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Determina Aifa su EllaOne a minori senza prescrizione: illegittima e dannosa

Determina Aifa su EllaOne a minori senza prescrizione: illegittima e dannosa

1. Nelle due pagine e mezzo di richiami normativi che precedono la parte dispositiva della determina n. 998 dell’8 ottobre 2020 del direttore generale dell’Aifa-agenzia italiana del farmaco sono menzionate leggi dello Stato, decreti legislativi, decreti ministeriali, regolamenti Ue, provvedimenti della medesima Agenzia. Non vi è però un solo cenno alla legge n. 194/1978: eppure la determina, come recita l’intestazione, contiene la “modifica del regime di fornitura del medicinale per uso umano ‘Ellaone (ulipristal)’”, nel senso che, come altro analogo atto ne aveva reso possibile l’acquisto senza prescrizione medica alle donne maggiorenni, estende tale possibilità alle minorenni.

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Giambattista Vico e la verita’ del diritto

Giambattista Vico e la verita’ del diritto

Intervento del prof. Mauro Ronco, presidente del Centro Studi Livatino e membro del Comitato Nazionale per la Bioetica, al convegno “Conservatori del futuro”, tenutosi a Napoli il 21 ottobre 2023.*

1Il ripristino della verità del diritto. – Al termine dell’autobiografia[1], Giambattista Vico, scrivendo in terza persona, dichiara lo scopo perseguito con l’opera Princìpi di una scienza nuova[2] “[…] con la qual opera il Vico, con gloria della cattolica religione, produce il vantaggio alla nostra Italia di non invidiare all’Olanda, l’Inghilterra e la Germania protestante i loro tre prìncipi di questa scienza, e che in questa nostra età nel grembo della vera Chiesa si scuoprissero i princìpi di tutta l’umana e divina erudizione gentilesca”[3]. Vico, come scrive al Cardinale Lorenzo Corsini, poi assurto al trono pontificio con il nome di Clemente XII[4], aveva speso 25 anni di continua e aspra meditazione per concludere la prima stesura dell’opera[5].

L’intento di Vico è ristabilire la verità cattolica – e, prima ancora, la verità filosofica – in ordine al diritto. L’intento fu perseguito per tutta la vita con l’immensa produzione scientifica, in particolare con il De universi iuris uno principio et fine uno[6]e con le tre stesure della Scienza Nuova[7]continuamente arricchite e migliorate affinché la riscoperta del vero diritto divenisse chiara agli spiriti che brancolavano incerti nel dubbioso inizio del XVIII secolo. Per fugare ogni equivoco: non che la verità in ordine al diritto sia di fede; è una verità di ordine naturale a cui perviene la ragione ben formata e scevra dalle passioni. Ma è una verità che la rivoluzione protestante aveva impugnato e che i cattolici avrebbero dovuto riproporre nell’ambito della Chiesa per il bene della società e dello Stato.

Il filosofo e giureconsulto napoletano riscopre il fondamento del diritto naturale delle nazioni nel desiderio naturale “[…] che hanno naturalmente tutti gli uomini di vivere eternamente; il qual comun desiderio della natura umana esce da un senso comune, nascosto nel fondo dell’umana mente, che gli animi umani sono immortali”[8]. Il diritto naturale delle nazioni “[…] è certamente nato coi comuni costumi delle medesime; né alcuno giammai al mondo fu nazion d’atei, perché tutte incominciarono da una qualche religione”[9].

Anche la vana scienza delle nazioni gentili, fondata sul culto di divinità false, nasconde – secondo Vico – “[…] due gran princìpi di vero, uno che vi sia provvedenza divina che governi le cose umane, l’altro, che negli uomini sia libertà d’arbitrio, per lo quale se vogliono e vi si adoperano, possono schivare ciò che senza provvederlo, altramenti loro appartenerebbe. Dalla qual seconda verità viene di seguíto che gli uomini abbiano elezione di vivere con giustizia; il quale comun senso è comprovato da questo comun desiderio che naturalmente hanno gli uomini delle leggi, ove essi non sien tòcchi da passione di alcun propio interesse di non volerlo”[10].

L’umanità, pertanto, sempre e in ogni luogo, ha retto le sue consuetudini di vita “[…] sopra questi tre sensi comuni del genere umano: primo che vi sia provvedenza; secondo, che si facciano certi figliuoli con certe donne, con le quali siano almeno i princìpi d’una religion civile comuni, perché da’ padri e dalle madri con uno spirito, i figliuoli si educhino in conformità delle leggi e delle religioni tra le quali sono essi nati; terzo, che si seppelliscano i morti”[11].

L’esperienza storica dimostra, infatti, che mai vi fu al mondo nazione di atei; che mai vi fu al mondo nazione in cui la sessualità non si “[…] celebrasse altri che concubiti vaghi, come fanno le bestie”[12]; che mai vi fu al mondo nazione in cui fosse invalsa la pratica di lasciare insepolti i cadaveri dei propri congiunti[13].

Nella Scienza Nuova del 1744 Vico riprende il tema rilevando che nella “[…] densa notte di tenebre ond’è coverta la prima da noi lontanissima Antichità”[14] è apparso questo lume della verità che, essendo il nostro mondo di nazioni fatto dagli uomini, i princìpi del diritto naturale si debbono ritrovare “[…] dentro le modificazioni della nostra medesima Mente Umana”[15].

