RICONOSCIMENTO DEI MATRIMONI OMOSESSUALI AVVENUTI ALL’ESTERO: INTERROGAZIONE DEI DEPUTATI GIGLI E SBERNA

RICONOSCIMENTO DEI MATRIMONI OMOSESSUALI AVVENUTI ALL’ESTERO: INTERROGAZIONE DEI DEPUTATI GIGLI E SBERNA

Pubblichiamo il testo dell’interrogazione a risposta scritta presentata dai deputati Gigli e Sberna – sia al Ministro dell’Interno che a quello della Giustizia – in merito al riconoscimento dei matrimoni omosessuali avvenuti all’estero da parte di alcuni Sindaci.

L’interrogazione punta a capire se i Ministri intendono rilevare l’illegittimità della condotta dei Sindaci coinvolti e quali iniziative intendono porre in essere per colmare il relativo vuoto normativo, seguendo il dettato dell’articolo 29 della Costituzione, tenendo conto anche del principio dalla sentenza della Corte Cost. n. 170 del 2014, dove si dichiara che il requisito essenziale del matrimonio è la «eterosessualità» della coppia.

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TRASCRIZIONE DEI MATRIMONI OMOSESSUALI: UN ATTO ILLEGITTIMO E ARBITRARIO DEL SINDACO DI BOLOGNA

TRASCRIZIONE DEI MATRIMONI OMOSESSUALI: UN ATTO ILLEGITTIMO E ARBITRARIO DEL SINDACO DI BOLOGNA

Con il provvedimento che pubblichiamo il Sindaco di Bologna Virginio Merola ha disposto la trascrizione agli atti dello stato civile della sua città dei matrimoni contratti all’estero fra persone dello stesso sesso, residenti nel territorio comunale. Si tratta di un atto nel contempo illegittimo e arbitrario. Nel suo stesso provvedimento, infatti, il sindaco di Bologna riconosce: a) che esso interviene su diritti aventi fondamento costituzionale, la cui tutela, interpretazione e applicazione compete al Parlamento e all’autorità giudiziaria, non certamente a un ente locale, soprattutto quando la questione è controversa; b) che la Corte di Cassazione, alla cui giurisprudenza pure dice di ispirarsi (cf. in particolare sez. I civ., 4184/2012), ha rigettato “il ricorso promosso avverso i provvedimenti giurisdizionali di merito che avevano sancito la legittimità del rifiuto dell’Ufficiale di Stato civile di trascrivere un matrimonio celebrato all’estero da due cittadini omosessuali”, con ciò confermando l’illegittimità di delibere come quella del sindaco; c) che la Cassazione ha ribadito la “riserva assoluta di legge, a livello nazionale, relativamente all’introduzione nell’ordinamento nazionale del matrimonio tra persone dello stesso sesso”, con ciò confermando l’arbitrarietà di delibere come quella del sindaco.

http://www.comune.bologna.it/sites/default/files/documenti/Disposizioni%20del%20Sindaco%20su%20trascrizione%20matrimoni%20omosessuali.pdf

 

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SENTENZA DELLA CASSAZIONE SULL’EFFICACIA DELL’ANNULLAMENTO CANONICO

SENTENZA DELLA CASSAZIONE SULL’EFFICACIA DELL’ANNULLAMENTO CANONICO

Come annunciato ieri, pubblichiamo due commenti alla sentenza delle Sezioni unite civili della Corte di cassazione n. 16380, depositata il 17 luglio 2014, a proposito della efficacia dell’annullamento del matrimonio canonico nell’ordinamento civile italiano. Si tratta di una intervista a Tempi.it dell’avv. Giancarlo Cerrelli, segretario di Sì alla famiglia e vice-presidente dell’UGCI, e di una nota predisposta in esclusiva per SìJus dall’avv. Stefano Nitoglia, del foro di Roma.

La magistratura o, meglio, una certa magistratura, ha storicamente avuto una funzione notevole nella modificazione, in senso peggiorativo, dell’ordine costituzionale e delle leggi. Basti pensare al ruolo svolto dai Parlamenti, che altro non erano che organi giurisdizionali, nella riforma dell’ordine costituzionale dell’Ancien Régime e, quindi, nella Rivoluzione francese.

