le ideologie sono maschere, alibi o ornamenti. Invece, forse la spiritualità di un serio movimento di popolo non si esaurisce in un’ideologia.

Con questa premessa, credo debba anche essere detto, collega Cirinnà, colleghe e colleghi, che chi la pensa diversamente non è né un oscurantista né tantomeno uno che dal Medioevo non ha imparato nulla.

Ritengo si debba sgombrare il campo da ogni sorta di equivoco, perché poi dagli equivoci nascono le strumentalizzazioni, ovvero dagli equivoci si creano artificiosamente le strumentalizzazioni.

Non pongo alcuna pregiudiziale al riconoscimento dei diritti civili di ciascun individuo nell’ambito di una coppia di fatto ovvero di una coppia eterosessuale, nel rispetto sacrosanto che si deve ad ogni essere umano e all’interno di una società civile che intenda davvero essere tale. Ma proprio perché sono consapevole della importanza del riconoscimento dei diritti civili di tutti, non posso certo girare la testa dall’altra parte e ignorare quelli dei bambini a crescere in una famiglia con un padre e una madre, ad avere ogni tutela che li preservi dal diventare puro oggetto del desiderio degli adulti. Né posso ignorare, perché fa parte della mia sensibilità, il valore della famiglia naturale, formata da un uomo e da una donna, quale nucleo fondante della nostra società attraverso l’istituto del matrimonio, così come i Padri costituenti hanno voluto sancire.

La realtà è un’altra, a me pare, perché la volontà di equiparare le unioni civili al matrimonio, con la conseguente apertura di una sorta di autostrada alle adozioni da parte delle coppie omosessuali, rappresenta il punto di criticità e di caduta di questo disegno di legge. Le unioni tra persone dello stesso sesso meritano il massimo rispetto ed hanno il diritto a una regolamentazione giuridica (che in verità in larga parte è già fornita dal codice civile), ma questo non può declinarsi in una sorta di omologazione al matrimonio, che apre ad un discutibile diritto alla genitorialità, magari ottenuta con pratiche che considero umilianti innanzitutto per la dignità della donna, oltre che un vero e proprio attentato alla tutela della maternità.

Senza contare che il tema delle adozioni non può che essere trattato nell’ambito specifico che le compete, che non è certamente quello del disegno di legge sulle unioni civili. Magari ci occupassimo di adozioni; magari andassimo ad allungare lo sguardo per capire perché, come e dove le pratiche per le adozioni sono consegnate a una burocrazia costosa e tortuosa, che allontana il conseguimento di quell’obiettivo da parte di una coppia che vuole adottare dei bambini.

Quindi il disegno di legge, che pur denominandosi «delle unioni civili» in realtà individua un regime identico a quello del matrimonio, riprendendo le formule che il codice civile adopera per disciplinare l’unione fra coniugi, così sovrapponendosi all’articolo 29 della Costituzione, rappresenta – a mio sommesso avviso – il punto di criticità. Credo che la stessa collega Cirinnà, nel riformulare il testo del disegno di legge rispetto alla prima stesura, sia andata proprio nella direzione di affrancarlo dal rischio di scivolare verso un’interpretazione, così come peraltro è stato fatto da insigni giuristi, che va nel senso poc’anzi detto.

Credo che l’auspicato obiettivo che ci poniamo, anche attraverso l’impegno congiunto di tutti i Capigruppo, di sforbiciare tutti quegli emendamenti che avevano e che hanno la valenza di differire o di ostacolare l’analisi del provvedimento, giunga ad un ulteriore stralcio di tutti i rinvii alla disciplina codicistica del matrimonio.

Credo che, se riusciremo a fare questo lavoro, forse potremo anche riprendere l’equilibrio dopo quella bruttissima scivolata che si è fatta in relazione al mancato rispetto di quanto le norme costituzionali prevedono per l’iter parlamentare del disegno di legge, che ha saltato a piè pari il lavoro in Commissione per approdare in Aula. Credo che non si voglia comprendere che attraverso la radicalizzazione ideologica non possono che determinarsi delle condizioni e un clima di confronto che pregiudica la realizzazione di interventi che sono anche auspicabili per il rispetto che meritano le persone, le loro attese e i loro bisogni. Naturalmente il dialogo tra visioni differenti, che noi abbiamo realizzato attraverso il dibattito in Aula, penso abbia anche aiutato ciascuno di noi a comprendere di più e meglio aspetti forse inesplorati e nascosti dietro qualche comma e rappresenti per il tempo residuo la strada che ci separa da un risultato, che non vogliamo ostacolare, ma che vogliamo conseguire in una logica che riconosca i diritti delle unioni civili in una regolamentazione riferita in via esclusiva all’articolo 2 della nostra Costituzione.

Lo strappo potrebbe avere conseguenze gravi. Mi riferisco al mancato rispetto dell’articolo 72 della Costituzione, anche con riferimento a quello che attende il disegno di legge dopo l’eventuale sua approvazione e, cioè, la firma del Presidente della Repubblica e la possibile osservazione che il giudice delle leggi potrebbe fare in ordine ai punti che formano oggetto delle nostre osservazioni e delle mie contestazioni. Non credo possa sfuggire a nessuno che l’equiparazione di una convivenza di fatto al matrimonio provochi una discriminazione all’incontrario, limitando cioè la libertà di autodeterminazione delle persone che non vogliono essere soggette ai vincoli rivenienti dalla contrazione del matrimonio. La semplice coabitazione, infatti, sembrerebbe essere il presupposto su cui il disegno di legge fonda una parte importante del suo impianto, perché dalla stessa discendono degli obblighi di natura patrimoniale. Credo che questi siano aspetti che creano confusione.

