In morte di un carabiniere: servono azioni di governo, non truci auspici

In morte di un carabiniere: servono azioni di governo, non truci auspici

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato su Il Foglio 27 del luglio 2017, p. 4.

Dopo l’omicidio del vicebrigadiere Mario Cerciello Rega i due vicepresidenti del Consiglio Salvini e Di Maio hanno affermato il primo di essere sicuro che il colpevole, una volta individuato, resterà ai “lavori forzati in carcere finché campa”, il secondo che “se dovessero essere persone non italiane (…) il carcere se lo facciano a casa loro e non qui”. Provengono da due autorevoli esponenti del governo in carica, ma rientrano della categoria degli auspici, non delle azioni di governo.

L’auspicio meno distante dalla realizzazione è quello formulato dal ministro Di Maio. Meno distante non significa che sia semplice, ma che potrebbe essere realizzato superando una serie di ostacoli: per es., moltiplicare gli accordi fra i sistemi giudiziari, quello dello Stato nel quale il reato è commesso e quello dello Stato il cui cittadino lo ha commesso, il che presuppone che il secondo riconosca la sentenza emessa dal primo. Per es., fare in modo che gli accordi siano eseguiti e non aggirati. Uno dei Paesi con cui l’Italia ha queste intese è l’Albania: capita tuttavia che nel momento in cui una sentenza di condanna per delitti gravi consumati nel nostro territorio da un cittadino albanese viene riconosciuta dall’autorità albanese riceva sensibili sconti di pena, che la abbattono dai decenni di reclusione inflitti da noi a pochi anni, con rapido ritorno in libertà di pericolosi criminali. Il tutto deve poi fare i conti con la CEDU-Corte europea per i diritti dell’uomo, che spesso sanziona gli Stati aderenti alla Convenzione che trasferiscono i condannati in Paesi che, ad avviso della Corte, non rispettano i diritti dei detenuti: questo è un altro livello di lavoro, per ottenere dallo Stato X, cui l’Italia è in procinto di consegnare lo straniero, garanzie concrete che quel rispetto vi sia, magari collaborando alla costruzione all’interno di X di istituti di pena con standard accettabili. Quelle appena sintetizzate sono azioni di governo di cui si attende la realizzazione o la prosecuzione (qualcosa in passato è stato avviato) da chi sta al governo (al posto degli auspici).

Ancora più complicato è quanto chiede il ministro Salvini, essendo noto che il nostro ordinamento penitenziario da un lato non conosce il “fine pena mai”: perfino la condanna all’ergastolo, fra semilibertà, liberazione anticipata e altri benefici, permette di uscire dal carcere – anche in parte – ben prima dei 20 anni di effettiva espiazione. Dall’altro considera – con qualche ragione – il lavoro in carcere uno strumento di rieducazione: “il lavoro penitenziario non ha carattere afflittivo ed è remunerato”, spiega l’art. 20 co. 2 della legge Gozzini. Sono norme la cui modifica si può tentare: ma è ardua, perché sono ritenute coerenti con la Costituzione.

Che fare allora perché non si ripetano episodi brutali quale l’omicidio di un giovane valoroso sottufficiale dell’Arma? Intanto realisticamente convincersi che è un incerto del mestiere di chi indossa una divisa per la nostra sicurezza. Convincersene nei fatti e non a parole: onorando sempre quel servizio, che esso venga prestato per soccorrere una donna rapinata, o in Val di Susa per proteggere la Tav, o allo stadio, o per fronteggiare una manifestazione in piazza. Quel che per intero non è scongiurabile può però essere circoscritto: chi delinque in strada, come l’assassino del brig. Cerciello Rega, nella gran parte dei casi compie furti o spaccio di droga. Del furto negli ultimi anni sono state aumentate le pene, ma nessuno in concreto lo persegue: sembra un reato di fatto depenalizzato, soprattutto per la diffusa scarsa attenzione che a esso si presta in sede giudiziaria. Lo spaccio al dettaglio di stupefacenti è egualmente percepito come qualcosa di impunito, a partire dalla pessima riforma della legge sulla droga che nel 2014 ha abolito per esso l’arresto in flagranza.

