Sentenza Cassazione in contrasto con i dati di realtà enunciati dalla Relazione al Parlamento del Dip. antidroga Pres. Consiglio

Sentenza Cassazione in contrasto con i dati di realtà enunciati dalla Relazione al Parlamento del Dip. antidroga Pres. Consiglio

A inizio dicembre il Dipartimento per le Politiche antidroga della Presidenza del Consiglio ha diffuso la sua annuale Relazione al Parlamento sullo stato delle varie dipendenze in Italia – http://www.politicheantidroga.gov.it/it/attivita-e-progetti/relazioni-annuali-al-parlamento/relazione-annuale-al-parlamento-sul-fenomeno-delle-tossicodipendenze-in-italia-anno-2019-dati-2018/ – utilizzando i dati relativi al 2018. Da essa emerge che: 1. un terzo degli studenti italiani – il 33,6%, pari a 870.000 ragazzi circa – ha fatto uso di almeno una sostanza drogante durante la propria vita; 2. un quarto – il 25,6%, pari a 660.000 studenti – ne ha fatto uso nel solo 2018; 3. gli stupefacenti più diffusi sono i derivanti della cannabis, che sono il 96% delle sostanze sequestrate; 4. la quantità di piante di cannabis sequestrata è cresciuta in un anno del 93,9%; 5. aumentano i ricoveri ospedalieri droga-correlati (+ 14%), le infrazioni alla guida per uso di droga al volante (+ 12%), i decessi derivanti dall’assunzione di stupefacenti (+ 12.8%).

La Relazione, pur diretta al Parlamento, non è stata discussa nell’Aula della Camera o del Senato né in alcuna Commissione. Pur se il Dipartimento che l’ha redatta rientra nella competenza politica del Presidente del Consiglio, né il Premier né il Governo hanno detto una parola su di essa. Ci sono state le risposte istituzionali, ma sono andate nella direzione, dall’emendamento che ha tentato di inserire nella manovra la vendita di hashish e marijuana nei cannabis shop, alla sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione del 19 u.s., di cui ieri è stato reso noto il principio di diritto, che ritiene lecita la coltivazione casalinga di cannabis “in modica quantità”: così di fatto favorendo la vendita dei semi di canapa che le medesime Sezioni Unite avevano escluso con la sentenza sui cannabis shop del 30 maggio.

Preoccupa una tale dissociazione dalla realtà. Essa suona ipocrita, negli stessi giorni in cui si piangono con troppa frequenza vittime innocenti dell’aumento della diffusione della droga, voluto da leggi antiquate e stolte, da una giurisprudenza creativa, e dall’indifferenza dei più.

Roma, 27 dic. 2019

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I dati della Relazione sulla droga in Italia:  soddisfatti di “ridurre” danni che aumentano?

I dati della Relazione sulla droga in Italia: soddisfatti di “ridurre” danni che aumentano?

Pubblicata ai primi di dicembre nell’indifferenza generale

Nei primi giorni di dicembre il Dipartimento per le Politiche antidroga della Presidenza del Consiglio, organismo istituzionalmente dedicato alla prevenzione e al monitoraggio delle tossicodipendenze, ha diffuso la sua annuale Relazione al Parlamento sullo stato delle varie dipendenze in Italia, utilizzando dati relativi per la gran parte al 2018. Colpisce l’indifferenza mediatica al documento, ignorato da quasi tutte le testate.

Premesso che la Relazione va studiata nell’interezza delle sue quasi 300 pagine – http://www.politicheantidroga.gov.it/it/attivita-e-progetti/relazioni-annuali-al-parlamento/relazione-annuale-al-parlamento-sul-fenomeno-delle-tossicodipendenze-in-italia-anno-2019-dati-2018/ -, provo a ricavarne un abstract, da intendere come invito alla lettura, diviso per voci significative.

