fbpx
Indirizzi applicativi dell’art.17 del codice deontologico ed etica della professione sanitaria. Il caso del suicidio assistito.

Indirizzi applicativi dell’art.17 del codice deontologico ed etica della professione sanitaria. Il caso del suicidio assistito.

Il Centro studi Rosario Livatino, il Forum delle Associazioni socio sanitarie e il Movimento per la Vita Italiano esprimono preoccupazione per il testo, approvato il 6 febbraio 2020 da parte del Consiglio nazionale della Federazione degli Ordini dei Medici (Fnomceo), degli “indirizzi applicativi dell’articolo 17” del Codice deontologico medico, che ha fatto seguito alla sentenza n. 242/2019 della Corte Costituzionale sul suicidio assistito: un testo che stabilisce «la non punibilità del medico da un punto di vista disciplinare», qualora ricorrano le condizioni previste dalla Consulta per la non punibilità nel giudizio penale del medico che abbia aiutato al suicidio. Premesso che la scelta di completo adeguamento alla sentenza non era per l’Ordine obbligata né necessaria, ci chiediamo come si concili un Codice deontologico così modificato alle ancora vigenti disposizioni della legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale, che (art. 1 co. 2 L. 833/78) definisce quest’ultimo «il complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento ed al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione»: poiché non è ben chiaro a quale degli obiettivi propri del SSN – la promozione, il mantenimento, il recupero della salute – si ascrive l’aiuto che il medico è chiamato a dare al suicidio, ci si trova di fronte al paradosso di una norma deontologica che tutela il paziente meno rispetto a una norma di legge positiva. Quel che sorprende è che un Ordine, qual è quello dei medici, assuma una decisione che va in controtendenza rispetto all’autonomia della professione. La sentenza n. 242 non fissa l’obbligo per il medico di assecondare l’intenzione suicidiaria, e anzi ricorda che costui continua ad avere come faro esclusivo la propria “coscienza”; prima ancora, la l. 219/2017, istitutiva delle DAT- disposizioni anticipate di trattamento, ha stabilito all’art. 1 co. 6 che «[…] Il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali; a fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali».

Se la legge 219 rinvia alla “deontologia professionale”, e la sentenza 242 richiama la “coscienza del singolo medico”, vuol dire che le regole della disciplina medica hanno un loro peso e non sono in tutto subordinate a quelle della legge dello Stato: perché allora cambiarle, o integrarle, riprendendo la lettera – controversa e opinabile – della sentenza 242? Comportarsi come se le disposizioni deontologiche fossero per intero sottoposte alla legge significa per un verso avallare una visione statalistica del diritto, negando rilievo all’autonomia dei gruppi sociali – fra i quali gli Ordini professionali -, e quindi al pluralismo dell’ordinamento; per altro verso delineare una sorta di “etica di Stato”, con la subordinazione a quest’ultimo di quella coscienza che chiama in causa la professionalità e l’autonomia del medico. Ribadiamo che non può essere una legge dello Stato o una sentenza della Consulta a stabilire che cos’è la professione medica, prescindendo dalle norme di tradizione plurimillenaria che l’Ordine ha maturato al proprio interno: non può esserlo senza ledere al tempo stesso l’etica del medico, e quella relazione con l’Ordine di riferimento su cui si fonda la fiducia dell’assistito. L’invocato “raccordo” tra norme deontologiche e norme giuridiche non può giungere a violare l’essenza costitutiva della professione medica: tutela della vita e della salute, sollievo dalla sofferenza. Per tutto questo auspichiamo sul punto un opportuno ripensamento, e comunque la non archiviazione di un dibattito sull’etica della professione sanitaria, oggi ancora più importante rispetto al passato.

Roma, 15 febbraio 2020
Share
Per la Corte Costituzionale tedesca suicidarsi è un diritto no limits

Per la Corte Costituzionale tedesca suicidarsi è un diritto no limits

  1. La Corte costituzionale tedesca si spinge più in là rispetto alla Corte Costituzionale italiana nel riconoscere il suicidio come diritto fondamentale della persona. Riportiamo il link della decisione pubblicata il 27 febbraio 2020, nella versione inglese – https://www.bundesverfassungsgericht.de/SharedDocs/Pressemitteilungen/EN/2020/bvg20-012.html -, riprendendolo dal sito ufficiale della Corte medesima

Innanzitutto, il caso: non ci si trova di fronte né a un malato affetto da patologia irreversibile né all’equivalente di un on. Cappato, incriminato per essersi offerto a prestare assistenza all’aspirante suicida, quale punto di partenza per il ricorso ai giudici costituzionali. A denunciare l’incostituzionalità dell’art. 217 del Codice Penale tedesco, introdotto nel 2015 per fare chiarezza su attività illecite poste in essere da associazioni che prestate in forma commerciale, sono state associazioni specializzate nell’assistenza ai suicidi in Germania e Svizzera: medici impegnati nelle cure ospedaliere e nei trattamenti ambulatoriali e consulenti legali in materie collegate all’ambito suicidiario.

  1. Poi la decisione: il principio affermato dalla Corte è che appartiene ai diritti fondamentali della persona il diritto di decidere, in piena autonomia e senza limitazione alcuna, della propria vita [cfr. § I.1.a)]. Il diritto di suicidarsi, pertanto, non può essere circoscritto al diritto di rifiutare trattamenti di sostegno vitale [cfr. § I.1.aa)] né va riservato solo a coloro che versino in determinate condizioni di salute, in quanto, ad esempio, affetti da patologie serie o incurabili [cfr. § I.1.bb)].

L’esercizio di tale diritto deve essere, in definitiva, garantito in tutte le fasi dell’esistenza di una persona [cfr. §I.1.bb)]: ciò perché il diritto di suicidarsi trova il suo fondamento costituzionale nella dignità della persona, identificata nella capacità di autodeterminarsi, e ne rappresenta la diretta, seppur terminale, espressione. [cfr. § I.1.cc)]. Ne discende che la criminalizzazione delle condotte di aiuto al suicidio costituisce una illegittima compressione di tale diritto fondamentale della persona [cfr. § I.3.bb)].

  1. Come ha fatto la Corte costituzionale italiana con l’ordinanza n. 207/2018, e in parte con la sentenza n. 242/2019, anche la Corte tedesca assegna i compiti al legislatore; che potrà introdurre disposizioni general-preventive del rischio suicidiario [cfr. §I.3.bb)1], purché rispetti le seguenti condizioni di legittimità costituzionale:
  2. le misure limitative del diritto di suicidarsi devono trovare giustificazione in situazioni che possano far ritenere che la libertà di autodeterminazione del singolo sia stata esposta a influenze esterne [cfr. § I.3.bb)1]. Il richiamo all’autodeterminazione quale punto di riferimento per le norme da introdurre è identico a quello cui si è riferita la nostra Consulta, con tutti i limiti dottrinali che ciò comporta [1];
  3. eventuali misure adottate per estendere e rafforzare il ricorso alle cure palliative non possono spingersi fino a far considerare queste ultime come in qualche modo limitanti o condizionanti il diritto al suicidio, dal momento che non vi è nessun obbligo per l’aspirante suicida a fare preventivo ricorso a tali cure [cfr. § I.3.bb)2b)]. Questo passaggio differenzia le due pronunce – quella tedesca e quella italiana – perché per la nostra Consulta le cure palliative costituiscono un pre-requisito dell’intervento di fine vita;
  4. non vi è alcun obbligo per il personale medico, né in capo a nessun altro, di prestare assistenza all’aspirante suicida [cfr. § I.3.bb)2a)];
  5. tale assenza di obbligatorietà impone che l’aspirante suicida sia messo in condizione di poter fare ricorso a specifici servizi di assistenza [cfr. § I.3.bb)2a)]. Tali due voci sono simili a quelle indicate dalla sentenza costituzionale italiana n. 242/2019;
  6. i servizi di assistenza al suicidio devono essere disciplinati dal legislatore, mediante misure che proteggano la libertà di autodeterminazione del singolo; tali misure includono: a) l’osservanza obbligatoria di procedure e disposizioni che mirino a fornire all’aspirante suicida le necessarie informazioni ed un congruo tempo di riflessione; b) l’indispensabile approvazione di un’autorità amministrativa che attesti, in presenza di determinati requisiti, l’affidabilità dell’ente che offre i servizi di assistenza; c) la potenziale rimodulazione della normativa in tema di stupefacenti e sostanze a cessione controllata, al fine di renderla coerente con le disposizioni in tema di assistenza al suicidio. Quest’ultimo passaggio appare in assoluto il più sconcertante, perché rinvia a una sorta di suicidio-fai-da-te, con il lecito approvvigionamento – autonomo o, se l’aspirante suicida non ne abbia la possibilità, delle persone a lui vicine, seguendo la stessa logica – di sostanze stupefacenti che rendano possibile l’exitus.