Un’azione di efficace prevenzione eleverebbe il livello di sicurezza urbana se, cercando il più possibile un’intesa con l’autorità giudiziaria, perseguisse i furti con una decisione maggiore di quella attuale, e colpisse la cessione di droga con l’efficacia che aveva prima del 2014. Per le forze di polizia significherebbe giocare sul terreno di una difesa anticipata, e da loro verrebbe apprezzato certamente più del rammarico successivo alla morte di uno di loro. Lasciando gli auspici ai comuni cittadini.

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Cannabis: la sentenza della Corte di Cassazione

Cannabis: la sentenza della Corte di Cassazione

Pubblichiamo la sentenza delle Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione, decisa all’udienza del 30 maggio scorso e depositata il 10 luglio, che ha risolto un contrasto giurisprudenziale sul rilievo penale di condotte di coltivazione e di cessione di derivati della cannabis, confermando la punibilità di esse sulla base della normativa italiana sulla droga.

 

 

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Soddisfazione per la sentenza delle Sezioni Unite. Ora niente alibi per i cannabis shop

Soddisfazione per la sentenza delle Sezioni Unite. Ora niente alibi per i cannabis shop

La sentenza della Cassazione ha il pregio di fare chiarezza su una quesitone che in realtà non era oscura: la legge n. 242/2016 disciplina la coltivazione della canapa, ma la cessione resta vietata. Oltre la sua lettera, quella legge era stata impropriamente intesa come un via libera alla cessione al dettaglio di marijuana, seppure entro i i limiti dello 0.6, comunque idonei a provocare l’effetto drogante. Ora non ci sono più alibi: i cannabis shop non sono lo strumento per realizzare una legalizzazione di fatto. Sarà necessario lavorare sul piano della prevenzione per superare quella percezione di cannabis lecita che si è diffusa soprattutto per gli adolescenti, e per rendere il divieto qualcosa di concreto.

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Dossier cannabis shop

Dossier cannabis shop

Riprendiamo da Il Foglio di oggi l’articolo di Alfredo Mantovano e pubblichiamo in allegato, per una migliore intelligibilità dello stesso, la direttiva del Ministero dell’Interno sugli esercizi commerciali che vendono derivati della cannabis, il testo della legge n. 242/2016, e due interessanti report, menzionati nell’articolo, coordinati dal prof. Giovanni Serpelloni, con l’autorizzazione dello stesso tossicologo, dedicati ai problemi che finora gli acquisti nei negozi hanno posto e alla percezione da parte dei giovani.  (altro…)

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Leggera come la peste

Leggera come la peste

Segnaliamo l’ultimo numero del mensile Tempi, in larga parte dedicato al tema “droga”. Per richiederne copia scrivere a www.tempi.it

Servizio tratto da Tempi del 13/02/2019. Foto da copertina

La lotta alla droga è praticamente sparita dalle agende politiche, travolta da manovre e balle funzionali al business della marijuana legale. La regina di queste “bugie a fin di marketing” è la leggenda della cannabis “droga leggera”. E proprio a lei è dedicata la copertina del nuovo numero di Tempi, “Leggera come la peste”.

All’interno del mensile, un ampio servizio di copertina spiega come e perché il tema della lotta alla droga sembra essere stato di fatto dimenticato da quasi tutti in Italia, nonostante la crescente diffusione delle sostanze stupefacenti soprattutto tra i giovani e gli enormi danni che producono a livello esistenziale, sanitario e civile. Si tratta di un grave errore che moltissime persone e la società intera stanno già pagando assai caro. Ne parlano Alex Berenson, ex reporter del New York Times, Giovanni Serpelloni, uno dei maggiori esperti italiani sull’argomento, Antonio Tinelli di San Patrignano e il nostro Alfredo Mantovano, oltre José Berdini e allo psichiatra Giuseppe Mammana, che Tempi ha incontrato nel villaggio della Comunità Pars a Corridonia (Macerata).

