Un commento alla sentenza della Corte d’Appello di Milano che conferma il divieto di trascrizione delle nozze omosessuali

Un commento alla sentenza della Corte d’Appello di Milano che conferma il divieto di trascrizione delle nozze omosessuali

Pubblichiamo il commento dell’Avv. Stefano Nitoglia, del Consiglio di Segreteria del Centro Studi Rosario Livatino, a proposito della sentenza della Corte d’Appello di Milano, pubblicata sul nostro sito l’11 novembre 2015.

Parafrasando il mugnaio di Postdam del ‘700, Berlino sta iniziando, nuovamente, sebbene ancor troppo timidamente, a popolarsi di giudici?

Si moltiplicano, infatti, le pronunce giudiziarie che, con ineccepibili ragionamenti giuridici e fondandosi sul dato della legge, correttamente interpretata e applicata e non, invece, stravolta con interpretazioni funamboliche e creative, ribadiscono i dati naturali sulla famiglia e sul matrimonio.

La Corte d’Appello di Milano, sezione delle persone, dei minori e della famiglia, con sentenza del 13 marzo 2015, recentemente pubblicata (v. sentenza per esteso nel nostro sito) ha infatti confermato la decisione del Tribunale di Milano del luglio 2014 che aveva respinto il ricorso ex art. 95 DPR 396/2000 presentata da due uomini, già sposati nel 2012 in Brasile e successivamente coniugati nel 2013 con matrimonio civile in Portogallo, avverso il rifiuto di trascrizione dell’atto di matrimonio opposto dall’Ufficiale di Stato Civile del Comune di Milano.

Questi i tratti salienti e giuridicamente più interessanti della sentenza.

Sulla diversità di sesso quale requisito essenziale del matrimonio, i giudici di appello sostengono che il metodo di un approccio “atomistico” ai singoli articoli del codice civile sul matrimonio non è corretto perché occorre procedere ad una “lettura sistematica del quadro giuridico di riferimento”, tenendo ben presente che per “il legislatore del 1942 l’introduzione della diversità di sesso tra i requisiti elencati all’articolo 84 c.c. sarebbe stata quasi un fuor d’opera, essendo quella diversità, nella realtà sociale, culturale e giuridica dell’epoca, un presupposto implicito dell’istituto matrimoniale”.

Ed infatti, seppure la diversità di sesso non sia indicata espressamente agli articoli 84 e seguenti del codice civile tra le condizioni necessarie per contrarre matrimonio, essa trova riferimento in numerose altre norme, in cui i due contraenti del matrimonio sono indicati come “marito” e “moglie” (cfr. artt. 107, 108,143,143 bis e 156 bis c.c., e corrispondenti disposizioni relative ai casi di scioglimento del matrimonio). Per il Collegio “si tratta di plurimi riferimenti normativi che escludono che quelle norme siano inclusive del matrimonio tra persone dello stesso sesso”.

La “connotazione eterosessuale del matrimonio”, nella vigente disciplina legislativa, trova inoltre riscontro in diverse pronunce della Corte Costituzionale, che hanno confermato, respingendo i relativi ricorsi, la legittimità costituzionale delle norme in questione (in ordine agli articoli 2, 3, 29 e 117 della Costituzione; 12 e 14 CEDU; 9 Carta di Nizza).

Si richiamano le pronunce 138/2010, 276/2010, 4/2011 ed anche la più recente decisione 170/2014 -con la quale la Consulta ha dichiarato, in riferimento all’art. 2 della Costituzione l’illegittimità costituzionale degli articoli 2 e 4 della legge 14 aprile 1982, n. 164, nella parte in cui tali norme non prevedevano che la sentenza di rettificazione dell’attribuzione di sesso di uno dei coniugi consentisse, comunque, ove entrambi lo richiedessero, di mantenere in vita un rapporto di coppia giuridicamente regolato con altra forma di convivenza registrata- risultando da tale decisione che la regolamentazione dell’unione omosessuale resta comunque demandata alle scelte discrezionali del legislatore.

Neppure il contenuto di norma “aperta”  che avrebbe l’articolo 29 della Costituzione, secondo una interpretazione che parte della dottrina ha dato di alcuni passaggi della sentenza della Consulta 138/2010, laddove la Corte esclude la cristallizzazione dei concetti di famiglia e di matrimonio, può superare “l’effetto preclusivo costituito dall’attuale disciplina legislativa, costituzionalmente compatibile”.

D’altro canto, i “vincoli comunitari” e la “lettura convenzionalmente orientata” delle norme di riferimento, come prospettati dai reclamanti, secondo i quali l’art. 9 della Carta di Nizza conterrebbe una regola gender-neutral trovano comunque un ostacolo nello stesso articolo 9, che riserva agli Stati la regolamentazione della materia matrimoniale.

