Grazie alla cortesia di Mons Giampaolo Crepaldi, Arcivescovo di Trieste, pubblichiamo la sua Presentazione al Nono Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel mondo, curato dall’Osservatorio Card. Van Thuan, del quale Mons Crepaldi è Presidente, in collaborazione con il Movimento Cristiano Lavoratori. Il Rapporto viene presentato a Roma il 9 febbraio, secondo il programma che segue.

Presentazione

EUROPA, DOVE LA DEMOCRAZIA NON SA VINCERE SU SE STESSA

 S. E. Mons. Giampaolo Crepaldi[1]

Il Rapporto del nostro Osservatorio, che si avvicina ormai al suo primo decennale, quest’anno è dedicato all’Europa. Potrebbe sorprendere che un Rapporto dedicato ai cinque continenti concentri l’attenzione solo su uno di essi. Dato che il Rapporto fa una cronaca a livello universale, può sembrare una stonatura che il “tema dell’anno” sia limitato ad una sola area del pianeta, l’Europa appunto. Naturalmente, questa perplessità è stata fin da subito presente ai curatori del Rapporto, tenuto anche conto che alcuni Centri di ricerca che vi collaborano hanno sede fuori dei confini dell’Europa. Una motivazione decisiva è però intervenuta a farci decidere per questo tema, nonostante le perplessità ora ricordate. Se l’Europa, dal punto di vista geografico, ha dei confini (anche se non proprio precisi, a dire il vero), e se dal punto di vista geopolitico essa sembra compressa e relativizzata da altre potenze sia ad occidente che ad oriente, come idea esprime una civiltà potenzialmente universale. Parlare dell’Europa, quindi, induce ad affrontare temi non solo europei. Se c’è una crisi dell’Europa, la cosa interessa tutto il mondo.

A ciò si aggiunga che per la Dottrina sociale della Chiesa l’Europa non rappresenta un punto di riferimento casuale. Qui essa è stata originariamente incarnata e per molti versi il rapporto tra Chiesa e mondo così come è stato realizzato in territorio europeo ha un significato ben più vasto. Se questo rapporto dovesse entrare in crisi definitiva – e non possiamo nasconderci che molti sintomi rivelano proprio questo – le ripercussioni negative sarebbero molto fragorose, anche fuori dell’Europa. Non sto dicendo che le vecchie soluzioni europee debbano essere nostalgicamente difese e conservate. Le mie osservazioni riguardano non le soluzioni storiche ai diversi problemi sociali e politici che in Europa sono state sperimentate, ma la struttura del rapporto tra Chiesa e mondo, le sue direttive fondamentali quali sono sempre state intese e articolate dalla Dottrina sociale della Chiesa. Sono queste ad aver bisogno dell’Europa e l’Europa ad aver bisogno di esse.

L’Europa è quindi il teatro di diversi scenari tutti ugualmente importanti per le sorti dell’umanità ed anche per la Chiesa. Ripetutamente i Pontefici ci hanno ricordato l’importanza dell’Europa per l’evangelizzazione e per la nuova evangelizzazione, anche della vita sociale. Da ultimo lo ha fatto papa Francesco, rivolgendosi alla Polonia e ai Polacchi, e tramite loro anche a tutti gli altri, quando nel luglio del 2016 ha ricordato a Varsavia e a Chestochowa il 1050mo anniversario del battesimo della Polonia, avvenuto con la converzione del duca Mieszko nel 966 Se l’evangelizzazione del sociale frena significativamente o si arresta qui in Europa, ciò accadrà in tutto l’Occidente, di cui l’Europa è origine e fondamento, e non solo in Occidente. Ciò senza nulla togliere alla vivacità delle Chiese degli altri continenti, che sono pure impregnate di Magna Europa, e da cui potrà giungere in futuro un grande aiuto anche a riscoprire – Dio non voglia – l’Europa perduta.

Questo IX Rapporto sulla Dottrina sociale della Chiesa nel Mondo, come del resto tutti i precedenti, assume un linguaggio schietto e cerca di esprimere la realtà delle cose, senza sconti in favore del pensiero dominante. Non abbiamo quindi timore ad affermare che il progetto europeo è in gravissima crisi e che solo un radicale ripensamento di metodi e soprattutto di contenuti, potrà – con l’aiuto della Provvidenza – cambiare una situazione che si sta dimostrando molto pericolosa per tutti. Il titolo generale del Rapporto è chiaro nella sua durezza: “La fine delle illusioni”.