E le cose su cui tutte le nazioni in ogni luogo hanno perpetuamente convenuto e su cui tutti gli uomini convengono, “[…] quantunque per immensi spazj di luoghi, e tempi tra loro lontane divisamente fondate”[16], concernono la custodia “[…] di questi tre umani costumi: che tutte hanno qualche religione; tutte contraggono matrimonj solenni; tutte seppelliscono i loro morti: nè tra nazioni quantunque selvagge, e crude si celebrano azioni umane con più ricercate cerimonie, e più consagrate solennità che religioni, matrimonj e seppolture”[17].

Poiché le idee uniformi, sorte tra popoli sconosciuti tra loro, debbono avere un principio comune di Vero (Degnità XIII)[18], consegue che dalla religione, dai matrimoni e dal culto degli antenati ebbe inizio l’incivilimento dell’umanità; e perciò si debbono “[…] santissimamente custodire da tutte; perché ‘l Mondo non si infierisca, e si rinselvi di nuovo”[19].

2. La sfida protestante del giusnaturalismo laico. – La rivoluzione protestante – piantata sul principio fallace della sola fides – sfiduciò la ragione e revocò in dubbio la certezza razionale dell’esistenza di Dio e della sua guida provvidente nella storia delle Nazioni.

L’opera di Vico è inscritta nel cerchio della Provvidenza divina. Il suo significato, da interpretarsi unicamente nel senso dell’ortodossia cattolica, sta “[…] nell’aver il Vico sviluppato, come nessuno prima di lui, il messaggio cristiano dell’intimità di Dio all’uomo, che è poi il messaggio fondamentale e riassuntivo della rivelazione evangelica, quello cioè dell’amore e della paternità divina; non alzandosi a contemplarlo nella sua sublime manifestazione secondo il piano della redenzione, compito della sacra teologia, ma mirandolo, per la filosofia, nell’ordine della creazione; e neppure seguendolo e sottolineandolo nell’ambito dei singoli, […] ma ricercandolo e ponendolo in rilievo nella vita della collettività umana, nella storia dell’umano incivilimento” [20].

La filosofia del diritto degli autori protestanti, approfittando delle falle già in precedenza aperte dal nominalismo nell’edificio concettuale del diritto, sostituì così al diritto naturale classico un fantasioso diritto innaturale, poi chiamato giusnaturalismo. L’elaborazione confusa di questo manufatto falso darà corpo a un apparato sempre più contraddittorio, connotato dalla laicità, cioè dalla separazione del diritto da Dio e dalla Sua Legge. Tale contraffazione pseudo-filosofica sfocerà poi, secondo una scansione logica inesorabile, nel labirinto senza vie d’uscita del positivismo giuridico, che per due secoli e più offuscherà la naturale giuridicità dell’uomo[21].

Le guerre di religione; gli interessi territoriali e di potere delle dinastie europee; i rovinosi eventi militari si intrecciano con lo sviluppo della costruzione laica del giusnaturalismo.

Il periodo decisivo del sovvertimento corre dagli ultimi decenni del ‘500 alla pace di Westfalia, in cui definitivamente la Cristianità si sgretola. I Trattati del 1648 ne certificano la fine[22]. Da quel momento, le potenze cattoliche – per vero l’Impero, e, soprattutto, le Spagne con Napoli – sono costrette sulla difensiva, estenuate dall’onere insostenibile di resistere alla furia distruttiva delle nazioni protestanti, spesso alleate con il Regno di Francia, nonché, sul fronte meridionale, alla minaccia sempre incombente dell’Islam.

Nello stesso contesto di tempo, i giuristi protestanti – in Germania, in Olanda e in Inghilterra – demoliscono la concezione universalista del diritto delle genti, che aveva avuto origine nella gloriosa seconda scolastica spagnola[23], il cui fondamento è la legge eterna dell’ordine, essa soltanto idonea a ordinare secondo giustizia la società umana.

Già il legista francese Jean Bodin aveva posto le premesse costituzionali della frattura protestante, proclamando il perverso principio della sovranità superiorem non recognoscens: né la legge di Dio sopra di sé, né, sotto di sé, le legittime autonomie delle comunità politiche, civili e familiari limitano più il potere sovrano[24].

Il punto di partenza di questo sviluppo è ancora cauto in Ugo Grozio, eretico olandese[25]: siamo prima di Westfalia e le potenze protestanti hanno appena subito la cocente sconfitta alla Montagna Bianca[26].

Grozio pubblica nel 1625 il grande trattato De iure belli ac pacis[27]L’impianto è ancora tradizionale. Vico, pur rispettandone la solidità scientifica, rileva in vari punti del De universi iuris varie mende filologiche, nonché l’erroneità di alcuni suoi rilievi al diritto romano[28].

Vico, però, denuncia la frattura decisiva con la tradizione consumata da Grozio nel § 11 dei Prolegomena, in cui, per la prima volta, sia pure in modo cauto, si afferma che l’intero edificio del diritto, pubblico e privato, potrebbe sussistere anche se Dio non esistesse e anche se la Provvidenza divina non si curasse delle cose del mondo[29].

