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Suicidio assistito:una corsa per la morte nel caos dei Comitati etici

Suicidio assistito:una corsa per la morte nel caos dei Comitati etici

‘Suicidio assistito, primo via libera ad un malato italiano’, così titolano le testate che si occupano della vicenda di ‘Mario’, dopo il parere rilasciato dal Comitato etico regionale delle Marche. Ma è realmente così? La versione integrale del parere non autorizza questa conclusione, intanto perché, nella confusione normativa attuale, se un qualsiasi Comitato etico avesse autorizzato un suicidio assistito avrebbe violato la legge, poiché sarebbe andato oltre le competenze che le varie disposizioni gli riconoscono. E poi perché, chiamato dal Tribunale di Ancona a verificare la sussistenza nel caso specifico delle condizioni previste dalla Corte costituzionale con la c.d. sentenza Cappato, a proposito del requisito della sofferenza intollerabile il Comitato parla di ‘elemento soggettivo di difficile interpretazione’, di difficoltà nel ‘rilevare lo stato di non ulteriore sopportabilità di una sofferenza psichica’, e di ‘indisponibilità del soggetto ad accedere ad una terapia antidolorifica integrativa’.

Al netto delle suggestioni mediatiche, l’avv. Domenico Menorello, dell’Osservatorio parlamentare Vera lex? affronta i nodi problematici dei Comitati etici, correlati alla procedura di ‘fine vita’.

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Perché il quesito referendario sull’omicidio del consenziente non è ammissibile

Perché il quesito referendario sull’omicidio del consenziente non è ammissibile

Dopo la verifica formale da parte dell’Ufficio per i referendum della Corte di Cassazione, la Corte costituzionale è chiamata a valutare i profili di ammissibilità di un quesito impropriamente denominato ‘eutanasia legale’, ma che in realtà prescinde da qualsiasi requisito di salute della persona, e punta a rendere la vita un bene assolutamente disponibile, subordinato soltanto alla espressione del consenso da parte della vittima. Gli avvocati Francesco Paolo Garzone e Iacopo Iacobellis illustrano le ragioni di non ammissibilità del quesito, riprendendo il testo della relazione da loro svolta al convegno “Eutanasia legale. Le ragioni del si e del no a confronto”, tenuto a Palagianello (TA) al Teknè–Centro di esperienza socio culturale il 16 settembre 2021. Sul tema su questo sito cf. da ultimo https://www.centrostudilivatino.it/referendum-eutanasia-ovvero-la-vita-completata-quale-regola-per-darsi-la-morte/

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Referendum eutanasia, ovvero la ‘vita completata’ quale regola per darsi la morte

Referendum eutanasia, ovvero la ‘vita completata’ quale regola per darsi la morte

L’ondata culturale per il riconoscimento giuridico dell’aiuto al suicidio e della morte inflitta deliberatamente con il consenso della vittima (la c.d. eutanasia) è l’effetto di una cultura anti-solidaristica, in cui san Giovanni Paolo II ha visto quasi l’espressione di una vera «cultura di morte»[1]. Se costituisce oggetto di un obbligo morale contrastare la richiesta di erodere la tutela giuridica della vita, non meno importante è comprendere sul piano intellettuale i fattori causali che rendono il corpo sociale disponibile a dare l’assenso a riforme che abbattono gli steccati giuridici a protezione della vita. L’adesione di una consistente porzione della nostra società alla proposta referendaria di abrogare le norme di legge a tutela della vita deve condurre a una riflessione profonda. Il problema, prima che morale e giuridico, è antropologico.