Torneremo sul tema, con i necessari approfondimenti. Al momento ci limitiamo a constatare che mentre fino a poco meno di due anni fa legislazioni apertamente eutanasiche e di assistenza al suicidio erano presenti solo in tre Stati dell’Ue – Belgio, Olanda e Lussemburgo – la sentenza n. 242 della Corte costituzionale italiana ha aperto la strada a passi analoghi di ordinamenti di maggior peso, e ogni passo successivo è peggiorativo del precedente.

Nel momento in cui le Nazioni europee non trovano alcuna linea condivisa per prevenire e curare l’influenza da c.d. coronavirus, e quindi su misure comuni per la salute dei cittadini europei, cominciano invece a costruire una unità sull’aiuto al suicidio di chi versa in condizioni di personale disagio. Il messaggio che mandano le Corti costituzionali – al momento, certamente quelle italiana e tedesca – è che l’Europa costruita per via giurisdizionale rende più agevole la morte in nome del più assoluto libertarismo, disinteressandosi della solidarietà per chi soffre.

[1] Sul tema dell’autodeterminazione, e in generale, sull’aiuto al suicidio cf (a cura di M.Ronco) Il “diritto” di essere uccisi: verso la morte del diritto? Giappichelli ed. Torino 2019.

Share
«Non era necessario adeguarsi alla sentenza costituzionale»

«Non era necessario adeguarsi alla sentenza costituzionale»

Articolo di Francesco Ognibene, pubblicato su Avvenire il 20 febbraio 2020.

«Il medico, anche su richiesta del malato, non deve effettuare né favorire trattamenti finalizzati a provocarne la morte». È scritto senza giri di parole l’articolo 17 del Codice di deontologia medica, chiosato il 6 febbraio con voto unanime dal Consiglio nazionale della Fnomceo – la federazione che raccoglie la rete provinciale degli ordini professionali – per affermare che «non sarà punibile dal punto di vista disciplinare, dopo attenta valutazione del singolo caso, il medico che liberamente sceglie di agevolare il suicidio, ove ricorrano le condizioni poste dalla Corte costituzionale» nella sua recente sentenza 242 sul caso Cappato-dj Fabo. Ma se il Codice vieta e i nuovi «indirizzi applicativi» consentono – sebbene a precise condizioni – qual è il principio che prevale? Una domanda lancinante per tre associazioni – Centro studi Rosario Livatino, Forum delle Associazioni socio sanitarie e Movimento per la Vita italiano – che hanno affidato a un’accorata nota la loro «preoccupazione».

Se «la scelta di completo adeguamento alla sentenza non era per l’Ordine obbligata né necessaria – premette il testo – ci chiediamo come si concili un Codice deontologico così modificato alle ancora vigenti disposizioni della legge istitutiva del Servizio sanitario nazionale, che definisce quest’ultimo “il complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento e al recupero della salute fisica e psichica di tutta la popolazione”». Si è venuto a creare un vero «paradosso» con «una norma deontologica che tutela il paziente meno rispetto a una norma di legge positiva». Per le tre realtà associative «sorprende» che la Fnomceo vada «in controtendenza rispetto all’autonomia della professione»: infatti la stessa sentenza costituzionale «non fissa l’obbligo per il medico di assecondare l’intenzione suicidaria, e anzi ricorda che costui continua ad avere come faro esclusivo la propria “coscienza”». La legge sul biotestamento, per la quale «il paziente non può esigere trattamenti sanitari contrari alla deontologia professionale», e la sentenza 242, col suo richiamo alla «coscienza del singolo medico», concorrono nel dimostrare che «le regole della disciplina medica hanno un loro peso e non sono in tutto subordinate a quelle della legge dello Stato». Inevitabile chiedersi «perché allora cambiarle, o integrarle, riprendendo la lettera – controversa e opinabile – della sentenza 242». Mpv, Forum sociosanitario e Livatino contestano sia la «visione statalistica del diritto» che li avrebbe ispirati «negando rilievo all’autonomia dei gruppi sociali, fra i quali gli Ordini professionali», sia l’affermazione di una sorta di «”etica di Stato”, con la subordinazione a quest’ultimo di quella coscienza che chiama in causa la professionalità e l’autonomia del medico». Conseguenza di questi rilievi è l’auspicio di «un opportuno ripensamento», chiedendo «la non archiviazione di un dibattito sull’etica della professione sanitaria, oggi ancora più importante». Infatti «non può essere una legge dello Stato o una sentenza della Consulta a stabilire che cos’è la professione medica, prescindendo dalle norme di tradizione plurimillenaria che l’Ordine ha maturato». Di più: «L’invocato “raccordo” tra norme deontologiche e norme giuridiche non può giungere a violare l’essenza costitutiva della professione medica: tutela della vita e della salute, sollievo dalla sofferenza».

Share
Comunicato dell’AMCI su eutanasia e suicidio assistito

Comunicato dell’AMCI su eutanasia e suicidio assistito

Associazione Medici Cattolici Italiani
Presidenza Nazionale

COMUNICATO DELLA PRESIDENZA NAZIONALE AMCI ELABORATO, APPROVATO E SOTTOSCRITTO ALL’UNANIMITA’

Il 30 gennaio 2020 l’Associazione Medici Cattolici Italiani, con grande  senso di responsabilità e lungimiranza, ha organizzato in Roma in Palazzo Maffei Marescotti un convegno dal titolo “Medicina e sanità ai confini della vita: il ruolo del medico”,  per realizzare un’attenta e ponderata riflessione in merito ai recenti pronunciamenti, per sentenza, della Corte Costituzionale 242 del 2019 sul tema dell’aiuto al suicidio assistito.

Il Convegno, realizzato in collaborazione con la FMOMCeO, ha visto la partecipazione dei massimi livelli della Federazione, del Presidente Nazionale Filippo Anelli, del Prof. Fulvio Borromei, Coordinatore Nazionale Cure Palliative FNOMCeO e Presidente OMCeO Ancona, del Prof. Pierantonio Muzzetto,  Coordinatore Consulta Deontologica Nazionale FNOMCeO e Presidente OMCeO Parma, del Prof Filippo M. Boscia, Presidente Nazionale AMCI,  del Dott.  Alfredo Mantovano, vice Presidente del Centro Studi Livatino e del Dott. Massimo Polledri, Neuropsichiatra infantile e Presidente del Comitato Polis Pro Persona.

Il Convegno aveva l’intento di proiettare l’attenzione di tutti i partecipanti sulle conseguenze che la sentenza avrebbe potuto avere anche sul Codice Deontologico.

In quell’occasione a nome dell’AMCI,  Filippo Boscia, ha coerentemente ribadito quanto già espresso in passato (Agenzia SIR dell’agosto 2019) “Ai medici non può essere assegnato il compito di causare o provocare la morte. Essi hanno l’obbligo di indicare la proporzionalità delle cure, avendo un attento sguardo alla storia naturale della malattia”.

“Tutti i medici cattolici rappresentano l’assoluta incompatibilità tra l’agire medico e l’uccidere, perché chi esercita la difficile arte medica non può scegliere di far morire e nemmeno di far vivere ad ogni costo, contro ogni ragionevole logica. I medici cattolici ribadiscono la necessità e  l’urgenza di attuare su tutto il territorio nazionale le grandi potenzialità della legge 38/2010 ‘disposizioni per garantire l’accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore’ e che ciò va realizzato in modo omogeneo ed universalistico. Sottolineano l’importanza di queste cure e la necessità di mantenere i malati terminali in un percorso esistenziale, sostanziato al massimo da rapporti umani ed affettivi”.

I medici cattolici, al fine di evitare ogni possibile fraintendimento o dubbio, ribadiscono la loro stabile e immodificata posizione, che è quella per la quale l’AMCI si è sempre battuta e continuerà a battersi con coerenza, senza dubbi e senza remore, e sulla quale non si accettano compromessi.

I medici cattolici sono in trincea contro l’eutanasia e il suicidio assistito!

Il Consiglio di Presidenza AMCI ritiene assolutamente incompatibile ogni intervento di assistenza medica al suicidio assistito con l’etica e la deontologia professionale del medico.

Ribadisce che è l’integrità del medico a rendere inconciliabile l’arte medica con il suicidio assistito e qualsivoglia forma eutanasica  e che non vi sono alternative!