I giuristi protestanti, come detto, elaborano un impianto fantasioso di diritto naturale, basato sull’ipotesi convenzionale dello stato di natura a-sociale e del contratto sociale, al fine di abbandonare, nella prospettiva di Thomas Hobbes – o di conferire, secondo la gran parte degli altri – tutto il potere al sovrano. Quel sovrano absolutus che Bodin e la scuola dei legisti francesi – non meno che Niccolò Machiavelli[30] – avevano già liberato dall’obbedienza a Dio e alla legge morale.

Nel 1642 Thomas Hobbes pubblica il trattato De cive, ove per la prima volta risuona il grido empio contro uno dei caposaldi della filosofia politica aristotelico-tomista e, in realtà, di ogni vera filosofia politica. L’uomo non sarebbe un animale sociale per natura, poiché il suo consociarsi con gli altri sarebbe determinato da ragioni esclusivamente contingenti e utilitarie[31].

Nel 1672 il protestante sassone Samuel von Pufendorf, accentuando l’inclinazione razionalistica di Grozio e accogliendo l’ipotesi antiteologica hobbesiana dello stato di natura, pubblica il De Jure Naturae et Gentium libri octo[32]Le varie teorie del giusnaturalismo sono ivi compendiate con un certo ordine sistematico: dalla teoria dello stato di natura – egli vuole apparire meno pessimista di Hobbes e i violenti e licenziosi di quello diventano in lui i destituti allo sbaraglio sulla scena del mondo, ma sia i violenti che i destituti convengono nel cedere tutto il potere al sovrano – alla teoria del contratto sociale, con il quale, per garantirsi la sopravvivenza, gli uomini si sottomettono al sovrano; dalla teoria della superiorità dello Stato sulla Chiesa alla teoria del primato della coscienza individuale sulla verità della legge naturale e sul certo della legge civile.

3. La Scienza Nuova come risposta alla sfida protestante. – Si è ricordato in apertura lo scopo perseguito da Vico con la sua opera, racchiuso in ciò, che i veri princìpi del diritto delle genti fossero riscoperti nel grembo della vera Chiesa.

Nel I Libro della Scienza Nuova del 1725, Vico focalizza con maggiore ampiezza lo scopo dell’opera nella necessità di ritrovare la scienza del diritto naturale delle genti. La scienza è “nuova” perché mai ne è stata fornita una nozione organica che parta dall’esperienza della storia; ma non è “nuova” come se fosse fattura del genio creatore di un individuo isolato. Infatti è una scienza che va ritrovata; di essa infatti già ebbero nozione nell’antichità i giureconsulti romani che la ricevettero dai loro antenati. Tale scienza è definibile secondo gli autori romani come il: “Diritto ordinato dalla provvedenza divina coi dettami di esse umane necessità o utilità, osservate egualmente appo tutte le nazioni”[33].

Questa scienza è stata tradita dai giusnaturalisti protestanti che hanno gettato l’uomo in balìa di se stesso, senza coscienza – cioè senza memoria della legge di Dio –, in uno stato di natura artificiosamente inventato per giustificare l’appropriazione di tutti i poteri da parte del sovrano in cambio della sua protezione: quel sovrano absolutus che già Bodin aveva delineato come la figura di riferimento politico dei tempi nuovi e che Machiavelli aveva osservato nelle sue perverse trame per conquistare o conservare il potere. L’obiettivo perseguito fu distruggere la Cristianità: staccare il diritto dal fondamento in Dio e consegnare tutto il potere ai sovrani, padroni e signori delle varie confessioni in cui sin da subito il movimento protestante si era frantumato; despoti anche delle coscienze dei loro sudditi secondo la formula empia cuius regio eius religio[34].

Vico vuol compiere l’ardua ed esaltante impresa di riscoprire la verità tradita. Egli non lavora per vanità propria, ma per la gloria della Cristianità. In un passo del De constantia juris prudentis egli rimprovera infatti Cartesio e Malebranche per aver ritenuto che lo studio approfondito della filologia non si addicesse al filosofo. Attitudine che, se praticata senza moderazione “[…] conduce alla perdizione le repubbliche cristiane”. Se i due filosofi citati “[…] avessero studiato in nome della cristianità anziché a favore della loro privata gloria di filosofi, avrebbero dovuto sforzarsi di spingere tanto innanzi lo studio della filologia, da riportarla ai princìpi della filosofia”[35]. Onde la pretesa di fondare la verità, la scienza, la conoscenza senza previamente guardare alle cose e a ciò che esse contengono è pretesa fallace. La verità delle cose sta prima del pensiero. Il cogito è soltanto la constatazione della presenza di me a me stesso, ma non fornisce alcuna penetrazione della mia essenza, non mi consente di conoscere la verità dell’oggetto: dunque, è impossibile costruire una scienza sulla sabbia dell’immediata percezione individuale.