Gli “approdi della Corte di Strasburgo”, di cui alla sentenza “Schalk e Kopf/Austria” del 24 giugno 2010, richiamata dai reclamanti, “non consentono”, tuttavia, “nella loro argomentata complessità, l’estensione, per via di interpretazione adeguatrice, del diritto di contrarre matrimonio a persone dello stesso sesso”, atteso che in materia non vi è un accordo consolidato degli Stati membri, né uniformità nelle discipline apprestate.

Dalla detta decisione della Corte EDU si desume soltanto un obbligo per gli Stati membri di garantire alle unioni omosessuali, alla stregua dell’articolo 8 della Convenzione, una protezione della vita privata e familiare; ma non l’obbligo di consentire l’accesso al matrimonio per le coppie dello stesso sesso: “..gli stati sono tuttora liberi, a norma dell’articolo 12 della Convenzione, nonché dell’articolo 14 in relazione all’articolo 8, di limitare l’accesso al matrimonio alle coppie omosessuali..” (par.108).

Tale approccio al problema (cd teoria del margine d’apprezzamento) è confermato anche in successive decisioni della Corte: nella decisione del 15 marzo 2012 (ricorso “Gas e Dubois / Francia”) e nella decisione del 16 luglio 2014 (ricorso “Hämäläinen / Finlandia”).

Nella giurisprudenza di Strasburgo in materia matrimoniale sussiste, quindi, una “..riserva assoluta di legislazione nazionale..” (così, la Corte di Cassazione 4184/12), che comporta una lettura delle decisioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo non compatibile con l’interpretazione richiesta dai reclamanti.

Tuttavia – e qui la decisione in esame non può essere condivisa – un’apertura alle tesi dei reclamanti in materia di trascrizione del matrimonio tra persone dello stesso sesso contratto all’estero, è contenuta in quella parte della sentenza che affronta il tema dell’ordine pubblico; non, però, l’ordine pubblico interno, cui fa riferimento la circolare 55/2007 del Ministero dell’Interno, tema glissato dal primo giudice, ma l’ordine pubblico internazionale “come insieme di principi a carattere universale, comuni a molte nazioni di civiltà affine, intesi alla tutela di diritti fondamentali dell’uomo, spesso sanciti in dichiarazioni o convenzioni internazionali, e quindi cornice “aperta” nella quale acquistano preminente rilievo i principi che assicurano la tutela e l’implementazione di fondamentali diritti della persona”; princìpi che inducono “a ritenere che gli effetti del matrimonio omosessuale non contrastino con l’ordine pubblico internazionale, come sopra inteso”.

Tale apertura potrebbe costituire, infatti, il grimaldello per una eventuale riforma della sentenza in Cassazione, ove le parti soccombenti ricorressero al giudice di legittimità.

Il dato è stato evidenziato dalla pubblicazione “Articolo 29”, sensibile ai temi LGBTI, che ha parlato di “decisione seppure negativa” che, però, “si contraddistingue per alcuni elementi innovativi”, tra i quali, oltre a quello appena detto dell’ordine pubblico internazionale, l’aver ammesso l’intervento in giudizio, ex art. 105, comma 2, c.p.c., dell’associazione “Avvocatura per i Diritti LGBTI-Rete Lenford”, “rilevando che trattasi di soggetto terzo rappresentativo per statuto degli interessi dei cittadini LGBTI, il quale vanta un interesse che lo legittima ad intervenire in giudizio”.

In ogni caso, però, conclude il Collegio, “l’impedimento alla trascrizione nasce dall’attuale contesto normativo nazionale che non riconosce come matrimonio quello contratto tra persone dello stesso sesso, secondo le articolate argomentazioni della Cassazione (Cass. 4184/12, poi richiamata in Cass. 2400/2015)”.

Le riportate argomentazioni, tutte condivisibili, ad eccezione di quelle sopra evidenziate, unitamente al, giusto, riconoscimento, in controtendenza rispetto ad una certa giurisprudenza creativa di moda, che “non può essere colmato per via giudiziaria il vuoto normativo”, hanno portato la Corte d’Appello alla conferma nel merito del decreto impugnato.