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Referendum sull’omicidio del consenziente: perché i conti non tornano

Referendum sull’omicidio del consenziente: perché i conti non tornano

Prosegue il dibattito sul quesito referendario riguardante l’art. 579 cod. pen. Agli interventi già pubblicati su questo sito (https://www.centrostudilivatino.it/referendum-sullomicidio-del-consenziente-perche-e-contro-la-costituzione/;https://www.centrostudilivatino.it/referendum-sullomicidio-del-consenziente-e-pdl-sullaiuto-al-suicidio-ovvero-il-teatro-dellassurdo/; https://www.centrostudilivatino.it/referendum-sullart-579-cod-pen-perche-e-inammissibile/), si aggiunge oggi un ulteriore prezioso contributo del presidente di sezione emerito della Cassazione Pietro Dubolino. Esso risponde in modo argomentato alla tesi favorevole alla ammissibilità del referendum, sostenuta dal prof Tullio Padovani su Guida al diritto, concentrandosi soprattutto sulla categoria della disponibilità della vita.

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Camera: testo unificato ‘Bazoli’ sulla eutanasia, perché non va

Camera: testo unificato ‘Bazoli’ sulla eutanasia, perché non va

Il 14 settembre scade il termine per presentare gli emendamenti al ‘testo unificato’ redatto dall’on Bazoli in tema di eutanasia, quale risposta del Parlamento alla sentenza n. 242/2019 della Corte costituzionale, relativa alla parziale illegittimità dell’art. 580 cod. pen. Premesso che adeguato seguito alla pronuncia della Consulta potrebbe essere una rimodulazione della norma penale citata, senza depenalizzarla, come propone l’AC 1888 Pagano – che si muove nell’ottica di una doverosa e necessaria conservazione del principio di indisponibilità della vita – la dichiarata volontà del relatore di muoversi nel solco della decisione della Corte si scontra con le palesi difformità esistenti fra gli articoli del ‘testo unificato’ e la sentenza costituzionale: nell’articolo vengono indicate le più rilevanti.

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Referendum sull’art. 579 cod. pen.: perché è inammissibile

Referendum sull’art. 579 cod. pen.: perché è inammissibile

Questo sito ha già pubblicato primi articolati rilievi già sugli effetti abnormi e contraddittori derivanti dall’approvazione del quesito referendario, attraverso gli interventi del presidente di sezione emerito della Cassazione Pietro Dubolino https://www.centrostudilivatino.it/referendum-sullomicidio-del-consenziente-e-pdl-sullaiuto-al-suicidio-ovvero-il-teatro-dellassurdo/ e di Aldo Rocco Vitale https://www.centrostudilivatino.it/referendum-sullomicidio-del-consenziente-perche-e-contro-la-costituzione/. Anche ai fini del giudizio di ammissibilità che la Corte costituzionale dovrà rendere sul quesito, il contributo di Carmelo Leotta, professore di diritto penale all’Università Europea di Roma, rileva oggi, insieme col paradosso di una possibile più elevata sanzione quale esito della parziale abrogazione dell’art. 579 cod. pen., il palese contrasto col contenuto della sentenza n. 242/2019 della stessa Consulta.

1. Il quesito referendario proposto sull’art. 579 cod. pen. (omicidio del consenziente) porterebbe, qualora il referendum fosse dichiarato ammissibile dalla Corte Costituzionale e qualora, all’esito dei voti, vincessero i “Sì”, all’abrogazione parziale della norma che punisce chi uccide la persona consenziente.

Il quesito interviene infatti sui tre commi che compongono l’attuale art. 579 cod. pen. cancellando al comma 1 le parole “la reclusione da sei a quindici anni.”; l’intero comma 2; e al comma 3 le parole “Si applicano”. All’esito del referendum, l’art. 579 cod. pen. risulterebbe così formulato:

«Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con la reclusione da sei a quindici anni.

Non si applicano le aggravanti indicate nell’articolo 61.

Si applicano le disposizioni relative all’omicidio se il fatto è commesso:

1. contro una persona minore degli anni diciotto;

2. contro una persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti;

3. contro una persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno».

