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ESISTE IL ‘DIRITTO’ A OTTENERE UN ‘TRATTAMENTO’ CHE PROCURI LA MORTE?

ESISTE IL ‘DIRITTO’ A OTTENERE UN ‘TRATTAMENTO’ CHE PROCURI LA MORTE?

Considerazioni a margine di Trib. Ancona 9/06/2021 e Trib. Roma 22/06/2021

Alla luce della medesima sentenza n. 242/2019 della Corte Costituzionale nel c.d. caso Cappato due Giudici di merito si orientano con due distinte ordinanze secondo esegesi opposte: il Tribunale di Ancona sembra aprire la strada verso il riconoscimento della morte assistita, il Tribunale di Roma lo escluse, almeno per ora. La comune prospettiva è, tuttavia, che non esiste un diritto sostanziale alla morte assistita.

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Verso l’eutanasia in Spagna: la fine della relazionalità dell’uomo

Verso l’eutanasia in Spagna: la fine della relazionalità dell’uomo

1- Giovedì scorso il Congresso dei Deputati, la Camera Bassa del Parlamento spagnolo, ha dato il via libera – con 198 voti a favore, 138 contrari e 2 astenuti – al testo di legge volto a normare il diritto all’eutanasia. È necessario ancora il placet definitivo del Senato, che tuttavia, dati gli attuali assetti delle forze politiche presenti in Parlamento, si annuncia scontato. L’11 febbraio scorso, alla vigilia degli sconvolgimenti che la diffusione della pandemia avrebbe di lì a poco prodotto in Europa, l’Assemblea Plenaria aveva approvato la discussione di una proposta di legge in tema, la cui trattazione sistematica poi, all’interno delle Commissioni parlamentari competenti, sarebbe andata avanti fino a oggi, con i voti contrari del Partito Popolare, di Vox e di UPN (il partito regionalista della Navarra). Il 10 dicembre scorso la Commissione Giustizia del Congresso ha licenziato definitivamente il testo destinato a tornare per la votazione ultima in Plenaria, votazione svoltasi appunto lo scorso giovedì.

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Nuova Zelanda, verso una legge pro eutanasia

Nuova Zelanda, verso una legge pro eutanasia

1. I risultati preliminari del referendum svoltosi qualche settimana fa in Nuova Zelanda sull’End of Life Choice Act sembrano confermare la vittoria del “sì” alla nuova legge favorevole per la scelta eutanasica. Il 65,2% degli elettori, infatti, ha sostenuto l’entrata in vigore della nuova legge, mentre il 33,8% avrebbe espresso un voto contrario. Anche se manca ancora lo spoglio di circa 480.000 voti speciali, il margine delle preferenze affermative espresse pare così grande da escludere la possibilità di ribaltamento. Alla luce di ciò l’End of Life Choice Act (Eolc) entrerà defintivamente in vigore il 6 novembre 2021: la Nuova Zelanda sarà così il settimo Paese al mondo a regolarizzare l’opzione eutanasica attiva dopo Olanda, Belgio, Lussemburgo, Svizzera, Canada e Colombia.

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Olanda: eutanasia “legale” sotto i 12 anni. E l’autodeterminazione?

Olanda: eutanasia “legale” sotto i 12 anni. E l’autodeterminazione?

1. «L’eutanasia perché non dovrebbe essere ammissibile come alternativa all’interruzione volontaria di gravidanza nel secondo trimestre?»: così Eduard Verhagen, il medico “padre” dei noti “Protocolli di Gröningen”, si chiedeva nel 2013. Il suo interrogativo era retorico, ed equiparava su un piano di legittimità l’eutanasia infantile e l’interruzione volontaria della gravidanza, sottolineando che se è lecito sopprimere un feto malformato non meno lecito dovrebbe essere sopprimere un neonato o un minore sofferente: l’eutanasia infantile sarebbe null’altro che un “aborto tardivo post-nascita”.