Tre dati emergono fra i tanti, e chiamano in causa:

la diffusione delle sostanze stupefacenti, che ha raggiunto un terzo della popolazione giovanile;

l’insuccesso della prevenzione, correlata al grado di consapevolezza;

l’inesistenza del recupero.

Va poi aggiunta qualche annotazione sul contrasto e sui costi.

La diffusione. Un terzo degli studenti italiani – il 33,6%, corrispondente a 870.000 ragazzi circa – ha utilizzato almeno una sostanza drogante durante la propria vita; un quarto – il 25,6%, corrispondente a  660.000 studenti – ne ha fatto uso nel 2018. Sono cifre da pandemia, da non considerare alla stregua di meri dati statistici: ammontano a centinaia di migliaia le persone in età evolutiva che subiscono una pesante aggressione al sistema nervoso, all’apparato respiratorio, alla capacità riproduttiva, per menzionare solo alcune delle voci maggiormente interessate dai danni della sostanza, senza che ciò provochi la reazione che sarebbe necessaria.

I derivati della cannabis – marijuana e hashish, oltre alle piante – sono lo stupefacente maggiormente diffuso: interessano il 58% delle operazioni antidroga, il 96% del totale dei quantitativi sequestrati, l’80% delle segnalazioni ai sensi dell’art. 75 DPR n. 309/1990 (la detenzione che non costituisce illecito penale bensì solo amministrativo), il 48% delle denunce all’autorità giudiziaria.

La prevenzione. Il consumo di cannabis è definibile “rischioso” per un giovane consumatore su quattro: circa 150.000 studenti tra i 15 e i 19 anni sono risultati positivi al CAST-Cannabis Abuse Screening Test, che per le quantità e le modalità di utilizzo della sostanza renderebbero necessario un sostegno clinico per affrontare gli effetti del consumo. A tale consistente diffusione non corrisponde la cura e il trattamento dei problemi correlati all’uso: l’utenza dei servizi per le tossicodipendenze in trattamento per uso primario di cannabis rappresenta l’11% del totale, e i ricoveri ospedalieri da imputare a questa sostanza sono il 5%, di quelli direttamente droga-correlati. La causa della mancata corrispondenza fra uso e trattamento è, fra le altre, verosimilmente nel fatto che il 78% degli studenti assuntori di derivati della cannabis sono all’oscuro degli effetti che le sostanze avrebbero avuto, a fronte di un media di principio attivo – il THC – riscontrata in esse pari al 12 % per la marijuana e al 17% per l’hashish.

Ricordo che 30 anni fa la percentuale media di THC che si riscontrava fra marijuana e hashish, sulla base delle perizie tossicologiche, si aggirava attorno all’1%. Si aggiunga che la cannabis più potente che si riscontra in natura, cioè senza che la pianta subisca alterazioni, ha il THC entro il 2.5%: il che significa che le piante di cannabis che circolano normalmente sono esito di alterazioni realizzate con strumenti facilmente disponibili, acquistabili senza problemi per internet, cui si aggiunge la manipolazione esercitata sui derivati.

Non sono “leggeri” i derivati della cannabis. E’ “leggero” l’approccio a essi: non solo per la già sottolineata sottovalutazione degli effetti, ma anche per la facilità di reperimento: l’84,2% degli studenti che ha utilizzato cannabis nel 2018 ritiene di poterla reperire facilmente, il 75,3% riferisce che potrebbe procurarsela per strada, il 35,7% a casa di amici, e il 34,6% in discoteca.

Il recupero. Va premesso che quando la sostanza, per qualità e/o quantità, è ritenuta per uso personale (con l’attuale larghezza applicativa di tale qualifica), chi la detiene non è punibile, ma viene “segnalato” al Prefetto – art. 75 DPR n. 309/1990 – per l’adozione di sanzioni amministrative, dalla sospensione della patente di guida a quella del porto d’armi, o per l’avvio a una struttura di recupero. Nel 2018 le segnalazioni al prefetto sono state 41.054 e hanno riguardato 39.278 soggetti, con un incremento del 2% di segnalati rispetto al 2017, dall’età media di 24 anni, e nell’80,01 % dei casi le sostanze che hanno originato l’informativa sono state cannabis e derivati. Dei convocati dal prefetto per un colloquio il 45% non si è presentato. Il numero di coloro che, sollecitati dal Prefetto, hanno accolto l’invito ad avviare un trattamento di recupero sono stati appena 82, lo 0,2% dei segnalati. Senza un sistema di sanzioni adeguate la prevenzione semplicemente non funziona.

