Libera vendita della cannabis < 0.5% thc: meglio il “fumo” dell’arrosto?

Libera vendita della cannabis < 0.5% thc: meglio il “fumo” dell’arrosto?

Chi ha proposto l’emendamento alla manovra economica che legalizza la vendita al pubblico di derivati della cannabis se non superano lo 0,5 % di principio attivo, e chi ieri lo ha votato, non usino argomenti privi di fondamento. Non dicano, come hanno fatto, fra gli altri, in una nota i proponenti sen. Mantero e Cirinnà, che “sotto lo 0,5% di Thc la canapa non si può considerare sostanza stupefacente”: perché è smentito dalla tossicologia e dall’esperienza quotidiana.

Il 31 maggio le Sezioni unite della Cassazione avevano ribadito il divieto di cessione contenuto nella legge n. 242/2016, che disciplina la coltivazione della canapa, e avevano escluso che i cannabis shop potessero realizzare una legalizzazione di fatto.

Se il governo porrà la fiducia al Senato e il testo verrà “blindato” alla Camera, questa modifica diventerà legge entro l’anno. Senza la discussione che avrebbe meritato sulle gravi conseguenze della libera vendita: l’inserimento nella legge di bilancio contrasta con i principi di trasparenza dei testi legislativi, che non dovrebbero contenere disposizioni troppo eterogenee rispetto all’oggetto di cui si occupano (come sanzionato dalla Corte cost.). Ignorando volutamente l’attuale diffusione pandemica degli stupefacenti. Passando sopra le tragedie quotidiane di delitti commessi grazie al maggior uso di droga. Consentendo che, “iniziati” alla cannabis con un thc più basso, tanti giovani e meno giovani passino rapidamente a qualcosa di più consistente.

Una manovra economica deve mettere a posto i conti, non favorire la dipendenza dallo stupefacente e il conseguente incremento dei reati. A meno che il “fumo” non valga più dell’arrosto.

Roma, 13 dic. 2019

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I numeri del “grande sballo” che ci sta togliendo la speranza

I numeri del “grande sballo” che ci sta togliendo la speranza

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato su Tempi di novembre 2019.

 

Partiamo dai numeri. Che in tema di stupefacenti sono quelli forniti dal Dipartimento antidroga della Presidenza del Consiglio, l’organismo di prevenzione e monitoraggio delle tossicodipendenze che ogni anno redige una Relazione al Parlamento; l’ultima disponibile è quella del 2018, con i dati relativi a quel che è successo nel 2017. In essa fra l’altro si legge che:

  1. nel raffronto col 2016 nel 2017 le operazioni antidroga delle forze di polizia sono aumentate: + 8%, il che vuol dire che il sistema del contrasto è sul pezzo;
  2. da un anno all’altro la quantità di stupefacenti sequestrati è però cresciuta non dell’8%, in proporzione, bensì del 60%. Il rivela che la diffusione di ogni tipo di droga è aumentata: se ne sequestra di più perché ve ne è molta di più in circolazione;
  3. i derivati della cannabis riguardano il 95% delle sostanze sequestrate dalla polizia giudiziaria;
  4. in parallelo non vi è stato un pari incremento pari delle denunce e delle condanne, se mai si registra una contrazione.

Dunque, dai dati emerge che oggi in Italia gira droga come non è mai accaduto n passato. Se poi dai numeri si passa ai fatti di cronaca, la percezione è quella di effetti devastanti: è cresciuta a dismisura la quantità di incidenti stradali senza una causale identificabile, si moltiplicano i delitti gravi ed efferati che hanno la droga quale filo conduttore, l’abbassamento dei freni inibitori che segue alla perdita della padronanza di sé stessi per l’assunzione delle sostanze è alla base di gesti criminali privi di logica. Si uccide – non ci si limita a intimorire o a provocare lesioni – per uno zainetto contenente denaro, o per impedire che la vittima di uno stupro parli, o per togliere di torno il testimone di un giro di spaccio. Non c’è solo il fronte criminale: gli insegnanti registrano con frequenza maggiore rispetto al passato cali di attenzione durante le lezioni, e mestieri che richiedono costante e piena coscienza, come quello di autista, diventano a rischio.