Ruolo che, per venire all’Italia e a tempi più recenti, quella certa parte della magistratura, sicuramente minoritaria, ma molto preparata e molto attiva, ha iniziato a svolgere a partire dall’inizio degli anni ‘60 del secolo appena trascorso, con sentenze cosiddette “innovative”.

Tra queste sentenze “innovative”, direi, di più e meglio, “creative”, segnaliamo quella, recentissima, delle sezioni unite della Corte Suprema di Cassazione, la n. 16380 del 17 luglio 2014 in materia di delibazione, da parte dello Stato italiano, di una sentenza di nullità di un matrimonio concordatario emessa da un Tribunale ecclesiastico.

Il caso è il seguente. Con atto di citazione del 18 febbraio 2009, F. L. conveniva dinanzi alla Corte d’Appello di Perugia la coniuge L. M. chiedendo che venisse dichiarata l’efficacia, nella Repubblica italiana, della sentenza canonica emessa dal Tribunale ecclesiastico regionale Umbro, confermata dal Tribunale della Rota Romana e resa esecutiva con decreto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, con la quale sentenza il matrimonio tra F.L. e L.M. era stato dichiarato nullo sia “per esclusione della indissolubilità del vincolo da parte dell’uomo attore”, sia “per incapacità consensuale al tempo delle nozze da parte della donna convenuta”.

La Corte d’Appello di Perugia, con sentenza del 24 marzo 2011, accogliendo la domanda del marito, dichiarava efficace nella Repubblica italiana della sentenza canonica.

Avverso tale sentenza proponeva ricorso per cassazione la moglie.

Assegnato il ricorso alla prima sezione della Corte Suprema, questa, con ordinanza interlocutoria rimetteva gli atti al primo presidente per l’assegnazione dello stesso ricorso alle sezioni unite in relazione al terzo motivo, con il quale la ricorrente deduceva la contrarietà all’ordine pubblico interno degli effetti della sentenza canonica, ciò in ragione del rilievo che la convivenza matrimoniale aveva avuto una durata di dodici anni, con la nascita di un figlio, e che una convivenza siffatta integrava un principio di ordine pubblico, ostativo alla delibazione.

Il ricorso veniva quindi assegnato alle sezioni unite che, con la citata sentenza la n. 16380/2014, stabilivano il seguente principio di diritto (sottolineature nostre):

“La convivenza “come coniugi” deve intendersi-secondo la Costituzione (artt. 2, 3,29, 30 e 31), le Carte europee dei diritti (art. 8, paragrafo 1, della Convenzione europea dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, art. 7 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea), come interpretate dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, ed il codice civile-quale elemento essenziale del “matrimonio-rapporto”, che si manifesta come consuetudine di vita coniugale comune, stabile e continua nel tempo, ed esteriormente riconoscibile attraverso corrispondenti, specifici fatti e comportamenti dei coniugi, e quale fonte di una pluralità di diritti inviolabili, di doveri inderogabili, di responsabilità anche genitoriali in presenza di figli, di aspettative legittime e di legittimi affidamenti degli stessi coniugi e dei figli, sia come singoli sia nelle reciproche relazioni familiari.

“In tal modo intesa, la convivenza “come coniugi”, protrattasi per almeno tre anni dalla data di celebrazione del matrimonio “concordatario” regolarmente trascritto, connotando nell’essenziale l’istituto del matrimonio nell’ordinamento italiano, è costitutiva di una situazione giuridica disciplinata da norme costituzionali, convenzionali ed ordinarie, di “ordine pubblico italiano” e, pertanto, anche in applicazione dell’art. 7, primo comma, Cost. e del principio supremo di laicità dello Stato, è ostativa-ai sensi dell’Accordo, con Protocollo addizionale, firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che apporta modificazioni al Concordato lateranense dell’11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede (….) e dell’art. 797, primo comma,n.7, cod. proc. civ.-alla dichiarazione di efficacia nella Repubblica italiana delle sentenze definitive di nullità di matrimonio pronunciate dai tribunali ecclesiastici, per qualsiasi vizio genetico del matrimonio accertato e dichiarato dal giudice ecclesiastico nell’”ordine canonico” nonostante la sussistenza di detta convivenza coniugale”.