2. Così parzialmente abrogato, l’art. 579 cod. pen. si limiterebbe a prevedere che l’omicidio del consenziente minore di anni 18, o infermo di mente, o in condizioni di deficienza psichica, o vittima di un consenso viziato, sia punito (come avviene tuttora) con le pene previste per l’omicidio volontario. Si tratta di tre ipotesi che si caratterizzano, già nell’attuale regime, per una situazione di particolare debolezza della vittima, la cui manifestazione di volontà risulta priva di effetti ai fini dell’attenuazione di un giudizio di responsabilità.

L’intenzione dei proponenti il referendum è senza dubbio quella di escludere la punibilità per la fattispecie di omicidio del consenziente oggi punita con la reclusione da 6 a 15 anni dall’art. 579 comma 1 cod. pen. Per incidens, è lecito dubitare che questo sia l’unico possibile esito interpretativo del testo dell’art. 579 cod. pen. che residuerebbe dall’effetto abrogativo parziale. Infatti il referendum, in caso di vittoria dei “Sì”, comporterebbe l’abrogazione di una fattispecie di omicidio volontario pacificamente ritenuta speciale rispetto alla fattispecie generale di cui all’art. 575 cod. pen. Posto che, per costante orientamento (v., ad es., Cass. S.U. pen. n. 24468/2009), qualora si abroghi una fattispecie speciale, in applicazione dell’art. 2 cod. pen., non si realizza un’abolitio criminis, ma una successione di leggi penali nel tempo (con riespansione della fattispecie generale) è lecito domandarsi se i proponenti il referendum che, evidentemente perseguono il fine di escludere la punibilità per il particolare tipo di omicidio oggi punito dall’art. 579 co. 1 cod. pen. abbiano scelto, dal punto di vista tecnico, lo strumento più adeguato a raggiungere lo scopo da loro prefisso.

Tale dubbio è non privo di conseguenze ai fini del giudizio di ammissibilità del quesito, che appare non rispettoso del criterio di chiarezza richiesto dalla giurisprudenza costituzionale (C. Cost., 16/1978).

3. Lasciando sullo sfondo tale questione, si intende qui valutare se l’effetto di abolitio criminis della fattispecie di omicidio del consenziente fuori dai casi in cui la vittima versi in una delle situazioni di cui all’art. 579 co. 3 cod. pen. sia comunque soluzione consentita sul piano costituzionale.

Per svolgere tale giudizio si possono prendere le mosse proprio dalla decisione della Corte Costituzionale (sentenza n. 242/2019) che ha dichiarato, nel procedimento incidentale di costituzionalità nel processo Cappato, la parziale illegittimità per violazione degli art. 2, 13, 32 co. 2 Cost. dell’art. 580 cod. pen., nella parte in cui non esclude la punibilità di chi agevola l’esecuzione del suicidio, “autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente”.

Il richiamo alla sentenza n. 242 non deve indurre a ritenere che l’iniziativa referendaria riguardi i medesimi fatti investiti dalla sentenza del 2019, riferita come noto alla fattispecie di aiuto al suicidio (e, quindi, neppure all’istigazione, anch’essa punita dall’art. 580 cod. pen.). Tuttavia, la motivazione della sentenza n. 242/2019, ancorché la decisione sia nella sostanza criticabile perché introduttiva di un criterio di disponibilità della vita (seppur circoscritto alla sussistenza delle quattro condizioni indicate nel dispositivo), ha enunciato (come già l’ordinanza n. 207/2018) due principi fondamentali in materia di tutela della vita a fronte di una volontà dispositiva del suo titolare che, se valgono per l’aiuto e l’istigazione al suicidio, a maggior ragione devono valere per l’omicidio del consenziente.

