Audizioni su rifiuto trattamenti sanitari e liceità eutanasia: Giovanna Razzano

Audizioni su rifiuto trattamenti sanitari e liceità eutanasia: Giovanna Razzano

Le Commissioni riunite Giustizia e Affari sociali, presso l’Aula della Commissione Affari sociali, nell’ambito dell’esame delle proposte di legge in materia di rifiuto di trattamenti sanitari e di liceità dell’eutanasia, hanno svolto le seguenti audizioni:
ore 15.15   Eugenio Lecaldano, professore emerito di Filosofia morale presso il Dipartimento di Filosofia dell’Università La Sapienza di Roma, e Giovanna Razzano, professoressa di diritto pubblico presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università La Sapienza di Roma;
ore 15.50  Massimo Gandolfini, primario di neurochirurgia e psichiatra presso l’Ospedale di Brescia e presidente del Comitato “Difendiamo i nostri figli – family day”, Massimiliano Carassiti, professore di anestesiologia presso l’Università Campus Biomedico di Roma, e Tonino Cantelmi, medico chirurgo specialista in psichiatria e psicoterapeuta;
ore 16.45   Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri (FnomCeO).

Riportiamo in calce in particolare il testo dell’intervento della professoressa Razzano.


Osservazioni sulla proposta di legge A.C. n. 2 di iniziativa popolare, recante “Rifiuto di trattamenti sanitari e liceità dell’eutanasia”, sulla proposta di legge n. 1586, di iniziativa dell’on. Cecconi, recante “Modifiche alla legge 22 dicembre 2017, n. 219, in materia di trattamenti sanitari e di eutanasia” e sulla proposta n. 1655, di iniziativa dell’on. Rostan e altri, recante “Introduzione degli articoli 4-bis e 4-ter della legge 22 dicembre 2017, n. 219, in materia di trattamenti di eutanasia”.

Testo dell’audizione presso le Commissioni riunite Giustizia e Affari sociali della Camera dei Deputati – 30 maggio 2019

Giovanna Razzano
Professore Associato di Istituzioni di Diritto Pubblico dell’Università La Sapienza di Roma, Facoltà di Giurisprudenza
giovanna.razzano@uniroma1.it

Illustri Presidenti e Onorevoli Deputati,
ringrazio per l’invito e per la possibilità di contribuire ad una riflessione sulle proposte di legge volte ad introdurre l’eutanasia nel nostro ordinamento, due delle quali – le n. 1586 e n. 1655 – presentate sulla base di una sollecitazione in tal senso dell’ordinanza n. 207 del 2018 della Corte costituzionale. Quest’ultima ha infatti chiesto al Parlamento «una disciplina delle condizioni di attuazione della decisione di taluni pazienti di liberarsi delle proprie sofferenze non solo attraverso una sedazione profonda continua e correlativo rifiuto dei trattamenti di sostegno vitale, ma anche attraverso la somministrazione di un farmaco atto a provocare rapidamente la morte», la quale «potrebbe essere introdotta, anziché mediante una mera modifica della disposizione penale di cui all’art. 580 cod. pen., in questa sede censurata, inserendo la disciplina stessa nel contesto della legge n. 219 del 2017 e del suo spirito, in modo da inscrivere anche questa opzione nel quadro della “relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico”, opportunamente valorizzata dall’art. 1 della legge medesima». Con riguardo a tale ordinanza riguardo valgono due principali considerazioni.

1. L’ordinanza 207 della Corte costituzionale non vincola il Parlamento.

La prima concerne l’anomalia di questa pronuncia, senza precedenti1 e senza alcuna base nelle norme costituzionali e primarie che regolano il processo costituzionale2, come conferma il fatto stesso che la Corte abbia dichiarato di far leva «sui propri poteri di gestione del processo costituzionale». La pronuncia ha elaborato una sorta di legge di delega alle Camere3, con tanto di principi e criteri direttivi, di oggetto e di tempo4 e ha poi fissato una nuova udienza per il 24 settembre prossimo, per «valutare l’eventuale sopravvenienza di una legge che regoli la materia in conformità alle segnalate esigenze di tutela»5. Il tutto non senza evidenti contraddizioni con riguardo alla norma rispetto alla quale era stata sollevata la questione di costituzionalità, ossia l’art. 580 c.p., il quale è stato qualificato, da un lato, «funzionale alla protezione di interessi meritevoli di tutela da parte dell’ordinamento», per cui «l’incriminazione dell’aiuto al suicidio non può essere ritenuta incompatibile con la Costituzione» (e infatti la Corte non ne ha dichiarato l’incostituzionalità); e, dall’altro, come una disposizione che non può continuare a produrre effetti reputati costituzionalmente non compatibili». Nell’ordinanza si assiste quindi al passaggio – difficilmente plausibile sul piano logico, oltre che su quello processuale, laddove il thema decidendum è stato oltrepassato6 – dalla meritevolezza della norma incriminatrice dell’aiuto al suicidio, alla meritevolezza di ciò che gli si oppone: il diritto ad ottenere dalle strutture del sistema sanitario nazionale, in presenza di alcune condizioni, il suicidio assistito, il cui participio passato implica, appunto, l’aiuto altrui.

Da una tale pronuncia non discende, sul piano strettamente giuridico-costituzionale, alcun dovere del Parlamento di provvedere nel senso indicato7. D’altro canto quello del c.d. fine vita è un ambito in cui, come riconosciuto dalla Corte di Strasburgo e anche dalla sent. Nicklinson della Suprema Corte inglese (che l’ordinanza ha richiamato incongruamente, sotto vari profili), tutti gli Stati membri del Consiglio d’Europa godono di un ampio margine di apprezzamento nel decidere se e come legiferare8, tanto più laddove si tratti di valutare la possibilità – problematica in riferimento all’art. 2 CEDU e al dovere di proteggere le persone vulnerabili9 – di introdurre la legalizzazione del suicidio assistito. Sarebbe dunque evidentemente contrario ai cardini stessi della forma di governo parlamentare che l’organo deputato a custodire la Costituzione limitasse in qualche modo il Parlamento, vincolandolo ad una scelta che è politica e tutt’altro che costituzionalmente necessaria10. Si tratta anzi di una scelta minoritaria, ove si consideri che, nel panorama dei quarantasette Stati aderenti alla CEDU, solo quelli del Benelux hanno legalizzato eutanasia e suicidio medicalmente assistito. Ѐ indicativo, infine, che, l’art. 28 della l. 87 del 1953 affermi che «il controllo di legittimità della Corte costituzionale su una legge o un atto avente forza di legge esclude ogni valutazione di natura politica e ogni sindacato sull’uso del potere discrezionale del Parlamento».

2. Sull’improprietà dell’inserimento di nuove norme legalizzanti l’eutanasia nella l. 219/2017, che tutela la vita e non «la possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire», come chiarito dalla stessa ordinanza 207 della Corte costituzionale.

Quanto all’indicazione concernente l’inserimento dell’eventuale disciplina nel contesto della legge n. 219 del 2017, occorre considerare, in secondo luogo, un’altra contraddizione insita nell’ordinanza 207. Quest’ultima ha ribadito non solo che il diritto alla vita, è il «primo dei diritti inviolabili dell’uomo» e il presupposto per l’esercizio di tutti gli altri, secondo il riconoscimento implicito dell’art. 2 Cost. ed esplicito dell’art. 2 CEDU, ma ha aggiunto che non può essere inteso come il diritto diametralmente opposto di rinunciare a vivere11.

Ora, la legge n. 219/2017, all’art. 1, comma 1, dopo aver richiamato gli articoli 2, 13 e 32 Cost., dichiara di tutelare, fra l’altro, «la vita». Se si inserisse dunque (come invece fanno i progetti di legge n.1586 e n. 1655) la disciplina volta a legalizzare l’eutanasia nel contesto della legge 219 «e del suo spirito», si giungerebbe a contraddire l’interpretazione che dell’art. 2 Cost. ha dato la stessa ordinanza della Corte costituzionale, che, come si è appena visto, ha escluso espressamente dal novero dei possibili significati dell’art. 2 Cost. «il diritto a riconoscere all’individuo la possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire»12. Quanto allo «spirito della legge», va ricordato che le Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento, rappresentano la sintesi equilibrata, a detta delle relatrici13, fra quei progetti di legge volti a legalizzare, da un lato, l’eutanasia e il suicidio assistito e quelli che, dall’altro, sostanzialmente riproponevano il d.d.l. Calabrò14. Appare quindi contraddittorio (sul piano politico), a poco più di un anno dall’entrata in vigore della legge 219, ritenere idonee ad essere incluse nello «spirito» di tale legge norme volte ad introdurre l’eutanasia.

3. Sulla differenza fra il rifiuto dei trattamenti e l’eutanasia, considerata dalla Federazione nazionale dei medici contraria al Codice di deontologia.

Neppure è possibile concordare con l’affermazione dell’ordinanza n. 207, secondo cui lo spirito di questa legge sarebbe quello di consentire ai malati di «porre fine alla propria esistenza»15. L’espressione è fuorviante e non tiene conto della importante distinzione fra il rifiuto dei trattamenti e l’intenzione di uccidersi e di uccidere (che invece il suicidio e l’aiuto al suicidio implicano). Il fatto che un paziente, ad esempio, rifiuti la tracheotomia o il ventilatore meccanico invasivo (ossia un trattamento invasivo che può divenire gravoso, talvolta, per alcuni pazienti) non comporta necessariamente che con tale scelta il paziente esprima l’intenzione di volersi suicidare e che il medico che lo aiuti stia commettendo, di conseguenza, un aiuto al suicidio. La distinzione non si coglie guardando all’effetto delle azioni, ossia alla morte, perché in entrambe le situazioni essa sopraggiunge; neppure è dirimente la prevalenza della componente attiva o omissiva nel comportamento medico. Ciò che è dirimente, ciò che davvero permette di distinguere il rifiuto dei trattamenti dall’eutanasia è l’intenzione di uccidersi e di uccidere, non necessariamente presente nel primo caso e certamente presente nel secondo16.

Del resto la distinzione fra l’una e l’altra fattispecie è riconosciuta unanimemente in ambito medico-clinico, posto che tutte le società mediche scientifiche italiane e internazionali concordano nel ritenere parte dell’attività medica l’assistenza ai pazienti che rifiutano le cure o l’interruzione di cure gravose o clinicamente sproporzionate, mentre escludono che l’eutanasia e il suicidio medicalmente assistito possano considerarsi atti terapeutici, trattandosi, piuttosto, di atti contrari all’etica17. Non corrisponde quindi alla realtà, né è ragionevole sul piano giuridico, far rientrare nell’unico calderone della volontà di «porre fine alla propria esistenza» sia il rifiuto dei trattamenti, sia l’intenzione di uccidersi e di essere uccisi18. Si tratta di un’indebita confusione fra fattispecie assai diverse, l’una un diritto, l’altra, un reato (per chi uccide, sia pure con il consenso). Osservo, tuttavia, che nella proposta Cecconi si incorre nella medesima confusione, in quanto, sotto la rubrica Rifiuto espresso di trattamenti sanitari e inapplicabilità di disposizioni del codice penale, vengono inserite disposizioni che si riferiscono al “trattamento eutanasico”. Altrettanto impropria è la divisione, su cui dimostra di basarsi lo stesso Dossier del Servizio Studi della Camera Eutanasia e rifiuto dei trattamenti sanitari (29 gennaio 2019), fra eutanasia attiva ed eutanasia passiva, in quanto non è possibile confondere l’assistenza medica prestata al paziente a fronte di un autentico rifiuto di trattamenti medici19 con l’eutanasia, per quanto passiva, in quanto in tal caso non si è in presenza di un’«uccisione intenzionale, per azione o per omissione, di un essere umano dipendente per suo presunto beneficio»20. Del resto già quindici anni fa autorevole dottrina penalistica qualificava l’eutanasia passiva come «una espressione impropria e fuorviante, da abbandonare»21. In conclusione l’eutanasia può dirsi estranea al fascio dei diritti ricavabili dall’art. 32 Cost., così come agli articoli 2 e 13 Cost. (che sancisce la libertà personale a partire dall’integrità fisica): un’eventualità che stravolge l’attuale quadro normativo e minaccia l’identità morale e professionale del personale sanitario22.

Né sembra irrilevante che una recente comunicazione della Federazione italiana dei medici abbia ribadito con fermezza che il Codice di deontologia medica «vieta ogni adempimento medico che procuri la morte del paziente». Al contempo, dinanzi all’ipotesi prospettata dall’ordinanza 207, e quindi dinanzi ad un soggetto tenuto in vita da mezzi di sostegno vitale, con malattia irreversibile, capace di prendere decisioni e con sofferenze psichiche e fisiche insopportabili, il documento, mentre ribadisce il divieto di uccidere, sostiene il dovere, da parte di un team anche interdisciplinare di professionisti, di prendere in carico la persona che intenda rifiutare le cure e quindi «pone il ricorso alla sedazione profonda medicalmente indotta come attività consentita al medico in coerenza e nel rispetto dei precetti deontologici». Il documento esprime poi l’urgenza di attuare per tutto il territorio nazionale le grandi potenzialità della legge n. 38 del 2010, che sancisce il diritto alle cure palliative e la terapia del dolore23.

4. Sulla relazione fra le cure palliative e l’eutanasia: il pre-requisito della scelta di suicidarsi e l’inattuazione della legge 38 del 2010.

A quest’ultimo riguardo, la stessa ordinanza 207 ha affermato che «il coinvolgimento in un percorso di cure palliative dovrebbe costituire un pre-requisito della scelta, in seguito, di qualsiasi percorso alternativo da parte del paziente»24. Al riguardo, come è emerso nel corso dell’audizione del Presidente della SICP sui medesimi progetti di legge dinanzi alle medesime Commissioni riunite, le Società Scientifiche di Cure Palliative si sono sempre pronunciate contro l’eutanasia, anche perché, per definizione, le CP sono contrarie sia all’abbreviazione che all’allungamento della fase terminale della vita, come del resto fissato dal loro statuto, riconosciuto dall’OMS25. Hanno inoltre sempre ribadito la differenza fra la sedazione palliativa profonda continua nell’imminenza della morte e l’eutanasia, come ha chiarito anche il CNB, con il parere del febbraio 2016, che ha precisato le condizioni che legittimano, sul piano etico-clinico, il ricorso a tale trattamento26. L’estraneità dell’eutanasia e del suicidio assistito alle cure palliative è del resto un punto importante, rispetto al quale non sono possibili ambiguità, pena la contraddizione con lo statuto originario delle stesse, che, a differenza dell’eutanasia, sancisce un diritto umano fondamentale, sancito in ambito internazionale. Da tale estraneità deriva fra l’altro la perdurante fiducia dei pazienti e delle loro famiglie nei confronti dell’approccio rappresentato dalla medicina palliativa.

Il punto è che la condizione a cui si riferisce la Corte costituzionale, ossia l’effettività del diritto alle cure palliative quale pre-requisito che escluda che «la richiesta di assistenza a morire sia dettata da cause evitabili, come quelle legate ad una sofferenza alleviabile»27, è ben lungi dall’essere soddisfatta. Lo comprova, da ultimo, la relazione presentata il 31 gennaio scorso dal Governo al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 38 per il triennio 2015/2017, che fotografa, ancora una volta, una situazione differenziata, in cui in ampie zone del Paese il diritto di fatto non è garantito. Lo comprova, inoltre, l’importante documento conclusivo dell’indagine conoscitiva svolta proprio dalla Commissione Affari Sociali dinanzi alla quale siamo e alla quale desidero esprimere l’apprezzamento per il notevole lavoro svolto; documento approvato all’unanimità il 10 aprile scorso e concernente, in particolare, le cure palliative pediatriche. Da questa indagine è emerso, fra l’altro, che solo il 10% dei circa 35.000 bambini italiani bisognosi di CP riescano a trovare una risposta adeguata ai loro bisogni28.