Vico focalizza in varie lettere a eminenti personalità cattoliche la decadenza del secolo per essersi allontanato dalla verità. Così, in una lettera dei primi del 1726, definisce con frase presa da Tacito il carattere del secolo: corrumpere et corrumpi saeculum vocatur[36]. La cultura europea è disgustata per il suo libro perché “[…] è lavorato sull’idea della provvedenza, si adopera per la giustizia del genere umano e richiama le nazioni a severità”[37]. La critica alle filosofie di moda, oscillanti tra Epicuro e Cartesio, è implacabile. Onde “[…] o abbandonatosi alla cieca fortuna o lasciandosi strascinare dalla sorda necessità, poco se non pur nulla si cura con gli sforzi invitti di una elezion ragionevole di regolare l’una o di schivare, ed ove non possa, almeno di temprar l’altra”[38]. Contro i giansenisti rileva che: “In odio della probabile s’irrigidisce in Francia la cristiana morale […]”; contro il libero esame denuncia che “[…] dal vicino Settentrione e gran parte della Germania lo spirito interno di ciascheduno si fa divina regola delle cose che si deon credere”[39]. Nell’Inghilterra “[…] incerta nelle religioni”[40], ma severa nelle massime e dissoluta nel praticarle “[…] a tempi propi dà fuori il Locke, il quale si studia stabilire la metafisica della moda e vuole sposare Epicuro con la platonica”[41].

In altra lettera del gennaio 1726 si duole che più non si studino le lingue greca e latina e che gli ingegni dei filosofi siano intiepiditi “[…] col metodo di Cartesio, per lo qual, solo paghi della lor chiara e distinta percezione, in quella essi senza spesa o fatiga ritrovano pronte ed aperte tutte le librarie”[42].

In altra lettera del 1729 si riscontrano la critica al cartesianesimo insieme al dolore per l’abbandono della metafisica. Gli studi, fatti tutti “[…] di metodi e di critiche […]”[43] “[…] disperdon affatto l’intendimento, di cui propio è di veder il tutto di ciascheduna cosa e di vederlo tutto insieme, ché tanto propiamente sona «intelligere», ed allora veramente usiam l’«intelletto» […]”[44]. Si trascura la virtù dell’ingegno, “[…] l’unico padre di tutte le invenzioni”[45] e si abbandona l’“arte topica”[46], che sola è in grado di fornire al giudizio una critica basata sull’esperienza. In questo modo, una volta che l’intelletto si è saziato di questa operazione “[…] che dicon «metodo»”[47], la mente umana “[…] è sterilita e sfruttata né ha ritrovato alcuna cosa più di rimarco”[48].

La critica della metafisica è sfociata nello scetticismo. Ma questo “[…] mettendo in dubbio la verità, la qual unisce gli uomini, li dispone ad ogni motivo di propio piacere o di propia utilità che sieguano il senzo proprio, e sì dalle communanze civili li richiama allo stato della solitudine”[49].

La responsabilità dello scetticismo va ascritta alla filosofia di Cartesio. Il criterio della verità chiara e distinta non è definito e si confonde colla percezione immediata inquinata dalla passione individuale. Questa percezione sconosce “[…] le verità nate dentro di noi medesimi”[50]; non tiene in alcun conto le cose che si debbono raccogliere dal di fuori, “[…] che bisognano ritrovarsi con la topica per fermare il verisimile, il senso comune e l’autorità del gener umano; e perciò si disappruovano gli studi che a ciò bisognano, che sono quelli degli oratori, degli storici e de’ poeti e delle lingue nelle quali essi parlarono”[51].

4. La Scienza Nuova come risposta di carità al bisogno di verità del tempo. – La Scienza Nuova è la risposta d’amore all’odio contro la metafisica che la cultura europea compì, sotto la dittatura protestante, nei due secoli succeduti alla rivoluzione del 1517. La ragione, il bene più prezioso che ci sia stato dato dalla creazione di Dio, viene svalutata e derisa. La Scienza Nuova è la risposta sublime alla demolizione del vero concetto del diritto, fondato sulla metafisica e, conseguentemente, alla distruzione della Cristianità, da cui seguirà, inevitabilmente, l’annichilimento degli Stati e della vita civile.

L’attitudine della mente, del cuore e dell’animo di Vico è commovente. Mentre egli infaticabilmente si applica alla sua opera immensa, le battaglie politiche e militari che la cattolicità ha combattuto sono ormai tutte perdute. I tercios ispanici e napoletani, che mai si erano piegati sul fronte dell’onore, sono stati frantumati dalle soverchianti forze nemiche; sugli oceani sventolano le bandiere olandesi delle due Compagnie delle Indie, orientale e occidentale, che hanno il monopolio sui traffici e la giurisdizione sulla tratta degli schiavi, riempiendo le Americhe di schiavi e non più popolandole con uomini e donne intenzionati a unirsi con i nativi per costruire insieme con loro una nuova Cristianità[52].

Resta però ferma in Vico la convinzione che v’è ancora una guerra da combattere, quella della verità, a cui egli generosamente si dedica nella certezza che questa guerra va combattuta al contempo per la verità metafisica e per la vera religione.