Il contrasto, nel raffronto fra il 2017 e il 2018:

  1. le operazioni antidroga delle forze di polizia hanno subito un decremento dell’1,6%;
  2. nonostante questo – calcolata in peso – la quantità di sostanze sequestrate è aumentata del 4,5% e la quantità di piante di cannabis sequestrata è cresciuta del 93,9%. Il dato in realtà va scomposto perché, con specifico riferimento ai derivati della cannabis, vi è un importante incremento delle operazioni (+9%) e dei sequestri di hashish (+318,5%), mentre per la marijuana si registrano decrementi sia delle operazioni (-9,2%)e dei sequestri (-58%)
  3. La diminuzione, pur lieve, dell’insieme delle iniziative di polizia e l’estensione del sequestrato è un ulteriore riscontro dell’incremento della droga in circolazione, soprattutto hashish. Il raddoppio da un anno all’altro delle piante di cannabis è agevolmente spiegabile in base all’applicazione distorta della legge n. 242/2016, arbitrariamente intesa come un via libera ai cannabis shop;
  4. i soggetti denunciati per reati di droga sono cresciuti dello 0,6%. Il 48% delle denunce riguarda i derivati della cannabis, il 36% la cocaina, il 10% l’eroina e il restante 6% altre sostanze. Diminuiscono in parallelo – e in modo sensibile – i soggetti condannati: il dato delle condanne è probabilmente sottostimato, a causa di ritardi nell’inserimento dei dati; resta obiettivo tuttavia l’andamento in calo negli ultimi dieci anni di condanne per droga, e fa interrogare sulla percezione a livello giudiziario (a differenza di quanto avviene nel sistema sicurezza) della gravità del fenomeno. Rinvio alla fig. 3.1.1 della Relazione, che illustra il trend dei consumi di sostanze stupefacenti nella popolazione studentesca: il grafico è illuminante nell’evidenziare la sensibile diminuzione allorché è stata pienamente operativa la riforma del 2006, e un altrettanto sensibile nuovo aumento a partire dal decreto legge del 2014.

I costi. Chi sostiene a occhi aperti la legalizzazione delle droghe che definisce “leggere” rifletta sugli effetti della assunzione di questi ultimi:

  1. i ricoveri ospedalieri direttamente droga-correlati nel 2017 (ultimo dato disponibile) sono stati 7.452, con un aumento del 14% rispetto all’anno precedente. Il 52,4% dei ricoveri sono stati attribuiti all’utilizzo di sostanze miste o non identificate: il 21,1% ad oppioidi, il 20% a cocaina, il 5,4% a cannabinoidi, lo 1,1% ad amfetamine e allucinogeni;
  2. sempre i dati del 2017 (ultimi disponibili) indicano un incremento di circa il 12% delle violazioni contestate per guida sotto l’influenza di sostanze stupefacenti: 5.289 contro le 4.742 nel 2016. A esso corrisponde la crescita rispetto agli anni precedenti delle rilevazioni dei Carabinieri relative agli incidenti stradali con lesioni a persone con almeno un conducente sotto l’effetto di sostanze psicoattive: sono stati 1.048 (pari al 3,2% del totale degli incidenti rilevati) ed hanno provocato 1.893 feriti e 40 vittime. Sono numeri sottostimati: il secondo perché fotografa solo il lavoro dell’Arma, il primo perché non tiene conto dei rilievi operati dalle Polizie locali, che intervengono soprattutto nelle aree urbane;
  3. nel 2018 i decessi direttamente attribuibili all’uso di sostanze stupefacenti sono stati 334, con un aumento di quasi il 12,8% rispetto all’anno precedente;
  4. premesso l’uso di sostanze stupefacenti provoca dei costi per il corpo sociale, la stima di essi deve confrontarsi con beni e servizi che non hanno prezzi di mercato. Nella Relazione il totale dell’assistenza socio-sanitaria ammonta per le tossicodipendenze complessivamente a 1.810.433.498 euro: il 79,4% riguarda i servizi pubblici per le dipendenze, il 16% le comunità terapeutiche, il 4,6% è assorbito dall’assistenza ospedaliera. Restano fuori voci significative, in primis i danni da incidenti stradali.