Anche l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa è nuovamente intervenuta sul punto, approvando nel novembre scorso la risoluzione 2249/2018, The provision of palliative care in Europe. Il documento si basa su due principali considerazioni: la prima è piuttosto amara, in quanto osserva che, a quindici anni dalla raccomandazione del Committee of Ministers29, centinaia di migliaia di persone in Europa non abbiano ancora accesso a servizi adeguati di cure palliative e restino nella sofferenza per lungo tempo, quando questa potrebbe essere adeguatamente trattata; la seconda attiene invece al tema della razionalizzazione della spesa del sistema sanitario, al quale spesso si ricorre in modo improprio e in emergenza, aggravandone i costi, proprio perché non sono stati tempestivamente identificati i bisogni di cure palliative ad ogni livello di assistenza medica. Viene soprattutto riconosciuto il ruolo silenzioso ma essenziale che viene svolto da milioni di informal caregivers che si occupano dei malati per ragioni affettive; figure che in futuro sono destinate a crescere, e che meritano dalle istituzioni ogni tipo di supporto. Figure, aggiungo, che in prevalenza sono di fatto femminili e che anche per questo (in ragione cioè delle storiche disparità di trattamento nei confronti delle donne) meritano dai Parlamenti, a maggior ragione, riconoscimento e non un messaggio, per quanto indiretto, di inutilità del loro impegno, stante il suggerimento di soluzioni come la «morte rapida»30 per i loro cari.

In conclusione, a prescindere da più radicali problemi di compatibilità costituzionale, in questo quadro di perdurante inattuazione del diritto alle cure palliative e alla terapia del dolore, appare inopportuna e intempestiva la scelta di legalizzare l’eutanasia, posto che non sussistono neppure le condizioni indicate nell’ordinanza della Corte perché l’eventuale scelta del suicidio assistito possa essere veramente tale e non frutto della disperazione. Occorre piuttosto domandarsi, come d’altronde ci si domanda anche altrove: è giusto affrontare le dolorose questioni di fine vita e la relativa sofferenza morale ponendo termine alla vita dei pazienti, quando le cure palliative di qualità ancora non sono pienamente garantite a tutti i pazienti che ne avrebbero bisogno31?

5. Sull’eventuale compresenza, nel sistema sanitario nazionale, di cure palliative ed eutanasia.

Resta un altro interrogativo: è immaginabile, comunque, un sistema sanitario in cui convivano, l’una accanto all’altra, l’assistenza palliativa e l’assistenza al suicidio? Ѐ coerente e sostenibile un sistema giuridico, sociale e sanitario in cui, da una parte, si proclami di prendere in carico il malato, la sua famiglia e ogni aspetto della loro sofferenza e, dall’altro, si offra altresì il servizio del suicidio medicalmente assistito, per alcuni casi? Una tale ipotesi non sarebbe distante dall’immagine di una struttura penitenziaria avanzata sul piano della rieducazione del condannato e del suo reinserimento sociale che al contempo permetta, magari in un altro reparto, l’eutanasia dei detenuti, quale opzione alternativa. Un’eventualità (non lontana peraltro dalla situazione venutasi a determinare in Belgio, grazie ad una legge non dissimile dalle proposte che si stanno considerando32) che spinge a domandarsi quanto sarebbero credibili, in tal caso, gli obiettivi dell’educazione per il reinserimento e della prevenzione dei suicidi nelle carceri.

Come è stato scritto, fra le conseguenze probabili di una eventuale legalizzazione dell’eutanasia, è da tenere in conto l’indebolimento «dell’impegno a favore di una adeguata assistenza sanitaria ai morenti, cioè tutte le cure palliative praticabili, nonché diagnosi e terapie psicologiche e psichiatriche. Ed invero è difficile ipotizzare una politica sociale che preveda costi economici onerosi in una duplice direzione: l’attuazione di una legge che consente l’eutanasia o il suicidio assistito con rigorose garanzie procedurali fondate su complessi accertamenti (…); un consolidamento – rectius: un auspicabile e necessario rafforzamento – delle strutture destinate alla cura delle fasi terminali della vita»33.

L’insostenibilità di un sistema schizofrenico, che vorrebbe conciliare la filosofia delle cure palliative con la filosofia della morte rapida, trova conferma nell’esperienza dei Paesi che hanno legalizzato da anni eutanasia e suicidio assistito, come il Belgio e Olanda, e che al contempo hanno leggi sulle cure palliative. Infatti i dati mostrano che, laddove è introdotta l’eutanasia, non solo è disincentivato l’impegno per le cure palliative di qualità accessibili a tutti, ma queste ultime finiscono per essere snaturate nella loro consistenza originaria, quella individuata e praticata da Cecily Saunders, pioniera delle cure palliative34. La Cellule Fédérale d’Evaluation des Soins Palliatifs ha pubblicato, nel giugno 2018, il suo rapporto rispetto al periodo 2014-2017, dal quale emerge che l’eutanasia è parte integrante delle cure palliative, nel senso che viene fornita nel “quadro di un accompagnamento palliativo globale”. Dalle cure palliative convenzionali, si è passati progressivamente alle cure palliative integrate (des soins palliatifs «conventionnels» aux soins palliatifs «intégraux»), dove l’eutanasia è divenuta un’opzione palliativa35. Anche la formazione dei medici per le questioni di fine vita è affidata ad associazioni mediche di orientamento eutanasico36, per le quali l’eutanasia è un’alternativa eticamente valida e l’atto di provocare la morte è iscrivibile appunto fra le opzioni palliative37. Di fatto le cure palliative, secondo il loro statuto originario, non vengono insegnate nei corsi di medicina, non vi sono competenze mediche adeguate per offrire cure palliative di qualità, né finanziamenti sufficienti38.

Osservo fra l’altro, leggendo il testo dell’audizione del Consiglio Nazionale Forense, che le parole dell’ordinanza 207 della Corte costituzionale sono state interpretate, almeno dai due studiosi redattori, nel senso che «la richiesta di somministrazione di un farmaco atto a provocare la morte deve avvenire nel quadro di un percorso di cure palliative, come già avviene per la rinuncia alle cure ai sensi dell’art. 2 della legge n. 219/2017»39. Tale lettura, mentre si discosta dal dato letterale dell’ordinanza 207, che invece parla di pre-requisito della scelta e non già di somministrazione del farmaco letale nel quadro del percorso palliativo, mostra al contempo quanto inesorabile sia il passaggio dalle cure palliative convenzionali alle cure palliative c.d. “integrate”, in cui l’eutanasia diventa opzione palliativa e in cui, inevitabilmente, prende il sopravvento la visione pragmatica della «morte rapida» insieme a quella, economicista, del risparmio della spesa sanitaria, specie ove si raffronti il costo di un’eutanasia con quello dell’assistenza nell’ultimo anno di vita40. Ne è una conferma l’esperienza dei Paesi Bassi, laddove il recente Euthanasia Code 2018, Review procedures in practice, a cura dei Regional Euthanasia Review Committees, da un lato riconosce che la sedazione palliativa, a differenza dell’eutanasia, «is normal medical practice», dall’altro lato asserisce candidamente che i pazienti sono autorizzati a concludere che la sedazione palliativa non è un’alternativa ragionevole («patients are entitled to conclude that palliative sedation is not a ‘reasonable alternative’»)41.

In conclusione l’esperienza mostra come in un sistema in cui l’eutanasia e le cure palliative convivono, queste ultime sono disincentivate, non finanziate, né realmente accessibili e soprattutto non sono più quelle terapie che affermano la vita e considerano la morte come un evento naturale, contrarie a qualsiasi accanimento e a qualsiasi forma di eutanasia, secondo lo statuto sancito dall’OMS. Quello che risulta intaccato è lo stesso ordinamento giuridico costituzionale basato sul riconoscimento dei diritti inviolabili dell’uomo e sul principio sociale42, a fronte di un liberalismo estremo che, se nell’immediato sembra offrire una varietà di opzioni, nel medio e lungo termine finisce per emarginare i soggetti svantaggiati e improduttivi, incrementando progressivamente la schiera di coloro che ricorrono all’eutanasia e al suicidio, come mostrano i dati43.

6. Il divieto assoluto di uccidere protegge i soggetti vulnerabili.

L’ordinanza 207 si è voluta distanziare, per verità, da «una concezione astratta dell’autonomia individuale, che ignora le condizioni concrete di disagio o di abbandono nelle quali, spesso, simili decisioni vengono concepite. Anzi, è compito della Repubblica porre in essere politiche pubbliche volte a sostenere chi versa in simili situazioni di fragilità, rimovendo, in tal modo, gli ostacoli che impediscano il pieno sviluppo della persona umana (art. 3, secondo comma, Cost.)»44.

Il divieto assoluto di uccidere intenzionalmente, così come il divieto assoluto della pena di morte (anche quella volontaria, rappresentata dall’eutanasia per i detenuti, di cui si è fatto cenno45), non si configura allora come contrario al principio liberale, né a quello sociale, ma anzi, ad essi funzionale, nella misura in cui protegge da possibili coercizioni, errori, malintesi e abusi, oltre che dalla indirect social pressure46, salvaguardando così proprio la libertà, l’uguaglianza e la solidarietà. Sotto questo profilo si tratta di una tesi condivisibile anche in una prospettiva moderatamente neutralista e persino utilitarista47, in quanto una norma che impedisce la disponibilità della vita umana non risulta un’irragionevole restrizione della libertà48.

Contraddice la pari dignità sociale, invece, ed è democraticamente pericolosa, una concezione della dignità umana legata non già al semplice essere in vita, all’humanitas49, ma consistente in una accezione soggettiva della stessa e quindi condizionata da capacità funzionali, come l’autonomia, l’auto-determinazione e l’auto-creazione50. Resta infatti l’enorme macigno della dignità degli esseri umani a cui tali qualità mancano, che invece il dato positivo costituzionale (cfr. artt. 3 e 38 Cost., in particolare) ha inteso considerare meritevoli di maggior tutela, anziché di minore dignità51. Come emerge coralmente dai dibattiti in Assemblea Costituente52, sono i bambini, gli anziani, i disabili e le persone con capacità compromessa o del tutto mancante i soggetti che maggiormente si intende garantire, proprio quelli privi di quella capacità di autodeterminazione in cui consisterebbe la dignità53.

La dignità intesa in senso soggettivo54 conduce poi a postulare, inevitabilmente, un presunto diritto all’omicidio consensuale di tutti gli adulti capaci55, secondo la logica del c.d. principio di uguaglianza dinanzi alla possibilità di darsi la morte56, e della fobia per ogni parvenza di paternalismo57. Perché mai, infatti, il legislatore, una volta acquisiti questi principi-guida, non dovrebbe ammettere che ulteriori condizioni, diverse da quelle di salute, possano legittimare richieste di eutanasia, ove comunque percepite dal soggetto come inaccettabili? Perché il legislatore, una volta acquisita l’ottica soggettivistica della dignità58, dovrebbe fare discriminazioni fra le condizioni che, in qualsiasi modo, nella percezione di ciascuno, rendono la propria vita non degna di essere vissuta59, come ritengono alcuni detenuti in Belgio, e come potrebbero ritenere altri, adducendo la propria sofferenza insopportabile (ai sensi del progetto n. 1586) o grave (ai sensi del n. 1655) o, semplicemente, adducendo di essere anziani e stanchi della vita, come la signora Gross60? Ma una volta giunti al diritto alla disponibilità sulla propria morte (preteso dai medici e dallo Stato e quindi tutt’altro che limitato alla propria sfera individuale) è poi difficile, come si è osservato61, vietare la vendita del proprio corpo o di alcune sue parti, la spettacolarizzazione dei suicidi e, più banalmente, l’uso di droghe e la prostituzione volontaria62.


7. La necessità di considerare responsabilmente le derive dell’esperienza del Belgio e dei Paesi Bassi.

I dati che emergono dall’esperienza di Paesi del Benelux – che un legislatore responsabile non può ignorare, perché è tenuto a considerare gli effetti della propria normazione nel medio e nel lungo periodo – mostrano poi come le aperture all’eutanasia comincino in riferimento a casi estremi e limitati, in base al solito criterio della “sofferenza insopportabile”, al principio di autodeterminazione terapeutica e a quello di dignità, e finiscano in poco tempo per divenire eutanasia di adolescenti, di bambini e di neonati, di coloro che hanno malattie psichiche. Solo in riferimento all’ultimo biennio (2016-2017), il Rapport de la Commission d’Evaluation de l’Euthanasie belga riporta diversi casi ufficiali di eutanasie praticate nei confronti di malati di depressione, bipolarità, demenza, Alzheimer e altri casi di malati di nevrosi, schizofrenia, autismo63. Dinanzi alla Corte di Strasburgo pende ora un ricorso (Mortier c. Belgio), promosso dal figlio di una paziente che soffriva di depressione e che “è stata suicidata” all’insaputa dello stesso. Quanto all’Olanda, il documento della KNMG Euthanasia in Netherlands, del 2017, menziona espressamente i pazienti dementi e le persone con disturbi mentali fra quelli ricompresi nelle finalità della medesima legge del 2002, alle quali applicare il criterio della sofferenza insopportabile. Si tratta di dati che invitano a domandarsi se, al fondo del “nuovo diritto”, vi sia autodeterminazione o non, piuttosto, una matrice selettiva64.

Nel Benelux come in Canada, si auspica poi una modifica legislativa che permetta espressamente l’eutanasia nei confronti dei pazienti dementi65, mentre i suicidi assistiti si vanno correlando, di fatto, ai trapianti di organi66. Si tratta di una deriva che non si può non considerare, tanto più che, come vedo dalla relativa audizione, il Centro Nazionale Trapianti ha voluto rimarcare l’assoluta separazione fra le modalità con cui “giunge” la morte e il successivo espianto degli organi.

8. La deriva è già visibile nei progetti di legge in esame, che escono dal recinto delle indicazioni della stessa ordinanza 207 della Corte costituzionale.

Quanto al famoso slippery slope, al c.d. pendio scivoloso, è già riconoscibile nelle proposte in esame. Vi si legge infatti che la condizione per l’accesso all’eutanasia è quella di paziente le cui «sofferenze fisiche o psichiche siano insopportabili e irreversibili, o che sia affetto da una patologia caratterizzata da inarrestabile evoluzione con prognosi infausta» (n. 1586); ovvero di paziente «affetto da una malattia produttiva di gravi sofferenze, inguaribile o con prognosi infausta inferiore a diciotto mesi» (n. 1655). Invece la Corte indica «persona (a) affetta da una patologia irreversibile e (b) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia (c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti (d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli»67. La Corte afferma inoltre, come si è visto, che un percorso di cure palliative dovrebbe costituire un pre-requisito della scelta e si riferisce, inoltre, alla «possibilità di un’obiezione di coscienza per il personale sanitario coinvolto». Nulla di tutto ciò trova corrispondenza nei testi: le indicazioni della Corte risultano quindi tralasciate, così come le «condizioni rigorose» promesse nel preambolo del testo Cecconi. Nel lasso di tempo fra la pubblicazione dell’ordinanza 207 e la redazione delle proposte in esame già si è andati oltre, nella progressiva, inevitabile liberalizzazione.

In particolare, in riferimento ai principi costituzionali di tassatività e determinatezza della norma penale, osservo l’estrema elasticità dei concetti di gravi sofferenze e di inguaribilità. Del tutto indeterminato è poi, nella p.d.l. n. 2, il concetto stesso di eutanasia, oltre che i requisiti per accedervi e concordo, sotto questo profilo, con quanto rilevato dal Prof. C. Cupelli nella sua audizione. Osservo inoltre che la richiesta anticipata di eutanasia sarebbe consentita, peraltro senza adeguate garanzie, anche ai minori, stante l’espressione “ogni persona”.