La medicina è sempre senza eccezioni per la vita e a favore della vita, e questa vita deve essere sempre accompagnata, senza alcun disimpegno, senza alcun abbandono, con delicatezza, fermezza e impegno nel continuare a curare le fragilità, pur se terminali, adempiendo sempre con sollecitudine e proporzionalità a prendersi cura (care), soprattutto quando non si può guarire. L’AMCI dunque moralmente non può accondiscendere in nessun caso a richieste eutanasiche da parte dei pazienti, ed i medici cattolici saranno sempre osservanti della propria coscienza. E questo, nell’interesse del sofferente, varrà sempre, sia ben chiaro, anche al di là delle nuove interpretazioni dell’art. 17 del codice di deontologia medica.

I medici cattolici italiani, pienamente partecipi della vita democratica del Paese, accanto a tutti gli uomini di buona volontà, sono e saranno sempre impegnati nella battaglia per i diritti umani. Per questo ad alta voce difendono e promuovono la libertà di coscienza degli operatori sanitari e riflettono sulla dimensione spirituale dell’uomo, sperando che egli possa liberamente operare con oculate scelte, anche di fede, rispettando sempre i significati autentici della vita.

Il 6 febbraio 2020 il Consiglio nazionale della Federazione degli Ordini dei Medici (Fnomceo) nella sua massima autonomia, facendo seguito  alla sentenza 242/2019 della Corte Costituzionale, ha approvato a Roma all’unanimità il testo degli “indirizzi applicativi dell’articolo 17” del codice deontologico, qui di seguito riportato:

“La libera scelta del medico di agevolare, sulla base del principio di autodeterminazione dell’individuo, il proposito di suicidio autonomamente e liberamente formatosi da parte di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche intollerabili, che sia pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli (sentenza 242/19 della Corte Costituzionale e relative procedure), va sempre valutata caso per caso e comporta, qualora sussistano tutti gli elementi sopra indicati, la non punibilità del medico da un punto di vista disciplinare”.

L’AMCI pertanto prende atto della decisione della FNOMCeO della NON modifica dell’art. 17 del codice deontologico e ritiene questo, di per sé, un fatto sostanzialmente positivo! Ma non condivide la successiva elaborazione dottrinale dell’indirizzo applicativo deciso, restando sempre nel rispetto di chi pensa diversamente.

I componenti il Consiglio di Presidenza Nazionale dei medici cattolici, proprio riflettendo su questa decisione della FNOMCeO, desiderano lasciare spazio ad una serie di interrogativi:

  1. il primo attiene alla scelta dei tempi: quale urgenza c’era di provvedere con tanta celerità? La sentenza della Consulta, che di fatto aggiunge un nuovo comma all’art. 580 del codice penale, è per questo equiparabile a un intervento del Legislatore: non sarebbe stato opportuno cogliere le ricadute della nuova disposizione, pur se di creazione giurisprudenziale, sul codice deontologico prima di decidere gli “indirizzi applicativi”? L’interrogativo è tanto più concreto allorché la sentenza in questione esige il parere del Comitato etico territoriale: poiché la disciplina di quest’ultimo è ancora in via di definizione, ciò non avrebbe costituito una ragione in più per prendere tempo?
  2. sia la sentenza 242 che la legge 219/2017 parlano di “coscienza del singolo medico” e di “deontologia professionale”. Se il riferimento è con tutta evidenza all’attuale codice deontologico, incluso il suo art. 17, perché varare questi nuovi “indirizzi applicativi”? La Consulta non auspica nemmeno per incidens delle integrazioni;
  3. a chi osserva che la stessa Corte inserisce ogni trattamento di fine vita all’interno del Servizio sanitario nazionale, parlando di “verifica in ambito medico” della richiesta di aiuto al suicidio, si può rispondere che ci si imbatte in una confusione che non spetta certamente al singolo medico, o al suo Ordine, risolvere, perché sta tutta nella sentenza 242 e nell’inserimento di essa nell’ordinamento. Si ricorda che l’art. 1 co. 2 della L. 833/78 definisce il “servizio sanitario nazionale” come “il complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento ed al recupero della salute fisica e psichica di tutta la  popolazione”. A quale degli obiettivi propri del SSN – la promozione, il mantenimento, il recupero della salute – si ascrive l’aiuto che il medico è chiamato a dare al suicidio? La Consulta non lo spiega; prima del codice deontologico non si sarebbe forse dovuta rettificare la legge istitutiva del SSN? Ovviamente non è un auspicio: è un iter logico, che però non è stato seguito;
  4. gli “indirizzi applicativi” vanno nella direzione di sovrapporre anche letteralmente il codice deontologico al dictum della Consulta. I quesiti sono: non esiste una autonomia fra norme disciplinari e norme penali? che necessità vi è delle prime se il loro confine appare coincidere con quelle delle seconde? può essere una legge dello Stato o una sentenza della Consulta a stabilire che cos’è la professione medica, prescindendo dalle norme di tradizione plurimillenaria che l’Ordine ha maturato al proprio interno?

Questi interrogativi forse resteranno senza risposta, ma il Consiglio di Presidenza AMCI ha voluto riproporli.

Roma, 11 Febbraio 2020

                                                                       IL CONSIGLIO DI PRESIDENZA AMCI ALL’UNANIMITA’

                                                                                                                                                                                                 Prof. Filippo M. Boscia Presidente Nazionale

 

Share
Aiuto al suicidio: conseguenze e prospettive dopo la sentenza della Corte costituzionale

Aiuto al suicidio: conseguenze e prospettive dopo la sentenza della Corte costituzionale

Nella mattinata di oggi si svolge a Roma, organizzato da Amci-Associazione medici cattolici, col patrocinio della Federazione degli Ordini dei medici e in collaborazione con Polis pro persona il convegno Medicina e sanita’ ai confini della vita: il ruolo del medico. Pubblichiamo la relazione di Alfredo Mantovano, vicepresidente del Centro Studi Livatino, su Conseguenze e prospettive dopo la sentenza della corte costituzionale 242 del 2019.

 

MEDICINA E SANITA’ AI CONFINI DELLA VITA: IL RUOLO DEL MEDICO
convegno

CONSEGUENZE E PROSPETTIVE DOPO LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE 242 DEL 2019
relazione di A. Mantovano, magistrato – vicepres. Centro studi Livatino

 

Roma 30 gennaio 2020 – AMDG

 

  1. Modalità e condizioni dell’aiuto al suicidio. La sentenza n. 242/2019 della Corte costituzionale non ha ritenuto tout court l’illegittimità dell’art. 580 cod. pen. nella parte in cui esso sanziona l’aiuto al suicidio: la declaratoria di incostituzionalità dell’espressione “ovvero ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione”, contenuta nella norma incriminatrice, è circoscritta e subordinata al rispetto di determinate modalità e condizioni. Le modalità sono quelle previste dagli art. 1 e 2 della L. 219/17 sulle disposizioni anticipate di trattamento, e consistono nel consenso informato e nel previo ricorso alle cure palliative ed eventualmente alla sedazione profonda continua. Le condizioni sono che:
  2. la persona abbia formato il proposito suicidiario in modo autonomo e libero, in piena consapevolezza e capacità;
  3. sia tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale;
  4. sia affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili;
  5. le condizioni e le modalità di esecuzione siano verificate da una struttura pubblica del Servizio Sanitario Nazionale;
  6. il “comitato etico territorialmente competente” esprima il suo preventivo parere.

Nel mio intervento non mi soffermerò né sulla sentenza nel suo insieme, né sui suoi discutibili presupposti, né sull’anomalia della scelta c.d. di “riempimento costituzionale” da essa rivendicata, e nemmeno sui suoi passaggi fortemente incoerenti. Mi limiterò a qualche cenno sulle sue eventuali ricadute per il ruolo del medico: in coerenza col tema del convegno e nella prospettiva, da più d’uno evocata, di un adeguamento del codice deontologico a quanto la sentenza dispone. Non parlerò neanche delle cure palliative, oggetto di un’altra relazione, pur se esse incidono sul ruolo del medico nell’aiuto al suicidio, poiché sono qualificate dalla Consulta pre-requisito di ogni trattamento di fine vita.

 

  1. Coscienza del singolo medico per ogni trattamento di fine vita. La sentenza esprime delle certezze, a fianco di passaggi che, al netto di considerazioni di ordine etico, destano perplessità, o comunque lasciano confusi.