Tra le righe del matrimonio di fatto si infila poi, anche con qualche disinvoltura, la norma sulle adozioni di fatto (stepchild adoption), semplicemente per me inaccettabile, non solo per l’ambito legislativo in cui essa è inserita, ma perché, per come è costruita, non tiene in nessun conto il diritto del bambino ad avere una famiglia e magari tiene in conto il diritto – che personalmente reputo arbitrario – dell’adulto ad essere genitore. In definitiva, consente indirettamente ad un partner di ricorrere ad una maternità surrogata per fare un bambino per poi far scattare il diritto dell’altro partner ad adottarlo. Chi obietta che la pratica dell’utero in affitto in Italia è vietata e che sono molte le coppie eterosessuali a servirsene, dove è consentito, dice il vero. Ma è fuori di dubbio che spianare la strada a questo tipo di adozione è un modo per incoraggiare comportamenti di questo tipo, agevolando di fatto le coppie omosessuali per le quali la norma è in realtà costruita.

Davvero mi auguro che il dibattito che volge al termine prenda un’altra piega da qui a quando inizieranno le votazioni, che si cominci davvero a parlare di diritti civili delle persone che vogliono stare insieme stabilmente, anche di quelle dello stesso sesso, che sono distinti perché diversi e non perché meno importanti o di dignità inferiore dai diritti della famiglia naturale, composta da un uomo e da una donna e fondata sul matrimonio; famiglia che deve essere tutelata nella sua indiscutibile funzione sociale, rintracciabile finanche attraverso il filo rosso della ricerca antropologica.

Mi auguro che si cominci davvero a parlare di diritti del bambino e che si dia l’indispensabile riscontro legislativo alla difesa delle diversità. Difendere le diversità significa infatti riconoscerle, e riconoscerle vuol dire saper dare a ciascuna una risposta adeguata, che si traduce non nell’intraprendere la strada sbagliata dell’omologazione tout court, che vorrebbe assimilare l’eccezione alla norma; forzosamente in una massa indistinta la formazione della cosiddetta società contemporanea, una società surreale e svuotata di se stessa.

Come scrive Lévi-Strauss, riportato in un articolo di Antonio Gurrado che ho letto qualche giorno fa su «II Foglio», «sotto l’egida di un razionalismo giuridico e formalista ci costruiamo un’immagine del mondo e della società in cui tutte le difficoltà sono sottoposte a una logica artificiosa e non ci rendiamo conto che l’universo non è formato dagli oggetti di cui parliamo». Ebbene, penso che sia proprio così: forse questo è il vero rischio che stiamo correndo.

I desideri non sempre coincidono con i diritti; e i diritti costruiti sui desideri a prescindere è altamente improbabile che coincidano con il progresso culturale e umano di una società: semmai, ne segnano più spesso il disfacimento.

Siamo chiamati, dunque, ad una grande responsabilità. Mi auguro che vinca il buon senso, che passa attraverso una profonda revisione di questo disegno di legge (attraverso il lavoro impegnativo di cui i Capigruppo hanno assunto l’onere), nella parte che equipara le unioni civili al matrimonio e, per quanto mi riguarda, con l’assoluta soppressione dell’articolo 5 sulle adozioni e con l’introduzione, invece, di strumenti concreti di sostegno alle famiglie.

In tal senso si è svolta anche l’azione propositiva, mia e del mio Gruppo, in ordine alla necessità di traguardare un orizzonte nuovo, che attende da tempo di avere una risposta: quello del sostegno alla famiglia e alla genitorialità, attraverso l’individuazione di apposite risorse e agevolazioni fiscali, che vadano nella direzione di potenziare quello che è un istituto fondamentale della nostra società e che rappresenta, in una stagione di grande crisi, anche uno dei presupposti fondamentali per affrontare, in modo compiuto, anche le politiche del welfare.

Ma, più in generale, questa è un’occasione che non possiamo perdere per dare una risposta ai diritti di quelle persone che si sentono discriminate e che oggi abbiamo la possibilità di riconoscere attraverso una prosa legislativa chiara, attraverso un impegno parlamentare che si sottragga alla logica perversa dell’equivoco e che restituisca chiarezza al testo che, a partire da martedì, affronteremo in sede di chiusura della discussione generale e delle successive votazioni.

Credo che al Paese serva questo e in tal senso confermo il mio impegno. (Applausi dei senatori Bertacco e Caliendo).

 

PRESIDENTE. È iscritto a parlare il senatore Tosato. Ne ha facoltà.