Condivido poi le osservazioni effettuate dal Consiglio del Notariato nella propria audizione, che ha sottolineato la necessità dell’atto pubblico notarile quale forma della dichiarazione per la futura ed eventuale eutanasia, stante l’inadeguatezza della semplice scrittura privata consegnata all’ufficiale dell’anagrafe, così come della firma autenticata dall’ufficiale di anagrafe (pdl n. 1586 e n. 1655). Si tratta di modalità inidonee a garantire che il redigente abbia effettivamente acquisito informazioni e sia consapevole della sua scelta, e insufficienti a garantire l’effettiva riferibilità al soggetto di dichiarazioni e autodichiarazioni.

Sconcertante, rispetto ai principi di autonomia e responsabilità del medico, riconosciuti dall’art. 1 della legge 219, oltre che dalla stessa giurisprudenza costituzionale, in base agli artt. 2, 13 e 32 Cost.68, è poi la p.d.l. n. 2, che prevede che il personale medico e sanitario che non rispetti la volontà manifestata nei modi di cui all’articolo 1, è tenuto al risarcimento del danno morale e materiale conseguente, in aggiunta ad ogni altra conseguenza civile o penale ravvisabile nei fatti. Sul punto occorre ricordare che è intervenuto l’art. 1, comma 6, della legge 219, che dispone che il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali; a fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali. Molto netto, sul punto, è del resto il menzionato documento della Federazione nazionale dei medici, tenuti al rispetto della loro lex artis, la quale esclude, a sua volta, ogni adempimento medico consistente nel provocare o favorire la morte dei pazienti, in consonanza con la comunità medica mondiale.

Il punto pone bene in evidenza la portata divisiva, lacerante per tutta la società civile, del suicidio medicalmente assistito, che certamente non appare espressione di diritto mite.

Vi ringrazio per l’attenzione, restando a disposizione per ogni ulteriore approfondimento.


1. Sulla «soluzione inedita» e sull’«originale condotta processuale della Corte», da ultimo E. GROSSO, Il “rinvio a data fissa” nell’ordinanza n. 207/2018. Originale condotta processuale, nuova regola processuale o innovativa tecnica di giudizio? Relazione al Seminario su Dopo l’ord. 207/2018 della Corte costituzionale: una nuova tecnica di giudizio? Un seguito legislativo (e quale)?, Bologna 27 maggio 2019, in corso di pubbl. sul Forum di Quad. cost. Il Convegno è stato registrato e pubblicato sul sito di Radio Radicale.
2. A. RUGGERI, Due questioni e molti interrogativi dopo la ord. 207 del 2018 su Cappato, Intervento al Seminario su Dopo l’ord. 207/2018 della Corte costituzionale: una nuova tecnica di giudizio?, Bologna 27 maggio 2019, cit.
3. L. EUSEBI, Un diritto costituzionale a morire «rapidamente»? Sul necessario approccio costituzionalmente orientato a corte cost. (ord.) n. 207/2018, in Discrimen, 19 dicembre 2018, p. 3.
4. A. RUGGERI, op. cit., § 1.
5. Punto 11 della motiv. in dir.; corsivo mio.
6. Si rinvia a G. RAZZANO, La Corte costituzionale sul caso Cappato: può un’ordinanza chiedere al Parlamento di legalizzare il suicidio assistito?, in Dirittifondamentali.it, 1/2019, 22 gennaio 2019.
7. Lo esclude, ad es., A. RUGGERI, Venuto alla luce alla Consulta l’ircocervo costituzionale (a margine della ordinanza n. 207 del 2018 sul caso Cappato), in Consulta-online, 20 novembre 2018, p. 573. Simili considerazioni in L. EUSEBI, Un diritto costituzionale a morire «rapidamente»?, cit., p. 8, per il quale non appare credibile «che un mutamento così radicale nell’impianto giuridico del nostro Paese, come quello che istituirebbe il diritto di morire rapidamente (…), possa avvenire in forza soltanto, di una pronuncia della Corte costituzionale, e dunque di una pronuncia pur sempre giudiziaria (secondo una soluzione che risulterebbe eccentrica nello stesso panorama internazionale)».
8. Sul punto più ampi ragguagli in G. RAZZANO, La Corte costituzionale sul caso Cappato, cit., § 6.
9. Cfr. Corte di Strasburgo, caso Haas c. Svizzera, § 54 e 57.
10, A. MORRONE, Intervento conclusivo al Seminario su Dopo l’ord. 207/2018 della Corte costituzionale: una nuova tecnica di giudizio?, cit.
11. Punto n. 5 della motiv. in dir. A questo riguardo la Corte ha richiamato la sentenza della Corte di Strasburgo Pretty c. Regno Unito (2002), secondo la quale dall’art. 2 CEDU «discende il dovere dello Stato di tutelare la vita di ogni individuo: non quello – diametralmente opposto – di riconoscere all’individuo la possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire»; né è possibile desumere dal diritto alla vita «il diritto all’autodeterminazione inteso come scelta fra la vita e la morte» (§ 39 sent. Pretty c. Regno Unito).
12. Punto n. 5 della motiv. in dir.
13. Cfr. in particolare le dichiarazioni pubbliche delle relatrici per la maggioranza alla Camera, on. Donata Lenzi e al Senato, Emilia Grazia De Biasi (cfr. ad es. quotidianosanità.it, 11 ottobre 2017).
14. A.C. 2350, denominato Alleanza terapeutica, consenso informato e dichiarazioni anticipate di trattamento.
15. Punto 9 della motiv. in dir.
16. Cfr. N.M. GORSUCH, The Future of Assisted Suicide and Euthanasia, Princeton, 2006, p. 48 ss. e 216. Cfr. inoltre M. RONCO, Non esiste il “diritto” al suicidio. Note a margine del giudizio di costituzionalità sull’art. 580 cod. pen., in L- JUS, Rivista del Centro Studi Livatino, num. spec. ottobre 2018, in partic. § 2 e 3.
17. Già nel 1992, l’American Medical Association ha rimarcato la differenza fra il rifiuto dei trattamenti e il suicidio medicalmente assistito (AMA, Decision Near the End of Life, 267 Journ of Americ. Med. Ass, 1992, 2229-2233). Cfr. inoltre World Medical Association, Declaration on Euthanasia, secondo la quale «physician assisted suicide, like euthanasia, is unethical and must be condemned by the medical profession». In Italia cfr. da ultimo SIAARTI, Le cure di fine vita e l’anestesista rianimatore: raccomandazioni Siaarti per l’approccio alla persona morente (2018), che ha ribadito che «la limitazione dei trattamenti ha come unico scopo quello di evitare un inutile prolungamento del processo agonico, consentendo al paziente di morire per le conseguenze della sua malattia. Tale obiettivo la distingue nettamente dall’eutanasia, cioè l’accorciamento intenzionale del processo di morte».
18. Sottolinea la distinzione C. SALAZAR, «Morire sì, non essere aggrediti dalla morte». Considerazioni sull’ord. n. 207/2018 della Corte costituzionale, relazione al Seminario su Dopo l’ord. 207/2018 della Corte costituzionale, cit., § 3.
19. Un discorso a parte merita, tuttavia, l’ipotesi di rifuto della NIA, dal momento che in questo caso la morte sopraggiunge non già per il decorso naturale della malattia, ma per l’omissione di cure (o trattamenti che dir si voglia) indirizzate non già a contrastare la malattia, ma piuttosto, come per ogni essere umano, all’obiettivo del sostentamento e del benessere generale. Non così nelle ultime ore di vita, laddove spesso la NIA è impropria rispetto a quest’ultimo obiettivo. Si rinvia a G. RAZZANO, Accanimento terapeutico o eutanasia per abbandono del paziente? Il caso Lambert e la Corte di Strasburgo, in BioLaw Journal, 3/2015.
20. Questa la definizione resa dalla risoluzione dell’Ass. parlamentare del Consiglio d’Europa n. 1859 del 2012: «Euthanasia, in the sense of the intentional killing by act or omission of a dependent human being for his or her alleged benefit, must always be prohibited».
21. F. MANTOVANI, Biodiritto e problematiche di fine vita, in Criminalia, 2006, p. 61.
22. C. SALAZAR, «Morire sì, non essere aggrediti dalla morte», cit., § 5.
23. FNOMCeO, Comunicazione n. 41, indirizzata al Presidente del CNB, con allegato parere della Consulta Deontologica nazionale del 14 marzo 2019.
24. Punto 10 della motiv. in dir.
25. WHO Definition of Palliative Care (www.who.int/cancer/palliative/definition/en). Inoltre, WHO, 20 December 2013, Strengthening of palliative care as a component of integrated treatment throughout the life course, Report by the Secretariat. Cfr. ancora il Global Atlas of Palliative Care at the End of Life della Worldwide Palliative Care Alliance (WPCA), 2014, p. 7.
26. CNB, Sedazione palliativa profonda nell’imminenza della morte, pubblicato il 29 gennaio 2016.
27. Secondo le parole di S. CANESTRARI, I tormenti del corpo e le ferite dell’anima, in Dir. pen. cont., 2019, p. 20, che ritiene prioritario l’impegno del sistema sanitario per le cure palliative.
28. XII Commissione Affari Sociali, mercoledì 10 aprile 2019, Allegato 2 dell’Indagine Conoscitiva, p. 113.
29. Rec(2003)24, concernente l’organizzazione dei servizi di cure palliative.
30. L’espressione è dell’ordinanza 207 della Corte cost.
31. Così l’ampio studio presentato dalla Société française d’anesthésie et de réanimation (Sfar) il 29 giugno 2012: SFAR, Fin de vie, euthanasie et suicide assisté: une mise au point: «Should we address painful end-of-life and moral suffering issues, by suppressing the subject, i.e. ending the patient’s life, when comprehensive palliative care has not first been fully granted to all patients in need of it?»
32. In Belgio infatti alcuni detenuti hanno fatto ricorso all’eutanasia per porre fine ad un’esistenza ritenuta di “sofferenza insopportabile”, ai sensi della legge sull’eutanasia, secondo quanto dichiarato dal medico F. Van Mol, direttore generale del servizio sanitario penitenziario, durante il programma televisivo Panorama andato in onda il 20 ottobre 2013. Un altro caso di eutanasia è quello di F. Van Der Bleeken, violentatore seriale e omicida, in carcere da anni e psichicamente disturbato. Al momento vi sono altri detenuti che vorrebbero fare ricorso all’eutanasia, a motivo della sofferenza psichica derivante dall’assenza di prospettiva, dalla mancanza di considerazione altrui, dalla solitudine. Si tratta di ventiquattro persone, come riferito da Caroline Devynck, criminologa presso la Vrije Universiteit Brussel (VUB) (fonte: Knack.be 2/1/2019).
33. S. CANESTRARI, Relazione di sintesi. Le diverse tipologie di eutanasia: una legislazione possibile, in S. CANESTRARI, G. CIMBALO, G. PAPPALARDO (a cura di), Eutanasia e diritto. Confronto tra discipline, Torino, 2003, p. 234.
34. Per una biografia: M. RANKIN (a cura di), Cicely Saunders: The founder of the Modern Hospice Movement, 2007. Cfr. inoltre H. ten HAVE, R. JANSSENS (a cura di), Palliative Care in Europe. Concepts and Policies, Amsterdam, 2001 e https://www.stchristophers.org.uk/about/history.
35. Così P. VANDEN BERGHE, A. MULLIE, M. DESMET, G. HUYSMANS, Assisted dying – the current situation in Flanders: euthanasia embedded in palliative care, in European Journal of palliative care, 2013. Cfr. anche European Association of Palliative Care, Palliative care development in countries with Euthanasia Law, Report for the Commission on Assisted Dying Briefing Papers, 4 October 2011.
36. Ad es. La LEIF (LevensEinde InformatieForum/ Forum d’information Fin de vie), fondata nel 2003 per impulso della RWS – droit à une mort digne oppure la Forum EOL (End of Life), costituita sempre nel 2003 con il patrocinio dell’Association pour le Droit de Mourir dans la Dignité (ADMD).
37. Cfr. W. DISTELMANS, Euthanasie et soins palliatifs : le modèle belge. Pour une fin de vie digne, Lormont, 2012.
38. C. DOPCHIE, L’euthanasie tue-t-elle les soins palliatifs?, in Les Cahiers francophones de soins palliatifs, Volume 13, n. 2, 2013.
39. § 3.2. del testo dell’audizione.
40. Come osserva C. DOPCHIE, op. cit., «il est démontré que c’est la dernière année de vie qui génère les dépenses de soin les plus élevés, alors qu’une euthanasie coûte 250 Euros».
41. Cfr. documento cit., § 4.8., 51.
42. Per M. MAZZIOTTI di CELSO, Lezioni di diritto costituzionale, Milano, 1993, II, 53, la Costituzione si fonda sui tre principi generalissimi: il liberale, il democratico e il sociale; mentre secondo C. MORTATI, Istituzioni di diritto pubblico, Padova, 1976, 148, accanto a questi occorre anche aggiungere il principio lavorista, quello pluralista e quello sopranazionale. Cfr. altresì P. GROSSI, Introduzione ad uno studio sui diritti inviolabili nella Costituzione italiana, Padova, 1972.
43. In Belgio sono 17.063 le persone ufficialmente decedute per suicidio assistito dall’approvazione della legge del 2002 (cfr. Commission fédérale de Contrôle et d’Évaluation de l’Euthanasie Huitième rapport aux Chambres législatives années 2016-2017). In Olanda dal 2006 al 2016 c’è stato un incremento del 317% dei suicidi assistiti dichiarati (Jaarverslag 2017 van de Regionale Toetsingscommissies Euthanasie).
44. Punto 6 della motiv. in dir.
45. Supra, § 5.
46. L’espressione è della Corte Suprema del Regno Unito, sent. Nicklinson, § 228, citata dall’ord. 207/2018, che ha scelto di non dichiarare incompatible la legge che criminalizza l’aiuto al suicidio, nella consapevolezza di quanto problematica sia la relativa legalizzazione rispetto alle persone con disabilità che dipendono dagli altri, per la pressione sociale indiretta che ciò comporterebbe (per ulteriori rif., G. RAZZANO, La Corte costituzionale sul caso Cappato, cit., § 4).
47. Così R.E. OMODEI, L’istigazione e aiuto al suicidio tra utilitarismo e paternalismo: una visione costituzionalmente orientata dell’art. 580 c.p., in Dir. pen. cont., 10/2017, p. 154. Quanto all’utilitarismo, lo stesso J.S. MILL, On Liberty, (1859), a cura di E. Rapaport, Indianapolis, 1978, § 5, sostenne l’opportunità di divieti assoluti, come ad es. i contratti di schiavitù, proprio per il rischio per la parte debole di subire, nonostante l’apparente consenso.
48. N.M. GORSUCH, op. cit., p. 169 e 217.
49. Secondo l’espressione di A. RUGGERI, da ultimo in Fraintendimenti concettuali e utilizzo improprio delle tecniche decisorie nel corso di una spinosa, inquietante e ad oggi non conclusa vicenda (a margine di Corte cost. n. 207 del 2018), Intervento all’incontro di studio su L’ordinanza n. 207 del 2018 tra aiuto al suicidio e trasformazione del ruolo della Corte costituzionale, organizzato dal Centro studi “Rosario Livatino”, Università Europea di Roma 22 febbraio 2019, in Consultaonline.it, 21 febbraio 2019, p. 101.
50. Fra l’altro la Corte EDU, nella sent. Pretty, § 39, ha affermato che l’art. 2 CEDU sul diritto alla vita, alla luce del quale devono essere letti tutti gli altri diritti, non è formulato come il diritto alla libertà di associazione, per cui non attiene all’esercizio di una scelta, né implica un aspetto negativo; comporta piuttosto l’obbligo dello Stato di proteggere la vita; non concerne inoltre né la qualità della vita, né ciò che una persona scelga di fare con la propria vita, ma «It is unconcerned with issues to do with the quality of living or what a person chooses to do with his or her life».
51. Sul riconoscimento generalizzato ad ogni uomo dell’attributo della dignità connesso alla sola condizione della sua esistenza in vita, e non subordinato alla condizione fisica o mentale della singola persona (da cui conseguirebbe al contrario una dignità limitata per coloro che non sono autonomi), cfr. V. BALDINI, Teoriche della dignità umana e loro riflessi sul diritto positivo (a proposito della disciplina sul trattamento del malato mentale), in Dirittifondamentali.it, 2/2012,  p9.
52. Fra i tanti passaggi significativi nel dibattito in seno all’Assemblea costituente, cfr., in tema di assistenza e previdenza, la relaz. di G. Togni, Terza Sottocomm., 11 settembre 1946, resoc. somm., 20, in cui si legge: «Se l’uguaglianza, infatti, comprende il diritto alla vita, come non alimentare tale sacrosanto diritto in maniera concreta, al di là delle nuove formule?». Di qui la necessità di garanzie per la vecchiaia, per l’incapacità fisica e psichica, l’inabilità, l’invalidità, cosicché previdenza e assistenza abbiano un contenuto più largo: «L’indispensabile per i bisogni quotidiani, che comprende il conforto per il minimo di agio e riesca apportatore di sereno amore alla vita e non costituisca invece, fomite di odio alla vita».
53. Analogamente, come ricorda S. MANGIAMELI, Autodeterminazione: diritto di spessore costituzionale?, in Forum Quad. cost., 2009, p. 12 (che cita P. GROSSI, I diritti di libertà ad uso di lezioni, vol. I, Torino, 1991, p. 254), se la libertà fosse un potere, si finirebbe con il restringere lo spazio di libertà, dal momento che l’esercizio del potere presuppone non solo la capacità giuridica, ma anche quella di agire, e di fatto risulterebbero così privati dei diritti di libertà tutti coloro che sono incapaci, i minori, gli interdetti.
54. L’ord. n. 207 si basa su concetti quali il «proprio concetto di dignità della persona» e la «propria visione della dignità nel morire».
55. N.M. GORSUCH, op. cit., p. 157 ss.
56. Argomentazione utilizzata dall’ord. 207/2018 della Corte cost., punto 9 della motiv. in dir.
57. Indicativo il pensiero di G. MANIACI, Perché abbiamo un diritto costituzionalmente garantito all’eutanasia e al suicidio assistito, in Rivista AIC, 1/2019, 16 gennaio 2019 e ID., La forza dell’argomento peggiore. La retorica paternalistica nell’argomentazione morale e giuridica, in Ragione pratica, XXXVIII, 2012, p. 205.
58. Fortemente critico nei confronti di questa prospettiva A. MORRONE, Intervento conclusivo al Seminario su Dopo l’ord. 207/2018 della Corte costituzionale: una nuova tecnica di giudizio?, cit. Cfr. anche ID., Il “caso Cappato” davanti alla Corte costituzionale. Riflessioni di un costituzionalista, in Forum dei Quad. cost., ottobre 2018.
59. Per ulteriori rilievi sul punto sia consentito rinviare a G. RAZZANO, Il diritto di morire come diritto umano? Brevi riflessioni sul potere di individuazione del best interest, sull’aiuto alla dignità di chi ha deciso di uccidersi e sulle discriminazioni Nell’ottenere la morte, in Arch. pen., 3/2018, § 4.
60. Il riferimento è al caso Gross c. Svizzera, su cui la Corte di Strasburgo si è pronunciata con una sentenza poi dichiarata invalida dalla Grand Chambre nel 2014, a motivo del fatto che la ricorrente signora Gross, che pretendeva dalla Svizzera l’eutanasia in quanto appunto anziana e stanca della vita, era in realtà già deceduta tempo addietro, in una delle cliniche svizzere all’uopo preposte.
61. A. BARBERA, La Costituzione della Repubblica italiana, Milano, 2016, p. 154.
62. Indicativa l’ordinanza di rinvio alla Corte costituzionale della questione di costituzionalità della legge Merlin (Corte d’Appello di Bari, Atto di promovimento 6 febbraio 2018, ord. n. 71), che ha argomentato la libertà di vendere la propria sessualità ex. art. 2, 13 e 41 Cost. riferendosi alla sentenza Englaro, dove l’autodeterminaizone «è stata spinta sino a legittimare la scelta terapeutica di porre fine alla protrazione della vita vegetativa».
63. Si trascrive dal Rapport: «Ont été ainsi euthanasiées: 23 personnes souffrant de troubles d’humeur (dépression, bipolarité,…); 24 personnes souffrant de troubles mentaux organiques (démence, Alzheimer, …); 6 personnes souffrant de troubles de la personnalité et du comportement (cela concerne surtout des patients de moins de 40 ans); 8 personnes souffrant de troubles névrotiques, troubles liés à des facteurs de stress et troubles somatoformes; 4 personnes souffrant de schizophrénie, troubles schizothypiques et troubles délirants; 7 personnes souffrant de troubles complexes, et 5 personnes de troubles mentaux organiques comme l’autisme».
64. Sul legame fra i movimenti per la legalizzazione dell’eutanasia negli Usa e il darwinismo sociale cfr. l’accurata ricerca di N.M. GORSUCH, op. cit., p. 33.
65. A tal fine una lettera aperta del 6 ottobre 2018 del Presidente della commissione belga sul controllo dell’eutanasia, Wim Distelmans, chiede di modificare la legge vigente; ad Anversa, durante il convegno del marzo 2019 del consorzio medico LEIF (LevensEinde Informatie Forum), molti si sono espressi a favore di questa modifica, così da permettere l’eutanasia ai pazienti con demenza in stato avanzato (fonti: De Morgen, Het Laatste Nieuws, De Standaard); in Canada l’Université de Sherbrooke e l’Association des proches aidants de la Capitale-Nationale hanno pubblicato dati che mostrano il consenso dei parenti per l’eutanasia dei dementi e dei malati di Alzheimer (cfr. www.vivredignite.org/actualite/quebec/actualite-2017).
66. Nei Paesi Bassi vige una direttiva volta ad evitare che i pazienti scelgano l’eutanasia per la donazione dei loro organi (http://www.transplantatiestichting.nl/winkel/richtlijn-orgaandonatie-na-euthanasie), ma i casi aumentano ogni anno (in Olanda 46 persone dal 2012 al 2017, in Belgio 35 persone dopo il 2005, fonti: Medisch Contact 27/02/2019 e Artsenkrant 7/03/2019). Problematiche le pressioni indirette dei social media, che sottolineano la necessità e l’urgenza di organi e la ricollegano a casi di eutanasia seguiti da trapianti (cfr. Institut Européen de Bioéthique, Bulletin 22 mars 2019, www.ieb- eib.org). In Canada alcuni medici della Western University (Ontario) e Robert Truog, bioeticista della Harvard Medical School, hanno chiesto di poter modificare la previsione legislativa per cui occorre attendere la morte prima dell’espianto, in modo da poter procedere a trapianti da persona vivente, cui seguirebbe l’eutanasia in sala operatoria e non attraverso somministrazione di sostanza (fonte BioEdge). Sulla questione non mancano riferimenti in letteratura: ad es. J. BOLLEN et al., Legal and ethical aspects of organ donation after euthanasia in Belgium and the Netherlands, in J Med Ethics, 2016; J. BOLLEN et al., Organ donation after euthanasia in children: Belgian and Dutch perspectives, Arch Dis Child, 2018.
67. Punto 8 della motiv. in dir.
68. Cfr. ad es. Corte cost., sent. n. 282 del 2002.