4. Anzitutto, per la Corte costituzionale, l’art. 2 Cost., così come l’art. 2 CEDU, fonda il “dovere dello Stato di tutelare la vita di ogni individuo: non quello – diametralmente opposto – di riconoscere all’individuo la possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire”. Nella giurisprudenza della Corte EDU, si afferma, in termini aderenti, che dal diritto alla vita, garantito dall’art. 2 CEDU, non deriva il diritto di rinunciare a vivere, cioè il diritto a morire (sentenza 29 aprile 2002, Pretty contro Regno Unito) (v. anche Corte Cost., ord. n. 207/2018).

In secondo luogo, la pretesa inoffensività dell’aiuto al suicidio neppure può discendere dall’autodeterminazione individuale riferita al bene della vita. La ratio dell’art. 580 cod. pen. è infatti quella di tutelare il diritto alla vita, soprattutto delle persone più deboli e vulnerabili, “che l’ordinamento penale intende proteggere da una scelta estrema e irreparabile, come quella del suicidio. Essa assolve allo scopo, di perdurante attualità, di tutelare le persone che attraversano difficoltà e sofferenze, anche per scongiurare il pericolo che coloro che decidono di porre in atto il gesto estremo e irreversibile del suicidio subiscano interferenze di ogni genere” (v. anche Corte Cost., ord. n. 207/2018).

Una volta ricostruita la ratio di tutela su cui si fonda l’incriminazione delle due fattispecie di cui all’art. 580 cod. pen. (istigazione e aiuto al suicidio), occorre considerare che la condotta di omicidio del consenziente rappresenta un’ipotesi criminosa limitrofa, ma di maggiore offesa; in questa ultima fattispecie, infatti, il soggetto attivo del reato non partecipa semplicemente (a titolo morale o materiale) al fatto del suicidio commesso dalla vittima, ma sopprime la persona con il consenso della stessa. Della maggior gravità dell’omicidio del consenziente rispetto all’istigazione e all’aiuto al suicidio si rintraccia un chiaro indice dal confronto dei due articoli; infatti, l’art. 579 cod. pen. prevede una pena più severa (reclusione da 6 a 15 anni) di quella dell’art. 580 cod. pen. (reclusione da 5 a 12 anni).

5. Alla luce del richiamo alla sentenza costituzionale in materia di art. 580 cod. pen. e tenuto conto del rapporto tra le fattispecie di cui rispettivamente all’art. 580 e all’art. 579 cod. pen., l’abrogazione parziale di quest’ultimo articolo che, almeno secondo le intenzioni dei proponenti, è volta a rendere non punibile l’omicidio del consenziente fuori dai casi di incapacità o minore età della vittima o di consenso viziato, si rivela assolutamente incompatibile con “il dovere dello Stato di tutelare la vita di ogni individuo” per adempiere il quale se è irrinunciabile la tutela accordata dall’art. 580 cod. pen. (fuori dai casi indicati nel dispositivo) a fortiori lo è quella accordata contro i più gravi fatti previsti dall’art. 579 cod. pen.

Per tale ragione, la proposta referendaria – a tacere dei profili sulla carenza di chiarezza del quesito cui si è fatto cenno poco sopra – è senz’altro inammissibile, posto che vanificherebbe la tutela della vita dell’aspirante suicida, a difesa del quale, per la giurisprudenza costituzionale, permane la necessità di un presidio penalistico.

 Carmelo Leotta

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Referendum sull’omicidio del consenziente e pdl sull’aiuto al suicidio. Ovvero: “il teatro dell’assurdo”

Referendum sull’omicidio del consenziente e pdl sull’aiuto al suicidio. Ovvero: “il teatro dell’assurdo”

Riprendiamo dal quotidiano La Verità del 31 agosto – con titolo, abstract e numerazione redazionale -, le considerazioni del presidente di sezione emerito della Cassazione Pietro Dubolino, riguardanti la pdl di attuazione della sentenza n. 242/2019 della Corte costituzionale e il referendum sulla parziale abrogazione dell’art. 579 cod. pen., su cui su questo sito https://www.centrostudilivatino.it/referendum-sullomicidio-del-consenziente-perche-e-contro-la-costituzione/. L’Autore descrive taluni degli effetti abnormi e contraddittori derivanti dall’approvazione del quesito referendario, nella prospettiva della valutazione che la Consulta sarà chiamata a operare sull’ammissibilità del quesito medesimo.