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La lettera Samaritanus bonus: chiarezza e luce sul fine vita

La lettera Samaritanus bonus: chiarezza e luce sul fine vita

1. Il disorientamento dei cattolici.Il convegno si svolgeva in campo cattolico; e affermazioni che appena quindici anni fa avrebbero fatto segnare di croce, come di fronte a una manifestazione del Maligno, ogni buon cattolico italiano, e magari scatenato la più massiccia insofferenza, venivano recepite senza batter ciglio e qualche volta con larga approvazione. Mi pareva di sognare. Ma alla meraviglia, man mano che si andava avanti, subentrava il dubbio, il dilemma: stavo assistendo al realizzarsi della tolleranza o all’avvento della confusione? Quella platea di preti, di professori, maestri e studenti delle rispettive associazioni cattoliche, avevano finalmente raggiunto l’umana e laica verità che Montaigne enunciava nella stupenda formula che “dopotutto significa dare un bel peso alle proprie opinioni se per esse si fa cuocere vivo un uomo”, o semplicemente non avevano più opinioni?[1] Così Leonardo Sciascia condensava il suo stupore dinnanzi a quella parte del mondo e dell’intellighenzia cattolica che già alla fine degli anni 1970 non sembravano in grado di distinguere le verità di fede e di morale dalle opinioni (a-cattoliche e perfino anti-cattoliche) del mondo contemporaneo: tanto da apparire, agli occhi dello scrittore siciliano, più confuse che tolleranti, più incapaci di comprendere che vogliose di effettivo rinnovamento.

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Sentenza Massa sul fine vita: e i paletti della Consulta?

Sentenza Massa sul fine vita: e i paletti della Consulta?

1. Paletti piantati nella sabbia. Eppure la Corte Costituzionale, con la sentenza n. 242/2019, lo aveva scritto e ne era fermamente convinta. Sostituendosi a un Parlamento che – a suo avviso – tardava a legiferare, aveva eliminato la sanzione per l’aiuto al suicidio, precisando tuttavia di aver fissato paletti ben precisi, ai quali i giudici di merito avrebbero dovuto attenersi: pena il rischio di far venir meno quella cintura protettiva da mantenere a salvaguardia di chi non poteva essere considerato del tutto libero di autodeterminarsi.

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Indirizzi applicativi dell’art.17 del codice deontologico ed etica della professione sanitaria. Il caso del suicidio assistito.

Indirizzi applicativi dell’art.17 del codice deontologico ed etica della professione sanitaria. Il caso del suicidio assistito.

Il Centro studi Rosario Livatino, il Forum delle Associazioni socio sanitarie e il Movimento per la Vita Italiano esprimono preoccupazione per il testo, approvato il 6 febbraio 2020 da parte del Consiglio nazionale della Federazione degli Ordini dei Medici (Fnomceo), degli “indirizzi applicativi dell’articolo 17” del Codice deontologico medico, che ha fatto seguito alla sentenza n. 242/2019 della Corte Costituzionale sul suicidio assistito: un testo che stabilisce «la non punibilità del medico da un punto di vista disciplinare», qualora ricorrano le condizioni previste dalla Consulta per la non punibilità nel giudizio penale del medico che abbia aiutato al suicidio. Premesso che la scelta di completo adeguamento alla sentenza non era per l’Ordine obbligata né necessaria, ci chiediamo come si concili un Codice deontologico così modificato alle ancora vigenti disposizioni della legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale, che (art. 1 co. 2 L. 833/78) definisce quest’ultimo «il complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento ed al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione»: poiché non è ben chiaro a quale degli obiettivi propri del SSN – la promozione, il mantenimento, il recupero della salute – si ascrive l’aiuto che il medico è chiamato a dare al suicidio, ci si trova di fronte al paradosso di una norma deontologica che tutela il paziente meno rispetto a una norma di legge positiva. Quel che sorprende è che un Ordine, qual è quello dei medici, assuma una decisione che va in controtendenza rispetto all’autonomia della professione. La sentenza n. 242 non fissa l’obbligo per il medico di assecondare l’intenzione suicidiaria, e anzi ricorda che costui continua ad avere come faro esclusivo la propria “coscienza”; prima ancora, la l. 219/2017, istitutiva delle DAT- disposizioni anticipate di trattamento, ha stabilito all’art. 1 co. 6 che «[…] Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali; a fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali».