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Noa Poothoven: perché è eutanasia

Noa Poothoven: perché è eutanasia

Si è appresa in questi giorni con profonda tristezza la tragica vicenda che ha condotto alla morte di Noa Poothoven, diciassettenne malata di anoressia e depressione, deceduta domenica 2 giugno nella sua casa di Arnhem, nei Paesi Bassi, dopo aver volontariamente interrotto la propria alimentazione e idratazione.

Secondo le notizie diffuse sugli organi di stampa, la giovane, vittima di violenze sessuali e malata di anoressia, più volte ricoverata in istituti psichiatrici, ma collocata in lista d’attesa per l’ingresso in quello a lei più adatto e, dunque, non adeguatamente curata dal servizio sanitario olandese, avrebbe dapprima richiesto di essere sottoposta ad eutanasia, pratica però rifiutata dai medici della clinica dell’Aja cui si era rivolta, ed avrebbe quindi deciso di morire attraverso il rifiuto del cibo e delle bevande, con il consenso dei suoi genitori e, secondo alcune fonti, anche alla presenza di medici che le avrebbero praticato cure palliative nella fase antecedente la morte. In un post su Instagram ai primi di giugno, la giovane aveva annunciato la propria decisione, scrivendo: “entro dieci giorni morirò”.

Il percorso che ha condotto Noa Poothoven alla morte pare riconducibile alla pratica di Voluntary Refusal of Food and Fluid (VRFF) proposta dal dott. Boudewijn Chabot, psichiatra e psicoterapeuta olandese, che si è dedicato negli ultimi venti anni alla descrizione teorica e alla realizzazione operativa delle modalità per affrettare la morte degli individui insegnando a loro stessi a uccidersi senza dolore tramite la progressiva autoriduzione del cibo e delle bevande, con il sostegno di qualche farmaco a scopo palliativo.

Precursore dell’eutanasia, il dott. Chabot contribuì, nel periodo antecedente alla promulgazione della legge olandese del 1991, a delinearne le linee giuridiche essenziali anche serbando condotte contrarie alla legge all’epoca vigente. Fu sottoposto a processo in un caso di uccisione di una persona non fisicamente malata, ma vittima di un crollo nervoso per una tragedia familiare e dichiarato “guilty without punishment” dalla Corte Suprema il 21 giugno 1994 (Supreme Court 21 June 1994, NJ 1994/656). Il dr. Chabot è noto anche per aver proposto l’uso innovativo del termine vestering, che originariamente designava in ambito religioso l’esercizio della vita spirituale di trattenersi dall’alimentazione a scopi ascetici, come pratica mirata all’autouccisione del paziente attraverso la sottrazione dei sostegni vitali del cibo e dei liquidi sia con riferimento al distacco dei tubi per l’alimentazione e l’idratazione medicalmente assistite, sia per la progressiva restrizione dei medesimi sostegni ai pazienti mentali che la rifiutano (B. Chabot, Dying gone astray, Nijmegen, 1996; di recente v. Id., Taking Control of your Death by Stopping Eating and Drinking, Amsterdam, 2014).

La pratica descritta da Chabot costituisce una modalità eutanasica che strumentalizza la particolare fragilità psichica del soggetto al fine di condurlo alla morte, come esposto dal prof. Mauro Ronco nel suo contributo al volume appena pubblicato Il “diritto” di essere uccisi: verso la morte del diritto?, edito da Giappichelli. Per acquistare il volume usare il pulsante qui di seguito:




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Audizioni su rifiuto trattamenti sanitari e liceità eutanasia

Audizioni su rifiuto trattamenti sanitari e liceità eutanasia

Alle ore 11 del 4 giugno, le Commissioni riunite Giustizia e Affari sociali, presso l’Aula della Commissione Giustizia, nell’ambito dell’esame delle proposte di legge in materia di rifiuto di trattamenti sanitari e di liceità dell’eutanasia, hanno svolto le audizioni di Michele Ainis, professore di Istituzioni di diritto pubblico presso l’Università degli studi Roma Tre; Vladimiro Zagrebelsky, direttore del Laboratorio dei diritti fondamentali di Torino; Alfredo Mantovano, consigliere della Corte suprema di Cassazione e vicepresidente del Centro studi Livatino; Amedeo Santosuosso, professore di diritto, scienza e nuove tecnologie presso l’Università degli studi di Pavia. (altro…)

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Audizioni sulla liceità dell’eutanasia (video)

Audizioni sulla liceità dell’eutanasia (video)

Il 29 maggio 2019, presso l’Aula della Commissione Giustizia della Camera, davanti alle Commissioni riunite Giustizia e Affari sociali, si sono svolte le audizioni di Paolo Veronesi, professore di diritto costituzionale presso l’Università degli studi di Ferrara, Filippo Vari, professore di diritto costituzionale presso l’Università europea di Roma e membro del Centro Studi Livatino, Tomaso Epidendio, sostituto procuratore generale presso la Corte suprema di Cassazione. Il tema era l’esame delle proposte di legge in materia di rifiuto di trattamenti sanitari e di liceità dell’eutanasia.

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In ricordo di Eluana Englaro: l’ingiustizia dell’eutanasia per via giudiziaria

In ricordo di Eluana Englaro: l’ingiustizia dell’eutanasia per via giudiziaria

Pubblichiamo le relazioni svolte dal prof. Mauro Ronco, presidente del Centro studi Livatino, e dal cons. Giacomo Rocchi, in occasione del convegno E’ ancora vita. Dall’uccisione di Eluana all’eutanasia legale, organizzato a Roma sabato 18 maggio dallo stesso Centro studi e dal Comitato Verità e Vita. A breve pubblicheremo anche il video dell’intero convegno


In ricordo di Eluana Englaro: l’ingiustizia dell’eutanasia per via giudiziaria

  1. La lunga e complessa vicenda giudiziaria che ha condotto alla morte di Eluana Englaro a seguito dell’interruzione dell’idratazione e dell’alimentazione ha un’importanza epocale perché segna il passaggio da una concezione etica e giuridica che assegna primalità alla vita umana a una concezione che ne erode il primato a favore di criteri non ultimamente chiari, ma orientati in sostanza ad attribuire rilievo al c.d. ‘best interest’ del soggetto disabile, individuato tramite una ricostruzione presuntiva dello stile di vita serbato dal malato prima dell’inabilitazione.

 

  1. l campo giuridico – legislazione e giurisprudenza – relativo alla protezione della vita era rimasto invariato fino alla sentenza n. 21784/2007 della Corte di Cassazione e al decreto 25 giugno – 9 luglio 2008 della Corte di Appello di Milano, che, in applicazione del principio di diritto dettato dalla Corte Suprema, accoglieva il reclamo proposto dal tutore di Eluana Englaro di autorizzarlo a interrompere il trattamento di sostegno vitale a quest’ultima, praticato mediante alimentazione-idratazione con sondino naso-gastrico.

 

  1. Il passo compiuto nel 2007/2008 non significa che in precedenza non fossero accaduti eventi giuridici volti a infirmare la solidità del quadro giuridico a favore della vita.

Due aspetti appaiono di grande rilievo. Il primo riguarda il fondamento giuridico della relazione medico-paziente. Essenziale a tale relazione è il fine terapeutico e di alleviamento della sofferenza del malato. Mai la relazione può essere imperniata sulla morte del paziente. L’autodeterminazione non è il fondamento dell’attività medico-chirurgica; il suo fondamento è la tutela della salute del paziente. Il consenso del paziente all’intervento è indispensabile per evitare che iniziative invasive sulla persona – come sono quelle medico-chirurgiche – siano assunte contro la volontà della persona, vìolando la sua libertà fondamentale. Se, invece, il consenso non costituisce il limite del trattamento, ma è il suo fondamento, si rischia di trasformare il senso stesso dell’attività terapeutica. Se si riconduce, infatti,  il baricentro dell’attività medica al solo consenso in ordine a una determinata prestazione, il rapporto di alleanza terapeutica svanisce. Il medico è ridotto a essere un prestatore di servizi, mero esecutore della volontà del paziente.