Parto intanto dai dati certi. Il § 6 del “considerato in diritto” della pronuncia della Consulta esclude nel modo più esplicito l’obbligo in capo al medico di aiutare al suicidio un paziente che a lui si rivolga. Aggiunge, anzi, che “resta affidato (…) alla coscienza del singolo medico (…) se prestarsi, o no, a esaudire la richiesta del malato”.  Sarebbe improprio definire questo passaggio come un riconoscimento di obiezione di coscienza: la Consulta sembra andare oltre e allargare la prospettiva. Finora, in tutti i casi in cui è previsto il diritto di obiezione – si pensi per il medico alla L. 194/78 – l’ordinamento lo ha disciplinato in modo rigido, esigendo una formale dichiarazione dell’obiettore, cui segue un sistema di preclusioni alle attività che egli può compiere, e di decadenze e sanzioni. L’assenza del medico obiettore dall’intero procedimento dell’ivg (salvi casi eccezionali) contribuisce a spiegare il fallimento della fase di prevenzione/dissuasione, pur prevista dagli art. 4 e 5 della legge sull’aborto: si è tradotta di fatto nella strutturale assenza di una prospettazione pro life al momento dell’incontro fra la gestante e il medico, che è sempre non obiettore.

La sentenza 242 non solo non subordina la scelta del medico di non agevolare il suicidio ad alcuna formale dichiarazione – sì che egli, a differenza di quanto accade nella L. 194/78, non riceve l’altrettanto formale qualifica di “obiettore” -, ma gli riconosce la valutazione caso per caso, avendo come faro esclusivo la propria “coscienza”. La “coscienza del singolo medico”, a sua volta, non è anarchica: i suoi parametri di riferimento costituiscono il codice deontologico della professione che esercita, nel caso specifico l’art. 17. Perché allora modificare tale codice quando a esso la sentenza rinvia in modo così diretto, poiché individua la fonte normativa nella coscienza del medico, a sua volta appartenente a un Ordine che garantisce l’osservanza di regole professionali?

Per quello che è l’intero impianto della sentenza 242, il richiamo della Consulta alla coscienza del medico e alla inesistenza di un obbligo a suo carico sembra estendersi poi a ogni trattamento di fine vita, anche quello in attuazione di una dat-disposizione anticipata di trattamento. L’intera sentenza fissa infatti una linea di continuità fra la disciplina delle dat e l’aiuto al suicidio: non è arbitrario sostenere che se la sentenza 242 presenta sé stessa come lo sviluppo logico della legge n. 219/2017, vada riconosciuto il pieno dispiegamento della coscienza del medico pure a fronte della esecuzione di dat.

Non rappresenta un ostacolo in tal senso che la legge n. 219/2017 non riconosca espressamente il diritto di obiezione: neanche la sentenza 242 lo riconosce perché, come si è visto, va oltre. In tal senso, la Corte implicitamente – e senza che tale esegesi costituisca una forzatura – risolve l’apparente contrasto fra il dettato dell’art. 4 co. 5 della legge 219 – “il medico e’ tenuto al rispetto delle DAT” – e quanto invece stabilisce l’art. 1 co. 6 parte seconda: “(…) Il paziente non può esigere trattamenti  sanitari contrari a norme di legge, alla deontologia professionale o alle buone pratiche clinico-assistenziali; a fronte di tali richieste, il medico non ha obblighi professionali”.

E’ ancora una volta decisivo il rinvio alla “deontologia professionale”, che si lega “alla coscienza del singolo medico” di cui alla sentenza 242. L’approfondimento da compiere, allorché dapprima una legge dello Stato – la n. 219/2017 – e poi una sentenza che di fatto scrive una nuova disposizione di legge – il nuovo art. 580 cod. pen. – rinviano alla disciplina propria della professione medica, è quella del peso e della prevalenza di questa disciplina rispetto a fonti normative che parrebbero a essa sovraordinate. Proprio in questa sala, su iniziativa del Centro studi Livatino, nel settembre 2019 si è svolto un workshop su deontologia del medico e legge dello Stato, con riferimento alla questione del fine vita, che ha visto fra i relatori il dott. Muzzetto. Ricavo le poche considerazioni di ordine generale che seguono dall’ampia relazione svolta nell’occasione dal prof. Colavitti: egli ovviamente non ha alcuna responsabilità per la sintesi che ne farò. Ma rimando alla sua interezza per la più compiuta articolazione.

 

  1. La sentenza 242 esige una modifica del codice deontologico medico? Vi è un primo livello di riflessione, che già potrebbe chiudere la partita: sia la sentenza che la legge parlano di “coscienza del singolo medico” e di “deontologia professionale”. Se il riferimento è con tutta evidenza all’attuale codice deontologico, incluso il suo art. 17, perché cambiarlo? La Consulta non lo auspica nemmeno per incidens, sì che l’eventuale timore di non dare attuazione all’intero dispositivo della sentenza 242 in virtù di un altrettanto eventuale massiccio rifiuto dei medici italiani di dare seguito a richieste di aiuto al suicidio, andrebbe oltre il dictum della Corte.

Si potrebbe replicare che la stessa Corte inserisce ogni trattamento di fine vita all’interno del Servizio sanitario nazionale, parlando di “verifica in ambito medico” della richiesta di aiuto al suicidio. E qui ci si imbatte in una confusione che non spetta certamente al singolo medico, o al suo Ordine, risolvere, perché sta tutta nella sentenza 242 e nell’inserimento di essa nell’ordinamento. E’ doveroso osservare: a) che la sentenza non riproduce a proposito del SSN quel che la L. 194/78 – all’art. 9 co. 4 – pone a carico della struttura sanitaria perché garantisca la pratica dell’ivg; b) che tale obbligo non è ricavabile dal sistema, se è vero che l’art. 1 co. 2 della L. 833/78 definisce il “servizio sanitario nazionale” come “il complesso delle funzioni, delle strutture, dei servizi e delle attività destinati alla promozione, al mantenimento ed al recupero della salute fisica e psichica di tutta la  popolazione”. A quale degli obiettivi propri del SSN – la promozione, il mantenimento, il recupero della salute – si ascrive l’aiuto che il medico è chiamato a dare al suicidio? La Consulta non lo spiega; prima del codice deontologico non dovrebbe forse cambiare la legge istitutiva del SSN? Non lo auspico, indico un percorso logico.

Di più. Aggiungendo un comma virtuale all’art. 580 cod. pen., la sentenza ha costruito una condizione obiettiva di non punibilità: con la 242 la norma in questione contiene una previsione integrativa in base alla quale se taluno – obbligatoriamente un medico del SSN – agevola altri nell’intento suicidiario è esente dalla sanzione prevista dalla norma (che – lo ripeto – è rimasta legittima e vigente, salva la deroga indicata), purché la sua condotta rispetti le modalità e le condizioni ricordate al § 1. Poiché la sede unica di verifica della ricorrenza o meno di una condizione obiettiva di punibilità è il procedimento penale, il medico verrà iscritto iscritto nel registro degli indagati per il reato di aiuto al suicidio: il giudice verificherà quindi se ai fini dell’archiviazione o del proscioglimento sussistano le modalità e le condizioni indicate dalla Consulta. In questo quadro, che senso avrebbe affievolire il presidio del codice deontologico, e in particolare dell’art. 17, per un medico che ben può decidere di rifiutare l’aiuto all’altrui suicidio, oltre che per preminenti ragioni di principio, anche per non essere coinvolto in un procedimento penale?

 

  1. Codice deontologico e legge dello Stato: obbligatoria subordinazione? Ma vi è un secondo livello di riflessione. Ribadisco che qui non vi è un contrasto fra legge dello Stato, o atto equivalente (nella specie una sentenza della Consulta) e attuale codice deontologico: vi è una ipotesi di difficoltà operativa, che è qualcosa di diverso. Immaginiamo pure però che taluno colga un contrasto: siamo così sicuri dell’assoluto e incondizionato primato della legge sul codice deontologico? Il primato della legge è la soluzione certamente più semplice; ma è la più coerente col nostro ordinamento costituzionale, improntato dal pluralismo delle formazioni sociali e dal principio di sussidiarietà di cui agli art. 2, 5 e 118 Cost.? In anni recenti è stata forte la spinta “mercatista”, che ha portato a individuare nei professionisti qualcosa di equivalente alle imprese, e nei loro Ordini delle semplici associazioni rappresentative di imprese, con la conseguenza che il codice interno a ciascun Ordine si riduce a disciplinare la concorrenza fra chi ne è iscritto. Il buon senso e il senso della storia italiana, di marcato rispetto – con l’eccezione di qualche periodo non propriamente felice – per l’autonomia dei corpi sociali intermedi, dovrebbe respingere una lettura così riduttiva.