Se la legge 219 rinvia alla “deontologia professionale”, e la sentenza 242 richiama la “coscienza del singolo medico”, vuol dire che le regole della disciplina medica hanno un loro peso e non sono in tutto subordinate a quelle della legge dello Stato: perché allora cambiarle, o integrarle, riprendendo la lettera – controversa e opinabile – della sentenza 242? Comportarsi come se le disposizioni deontologiche fossero per intero sottoposte alla legge significa per un verso avallare una visione statalistica del diritto, negando rilievo all’autonomia dei gruppi sociali – fra i quali gli Ordini professionali -, e quindi al pluralismo dell’ordinamento; per altro verso delineare una sorta di “etica di Stato”, con la subordinazione a quest’ultimo di quella coscienza che chiama in causa la professionalità e l’autonomia del medico. Ribadiamo che non può essere una legge dello Stato o una sentenza della Consulta a stabilire che cos’è la professione medica, prescindendo dalle norme di tradizione plurimillenaria che l’Ordine ha maturato al proprio interno: non può esserlo senza ledere al tempo stesso l’etica del medico, e quella relazione con l’Ordine di riferimento su cui si fonda la fiducia dell’assistito. L’invocato “raccordo” tra norme deontologiche e norme giuridiche non può giungere a violare l’essenza costitutiva della professione medica: tutela della vita e della salute, sollievo dalla sofferenza. Per tutto questo auspichiamo sul punto un opportuno ripensamento, e comunque la non archiviazione di un dibattito sull’etica della professione sanitaria, oggi ancora più importante rispetto al passato.

Roma, 15 febbraio 2020
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Per la Corte Costituzionale tedesca suicidarsi è un diritto no limits

Per la Corte Costituzionale tedesca suicidarsi è un diritto no limits

  1. La Corte costituzionale tedesca si spinge più in là rispetto alla Corte Costituzionale italiana nel riconoscere il suicidio come diritto fondamentale della persona. Riportiamo il link della decisione pubblicata il 27 febbraio 2020, nella versione inglese – https://www.bundesverfassungsgericht.de/SharedDocs/Pressemitteilungen/EN/2020/bvg20-012.html -, riprendendolo dal sito ufficiale della Corte medesima

Innanzitutto, il caso: non ci si trova di fronte né a un malato affetto da patologia irreversibile né all’equivalente di un on. Cappato, incriminato per essersi offerto a prestare assistenza all’aspirante suicida, quale punto di partenza per il ricorso ai giudici costituzionali. A denunciare l’incostituzionalità dell’art. 217 del Codice Penale tedesco, introdotto nel 2015 per fare chiarezza su attività illecite poste in essere da associazioni che prestate in forma commerciale, sono state associazioni specializzate nell’assistenza ai suicidi in Germania e Svizzera: medici impegnati nelle cure ospedaliere e nei trattamenti ambulatoriali e consulenti legali in materie collegate all’ambito suicidiario.

  1. Poi la decisione: il principio affermato dalla Corte è che appartiene ai diritti fondamentali della persona il diritto di decidere, in piena autonomia e senza limitazione alcuna, della propria vita [cfr. § I.1.a)]. Il diritto di suicidarsi, pertanto, non può essere circoscritto al diritto di rifiutare trattamenti di sostegno vitale [cfr. § I.1.aa)] né va riservato solo a coloro che versino in determinate condizioni di salute, in quanto, ad esempio, affetti da patologie serie o incurabili [cfr. § I.1.bb)].