Stefano Nitoglia

 

 

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UN COMMENTO SULLA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE CHE ELIMINA IL DIVIETO DI SELEZIONE GENETICA DEGLI EMBRIONI

UN COMMENTO SULLA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE CHE ELIMINA IL DIVIETO DI SELEZIONE GENETICA DEGLI EMBRIONI

Dell’avvocato Vincenzina Maio, del foro di Salerno

Con la sentenza n. 229 depositata il 9 novembre scorso, la Corte Costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 13 della legge n. 40/2004 (sulla procreazione medicalmente assistita) commi 3 lett.b) e 4 “nella parte in cui contempla come ipotesi di reato la condotta di selezione degli embrioni  anche se finalizzata esclusivamente ad evitare l’impianto  nell’utero della donna di embrioni affetti da malattie geneticamente trasmissibili” . L’incidente di legittimità costituzionale è  stato sollevato dal Tribunale di Napoli nell’ambito di un processo penale a carico di medici per il reato di “selezione eugenetica”.  Invero, l’art. 13 della legge 40 presidia con la sanzione penale (co.4)  della reclusione da due a sei anni e con la multa da 50.000 a 150.000 euro, aumentata, il divieto contenuto nel co.3 lett. b) di “ogni  forma  di selezione a scopo eugenetico degli embrioni e dei gameti  ovvero  interventi  che, attraverso tecniche di selezione, di manipolazione  o  comunque  tramite  procedimenti  artificiali, siano diretti ad alterare il patrimonio genetico dell’embrione o del gamete ovvero  a  predeterminarne  caratteristiche  genetiche,  ad eccezione degli interventi aventi finalita’ diagnostiche e terapeutiche, di cui al comma 2 del presente articolo”.

La decisione in commento  si compone di due parti  corrispondenti alle due censure  rivolte dal Tribunale di Napoli  alla legge 40/2004.

La prima riguarda  l’art. 13 della legge  n. 40/2004. Assume il Tribunale  che la norma,  con il vietare e sanzionare penalmente opererebbe in modo indiscriminato contro  «ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni», senza escludere  dalla fattispecie di reato  l’ipotesi in cui la condotta dei sanitari «sia finalizzata ad evitare l’impianto nell’utero della donna degli embrioni affetti da malattie genetiche» . Così scritta, la norma contrasterebbe con gli artt. 3 e 32 della Costituzione, «per violazione del principio di ragionevolezza, corollario del principio di uguaglianza» e per vulnus al diritto alla salute  della coppia generatrice, nonché con  l’art. 117, co.1, Cost., in relazione all’art. 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), «come interpretato nella giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, laddove ha affermato che il diritto al rispetto della vita privata e familiare include il desiderio della coppia di generare un figlio non affetto da malattia genetica (in tal senso, Corte EDU, Costa e Pavan contro Italia, sentenza del 28 agosto 2012, § 57)».

La questione è stata accolta dalla Consulta che ha fatto  sostanziale leva sulla propria  precedente sentenza n. 96 del 2015 con cui aveva  dichiarato l’illegittimità costituzionale degli artt. 1, commi 1 e 2, e 4, comma 1, della stessa legge n. 40 del 2004, «nella parte in cui non consentono il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita alle coppie fertili portatrici di malattie genetiche trasmissibili, rispondenti ai criteri di gravità di cui all’art. 6, comma 1, lettera b), della legge 22 maggio 1978, n. 194 […], accertate da apposite strutture pubbliche».

Secondo la prospettazione della Corte “quanto è divenuto così lecito, per effetto della suddetta pronunzia additiva, non può dunque – per il principio di non contraddizione − essere più attratto nella sfera del penalmente rilevante”.

Val la pena ricordare, brevemente,   che la Corte Costituzionale, con la sentenza 96/2015,  era stata sollecitata dal Tribunale di Roma a prendere  posizione sul “diritto della coppia ad avere un figlio sano”, nella prospettiva del “diritto ad autodeterminarsi nelle scelte procreative”, sullo sfondo della suggestiva argomentazione secondo cui non aveva senso impedire l’accesso alla pma alle coppie fertili portatrici di malattie genetiche se poi, comunque, le stesse avevano diritto al cd. aborto terapeutico. La questione di legittimità costituzionale è stata ritenuta fondata in relazione all’assorbente  profilo del  vulnus asseritamente  arrecato dalla normativa denunciata, agli artt. 3 e 32 Cost. . Argomentava la sentenza n. 96/2015 la sussistenza di un insuperabile aspetto di irragionevolezza nell’indiscriminato divieto all’accesso alla procreazione assistita, con diagnosi preimpianto, da parte di coppie fertili affette (anche come portatrici sane) da gravi patologie genetiche ereditarie, suscettibili di trasmettere al nascituro rilevanti anomalie o malformazioni in quanto, con palese antinomia normativa, il nostro ordinamento avrebbe consentito, comunque, a tali coppie di perseguire l’obiettivo di procreare un figlio non affetto dalla specifica patologia ereditaria di cui sono portatrici attraverso la  più traumatica modalità della interruzione volontaria di gravidanza consentita dall’art. 6, comma 1, lett. b), l. n. 194/1978 (si rinvia al commento “Verso la deriva eugenetica? La sentenza n.96/2015 della Corte costituzionale”).