In estrema sintesi, nello stabilire detto principio, le sezioni unite della Cassazione, nella parte motiva della sentenza, ripropongono e fanno propria la distinzione tra matrimonio-atto e matrimonio-rapporto, già oggetto di contestazione da parte di altre sentenze della Cassazione e, pertanto, sottoposta al giudizio delle sezioni unite.

Il matrimonio-atto sarebbe quello del momento della celebrazione del rito, che si esaurisce con esso, mentre il matrimonio-rapporto sarebbe, come dice la stessa parola, la fase successiva al matrimonio-atto, sviluppantesi lungo un certo arco temporale e caratterizzata dalla convivenza tra i coniugi, che è qualcosa di diverso dalla coabitazione potendo, nell’evoluzione dei costumi sociali, la prima assumere molteplici forme; convivenza che “integra un aspetto essenziale e costitutivo del matrimonio-rapporto”.

Il matrimonio-rapporto è, quindi, nella prospettazione dei supremi giudici, un fatto, al quale essi attribuiscono valenza di norma di ordine pubblico interno, inteso secondo le categorie dettate dalla sentenza della Corte Costituzionale n. 18 del 1982, quali “regole fondamentali poste dalla Costituzione e dalle leggi a base di istituti giuridici in cui si articola l’ordinamento positivo nel suo perenne adeguarsi all’evoluzione della società (…) a presidio della sovranità dello Stato”.

Ora, a parte che non si comprende come il principio della sovranità dello Stato venga richiamato dalle sezioni unite soltanto nei confronti dell’ordinamento giuridico ecclesiastico e non pure nei confronti degli altri ordinamenti giuridici, nazionali e internazionali, per i quali valgono, invece, tutte le limitazioni possibili alla sovranità statale, a nostro avviso un fatto, una situazione, come quella del protrarsi nel tempo di una convivenza, non può assurgere ad elemento di principio.

Un conto sono i fatti, un altro i principi. In termini generalissimi, infatti, l’ordine pubblico è considerato l’espressione riassuntiva dei principi che si pongono a fondamento dell’ordinamento giuridico [Russo, Profili evolutivi della nullità contrattuale, Napoli, 2008, 68; Roppo, Il contratto, 403; Ferri, Ordine pubblico (diritto privato), in ED, XXX, Milano, 1980, 1038]. A seguito dell’avvento della Costituzione repubblicana nella nozione di ordine pubblico vanno ricompresi i principi generali ricavabili dalla Carta costituzionale, tra i quali le libertà individuali e collettive nonché ai principi regolanti la materia dell’economia, quali la libertà d’impresa e la proprietà privata (Perlingieri,   Il diritto civile nella legalità costituzionale secondo il sistema italo-comunitario delle fonti, 3a ed., Napoli, 2006, 415; Lonardo, Ordine pubblico e illiceità del contratto, Napoli, 1993, 10; Id., Meritevolezza della causa e ordine pubblico, Napoli, 1981, 25).

Ciò nonostante, la distinzione tra matrimonio-atto e matrimonio-rapporto ha, secondo le sezioni unite “un nitido e solido fondamento nella Costituzione,  nelle Carte europee dei diritti e nella legislazione italiana”.

Di conseguenza, un vizio genetico del matrimonio-atto (ad esempio un vizio del consenso), che comporterebbe, secondo l’ordinamento canonico, la nullità del matrimonio, non avrebbe tale valenza nell’ordinamento italiano in presenza di una situazione di convivenza prolungatasi per oltre tre anni. Di tal ché, una sentenza di nullità di un tribunale ecclesiastico non può ottenere riconoscimento nel nostro ordinamento giuridico. E ciò malgrado che il Protocollo addizionale, firmato a Roma il 18 febbraio 1984, che apporta modificazioni al Concordato lateranense dell’11 febbraio 1929, tra la Repubblica italiana e la Santa Sede (….) precisi, nel punto 4, alla lettera b) che “(….) ai fini dell’applicazione degli articoli 796 e 797 del codice italiano di procedura civile (richiamati dalle sezioni unite nella parte in cui stabiliscono il principio di diritto citato e che dispongono circa la delibazione delle sentenze straniere, tra le quali quelle ecclesiastiche, ndr), si dovrà tener conto della specificità dell’ordinamento canonico dal quale è regolato il vincolo matrimoniale, che in esso ha avuto origine” e che “si dovrà tener conto che i richiami fatti dalla legge italiana alla legge del luogo in cui si è svolto il giudizio si intendono fatti al diritto canonico”.