La descrizione normativa dei trattamenti terapeutici in un’ottica di mero consenso è contraria al principio solidaristico che sta alla base dell’ordinamento democratico, perché riduce l’esercizio della medicina a un rapporto di tipo contrattualistico. Il medico dovrebbe fare ciò che il paziente richiede, anche se il trattamento fosse contrario al finalismo terapeutico o fosse manifestamente futile e sproporzionato, e, inversamente, dovrebbe astenersi dal fare ciò che è utile e proporzionato, anche se l’astensione avesse conseguenze di danno o addirittura di morte per il paziente.

Il secondo aspetto riguarda la cifra giuridica della rinuncia del paziente ai trattamenti medici. Il fondamento del diritto alla rinuncia sta nell’immunità della persona dall’invasione esterna del suo corpo da parte di un qualsivoglia terzo, ivi compreso il medico, quale che sia l’intenzione di questi, anche se essa sia intesa a garantire un suo interesse (art. 13, co. 1, Cost.). E’ gravemente errato, invece, ritenere che la legittimità del rifiuto stia in un diritto a monte di portata più vasta, identificabile con un preteso, ma inesistente, diritto di essere malati, di ammalarsi o addirittura con l’assurdo diritto di morire. La ragione dell’errore sta nel  fraintendimento tipico di alcuni giuristi, ispirantisi a una sorta di geometria legale, i quali rovesciano il dictum della legge e trasformano il semplice diritto negativo a non subire un certo trattamento nel diritto positivo a ottenere l’evento che il trattamento potrebbe impedire. Il diritto è una facoltà morale prevista dalla legge affinché il soggetto consegua liberamente un certo bene. Il diritto alla salute, in specie, consiste nella facoltà di richiedere e di ottenere i presidi e i trattamenti volti a realizzare questo bene fondamentale. Si tratta di un diritto positivo per la realizzazione di quel bene. Il diritto ha un risvolto negativo: io non posso essere costretto ad esercitare il diritto. Posso rinunciare a esercitarlo. Ma il diritto non può essere rovesciato nel suo contrario, cioè nel diritto ad essere ammalato, ad ammalarmi e a uccidermi. Queste sono libertà di fatto: e, come tali, non sono tutelate dall’ordinamento giuridico.

  1. La Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nella sentenza Pretty del 2002 ha proclamato con chiarezza questo principio, che il diritto alla vita non può essere trasformato nel diritto alla morte. Moltissimi giuristi, soprattutto cultori del diritto penale, hanno trasformato l’art. 32 della Costituzione in un grimaldello per rovesciare il diritto alla salute nel diritto alla morte.

Si tratta di un sofisma, che suona così: se la legge mi riconosce il diritto a rifiutare i trattamenti, vuol dire che io ho il diritto di ammalarmi e di uccidere. Le cose non stanno così. Tu puoi non esercitare il tuo diritto – come risvolto negativo del diritto positivo alla salute – ma questa possibilità non si rovescia nel diritto di ammalarti o di ucciderti. L’art. 32, co. 2 è stato introdotto nella Costituzione allo scopo di vietare assolutamente di strumentalizzare la persona umana a esigenze collettive, in specie alla sterilizzazione coercitiva e alla sperimentazione medica coercitiva nell’interesse della scienza o della collettività, come era avvenuto all’epoca dello sterminio eutanasico nazionalsocialista.

L’art. 32, co. 2 afferma il principio fondamentale dello Stato di diritto, secondo cui l’interesse della collettività alla salute (e alla vita) dell’individuo, interesse pur costituzionalmente protetto (art. 32, co. 1), soccombe al diritto di libertà di ciascuno. Ciò non perché la salute e la vita siano beni giuridicamente disponibili, bensì perché la loro tutela non può non affidarsi ultimamente all’azione libera e consapevole di ognuno. Come ben dice Adriano Pessina, il rifiuto dei trattamenti, sia chirurgici che farmacologici, non costituisce un implicito riconoscimento di un preteso diritto di essere ammalato e/o di uccidersi; esso invece “[…] serve per limitare l’intervento di altri sul corpo della persona: vale cioè per impedire che un atto di forza come può essere un intervento chirurgico, possa trasformarsi in un atto di violenza. Dal punto di vista morale, il dovere di non intervenire sul corpo altrui senza il suo consenso si fonda sull’idea che il corpo altrui non è violabile perché esiste un nesso inscindibile tra l’essere persona umana e l’essere persona corporea. Ogni violenza fatta sul corpo è una violenza fatta sulla persona umana[1].

 

  1. Nel periodo antecedente la sentenza della Cassazione del 2007 e il decreto della Corte di Appello di Milano del 2008 l’universo dei giuristi aveva in una certa misura aderito al sofisma interpretativo che riconduceva all’art. 32, co. 2 della Costituzione una sorta di diritto alla morte. Ciò era avvenuto grazie a un’operazione concettualmente scorretta, giuridicamente infondata e praticamente paradossale, intesa a fare della norma massimamente protettrice della vita e della salute del cittadino il baluardo dell’assunto opposto, che lì stesse la base normativa di un inesistente diritto alla morte.

La vicenda giudiziaria della giovane Eluana Englaro abbonda peraltro di altri paradossi giuridici, sintomatici delle storpiature interpretative che hanno condotto alla tragica conclusione.

Comincio con l’aspetto relativo alla legittimazione del tutore (il padre di Eluana) a richiedere l’autorizzazione a interrompere l’alimentazione e l’idratazione ai sensi degli artt. 357 e 424 del codice civile. Le norme assegnano a tale figura, volta a tutelare l’incapace, il compito, tra gli altri, della “cura” della persona interdetta. La richiesta di interrompere il sostegno basilare per la vita – quel sostegno di cui ciascuno di noi ha bisogno per sopravvivere – non è rivolto alla “cura” dell’interdetto, bensì alla sua morte. Come possa un atto finalizzato alla morte rientrare nel concetto di cura non è comprensibile né sul piano lessicale né su quello razionale. Il principio giuridicamente esatto venne esposto in modo piano e persuasivo dai giudici del Tribunale di Lecco nel decreto del 15-20 luglio 2002, che respingeva per la seconda volta il ricorso del tutore. Osservava il Tribunale che la nozione, condivisa dal P.M., di “cura” del soggetto incapace implica “un quid di positivo volto alla conservazione della vita del soggetto stesso e non certo, invece, alla sua soppressione”.

Evidente è la contraddizione e, comunque, la contrarietà “alla logica, prima ancora che al diritto, assegnare al tutore, ovverosia a colui che è titolare di poteri-doveri di conservazione della persona interdetta, la potestà di compiere atti che implichino di necessità…la morte del soggetto tutelando”. D’altra parte – proseguivano i giudici – “il diritto alla vita costituisce il principale dei diritti dell’uomo a cui si riferisce l’art. 2 della Costituzione”. Sì che il Collegio concludeva dichiarando che la richiesta del tutore si poneva in diametrale contrasto con il principio di primario ordine costituzionale del diritto alla vita in ogni sua forma e grado. Il che non consente ad alcun soggetto la “possibilità di scelta in ordine al mantenimento in vita”.

 

  1. La Corte di Appello di Milano Sezione delle persone dei minori e della famiglia (decreto 17 ottobre – 10 novembre 2003) sul reclamo del tutore ha iniziato il percorso di cedimento che avrebbe condotto alla decisione finale. Pur senza aver rintracciato alcuna disposizione normativa che contraddicesse l’ineccepibile interpretazione del primo giudice in ordine al perimetro dei poteri del tutore, la Corte milanese, dichiarando di attingere “come spunti di riflessione” ad alcuni provvedimenti dell’autorità giurisdizionale germanica, ha ritrovato in quell’ordinamento pronunce che avrebbero ammesso la facoltà del tutore di richiedere l’interruzione, non beninteso come decisione assunta al posto del paziente incapace, bensì come esecuzione dell’autodeterminazione previa del medesimo. Accanto a pronunce ammissive, altre pronunce dell’autorità giurisdizionale germanica erano invece attestate sulla posizione del Tribunale di Lecco, secondo cui non può essere demandata al tutore una decisione per la morte, che ha carattere strettamente personale e che incide sulla dignità della persona. I compiti del tutore, infatti, sono finalizzati alla tutela della salute e, dunque, della vita.

Su queste fragili basi – una giurisprudenza germanica spaccata a metà –, la Corte ha richiamato la Raccomandazione europea n. 779 del 1976 del Consiglio di Europa sul diritto del paziente al rispetto della sua volontà circa il trattamento da applicare e al suo diritto di morire con dignità. Ha ritenuto poi che potrebbe essere conveniente allo scopo di conservare rilievo alla volontà del paziente anche in stato di incapacità, l’istituto delle dichiarazioni anticipate di trattamento. Si è rammaricato del fatto che questo istituto non esistesse ancora nell’ordinamento italiano e, auspicando che “il legislatore ordinario individui e predisponga gli strumenti adeguati per l’efficace protezione della persona e il rispetto del suo diritto di autodeterminazione”, ha dichiarato di essere “perplessa sull’opportunità/legittimità” di “un’interpretazione integrativa della legge”, nonché “in ordine al possibile espletamento di attività sostanzialmente paranormativa, considerati i dilemmi giuridici, medici, filosofici, etici che si avvertono nei dibattiti della società civile e nelle relazioni dei comitati e delle commissioni investite della tematica”.

Dunque, la decisione della Corte mette in primo luogo nel nulla gli articoli del codice civile che limitano i poteri del tutore alla “cura” del tutelato, precludendogli la facoltà di decretarne la morte. In secondo luogo, ricostruisce il quadro normativo in forza della giurisprudenza divisa di uno Stato estero. In terzo luogo, manifesta il suo orientamento a favore di istituti (le dichiarazioni anticipate) che consentirebbero all’incapace di far valere il suo diritto all’autodeterminazione, auspicandone la promulgazione in Italia.  Infine, dichiara di non sentirsi in grado di innovare, esercitando una funzione paranormativa, il quadro normativo di riferimento.

Se ne segnalano qui alcuni del decreto: l’omessa applicazione degli articoli del codice civile; la palese contraddittorietà della motivazione, che auspica per la soluzione del caso l’introduzione di un istituto (le dichiarazioni anticipate), che non esistevano nel compendio istruttorio e che, dunque, non avrebbero potuto risolverlo; infine, l’esposizione di opinioni inconferenti per la decisione e di auspici di modifiche legislative in forza di sollecitazioni ricavabili da decisioni esterne all’ordinamento italiano.

 

  1. La Corte di Cassazione, Sezione I Civile con ordinanza 20.04.2005 n. 8291 dichiarava inammissibile il ricorso del tutore, accogliendo l’eccezione del Procuratore Generale sul rilievo che lo stesso non era stato notificato ad alcuno; inoltre il ricorso era privo dei requisiti previsti dalla legge, necessari anche nei procedimenti che si svolgono in camera di consiglio. La questione si doveva considerare definita una volta rilevata l’inammissibilità del ricorso. Senonché la Corte riapriva la questione rilevando che l’oggetto della controversia avrebbe dovuto vedere la presenza anche di un controinteressato, atteso il possibile conflitto di interessi tra l’interdetta, incapace di esprimere la propria volontà, e il suo rappresentante ex lege. Di qui la necessaria applicazione di un curatore speciale al rappresentato ai sensi dell’art. 78 c.p.c..

A parte l’esattezza dei rilievi strettamente giuridici sul conflitto di interessi del tutore e sull’inesistenza in capo a lui di una rappresentanza generale degli interessi dell’interdetto con riferimento al tipo di atto richiesto, non si comprende tuttavia la ragione giuridica per cui la Cassazione abbia ritenuto di dover richiamare l’esigenza della nomina di un curatore speciale ex art. 78, quando ormai la questione era risolta in forza dell’inammissibilità del ricorso per la mancata sua notificazione al Procuratore Generale a quo.

 

  1. Ripresentato il ricorso da parte del tutore, previa nomina di un curatore speciale ex art. 78, il Tribunale di Lecco lo dichiarava inammissibile, esprimendo con chiarezza i motivi di stretto diritto che lo determinavano alla decisione.

Il Tribunale ribadiva che né il tutore né il curatore potevano domandare l’interruzione dell’alimentazione di Eluana “per difetto da parte di questi ultimi dei poteri di rappresentanza sostanziale e quindi processuale dell’interdetta con riferimento alla presente domanda”. La natura strettamente personale del tipo di atto richiesto non consentiva che lo stesso fosse richiesto da un terzo, né tutore, né curatore speciale. E ciò in forza dell’interpretazione sistematica della legge, che prevede tassativamente le ipotesi in cui il rappresentante dell’interdetto per infermità di mente può compiere atti personalissimi. Disposizioni tassative che “non avrebbero ragione di essere se la generica rappresentanza del tutore dell’infermo di mente in tutti gli atti civili comprendesse anche gli atti personalissimi”.

Il Tribunale aggiungeva che la mancata previsione di una norma attribuente al tutore o al curatore il potere di richiedere atti per la morte era conforme ai princìpi costituzionali fondamentali, in particolare agli artt. 2 e 32 della Costituzione. Garantire all’incapace un trattamento, tanto più se di sostegno vitale, è “non solamente lecito, ma addirittura dovuto, espressione di quel dovere di solidarietà che l’ordinamento richiede ai consociati al fine di garantire la tutela della persona in tutte le forme in cui essa si esprime”.

La pronuncia del Tribunale svela per vero il non detto implicito della pronuncia della Cassazione, che ammette che il terzo, dotato del potere tutorio e in contraddittorio con il curatore, avrebbe il potere di richiedere l’autorizzazione a compiere un atto per la morte del tutelato. Esattamente, invece, il Tribunale sottolineava che se il potere di richiedere l’interruzione manca in radice al tutore, tale potere non può scaturire dalla nomina di un procuratore speciale!

 

  1. Sul ricorso del tutore la Corte di Appello di Milano con decreto del 16 dicembre 2006 compiva due passaggi decisivi, entrambi contrari alla legge, intesi a consentire l’interruzione dell’alimentazione/idratazione. Con il primo riconosceva al tutore, con la partecipazione del curatore, il potere di compiere l’atto personalissimo al posto di Eluana; con il secondo ammetteva le prove testimoniali al fine di provare la volontà presunta di Eluana.

Le questioni sono state risolte con argomenti gravemente fallaci. Il ricorso sarebbe ammissibile, anzitutto, perché i rappresentanti legali della giovane donna “non chiedono di essere autorizzati, in tale veste, dal Giudice a interrompere l’alimentazione forzata” bensì “domandano che sia l’autorità giudiziaria a disporre l’interruzione”. Ciò è contrario alla verità, perché la domanda consisteva proprio nella richiesta dell’autorizzazione. Non è, infatti, il giudice a esprimere la volontà di distaccare il sondino, egli è soltanto il soggetto competente per rilasciare l’autorizzazione. In secondo luogo la Corte ricomprendeva erroneamente nel concetto di “cura della persona” anche il diritto di “rifiutare la cura”. Il che è contrario alla legge e all’art. 32 della Costituzione, che riconosce tale diritto soltanto al paziente e non a terze persone in sua rappresentanza.

Quanto, poi, alla ricostruzione della volontà di Eluana in via presuntiva, va soltanto rilevato che nessuna norma di legge consentiva – e, a tutt’oggi, consente – di ricostruire una volontà circa la rinuncia a un diritto personalissimo – quella della vita – a una persona diversa dell’interessato.

La Corte milanese, tuttavia, scrutinate le dichiarazioni testimoniali, ha infine correttamente escluso che le stesse consentissero di accogliere il ricorso; infatti, all’esito dell’istruttoria, la posizione di Eluana sarebbe assimilabile – così la Corte –  a quella di qualsiasi soggetto incapace che nulla abbia detto in merito alle cure e ai trattamenti medici a cui deve essere sottoposto.