Una volta aperto il varco verso una chiara deriva eugenetica, ma non abbastanza ampio da passarci indenni anche a livello penale, ecco che la Consulta completa l’abbattimento, in parte qua, della legge 40/2004 con la sentenza 229 che elimina anche gli aspetti penali della selezione degli embrioni. Approdo prevedibile e consequenziale di un mutato scenario della procreazione medicalmente assistita aperto alle coppie  fertili portatrici di malattie genetiche trasmissibili.  Dunque, selezione ammessa anche penalmente purchè esclusivamente finalizzata ad evitare il trasferimento nell’utero della donna di embrioni che, dalla diagnosi preimpianto, siano risultati affetti da malattie genetiche trasmissibili rispondenti ai criteri di gravità che determinano il cd. aborto terapeutico.

La Consulta respinge, invece, l’invocata declaratoria di illegittimità costituzionale dell’art. 14 della legge/40 relativamente alla condotta di “soppressione” di embrioni.

Invero, la seconda censura mossa dal Tribunale di Napoli  riguarda l’ art. 14, commi 1 e 6, della  legge n. 40, nella parte in cui (parallelamente all’art. 13)  vieta e sanziona penalmente la condotta di soppressione degli embrioni, anche ove trattasi di embrioni soprannumerari risultati affetti da malattie genetiche a seguito di selezione finalizzata ad evitarne appunto l’impianto nell’utero della donna. Ad avviso del Tribunale di Napoli risulterebbero violati l’art. 2 Cost., «sotto il profilo della tutela del diritto all’autodeterminazione della coppia»,  l’art. 3 Cost., per irragionevolezza e contraddittorietà rispetto al disposto dell’art. 6 della legge 22 maggio 1978, n. 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza), che «consente agli operatori sanitari di praticare l’aborto terapeutico – anche oltre il termine di 90 giorni dall’inizio della gravidanza – in presenza di “processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro”», ed infine  l’art. 117, co.1 Cost., in relazione al medesimo parametro europeo come sopra evocato.

I giudici costituzionali, partendo dal presupposto che “l’embrione, quale che ne sia il, più o meno ampio, riconoscibile grado di soggettività correlato alla genesi della vita, non è certamente riducibile a mero materiale biologico” ritiene legittima la scelta del legislatore di sanzionare penalmente la soppressione degli embrioni. Spiega la sentenza che la tutela dell’embrione è stata riconosciuta suscettibile di «affievolimento» solo in caso di conflitto con «altri interessi di pari rilievo costituzionale (come il diritto alla salute della donna) che, in temine di bilanciamento, risultino, in date situazioni, prevalenti».  Diversamente,  il vulnus alla tutela della dignità dell’embrione (ancorché) malato «non trova però giustificazione, in termini di contrappeso, nella tutela di altro interesse antagonista». Una simile previsione nel  pensiero  della Corte non contrasta con il «diritto di autodeterminazione» per l’assorbente ragione che non ne è più previsto l’impianto coattivo nell’utero della gestante. Ne consegue la dichiarazione di infondatezza della questione di legittimità dell’articolo 14, commi 1 e 6, della legge 40, che lascia in piedi  per i medici  la fattispecie di reato di  «soppressione degli embrioni soprannumerari», alla luce del fatto che la “malformazione non ne giustifica, sol per questo, un trattamento deteriore rispetto a quello degli embrioni sani creati in «numero […] superiore a quello strettamente necessario ad un unico e contemporaneo impianto», ex comma 2 del medesimo art. 14, nel testo risultante dalla sentenza n. 151 del 2009”.

La Corte approda, così, alla conclusione che gli embrioni “selezionati” per difetti genetici  e gli  embrioni soprannumerari condividono un comune e freddo destino : la procedura di crioconservazione.

La sentenza, a questo punto,  apre ad uno scenario incerto e carico di delicate problematiche.

Se  la generazione in provetta di esseri umani legittima dubbi di compatibilità con l’intangibile  ed intrinseca dignità della chiamata all’esistenza, la crioconservazione degli embrioni è, senza perplessità alcuna,  una condizione non rispettosa della dignità umana per una serie evidente di ragioni. Anzitutto   quella della durata ,  dato che  la crioconservazione potrebbe estendersi per un periodo di tempo imprevedibile allo stato attuale delle nostre conoscenze . In secondo luogo, per la scarsa percentuale di embrioni che riescono a sopravvivere una volta “scongelati”. In terzo luogo, per il fondamentale problema dell’incertezza sulla sorte finale degli embrioni crioconservati (e non impiantati) .