Va detto che la distinzione tra matrimonio-atto e matrimonio-rapporto è una distinzione artificiale, atteso che, come riconosce la stessa Corte, alla pagina 18, ultimo capoverso, della sentenza “de qua”, “il matrimonio-rapporto (…) ha certamente origine nel matrimonio-atto”; e così come ogni atto giuridico non si esaurisce nel suo momento genetico ma produce effetti nel tempo, conseguentemente un vizio nell’origine dell’atto non può che ripercuotersi sulle conseguenze giuridiche dell’atto stesso.

In buona sostanza, nel caso di specie la distinzione arbitraria operata dalle sezioni unite attribuisce ad una esigenza di tutela di una situazione di fatto (convivenza protrattasi per un certo tempo) una valenza superiore ad un elemento di diritto che comporta la nullità di un atto. E ciò contrariamente a quanto accade nel diritto interno, ove la nullità di un atto travolge anche gli effetti giuridici che si sono “medio tempore” verificati, in quanto un negozio nullo non produce alcun effetto giuridico.

Per regolamentare gli effetti di un rapporto nullo, che si sono verificati, si possono ipotizzare, a tutela di una delle parti, soluzioni legislative senza intaccare i principi pattizi tra la Santa Sede e l’Italia.

Diversamente, si vengono a creare situazioni di conflitto difficilmente risolvibili; peraltro, con degli effetti pratici paradossali. Si pensi, ad esempio, ad una persona di sani e saldi principi cattolici che ha ottenuto una sentenza di nullità ecclesiastica che però non può essere dichiarata efficace nell’ordinamento italiano per motivi di cui sopra e che pertanto si vedrebbe costretta a ricorrere alla procedura di divorzio secondo la legislazione italiana, con seri problemi per la sua coscienza.

Stefano Nitoglia

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Perché la sentenza della Cassazione che ignora la nullità del matrimonio sancita dalla Chiesa è «funzionale alla ridefinizione della famiglia»

Perché la sentenza della Cassazione che ignora la nullità del matrimonio sancita dalla Chiesa è «funzionale alla ridefinizione della famiglia»

Come annunciato ieri, pubblichiamo due commenti alla sentenza delle Sezioni unite civili della Corte di cassazione n. 16380, depositata il 17 luglio 2014, a proposito della efficacia dell’annullamento del matrimonio canonico nell’ordinamento civile italiano. Si tratta di una intervista a Tempi.it dell’avv. Giancarlo Cerrelli, segretario di Sì alla famiglia e vice-presidente dell’UGCI, e di una nota predisposta in esclusiva per SìJus dall’avv. Stefano Nitoglia, del foro di Roma.

La sentenza della Corte di Cassazione a sezioni unite n. 16379 del 17 luglio 2014, contro il riconoscimento della nullità matrimoniale sancita da una sentenza ecclesiastica non mirerebbe, come annunciato dalla stampa, a difendere il diritto dei più deboli. «In ballo c’è molto altro. Come la ridefinizione del matrimonio, aprendo la strada a rapporti familiari sempre più liquidi e precari di cui l’ordinamento prenderà atto», spiega a tempi.it Giancarlo Cerrelli, avvocato canonista, cassazionista e vicepresidente nazionale dell’Unione giuristi cattolici italiani.