 

TOSATO (LN-Aut). Signora Presidente, in questo difficile dibattito, molto complesso, che riguarda temi molto delicati, il primo quesito che mi sono posto è stato se effettivamente c’era un’affinità tra la sensazione e il sentimento comune dei cittadini italiani e la scelta di questo Parlamento, di questo Senato, di affrontare un dibattito sul tema in esame, dedicando così tante ore, così tanto tempo. La sensazione che ho provato, confrontandomi con le persone che conosco, con coloro che frequento, è stata molto forte: ho avvertito che c’è una situazione nel nostro Paese talmente grave, sotto tanti punti di vista, da far avvertire il dibattito su questo provvedimento come un qualcosa di molto distante, non certamente tra le priorità che vivono famiglie e individui di ogni genere. Questo è stato un approccio molto forte, che mi ha spinto e che mi spinge ad interrogarmi sul perché ci troviamo così distanti dal Paese reale.

È evidente che c’è, in questo Parlamento, un’azione che non è guidata dai parlamentari o dai Gruppi parlamentari, ma dal Governo. È il Governo che fissa le priorità e i temi da affrontare; ma i temi da affrontare dovrebbero essere altri. Qualcuno parla di benaltrismo. io sono convinto, invece, che esistano effettivamente delle priorità. In questi giorni registriamo delle forti crisi di ogni genere: crisi bancarie, con la borsa a picco; risparmi delle famiglie e di tutti i nostri cittadini in pericolo; famiglie in grave difficoltà economica; rapporti con l’Europa che sono diventati nuovamente difficili; l’ISIS che avanza in Libia e la crisi di Schengen, con possibili ricadute molto gravi per il nostro Paese.

Il Governo Renzi cosa fa in questa situazione così drammatica? Fissa una tabella di marcia che ha visto in ordine, come priorità, la riforma della Costituzione (su cui ognuno di noi ha espresso le proprie posizioni), la necessità di andare al rinnovo dei Presidenti, dei Vice Presidenti e dei Segretari delle Commissioni e, infine, la nomina di nuovi Ministri, Vice Ministri, Sottosegretari, eccetera. Ed ora ci porta ad affrontare questa discussione.

Io ritengo che, sebbene questa discussione meriti rispetto, quando la nave affonda, cioè quando il Paese affonda, si dovrebbe cercare prima di tutto di salvare la nave e di non farla affondare. È evidente che in questo Parlamento c’è una maggioranza di parlamentari, eletti in modo trasversale, che è favorevole all’approvazione di questo provvedimento, almeno sulla carta. Tale maggioranza è composta dalla maggioranza del Partito Democratico, da SEL e dal Movimento 5 Stelle. Quindi, è facile pensare che alla fine questo disegno di legge, in un modo o nell’altro, verrà approvato.

Ritengo però che debba essere sottolineata una certa ipocrisia, soprattutto nel comportamento di un partito che poteva essere determinante in questa vicenda. Mi riferisco al Nuovo Centrodestra. Ho avvertito, negli interventi dei colleghi, una passione e un convincimento, in questa battaglia, che sono reali, che non contesto e che sento sinceri. Ma è evidente che, se veramente avessero voluto raggiungere l’obiettivo di non far approvare la legge o di farla modificare in modo sostanziale, avrebbero dovuto imporsi all’interno della maggioranza ed ottenere la sua discussione prima dell’approvazione della riforma costituzionale. Hanno fatto invece una scelta diversa, supina nei confronti del presidente Renzi, che porterà di fatto ad una battaglia, da parte loro, con armi assolutamente spuntate.

Abbiamo avuto anche la sensazione, onestamente, che la loro priorità fosse piuttosto quella di ottenere conferme nelle nomine dei Presidenti di Commissione o la nomina di nuovi Sottosegretari e Vice Ministri che non la battaglia cui, con tanta forza ed enfasi, stanno partecipando. È stata una scelta assolutamente sbagliata rispetto a quella piazza che vorrebbero rappresentare e che anche noi, con le nostre posizioni, vogliamo rappresentare; quella piazza che si è riunita a Roma nel Family Day.

Su questa vicenda sono state svolte tante considerazioni da parte dei colleghi, ormai in tantissimi interventi, che vanno a favore dell’una o dell’altra tesi. Uno dei temi maggiormente utilizzati da coloro che sostengono l’opportunità di approvare questo disegno di legge è legato alla considerazione che in Europa quasi tutti i Paesi hanno adottato delle forme di legislazione in merito, che vanno a riconoscere la famiglia o l’unione di coppie omosessuali. Su questo tema obietto molto banalmente che non è il modo di comportarsi di un Parlamento libero e sovrano quello di stabilire che, siccome una norma è stata approvata in tanti altri Paesi, automaticamente è necessario e doveroso fare altrettanto qua da noi.

Parto da una considerazione: è evidente che, in ogni Paese in cui una norma è stata approvata nel corso di questi anni, si è formata una maggioranza di sinistra che si riconosceva in questo tipo di legislazione e che è riuscita a portare a compimento l’iter legislativo. Ora, nelle condizioni attuali e con questa composizione parlamentare, sembra che tocchi all’Italia. Ciò non significa necessariamente che le norme che verranno approvate rappresentino effettivamente la posizione della maggioranza dei cittadini che i Parlamenti dovrebbero rappresentare. Questo è un tema che vorrei togliere dal dibattito e che non dovrebbe far parte delle priorità rispetto alle nostre scelte.