Egli vuole scongiurare il ricorso, cioè il ritorno alla barbarie provocato dalla malizia degli ingegni sottili; ricorso che egli intravede profeticamente nella Scienza Nuova del 1743. Nella parte finale dell’opera, che si conclude con tratti di altissimo pathos, Vico descrive la condizione di inaudito disordine in cui sta calando il mondo moderno nella fase prettamente ‘illuministica’, fase che prelude al ricorso. Nella grande tribolazione la Provvidenza risponde all’estrema degradazione di un popolo con un estremo rimedio: che gli uomini “[…] storditi e stupidi”[53] per le “[…] malnate sottigliezze degli ingegni maliziosi”[54], che li avevano ridotti a “[…] fiere più immani con la barbarie della riflessione, che non era stata la prima barbarie del senso”[55], più non sentano “[…] agi, dilicatezze, piaceri, e fasto, ma solamente le necessarie utilità della vita: e nel poco numero degli uomini al fin rimasti, e nella copia delle cose necessarie alla vita, divengano naturalmente comportevoli; e per la ritornata primiera semplicità del primo Mondo de’ popoli, sieno religiosi, veraci, e fidi; e così ritorni tra essi la pietà, la fede, la verità, che sono i naturali fondamenti della giustizia, e sono grazie, e bellezze dell’ordine Eterno di Dio”[56].

5. Conclusione. – Soltanto la presenza della Provvidenza nella storia consente di coglierne la cifra profonda. Questa la missione di Vico. Egli offre la sua opera nella Chiesa ai filosofi, ai giuristi e agli uomini politici affinché sappiano ritrovare le tracce della legge eterna di Dio e della sua opera provvidente nella vita delle nazioni.

In questa luce si comprende la profezia di Vico a riguardo degli effetti nefasti dei sistemi del giusnaturalismo moderno. Già il giusnaturalismo palliato di Grozio, pur ancora imbevuto di riferimenti filologici alle fonti della sapienza giuridica tradizionale, è inficiato dall’“etsi daremus” dei Prolegomeni, come se l’edificio del diritto potesse sussistere senza Dio e la sua Provvidenza. Invero, senza alcuna religione gli uomini “mai convennero in nazione”[57] e nelle cose morali non si può avere “certa scienza”[58] “senza la scorta delle verità astratte della metafisica, e quindi senza la dimostrazione di Dio”[59]. L’istanza laica diventa radicale con Pufendorf. Egli, infatti, parte da “un’ipotesi affatto epicurea ed obbesiana (che in ciò è una cosa stessa) dell’uomo gittato in questo mondo senza cura ed aiuto divino”[60].

Il giusnaturalismo laico non guardò la Provvidenza nello stabilire i suoi princìpi. Non si accorse pertanto che il diritto naturale non è stabilito per massime di filosofi e di giureconsulti, ma è eterno nella sua idea. I suoi autori pensarono erroneamente che il diritto naturale mai fosse esistito nel mondo e che fosse nato dalle loro massime. Al contrario, il diritto naturale eterno era già stato riconosciuto dai giureconsulti romani come ordinato dalla Provvidenza divina; quel diritto naturale fu conosciuto dalle nazioni, anche barbare e ignoranti, perché intrinseco ai costumi di quelle di esse che riconoscevano la dipendenza della storia da Dio.

Una cosa – dichiara Vico – è il diritto naturale che vive nei costumi dei popoli; altra e diversa cosa il “diritto naturale ragionato dalla setta de’ morali filosofi”[61].

Il primo errore fu l’oblio di Dio e della Provvidenza divina.

Il secondo errore fu la superficialità filologica, che non consentì ai giusnaturalisti di vedere il diritto universale ed eterno in ciò: “che egli è appo tutte le nazioni uniforme, quantunque sien surte e incominciate in tempi tra loro differentissimi, ovunque se ne dieno le medesime occasioni delle stesse umane bisogne, sopra le quali egli ha costanti le sue origini e i suoi progressi”[62]. Le utilità – i bisogni, le necessità, le contingenze – sono variabili e cangianti. Ma le utilità sono soltanto le occasioni di diritto: la sua causa è la giustizia. Questa è sempre dipendente dalla verità eterna: “l’utilità non fu madre del diritto, e non lo furono nemmeno né la necessità, né il timore né il bisogno, come piacque di dirlo a Epicuro, al Machiavelli, all’Hobbes, allo Spinoza e al Bayle; l’utilità fu soltanto l’occasione per la quale gli uomini, sociali e compagnevoli per propia lor natura, ma pel peccato originale divisi, deboli e bisognosi, vennero a costituirsi in società ed a soddisfare ai loro compagnevoli e naturali impulsi”[63].

Il terzo errore fu la separazione incongrua tra il diritto pubblico e il diritto privato. Tanto Grozio quanto, soprattutto, Pufendorf trattano del diritto naturale delle genti “assai meno che per metà”[64] perché ragionano esclusivamente del diritto che attiene alla conservazione dell’intero genere umano, ma non del diritto che riguarda la conservazione di ciascun uomo all’interno di ciascun popolo. Sussiste infatti una profonda unità del diritto, che nasce dalle inclinazioni naturali dapprima semplicemente a conservarsi in vita e, poi e soprattutto, a conservarsi secondo il desiderio naturale del bene e infine a unirsi in matrimoni per generare figli e per educarli al bene dopo averli generati nella vita fisica.