Avvocato Cerrelli, qual è la novità di questa sentenza circa la nullità matrimoniale?
È stato definito con un principio di diritto un contrasto interpretativo, presente all’interno della stessa Corte di Cassazione e ancora irrisolto, circa i termini del riconoscimento delle sentenze ecclesiastiche da parte dello Stato italiano. I giudici hanno sposato, con questa decisione, l’orientamento già espresso qualche anno fa dalla prima sezione della stessa Corte, con la sentenza n. 1343/2011. In poche parole, a parere della Suprema Corte, se marito e moglie hanno vissuto come tali per almeno tre anni, la sentenza ecclesiastica di dichiarazione di nullità del loro matrimonio non ha effetti per lo Stato italiano, perché entrerebbe in contrasto con il principio dell’ordine pubblico. Tale sentenza si pone in linea con la tendenza giurisprudenziale che mira a porre una forte restrizione al riconoscimento civile delle sentenze ecclesiastiche di nullità.

È mai accaduto prima che il diritto dello Stato fosse contrapposto a quello ecclesiastico in questa materia?
La storia è lunga. Il codice civile del 1865 si limitò a disconoscere gli effetti civili del matrimonio canonico, perché non era ammissibile che la formazione del rapporto coniugale fosse disciplinata, non dalla legge dello Stato, ma dalla legge confessionale dei nubendi. Così dal primo gennaio del 1866 fino all’11 febbraio 1929, per ben 63 anni, l’ordinamento italiano riconobbe, come matrimonio, il solo matrimonio civile che, pertanto, divenne obbligatorio, senza che però fosse vietata la celebrazione religiosa, in via del tutto autonoma, per le persone già unite, in municipio, dal matrimonio civile. Il Concordato dell’11 febbraio 1929 ha instaurato, invece, un sistema fondato sulla “esclusività” della giurisdizione ecclesiastica, come l’unica giurisdizione cui il cittadino, che avesse contratto matrimonio nella forma concordataria, potesse rivolgersi. L’articolo 34 del Concordato del 1929 sanciva, al comma 4, che le cause concernenti la nullità del matrimonio erano riservate alla competenza dei tribunali ecclesiastici e la delibazione della sentenza ecclesiastica avveniva in modo automatico da parte dell’ordinamento italiano. Questa “esclusività” dopo il 1970 è andata restringendosi, fino alla sua abrogazione, avvenuta con l’entrata in vigore della legge 121 del 25 marzo del 1985, che ratificò e diede esecuzione agli “Accordi di Villa Madama” del 18 febbraio 1984 modificando, così, i precedenti “Patti lateranensi” che diedero vita al Concordato dell’11 febbraio 1929. Inizia così un’espansione della giurisdizione sul matrimonio concordatario da parte dell’ordinamento italiano, che comincia ad usare un attento controllo dell’ordine pubblico italiano, in sede di delibazione della sentenza ecclesiastica. La sentenza a Sezioni Unite della Cassazione del 17 luglio tende ad accrescere ulteriormente la giurisdizione dello Stato italiano sul matrimonio concordatario. Da qualche tempo, infatti, si stanno verificando, da parte di organi dello Stato italiano, prese di posizione che denotano una certa diffidenza, un senso di contrarietà verso la funzione giudiziaria svolta dalla Chiesa, interventi che lasciano trasparire l’intento di contenere tale funzione, di limitarne l’applicazione, di controllarne e, ove possibile, di censurarne il concreto esercizio.

La sentenza però sembrerebbe più “garantista” nei confronti del matrimonio, rispetto alla Chiesa che ammette la nullità.
La Chiesa dà importanza al consenso dei coniugi espresso durante la celebrazione. Il processo canonico che dichiara la nullità matrimoniale si basa, infatti, su due processi, entrambi obbligatoriamente conclusi con due decisioni di nullità (la cosiddetta “doppia conforme”), nei quali viene effettuata un’approfondita istruttoria sul rapporto matrimoniale, che tende a verificare se il consenso prestato da uno o da entrambi i nubendi sia stato efficace o meno a far nascere il matrimonio. La Suprema Corte con questa sentenza sembra, invece, concedere maggior credito alla volontà (spesso connotata da emotività) di un soggetto privato che alla decisione di un giudice ecclesiastico, poiché al primo consente di far venir meno l’effettività e la vitalità del matrimonio-rapporto senza che tale decisione debba essere giustificata, mentre al secondo nega tale possibilità, anche in presenza di due decisioni conformi e motivate. Tuttavia il senso di questa sentenza va oltre a quello che può apparire di primo acchito.