 

  1. Il semaforo verde all’uccisione della giovane venne azionato dalla Corte di Cassazione con la sentenza n. 21748 del 16 ottobre 2007, che accoglieva i ricorsi del tutore e del curatore. I princìpi cui il giudice di merito avrebbe dovuto adeguarsi suonano nel senso che il giudice può autorizzare il tutore che rappresenta l’incapace, nel contraddittorio con il curatore speciale, a disattivare il sondino naso-gastrico che provvede alla nutrizione e all’idratazione di un malato che giaccia da moltissimi anni “in stato vegetativo permanente” a condizione che (a) la condizione di stato vegetativo sia irreversibile alla luce di “un rigoroso apprezzamento clinico” e che (b) l’istanza del tutore sia “realmente espressiva, in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della voce del paziente medesimo, tratta dalle sue precedenti dichiarazioni ovvero della sua personalità, del suo stile di vita e dei suoi convincimenti, corrispondenti al suo modo di concepire, prima di cadere in stato di incoscienza, l’idea stessa di dignità della persona”.

La sentenza costituisce una lacerazione del tessuto ordinamentale di notevole rilievo. Il punto di partenza della motivazione sta nel riconoscimento del diritto del paziente a rinunciare alle cure. Ma questo diritto ha natura personalissima e può essere esercitato soltanto dal soggetto capace di esprimere un dissenso alla cura, non da un terzo al suo posto. Di ciò è consapevole la Corte quando è costretta ad ammettere che è carente “una specifica disciplina legislativa”. Ritiene però di compiere “una delicata opera di ricostruzione della regola di giudizio nel quadro dei principi costituzionali”.

Sul punto cruciale dei poteri del rappresentante legale in ordine all’esercizio di un diritto personalissimo, la Corte argomenta in modo contraddittorio. Per un verso, infatti, dichiara che “il carattere personalissimo del diritto alla salute” non investe il tutore di “un potere incondizionato di disporre della salute della persona in stato di totale e permanente incoscienza”. Per un altro verso, però, sostiene, con espressione suggestiva ma inconcludente, che il tutore dovrebbe decidere non “al posto dell’incapace” né “per l’incapace”, bensì “con l’incapace”. Questo asserto è intrinsecamente contraddittorio, perché l’incapace – soprattutto l’incapace in stato di persistente incoscienza – non è in grado di interloquire in alcun modo con il tutore.

Quindi, la decisione sarà al massimo “per l’incapace”, se non “contro l’incapace”. Il metodo suggerito è di “ricostruire la presunta volontà del paziente incosciente”, tenendo conto dei desideri espressi prima della perdita di coscienza, ovvero inferendo la volontà dalla sua personalità e dal suo stile di vita. L’asserto, ancora una volta, è contraddittorio. La focalizzazione dei desideri e dello stile di vita di una persona è cosa diversa dall’individuazione della sua volontà in relazione al compimento di un atto personalissimo che ha come conseguenza la morte. In realtà, la Corte sposta l’oggetto dello scrutinio dalla volontà presunta del disabile a quello che sarebbe il suo “best interest”. Ed è evidente che tale “best interest” scaturisce – come riconosce la stessa Corte – dal giudizio che il rappresentante darà in ordine al concetto che egli si è fatto sull’ “identità complessiva del paziente e al suo [sul] modo di concepire…l’idea stessa di dignità della persona”.

La Corte, quindi, oltre a creare ex novo i parametri normativi di giudizio, ha prescritto non di ricostruire la volontà presunta del soggetto incapace, bensì di individuarne l’idea che egli si sarebbe fatto durante la sua esistenza in ordine alla dignità della vita. Se questa idea ipotetica fosse conflittuale con il permanere in vita, il rappresentante legale avrebbe il diritto di interrompere l’idratazione e l’alimentazione. Con questa interpretazione, mentre la legge e la Costituzione dicono che la decisione sulla protrazione delle cure è oggetto di un diritto personalissimo, la Cassazione proclama che il suo esercizio è trasferito al rappresentante. Tutto ciò in adesione al principio dell’autodeterminazione di un soggetto impedito assolutamente a pronunciarsi e a interloquire dialogicamente con il suo rappresentante legale.

 

  1. La Corte di Appello di Milano, I Sezione Civile, con il decreto 25 giugno – 9 luglio, accogliendo il reclamo, ha autorizzato il rappresentante a interrompere il trattamento di sostegno vitale artificiale di Eluana Englaro. Il giudice di merito, ricostruendo il senso della vita della donna, è andato, se possibile, ancora al di là delle stesse indicazioni della Corte Suprema, lasciando chiaramente intendere quali potranno essere gli sviluppi in senso eutanasico della frattura aperta dalla Corte di Cassazione.

Occorre, sia pure brevemente, svolgere alcune considerazioni critiche sul decreto in oggetto. Anzitutto, i giudici milanesi confermano che il compito loro demandato dalla Suprema Corte non consisteva nell’accertare una sorta di volontà effettuale della disabile, bensì nell’accertare se la sua visione della vita le avrebbe consentito di accettare di vivere la vita di deprivazione sensoriale che caratterizza lo stato vegetativo. Ora, tutti gli uomini e le donne si troverebbero in crisi davanti alla propria rappresentazione futura come soggetti completamente deprivati di coscienza. La visione della vita di ciascuno, soprattutto nella gioventù, è orientata al pieno dispiegamento delle proprie potenzialità. Domandarsi se la visione della vita di Eluana fosse compatibile con la visione di se stessa deprivata di coscienza è cosa manifestamente assurda.

Le suggestioni indotte dalla Corte sul contrasto tra il desiderio di libertà e di realizzazione di sé che animavano la gioventù di Eluana e la condizione dello stato vegetativo sono perciò fuorvianti. Il problema non consisteva nel valorizzare lo spirito di apertura verso il mondo di Eluana, bensì di accertare se, posta di fronte all’alternativa concreta di rinunciare all’assistenza per il caso di deprivazione sensoriale, ella avrebbe dilatato la sua apertura mentale fino al punto di accettare l’assistenza, ovvero di morire. Lo scrutinio affidato al giudici di merito cela in realtà un giudizio sul ‘best interest’ critico della persona. Un ‘best interest’ ricavato, cioè, non da ciò che la persona realmente vuole per sé nel caso drammatico della caduta nella malattia, bensì dalle sue idee sulle condizioni necessarie affinché la qualità della vita sia fruibile con soddisfazione.

L’idea del ‘best interest’ come criterio dirimente per le scelte di fine vita nei riguardi dei malati mentali è stata da moltissimi anni argomentata in prospettiva eutanasica da Ronald Dworkin nel suo libro Life’s Dominion. Egli si domanda, con riferimento a un malato di Alzheimer, se occorre  tener conto del suo attuale ‘best interest’ come demente, ovvero del suo ‘best interest’ come persona che è divenuta demente, alla luce dell’intero corso della sua vita. Per Dworkin il ‘best interest’ di cui occorre tener conto è quello della persona sana, anche se egli, come demente, manifesta il desiderio di continuare a vivere. Ciò per rispetto alla sua autonomia, perché quando è divenuto malato non è più capace di autonomia. Se si rispettassero i suoi desideri attuali, noi violeremmo la sua autonomia nell’integrità come persona.

Le conseguenze di questa tesi sono agghiaccianti. Si tratta per esempio di uccidere una donna che sta conducendo una vita serena, ma è demente e non manifesta alcun desiderio di essere uccisa. Se noi non la uccidessimo, allora violeremmo la sua autonomia. Tra gli interessi sperimentali della persona demente e gli interessi critici posseduti in antecedenza bisognerebbe privilegiare questi ultimi, uccidendo il soggetto demente perché, quando era lucido, non avrebbe desiderato vivere così.

Il caso della persona demente, presentato da Dworkin, è perfettamente sovrapponibile a quello di Eluana Englaro. Chi dichiara il ‘best interest’ della persona demente o della persona in stato vegetativo? Le autorità tutorie nominate dal giudice che hanno il dovere di curare ed assistere il soggetto gravemente minorato? E in forza di quale diritto? E il ‘best interest’ critico, diverso da quello esperienziale, di milioni di uomini e di donne poveri, non adusi a distinguere tra il ‘best interest’ dell’esperienza comune e il ‘best interest’ critico, chi lo dichiara? Lo Stato, la struttura sanitaria o chi altri per loro? Il ‘best interest’ di milioni di uomini e donne, procedendo su questa strada, sarà per essere deciso in forza non dell’autodeterminazione del soggetto candidato alla morte, bensì dalla determinazione eteronoma formulata in base al criterio della qualità della vita.

La seconda considerazione ricavabile dal decreto milanese ha una portata generale. Ho osservato in precedenza che la decisione in oggetto preannuncia gli sviluppi futuri della deriva eutanasica. La Corte si domanda infatti se sussistano dubbi plausibili di legittimità costituzionale del principio di diritto enunciato dalla Suprema Corte. Il dubbio, ovviamente prospettato soltanto in astratto, concernerebbe – secondo i giudici di merito –  il “disparitario trattamento in danno del malato incapace (rispetto a quello pienamente capace e cosciente), in violazione dell’art. 3 della Costituzione” a cagione delle condizioni limitative poste dalla Suprema Corte all’esercizio del diritto da parte del tutore. All’esito del ragionamento la Corte milanese asserisce infatti che la legittimità della richiesta del tutore volta all’interruzione del trattamento di sostegno vitale non potrebbe essere esclusa “neppure nei casi in cui sia di fatto impossibile ricostruire una volontà presunta dell’incapace orientata al rifiuto del trattamento…rispetto alla quale potrebbe in effetti apparire ingiustamente sfornito di tutela il diritto alla dignità individuale del malato incapace...”.

Con ciò la Corte di Appello milanese apre uno scenario nuovo – la cui esposizione non era certamente necessitata dalla soluzione del caso dedotto in giudizio – volto a estendere la possibilità che una richiesta di rinuncia al trattamento dell’incapace sia esperita anche nel caso in cui non sia possibile ricostruire l’orientamento critico del paziente precedente alla malattia. L’esigenza di aprire questo scenario è ricollegata dai giudici al principio di uguaglianza, per non privare del diritto a morire il paziente incapace di cui non sia possibile accertare l’orientamento precedente alla caduta nella malattia.

La disamina compiuta consente di comprendere per quali motivi la vicenda giudiziaria che ha riguardato Eluana Englaro costituisca una sorta di discrimine tra due concezioni del diritto: l’una, tradizionale, secondo cui il compito del diritto e di coloro che operano nel suo solco, ivi compresi i tutori e i giudici, è di tutelare la vita alla luce dei principi di beneficità, autonomia e giustizia e delle buone prassi cliniche, che, evitando ogni trattamento futile, sono dirette ad assisterlo fino alla morte naturale in modo conforme alla dignità della persona; l’altra concezione si è affacciata anche in Italia e sta rischiando di estendersi a seguito della curvatura eutanasica della legge sul consenso informato del dicembre 2017 e dell’ordinanza della Corte Costituzionale dell’ottobre-novembre 2018. Per tale seconda concezione la vita è oggetto di un diritto che deve essere bilanciato con l’autodeterminazione del paziente e con il suo ‘best interest’, allorché questi non è in grado di pronunciarsi sulla protrazione delle cure, pure utili e proporzionate, che la comunità medica gli sta praticando per evitarne o  alleviarne la sofferenza. La relativizzazione del diritto alla vita costituisce una minaccia per la pace e la tranquillità dell’ordine sociale.

prof. Mauro Ronco

[1] A. Pessina, Eutanasia. Della morte e di altre cose, Siena, 2007, 41.


Licenza di uccidere

 

  1. Come abbiamo spesso sentito dai media, negli Stati Uniti, da molti anni, è in corso una battaglia politica e giudiziaria sulla pena di morte, prevista nella maggioranza degli Stati. La Corte Suprema degli Stati Uniti è più volte intervenuta non solo sulla conformità della pena capitale alla Costituzione americana, ma anche sui metodi da utilizzare per le esecuzioni, tenuto conto del divieto di infliggere “pene crudeli ed inusuali”. Dopo aver negato nel 1878 che la fucilazione fosse una pena crudele e nel 1890 che anche la sedia elettrica lo fosse, la Corte Suprema si è occupata nelle sentenze Baze v. Rees del 2008 e Glossip v. Gross del 2015 del metodo “scientifico” che ha preso piede, quello dell’iniezione letale, in entrambi i casi confermandone la liceità: la posizione è stata ribadita anche quando la sostanza che viene iniettata per prima, il pentotal, un potente barbiturico ad effetto rapido che induce nel condannato un profondo stato di incoscienza simile al coma affinché questi non soffra, è divenuto difficile da reperire ed è stato sostituito dal midazolam, un agente sedativo appartenente alla famiglia delle benzodiazepine, che dovrebbe avere il medesimo effetto ma che, in certe esecuzioni, è risultato inefficace.

La Corte Suprema, pur consapevole della incertezza sull’efficacia del midazolam, ha ribadito che il suo uso è legittimo perché la pena di morte è prevista dalla Costituzione americana; e, in un passaggio, ha osservato: “poiché un certo rischio di dolore è connaturato ad ogni metodo di esecuzione, abbiamo ritenuto che la Costituzione non richieda che qualunque rischio di sofferenza debba essere eliminato”.

Pochi giorni fa, la Corte Suprema, ancora una volta, ha risposto al ricorso del condannato Russel Bucklew che la Costituzione “non garantisce una morte indolore ad un detenuto”.

  1. Mi chiedo se la Corte Costituzionale italiana abbia tenuto conto di queste controversie sul metodo più rapido ed indolore per determinare la morte di un uomo quando, nell’ordinanza n. 207 del 2018, ha osservato che “la legislazione oggi in vigore non consente al medico che ne sia richiesto di mettere a disposizione del paziente (…) trattamenti diretti, non già ad eliminare le sue sofferenze, ma a determinarne la morte. In tal modo, si costringe il paziente a subire un processo più lento, in ipotesi meno corrispondente alla propria visione della dignità nel morire e più carico di sofferenze per le persone che gli sono care”.

La Corte ha suggerito – o forse, meglio: intimato – al Parlamento di adottare “una disciplina delle condizioni di attuazione della decisione di taluni pazienti di liberarsi delle proprie sofferenze non solo attraverso una sedazione profonda continua e correlativo rifiuto dei trattamenti di sostegno vitale, ma anche attraverso la somministrazione di un farmaco atto a provocare rapidamente la morte”, ribadendo anche successivamente il suo favore per “l’opzione della somministrazione di farmaci in grado di provocare entro un breve lasso di tempo la morte del paziente”.

Un dubbio: il legislatore dovrà indicare il farmaco più adatto per provocare una morte rapida ed indolore o dovrà farlo un decreto ministeriale? E, nella scelta di tale farmaco, dovranno essere approfonditi i tentativi e le ricerche scientifiche svolte negli Stati Uniti per giungere ad una pena capitale che non sia “crudele”? Del resto, quelli che vengono somministrati ai condannati a morte sono, appunto, farmaci: il pentotal veniva prodotto anche in Italia, mentre in Europa sono prodotti da imprese farmaceutiche altri barbiturici utilizzati nelle esecuzioni capitali (in particolare il pentobarbital viene usato per il suicidio assistito ma è stato usato anche per l’esecuzione di condanne a morte). Sappiamo che la parola « farmaco » ha la sua radice etimologica nel termine greco ϕάρμακον, traducibile come « rimedio » ma anche come « veleno ».

In realtà, uno dei problemi che si presentano nell’esecuzione della pena capitale è l’assenza di medici che, per motivi deontologici, nella quasi totalità dei casi non prendono parte alle esecuzioni: un problema che, come vedremo subito, nell’ipotesi prevista dalla Corte Costituzionale non si pone.