A proposito di chi conduce un automezzo, sul sito del Dipartimento antidroga sono pubblicati i dati della incidentalità stradale alcol-droga correlata, esito di un protocollo operativo che impiega la Polizia Stradale e i medici e personale sanitario della Polizia di Stato. Nel semestre 1°novembre 2017-30 aprile 2018, a fronte di 14.043 conducenti controllati, 214 sono risultati positivi ad almeno una sostanza stupefacente (senza considerare gli alcoldipendenti): non è poco! E’ pari all’1,5% dei controllati; il dato ha un senso in termini assoluti: immaginando che siano all’incirca 20 milioni gli italiani alla guida di un mezzo ogni giorno, vuol dire che 300.000 guidano avendo assunto droga. Ci tranquillizza?

La legalizzazione di fatto introdotta col decreto Renzi nella primavera 2014 – col ripristino dell’antiscientifica distinzione pesanti/leggere, la reintroduzione della non punibilità per la detenzione finalizzata “per uso personale”, e l’eliminazione dell’arresto obbligatorio in flagranza per lo spaccio di lieve entità – ha fatto saltare il sistema costruito nel 2006, che iniziava a dare i suoi frutti positivi.

Venuto meno il richiamo alla responsabilità, è caduto l’incentivo al recupero. Secondo la legge, quando la sostanza, per qualità e/o quantità, è ritenuta per uso personale (oggi questa qualifica può riguardare anche centinaia di dosi, a discrezione del giudice di turno), chi la detiene non è punibile, ma viene “segnalato” al Prefetto per l’adozione di sanzioni amministrative, dalla sospensione della patente di guida a quella del porto d’armi, o per l’avvio a una struttura di recupero. Nel 2017 le segnalazioni al prefetto sono state 38.614, contro i 32.687 soggetti “segnalati” nel 2016, a ulteriore conferma (+ 20%) della diffusione del fenomeno per come emerge dai controlli delle forze di polizia. Il 73% dei segnalati ha meno di 30 anni, e l’età media dei segnalati è di 24 anni. Ma dei convocati dal prefetto per un colloquio il 44% non si è presentato. Non solo: nel 2016 il numero di coloro che, sollecitati dal Prefetto, hanno accolto l’invito ad avviare un trattamento di recupero sono stati appena 122, circa lo 0.3% dei segnalati.

Senza un sistema di sanzioni adeguate la prevenzione semplicemente non funziona. E’ in calo pure il ricorso allo strumento dell’affidamento in prova per il recupero in comunità, finalizzato a evitare il carcere e in alternativa a esso: dai 3328 affidamenti del 2013 ai 2991 del 2016. Il rigore iniziale della disciplina in vigore dal 2006 al 2014 spingeva ad affrontare i sacrifici del recupero, che c’era, era effettivo ed era ampio ed evitava il carcere; l’attenuazione di quel rigore oggi circoscrive l’area del recupero: non è un caso se tutte le comunità siano oggi in grande difficoltà.

Si fa fatica a individuare oggi uno schieramento politico, o una forza politica, o una istituzione, disposti a intraprendere una seria battaglia, anzitutto esistenziale e culturale, di prevenzione delle dipendenze. E’ facile invece imbattersi negli alfieri della legalizzazione: coloro a cui non basta che essa esista di fatto, ma puntano a che sia proclamata, in modo da rendere il fenomeno ancora più esteso. Si dice: rendiamo legale la cessione dei derivati della cannabis e toglieremo una fetta di affari alla criminalità organizzata. E’ un errore operativo e di principio. Operativo: nessuna legalizzazione sarà mai completa, a meno di non ritenere che un bambino di 8 anni possa tranquillamente recarsi all’ipermercato e farsi incartare un kg di hascisc con il 20% di thc. Il più estremo dei libertari è consapevole che ogni legalizzazione comporta la fissazione di limiti: di età dell’acquirente, di quantità e di qualità della sostanza ceduta. Dopo la legalizzazione i traffici criminali di stupefacenti altro non faranno che orientarsi oltre la soglia dei limiti che saranno fissati: quanto all’età, per es., spingendo ancora di più le cessioni ai minori. Ma è più serio l’errore di principio: è ritenere che il problema n. 1 sia lo sfruttamento criminale della droga, e non invece la dipendenza da essa di tanti, giovani e meno giovani, la distruzione di una generazione, il furto del futuro commesso contro chi anche da una sola assunzione riceve danni irreversibili.