Ossia?
A me sembra che lo Stato italiano, con la scusa della tutela dei diritti dei più deboli, voglia in generale ridefinire l’istituto familiare e matrimoniale. Questa sentenza, ad esempio, rievoca la distinzione tra “matrimonio atto” e “matrimonio rapporto”. Il nostro ordinamento privilegia il “matrimonio rapporto”, cioè l’effettività dell’unione coniugale, la continuità e l’attualità della comunione materiale e spirituale dei coniugi, facendo dipendere dalla volontà delle parti, anziché dalla dichiarazione iniziale, l’esistenza del matrimonio-rapporto. Diversamente, l’ordinamento canonico privilegia il “matrimonio atto”, cioè il consenso – esternato al sacerdote durante la celebrazione – che è irrevocabile nel corso del rapporto. L’ordinamento canonico, d’altronde, considera la persona nella sua totalità, dando rilevanza anche alle sue relazioni, soprattutto a quelle che – come il matrimonio – impegnano la vita come tale, valutando in termini espressamente giuridici anche gli aspetti morale e spirituale. L’ordinamento italiano, da parte sua, conferisce valore giuridico quasi esclusivamente a ciò che viene esteriorizzato. Mi pare che i giudici della Suprema Corte, con sentenze come questa, vogliano orientare il nostro ordinamento giuridico – in una prospettiva sempre più positivista – verso l’eliminazione d’interferenze sulla propria giurisdizione matrimoniale e familiare per essere liberi di indicare tratti innovativi e talora rifondativi dell’istituto familiare. Appare funzionale a ciò, infatti, che sia ribadito anche in questa sentenza che «nella nozione di “formazione sociale”», di cui all’articolo 2 della Costituzione «è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso». In poche parole, il privilegio posto dalla sentenza alla durata della convivenza e dunque al “matrimonio rapporto” piuttosto che al “matrimonio atto”, dà importanza più che agli elementi costitutivi precisi e certi che determinano la nascita di un rapporto familiare, al rapporto stesso, che tuttavia tende a privilegiare l’emotività delle parti. Ciò aprirà la strada a rapporti familiari sempre più liquidi e precari di cui l’ordinamento prenderà atto. La conferma di ciò si ha con il riferimento della sentenza all’articolo 8 della Cedu che tutela il diritto al rispetto della vita privata e familiare e che è diventato il passe-partout usato dalle Corti di giustizia per disintegrare il modello familiare così come previsto, tra l’altro, dalla stessa Cedu all’articolo 12, cioè quello fondato sul matrimonio tra un uomo e una donna. In questa sentenza la Cassazione conferma che l’articolo 8 della Cedu impone allo Stato degli obblighi positivi attinenti a un effettivo rispetto della vita privata o familiare, affermando che la «nozione di famiglia, secondo all’articolo 8, non è limitata alle relazioni basate sul matrimonio ma può comprendere altri legami “familiari” di fatto, se le parti convivono fuori dal vincolo del matrimonio…» con una «stabile relazione di fatto», idonea a instaurare una «relazione durevole» fra i conviventi. E ancora, «la questione dell’esistenza o dell’assenza di una “vita familiare” è anzitutto una questione di fatto, che dipende dall’esistenza di legami personali stretti». Infine «non vi è solo un modo o una scelta per condurre la propria vita familiare o privata». A tal proposito è indicativo, a dimostrare la tendenza sempre più fluida di come sia intesa dalle Corti la vita familiare, il riferimento privilegiato che fa la sentenza al concetto di convivenza, il quale precisa non deve necessariamente essere accompagnata dalla coabitazione. Credo che non occorrano commenti in proposito.