Andando al cuore della riforma, vorrei dire quali sono i due grandi no della Lega Nord rispetto al disegno di legge in esame: no all’equiparazione della famiglia all’unione tra due persone dello stesso sesso e no all’adozione di bambini da parte di coppie omosessuali. Questi sono i due pilastri su cui abbiamo costruito la nostra posizione contraria al provvedimento e queste sono le due priorità che si prefigge il disegno di legge Cirinnà, al di là del fatto che il dibattito sia stato portato in altre direzioni, dicendo che in realtà sono parti non vere o marginali del disegno di legge.

La verità è diversa ed è evidente a tutti. Esiste il matrimonio, nel nostro ordinamento, ed è anche riconosciuto dalla Costituzione. Ebbene, se il rapporto tra due persone dello stesso sesso non si chiama «matrimonio» ma «unione civile» e gli si attribuiscono tutti gli stessi diritti, facendo riferimento ai medesimi articoli del codice civile con il quale si disciplina il matrimonio, si potranno anche chiamare nominalmente in modo diverso queste due forme di convivenza, ma, di fatto, le si equiparano a tutti gli effetti. Si tratta di uno dei punti forti del disegno di legge in esame: si usano nomi diversi ma si vuole equiparare matrimonio e relazione di una coppia omosessuale. Per i sostenitori del disegno di legge questa è una ovvietà da portare avanti.

Chi ritiene che debba esistere ed essere confermata una distinzione si fa invece forza del fatto che ci sono anche sentenze della Corte costituzionale, più volte citate, che stabiliscono che questa equiparazione non può avvenire e poco cambia se avviene non nei nomi ma nella sostanza delle cose. L’altro aspetto rilevante è quello legato alle adozioni.

Si intrecciano così concezioni molto diverse, tra noi in Parlamento come nel Paese, di quelli che sono i diritti e le libertà, la famiglia e la società, ed è ovvio che emergano posizioni differenti. Sono temi importanti e difficili, sui quali ognuno di noi si è interrogato ed è inevitabile che esistano posizioni diverse.

Noi però esprimiamo tutte le nostre perplessità con rispetto delle posizioni di ognuno ma con fermezza, senza lasciarci intimidire da chi accusa noi e altri colleghi di rappresentare posizioni retrograde o addirittura omofobiche. Non è questa la nostra convinzione. Esprimiamo opinioni libere basate sulle nostre convinzioni. La società in cui ci riconosciamo è una società naturale, basata sull’unione di uomo e donna, che porta alla nascita di figli. È giusto regolamentare altre forme di convivenza, ma in nessun caso deve essere stabilita una identità tra queste due tipologie diverse di convivenza, ed è quanto di fatto è contenuto nel provvedimento che stiamo esaminando.

I diritti individuali vanno riconosciuti a tutti e – a nostro avviso – quelli all’assistenza sanitaria, a stabilire a chi assegnare la propria eredità e il proprio patrimonio o al subentro nel proprio contratto di affitto sono tutti diritti individuali che non necessitavano dell’approvazione del disegno di legge in esame o almeno di un disegno di legge concepito in tale forma: potevano essere garantiti con norme che andavano ad incidere sul codice civile senza il riconoscimento dell’unione civile come istituto da cui far derivare tali diritti. Su questo, ovviamente, credo che la quasi totalità del Paese sia favorevole e così il Parlamento. Ma si tratta di un tema quasi marginale rispetto a questo dibattito e lo abbiamo ravvisato in tutta la discussione.

Un tema un po’ più delicato che riguarda i diritti è quello della pensione di reversibilità. Con il provvedimento in esame – è giusto dirlo ed è giusto che si sappia – si stabilisce che la pensione di reversibilità possa essere riconosciuta dallo Stato anche per le coppie dello stesso sesso che verranno riconosciute attraverso l’unione civile. É un tema sul quale credo si possono assumere posizioni diverse, ed è legittimo averle. Dobbiamo capire cos’è la pensione di reversibilità. La propria pensione è frutto di un accantonamento di risorse costruito attraverso il proprio lavoro e sono evidentemente risorse individuali che vanno riconosciute. La pensione di reversibilità è qualcosa di diverso: è un riconoscimento della collettività nei confronti di un soggetto che non ha prodotto quel reddito, ma cui viene riconosciuta la pensione perché si gli riconosce di avere contribuito alla crescita di una famiglia, fino ad oggi solo di tipo naturale, che aveva la possibilità di generare figli e quindi di contribuire alla vita sociale di tutti noi. Ora si estende questo diritto anche alle coppie omosessuali. Se sia giusto o sbagliato, è difficile stabilirlo. Anch’io su questo tema non ho certezze, ma ritengo sia una scelta sulla quale quantomeno doveva esserci un maggiore dibattito in Assemblea, partendo anche da una considerazione. Attraverso il riconoscimento della pensione di reversibilità è evidente a tutti che ci sarà un conseguente aumento dei costi per l’INPS, il quale dovrà erogare il nuovo servizio a persone alle quali fino adesso non veniva riconosciuto quel diritto. Nelle Commissioni che si sono riunite in merito, onestamente, non è emerso l’impatto di detta norma in termini economici. Si è voluto liquidare questo aspetto come un tema secondario, ma – a mio avviso – andava effettivamente approfondito.