Non è possibile in questa sede affrontare compiutamente ciascuno dei suddetti profili.  Va però  ricordato che la legge 40/2004 , nell’impianto originario anteriore agli  interventi demolitivi della Consulta, vietava la crioconservazione . Come è noto, la Corte Costituzionale con la sentenza n. 151/2009 ha   smantellato quella parte della legge  che limitava a tre il numero di embrioni da produrre mediante tecniche di procreazione assistita e che obbligava all’impianto di tutti gli embrioni prodotti in un unico intervento, facendo di riflesso decadere anche il divieto di crioconservazione degli embrioni ottenuti.  Si è così fatta avanti la tesi secondo cui la crioconservazione è giustificata  dall’ esigenza di evitare la morte dell’embrione, quando l’impianto in utero si riveli non praticabile, con la possibilità di un impianto in tempi successivi.

Sennonchè, la tesi si è rivelata fallimentare se è vero, come è vero, che il più delle volte l’impianto in tempi successivi non è mai avvenuto,  con al conseguenza dell’aumento degli embrioni crioconservati senza richieste di impianto.   Alcuni hanno paventato  la possibilità di adozione come soluzione più che altro “simbolica” al problema, mentre, dall’altro lato, si sono registrate forti spinte verso la destinazione degli embrioni crioconservati alla ricerca/sperimentazione scientifica (con inevitabile distruzione).

Quelle appena descritte sono solo alcune delle difficoltà etico-giuridiche poste dalla crioconservazione,  difficoltà destinate ad aumentare esponenzialmente con la   sentenza 229 .

Una sentenza che si muove nel solco di una ipocrisia giuridica ingenerata dal pensare – come fa la Consulta –  di mantenere in piedi una ratio legis oramai irreversibilmente minata alle radici. Da un lato apertura alla diagnosi pre-impianto e alla selezione degli embrioni, dall’altro affermazione della “soggettività” dell’embrione .  Una “soggettività” (per vero) strana, che non solo consente di decidere, senza diritto di replica,  la sorte dell’embrione  alla coppia e al medico , ma che  poi addirittura affida l’embrione “scartato” al destino della congelazione sine die. Con quali prospettive per l’embrione di continuare il suo processo evolutivo sino alla nascita? Praticamente scarsissime. La crioconservazione è una condizione di “sospensione” dell’esistenza umana più vicina alla morte che alla vita.

Decidendo per la legittimità della selezione genetica, la Corte non ha fatto altro che aumentare il ricorso a questa discutibile quanto disumana  pratica del congelamento degli embrioni, peraltro anche priva di regolamentazione, senza dimostrare coerenza argomentativa né vera sensibilità verso la difesa e promozione  dello status giuridico dell’embrione come soggetto di diritti.

Lacuna grave che lascia aperta una domanda : quando   gli embrioni criocongelati saranno tanti da non poter più essere mantenuti dal Servizio Sanitario Nazionale, ne  sarà ancora vietata la soppressione?

 

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LA CORTE COSTITUZIONALE ELIMINA IL DIVIETO DI SELEZIONE GENETICA DEGLI EMBRIONI

LA CORTE COSTITUZIONALE ELIMINA IL DIVIETO DI SELEZIONE GENETICA DEGLI EMBRIONI

Pubblichiamo la sentenza n. 229 depositata ieri dalla Corte Costituzionale, che elimina dalla legge sulla PMS-procreazione medicalmente assistita, il divieto di selezione genetica degli embrioni. A breve pubblicheremo anche un commento.


SENTENZA N. 229

ANNO 2015

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

composta dai signori: Presidente: Alessandro CRISCUOLO; Giudici : Giuseppe FRIGO, Paolo GROSSI, Giorgio LATTANZI, Aldo CAROSI, Marta CARTABIA, Mario Rosario MORELLI, Giancarlo CORAGGIO, Giuliano AMATO, Silvana SCIARRA, Daria de PRETIS, Nicolò ZANON,

 

ha pronunciato la seguente

SENTENZA

nel giudizio di legittimità costituzionale dell’art. 13, commi 3, lettera b), e 4, e dell’art. 14, commi 1 e 6, della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita), promosso dal Tribunale ordinario di Napoli nel procedimento penale a carico di D.B. ed altri con ordinanza del 3 aprile 2014, iscritta al n. 149 del registro ordinanze 2014 e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica n. 39, prima serie speciale, dell’anno 2014.

Visto l’atto di costituzione di D.B. ed altri;

udito nell’udienza pubblica del 6 ottobre 2015 il Giudice relatore Mario Rosario Morelli;

udito l’avvocato Gennaro Lepre per D.B. ed altri.