La Chiesa non pone limiti all’annullamento: può essere sancito anche dopo 50 anni di matrimonio. Il diritto canonico così non appare meno attento ai soggetti deboli come i figli?
L’ordinamento canonico verifica per mezzo del processo canonico, che si basa su due gradi di giudizio, se il matrimonio sia venuto ad esistenza, o meno, ab initio. La Chiesa non scioglie alcun vincolo matrimoniale, ma nel caso – dopo severa istruttoria – prende atto che il matrimonio oggetto di giudizio, anche se durato 50 anni, non è mai esistito: per un vizio del consenso, per difetto di forma, o per incapacità di uno, o di entrambi i nubendi. I figli nati da quel matrimonio rimangono figli dei genitori che li hanno riconosciuti e questi sono tenuti in ogni caso al loro mantenimento. L’ordinamento canonico non ha il potere, che è demandato all’ordinamento civile, di provvedere sugli aspetti economici del rapporto matrimoniale. È pur vero, però, che il regime economico conseguente alla dichiarazione di nullità di matrimonio può risultare fortemente penalizzante per la parte più debole e bisognosa del rapporto coniugale e può interferire in modo fortemente negativo sia sull’attività giudiziaria svolta dai Tribunali ecclesiastici, sia sul riconoscimento civile delle sentenze da questi emanate. Viene, talora, incentivato un uso strumentale della giustizia ecclesiastica, che porta ad introdurre cause con ben scarso fondamento e ad adottare condotte processuali ben poco rispettose delle esigenze della verità. Bisogna però sottolineare che il diritto civile italiano stabilisce una disciplina specifica conseguente alla dichiarazione di nullità del matrimonio, quando si verificano le condizioni per la sussistenza del matrimonio putativo, ossia quando il matrimonio risulta celebrato in buona fede senza la consapevolezza del vizio che ne produceva la nullità. Tale regime è contenuto negli articoli 129 e 129 bis del codice civile e prevede che il giudice possa disporre a carico di uno dei coniugi l’obbligo di corrispondere somme periodiche di denaro, in proporzione alle sue sostanze, a favore dell’altro, ove questi non abbia adeguati redditi propri e non sia passato a nuove nozze. La corresponsione è limitata ad un periodo non superiore a tre anni. È, inoltre, previsto il pagamento di una congrua indennità (che deve, comunque, comprendere una somma corrispondente al mantenimento per tre anni) a carico del coniuge, o eventualmente del terzo, al quale sia imputabile la nullità del matrimonio, oltre all’obbligo alimentare in caso di mancanza di altri obbligati. Questo regime si applica integralmente anche alla dichiarazione di nullità pronunciata dai tribunali ecclesiastici nei confronti dei matrimoni concordatari, una volta che la relativa sentenza sia stata riconosciuta efficace anche nell’ordinamento civile. L’ordinamento civile italiano prevede un regime giuridico diverso da quello ora descritto nel caso di divorzio, ossia quando vi è stata una pronuncia di scioglimento di un matrimonio civile o di cessazione degli effetti civili di un matrimonio concordatario. Tale regime è, in linea di massima, più favorevole al coniuge economicamente più debole. Esso prevede, infatti, che il coniuge che non sia in condizioni di mantenersi con le proprie forze possa beneficiare di un assegno periodico a carico dell’altro, che può protrarsi (purché non passi a nuove nozze) anche per tutta la vita, se continuano a sussistere le condizioni economiche che ne giustifichino la corresponsione. A favore del titolare di tale assegno è anche prevista una percentuale dell’indennità di fine rapporto di lavoro eventualmente percepita dall’ex coniuge e, dopo la morte di questi, una quota dell’eventuale pensione di reversibilità. La lodevole sollecitudine di realizzare una più efficace tutela del coniuge economicamente più debole – che tanto sembra preoccupare la Suprema Corte – potrebbe, dunque, essere effettuata ampliando la consistenza monetaria dell’indennità prevista dall’articolo 129 bis, c. 2, del codice civile, fino a parificarla, di fatto, al contributo che spetterebbe nel giudizio di divorzio al coniuge economicamente meno dotato.