Fu il diritto naturale vivente all’interno delle città a disporre i popoli a riconoscersi mutualmente nella comune umanità, in quella comunità del senso comune nel vero che fece sì che si dessero leggi “conformi a tutta la loro umana natura”[65] e sopra “un cotal senso comune le riconoscessero leggi dettate dalla provvedenza e quindi le riverissero sulla giusta oppenione d’esser leggi dettate da Dio”[66].

L’opera di Vico è stata gravemente travisata in Italia dalle interpretazioni, nella seconda metà dell’800, di Francesco De Sanctis, che fu nell’Italia liberale l’interprete ateista dell’intera letteratura e filosofia italiana, il quale colse infondatamente in Vico null’altro che spunti di uno storicismo immanentista[67] e, successivamente, nei primi del ‘900 dei filosofi idealisti Benedetto Croce[68] e Giovanni Gentile, secondo cui la verità o, più semplicemente, l’idea si identifica per Vico con il soggetto[69].

Egli, invece, profondamente radicato nella Chiesa e nella verità delle cose, ha legato ai cattolici un dono inestimabile, conferendo loro il mandato di operare per il riscatto della Cristianità nella verità del diritto e per la gloria di Dio santissima Trinità.

Coloro che hanno conservato e promosso – come don Félix Lamas e la sua scuola nell’ambito di una Facoltà di diritto che è rimasta fedele ai suoi statuti cattolici – l’eredità integrale di San Tommaso d’Aquino, potranno con miglior scienza della mia proseguire gli studi su Giambattista Vico, scoprendone i tesori ancora nascosti.

*Articolo pubblicato per la prima volta al link https://conservatorismolab.alleanzacattolica.org/giambattista-vico-e-la-verita-del-diritto/.


[1] G.B. Vico, Vita scritta da se medesimo (1723-1728) con Aggiunta fatta da Vico alla sua autobiografia (1731), in Id., Opere, a cura di A. Battistini, Milano, 2005, 3-60, 61-85.

[2] G.B. Vico, Princìpi di scienza nuova intorno alla natura delle nazioni per la quale si ritruovano i princìpi del diritto naturale delle genti, 1° ed. 1725, in La scienza nuova. Le tre edizioni del 1725, 1730 e 1744, a cura di M. Sanna, V. Vitiello, Milano, 2012/2013, 37-327.

[3] Vico, Vita scritta da se medesimo (1723-1728), cit., 60, ove i tre prìncipi della scienza giuridica ad modum dei protestanti sono naturalmente l’olandese Ugo Grozio (1583-1645), l’inglese John Selden (1584-1654) e il germanico Samuel Pufendorf (1637-1694).

[4] Lorenzo Corsini nacque a Firenze il 7 aprile 1652. Fu eletto papa il 12 luglio 1730. Assunse il nome di Clemente XII e morì il 6 febbraio 1740.

[5] Vico, Lettera di accompagnamento della prima Scienza Nuova al Cardinale Lorenzo Corsini in Roma, 20 novembre 1725 da Napoli, in Id., Opere, a cura di A. Battistini, cit., 313-314.

[6] G.B. Vico, De universi iuris uno principio et fine uno, Liber unus, De universi iuris uno principio et fine uno, Liber alter, De constantia iurisprudentis, 1720, in Opere giuridiche. Il diritto universale, a cura di P. Cristofolini, Firenze, 1974.

[7] Le tre edizioni risalgono rispettivamente al 1725 (cit. n. 2), al 1730 (Cinque libri di Giambattista Vico de’ principj d’una scienza nuova d’intorno alla comune natura delle nazioni in questa seconda impressione. Con più propria maniera condotti, e di molto accresciuti. Alla santità di Clemente XII dedicati, in Napoli, MDCCXXX, in La scienza nuova. Le tre edizioni del 1725, 1730 e 1744, cit., 351-774) e al 1744 (postuma, Principj di scienza nuova di Giambattista Vico d’intorno alla comune natura delle nazioni in questa terza impressione, dal medesimo Autore in un gran numero di luoghi corretta, schiarita e notabilmente accresciuta, ivi, 779-1264).

[8] Vico, Scienza nuova (1725), cit., 43.

[9] Ibidem.

[10] Ibidem, 44

[11] Ibidem.

[12] Ibidem.

[13] Ibidem.

[14] Vico, Scienza Nuova (1744), cit. n. 7, 894.

[15] Ibidem.

[16] Ibidem, 895.

[17] Ibidem.

[18] Ibidem, 861.

[19] Ibidem, 895.

[20] F. Amerio, Introduzione allo studio di G.B. Vico, Torino, 1947, 275.

[21] Insegna F.A. Lamas, El hombre y su conducta, Buenos Aires, 2013, che tutte le proprietà dell’uomo derivano dalla sua indole di spirito incarnato. Tra esse merita considerare certe formalità degli atti umani che riguardano la sua moralità e socialità. Queste formalità danno vita a un complesso di proprietà, intermediarie tra la natura specifica del soggetto sussistente e i suoi accidenti individuali, in ordine alla sua determinazione reale, per cui l’uomo può essere definito come animale morale, sociale, giuridico, politico (149).