Le disposizioni del codice deontologico di qualsiasi professione, e quindi anche di quella medica, riempiono di specificità le norme di ordine più generale contenute nella legge, integrandole e declinandole nel settore di riferimento: non sono esclusivamente norme etiche, hanno un tratto di giuridicità, tant’è che la loro violazione determina conseguenze di carattere sanzionatorio. Le Sez. Un. civili della Cassazione (sentenza n. 26810 del 20/12/2007 Rv. 601011-01) ne hanno riconosciuto il carattere di fonti normative, se pur integrative del precetto normativo; il caso esaminato dalla Suprema Corte riguardava il codice disciplinare degli avvocati, ma il principio vale alla stessa maniera per i medici. La legge n. 3/2018, di delega per il riordino delle professioni sanitarie, all’art. 1 qualifica “gli Ordini e le relative Federazioni nazionali” come “organi sussidiari dello Stato”, ricorda che hanno “autonomia (…) disciplinare”, e collega “l’indipendenza, l’autonomia e la responsabilità delle professioni” ai “codici deontologici”. Catalogare le disposizioni deontologiche come in tutto subordinate alla legge significa per un verso avallare una visione statalistica del diritto, negando rilievo all’autonomia dei gruppi sociali, e quindi al pluralismo dell’ordinamento, per altro verso delineare una sorta di “etica di Stato”, con la sottoposizione a quest’ultimo di quella coscienza che chiama in causa la professionalità e l’autonomia del medico.

Non può essere una legge dello Stato o una sentenza della Consulta a stabilire che cos’è la professione medica, prescindendo dalle norme di tradizione plurimillenaria che l’Ordine ha maturato al proprio interno: non può esserlo senza ledere al tempo stesso l’etica del medico, e quella relazione con l’Ordine di riferimento su cui si fonda la fiducia dell’assistito. La distorsione è ancora più grave per le norme del codice deontologico – l’art. 17, che attiene al diritto alla vita, è una di esse – per le quali il collegamento fra etica, professionalità e principi fondanti dell’ordinamento è particolarmente stretta.

 

  1. L’intervento dei comitati etici territoriali. Nella pronuncia della Consulta vi è un ulteriore elemento che genera confusione: a conclusione del § 5 del “considerato in diritto” la Corte “richiede (…) l’intervento di un organo collegiale terzo (…) il quale possa garantire la tutela delle situazioni di particolare vulnerabilità. Nelle more dell’intervento del legislatore, tale compito è affidato ai comitati etici territorialmente competenti”. Il riferimento normativo nella sentenza è alla disciplina dei comitati etici contenuta nella legge n. 189/2012 (di conversione in legge, con modificazioni, del decreto-legge 13 settembre 2012, n. 158), e al decreto del ministro della Salute 8/02/2013. L’art. 12 co. 10 del d.l. fissa la competenza di ciascun comitato in relazione “alle sperimentazioni cliniche dei medicinali” e per “ogni altra questione sull’uso dei medicinali”; l’art. 1 del d.m., premesso che i comitati etici “hanno la responsabilità di garantire la tutela dei diritti, della sicurezza e del benessere delle persone in sperimentazione”, aggiunge che “possono svolgere anche funzioni consultive in relazione a questioni etiche connesse con le attività scientifiche e assistenziali, allo scopo di proteggere i valori della persona”.

A costo di essere noioso, chiedo in quella delle finalità o delle aree spettanti ai comitati etici territoriale si inserisce l’attività di aiuto al suicidio, dal momento che ognuno dei compiti delineati dalle norme menzionate dalla stessa Corte presuppone l’esistenza in vita della persona, o quanto meno un’azione non tesa a favorirne la morte. Del capovolgimento di mission dei comitati etici la Corte pare avere consapevolezza se collega il loro intervento “al cosiddetto uso compassionevole di medicinali nei confronti di pazienti affetti da patologie per le quali non siano disponibili vale alternative terapeutiche”: realizzando così una ardita estensione del concetto di “uso compassionevole di medicinali” ai prodotti che provocano rapidamente la morte.

Ma dalla sentenza 242 emerge una ulteriore difficoltà, che fa porre una ulteriore domanda: di quali comitati etici stiamo parlando? La Consulta fa riferimento a quelli disciplinati da disposizioni risalenti al 2012/2013; sappiamo però che la legge n. 3/2018 ha delegato il riordino dei comitati etici territoriali, riducendone il numero a 40 in tutta Italia e fissando un termine, scaduto da quasi due anni, per provvedervi, e istituendo all’AIFA il Centro di coordinamento nazionale. Con una organizzazione ancora in corso, che incontra resistenze da parte delle regioni, nessuna delle quali intende sopprimere comitati etici nel proprio territorio, resta oscuro quali comitati territoriali – il riordino avviene a costi invariati – e in che modo e con quali professionalità al loro interno corrisponderanno alle poche e generiche indicazioni sui loro compiti inerenti al fine vita contenuti nella sentenza.

I Padri della spiritualità cristiana – è l’unico riferimento non laico che mi permetto, in conclusione – esortano a non fare mutamenti, soprattutto se importanti, in contesti di confusione: non in commotione Dominus, ammonisce la S. Scrittura (1 Re 19,11). Qui gli elementi di confusione sono tanti, e meritano di essere chiariti, tanto più in una materia così delicata, al confine fra la vita e la morte. Finché la nebbia non si dissolve è prudente non cambiare strada.

Share
Appello per l’effettività delle cure palliative e il rispetto della professionalità medica

Appello per l’effettività delle cure palliative e il rispetto della professionalità medica

REGIONI: L’URGENZA DI UN IMPEGNO

PER UN DIRITTO NEGATO

 

APPELLO

PER L’EFFETTIVITA’ DELLE CURE PALLIATIVE

E PER IL RISPETTO DELLA PROFESSIONALITA’ MEDICA

 

LE ASSOCIAZIONI FIRMATARIE DEL PRESENTE DOCUMENTO

PREMESSO CHE: a) nella prima metà del 2020 gli elettori sono chiamati a rinnovare i Consigli e i Governi di una parte significativa delle Regioni italiane; b) la principale competenza delle Regioni è in materia socio-sanitaria-assistenziale, ed è di tale rilievo da impegnare larghissima parte del bilancio di ciascuna singola Regione; c) la sentenza della Corte costituzionale n. 242/2019 chiama in causa per più voci il sistema sanitario e le Regioni stesse;

RITENGONO che il Servizio Sanitario è in grado di garantire “cure adeguate” se assicura, in applicazione della legge n. 38/2010, anche le “cure palliative”, definite dall’International for Hospice and Palliative Care (IAHPC) come “cure destinate a un paziente fragile ovvero affetto da una malattia inguaribili e cronica” (cfr. Documento conclusivo 10/04/19 dell’indagine della XII Commissione Camera dei deputati, approvato all’unanimità);

RILEVANO che la Corte costituzionale (sentenza 242/19) ha identificato nelle cure palliative un vero e proprio imprescindibile “pre-requisito” per qualsiasi trattamento di fine vita, al fine di circoscrivere e lenire il grave stato di sofferenza che spesso accompagna questa fase dell’esistenza;

DENUNCIANO, per diretta conoscenza del territorio nazionale, i “troppi ostacoli e difficoltà dell’offerta del SSN”, nonché la “mancanza di una formazione specifica nell’ambito delle professioni sanitarie” (cfr. Corte costituzionale, sentenza n. 242/19, par. 2.4 cit.), che danno luogo all’inaccettabile situazione descritta nella menzionata indagine parlamentare: “il tempo medio dedicato alla formazione in cure palliative è di quattro ore per studente all’interno d un corso di laurea di sei anni”; solo “il 15% circa riesce ad avere un’assistenza adeguata in cure palliative attraverso le strutture o l’assistenza domiciliare” (fonte SICP); mentre “nel 2017 sono state erogate 326.086 giornate di cure palliative a domicilio contro (…) le 4.158.223 fissate dal decreto ministeriale n. 43 del 2007”;“solo il 5% dei bambini ha reale accesso a queste cure presso gli hospice”, di cui appena quattro sono attualmente funzionanti nel territorio nazionale (Padova, Torino, Genova e Firenze);

SONO CONVINTE che la gravità della situazione di questo vero e proprio “diritto negato” debba indurre i Consigli legislativi, gli assessorati competenti e le Presidenze delle Regioni a un impegno determinato, condiviso e senza condizionamenti di appartenenza; pertanto

 

CHIEDONO

a tutti coloro che sono candidati alla Presidenza e ai Consigli regionali

e a quanti abbiano competenza al riguardo

di impegnarsi pubblicamente:

 