Se la sentenza contraddice gli accordi fra Stato e Chiesa occorrerà per forza rivederli?
La sentenza della Cassazione comporta indubbiamente una forte restrizione al riconoscimento civile delle sentenze ecclesiastiche di nullità. Certamente, la Chiesa rimane libera di amministrare la giustizia in questo delicato settore nei modi e secondo princìpi e regole che ritiene preferibili. Ma rimane penalizzata nella sua aspettativa, fondata su un preciso impegno concordatario, di ottenere il riconoscimento civile del prodotto di questa sua attività. Ritengo che questo nuovo orientamento non sia conforme allo spirito dell’Accordo concordatario e che non costituisca una corretta attuazione degli impegni assunti dallo Stato italiano. Ci sono, quindi, gli estremi per un’attivazione, da parte della Santa Sede, dei canali diplomatici idonei a prospettare questa situazione al governo. In seguito, la questione potrebbe essere deferita alla Commissione paritetica prevista dallo stesso Accordo, allorché dovessero sorgere “difficoltà di interpretazione o di applicazione” delle disposizioni in esso contenute (art. 14).

Che cosa accadrebbe se lo Stato rivedesse il Concordato? Come ci si regola in altri paesi?
Qualsiasi modifica dei Patti deve avvenire di mutuo accordo tra lo Stato e la Santa Sede, in tal caso la revisione dei Patti non richiede un procedimento di revisione costituzionale. Le disposizioni dei Patti Lateranensi, dunque, devono essere modificate col procedimento ordinario nel caso ci sia mutuo consenso fra Stato e Chiesa, con il procedimento aggravato di revisione delle leggi contenuto nell’articolo 138 della Costituzione nel caso sia lo Stato unilateralmente a modificare il testo dell’atto. Ma la ragione che sta alla base del riconoscimento della giurisdizione ecclesiastica da parte dello Stato è quella di rendere più concreta ed operante la libertà religiosa dei cittadini, consentendo a quelli di fede cattolica di veder regolato il proprio matrimonio nell’ambito del loro ordinamento confessionale, dando rilevanza ai provvedimenti adottati dalle autorità in esso operanti. Negli altri paesi il rapporto tra la Chiesa cattolica e Stato è diversificato; dipende se vige un accordo tra la Santa Sede e lo Stato o meno. Alcuni paesi hanno una disciplina in parte simile a quella italiana; in altri, in cui vige il sistema di matrimonio civile obbligatorio, il matrimonio confessionale non ottiene nessuna efficacia ed è necessario quindi fare un doppio matrimonio. Qualcuno in Italia ritiene che vista la situazione in cui è stata confinata la giurisdizione ecclesiastica da parte dello Stato italiano, sia il caso di tornare al sistema ante Concordato. Ma credo che i cattolici non debbano ritirarsi sull’Aventino: un cattolico è anche un cittadino che non deve stancarsi o scoraggiarsi, ma continuare ad operare affinché le leggi dello Stato possano essere sempre più a misura d’uomo e secondo il piano di Dio.

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NEGATA L’EFFICACIA DELL’ANNULLAMENTO CANONICO DEL MATRIMONIO, SE LA CONVIVENZA SUPERA I TRE ANNI

NEGATA L’EFFICACIA DELL’ANNULLAMENTO CANONICO DEL MATRIMONIO, SE LA CONVIVENZA SUPERA I TRE ANNI

Pubblichiamo il testo integrale della sentenza n. 16380  depositata il  17  luglio   2014 (decisa il   3 dicembre 2013) della Corte Cassazione, Sezioni  Unite civili, presidente Rovelli relatore Di Palma. Essa, sulla base della:

  1. a) distinzione fra matrimonio-atto e matrimonio-rapporto, quest’ultimo prevalente sul primo, letto alla luce anche delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo, e in particolare del diritto alla vita familiare, elaborato da tale giurisprudenza;
  2. b) definizione di convivenza coniugale, che viene ricondotta nell’ambito della nozione di ordine pubblico;
  3. c) affermazione della suprema laicità dello Stato, che decide, pur in presenza di una dichiarazione di nullità secondo il diritto canonico, se il matrimonio é valido o no,

 nega efficacia all’annullamento di un matrimonio pronunciato dal giudice canonico quando la convivenza fra i coniugi ha superato il periodo di tempo di tre anni.

 Nei prossimi giorni affiancheremo alla sentenza qualche commento/scheda di lettura.

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