1. Difficilmente  Eugene Jonesco, Samuel Beckett e gli  altri autori che diedero vita a quello che fu chiamato da Martin Esslin, nel 1961, il “teatro dell’assurdo” avrebbero potuto immaginare quel che invece è avvenuto sotto i nostri occhi, e cioè che la  loro opera avrebbe avuto degli imitatori, sia pure inconsapevoli, tra i legislatori, effettivi e di complemento, della Repubblica italiana.

Degna, infatti, di figurare tra le più rappresentative opere del teatro dell’assurdo può  senz’altro considerarsi, ad esempio, la nuova disciplina della prescrizione, contenuta nella riforma Cartabia, in conseguenza della quale (tanto per indicare un caso tra i molti possibili), il responsabile di un omicidio potrebbe, a parità di condizioni,  conseguire l’impunità per effetto del decorso del tempo prima di quanto potrebbe farlo il responsabile di un reato meno grave, quale la violenza sessuale. Analogo giudizio può esprimersi con riguardo ad uno dei proposti referendum abrogativi sulla giustizia, la cui eventuale approvazione, tra l’altro,  potrebbe rendere  impossibile  l’applicazione di una qualsiasi misura cautelare nei confronti di un soggetto resosi responsabile di un reato (ad esempio, il furto in abitazione o lo spaccio di stupefacenti), per il quale è  (e resterebbe) però obbligatorio l’arresto in flagranza.

2. Di queste pregevoli “pieces” si era già fatto cenno in  precedenti articoli. Ad esse può ora aggiungersene un’altra, avente a oggetto, stavolta, il “fine vita”; il che conferisce all’opera un tocco di umorismo macabro tale da renderla un vero capolavoro.

Due sono le parti di cui si compone quest’opera: una di esse è la proposta di legge attualmente in discussione davanti alle Commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera, nel testo risultante dalla unificazione di diverse proposte precedenti, recante come titolo quello di “disposizioni in materia di morte volontaria medicalmente assistita”. L’altra è costituita dalla proposta di referendum abrogativo avanzata dall’associazione Luca Coscioni, con l’adesione di numerosi altri organismi e movimenti, ed avente ad oggetto l’art. 579 del codice penale: questa disposizione prevede il reato di omicidio del consenziente, e stabilesce per esso una pena molto inferiore a quella prevista per l’omicidio ordinario, salvo che il consenso sia da ritenere viziato per una serie di ragioni tra le quali, per quanto qui particolarmente interessa, quella costituita dal fatto che esso sia prestato da “una persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti”.

3. La proposta di legge è finalizzata, come si legge nell’art. 1, a introdurre e disciplinare “la facoltà della persona affetta da una patologia irreversibile o con prognosi infausta di richiedere assistenza medica, al fine di porre fine volontariamente ed autonomamente alla propria vita, alle condizioni, nei limiti e con i presupposti previsti dalla presente legge”. In presenza (e solo in presenza) di tali condizioni è escluso, secondo quanto  espressamente previsto dall’art. 7, che possano essere chiamati a rispondere del reato di aiuto al suicidio, ai sensi dell’art. 580 del codice penale, tanto il medico ed il personale sanitario e amministrativo i quali “abbiano dato corso alla procedura che ha portato alla morte medicalmente assistita” quanto tutti coloro i quali “abbiano agevolato in qualsiasi modo la persona malata ad attivare, istruire e portare a termine la predetta procedura”, sempre che la stessa, ovviamente, sia eseguita nel rispetto delle prescritte modalità.