  1. Vediamo, allora, le caratteristiche di questa nuova disciplina che il legislatore dovrebbe introdurre, secondo quanto intima la Corte Costituzionale.

In primo luogo, ad uccidere il paziente dovrebbe essere un medico: la Corte, infatti, rappresenta il rischio che “in assenza di una specifica disciplina della materia, qualsiasi soggetto – anche non esercente una professione sanitaria – potrebbe lecitamente offrire, a casa propria o a domicilio, per spirito filantropico o a pagamento, assistenza al suicidio a pazienti che lo desiderino”: non sia mai! Si deve fare “in modo da inscrivere anche questa opzione nel quadro della «relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico»”!

In secondo luogo, la somministrazione della morte rapida e indolore deve giungere dopo una “procedura”: il legislatore dovrà configurarla prevedendo “le modalità di verifica medica della sussistenza dei presupposti in presenza dei quali una persona possa richiedere l’aiuto, la disciplina del relativo ‘processo medicalizzato’, l’eventuale riserva esclusiva di somministrazione di tali trattamenti al servizio sanitario nazionale”; ancora, nella procedura dovrà essere previsto “il coinvolgimento in un percorso di cure palliative, che dovrebbe costituire un pre-requisito della scelta, in seguito, di qualsiasi percorso alternativo da parte del paziente”.

Infine, la somministrazione della morte rapida e indolore, al termine di questa procedura, dovrà essere garantita dallo Stato: abbiamo già visto il riferimento alla somministrazione dei trattamenti da parte del servizio sanitario nazionale; ma, subito dopo, la Corte Costituzionale fa un fugace riferimento alla “possibilità di una obiezione di coscienza del personale sanitario coinvolto nella procedura”. Si potrebbe osservare: bene! Almeno questo … ma se si prevede la possibilità dell’obiezione di coscienza rispetto ad una pratica sanitaria significa che questa pratica è obbligatoria per il medico (salvo, appunto, che sollevi obiezione di coscienza) e garantita dallo Stato. Pensiamo alla legge 194 sull’aborto: è prevista l’obiezione di coscienza per i medici che non vogliono praticare aborti ma nell’ambito di un obbligo generalizzato: e infatti, dice l’art. 9, “gli enti ospedalieri e le case di cura sono tenuti in ogni caso ad assicurare l’effettuazione degli interventi di interruzione della gravidanza” e la Regione ne deve controllare e garantire l’attuazione.

  1. Quando mi è stato chiesto dal Comitato Verità e Vita di scrivere un libro a commento della legge 219 del 2017 sul consenso informato, DAT e dintorni, mi è venuto in mente questo titolo un po’ provocatorio, che echeggia il famoso film “007 Licenza di uccidere” in cui Sean Connery combatte il Dottor No, avendo, appunto, licenza di uccidere in nome della Regina.

Non pensavo sinceramente che, prima ancora che il libro fosse pubblicato, sarei stato superato dalla Corte Costituzionale: in effetti, il titolo giusto ora potrebbe essere “Dovere di uccidere” (ma esistono già un giallo di un famoso giallista svedese e un saggio di Vittorio Strada con questo titolo): la Corte afferma che, in certi casi, lo Stato ha l’obbligo, con i medici del Servizio sanitario nazionale, di somministrare un farmaco rapido e indolore per provocare la morte di una persona; e che i medici, a loro volta, saranno obbligati a farlo, a meno che non venga loro riconosciuto dal legislatore l’obiezione di coscienza (ipotesi, per la verità, assai incerta alla luce della mancata previsione dell’istituto sia nella legge sulle unioni civili che, appunto, nella legge 219 del 2017).

Questo principio di rango costituzionale – l’obbligo dello Stato di uccidere alcune persone –, mai affermato in precedenza (anzi: la Costituzione è stata modificata per impedire in ogni caso la pena di morte), trova la sua fonte nella legge 219, come la Corte indica espressamente: infatti, l’ordinanza prima afferma la legittimità – anzi: la doverosità – del divieto penale dell’aiuto al suicidio (con argomentazioni che affronteremo in seguito), e poi, con una virata a 180 gradi, contempla un’eccezione.

La Corte dice: “la decisione di lasciarsi morire potrebbe essere già presa dal malato, sulla base della legislazione vigente, con effetti vincolanti nei confronti dei terzi, a mezzo della richiesta di interruzione dei trattamenti di sostegno vitale in atto e di contestuale sottoposizione a sedazione profonda continua. Ciò, segnatamente in forza della recente legge 22 dicembre 2017, n. 219 (Norme in materia di consenso informato e di disposizioni anticipate di trattamento): legge che si autodichiara finalizzata alla tutela del diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione della persona, nel rispetto dei principi di cui agli artt. 2, 13 e 32 Cost. e degli artt. 1, 2 e 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea (art. 1, comma 1)”. Nel prosieguo del provvedimento le diverse previsioni della legge 219 vengono più volte richiamate.

Notate: la Corte usa un termine strano – la legge si “autodichiara” finalizzata alla tutela di vita, dignità e autodeterminazione – ma si guarda bene da verificare se a questa autodichiarazione del legislatore corrisponda davvero la tutela proclamata; del resto, non è un atteggiamento nuovo: anche la legge 194 proclama “la tutela della vita umana dal suo inizio”, ma la Corte si è sempre rifiutata di verificare se l’aborto libero, gratuito ed assistito fosse compatibile con questo proclama …

  1. Ovviamente si può replicare: l’obbligo di uccidere è previsto nei confronti di coloro che l’hanno chiesto e, per di più, soltanto se si trovano in determinate condizioni molto gravi; in effetti, l’ordinanza della Corte Costituzionale lo limita “alle ipotesi in cui il soggetto si identifichi in una persona (a) affetta da una patologia irreversibile e (b) fonte di sofferenze fisiche o psicologiche, che trova assolutamente intollerabili, la quale sia (c) tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale, ma resti (d) capace di prendere decisioni libere e consapevoli”; soggetto che eserciterebbe, dice la Corte, la propria “libertà di autodeterminazione del malato nella scelta delle terapie, comprese quelle finalizzate a liberarlo dalle sofferenze, scaturente dagli artt. 2, 13 e 32, secondo comma, Cost.”; quindi, al dovere di uccidere da parte dello Stato corrisponde il diritto di essere ucciso da parte del malato; in poche parole: il diritto di morire e non il dovere di morire.

Ecco: la legge 219 è fondata su queste due illusioni: che il contenuto delle norme riguardi il trattamento delle persone vicine alla morte, dei malati gravi e inguaribili che soffrono dolori insopportabili e che la scelta del legislatore sia stata quella di riconoscere – finalmente! – un nuovo diritto: quello di morire serenamente senza soffrire e di rifiutare liberamente terapie inutili, anche per il futuro, con il testamento biologico; cosicché, negli incontri in cui spiego il contenuto della legge mi accorgo che le persone che ascoltano si aspettano di sentire parlare di qualcosa che non li riguarda direttamente, almeno per il momento.

Il mio tentativo è di svelare che si tratta, appunto, di illusioni, partendo dalla consapevolezza che il diritto a rifiutare le terapie salvavita e ad ottenere un “suicidio medicalmente assistito” si accompagna sempre – e inevitabilmente – all’uccisione delle persone che non l’hanno chiesto, senza o contro la loro volontà.

Chi si illude che gli venga riconosciuto il “diritto di morire”, non si accorge che la spinta sociale, filosofica e normativa è verso il “dovere di morire” di alcune categorie di persone; soprattutto, non si accorge che al legislatore che ha introdotto il diritto al suicidio medicalmente assistito (immediato o per il futuro, tramite testamento biologico) interessa soltanto l’eutanasia non consensuale di determinati soggetti: il riconoscimento della piena autodeterminazione sulla propria vita è lo strumento per introdurre e legalizzare il fenomeno esattamente opposto, la piena eterodeterminazione sulla vita altrui.

Insomma, al legislatore (non solo in Italia: in tutto il mondo, pensiamo soltanto alla Gran Bretagna e alla Francia) non interessa affatto come muoiano Piergiorgio Welby o Fabiano Antoniani (DJ Fabo); al Parlamento interessava che vengano uccisi i soggetti in stato vegetativo, i neonati con disabilità, i bambini gravemente malati, gli anziani in stato di demenza o poveri, i malati cronici …

Quindi la legge riguarda tutti, perché tutti, prima o poi, ci ammaliamo o diventiamo disabili, invecchiamo e ci avviciniamo al termine della vita.

  1. Facciamo, allora, qualche approfondimento pratico – l’analisi è di carattere pratico: il tentativo è di capire come funziona davvero la legge – sul contenuto della legge.

Partiamo dalle DAT, le Disposizioni anticipate di trattamento, quelle con le quali, dice l’art. 4, “ogni persona maggiorenne e capace di intendere e di volere, in previsione di una eventuale futura incapacità di autodeterminarsi (…) può (…) esprimere le proprie volontà in materia di trattamenti sanitari, nonché il consenso e il rifiuto rispetto ad accertamenti diagnostici o scelte terapeutiche e a singoli trattamenti sanitari”. Il famoso “testamento biologico” che, si dice, finalmente è stato riconosciuto a ciascuno di noi.

Proviamo a confrontare questo istituto con i principi del “consenso libero e informato” e della “relazione di cura e fiducia tra paziente e medico” proclamati dall’art. 1 (art. 1 legge 219: “La presente legge (…) stabilisce che nessun trattamento sanitario può essere iniziato o proseguito se privo del consenso libero e informato della persona interessata (…). E’ promossa e valorizzata la relazione di cura e di fiducia tra paziente e medico che si basa sul consenso informato …”).

L’informazione.

La legge prevede che le DAT siano redatte “dopo avere acquisito adeguate informazioni mediche sulle conseguenze delle sue scelte” (art. 4 comma 1): come si verifica questa circostanza?

E’ molto semplice: non si verifica affatto. Le DAT si possono presentare all’Ufficio di Stato civile del Comune di residenza, quindi ad un impiegato amministrativo il quale – lo dice una circolare del Ministero dell’Interno – deve “limitarsi a verificare i presupposti della consegna, con particolare riguardo all’identità ed alla residenza del consegnante nel Comune – e a riceverla”; pensate che, in un parere reso al Ministro della Salute, il Consiglio di Stato afferma espressamente che l’esistenza delle informazioni di carattere medico non incide sulla validità dell’atto, ritenendo opportuno che venga autocertificata.

Ancora: teniamo conto che la DAT può essere redatta su un modulo precompilato (ce ne sono molti in giro, alcuni si rinvengono nei siti web dei Comuni), facendo una crocetta sulle opzioni scelte. Con questo gesto – che richiederà qualche minuto – una persona stabilisce che, in un futuro incerto, la sua vita potrebbe essere fatta cessare in anticipo perché certe terapie salvavita non gli saranno erogate.

  1. Faccio una riflessione. Mi pare evidente che, anche se una persona, prima di sottoscrivere una DAT, avesse acquisito una grande quantità di informazioni di carattere sanitario, essa non sarebbe affatto “informata” (e quindi non avrebbe prestato un rifiuto informato), perché non avrebbe la percezione del dolore e della malattia che ipotizza possa colpirla e in quanto la disposizione dettata nel documento non inciderebbe immediatamente dopo sulla prosecuzione della sua vita.

In altre parole: è fin troppo facile affermare di “non voler vivere in determinate condizioni” (è il ragionamento suggestivo con cui veniamo sollecitati a sottoscrivere le DAT: “non vorrai mica restare attaccato ad un macchinario?”), se queste condizioni non si conoscono e se, nel momento di cui l’affermazione viene enunciata (e il documento sottoscritto), gli effetti della mancata erogazione della terapia salvavita o del sostegno vitale – cioè, la morte, spesso rapida – sono “lontani” e ipotetici.

In realtà, non sorprende affatto che il legislatore abbia fatto in modo che le DAT siano redatte da persone non adeguatamente informate e che, quindi, non sono in grado di esprimere un giudizio effettivo sulla condizione in cui potrebbero trovarsi: quel giudizio lo ha già fatto per noi il Parlamento; ha già deciso che le terapie nei confronti di soggetti in stato vegetativo o gravemente malati in stato di incoscienza o di anziani in stato di demenza sono “futili” (per usare l’espressione adottata dal giudice inglese per le terapie nei confronti di Alfie Evans), “un’ostinazione irragionevole” (così il Tribunale amministrativo per Vincent Lambert): le DAT sono un “via libera” ad una valutazione già presa.

  1. Parliamo allora della libertà (“un consenso libero e informato”): come farà l’impiegato dello Stato civile del Comune a capire se quella persona anziana, accompagnata da parenti o, ad esempio, dai responsabili della casa di riposo in cui vive, è davvero libero di presentare la Disposizione anticipata di trattamento? Non può capirlo, anzi, deve disinteressarsene. E siamo davvero sicuri che certe persone avranno compreso di avere firmato una DAT?

L’autodeterminazione della persona – uno dei principi fondamentali della legge – è un requisito formale o sostanziale?

Il depresso che chiede di essere ucciso (come è recentemente avvenuto per una giovane insegnante siciliana, aiutata a suicidarsi in Svizzera dalla stessa associazione che aveva aiutato anche Fabiano Antoniani) deve essere rispettato nella sua autodeterminazione, è veramente libero o è meglio che venga curato nella sua depressione e non ascoltato nella sua richiesta di morire?

Pensate che in un libro di stampo femminista ho trovato voci contrarie ad una legislazione che autorizzi il suicidio assistito e l’eutanasia perché rischiano di penalizzare le donne, proprio sotto il profilo della libertà di scelta: esse, dice l’Autrice, rischiano di essere influenzate dall’ “equazione morale tra bontà e sacrificio di sé”, tipico della femminilità. In parole povere, le donne anziane potrebbero convincersi che la loro morte sia un sacrificio doveroso a favore di altri.

  1. E veniamo alla relazione di cura e fiducia tra paziente e medico.

Le DAT funzionano così: giunge un paziente in stato di incoscienza e che necessita di interventi salvavita (non necessariamente in stato di urgenza: la legge fa riferimento alla “incapacità di autodeterminarsi”), viene assegnato a un medico o a più medici che non lo conoscono, risulta la sottoscrizione di una DAT in cui si rifiuta ogni trattamento salvavita (non ci nascondiamo dietro ad un dito: il contenuto della DAT è questo, e solo questo) e i medici, senza conoscerlo, senza sapere in quali condizioni il documento era stato presentato, se il soggetto era informato o, all’epoca, era depresso o aveva dei problemi, sono obbligati a non prestare le terapie salvavita e a lasciar morire il paziente, anche se hanno a disposizione strumenti e terapie che potrebbero salvarlo e farlo guarire.

Si, obbligati: la legge dice che “il medico è tenuto al rispetto delle DAT”; e pensate che, all’art. 1, la legge proclama che sono rispettate “la competenza, l’autonomia professionale e la responsabilità del medico”! Comprendiamo bene dove sono finite la competenza e l’autonomia professionale!

E se il medico vuole fare il suo lavoro secondo scienza e coscienza? Egli può – non deve, può – disattendere le DAT, ma solo se raggiunge un accordo con il fiduciario; e se non c’è accordo deve rivolgersi ad un giudice e lo deve convincere che esistono “terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione capaci di offrire concrete possibilità di miglioramento delle condizioni di vita del paziente”.

Il fatto è che, se il medico lascia morire il paziente “è esente da responsabilità civile e penale”; se, invece, vuole fare bene il suo lavoro, non solo deve rivolgersi al giudice in contraddittorio con il fiduciario e, ovviamente, vedersela con la Direzione del suo ospedale (che certamente non ama le controversie giudiziarie), ma non ha più alcun “paracadute legale”.