Non ci sono scorciatoie. Non è materia per la quale è sufficiente un nuovo decreto-legge, di segno contrario rispetto a quello di 5 anni fa. E’ necessario ma non basterebbe: la legge è importante, condiziona la mentalità, facilita – come è avvenuto – la diffusione e la moltiplica: ma nel panorama attuale qualcosa del genere non rientra nemmeno nelle proposte di singoli parlamentari. E’ materia per un’azione culturale e di educazione, che descriva con chiarezza le proprietà delle sostanze che circolano, le tragedie che provocano, e spieghi perché non è vero che “la salute è mia e me la gestisco io”.

Interpella la scuola e gli enti territoriali. E’ il lavoro più concreto per recuperare le basi elementari del vivere quotidiano. Cercansi istituzioni e autorità sociali convinte che abbandonare questo terreno corrisponde a collocare stabilmente lo sballo al posto della speranza.

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Vendere cannabis, anche se light, è reato. Senza se e senza ma.

Vendere cannabis, anche se light, è reato. Senza se e senza ma.

Lo hanno ribadito due Tribunali, quello di Parma e quello di Reggio Emilia.

Contro ogni tentativo di elusione della legge e di interpretazioni ideologiche.

“Il principio di diritto, nella sua perentorietà, non può lasciare spazio a dubbi –così scrivono i giudici-, poiché pone anzitutto l’accento sull’illiceità in sé, e cioè a prescindere dal superamento della soglia di principio attivo, della vendita di infiorescenze olii e resine di cannabis, quand’anche light, poiché si tratta di iniziative che si collocano al di fuori delle strette maglie di liceità tracciate dalla recente normativa”.

La legge è, dunque, chiara e va fatta rispettare. Soprattutto quando, come in questo caso, costituisce difesa anticipata rispetto al rischio di incamminarsi su un sentiero di autodistruzione.


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In morte di un carabiniere: servono azioni di governo, non truci auspici

In morte di un carabiniere: servono azioni di governo, non truci auspici

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato su Il Foglio 27 del luglio 2017, p. 4.

Dopo l’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega i due vicepresidenti del Consiglio Salvini e Di Maio hanno affermato il primo di essere sicuro che il colpevole, una volta individuato, resterà ai “lavori forzati in carcere finché campa”, il secondo che “se dovessero essere persone non italiane (…) il carcere se lo facciano a casa loro e non qui”. Provengono da due autorevoli esponenti del governo in carica, ma rientrano della categoria degli auspici, non delle azioni di governo.

L’auspicio meno distante dalla realizzazione è quello formulato dal ministro Di Maio. Meno distante non significa che sia semplice, ma che potrebbe essere realizzato superando una serie di ostacoli: per es., moltiplicare gli accordi fra i sistemi giudiziari, quello dello Stato nel quale il reato è commesso e quello dello Stato il cui cittadino lo ha commesso, il che presuppone che il secondo riconosca la sentenza emessa dal primo. Per es., fare in modo che gli accordi siano eseguiti e non aggirati. Uno dei Paesi con cui l’Italia ha queste intese è l’Albania: capita tuttavia che nel momento in cui una sentenza di condanna per delitti gravi consumati nel nostro territorio da un cittadino albanese viene riconosciuta dall’autorità albanese riceva sensibili sconti di pena, che la abbattono dai decenni di reclusione inflitti da noi a pochi anni, con rapido ritorno in libertà di pericolosi criminali. Il tutto deve poi fare i conti con la CEDU-Corte europea per i diritti dell’uomo, che spesso sanziona gli Stati aderenti alla Convenzione che trasferiscono i condannati in Paesi che, ad avviso della Corte, non rispettano i diritti dei detenuti: questo è un altro livello di lavoro, per ottenere dallo Stato X, cui l’Italia è in procinto di consegnare lo straniero, garanzie concrete che quel rispetto vi sia, magari collaborando alla costruzione all’interno di X di istituti di pena con standard accettabili. Quelle appena sintetizzate sono azioni di governo di cui si attende la realizzazione o la prosecuzione (qualcosa in passato è stato avviato) da chi sta al governo (al posto degli auspici).