Poi esiste il tema forse centrale del disegno di legge in esame, che è la stepchild adoption e ciò che ad essa è collegato, cioè la pratica dell’utero in affitto. Su questo tema anche molti senatori del Partito Democratico hanno voluto togliere quel velo di ipocrisia che stabiliva che siffatti temi andassero portati avanti in modo parallelo e distinto e non avessero attinenza l’uno con l’altro. La realtà – è evidente a tutti – è diversa: è proibito l’utero in affitto in Italia, ma non lo è in altri Paesi. Attraverso la stepchild adoption è evidente che questo strumento, questo mezzo per procreare figli, per produrre figli pagando la donna che si renderà complice di quella procedura, verrà incentivato. Con l’approvazione del disegno di legge al nostro esame ci sarà un incentivo all’utilizzo di tale procedura che noi riteniamo assolutamente riprovevole, da condannare e non da alimentare e facilitare attraverso la legislazione del nostro ordinamento.

Noi riteniamo che esista, per carità, un diritto alla paternità e alla maternità, ma esiste un diritto superiore che è quello del bambino di avere una mamma e un papà. Su questo tema so che ci sono posizioni totalmente diverse all’interno del Parlamento, ma noi riteniamo che sia una priorità inalienabile per il bambino nella quale ci identifichiamo e riconosciamo.

Su un tema così delicato, c’è una presa di posizione che ho letto sul «Corriere della Sera» e che vorrei citare. È la posizione di Ernesto Galli Della Loggia: «Tutto l’affetto del mondo non basta a produrre le strutture psichiche basilari che rispondono al bisogno del bambino di sapere da dove egli viene. Il bambino non si costituisce che differenziandosi e ciò suppone, innanzi tutto, che sappia a chi rassomiglia. Egli ha bisogno di sapere di essere il frutto dell’amore e dell’unione di un uomo, suo padre, e di una donna, sua madre, in virtù della differenza sessuale dei suoi genitori».

Questa è una posizione nella quale mi riconosco e nella quale è evidente, dal dibattito parlamentare, che molti colleghi non si riconoscono, ritenendo che un bambino possa essere cresciuto altrettanto bene in una convivenza di persone dello stesso sesso. Su questo ci dividiamo, e sarà uno dei temi fondamentali che emergerà durante la discussione e l’approvazione degli emendamenti.

Mi auguro che, almeno su detto tema, si possa creare una maggioranza che voglia mettere in discussione questa parte del disegno di legge, il famoso articolo 5.

Ci sono altre considerazioni da fare rispetto a questo dibattito. Lo hanno fatto altri senatori e in particolare, nel mio Gruppo, il collega Arrigoni. Una prima considerazione riguarda che tipo di società vogliamo costruire e verso quale società vogliamo andare. Una società in cui ogni libertà vada riconosciuta, ogni differenza annullata e dove ognuno di noi abbia il diritto di pretendere ciò che vuole a prescindere dalle regole che stabiliamo attraverso le nostre leggi?

Ci stiamo avviando verso una china pericolosa. Eliminare ogni differenza e stabilire che siamo una massa di persone senza individualità, senza differenze di genere, di sesso, di cultura, di religione, di appartenenza territoriale, è un errore. Questo è un sistema che porta all’annullamento di noi stessi, di ogni forma di società e di convivenza civile e sul quale avranno forza alcuni poteri per prevalere e trasformarci in oggetti, in consumatori e nulla più.

Noi riteniamo che le urgenze del Paese siano altre rispetto a quelle perseguite dal disegno di legge in esame e che il legislatore debba intervenire soprattutto con misure al sostegno economico della famiglia. Noi avremmo preferito che le ultime settimane fossero dedicate a questo dibattito, che è fermo nelle Commissioni parlamentari.

Abbiamo presentato in questa legislatura come Lega Nord, ma credo che valga anche per tanti altri Gruppi, una legge quadro sulla famiglia. La nostra proposta di legge intende affrontare in maniera complessiva la prima e più importante esigenza della famiglia: quella di esistere, quella di sopravvivere.

Questa, signora Presidente, è la nostra priorità e non lo è certamente questo dibattito, cui abbiamo dovuto partecipare e al quale parteciperemo nell’azione emendativa, sperando che il testo del disegno di legge venga radicalmente rivisto, arrivando ad essere più in sintonia con il nostro Paese, il quale a maggioranza non condivide – lo sappiamo – l’adozione dei bambini da parte delle coppie omosessuali.

Speriamo, pertanto, si svolga una riflessione all’interno delle varie parti che compongono questo Parlamento e nei vari Gruppi parlamentari, che porti a una rivisitazione radicale, più rispettosa dell’opinione pubblica, che deve essere sempre il nostro punto di riferimento. (Applausi della senatrice Stefani).

 

PRESIDENTE. Rinvio il seguito della discussione dei disegni di legge in titolo ad altra seduta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Allegato B

 

 

Testo integrale dell’intervento della senatrice Padua nella discussione generale dei disegni di legge nn. 2081, 14, 197, 239, 314, 909, 1211, 1231, 1316, 1360, 1745, 1763, 2069 e 2084

 

Grazie Presidente, gentili colleghe e gentili collegi, ringrazio la relatrice per l’appassionato lavoro ma non mi sento di condividere tutto. Una disciplina sulle unioni omoaffettive è necessaria; appare opportuno chiarire alcune questioni di valenza assolutamente prioritaria che se da una parte esulano un poco dal contenuto del disegno di legge dall’altra sono indispensabili per allargare il campo delle vedute oltre i meri confini giuridici del processo che è in corso.