Per concludere. La Relazione del Dipartimento per le Politiche antidroga ha come destinatario istituzionale il Parlamento: sarebbe logico attendersi una sessione dedicata alla valutazione e al seguito da fornire ai dati che essa contiene, e invece il silenzio mediatico è stato seguito dal silenzio di Camera e Senato. Nel Governo in carica la delega politica da cui dipende il Dipartimento non risulta assegnata: il che vuol dire che è rimasta in capo al Presidente del Consiglio, a differenza di quanto accade di solito (è prassi conferirla a un Ministro senza portafoglio o a un sottosegretario alla Presidenza). Non è un segnale di attenzione, immaginando il Premier impegnato contestualmente su più fronti, e non invece concentrato su una voce che richiede dedizione, impulso, iniziativa.

Si invertirà la tendenza quando si riprenderà a parlare dell’emergenza. Ma, a differenza dei terremoti, la calamità-droga non è naturale: è voluta, sostenuta finanziariamente, propagandata, ed è favorita da leggi irrazionali. E’ accompagnata o dalla deliberata ignoranza della sua gravità, o – per un’area di recidivi ideologici – dalla volontà di fare peggio. Dovrebbe essere al centro di una campagna di prevenzione nelle scuole: invece la stessa Relazione dà conto di risorse gran parte investite sulla c.d. “riduzione del danno”. Quale futuro ha una Nazione che su una questione così cruciale si rassegna a contenere i danni, senza neanche riuscirvi?

Alfredo Mantovano

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Stralcio emendamento cannabis: decisione costituzionalmente corretta

Stralcio emendamento cannabis: decisione costituzionalmente corretta

Il Centro studi Livatino plaude alla correttezza costituzionale della Presidente del Senato quanto allo stralcio dell’emendamento cannabis dalla legge di bilancio. Prescindendo al merito, la decisione è in linea con l’ordinanza n. 17/2019 della Consulta, a fronte del conflitto di attribuzione sollevato contro la precedente manovra dai Senatori del PD, i quali censuravano la compressione dei tempi di discussione, e quindi la lesione della sovranità del Parlamento. Con quell’ordinanza la Corte costituzionale, nel dichiarare inammissibile il ricorso PD – per il fatto che la riduzione dei tempi di discussione della manovra era conseguenza delle richieste dell’UE -, annunciava che “in altre situazioni una simile compressione della funzione costituzionale dei parlamentari potrebbe portare a esiti differenti.” L’emendamento cannabis rientra a buona ragione fra le “altre situazioni”, poiché se non fosse stato stralciato, la fiducia posta dal governo e la seguente annunciata “blindatura” del testo alla Camera avrebbero comportato l’entrata in vigore di una norma controversa e delicata, senza la necessaria discussione nel merito delle Commissioni competenti e dell’Aula di Senato e Camera.

L’auspicio è che, anche alla luce dei dati allarmanti della Relazione sulle tossicodipendenze in Italia del Dipartimento antidroga della Presidenza del Consiglio, pubblicata nel silenzio pochi giorni fa, le Camere affrontino l’emergenza droga alla luce del sole e nel modo più ampio e oggettivo possibile. La decisione di oggi della Presidente del Senato dà un importante contributo in questa direzione.