  1. a promuovere nuove politiche sanitarie per le cure palliative, in coerenza con quanto indicato all’unanimità dal Parlamento stesso, in quanto funzionali a “un cambiamento di paradigma, prevedendo una medicina e una cura della persona, non una cura della malattia” (cfr. indagine, pag. 19);
  2. a incrementare nel bilancio della propria regione le risorse per la diffusione delle cure palliative in favore di adulti e di bambini, con l’obiettivo di assicurare entro tre anni gli standard minimi di unità domiciliari indicati dal decreto n. 43/07 e di assistenza integrata, con le relative strutture a rete e di ospedalizzazione specializzata (hospice), nonché di almeno un “luogo di sollievo” pediatrico per ciascuna area vasta da predeterminarsi;
  3. ad approvare protocolli e percorsi formativi, ancora assenti nella programmazione nazionale, per la partecipazione del terzo settore e dei volontari, nonché delle famiglie nelle reti ospedaliere e domiciliari della palliazione, come previsto dalla legge n. 38/2010;
  4. a promuovere presso le autorità ministeriali e la conferenza Stato – Regioni nuove linee guida e un piano tariffario specifico (DGR) per le cure palliative e prevedere allo scopo adeguati criteri di ripartizione del fondo sanitario nazionale fra le regioni;
  5. a sollecitare presso le Università e le istituzioni scientifiche una rimodulazione del corso di studi in medicina per un sensibile incremento dei crediti e dei corsi dedicati alle cure palliative;
  6. ad avviare già dal corrente anno campagne informative e di sensibilizzazione della popolazione e dei medici in ordine all’accesso alle cure palliative;
  7. a riconoscere, visti i contenuti della sentenza n. 242/19 della Consulta, il valore delle cure palliative e del pieno dispiegamento della coscienza del medico anche in tema di disposizioni anticipate di trattamento;
  8. a rispettare sempre la professionalità e l’etica del personale sanitario, escludendo che la scelta “del singolo medico (…) se prestarsi, o no, a esaudire la richiesta (di fine vita) del malato” (Corte Cost. 242/19), condizioni l’accesso, lo status o la carriera nel sistema sanitario.

Roma, 21 gennaio 2020

Ai.Bi. ASSOCIAZIONE AMICI DEI BAMBINI; ALLEANZA CATTOLICA; AIPPC – ASS. ITALIANA PSICOLOGI e PSICHIATRI CATTOLICI; A.M.C.I.-ASS. MEDICI CATTOLICI ITALIANI; AMICI DI LAZZARO; ASS. ESSERCI; ASS. IL CROCEVIA; ASS. NONNI 2.0, ASS. RISVEGLIO; ASS. L’ALBERO; ASS. LIBERI E FORTI; ASS. POLITICAINSIEME; ASS. PROGETTO CULTURALE; ASS. STEADFAST ONLUS; ASS. UMANITARIA PADANA; AVVOCATURA IN MISSIONE; CENTRO INTERNAZIONALE GIOVANNI PAOLO II; CENTRO STUDI ROSARIO LIVATINO; COLLATIO.IT; COMUNITA’ PAPA GIOVANNI XXIII; COSTRUIRE INSIEME; CUORE AZZURRO; ETICA & DEMOCRAZIA; FAMILY DAY-COMITATO DIFENDIAMO I NOSTRI FIGLI; FEDERVITA CALABRIA; FEDERVITA EMILIA-ROMAGNA; FEDERVITA LAZIO, FEDERVITA LOMBARDIA, FEDERVITA MARCHE; FEDERVITA TT.AA.; FONDAZIONE DE GASPERI, FONDAZIONE ITALIA PROTAGONISTA, FORUM CULTURA PACE E VITA ETS; MCL-MOVIMENTO CRISTIANO LAVORATORI; MEDICINA E PERSONA; MOVIMENTO PER LA VITA ITALIANO; MOVIMENTO PER: POLITICA; ETICA, RESPONSABILITA’; MOVIMENTO REGINA DELL’AMORE; PRO VITA & FAMIGLIA; OSSERVATORIO BOETICA DI SIENA; OSSERVATORIO PARLAMENTARE «VERA LEX?»; RETE BIANCA; RETE POPOLARE; SOCIETÀ ITALIANA PER LA BIOETICA E I COMITATI ETICI-SIBCE (il presidente onorario); VIVERE SALENDO; UCID-PRES. COMITATO SCIENTIFICO

I candidati che al 24.1.2020 hanno aderito a mezzo della e-mail A info@polispropersona.com sono:

SANTELLIJOLECALABRIACANDIDATA PRESIDENTE
ANCARANIALBERTORAVENNAFORZA ITALIA
AVERSAROSARIO ACHILLECALABRIA CENTROFRATELLI D’ITALIA
BERTOLINIISABELLAMODENALEGA
BIZZIROBERTOBOLOGNAFRATELLI D’ITALIA
BONAZZIGIOVANNABOLOGNAFRATELLI D’ITALIA
BOTTAROMARIA ADELECALABRIA CENTROFRATELLI D’ITALIA
BURNACCIVANDAFORLì-CESENAFORZA ITALIA
CAPPUCCIATILORELLAPIACENZALEGA
CASTALDINIVALENTINABOLOGNAFORZA ITALIA
DE ANGELISFAUSTOCALABRIA CENTROFRATELLI D’ITALIA
DE CAROENRICOCALABRIA NORDFRATELLI D’ITALIA
DE MATTEISMASSIMOPARMAFRATELLI D’ITALIA
EVANGELISTIMARTABOLOGNAFRATELLI D’ITALIA
FANTINATICRISTINAREGGIO EMILIAFORZA ITALIA
FEDOCCIRAFFAELEBOLOGNAFRATELLI D’ITALIA
FIMIANORAFFAELECALABRIA CENTROFRATELLI D’ITALIA
FIORENTINIGIANFRANCOFORLì-CESENAFORZA ITALIA
FIRMIANORAFFAELECOLEGGIOFRATELLI D’ITALIA
GAZZOTTILUCIABOLOGNALISTA CIVICA BONACCINI PRESIDENTE
GIORGETTIILARIABOLOGNALEGA
GONZAGAPRIMOREGGIO EMILIAPopolo della Famiglia – Cambiamo! Insieme per l’ER
GRANATAENIRCOCALABRIA NORDFRATELLI D’ITALIA
GROSSIMARISABOLOGNALISTA CIVICA BERGONZONI PRES
LOPEZANTONIOCALABRIA NORDFRATELLI D’ITALIA
LORELLIGIACCHINOCALABRIA NORDFRATELLI D’ITALIA
LUCCHISIMONERAVENNAFORZA ITALIA
MASTROMAUROSIMONETTAPIACENZALISTA CIVICA BERGONZONI PRES.
MAZZACURATIVALENTINAMODENAPopolo della Famiglia – Cambiamo! Insieme per l’ER
MAZZONIDANIELARAVENNAFORZA ITALIA
MOLINAROPIETROCOSENZALEGA
MONTEVECCHIMATTEORIMINILEGA
MUCCIMARABOLOGNALISTA CIVICA BONACCINI PRESIDENTE
PIETROPAOLOFILIPPOCALABRIA CENTROFRATELLI D’ITALIA
PLATISANTONIOMODENAFORZA ITALIA
ROSSINICOLAFORLì-CESENAFORZA ITALIA
RUINIGRAZIAMODENAPopolo della Famiglia – Cambiamo! Insieme per l’ER
SERGIOFRANCOCOSENZAFRATELLI D’ITALIA
SONCINOTTAVIAREGGIO EMILIAPARTITO DEMOCRATICO
SPINELLISTEFANOFORLì-CESENAFRATELLI D’ITALIA
SPOSATOYOLECATANZARO-V.V.-CROTONEFORZA ITALIA
STRAGLIATIVALENTINAPIACENZALEGA
TASSONEGIANLUCACATANZARO-V.V.-CROTONELISTA CIVICA SANTELLI PRES.
TOMASSINILORENZOBOLOGNAFRATELLI D’ITALIA

 

Share
Sul suicidio assistito la Consulta ha imboccato una via allarmante

Sul suicidio assistito la Consulta ha imboccato una via allarmante

Fine della “leale collaborazione istituzionale”

di Alfredo Mantovano, da Tempi di dicembre 2019 p. 23.

Nella vicenda conclusa con la sentenza della Corte costituzionale sul suicidio assistito l’attenzione si è concentrata – come era comprensibile – sull’ulteriore varco che essa ha aperto verso derive di morte. Vi è però un passaggio, solo in apparenza formale, sul quale vorrei soffermarmi: è quello che ha permesso alla Consulta di non limitarsi a sancire se l’art. 580 del codice penale, nella parte in cui punisce l’aiuto al suicidio, sia o meno conforme alla Costituzione, ma di riscriverlo, fissando condizioni e limiti per la sua realizzazione e indicando una procedura.