[22] I Trattati di Westfalia posero termine alla complessa guerra dei Trent’anni che, nell’incrociarsi di guerre per motivi dinastici e di controllo territoriale, fu essenzialmente la guerra di religione tra i cattolici e i protestanti, il cui esito dette luogo formalmente alla fine della Cristianità e all’inizio del sistema dell’equilibrio delle potenze europee. Si ebbero così due Trattati: l’Instrumentum pacis Osnabrugense (8 agosto 1648) e l’Instrumentum pacis Monasteriense (17 settembre 1648), firmati assieme a Münster il 14-24 ottobre 1648. I Trattati non ebbero il consenso del pontefice Innocenzo X, che si lamentò dell’umiliazione subita dal Papato per la disposizione di beni ecclesiastici fatta dagli Stati con la bolla Zelo domus Dei del 26 novembre 1648, che non trovò ascolto.

[23] Si citano qui per tutti i due grandi teologi e filosofi della Scuola di Salamanca: Francisco de Vitoria, op. (1483/1486-1546), il quale nelle Relectiones (De jure belli Hispanorum in barbaros, 1532; De indis prior, giugno 1539; De indis posterior sive de iure belli, giugno 1539) proclamò l’uguale dignità di tutti gli uomini ed esclude la legittimità della guerra contro gli indios se non per strapparli ai sacrifici umani nell’esclusivo interesse della loro dignità di uomini. Le Relectiones ebbero molte edizioni: la prima (Lione, 1557) è di undici anni dopo la morte dell’autore. Il padre Alonso Getino ne ha curato una nuova edizione completa: Relecciones teològicas del maestro fray Francisco de Vitoria (3 voll., Madrid, 1933-35); e Domingo de Soto, op. (1494-1560), De iustitia et jure, Antwerpen, 1550.

[24] Jean Bodin (1529 o 1530 – 1596), Les six livres de la République (Paris, 1576) danno corpo alla nuova idea di sovranità in cui la religione è ridotta a strumento della moralità pubblica e la sovranità del potere politico diventa absoluta.

[25] Hugo van de Groot fu un eretico protestante sotto la denominazione arminiana, perseguitato dalla fazione calvinista olandese, radicalmente predestinazionista e condannato al carcere perpetuo, da cui riuscì a fuggire. Vico lo definisce erroneamente “sociniano” (Scienza Nuova 1725, cit. n. 2, 49), probabilmente per le note comuni tra socinianesimo e arminianesimo, sette caratterizzate entrambe dal rifiuto dei dogmi, non soltanto di quello cattolico, ma anche di quelli dei calvinisti, luterani e zuingliani e da una certa inclinazione razionalista.

[26] La battaglia della Montagna Bianca fu combattuta l’8 novembre 1620 e rappresenta lo scontro decisivo nel contesto della fase boema nella guerra dei Trent’anni. Essa si svolse su una collina (Bilá Hora) e oppose le potenze cattoliche dell’Imperatore Ferdinando II e della Lega Cattolica alle truppe della Confederazione boema di Federico V del Palatinato. L’esercito cattolico, comandato dal conte vallone di Tilly si lanciò all’attacco decisivo al grido di “Santa Maria”.

[27] H. van de Groot, De jure belli ac pacis Libri tres in quibus Jus Naturae & Gentium, item Juris Publici praecipua explicantur, Parisiis, 1625, qui citato nell’edizione di Amsterdam (Apud Janssonio-Waesbergios) del 1712.

[28] Accanto al doveroso elogio per l’esimio trattato De jure belli ac pacis (De Universi, cit., 96), numerosi sono i punti in cui Vico critica Grozio [cfr. De Universi, cit., 30; 60: ove lo critica per non aver riconosciuto la distinzione tra l’utilità, come occasione del diritto, e l’onestà, come cagione del diritto e dell’umana società; 74; 76; 92; 154; 676; 678: ove osserva: “Se Ugo Grozio si fosse accorto della diversità che corre tra il diritto naturale delle genti e quello dei filosofi (e su questa diversità molto abbiamo detto nel libro I), non avrebbe biasimato così spesso i giureconsulti romani, ma da sé solo avrebbe proceduto in base ai veri princìpi di tale argomento”].

[29] Il sofisma di Grozio è nei Prolegomena del De jure belli ac pacis, § 11 “et haec quidem quae jam diximus, locum aliquem haberent, etiamsi daremus, quod fine summo scelere dari nequit non esse Deum, aut non curari ab eo negotia humana”. Vico, Scienza Nuova (1725), cit. n. 2: “[…] Imperciocché Grozio, per lo stesso troppo interesse che egli ha della verità, con errore da non punto perdonarglisi né in questa sorta di materie né in metafisica, professa che ‘l suo sistema regga e stia fermo anche posta in disparte ogni cognizione di Dio: quando senza alcuna religione di una divinità gli uomini non mai convennero in nazione; e, siccome delle cose fisiche, o sia de’ moti de’ corpi, non si può avere certa scienza senza la guida delle verità astratte dalla matematica, così delle cose morali non si può averla senza la scorta delle verità astratte dalla metafisica, e quindi senza la dimostrazione di Dio” (48).

[30] N. Machiavelli (1469-1527), De principatibus, Roma, 1532 [Il principe].