L’esercizio di tale diritto deve essere, in definitiva, garantito in tutte le fasi dell’esistenza di una persona [cfr. §I.1.bb)]: ciò perché il diritto di suicidarsi trova il suo fondamento costituzionale nella dignità della persona, identificata nella capacità di autodeterminarsi, e ne rappresenta la diretta, seppur terminale, espressione. [cfr. § I.1.cc)]. Ne discende che la criminalizzazione delle condotte di aiuto al suicidio costituisce una illegittima compressione di tale diritto fondamentale della persona [cfr. § I.3.bb)].

  1. Come ha fatto la Corte costituzionale italiana con l’ordinanza n. 207/2018, e in parte con la sentenza n. 242/2019, anche la Corte tedesca assegna i compiti al legislatore; che potrà introdurre disposizioni general-preventive del rischio suicidiario [cfr. §I.3.bb)1], purché rispetti le seguenti condizioni di legittimità costituzionale:
  2. le misure limitative del diritto di suicidarsi devono trovare giustificazione in situazioni che possano far ritenere che la libertà di autodeterminazione del singolo sia stata esposta a influenze esterne [cfr. § I.3.bb)1]. Il richiamo all’autodeterminazione quale punto di riferimento per le norme da introdurre è identico a quello cui si è riferita la nostra Consulta, con tutti i limiti dottrinali che ciò comporta [1];
  3. eventuali misure adottate per estendere e rafforzare il ricorso alle cure palliative non possono spingersi fino a far considerare queste ultime come in qualche modo limitanti o condizionanti il diritto al suicidio, dal momento che non vi è nessun obbligo per l’aspirante suicida a fare preventivo ricorso a tali cure [cfr. § I.3.bb)2b)]. Questo passaggio differenzia le due pronunce – quella tedesca e quella italiana – perché per la nostra Consulta le cure palliative costituiscono un pre-requisito dell’intervento di fine vita;
  4. non vi è alcun obbligo per il personale medico, né in capo a nessun altro, di prestare assistenza all’aspirante suicida [cfr. § I.3.bb)2a)];
  5. tale assenza di obbligatorietà impone che l’aspirante suicida sia messo in condizione di poter fare ricorso a specifici servizi di assistenza [cfr. § I.3.bb)2a)]. Tali due voci sono simili a quelle indicate dalla sentenza costituzionale italiana n. 242/2019;
  6. i servizi di assistenza al suicidio devono essere disciplinati dal legislatore, mediante misure che proteggano la libertà di autodeterminazione del singolo; tali misure includono: a) l’osservanza obbligatoria di procedure e disposizioni che mirino a fornire all’aspirante suicida le necessarie informazioni ed un congruo tempo di riflessione; b) l’indispensabile approvazione di un’autorità amministrativa che attesti, in presenza di determinati requisiti, l’affidabilità dell’ente che offre i servizi di assistenza; c) la potenziale rimodulazione della normativa in tema di stupefacenti e sostanze a cessione controllata, al fine di renderla coerente con le disposizioni in tema di assistenza al suicidio. Quest’ultimo passaggio appare in assoluto il più sconcertante, perché rinvia a una sorta di suicidio-fai-da-te, con il lecito approvvigionamento – autonomo o, se l’aspirante suicida non ne abbia la possibilità, delle persone a lui vicine, seguendo la stessa logica – di sostanze stupefacenti che rendano possibile l’exitus.

Torneremo sul tema, con i necessari approfondimenti. Al momento ci limitiamo a constatare che mentre fino a poco meno di due anni fa legislazioni apertamente eutanasiche e di assistenza al suicidio erano presenti solo in tre Stati dell’Ue – Belgio, Olanda e Lussemburgo – la sentenza n. 242 della Corte costituzionale italiana ha aperto la strada a passi analoghi di ordinamenti di maggior peso, e ogni passo successivo è peggiorativo del precedente.