Ancora più complicato è quanto chiede il ministro Salvini, essendo noto che il nostro ordinamento penitenziario da un lato non conosce il “fine pena mai”: perfino la condanna all’ergastolo, fra semilibertà, liberazione anticipata e altri benefici, permette di uscire dal carcere – anche in parte – ben prima dei 20 anni di effettiva espiazione. Dall’altro considera – con qualche ragione – il lavoro in carcere uno strumento di rieducazione: “il lavoro penitenziario non ha carattere afflittivo ed è remunerato”, spiega l’art. 20 co. 2 della legge Gozzini. Sono norme la cui modifica si può tentare: ma è ardua, perché sono ritenute coerenti con la Costituzione.

Che fare allora perché non si ripetano episodi brutali quale l’omicidio di un giovane valoroso sottufficiale dell’Arma? Intanto realisticamente convincersi che è un incerto del mestiere di chi indossa una divisa per la nostra sicurezza. Convincersene nei fatti e non a parole: onorando sempre quel servizio, che esso venga prestato per soccorrere una donna rapinata, o in Val di Susa per proteggere la Tav, o allo stadio, o per fronteggiare una manifestazione in piazza. Quel che per intero non è scongiurabile può però essere circoscritto: chi delinque in strada, come l’assassino del brig. Cerciello Rega, nella gran parte dei casi compie furti o spaccio di droga. Del furto negli ultimi anni sono state aumentate le pene, ma nessuno in concreto lo persegue: sembra un reato di fatto depenalizzato, soprattutto per la diffusa scarsa attenzione che a esso si presta in sede giudiziaria. Lo spaccio al dettaglio di stupefacenti è egualmente percepito come qualcosa di impunito, a partire dalla pessima riforma della legge sulla droga che nel 2014 ha abolito per esso l’arresto in flagranza.

Un’azione di efficace prevenzione eleverebbe il livello di sicurezza urbana se, cercando il più possibile un’intesa con l’autorità giudiziaria, perseguisse i furti con una decisione maggiore di quella attuale, e colpisse la cessione di droga con l’efficacia che aveva prima del 2014. Per le forze di polizia significherebbe giocare sul terreno di una difesa anticipata, e da loro verrebbe apprezzato certamente più del rammarico successivo alla morte di uno di loro. Lasciando gli auspici ai comuni cittadini.

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Cannabis: la sentenza della Corte di Cassazione

Cannabis: la sentenza della Corte di Cassazione

Pubblichiamo la sentenza delle Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione, decisa all’udienza del 30 maggio scorso e depositata il 10 luglio, che ha risolto un contrasto giurisprudenziale sul rilievo penale di condotte di coltivazione e di cessione di derivati della cannabis, confermando la punibilità di esse sulla base della normativa italiana sulla droga.

 

 

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Soddisfazione per la sentenza delle Sezioni Unite. Ora niente alibi per i cannabis shop

Soddisfazione per la sentenza delle Sezioni Unite. Ora niente alibi per i cannabis shop

La sentenza della Cassazione ha il pregio di fare chiarezza su una quesitone che in realtà non era oscura: la legge n. 242/2016 disciplina la coltivazione della canapa, ma la cessione resta vietata. Oltre la sua lettera, quella legge era stata impropriamente intesa come un via libera alla cessione al dettaglio di marijuana, seppure entro i i limiti dello 0.6, comunque idonei a provocare l’effetto drogante. Ora non ci sono più alibi: i cannabis shop non sono lo strumento per realizzare una legalizzazione di fatto. Sarà necessario lavorare sul piano della prevenzione per superare quella percezione di cannabis lecita che si è diffusa soprattutto per gli adolescenti, e per rendere il divieto qualcosa di concreto.