Con dispiacere devo puntualizzare che, in particolare, l’integralismo delle posizioni non aiuta nessuno; anzi indubbiamente impoverisce l’esito di un dibattito pubblico che contrappone visioni opposte. In queste settimane abbiamo assistito alla delegittimazione totale dell’avversario e questo non porta alcun beneficio a nessuno!

Su questi argomenti così sensibili è necessario il confronto e non lo scontro. A me sembra che il cuore della questione possa centrarsi su cosa possa o meglio debba essere assunto dal legislatore al pari di “diritto” e, quindi, come tale tutelato dall’ordinamento. Molti giornalisti, giuristi, sociologi e psicologi stanno trattando la questione delle unioni civili dal proprio punto di vista, ognuno nella speranza di poter attrarre nella propria orbita l’opinione di chi è all’ascolto. Tuttavia la disciplina estensiva prevista per le unioni civili nei confronti dell’istituto del matrimonio, così come disciplinato dal codice civile, cela di fatto l’estensione del medesimo complesso di regole.

Quello che suggerisco è di allargare un poco le visioni sull’idea e sul concetto di famiglia, al di là di prese di posizione eccessivamente partigiane e precostituite. Da un lato mi sembra che l’attuale disciplina prevista dal disegno di legge tenda a considerare diritti dei genitori quelli che sono interessi, semplicemente elevando di rango l’Interesse, che diventa un Diritto.

Il riferimento, in tal senso, è alla possibilità di adozione del figlio del partner – la cosiddetta adozione del figliastro – nel caso di una unione omoaffettiva. Non dimentichiamo, però, come quel figlio nasca in ogni caso da una unione biologica tra un uomo e una donna, fatto questa intrinseco alla stesso concetto di vita umana.

D’altra parte se la possibilità di adozione del figlio del partner fosse funzionale a riconoscere diritti a bambini per situazioni già esistenti, pur se nel complesso tale questione riguardi solamente pochi casi, non si può tralasciare, a mio avviso, che in questo modo avalliamo un principio: tutti possono richiamare il diritto ad avere un figlio, il diritto ad essere genitori.

Ed allora l’estensione di tale disciplina potrebbe riservare, in un futuro prossimo o lontano, chissà quali risvolti o evoluzioni. In sintesi, chi ci dice allora che in nome di diritti di cui oggi non rileviamo la necessità non si possa in futuro pensare che la cosiddetta maternità surrogata non rappresenti altro se non la modalità tramite cui le coppie omoaffettive, composte nel caso di soli uomini, possano realizzare il loro pieno diritto alla genitorialità?

Se passa un principio oggi, modificando l’attuale normativa sulle adozioni, cosa che tra l’altro dovrebbe essere trattata in quella sede, sì rischia di scardinare non solo l’ordinamento attuale, ma anche – verosimilmente – quello futuro. Voglio stigmatizzare questo concetto: l’estensione dei diritti patrimoniali, successori e assistenziali per le unioni omoaffettive è cosa giusta e dovuta, e su questo stiamo dando giuste risposte.

Allo stesso modo, però, voglio precisare il deficit del nostro ordinamento circa l’assenza di politiche strutturali a sostegno della genitorialità e della famiglia e la mancanza di risposte adeguate al decremento demografico che sta investendo il nostro Paese.

Andando con ordine, dunque, tali questioni appaiono molto più interrelate alla discussione di una legge che disciplini le unioni civili più di quanto possa sembrare in prima battuta. Perché se da una parte introduciamo nell’ordinamento una disciplina ad hoc su specifiche formazioni sociali con l’intenzione di estendere diritti, formazioni che nominalmente non sono equiparate alla famiglia ma che rischiano di esserlo a tutti gli effetti, dall’altra parte non esitiamo a disattendere una disposizione costituzionale, quella dell’articolo 31, che stabilisce che la Repubblica ha il compito di promuovere attivamente misure di sostegno per la formazione della famiglia, agevolando quelle numerose.

Partendo da questa osservazione lasciatemi porre una domanda: perché il drastico calo di nascite che riguarda il nostro Paese, frutto anche di una mancanza di politiche familiari strutturate, non ci interessa, anche se riguarda l’intera comunità statale, mentre l’adozione del figliastro del partner nel caso di una coppia omoaffettiva è esigenza imprescindibile e improcastinabile?

La questione rileva dal punto di vista delle priorità. La famiglia, intesa nell’accezione che i Padri costituenti (non a caso) hanno voluto, è il centro della nostra società e a chi ha lamentato la mancanza di un’adeguata politica sulla famiglia che contenga politiche di sviluppo e sostegno si sono fatte orecchie da mercante, per troppi, lunghi anni.