Il che si pone, sostanzialmente, in linea con quanto già stabilito dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 242/2019, che ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 580 del codice penale nella parte in cui renderebbe punibile la condotta di chi “agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente”.

4. La proposta di referendum, dal canto suo, è congegnata in modo tale da far sì che, se approvata, l’art. 579 del codice penale resterebbe in vigore solo nella parte in cui prevede che si risponda di omicidio comune ogni qual volta l’eventuale  consenso prestato dalla vittima sia da ritenere invalido per una delle ragioni attualmente indicate (ivi compresa quella, sopra ricordata, dell’infermità di mente o della deficienza psichica), rendendo così pienamente lecito, in ogni altro caso, l’omicidio del consenziente.

In tal modo (come posto in luce in un commento a firma di un autorevole cattedratico del diritto, reperibile su internet cliccando su “referendum eutanasia legale- il quesito referendario”), verrebbe  “finalmente”  affermato, “sul piano normativo, che il diritto alla vita è un diritto disponibile”. Con il che si darebbe luogo, però (a parte ogni considerazione di natura etica), alla paradossale conseguenza per cui, mentre non sarebbe più punibile chi avesse ucciso taluno con il suo consenso, rimarrebbe invece punibile chi gli avesse prodotto, sempre con il suo consenso, delle lesioni gravi o gravissime quali, ad esempio, la perdita o l’indebolimento permanente di un senso o di un organo. Ciò perché quel consenso sarebbe da considerare invalido, per contrasto con il tuttora vigente divieto degli atti di disposizione del proprio corpo stabilito dall’art. 5 del codice civile.

5. Non meno paradossali sarebbero le conseguenze  della combinazione tra la nuova norma sull’assistenza al suicidio e quella sull’omicidio del consenziente, quale risulterebbe dall’approvazione della proposta referendaria, e sempre che il quesito passi il vaglio di ammissibilità della Corte costituzionale. Infatti colui che, rispondendo alla richiesta di un aspirante suicida, lo aiutasse a tradurre in atto il suo proposito continuerebbe a rispondere del reato di aiuto al suicidio se la richiesta provenisse da un soggetto in normali condizioni di salute e di mente. Se però, a parità di condizioni, invece di aiutarlo ad uccidersi, lo uccidesse lui stesso, con il suo consenso, andrebbe del tutto esente da pena.  

Per converso, nel caso di un aspirante suicida che si trovasse nelle condizioni patologiche previste dalla proposta di legge (e anche, come si è visto, dalla sentenza della Corte costituzionale), chi gli prestasse assistenza per realizzare il suo proposito non risponderebbe del reato di aiuto al suicidio ma, qualora lo uccidesse egli stesso, con il suo consenso, correrebbe il grave rischio di essere incriminato e condannato per omicidio volontario comune, dal momento che proprio l’esistenza di quelle condizioni patologiche potrebbe facilmente dar luogo quanto meno al sospetto che il consenso fosse da considerare invalido in quanto prestato da soggetto in stato di deficienza psichica derivante dalla sua infermità.

È per questo che, riprendendo la similitudine con gli autori del teatro dell’assurdo, si potrebbe concludersi che gli allievi hanno superato i maestri.

Pietro  Dubolino

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Referendum sull’omicidio del consenziente: perché è contro la Costituzione

Referendum sull’omicidio del consenziente: perché è contro la Costituzione

Il 30 settembre si concluderà la raccolta delle firme per il referendum c.d. sull’eutanasia promosso dall’Associazione Luca Coscioni che, sulla base di quanto riferito dai promotori, avrebbe già raccolto ben 750.000 adesioni. In realtà il quesito referendario punta a legalizzare l’omicidio del consenziente e rappresenta un punto di arrivo allarmante di un percorso iniziato con la legge sulle n. 219/2017 c.d. sulle dat, e proseguito con la sentenza n. 242/19 della Corte costituzionale, rendendo la vita un bene del tutto disponibile.

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