Roma, 16 dic. 2019

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Libera vendita della cannabis < 0.5% thc: meglio il “fumo” dell’arrosto?

Libera vendita della cannabis < 0.5% thc: meglio il “fumo” dell’arrosto?

Chi ha proposto l’emendamento alla manovra economica che legalizza la vendita al pubblico di derivati della cannabis se non superano lo 0,5 % di principio attivo, e chi ieri lo ha votato, non usino argomenti privi di fondamento. Non dicano, come hanno fatto, fra gli altri, in una nota i proponenti sen. Mantero e Cirinnà, che “sotto lo 0,5% di Thc la canapa non si può considerare sostanza stupefacente”: perché è smentito dalla tossicologia e dall’esperienza quotidiana.

Il 31 maggio le Sezioni unite della Cassazione avevano ribadito il divieto di cessione contenuto nella legge n. 242/2016, che disciplina la coltivazione della canapa, e avevano escluso che i cannabis shop potessero realizzare una legalizzazione di fatto.

Se il governo porrà la fiducia al Senato e il testo verrà “blindato” alla Camera, questa modifica diventerà legge entro l’anno. Senza la discussione che avrebbe meritato sulle gravi conseguenze della libera vendita: l’inserimento nella legge di bilancio contrasta con i principi di trasparenza dei testi legislativi, che non dovrebbero contenere disposizioni troppo eterogenee rispetto all’oggetto di cui si occupano (come sanzionato dalla Corte cost.). Ignorando volutamente l’attuale diffusione pandemica degli stupefacenti. Passando sopra le tragedie quotidiane di delitti commessi grazie al maggior uso di droga. Consentendo che, “iniziati” alla cannabis con un thc più basso, tanti giovani e meno giovani passino rapidamente a qualcosa di più consistente.

Una manovra economica deve mettere a posto i conti, non favorire la dipendenza dallo stupefacente e il conseguente incremento dei reati. A meno che il “fumo” non valga più dell’arrosto.

Roma, 13 dic. 2019

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I numeri del “grande sballo” che ci sta togliendo la speranza

I numeri del “grande sballo” che ci sta togliendo la speranza

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato su Tempi di novembre 2019.

 

Partiamo dai numeri. Che in tema di stupefacenti sono quelli forniti dal Dipartimento antidroga della Presidenza del Consiglio, l’organismo di prevenzione e monitoraggio delle tossicodipendenze che ogni anno redige una Relazione al Parlamento; l’ultima disponibile è quella del 2018, con i dati relativi a quel che è successo nel 2017. In essa fra l’altro si legge che:

  1. nel raffronto col 2016 nel 2017 le operazioni antidroga delle forze di polizia sono aumentate: + 8%, il che vuol dire che il sistema del contrasto è sul pezzo;
  2. da un anno all’altro la quantità di stupefacenti sequestrati è però cresciuta non dell’8%, in proporzione, bensì del 60%. Il rivela che la diffusione di ogni tipo di droga è aumentata: se ne sequestra di più perché ve ne è molta di più in circolazione;
  3. i derivati della cannabis riguardano il 95% delle sostanze sequestrate dalla polizia giudiziaria;
  4. in parallelo non vi è stato un pari incremento pari delle denunce e delle condanne, se mai si registra una contrazione.

Dunque, dai dati emerge che oggi in Italia gira droga come non è mai accaduto n passato. Se poi dai numeri si passa ai fatti di cronaca, la percezione è quella di effetti devastanti: è cresciuta a dismisura la quantità di incidenti stradali senza una causale identificabile, si moltiplicano i delitti gravi ed efferati che hanno la droga quale filo conduttore, l’abbassamento dei freni inibitori che segue alla perdita della padronanza di sé stessi per l’assunzione delle sostanze è alla base di gesti criminali privi di logica. Si uccide – non ci si limita a intimorire o a provocare lesioni – per uno zainetto contenente denaro, o per impedire che la vittima di uno stupro parli, o per togliere di torno il testimone di un giro di spaccio. Non c’è solo il fronte criminale: gli insegnanti registrano con frequenza maggiore rispetto al passato cali di attenzione durante le lezioni, e mestieri che richiedono costante e piena coscienza, come quello di autista, diventano a rischio.