Se lasci morire il paziente, sei al sicuro; se cerchi di curarlo, rischi spese legali, provvedimenti disciplinari, richieste di risarcimento danni…

  1. Concludo sulle DAT tornando sul tema della libertà: se ogni persona può redigere una DAT anche se si trova in ottimo stato di salute, può anche revocarla se ha cambiato idea; e se questo avvenisse in una situazione di urgenza? Se, ad esempio dopo un incidente stradale che le ha provocato gravi ferite, la persona si rendesse conto, prima di perdere conoscenza (magari perché sottoposto ad un intervento di urgenza) che il quadro è cambiato? Che l’unica cosa importante è salvare la propria vita e tornare alla sua famiglia e che per ottenere questo è disposto a tutto e vuole tutte le terapie possibili?

La legge, premurosamente, prevede il caso: “Nei casi in cui ragioni di emergenza e urgenza impedissero di procedere alla revoca delle DAT con le forme previste dai periodi precedenti, queste possono essere revocate con dichiarazione verbale raccolta o videoregistrata da un medico, con l’assistenza di due testimoni“. Ecco la rappresentazione plastica del soggetto “ingabbiato” dalle DAT! In quella situazione drammatica, se non c’è un medico e due testimoni (quindi tre persone contemporaneamente presenti sul posto), quello che ha scritto anni prima – magari in una situazione di totale inconsapevolezza – prevarrà ed egli sarà lasciato morire, senza che il medico rischi alcuna conseguenza civile e penale.

Scherzando (ma non troppo) do spesso questo consiglio: se avete firmato una DAT, quando viaggiate in auto portate sempre con voi un medico e due testimoni…

  1. Esaminando le DAT abbiamo compreso, quindi, quanto davvero conti per il legislatore l’esistenza di un “rifiuto libero e informato” a tutte le terapie: e, in effetti, anche per quanto riguarda il rifiuto attuale da parte del paziente maggiorenne restano tutti i dubbi che abbiamo già evidenziato.

E’ la stessa Corte Costituzionale – in questa ordinanza schizofrenica di cui abbiamo parlato – a rappresentare i rischi di legalizzare l’aiuto al suicidio, anche per motivi di carattere medico.

Leggiamo: “L’incriminazione dell’istigazione e dell’aiuto al suicidio è funzionale alla tutela del diritto alla vita, soprattutto delle persone più deboli e vulnerabili, che l’ordinamento penale intende proteggere da una scelta estrema e irreparabile, come quella del suicidio. Essa assolve allo scopo, di perdurante attualità, di tutelare le persone che attraversano difficoltà e sofferenze, anche per scongiurare il pericolo che coloro che decidono di porre in atto il gesto estremo e irreversibile del suicidio subiscano interferenze di ogni genere”.

Vedete? La libertà di decidere per la propria morte potrebbe essere vanificata da “interferenze di ogni genere”.

E ancora: “Il divieto (di aiuto al suicidio) conserva una propria evidente ragion d’essere anche, se non soprattutto, nei confronti delle persone malate, depresse, psicologicamente fragili, ovvero anziane e in solitudine, le quali potrebbero essere facilmente indotte a congedarsi prematuramente dalla vita, qualora l’ordinamento consentisse a chiunque di cooperare anche soltanto all’esecuzione di una loro scelta suicida, magari per ragioni di personale tornaconto. Al legislatore penale non può ritenersi inibito, dunque, vietare condotte che spianino la strada a scelte suicide, in nome di una concezione astratta dell’autonomia individuale che ignora le condizioni concrete di disagio o di abbandono nelle quali, spesso, simili decisioni vengono concepite”.

Vedete? Le “interferenze” possono derivare anche da interessi di chi vuole indurre al suicidio e colpisco le persone psicologicamente fragili, depresse, anziane, in solitudine … insomma tutte quelle che la nostra società inizia a considerare inutili, improduttive, costose per tutti, pesanti da sopportare.

L’autonomia individuale, dice la Corte, non può essere considerata in maniera astratta, ma nel concreto!

Ma la Corte, benché consapevole di questi rischi, sollecita il legislatore ad ampliare le maglie della legge 219, anche se esplicitamente teme “scenari gravidi di pericoli per la vita di persone in situazione di vulnerabilità” ed uccisioni di soggetti “senza alcun controllo ex ante sull’effettiva sussistenza della loro capacità di autodeterminarsi, del carattere libero e informato della scelta da essi espressa e dell’irreversibilità della patologia da cui sono affetti”!

Occorre davvero aggiungere altro? La legge 219 considera vincolante qualunque rifiuto di terapia, anche il più irragionevole (“il medico è tenuto a rispettare la volontà espressa dal paziente di rifiutare il trattamento sanitario o di rinunciare al medesimo”) e non tutela in alcun modo i soggetti fragili dalle interferenze: in nessun modo, è solo previsto un colloquio in più con il medico, nient’altro.

  1. Ma la reale volontà del legislatore si comprende alla luce della regolamentazione per i minori e gli incapaci (articolo 3 della legge): saranno i genitori del minore, il tutore dell’interdetto o l’amministratore di sostegno del soggetto assistito a poter rifiutare ogni trattamento sanitario, anche salvavita, così da poter provocarne la morte.

Potrebbe sembrare una questione secondaria: ma non dobbiamo dimenticare che ad essere colpiti dall’odio profondo verso la vita umana che pervade la società sono innanzitutto e primariamente i soggetti “deboli” ed “imperfetti”; essi – nella maggior parte dei casi – sono minori di età oppure possono essere interdetti o sottoposti ad amministrazione di sostegno: quindi neonati o bambini in tenera (o meno tenera) età, persone prive di capacità di comprensione o incapaci di manifestare la propria volontà, come i soggetti che si trovano in stato vegetativo persistente, o affette da deficit intellettivo, anziani in stato di demenza progressiva, malati cronici giunti ad uno stadio avanzato della malattia.

Queste persone sono considerate inutili per la società perché non producono, né produrranno mai ricchezza; sono viste come un costo che pesa sui conti pubblici e sui patrimoni familiari; la loro assistenza è gravosa, sia dal punto di vista economico che psicologico; esse danno scandalo, perché dimostrano che la vita esiste e ha un valore e una dignità anche quando è segnata dall’handicap, dalla malattia anche grave, dalla demenza e che addirittura può essere felice in queste condizioni (vi ricordate? Il Giudice inglese che dette il via libera all’uccisione di Alfie Evans non si nascose di aver trovato una famiglia felice).

Nell’ideologia che propugna l’eutanasia queste persone “devono” morire, hanno il “dovere di morire”. Quindi, se non scelgono di farsi uccidere – perché non sono in grado di esprimersi o di manifestare una volontà valida – devono essere eliminate ugualmente sulla base della decisione di altre persone: quindi senza il loro consenso o addirittura contro il loro consenso, esplicito o implicito.

Nel mondo la grande maggioranza delle uccisioni di questi soggetti vengono decise così: come l’aborto è l’uccisione di un uomo che disperatamente vuole continuare a crescere, così – in Italia e nel resto del mondo – i casi come quello di Eluana Englaro si moltiplicano, dimostrando la volontà di uccidere persone che non hanno mai chiesto di morire, attribuendo ad altri – per esempio ad un tutore – il potere di ordinarne la morte sulla base dei criteri di “qualità della vita” propri di chi decide.

Ecco perché l’articolo 3 è il nucleo di questa legge: permetterà che si ripeta un “caso Englaro” senza alcuna necessità di una pronuncia giurisdizionale; permetterà di applicare il Protocollo di Groningen sui neonati disabili e prematuri e rendere effettivo l’aborto post-natale teorizzato da Giubilini e Minerva (e, come purtroppo abbiamo visto, concretamente attuato in alcuni Stati americani); costituisce un rischio per tutti gli adulti, soprattutto se anziani, che si trovino in stato di incoscienza o di demenza e che, quindi, potranno essere sottoposti ad interdizione o ad amministrazione di sostegno (che potrebbero essere richieste proprio con questa finalità): i tutori e gli amministratori di sostegno potranno negare il consenso a nuove terapie od interventi da eseguire quando il paziente non è più in stato di coscienza o non è in grado di manifestare la propria volontà, o revocare il consenso a terapie in corso; ma potranno già prima non autorizzare interventi diagnostici per la ricerca di patologie. Le loro disposizioni saranno vincolanti per le strutture che dovranno garantire “la piena e corretta attuazione dei principi della legge” (art. 1, comma 9).

  1. Ecco l’eutanasia non consensuale già legalizzata, alla quale la Corte Costituzionale vuole dare il proprio contributo: visto che devono morire, perché aspettare facendogli soffrire? Meglio “la somministrazione di un farmaco atto a provocare rapidamente la morte”! Una soluzione rapida e pulita …

Abbiamo già visto che l’ordinanza vorrebbe delimitare questa pratica ad ipotesi limitatissime: il fatto è che i quattro requisiti indicati dalla Corte per dar corso all’uccisione diretta del paziente sono palesemente fragili, assomigliano ai famosi “paletti” di un’altra legge (la legge 40 del 2004 sulla procreazione medicalmente assistita) che, come sappiamo, sono caduti uno ad uno.

Abbiamo già parlato della necessità che la persona sia “capace di prendere decisioni libere e consapevoli”, verificando che la legge 219, su cui la Corte si appoggia, non lo garantisce affatto; vediamo gli altri tre requisiti.

“Patologia irreversibile”: quanto deve essere grave? E perché deve essere irreversibile, se il diritto a rifiutare le terapia salvavita e le forme di sostegno vitale è riconosciuto anche a coloro che hanno patologie curabili?

“Sofferenze fisiche o psicologiche, che (il paziente) trova assolutamente intollerabili”: notiamo il riferimento alle sofferenze “psicologiche” e l’indicazione di un criterio esclusivamente soggettivo per determinare l’intollerabilità delle sofferenze; potranno essere considerate intollerabili anche sofferenze oggettivamente modeste?

Infine, la persona deve essere “tenuta in vita a mezzo di trattamenti di sostegno vitale”: ma la Corte non tiene presente che la legge 219 del 2017 equipara le forme di sostegno vitale (nutrizione e idratazione) alle terapie e che la respirazione artificiale, da tempo (fin dal caso Welby), è considerata trattamento terapeutico, come tale rinunciabile; e allora, perché riconoscere il diritto di farsi uccidere soltanto a chi dipende da forme di sostegno vitale e non a chi è mantenuto in vita da terapie salvavita?

In definitiva, non è difficile prevedere che – se il Parlamento, invece di abrogare la legge 219, come dovrebbe doverosamente fare, darà corso all’intimazione della Corte Costituzionale – assisteremo ad uccisioni dirette di molti soggetti “fornite” dal Servizio sanitario nazionale.

All’inizio vi ho provocato con la pena di morte negli Stati Uniti: mi chiedo se l’accostamento fosse davvero improprio.

  1. Questo è il risultato – di cui oggi ho accennato ad alcuni punti – di un lavoro del Parlamento iniziato, di fatto, con l’uccisione di Eluana Englaro e con l’auspicio solenne anche dai vertici della Conferenza Episcopale perché “si varasse una legge sul fine vita che riconoscesse valore legale a dichiarazioni inequivocabili e desse tutte le garanzie sulla presa in carico dell’ammalato e sul suo rapporto fiduciario con il medico”.

Il Comitato Verità e Vita si è sempre pubblicamente opposto all’approvazione di qualunque legge sul “fine vita”, segnalando il rischio che introducesse in maniera surrettizia l’eutanasia; una posizione coerente con la denuncia per omicidio volontario che il Comitato presentò al Procuratore di Udine.

Certo: all’epoca non si prevedeva che la legge avrebbe avuto un contenuto così netto, duro, senza vie d’uscita come è la legge 219 e come dimostra l’utilizzo che ne ha fatto la Corte Costituzionale; ma ogni breccia aperta su un principio non negoziabile come il diritto alla vita si trasforma inevitabilmente in uno squarcio in cui la logica di morte, così forte nella nostra società – e contro la quale andremo ora a marciare per la Vita – si insinua e ottiene il risultato cercato.

  1. Questa logica si coglie bene da un particolare, con cui concludo.

Parliamo della “dignità”, una parola che era già presente nel primo disegno di legge sull’eutanasia, presentato nel 1984 dall’on. Loris Fortuna.

L’art. 1, comma 1 della legge 219 recita: “La presente legge, nel rispetto dei principi dei cui agli articoli 2, 13 e 32 della Costituzione e degli articoli 1, 2 e 3 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, tutela il diritto alla vita, alla salute, alla dignità e all’autodeterminazione della persona“.

Inizialmente il testo prevedeva: “la presente legge … tutela la vita e la salute dell’individuo“; l’Assemblea ha trasformato la “tutela della vita e della salute” in “tutela del diritto alla vita e del diritto alla salute” e ha affiancato a tali diritti anche quelli “alla dignità e all’autodeterminazione”.

Non è una modifica banale: si stabilisce che la vita umana non è più tutelata direttamente, come un bene di valore incommensurabile, ma è considerata oggetto di un diritto, come tale bilanciabile con altri diritti, e soccombente in alcuni casi; un diritto che può essere oggetto di rinuncia da parte del titolare.

Soprattutto, è significativo l’affiancamento della “dignità” alla “vita”: il legislatore non considera più la dignità una caratteristica intrinseca della vita umana perché, appunto, “tira fuori”, estrae la dignità dalla vita.

La visione antropologica è evidente: il Parlamento rifiuta la visione secondo cui l’uomo non ha dignità, ma la dignità è il valore e la preziosità che l’uomo è, e adotta invece quella secondo cui la dignità è attribuita ad un essere umano da altri uomini, è conferita a chi la “merita” sulla base di determinate caratteristiche dell’uomo o delle sue capacità o delle sue azioni: quindi può essere negata.

Ecco: in nome della dignità propria di ogni essere umano, in qualunque condizione si trovi, dobbiamo combattere contro questa cultura di morte e contro le leggi, come la legge 219, che, selezionando i meritevoli e coloro che non lo sono, permette, anzi promuove o meglio: sollecita l’uccisione di coloro la cui qualità di vita “è povera e senza senso”, trasformando i medici, da nostri alleati e custodi della vita, in esecutori specializzati a dare la morte.

Giacomo Rocchi

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Eutanasia: audizione di Mauro Ronco in Commissione Giustizia

Eutanasia: audizione di Mauro Ronco in Commissione Giustizia

Nella giornata di domani, 7 maggio 2019, il prof. Mauro Ronco, presidente del Centro Studi Livatino, si recherà presso la Commissione Giustizia del Parlamento per un’audizione informale, nell’ambito dell’esame in sede referente delle proposte di legge C. 2 d’iniziativa popolare e C. 1586 Cecconi, in materia di rifiuto di trattamenti sanitari e di liceità dell’eutanasia.

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A sei mesi dal D-day del suicidio assistito non si vedono segnali di vita

A sei mesi dal D-day del suicidio assistito non si vedono segnali di vita

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato sul numero di marzo 2019 della rivista Tempi.

Da 4 mesi la Corte costituzionale ha messo in mora il Parlamento sul reato di agevolazione e aiuto al suicidio: chiamata a pronunciarsi sulla legittimità costituzionale dell’articolo 580 del codice penale, che punisce questo tipo di condotta – a ciò sollecitata dalla Corte di assise di Milano, nel c.d. caso Cappato -, la Consulta ha rinviato la decisione all’udienza del prossimo 24 settembre. Fin qui poco di strano: il rinvio non è uno scandalo. (altro…)

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Video del workshop sull’aiuto al suicidio

Video del workshop sull’aiuto al suicidio

Sul Canale YouTube dell’Università Europea di Roma è presente il video del workshop di venerdì 22 febbraio ‘L’ ordinanza n. 207 del 2018 tra aiuto al suicidio e trasformazione del ruolo della Corte costituzionale’

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