Lungo la sua storia, il processo di unficazione europea ha preso strade sbagliate, ma ha anche avuto le occasioni per fare ammenda e rimettersi sulla giusta strada. In modo particolare ciò è accaduto dopo il disfacimento dell’impero comunista nell’Est europeo. Eravamo agli inizi degli anni Novanta del secolo scorso. Qualunque fosse stata la strada di unificazione percorsa fino allora dai Paesi europei, qualunque fossero stati i passi giusti e quelli sbagliati, in quel momento c’erano tutte le condizioni per una radicale registrazione della rotta. Quell’’occasione storica, però, è andata perduta. L’Europa poteva cominciare a respirare a due polmoni, dall’Est potevano arrivare alle stanche società del benessere occidentali stimoli umani e spirituali, Papa Giovanni Paolo II si dedicava all’Europa come ad uno dei temi principali del suo pontificato e instancabilmente, a cominciare dall’enciclica Centesimus annus e dal Sinodo sull’Europa, lavorava per risvegliare nel continente la piena consapevolezza delle proprie ragioni d’essere, giungendo anche a chiedere espressamente che il riferimento a Dio fosse inserito nella Costituzione europea, documento con cui agli inizi degli anni Novanta si voleva, giustamente nelle aspirazioni ma inadeguatamente nei metodi adoperati, ridisegnare i fondamenti del processo di unificazione. In realtà nulla cambiò e si procedette con un allargamento della cooptazione di nuovi Paesi dentro un concerto dalle deboli convinzioni morali e religiose. Si stipulò il Trattato di Maastricht (1972) e si scelse di dar vita all’Unione europea, ma le sua basi dottrinali, valoriali e religiose erano troppo fragili, quando non asservite ad una ideologia occidentalista più che ad un Occidente che trova le sue radici nel cristianesimo. Prevalse l’Europa dei Lumi, prevalse la “ragione strumentale”, prevalse il convenzionalismo dei diritti umani, prevalse l’accentramento e la normalizzazione dall’alto, anziche la sapienza politica della costruzione articolata e sussidiaria dal basso. E questo è continuato anche in seguito, anche con l’ingresso dei nuovi Paesi dell’Europa orientale, creando oggi una nuova frattura al’interno dell’Unione.

Originariamente l’ideale europeo nacque dopo un immane conflitto per congedarsi dagli Stati ideologici. Era un segnale positivo in un momento in cui – eravamo negli anni Cinquanta del secolo scorso – nelle nazioni europee si combatteva ancora una guerra ideologica non guerreggiata. La guerra fredda usava tutti i mezzi e non solo la deterrenza nucleare o lo spionaggio. La guerra fredda si combatteva anche nelle nostre piazze, nelle nostre fabbriche, nelle nostre aule universitarie. L’ideale europeo, allora, risuonò forte e stimolante. E’ vero che in questi decenni il continente europeo non ha conosciuto più guerre ideologiche, ma non si può dire che non abbia più conosciuto lo Stato ideologico, dato che spesso proprio le istituzioni europee – che non sono uno Stato ma che talvolta sembrano voler essere un super-Stato – hanno esercitato una forte pressione, se non una oppressione, proprio di natura ideologica.

Questa Unione europea, caratterizzata dalla prevalenza dell’ideologia dei Lumi, dal predominio della nomenklatura intellettuale e politica secondo l’ideologia del “Manifesto di Ventotene”[2], da una concezione astratta dei diritti senza una visione condivisa dei doveri, ritiene di essere tenuta insieme dalla democrazia e dalla libertà, e pensa addirittura di poter espandere nel mondo la propria democrazia e la propria libertà, quando invece proprio su questo punto essa non è riuscita a vincere su se stessa. Il fallimento delle illusioni europee riguarda proprio il fallimento della sua concezione della democrazia  e della libertà, riguarda quindi la sua essenza. L’errore di fondo è di aver pensato di aver vinto le ideologie del XX secolo con la democrazia formale, procedurale, tollerante tutto fino ad essere intollerante con chi dica che non si può tollerare tutto. E questo errore di fondo continua ad essere presente, anzi si irrobustisce, segno di una insipienza che continua nel tempo. E’ qui che l’Europa dimostra di essere ancora una illusione. Non è certo se sia una illusione finita, è certo che siamo davanti alla fine delle illusioni.

[1] Presidente dell’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân sulla Dottrina sociale della Chiesa, Arcivescovo-vescovo di Trieste e Presidente della Commissione “Caritas in veritate” del Consiglio delle Conferenze Episcopali d’Europa (CCEE).

[2] Si vedano a questo proposito i tre saggi centrali di questo Rapporto e, a questo specifico riguardo, quello di Alfredo Mantovano.

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