[31] T. Hobbes (1588-1679), Elementa philosophica De Cive, uscito in prima edizione a Parigi in forma privata nel 1642, in seconda edizione ad Amsterdam nel 1647, tr. it. Elementi filosofici sul cittadino, in Opere politiche di Thomas Hobbes, a cura di N. Bobbio, I, Torino, 1988. Il grido empio così suona nell’originale in lingua latina: “Eorum qui de rebus publicis aliquid conscripserunt, maxima pars vel supponunt, vel petunt, vel postulant, Hominem esse animal aptum natum ad societatem, Graeci dicunt ζῷον πολιτιϰόν, eoque fundamento ita superaedificant doctrinam civilem, tanquam si ad conservationem pacis, & totius generis humani regimen, nihil aliud opus esset, quam ut homines in pacta & conditiones quasdam, quas ipsi jam tum leges appellant, consentirent. Quod axioma, quamquam à plurimis receptum, falsum tamen; errorque à nimis levi naturae humanae contemplatione profectus est. Causas enim, quibus homines congregantur, & societate mutuâ gaudent, penitius inspectantibus facile constabit, non ideo id fieri, quod aliter fieri naturâ non possit, sed ex accidente».

[32] S. von Pufendorf, De Jure Naturae et Gentium libri octo, Lund, 1672.

[33] Vico, Scienza Nuova (1725), cit. n. 2, 48.

[34] Come si designò l’obbligo dei sudditi di seguire la religione dei loro sovrani a seguito della pace di Augusta del 1555.

[35] Vico, De constantia juris prudentis, in Opere giuridiche, cit., 398.

[36] Vico, Lettera all’Abate Esperti in Roma da Napoli ai primi del 1726, in Opere, cit., 322.

[37] Ibidem, 323.

[38] Ibidem, 323.

[39] Ibidem.

[40] Ibidem, 324.

[41] Ibidem.

[42] Vico, Lettera al Padre de Vitry da Napoli il 20 gennaio 1726, in Opere, cit., 327.

[43] Vico, Lettera a Francesco Saverio Estevan da Napoli il 12 gennaio 1729, in Opere, cit., 331.

[44] Ibidem.

[45] Ibidem.

[46] Ibidem, 332.

[47] Ibidem.

[48] Ibidem.

[49] Ibidem.

[50] Ibidem, 335.

[51] Ibidem.

[52] La Compagnia delle Indie Occidentali ebbe il monopolio sui traffici con le Indie Occidentali e la giurisdizione sulla tratta degli schiavi in Africa, Brasile, Caraibi e Nord America per dettato della Repubblica delle Sette Provincie Unite del 1621. Essa si affiancò alla Compagnia Olandese delle Indie Occidentali, attiva nei territori coloniali olandesi dal 1602. I profitti delle due Compagnie furono immensi e segnarono l’apice dell’egemonia capitalistica olandese basata sull’accumulazione del denaro e sul dominio politico (sul punto cfr. G. Arrighi, Il lungo XX secolo. Denaro, potere e le origini del nostro tempo, Milano, 1996, passim e soprattutto, 97 – 174). Fu abbattuto il principio della civilizzazione dei popoli indiani tramite la territorializzazione, cioè il popolamento e l’unione dei coloni europei con le popolazioni indigene, per fare invece posto al principio opposto della depredazione delle ricchezze per l’accumulazione capitalistica. Né va dimenticato che una parte consistente dei profitti che rese possibile l’egemonia capitalistica olandese e, poi, inglese derivava “dalla pressione fiscale rovesciata imposta alla Spagna imperiale mediante la pirateria e la corsa” (Arrighi, cit., 219).

[53] Vico, Scienza Nuova (1744), cit. n. 7, 1261.

[54] Ibidem.

[55] Ibidem.

[56] Ibidem.

[57] Vico, Scienza Nuova (1725), cit. n. 2, 49.

[58] Ibidem.

[59] Ibidem.

[60] Ibidem.

[61] Ibidem, 51.

[62] Ibidem.

[63] Vico, De universi, cit., Capitolo XLVI, 60.

[64] Vico, Scienza Nuova (1725), cit. n. 2, 52.

[65] Ibidem.

[66] Ibidem.

[67] F. De Sanctis (1817-1883), Storia della letteratura italiana (1870), a cura di N. Gallo, Torino, 1966.

[68] B. Croce (1866-1952), La filosofia di G.B. Vico, Bari, 1911.

[69] G. Gentile (1875-1944), Sistema di logica come teoria del conoscere, II, Bari, 1923, 252.

Considerazioni sul tema della “dignità umana”, in vista della possibile istituzione di una giornata mondiale

Considerazioni sul tema della “dignità umana”, in vista della possibile istituzione di una giornata mondiale

1. La dignità umana come fondamento dei diritti dell’uomo. – 2. La dignità umana come valore assoluto e non negoziabile. – 3. La dignità umana come valore indisponibile. – 4. Carattere assoluto del valore della dignità umana e suoi contenuti storici. – 4.1. Contenuti consolidati. – 4.2. Contenuti in via di definizione. – 5. La sussidiarietà orizzontale come manifestazione della dignità della persona nei rapporti coi pubblici poteri. – 6. Efficienza e utilità come elementi estranei al perimetro della dignità della persona umana. – 7. Il ruolo degli accademici a sostegno della dignità della persona.   

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