 

Ritenuto in fatto

1.− Nel corso di un processo penale, il Tribunale ordinario di Napoli – premessane la rilevanza e la non manifesta infondatezza in riferimento agli articoli 2, 3 e 32 della Costituzione, nonché per contrasto con l’art. 117, primo comma, Cost., in relazione all’art. 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848 – ha sollevato, con l’ordinanza in epigrafe, duplice questione di legittimità costituzionale dell’art. 13, commi 3, lettera b), e 4, e dell’art. 14, commi 1 e 6, della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita), nella parte in cui dette norme contemplano quali ipotesi di reato – come quelle, appunto, tra le altre contestate ai professionisti, imputati in quel giudizio – rispettivamente, la selezione eugenetica e la soppressione degli embrioni soprannumerari, «senza alcuna eccezione», non facendo, quindi, salva l’ipotesi in cui una tale condotta «sia finalizzata all’impianto nell’utero della donna dei soli embrioni non affetti da malattie genetiche o portatori sani di malattie genetiche» e la soppressione concerna, conseguentemente, gli embrioni soprannumerari affetti, invece, da siffatte malattie.

1.1.− In particolare, secondo il rimettente, l’art. 13, commi 3, lettera b), e 4, della su citata legge n. 40 del 2004 – con il sanzionare penalmente anche la condotta dell’operatore medico volta a consentire il trasferimento nell’utero della donna dei soli embrioni sani o portatori sani di malattie genetiche – violerebbe l’art. 3, sotto il profilo della ragionevolezza, e l’art. 32 Cost., per contraddizione rispetto alla finalità di tutela della salute dell’embrione di cui all’art. 1 della medesima legge n. 40.

E contrasterebbe, altresì, con l’art. 117, primo comma, Cost., «in relazione all’art. 8 della CEDU, come interpretato nella giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, laddove ha affermato che il diritto al rispetto della vita privata e familiare include il desiderio della coppia di generare un figlio non affetto da malattia genetica (in tal senso, Corte EDU, Costa e Pavan contro Italia, sentenza del 28 agosto 2012, § 57)».

1.2.− A sua volta sempre ad avviso del Tribunale a quo, il successivo art. 14, commi 1 e 6, della legge n. 40, pregiudicherebbe il diritto di autodeterminazione garantito dall’art. 2 Cost.; violerebbe l’art. 3 Cost., sotto il profilo della ragionevolezza; e si porrebbe, pure esso, in contrasto con il richiamato art. 8 della CEDU, con conseguente violazione dell’art. 117, primo comma, Cost. Ciò sul rilievo che «l’assoggettare a sanzione penale l’operatore medico che proceda alla soppressione degli embrioni soprannumerari affetti da malattie genetiche, costringerebbe le coppie che fanno ricorso alle tecniche di PMA, e che volessero evitare il procreare un figlio affetto da malattia genetica, a subire in ogni caso l’impianto degli embrioni affetti da malattie genetiche – con evidente pregiudizio della salute dalla donna se non sotto il profilo fisico, quantomeno da un punto di vista psicologico – nonché a seguire necessariamente la strada dell’interruzione volontaria della gravidanza».

2.− Nell’introdotto giudizio incidentale di legittimità costituzionale si sono costituiti, con memoria depositata il 29 settembre 2014, cinque degli imputati nel procedimento penale a quo, per chiedere l’accoglimento delle questioni nei termini come prospettati dal giudice rimettente.

3.− Non si è costituito il Presidente del Consiglio dei ministri.

 

Considerato in diritto

1.− Il Tribunale ordinario di Napoli sospetta che l’art. 13 della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita) – con il vietare, sub comma 3, lettera b), e penalmente sanzionare, sub comma 4, in modo indiscriminato, «ogni forma di selezione a scopo eugenetico degli embrioni», senza escludere, dalla fattispecie di reato così configurata, l’ipotesi in cui la condotta dei sanitari «sia finalizzata ad evitare l’impianto nell’utero della donna degli embrioni affetti da malattie genetiche» − contrasti con gli artt. 3 e 32 della Costituzione, «per violazione del principio di ragionevolezza, corollario del principio di uguaglianza» e per vulnus al diritto alla salute, tutelato dalla stessa “legge 40” anche nei confronti della coppia generatrice; e violi altresì l’art. 117, primo comma, Cost., in relazione all’art. 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848 «come interpretato nella giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, laddove ha affermato che il diritto al rispetto della vita privata e familiare include il desiderio della coppia di generare un figlio non affetto da malattia genetica (in tal senso, Corte EDU, Costa e Pavan contro Italia, sentenza del 28 agosto 2012, § 57)».