Solo il Governo Renzi, finalmente, nelle ultime due Manovre ha stabilito misure che guardano in questa direzione ma serve un segnale più chiaro e forte che segua tale viatico. Ci viene detto di guardare al Nord Europa e alle politiche per la tutela dei diritti delle coppie omoaffettive bisogna ricordare come da tempo Paesi quali la Francia, la Germania o quelli dell’area scandinava abbiano una legislazione di avanguardia in tema di politiche familiari.

E ancora se da un parte non mancano i continui richiami compiuti dalle istituzioni europee nei confronti del nostro Paese per i ritardi nel riconoscere i diritti delle coppie omosessuali, dall’altra l’Unione appare alquanto sospettosamente silente nei riguardi della mancata tutela di uomini, donne e minori che muoiono per raggiungere le coste italiane, greche o turche. O che, più semplicemente sopratutto nel caso dei minori, scompaiono (5.000 ne sono scomparsi nel nostro Paese, circa 10.000 in Europa).

Infine, per concludere, vorrei ricordare come il 25 maggio di ogni anno si celebri, dal 1983, la Giornata Internazionale per i Bambini Scomparsi. Tali eventi non servono solo ad infervorare l’anima e la passione per il tempo in cui si leggono scioccati dati allarmanti che riguardano il crescere, talvolta impetuoso, dei numeri. Dietro quei numeri ci sono altrettanti minori.

Ecco allora che la questione delle priorità torna a galla. Forse, non per fare polemica sterile, era il caso di prevedere una disciplina sulle unioni civili che prevedendo l’estensione di quei diritti che sono pacificamente riconosciuti avrebbe avuto un iter di approvazione meno travagliato e più consono ai richiami cui è stato fatto oggetto, anche dalla Corte di Strasburgo, il legislatore italiano.

Sui diritti dei minori, invece, bisogna fare tutt’altro ragionamento: gli studi scientifici non definitivi e l’esperienza personale mi spingono a dire con serenità e determinazione che, i rischi di avventurosi quanto precoci e imprudenti salti in avanti sono dietro l’angolo. Quindi l’atto di cui stiamo dibattendo, in un senso o nell’altro, è affidato alla nostra sensibilità e alla nostra coscienza, al di là delle facili e gratuite strumentalizzazioni.

 

Testo integrale dell’intervento del senatore Mauro Mario nella discussione generale dei disegni di legge nn. 2081, 14, 197, 239, 314, 909, 1211, 1231, 1316, 1360, 1745, 1763, 2069 e 2084

 

La contraddizione che intendo documentare riguarda il fatto che non siamo in presenza di una legge sulle unioni civili.

– articolo 3: “ad ogni effetto, all’unione civile si applicano tutte le disposizioni di legge previste per il matrimonio”, al momento con la sola eccezione della possibilità di adottare;

– articolo 2: “le parti dell’unione civile tra persone dello stesso sesso stabiliscono il cognome della famiglia scegliendolo tra i loro cognomi Lo stesso è conservato durante lo stato vedovile (…)”. L’uso del termine “vedovile” per il partner che sopravvive è fin troppo eloquente: “vedovo” o “vedova” è, secondo il vocabolario, il soggetto a cui è morto il coniuge. Ma il coniuge c’è se a monte c’è il matrimonio: a conferma che si sta disciplinando il matrimonio, pur se lo si denomina “unione civile”;

– articolo 4: “Nella successione legittima (…) i medesimi diritti del coniuge spettano anche alla parte legata al defunto da un’unione civile tra persone dello stesso sesso”;

– articolo 7: il Governo è delegato ad attuare con proprio decreto la riforma, tenendo conto, fra gli altri, del seguente principio “in materia di ordinamento dello stato civile (..,] gli atti di unione civile tra persone dello stesso sesso siano conservati dall’ufficiale dello stato civile insieme a quelli del matrimonio”.

La “prova del 9” viene dall’8 in poi. Gli articoli che riguardano la “disciplina delle convivenze” fra persone dello stesso o di altro sesso. È una regolamentazione light rispetto a quella dei primi articoli e appare più adeguata alla scelta operata da due persone di sesso diverso che non intendono assumere sui di sé tutti i doveri derivanti dall’unione matrimoniale: questa seconda parte del testo-base conferma, se si hanno dubbi sull’obiettivo sostanziale della prima, che un conto è la convivenza e un conto è la civil partnership, un conto sono le unioni civili vero nomine un conto è la costruzione di un sistema sostanzialmente eguale al matrimonio. D’altronde, i primi articoli riguardano esclusivamente le persone dello stesso sesso, e invece gli altri, persone dello stesso o di sesso diverso; ciò accade, con tutta evidenza, perché secondo il diritto vigente le persone di sesso diverso hanno facoltà di scelta fra il regime della convivenza e quello del matrimonio; sempre a diritto vigente, le persone dello stesso sesso non hanno alternativa alla convivenza: i primi sette articoli, se pure non qualificano come matrimonio quel tipo di unione civile, colmano la presunta “lacuna” e conferiscono nella sostanza alle persone dello stesso sesso l’identica facoltà di opzione.

