Articolo di Stefano Spinelli pubblicato il 4 novembre 2016 su La nuova Bussola Quotidiana.

Domenica 9 ottobre si è votato per eleggere i Consigli delle città metropolitane. Non si è trattato di elezioni da poco, visto che i Consigli metropolitani hanno competenze importanti e territorialmente estese, sui principali capoluoghi italiani (Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, e altri). In base a quanto previsto dalla legge Del Rio, si è trattato di elezioni indirette, cosiddette di secondo grado, visto che a votare non sono stati i cittadini ma gli stessi consiglieri e sindaci nominati alle ultime tornate amministrative. Chi si è accorto di queste elezioni? Quali giornali ne hanno dato notizia? Quanti cittadini che risiedono all’interno delle aree metropolitane hanno seguito le sorti di un voto che determinerà le scelte e le sorti dei territori delle più importanti città italiane nei prossimi anni?

Ma tutto ciò che cosa c’entra con la riforma costituzionale? C’entra, perché rende l’idea della situazione che si verrà a creare se passasse la riforma costituzionale, con riferimento al nuovo Senato. Nessuno si accorgerà dell’elezione di tale ramo del Parlamento, che verrà formato – e di volta in volta sostituito nei singoli componenti – senza che i cittadini ne sappiano nulla. Nonostante questo, però, continuerà a partecipare all’approvazione di alcune delle leggi più importanti e concorrerà ai rinnovi delle cariche delle istituzioni più significative della Nazione, nel sistema di pesi e contrappesi tra i poteri costituzionali. E’ evidente l’alterazione del principio di rappresentanza democratica previsto dall’art. 1 Cost. (“la sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forma e nei limiti della Costituzione”), perché la riforma – come è noto – prescrive la nomina di 95 dei circa 100 senatori tra i sindaci e i consiglieri regionali, da parte dei consigli delle regioni italiane. Ciò accade in un quadro di complessiva debolezza della partecipazione democratica, data dalla sempre più scarsa propensione al voto da parte dei cittadini.

Il voto diretto resta solo per la Camera dei deputati, con un sistema elettorale, il c.d. Italicum, che prevede un consistente premio di maggioranza: il 55% dei seggi va alla lista di partito che raggiunge il 40% dei voti o – in caso di ballottaggio qualora nessuno superi tale soglia – indipendentemente da qualunque percentuale, con un sistema di liste in parte bloccate, che allontana ancor più il popolo sovrano dall’esercizio della sovranità. Se dunque la riforma costituzionale non riguarda l’Italicum, è pur vero che la prima interviene in un ben preciso contesto istituzionale e politico, dal quale non si può prescindere per valutare la portata della riforma.

Di più. Il nuovo Senato, pur previsto come organo di secondo livello e privo di legittimazione popolare diretta, continuerà però a partecipare da protagonista al delicato funzionamento della macchina costituzionale. Continuerà a concorrere alla elezione di alcuni fondamentali organi costituzionali, come il Presidente della Repubblica, la Corte Costituzionale e il Consiglio Superiore della Magistratura, che sono caratterizzati, per loro stessa natura e per le funzioni loro assegnate, da una forte carica di imparzialità e indipendenza rispetto alla logica partitico-maggioritaria. A conferma di una distanza sempre più marcata fra gli elettori e i garanti degli equilibri istituzionali.

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