Non accettate balle dai trinariciuti
La droga uccide, distrugge e si diffonde sempre di più. Ma la scuola, i media, la politica, e pure i tribunali teorizzano e praticano il contrario di quel che dovrebbero. Noi cominciamo a ristabilire un po’ di verità
Di Alfredo Mantovano

A che punto è l’intossicazione
I numeri del fenomeno droga in Italia squadernati da Giovanni Serpelloni. Che fa piazza pulita di omissioni, errori e bugie a fin di marketing
Di Pietro Piccinini

Contro la legalizzazione della peste moderna
I danni della svolta “tollerante” voluta da Renzi in tema di lotta allo spaccio. E le illusioni di chi propone canne ancora più libere
Di Alfredo Mantovano

E io che credevo fosse leggera
Alex Berenson, ex reporter del New York Times, ha sconvolto l’America semplicemente mettendo in fila i dati sulla marijuana. Qui ci racconta perché ha deciso di farlo
Di Leone Grotti

È in pericolo una generazione intera. Così si sta muovendo San Patrignano
Di Antonio Tinelli, responsabile comunicazione e prevenzione della comunità fondata da Vincenzo Muccioli

Per ritrovarsi ci vuole un villaggio
Si chiama «approccio integrato» e significa «rieducare le persone perdute al rapporto con la realtà». È il segreto della Comunità Pars, che ha saputo prendere per le corna i demoni della doppia diagnosi (dipendenza e psicosi). Appunti per chi non vuole arrendersi a una piaga dilagante
Di Pietro Piccinini

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Cannabis…no grazie!

Cannabis…no grazie!

Il 30 gennaio 2019, nella Sala Stampa della Camera dei Deputati, l’avv. Stefano Nitoglia, del Centro Studi Rosario Livatino, ha partecipato, con una relazione di taglio giuridico, alla Conferenza stampa sul tema: “Cannabis… no grazie!”, organizzata dal deputato di Forza Italia On.le Roberto Novelli.

Scopo della iniziativa era quello di contrastare i progetti di legge favorevoli alla legalizzazione delle droghe, all’esame del Parlamento, in particolare di quelli sulle cosiddette “droghe leggere”, che leggere non sono affatto.

Oltre all’On.le Novelli e all’Avv. Nitoglia, hanno svolto relazioni il Prof. Giovanni Serpelloni, già responsabile del Dipartimento per le politiche antidroga della Presidenza del Consiglio dei Ministri, e il Dott. Antonio Affinita, direttore generale del Moige.

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Non è il proibizionismo a dar soldi alle mafie, ma chi compra e consuma droga

Non è il proibizionismo a dar soldi alle mafie, ma chi compra e consuma droga

di Giovanni Serpelloni *
 
Spesso si leggono slogan antiproibizionisti che accusano chi non vuole legalizzare e liberalizzare il consumo di droghe, di sostenere e promuovere i guadagni delle organizzazioni criminali quali la mafia, la camorra o la ‘ndrangheta. È necessario contestare questo artificioso sillogismo in quanto superficiale, demagogico oltre che irrazionale e che viene strumentalmente utilizzato solo per giustificare e sostenere le proposte di legalizzazione delle droghe. Nel rigettare al mittente questa grave accusa di “supportare le mafie” attraverso il sostenere la proibizione dell’uso di droghe, va contemporaneamente considerato una cosa molto semplice ma altrettanto vera e cioè che queste organizzazioni criminali sono concretamente ed ampiamente supportate esclusivamente da tutte quelle persone che comprano droga dai loro spacciatori fornendo quindi direttamente quel denaro che alimenta le organizzazioni criminali tanto vituperate. Una enorme contraddizione per chi vorrebbe contrastate queste organizzazioni. Questa è la semplice e lapalissiana realtà se si vuol vedere.

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Allarme ignorato Basta casi come Desirée e Pamela. Fermiamo l’epidemia droga

Allarme ignorato Basta casi come Desirée e Pamela. Fermiamo l’epidemia droga

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato sul numero di Tempi di novembre 2018.

È come una epidemia, solo che si preferisce ignorarla. Può essere prevenuta e contrastata, ma addirittura per molti, media e intellettuali inclusi, dovremmo poterla provare tutti liberamente: una sorta di colera legale e gratuito. Neanche episodi come quello di Desirée Mariottini, nel cuore della Capitale, pochi mesi dopo quello di Pamela Mastropietro, a Macerata, e dopo quello di Emanuele Morganti, ad Alatri, fanno arrendere alla realtà. Che ha (altro…)

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