2.2. Il quesito che a questo si pone è se tale disciplina rappresenta una obbligata traduzione in legge della giurisprudenza della Corte costituzionale e della Corte di cassazione. Per rispondere al quesito, e senza risalire molto indietro, giova riprendere la recente sentenza della Corte di cassazione, sezione I Civile 30 ottobre 2014, dep. 9 febbraio 2015, n. 2400. Il caso sul quale è intervenuta la pronuncia è, come è noto, quello di due persone dello stesso sesso, che avevano chiesto di procedere alle pubblicazioni di matrimonio; la richiesta, respinta dall’ufficiale dello stato civile, non era stata accolta nei gradi di merito. I ricorrenti avevano lamentato la violazione del principio dì eguaglianza di cui all’articolo 3 della Costituzione, perché il diniego di pubblicazioni avrebbe realizzato una discriminazione fondata su una condizione personale, e dell’articolo 2 della Costituzione, perché non avrebbe tutelato il pieno sviluppo di una sfera relazionale a carattere costitutivo in una formazione sociale quale è l’unione tra due persone dello stesso sesso; e ciò nel momento in cui tale tipologia di unione ha una protezione di rilievo costituzionale ed è ampiamente riconosciuta dalle fonti internazionali ed europee. Per questo era stata evocata pure anche la violazione degli articoli 10 e 117, comma 1, della Costituzione, dell’articolo 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e dell’articolo 12 della CEDU. Il paradigma eterosessuale secondo i ricorrenti si sarebbe da tempo sgretolato grazie all’appartenenza dell’Italia a un sistema multilivello di tutela dei diritti: tale sistema avrebbe introdotto nel nostro ordinamento una nozione di matrimonio comprendente quello fra persone omosessuali.

La Cassazione ha trattato i motivi del ricorso riprendendo anzitutto la sentenza della Corte costituzionale n. 138 del 2010. Ha ricordato che secondo tale decisione l’articolo 12 CEDU e l’articolo 9 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea lasciano al legislatore nazionale la scelta di stabilire forme e disciplina giuridica delle unioni tra persone dello stesso sesso: tali scelte rientrano pienamente nel margine di discrezionalità dei singoli stati, dovendosi escludere per questa specifica tipologia di unioni l’imposizione di un modello normativo unico da trarre dal paradigma matrimoniale. Secondo la sentenza n. 138 del 2010 della Consulta, la mancata estensione del modello matrimoniale alle unioni tra persone dello stesso sesso non lede i parametri integrati della dignità umana e dell’uguaglianza, “i quali assumono pari rilievo nelle situazioni individuali e nelle situazioni relazionali rientranti nelle formazioni sociali costituzionalmente protette ex articoli 2 e 3 della Costituzione”. Per formazione sociale secondo la Corte “deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, quale stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri. Si deve escludere, tuttavia, che l’aspirazione a tale riconoscimento (che necessariamente postula una disciplina di carattere generale, finalizzata a regolare diritti e doveri dei componenti della coppia) possa essere realizzata soltanto attraverso un’equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio”.

2.3. Ciò consente di trarre una prima conclusione rispetto al quesito dal quale ho preso le mosse; il regime sostanzialmente matrimoniale che il “testo Cirinnà” riserva ai componenti di una unione fra persone dello stesso sesso è in qualche misura obbligatorio a seguito della più recente giurisprudenza della Corte costituzionale e della Corte di cassazione? La risposta, fornita dalla stessa Cassazione, è senza incertezze negativa. Quest’ultima, nella sentenza depositata qualche giorno fa e più volte richiamata, non manca di sottolineare che “nucleo affettivo-relazionale che caratterizza l’unione omo-affettiva (…) riceve un diretto riconoscimento costituzionale dall’articolo 2 della Costituzione e mediante il processo di adeguamento e di equiparazione imposto dal rilievo costituzionale dei diritti in discussione può acquisire un grado di protezione e tutela equiparabile a quello matrimoniale in tutte le situazioni nelle quali la mancanza di una disciplina legislativa determina una lesione di diritti fondamentali scaturenti dalla relazione in questione.

È ovvio che se la tutela che l’articolo 29 della Costituzione riserva alla “famiglia come società naturale fondata sul matrimonio11 è più specifica e mirata rispetto a quella che l’articolo 2 della stessa Carta fondamentale riserva alle “formazioni sociali intermedie”, fra le quali la giurisprudenza colloca le convivenze, lo “statuto delle convivenze” auspicato dalla Cassazione non può tradursi in un testo nel quale, “ad ogni effetto, all’unione civile si applicano tutte le disposizioni di legge previste per il matrimonio”.

Il senso di realtà e la Costituzione impediscono di equiparare in tutto e per tutto istituti che pari non sono, come il matrimonio e la convivenza; né quello “statuto” può essere un matrimonio sotto altro nome, come ha avuto modo di precisare il sottosegretario della Presidente del Consiglio onorevole Ivan Scalfarotto, che in una intervista a “La Repubblica” del 16 ottobre 2014 ha affermato: “L’unione civile non è un matrimonio più basso, ma la stessa cosa. Con un altro nome per una questione di realpolitik“. Se si persegue l’obiettivo della introduzione nel nostro ordinamento del matrimonio fra persone dello stesso sesso si adoperi la terminologia adeguata, per chiarezza nei confronti della Nazione rappresentata in questa assise: mettendo da parte questioni “di realpolitik” e promuovendo una legge di revisione costituzionale.

 

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