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1. Il “caso Umbria” ha costituito l’occasione perché il ministro della Salute Speranza abbia modificato le linee guida ministeriali sull’aborto farmacologico: come è già stato illustrato su questo sito (https://www.centrostudilivatino.it/dal-ministro-speranza-la-definitiva-privatizzazione-dellaborto/), ora la pillola abortiva RU486 potrà essere somministrata fino alla nona settimana senza ricovero ospedaliero.

Numerose autorevoli voci si sono alzate per contestare la validità del nuovo indirizzo, poiché è difficile comprendere come la salute di una donna con una pratica abortiva in corso, dal decorso imprevedibile, sia più tutelata nella solitudine domestica piuttosto che in una struttura sanitaria con assistenza specializzata. Chi si sentirebbe rassicurato se nel bel mezzo di un intervento lo rimandassero a casa a concludere da solo quanto avviato dal medico? Dunque, nel merito il dibattito è aperto.

2. Il “caso Umbria” però merita di essere osservato anche da un altro punto di vista, quello del metodo di conduzione di battaglie politiche su temi eticamente sensibili, perché a suo modo paradigmatico. Nel mese di giugno i media nazionali hanno dato ampio risalto alle contestazioni contro il provvedimento della Giunta regionale umbra, presieduta da Donatella Tesei, che prevedeva il ricovero ospedaliero di tre giorni in caso di aborto farmacologico. Dal momento che la Regione aveva semplicemente applicato le linee guida ministeriali vigenti, giova comprendere il perché di tanto scalpore.

La premessa è che nel dicembre 2018 la precedente Giunta umbra di centrosinistra, ritenendo di esercitare la propria autonomia in ambito sanitario, si era discostata dalle linee guida ministeriali del 2010 e aveva deciso di consentire gli aborti entro sette settimane anche tramite somministrazione di Ru486 in regime di day hospital, e prosecuzione del trattamento con assunzione autonoma di farmaci da parte della paziente nel proprio domicilio.

Nel 2020, durante la fase 1 dell’emergenza sanitaria per Covid-19, al fine evitare rischi di contagio, la giunta Tesei ha poi portando il limite dell’aborto domiciliare fino a nove settimane. L’11 giugno 2020 la stessa Giunta, nella delibera contenente le nuove linee di indirizzo sanitarie per la fase 3 dell’emergenza Covid-19, ha abrogato la previsione dell’aborto in day hospital: in questo si è uniformata alle linee di indirizzo ministeriali, che indicavano per l’Ivg con metodo farmacologico il ricovero ospedaliero in ogni fase fino a completamento della procedura, con tempi variabili e decorso differente per ciascuna donna. Dunque, tale ultimo provvedimento ha ricalcato le prescrizioni dell’art. 8 della legge 194/1978, che prevede che l’ivg sia effettuata da un medico ginecologo in un ospedale generale. Come mai allora si è giunti allo scontro politico, e di conseguenza al nuovo parere del Consiglio Superiore di Sanità, prodromico alla decisone del ministro?

3. Se nella fase acuta dell’emergenza sanitaria la Regione Umbria ha adottato provvedimenti aperti all’aborto domiciliare fino a nove settimane, è pienamente legittimo che nel ritorno a un regime ordinario abbia ripristinato l’aborto farmacologico in condizioni di piena sicurezza per la donna. Questa scelta garantisce sicuramente la più adeguata tutela della salute della madre, ma non cambia la sorte del feto, perché – chirurgico o farmacologico – sempre di aborto si tratta.

Alla luce di questa elementare considerazione hanno sorpreso non poco i toni trionfalistici che hanno fatto seguito al provvedimento regionale da parte di ambienti politici che sostengono la presidenza della Regione. Le forti rivendicazioni di svolta valoriale hanno avuto il solo effetto di sollecitare la reazione violenta di realtà come la Cgil, e a seguire realtà associative femministe, studentesche, partitiche, che hanno recuperato vecchi slogan e cavalcato una battaglia politica ever green, che è culminata in una manifestazione unitaria di piazza, il 25 giugno: essa ha fornito l’occasione per riproporre parole d’ordine cadute in desuetudine da decenni.

Le rivendicazioni dei manifestanti sono state paradossali: diritto all’aborto, come se esso fosse mai stato messo in discussione; diritto alla sanità pubblica, come se un ricovero ospedaliero lo contraddicesse; attacchi alla Chiesa, che vanno sempre bene. Tutto questo è stato riportato dai maggiori media nazionali come la rivolta dei progressisti illuminati contro la Giunta oscurantista, la resistenza dei paladini dell’autodeterminazione contro il potere maschilista che schiaccia la libertà individuale delle donne.

La presidente Tesei ha fronteggiato il clamore mediatico, anche di rilievo nazionale, ricordando che la scelta unanime della sua Giunta era stata solo quella di uniformarsi alle linee guida ministeriali, ma si è subito detta pronta a modificare il provvedimento non appena queste fossero cambiate. Nessun accenno al piano valoriale, né all’autonomia regionale in materia sanitaria, che giustificasse una deroga a eventuali nuove linee guida ministeriali. Ovviamente questa ultima posizione della Regione passa sui media come un clamoroso dietro front e come una sconfitta politica: il bilancio è negativo non solo nella sostanza, ma anche quanto alla comunicazione istituzionale.

4. Nonostante tutto ciò sia avvenuto in una Regione con un numero di abitanti pari a quelli di un paio di quartieri romani e con un numero di aborti tramite RU486 probabilmente conteggiabili in termini di unità più che di decine, l’aspetto saliente è che il fuoco di paglia acceso per il provvedimento umbro ha spinto con rapidità il ministro Speranza a chiedere al Consiglio Superiore di Sanità di riesaminare le linee guida sull’aborto farmacologico: ora che il nuovo parere è arrivato, la Regione vi si uniforma e ribalta l’impostazione precedente. Le ragioni mediche del parere vanno ancora esaminate nel dettaglio, ma l’esito è certo.

C’è da chiedersi se non fosse stato più opportuno da parte degli ambienti politici che hanno esaltato la decisione della Giunta umbra di giugno limitarsi a esprimere soddisfazione per la miglior tutela della salute della donna, piuttosto che annunciare trionfi valoriali inesistenti, in tal modo innescando la bagarre politico mediatica che ha spostato l’attenzione su un piano fortemente ideologico. Senza che ve ne fosse ragione, visto che non c’è stata nessuna messa in discussione dell’aborto o della legge 194.

La battaglia ideologica da campagna elettorale permanente, non accompagnata da sostanza di provvedimenti in favore delle gestanti, presenza sui media e forze adeguate per condurla fino in fondo, ha ottenuto come risultato di dare il pretesto a un ministro certamente non pro life per modificare le linee guida sull’aborto farmacologico per tutto il paese.

La vicenda conferma – se ve ne fosse bisogno- che la battaglia per il diritto alla vita del concepito deve abbandonare ogni superficiale impostazione, fare i conti con un sistema di informazione che facilmente manipola la comunicazione, spiegare il senso di un determinato provvedimento attraverso una informazione chiara e argomentata, fornire dati e ragioni per un cambiamento, sempre che se ne colgano le ragioni profonde e non le si sostituisca con slogan ideologici. E soprattutto non trascuri quei provvedimenti in favore delle gestanti in difficoltà, pure in teoria previsti dalla 194. La buona politica si riconosce quando vince la prova dei fatti ed evita che gli avversari si coalizzino contro.

Elena Fruganti

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