A proposito di chi conduce un automezzo, sul sito del Dipartimento antidroga sono pubblicati i dati della incidentalità stradale alcol-droga correlata, esito di un protocollo operativo che impiega la Polizia Stradale e i medici e personale sanitario della Polizia di Stato. Nel semestre 1°novembre 2017-30 aprile 2018, a fronte di 14.043 conducenti controllati, 214 sono risultati positivi ad almeno una sostanza stupefacente (senza considerare gli alcoldipendenti): non è poco! E’ pari all’1,5% dei controllati; il dato ha un senso in termini assoluti: immaginando che siano all’incirca 20 milioni gli italiani alla guida di un mezzo ogni giorno, vuol dire che 300.000 guidano avendo assunto droga. Ci tranquillizza?

La legalizzazione di fatto introdotta col decreto Renzi nella primavera 2014 – col ripristino dell’antiscientifica distinzione pesanti/leggere, la reintroduzione della non punibilità per la detenzione finalizzata “per uso personale”, e l’eliminazione dell’arresto obbligatorio in flagranza per lo spaccio di lieve entità – ha fatto saltare il sistema costruito nel 2006, che iniziava a dare i suoi frutti positivi.

Venuto meno il richiamo alla responsabilità, è caduto l’incentivo al recupero. Secondo la legge, quando la sostanza, per qualità e/o quantità, è ritenuta per uso personale (oggi questa qualifica può riguardare anche centinaia di dosi, a discrezione del giudice di turno), chi la detiene non è punibile, ma viene “segnalato” al Prefetto per l’adozione di sanzioni amministrative, dalla sospensione della patente di guida a quella del porto d’armi, o per l’avvio a una struttura di recupero. Nel 2017 le segnalazioni al prefetto sono state 38.614, contro i 32.687 soggetti “segnalati” nel 2016, a ulteriore conferma (+ 20%) della diffusione del fenomeno per come emerge dai controlli delle forze di polizia. Il 73% dei segnalati ha meno di 30 anni, e l’età media dei segnalati è di 24 anni. Ma dei convocati dal prefetto per un colloquio il 44% non si è presentato. Non solo: nel 2016 il numero di coloro che, sollecitati dal Prefetto, hanno accolto l’invito ad avviare un trattamento di recupero sono stati appena 122, circa lo 0.3% dei segnalati.

Senza un sistema di sanzioni adeguate la prevenzione semplicemente non funziona. E’ in calo pure il ricorso allo strumento dell’affidamento in prova per il recupero in comunità, finalizzato a evitare il carcere e in alternativa a esso: dai 3328 affidamenti del 2013 ai 2991 del 2016. Il rigore iniziale della disciplina in vigore dal 2006 al 2014 spingeva ad affrontare i sacrifici del recupero, che c’era, era effettivo ed era ampio ed evitava il carcere; l’attenuazione di quel rigore oggi circoscrive l’area del recupero: non è un caso se tutte le comunità siano oggi in grande difficoltà.