Nel momento in cui le Nazioni europee non trovano alcuna linea condivisa per prevenire e curare l’influenza da c.d. coronavirus, e quindi su misure comuni per la salute dei cittadini europei, cominciano invece a costruire una unità sull’aiuto al suicidio di chi versa in condizioni di personale disagio. Il messaggio che mandano le Corti costituzionali – al momento, certamente quelle italiana e tedesca – è che l’Europa costruita per via giurisdizionale rende più agevole la morte in nome del più assoluto libertarismo, disinteressandosi della solidarietà per chi soffre.

[1] Sul tema dell’autodeterminazione, e in generale, sull’aiuto al suicidio cf (a cura di M.Ronco) Il “diritto” di essere uccisi: verso la morte del diritto? Giappichelli ed. Torino 2019.

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«Non era necessario adeguarsi alla sentenza costituzionale»

«Non era necessario adeguarsi alla sentenza costituzionale»

Articolo di Francesco Ognibene, pubblicato su Avvenire il 20 febbraio 2020.

«Il medico, anche su richiesta del malato, non deve effettuare né favorire trattamenti finalizzati a provocarne la morte». È scritto senza giri di parole l’articolo 17 del Codice di deontologia medica, chiosato il 6 febbraio con voto unanime dal Consiglio nazionale della Fnomceo – la federazione che raccoglie la rete provinciale degli ordini professionali – per affermare che «non sarà punibile dal punto di vista disciplinare, dopo attenta valutazione del singolo caso, il medico che liberamente sceglie di agevolare il suicidio, ove ricorrano le condizioni poste dalla Corte costituzionale» nella sua recente sentenza 242 sul caso Cappato-dj Fabo. Ma se il Codice vieta e i nuovi «indirizzi applicativi» consentono – sebbene a precise condizioni – qual è il principio che prevale? Una domanda lancinante per tre associazioni – Centro studi Rosario Livatino, Forum delle Associazioni socio sanitarie e Movimento per la Vita italiano – che hanno affidato a un’accorata nota la loro «preoccupazione».

Se «la scelta di completo adeguamento alla sentenza non era per l’Ordine obbligata né necessaria – premette il testo – ci chiediamo come si concili un Codice deontologico così modificato alle ancora vigenti disposizioni della legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale, che definisce quest’ultimo “il complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento e al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione”». Si è venuto a creare un vero «paradosso» con «una norma deontologica che tutela il paziente meno rispetto a una norma di legge positiva». Per le tre realtà associative «sorprende» che la Fnomceo vada «in controtendenza rispetto all’autonomia della professione»: infatti la stessa sentenza costituzionale «non fissa l’obbligo per il medico di assecondare l’intenzione suicidaria, e anzi ricorda che costui continua ad avere come faro esclusivo la propria “coscienza”». La legge sul biotestamento, per la quale «il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari alla deontologia professionale», e la sentenza 242, col suo richiamo alla «coscienza del singolo medico», concorrono nel dimostrare che «le regole della disciplina medica hanno un loro peso e non sono in tutto subordinate a quelle della legge dello Stato». Inevitabile chiedersi «perché allora cambiarle, o integrarle, riprendendo la lettera – controversa e opinabile – della sentenza 242». Mpv, Forum sociosanitario e Livatino contestano sia la «visione statalistica del diritto» che li avrebbe ispirati «negando rilievo all’autonomia dei gruppi sociali, fra i quali gli Ordini professionali», sia l’affermazione di una sorta di «”etica di Stato”, con la subordinazione a quest’ultimo di quella coscienza che chiama in causa la professionalità e l’autonomia del medico». Conseguenza di questi rilievi è l’auspicio di «un opportuno ripensamento», chiedendo «la non archiviazione di un dibattito sull’etica della professione sanitaria, oggi ancora più importante». Infatti «non può essere una legge dello Stato o una sentenza della Consulta a stabilire che cos’è la professione medica, prescindendo dalle norme di tradizione plurimillenaria che l’Ordine ha maturato». Di più: «L’invocato “raccordo” tra norme deontologiche e norme giuridiche non può giungere a violare l’essenza costitutiva della professione medica: tutela della vita e della salute, sollievo dalla sofferenza».

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