Lo stesso Tribunale sottopone al vaglio di costituzionalità anche il successivo art. 14, commi 1 e 6, della predetta legge n. 40 del 2004, nella parte in cui parallelamente vieta e penalmente sanziona la condotta di soppressione degli embrioni, anche ove trattasi di embrioni soprannumerari risultati affetti da malattie genetiche a seguito di selezione finalizzata ad evitarne appunto l’impianto nell’utero della donna.

Il rimettente dubita, con riguardo a detto disposto normativo, che ne risultino violati l’art. 2 Cost., «sotto il profilo della tutela del diritto all’autodeterminazione della coppia»; l’art. 3 Cost., per irragionevolezza e contraddittorietà rispetto al disposto dell’art. 6 della legge 22 maggio 1978, n. 194 (Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza), che «consente agli operatori sanitari di praticare l’aborto terapeutico – anche oltre il termine di 90 giorni dall’inizio della gravidanza – in presenza di “processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro”»; oltre che l’art. 117, primo comma, Cost., in relazione al medesimo parametro europeo come sopra evocato.

2.− La prima questione è fondata per l’assorbente ragione e nei limiti che si diranno.

2.1.− Con la recente sentenza n. 96 del 2015, questa Corte ha, infatti, già dichiarato l’illegittimità costituzionale dei precedenti artt. 1, commi 1 e 2, e 4, comma 1, della stessa legge n. 40 del 2004, «nella parte in cui non consentono il ricorso alle tecniche di procreazione medicalmente assistita alle coppie fertili portatrici di malattie genetiche trasmissibili, rispondenti ai criteri di gravità di cui all’art. 6, comma 1, lettera b), della legge 22 maggio 1978, n. 194 […], accertate da apposite strutture pubbliche».

E «Ciò al fine esclusivo», come chiarito in motivazione, «della previa individuazione», in funzione del successivo impianto nell’utero della donna, «di embrioni cui non risulti trasmessa la malattia del genitore comportante il pericolo di rilevanti anomalie o malformazioni (se non la morte precoce) del nascituro», alla stregua del suddetto “criterio normativo di gravità”.

2.2.− Quanto è divenuto così lecito, per effetto della suddetta pronunzia additiva, non può dunque – per il principio di non contraddizione − essere più attratto nella sfera del penalmente rilevante.

Ed è in questi esatti termini e limiti che l’art. 13, commi 3, lettera b), e 4, della legge n. 40 del 2004 va incontro a declaratoria di illegittimità costituzionale, nella parte, appunto, in cui vieta, sanzionandola penalmente, la condotta selettiva del sanitario volta esclusivamente ad evitare il trasferimento nell’utero della donna di embrioni che, dalla diagnosi preimpianto, siano risultati affetti da malattie genetiche trasmissibili rispondenti ai criteri di gravità di cui all’art. 6, comma 1, lettera b), della legge n. 194 del 1978, accertate da apposite strutture pubbliche.

3.− La seconda connessa questione – di legittimità costituzionale dell’art. 14, commi 1 e 6, della legge n. 40 del 2004 – è, invece, non fondata.

Come reiteratamente, infatti, ribadito nella giurisprudenza di questa Corte, la discrezionalità legislativa circa l’individuazione delle condotte penalmente punibili può essere censurata in sede di giudizio di costituzionalità soltanto ove il suo esercizio ne rappresenti un uso distorto od arbitrario, così da confliggere in modo manifesto con il canone della ragionevolezza (sentenze n. 81 del 2014, n. 273 del 2010, n. 364 del 2004, ordinanze n. 249 del 2007, n. 110 del 2003, n. 144 del 2001, ex plurimis).

Nel caso in esame, deve escludersi che risulti, per tali profili, censurabile la scelta del legislatore del 2004 di vietare e sanzionare penalmente la condotta di «soppressione di embrioni», ove pur riferita – ciò che propriamente il rimettente denuncia – agli embrioni che, in esito a diagnosi preimpianto, risultino affetti da grave malattia genetica.

Anche con riguardo a detti embrioni, la cui malformazione non ne giustifica, sol per questo, un trattamento deteriore rispetto a quello degli embrioni sani creati in «numero […] superiore a quello strettamente necessario ad un unico e contemporaneo impianto», ex comma 2 del medesimo art. 14, nel testo risultante dalla sentenza n. 151 del 2009, si prospetta, infatti, l’esigenza di tutelare la dignità dell’embrione, alla quale non può parimenti darsi, allo stato, altra risposta che quella della procedura di crioconservazione. L’embrione, infatti, quale che ne sia il, più o meno ampio, riconoscibile grado di soggettività correlato alla genesi della vita, non è certamente riducibile a mero materiale biologico.