Nei manuali di diritto costituzionale – provo una certo disagio a ricordarlo – si spiega ancora adesso che quando una norma di legge viene sottoposta all’esame della Corte costituzionale, l’esito è l’inammissibilità se la questione sollevata non è stata correttamente impostata dal giudice; il rigetto, se la norma impugnata viene valutata conforme alla Costituzione; l’accoglimento, se invece l’eccezione è ritenuta fondata, con conseguente declaratoria di illegittimità; l’interpretativa di rigetto, se la norma è ritenuta legittima a condizione che sia interpretata in modo diverso da come l’ha intesa il giudice che ha rimesso la questione alla Corte.

In questa vicenda la Corte costituzionale ha dapprima suscitato una certa sorpresa, con l’ordinanza n. 207/2018, depositata nel novembre 2018, quando, nel prospettare i profili di una presumibile illegittimità dell’art. 580 cod.pen., ha differito la declaratoria di incostituzionalità all’udienza del 24 settembre 2019, e ha sollecitato il Parlamento perché – per evitarla – approvasse una legge che recepisse le indicazioni della Consulta. Con tutto il rispetto per quest’ultima, desta qualche perplessità – a prescindere dalla delicatezza della materia – che assegnare alle Camere i compiti da svolgere, e financo il tempo entro cui svolgerli, realizzi quella “leale e dialettica collaborazione istituzionale” (§ 11 del l’ordinanza) cui pure la Corte ha scritto di ispirarsi.

Con la sentenza n. 242, depositata il 22 novembre scorso, la Corte è andata oltre, poiché ha fondato la sua decisione di radicale riscrittura della norma impugnata rivendicando il proprio potere di “gestione del processo costituzionale” (sic). La “collaborazione istituzionale” si è conclusa: poiché il Parlamento non ha eseguito il compito attribuitogli nel termine fissato, la Corte adempie a quello che definisce il dovere di “riempimento costituzionalmente necessario” (sic). Cioè non dice in modo secco un sì o un no alla illegittimità sollevata dalla Corte di assise di Milano, ma stende una nuova versione dell’articolo del codice penale impugnato.

Questa non è una novità; nel lontano 1992 il prof. Gustavo Zagrebelsky, che in anni seguenti avrebbe presieduto la Consulta, lo asseriva in modo chiaro nel suo fortunato volume Il diritto mite (Einaudi, pp. 201-203): “molte domande nuove poste al diritto dal progresso tecnologico (si pensi alla tecnologia genetica) forse più opportunamente possono trovare una prima risposta in una procedura giudiziaria in cui si mettano a confronto prudentemente i principi coinvolti, piuttosto che in assemblee politiche dove il richiamo ai principi è spesso uno strumento di militanza di parte”. Tradotto per gli incliti, in primis il sottoscritto: al Parlamento (luogo del confronto fra posizioni di parte: e che che dovrebbe essere se no?) è preferibile la più asettica via giudiziaria.

E’ una tendenza che preoccupa al di là degli orientamenti ideali. Luciano Violante osserva come, grazie a questo “neocostituzionalismo” e in antitesi al “costituzionalismo classico”, “la garanzia dei diritti non sta più nell’unità e nella partecipazione alle istituzioni rappresentative; sta nelle giurisdizioni e nella loro assoluta indipendenza dal potere politico. La rappresentanza democratica lascia il campo ai tecnocrati del diritto: giuristocrazia invece della democrazia. Il nuovo costituzionalismo sottrae alla politica e attribuisce al giudice anche il potere di riconoscere nuovi diritti” (Anatomia del potere giudiziario, Carocci 2916, p. 24). Presentando al Senato nel febbraio 2018 il libro dell’allora presidente della Corte costituzionale Paolo Grossi, dal titolo significativo L’invenzione del diritto, è stato sempre G. Zagrebelsky a ribadire come “nello Stato costituzionale attuale non è più vero che la forza della legge segua incondizionatamente alla forma di legge. C’è qualcosa d’altro, cioè l’apertura dello sguardo dei giuristi a ciò che vive, cambia, talora ribolle sotto lo strato delle leggi”.

Quanto accaduto con la sentenza sul suicidio assistito dovrebbe far riflettere un Parlamento che avrebbe potuto elaborare quella normativa di equilibrio sull’art. 580 cod. pen. da molti auspicata, disattivando il giudizio di costituzionalità in corso, e che invece vi ha rinunciato, e si è fatto scavalcare. Ma dovrebbe far riflettere, più in generale, le forze politiche che rappresentano gli italiani in Parlamento, e chiunque ritenga che le istituzioni rappresentative abbiano ancora un senso e un futuro: non so quanto consapevolezza vi sia della posta in gioco, costituita – sempre per riprendere la felice espressione di Violante – dallo sviluppo del ruolo della magistratura, che da “bocca della legge” è diventata “bocca di sé stessa”.

E’ questione che va al di là del merito dal quale sono partito, e anche oltre l’area dei temi eticamente sensibili: tocca la stessa tenuta del sistema democratico, e la piena agibilità di istituzioni come il Parlamento e il Governo. Qualcuno ha voglia di interessarsene?

Share
Suicidio assistito. La sentenza della Consulta e il compito dei giudici cattolici

Suicidio assistito. La sentenza della Consulta e il compito dei giudici cattolici

Alfredo Mantovano risponde a Paco Minelli: l’articolo è stato pubblicato su Tempi il 3 dicembre 2019.


Caro direttore, so che Tempi si è già occupato nei giorni scorsi della sentenza della Corte costituzionale sul suicidio assistito. Ho letto l’analisi di Aldo Vitale, la nota del Centro studi Livatino, il comunicato di Medicina e Persona ospitati nel vostro sito.

Tuttavia mi permetto di chiedervi un ulteriore sforzo di riflessione, perché il giudizio sulla sentenza e sulle sue implicazioni e conseguenze non solo sociali, ma anche personali, è tutt’altro che unanime o “pacifica”: non lo è nemmeno in ambito cattolico (che è il mio ambito). Sapeste che discussioni perfino con gli amici più stretti… Non che mi aspetti che sia Tempi a mettere d’accordo tutti, ma sono sicuro che avete persone di incontestabile autorevolezza a cui chiedere consiglio e ragioni.

Io ho alcune obiezioni radicali riguardo al pronunciamento della Consulta, che mi si sono chiarite anche grazie alla notevolissima lezione di Alfredo Mantovano sul fine vita, pronunciata all’incontro di Esserci alla vigilia della stesso. Sono però un po’ in crisi, come si usa dire, in particolare rispetto a due aspetti di fondo, quelli che vi sottopongo di seguito, chiedendo scusa anticipatamente se sbaglierò i termini tecnici.

1. Posto che la Corte costituzionale era tenuta a pronunciarsi in qualche modo, era forse “obbligata” a intervenire nei modi in cui ha ritenuto di farlo? Sento ripetere: tutto sommato è una buona sentenza, perché almeno ha rinchiuso il suicidio assistito entro solidi paletti. In realtà sappiamo tutti che quei paletti saranno presto divelti (come è successo in qualunque paese che abbia deciso di legiferare sul tema), figurarsi se non lo sanno i giudici costituzionali. Si dice che questi ultimi sono chiamati a “vivificare” la Carta secondo il costume della società che evolve. A me sembra invece che in questo caso si siano lasciati cadere in una trappola studiata appositamente da quei furbetti dei radicali per sconvolgerlo, il costume italiano, per il quale il fine vita è materia di rapporto tra medico e paziente più che di diritti codificati. C’erano alternative, oltre allo scenario in cui Marco Cappato sarebbe stato condannato e quindi reso “martire” della sua causa?

2. Nella Corte costituzionale non mancano i giudici cattolici. Ed è probabile che si debbano a loro – così si dice – alcuni punti positivi della sentenza, per esempio l’inclusione del diritto all’obiezione di coscienza per i medici, oltre ai paletti di cui sopra. La questione di sottofondo, non slegata dalla precedente, però è: ammesso e non concesso che una sentenza andava scritta “per forza”, che cosa è chiamato a fare un giudice cattolico in un caso come questo, in cui sono coinvolti i famosi princìpi non negoziabili? Deve scendere a compromessi nella speranza di limitare i danni (male minore)? Quali altre opzioni ragionevoli avevano i cattolici della Consulta? Il soggetto della domanda sono loro soltanto formalmente, mentre la risposta credo che riguardi personalmente tutti noi cattolici, visto che si tratta della testimonianza, anche pubblica, che siamo chiamati a dare ogni giorno nel nostro ambiente.