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Dossier cannabis shop

Dossier cannabis shop

Riprendiamo da Il Foglio di oggi l’articolo di Alfredo Mantovano e pubblichiamo in allegato, per una migliore intelligibilità dello stesso, la direttiva del Ministero dell’Interno sugli esercizi commerciali che vendono derivati della cannabis, il testo della legge n. 242/2016, e due interessanti report, menzionati nell’articolo, coordinati dal prof. Giovanni Serpelloni, con l’autorizzazione dello stesso tossicologo, dedicati ai problemi che finora gli acquisti nei negozi hanno posto e alla percezione da parte dei giovani.  (altro…)

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Leggera come la peste

Leggera come la peste

Segnaliamo l’ultimo numero del mensile Tempi, in larga parte dedicato al tema “droga”. Per richiederne copia scrivere a www.tempi.it

Servizio tratto da Tempi del 13/02/2019. Foto da copertina

La lotta alla droga è praticamente sparita dalle agende politiche, travolta da manovre e balle funzionali al business della marijuana legale. La regina di queste “bugie a fin di marketing” è la leggenda della cannabis “droga leggera”. E proprio a lei è dedicata la copertina del nuovo numero di Tempi, “Leggera come la peste”.

All’interno del mensile, un ampio servizio di copertina spiega come e perché il tema della lotta alla droga sembra essere stato di fatto dimenticato da quasi tutti in Italia, nonostante la crescente diffusione delle sostanze stupefacenti soprattutto tra i giovani e gli enormi danni che producono a livello esistenziale, sanitario e civile. Si tratta di un grave errore che moltissime persone e la società intera stanno già pagando assai caro. Ne parlano Alex Berenson, ex reporter del New York Times, Giovanni Serpelloni, uno dei maggiori esperti italiani sull’argomento, Antonio Tinelli di San Patrignano e il nostro Alfredo Mantovano, oltre José Berdini e allo psichiatra Giuseppe Mammana, che Tempi ha incontrato nel villaggio della Comunità Pars a Corridonia (Macerata).

Non accettate balle dai trinariciuti
La droga uccide, distrugge e si diffonde sempre di più. Ma la scuola, i media, la politica, e pure i tribunali teorizzano e praticano il contrario di quel che dovrebbero. Noi cominciamo a ristabilire un po’ di verità
Di Alfredo Mantovano

A che punto è l’intossicazione
I numeri del fenomeno droga in Italia squadernati da Giovanni Serpelloni. Che fa piazza pulita di omissioni, errori e bugie a fin di marketing
Di Pietro Piccinini

Contro la legalizzazione della peste moderna
I danni della svolta “tollerante” voluta da Renzi in tema di lotta allo spaccio. E le illusioni di chi propone canne ancora più libere
Di Alfredo Mantovano

E io che credevo fosse leggera
Alex Berenson, ex reporter del New York Times, ha sconvolto l’America semplicemente mettendo in fila i dati sulla marijuana. Qui ci racconta perché ha deciso di farlo
Di Leone Grotti

È in pericolo una generazione intera. Così si sta muovendo San Patrignano
Di Antonio Tinelli, responsabile comunicazione e prevenzione della comunità fondata da Vincenzo Muccioli

Per ritrovarsi ci vuole un villaggio
Si chiama «approccio integrato» e significa «rieducare le persone perdute al rapporto con la realtà». È il segreto della Comunità Pars, che ha saputo prendere per le corna i demoni della doppia diagnosi (dipendenza e psicosi). Appunti per chi non vuole arrendersi a una piaga dilagante
Di Pietro Piccinini

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