Con la citata sentenza n. 151 del 2009, questa Corte ha già, del resto, riconosciuto il fondamento costituzionale della tutela dell’embrione, riconducibile al precetto generale dell’art. 2 Cost.; e l’ha bensì ritenuta suscettibile di «affievolimento» (al pari della tutela del concepito: sentenza n. 27 del 1975), ma solo in caso di conflitto con altri interessi di pari rilievo costituzionale (come il diritto alla salute della donna) che, in temine di bilanciamento, risultino, in date situazioni, prevalenti.

Nella fattispecie in esame, il vulnus alla tutela della dignità dell’embrione (ancorché) malato, quale deriverebbe dalla sua soppressione tamquam res, non trova però giustificazione, in termini di contrappeso, nella tutela di altro interesse antagonista.

E ciò conferma la non manifesta irragionevolezza della normativa incriminatrice denunciata.

La quale neppure contrasta con l’asserito «diritto di autodeterminazione» o, per interposizione, con il richiamato parametro europeo, per l’assorbente ragione che il divieto di soppressione dell’embrione malformato non ne comporta, per quanto detto, l’impianto coattivo nell’utero della gestante, come il rimettente presuppone e, in relazione ai suddetti parametri, appunto censura.

 

Per Questi Motivi

LA CORTE COSTITUZIONALE

1) dichiara l’illegittimità costituzionale dell’art. 13, commi 3, lettera b), e 4 della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita), nella parte in cui contempla come ipotesi di reato la condotta di selezione degli embrioni anche nei casi in cui questa sia esclusivamente finalizzata ad evitare l’impianto nell’utero della donna di embrioni affetti da malattie genetiche trasmissibili rispondenti ai criteri di gravità di cui all’art. 6, comma 1, lettera b), della legge 22 maggio 1978, n. 194 (Norme per la tutela della maternità e sulla interruzione della gravidanza) e accertate da apposite strutture pubbliche;

2) dichiara non fondata la questione di legittimità costituzionale dell’articolo 14, commi 1 e 6, della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (Norme in materia di procreazione medicalmente assistita), sollevata − in riferimento agli artt. 2 e 3 della Costituzione ed all’art. 117, primo comma Cost., in relazione all’art. 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950, ratificata e resa esecutiva con legge 4 agosto 1955, n. 848 − dal Tribunale ordinario di Napoli, con l’ordinanza in epigrafe.

Così deciso in Roma, nella sede della Corte costituzionale, Palazzo della Consulta, il 21 ottobre 2015.

F.to:

Alessandro CRISCUOLO, Presidente

Mario Rosario MORELLI, Redattore

Gabriella Paola MELATTI, Cancelliere

Depositata in Cancelleria l’11 novembre 2015.

Il Direttore della Cancelleria

F.to: Gabriella Paola MELATTI

 

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Nessuna novità, ma necessità di chiarezza sull’ideologia del gender

Nessuna novità, ma necessità di chiarezza sull’ideologia del gender

Il Centro studi Livatino sulla sentenza della Consulta sulla rettifica del sesso:

“La sentenza della Corte costituzionale sulla rettifica anagrafica del sesso, depositata ieri, non rappresenta una novità: si inserisce in un orientamento che si sta affermando fra i giudici di merito. E’ – come si dice tecnicamente – una “interpretativa di rigetto”: non dichiara l’illegittimità della legge 164/1982 che aveva riconosciuto la possibilità di modificare il proprio sesso. Esclude l’obbligatorietà dell’intervento chirurgico, e però ribadisce la necessità dell’“assistenza del medico e di altri specialisti” per verificare “gli aspetti psicologici, comportamentali e fisici che concorrono a comporre l’identità di genere”. Dunque, dalla sua lettura non deriva alcuna autorizzazione a recarsi al Comune e a dichiarare il proprio orientamento sessuale per come ci si autopercepisce. Deriva la necessità di riflettere con attenzione ed equilibrio – non solo da parte dei giuristi – sulla deriva ideologica in atto, i cui contorni non appaiono ben definiti neanche nella pronuncia della stessa Consulta. La Corte infatti in qualche passaggio usa senza particolare distinzione i termini “sesso” e “identità di genere”: il che rende sempre più necessaria chiarezza sui presunti presupposti scientifici dell’ideologia del gender.” E’ quanto affermano i prof. Mauro Ronco e Filippo Vari e i giudici Domenico Airoma e Alfredo Mantovano, rispettivamente presidente vicepresidenti del Centro studi Livatino.

recapiti: 329 410 5375   *   info@centrostudilivatino.it

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