Si fa fatica a individuare oggi uno schieramento politico, o una forza politica, o una istituzione, disposti a intraprendere una seria battaglia, anzitutto esistenziale e culturale, di prevenzione delle dipendenze. E’ facile invece imbattersi negli alfieri della legalizzazione: coloro a cui non basta che essa esista di fatto, ma puntano a che sia proclamata, in modo da rendere il fenomeno ancora più esteso. Si dice: rendiamo legale la cessione dei derivati della cannabis e toglieremo una fetta di affari alla criminalità organizzata. E’ un errore operativo e di principio. Operativo: nessuna legalizzazione sarà mai completa, a meno di non ritenere che un bambino di 8 anni possa tranquillamente recarsi all’ipermercato e farsi incartare un kg di hascisc con il 20% di thc. Il più estremo dei libertari è consapevole che ogni legalizzazione comporta la fissazione di limiti: di età dell’acquirente, di quantità e di qualità della sostanza ceduta. Dopo la legalizzazione i traffici criminali di stupefacenti altro non faranno che orientarsi oltre la soglia dei limiti che saranno fissati: quanto all’età, per es., spingendo ancora di più le cessioni ai minori. Ma è più serio l’errore di principio: è ritenere che il problema n. 1 sia lo sfruttamento criminale della droga, e non invece la dipendenza da essa di tanti, giovani e meno giovani, la distruzione di una generazione, il furto del futuro commesso contro chi anche da una sola assunzione riceve danni irreversibili.

Non ci sono scorciatoie. Non è materia per la quale è sufficiente un nuovo decreto-legge, di segno contrario rispetto a quello di 5 anni fa. E’ necessario ma non basterebbe: la legge è importante, condiziona la mentalità, facilita – come è avvenuto – la diffusione e la moltiplica: ma nel panorama attuale qualcosa del genere non rientra nemmeno nelle proposte di singoli parlamentari. E’ materia per un’azione culturale e di educazione, che descriva con chiarezza le proprietà delle sostanze che circolano, le tragedie che provocano, e spieghi perché non è vero che “la salute è mia e me la gestisco io”.

Interpella la scuola e gli enti territoriali. E’ il lavoro più concreto per recuperare le basi elementari del vivere quotidiano. Cercansi istituzioni e autorità sociali convinte che abbandonare questo terreno corrisponde a collocare stabilmente lo sballo al posto della speranza.

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Vendere cannabis, anche se light, è reato. Senza se e senza ma.

Vendere cannabis, anche se light, è reato. Senza se e senza ma.

Lo hanno ribadito due Tribunali, quello di Parma e quello di Reggio Emilia.

Contro ogni tentativo di elusione della legge e di interpretazioni ideologiche.

“Il principio di diritto, nella sua perentorietà, non può lasciare spazio a dubbi –così scrivono i giudici-, poiché pone anzitutto l’accento sull’illiceità in sé, e cioè a prescindere dal superamento della soglia di principio attivo, della vendita di infiorescenze olii e resine di cannabis, quand’anche light, poiché si tratta di iniziative che si collocano al di fuori delle strette maglie di liceità tracciate dalla recente normativa”.

La legge è, dunque, chiara e va fatta rispettare. Soprattutto quando, come in questo caso, costituisce difesa anticipata rispetto al rischio di incamminarsi su un sentiero di autodistruzione.


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In morte di un carabiniere: servono azioni di governo, non truci auspici

In morte di un carabiniere: servono azioni di governo, non truci auspici

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato su Il Foglio 27 del luglio 2017, p. 4.

Dopo l’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega i due vicepresidenti del Consiglio Salvini e Di Maio hanno affermato il primo di essere sicuro che il colpevole, una volta individuato, resterà ai “lavori forzati in carcere finché campa”, il secondo che “se dovessero essere persone non italiane (…) il carcere se lo facciano a casa loro e non qui”. Provengono da due autorevoli esponenti del governo in carica, ma rientrano della categoria degli auspici, non delle azioni di governo.

L’auspicio meno distante dalla realizzazione è quello formulato dal ministro Di Maio. Meno distante non significa che sia semplice, ma che potrebbe essere realizzato superando una serie di ostacoli: per es., moltiplicare gli accordi fra i sistemi giudiziari, quello dello Stato nel quale il reato è commesso e quello dello Stato il cui cittadino lo ha commesso, il che presuppone che il secondo riconosca la sentenza emessa dal primo. Per es., fare in modo che gli accordi siano eseguiti e non aggirati. Uno dei Paesi con cui l’Italia ha queste intese è l’Albania: capita tuttavia che nel momento in cui una sentenza di condanna per delitti gravi consumati nel nostro territorio da un cittadino albanese viene riconosciuta dall’autorità albanese riceva sensibili sconti di pena, che la abbattono dai decenni di reclusione inflitti da noi a pochi anni, con rapido ritorno in libertà di pericolosi criminali. Il tutto deve poi fare i conti con la CEDU-Corte europea per i diritti dell’uomo, che spesso sanziona gli Stati aderenti alla Convenzione che trasferiscono i condannati in Paesi che, ad avviso della Corte, non rispettano i diritti dei detenuti: questo è un altro livello di lavoro, per ottenere dallo Stato X, cui l’Italia è in procinto di consegnare lo straniero, garanzie concrete che quel rispetto vi sia, magari collaborando alla costruzione all’interno di X di istituti di pena con standard accettabili. Quelle appena sintetizzate sono azioni di governo di cui si attende la realizzazione o la prosecuzione (qualcosa in passato è stato avviato) da chi sta al governo (al posto degli auspici).

Ancora più complicato è quanto chiede il ministro Salvini, essendo noto che il nostro ordinamento penitenziario da un lato non conosce il “fine pena mai”: perfino la condanna all’ergastolo, fra semilibertà, liberazione anticipata e altri benefici, permette di uscire dal carcere – anche in parte – ben prima dei 20 anni di effettiva espiazione. Dall’altro considera – con qualche ragione – il lavoro in carcere uno strumento di rieducazione: “il lavoro penitenziario non ha carattere afflittivo ed è remunerato”, spiega l’art. 20 co. 2 della legge Gozzini. Sono norme la cui modifica si può tentare: ma è ardua, perché sono ritenute coerenti con la Costituzione.

Che fare allora perché non si ripetano episodi brutali quale l’omicidio di un giovane valoroso sottufficiale dell’Arma? Intanto realisticamente convincersi che è un incerto del mestiere di chi indossa una divisa per la nostra sicurezza. Convincersene nei fatti e non a parole: onorando sempre quel servizio, che esso venga prestato per soccorrere una donna rapinata, o in Val di Susa per proteggere la Tav, o allo stadio, o per fronteggiare una manifestazione in piazza. Quel che per intero non è scongiurabile può però essere circoscritto: chi delinque in strada, come l’assassino del brig. Cerciello Rega, nella gran parte dei casi compie furti o spaccio di droga. Del furto negli ultimi anni sono state aumentate le pene, ma nessuno in concreto lo persegue: sembra un reato di fatto depenalizzato, soprattutto per la diffusa scarsa attenzione che a esso si presta in sede giudiziaria. Lo spaccio al dettaglio di stupefacenti è egualmente percepito come qualcosa di impunito, a partire dalla pessima riforma della legge sulla droga che nel 2014 ha abolito per esso l’arresto in flagranza.

Un’azione di efficace prevenzione eleverebbe il livello di sicurezza urbana se, cercando il più possibile un’intesa con l’autorità giudiziaria, perseguisse i furti con una decisione maggiore di quella attuale, e colpisse la cessione di droga con l’efficacia che aveva prima del 2014. Per le forze di polizia significherebbe giocare sul terreno di una difesa anticipata, e da loro verrebbe apprezzato certamente più del rammarico successivo alla morte di uno di loro. Lasciando gli auspici ai comuni cittadini.

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Cannabis: la sentenza della Corte di Cassazione

Cannabis: la sentenza della Corte di Cassazione

Pubblichiamo la sentenza delle Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione, decisa all’udienza del 30 maggio scorso e depositata il 10 luglio, che ha risolto un contrasto giurisprudenziale sul rilievo penale di condotte di coltivazione e di cessione di derivati della cannabis, confermando la punibilità di esse sulla base della normativa italiana sulla droga.

 

 

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