Grazie per l’attenzione e buon lavoro.
Paco Minelli, Ferrara

***

Gentile Minelli, come dice lei, abbiamo «persone», ma preferiamo chiamarli amici, «di incontestabile autorevolezza a cui chiedere consiglio e ragioni» sui temi da lei posti. Abbiamo girato la sua lettera ad Alfredo Mantovano, che ringraziamo di cuore per aver accettato di rispondere, sobbarcandosi uno sforzo non indifferente. Ecco che cosa ha scritto.

***

Caro Direttore, ti ringrazio per la stima. I quesiti che il lettore pone sono tanto importanti quanto impegnativi.

1. Parto dal primo: la Corte costituzionale non aveva alcun obbligo di pronunciarsi nel modo scelto. Come tutti sappiamo, quando una norma di legge viene sottoposta al suo esame, l’esito è:
– l’inammissibilità se la questione sollevata non è stata correttamente impostata dal giudice (per esempio, la norma impugnata non ha rilievo nel giudizio ordinario);
– il rigetto, se essa viene valutata conforme alla Costituzione;
– l’accoglimento, se l’eccezione è ritenuta fondata, con conseguente declaratoria di illegittimità;
– l’interpretativa di rigetto, se la norma è ritenuta legittima a condizione che sia interpretata in modo diverso da quanto fatto dal giudice che ha rimesso la questione alla Corte.

Nella vicenda di cui parliamo ben avrebbe potuto la Consulta fermarsi a una pronuncia di inammissibilità: dal testo della sentenza 242/2019, e prima ancora dell’ordinanza 207/2018, si evince che a Fabiano Antoniani era stata prospettata una sedazione, anche profonda, che egli ha rifiutato perché la morte non sarebbe stata rapida; con la sedazione profonda egli avrebbe fortemente ridotto le proprie terribili sofferenze, e la morte sarebbe comunque seguita, se pure non nell’immediatezza. L’eccezione di illegittimità dell’articolo 580 del codice penale si mostrava pertanto manifestamente infondata.

Nel merito della questione sollevata, le ragioni quanto meno per una decisione di rigetto sono esposte nella prima parte dell’ordinanza 207 e della sentenza 242, allorché la Consulta richiama l’opportunità che l’aiuto al suicidio continui a essere penalmente sanzionato. Così si legge al paragrafo 6 dell’ordinanza:

«L’incriminazione dell’istigazione e dell’aiuto al suicidio (…) è, in effetti, funzionale alla tutela del diritto alla vita, soprattutto delle persone più deboli e vulnerabili, che l’ordinamento penale intende proteggere da una scelta estrema e irreparabile, come quella del suicidio. Essa assolve allo scopo, di perdurante attualità, di tutelare le persone che attraversano difficoltà e sofferenze, anche per scongiurare il pericolo che coloro che decidono di porre in atto il gesto estremo e irreversibile del suicidio subiscano interferenze di ogni genere».

Si aggiunge che

«il divieto in parola conserva una propria evidente ragion d’essere anche, se non soprattutto, nei confronti delle persone malate, depresse, psicologicamente fragili, ovvero anziane e in solitudine, le quali potrebbero essere facilmente indotte a congedarsi prematuramente dalla vita, qualora l’ordinamento consentisse a chiunque di cooperare anche soltanto all’esecuzione di una loro scelta suicida, magari per ragioni di personale tornaconto».

2. Detto questo, però, la stessa Consulta non ne trae motivo per disattendere l’eccezione, ma al contrario elenca le condizioni per non applicare l’articolo 580 del codice penale: esse coincidono proprio con quei profili di particolare debolezza e vulnerabilità – il tipo di patologia, il livello del dolore e i sostegni vitali in atto – che in precedenza la Corte ha evocato per giustificare l’esistenza dell’articolo impugnato. La contraddizione sta nell’evocare l’autodeterminazione «nel congedarsi dalla vita» per un paziente la cui libertà di autodeterminazione è però compromessa dalla situazione nella quale versa. Le alternative, dunque, per chiudere sul punto, c’erano.

Quanto alla storia dei “paletti”, certamente va valorizzata l’assenza di obbligo per il medico di praticare trattamenti eutanasici, ma vanno ricordati i precedenti – pensiamo per tutti all’aborto – in cui sentenze (Corte costituzionale 27/75) e leggi (194/78) furono varate col dichiarato intento di risolvere pochi casi concreti, circondati da cautele, e poi sappiamo come è finita.

Da rilevare, per concludere, non solo che la Consulta non era tenuta a pronunciarsi secondo l’opzione scelta, ma che per giungervi essa ha realizzato una forzatura non di poco conto: sostituendosi al Parlamento, essa si è fatta non mero censore, ma autore di norme, ha riscritto per intero la seconda parte dell’articolo 580 del codice penale, andando oltre il ruolo assegnatole dalla Costituzione, che è quello di verificare se la norma impugnata sia o non sia legittima.

3. Il secondo quesito esige una risposta più articolata. Sgombriamo il terreno da equivoci sulla religione: il Magistero della Chiesa ricorda che quando si parla dei fondamenti dell’antropologia, il dato confessionale – se pure importante – cede il passo al dato di realtà, in quanto tale constatabile da chiunque, qualunque sia il suo credo, e anche se non ha alcun credo.

Il giudizio italiano di costituzionalità ha più d’un limite. Manca un contraddittorio effettivo: a sostenere la costituzionalità della norma impugnata vi è stata solo l’Avvocatura dello Stato, che in questo caso – come spesso accade quando sono in discussione temi eticamente sensibili – ha svolto una difesa flebile. Come Centro studi Livatino avevamo presentato un atto di intervento nel giudizio, che alla prima udienza è stato però dichiarato inammissibile. Così però la dialettica processuale ha visto schierati da un lato gli avvocati dell’onorevole Marco Cappato, e dall’altro nella sostanza nessuno.

Limite ancora più rilevante, per la questione posta dal lettore, è la mancata previsione, per il giudice che va in minoranza, di esplicitare la cosiddetta dissenting opinion: essa esiste in consessi analoghi, per esempio nella Corte suprema degli Stati Uniti. Gli ordinamenti che la prevedono consentono ai componenti del collegio che non condividano la decisione che prevale di manifestare il dissenso e di spiegarne le ragioni. Sarebbe importante avviare un dibattito, sentendo in primis gli stessi giudici costituzionali, sulla opportunità di modificare il giudizio di costituzionalità superando i limiti segnalati: il che deve avvenire per legge, e finora – a dire il vero – non è stato proposto da nessuno, né in Parlamento né dall’interno della Consulta.

La possibilità di esprimere il dissenso esiste nei giudizi ordinari: quando il giudice andato in minoranza tiene a rendere conoscibile la sua non condivisione della decisione, redige il dissenso in un verbale e lo ripone in una busta riservata, che viene aperta se per quel provvedimento viene evocata la responsabilità civile, e soltanto a quel fine.

4. Il lettore però chiede una risposta per quanto accaduto proprio con la sentenza 242. Qui la questione diventa veramente complessa: sono intimamente convinto che i “giudici cattolici” non abbiano condiviso l’orientamento che è prevalso. I testi dell’ordinanza 207 e della sentenza 242 fanno presumere che la discussione sia stata non facile né unanime, come attestano i numerosi passaggi contraddittori, evidente riflesso del tentativo di sintesi di posizioni contrapposte, e i tempi di redazione delle motivazioni di entrambi i provvedimenti.

Se, preso atto di trovarsi in minoranza, i “giudici cattolici” hanno proposto degli emendamenti che hanno portato ai cosiddetti “paletti”, la loro decisione potrà essere valutata come moralmente lecita. Poiché però un sistema che non prevede la dissenting opinion e per il quale vige il segreto della camera di consiglio rende impossibile comprendere come si sia formata la decisione, nessuno potrà mai sapere come sono andate le cose, e quindi ogni speculazione sul punto è vana.

Quel che però mi auguro è che un “giudice cattolico”, contrario all’eutanasia, commentando la sentenza anche soltanto con amici non sostenga che la decisione è diventata buona grazie a quei “paletti”: come si è visto, buona essa non è.

5. Lo ribadisco: è doveroso porsi la questione per l’immediato futuro, a causa del moltiplicarsi di nodi controversi con forti implicazioni etiche e antropologiche. Più di trent’anni fa la Corte costituzionale fu investita della questione della mancata previsione nella legge sull’aborto dell’obiezione di coscienza per il giudice tutelare, chiamato ad autorizzare l’interruzione volontaria di gravidanza alla minore che non intenda coinvolgere i genitori. Una questione non semplice, perché la funzione del giudice è quella di applicare la legge, sì che il contrasto non è solo di coscienza ma investe il profilo funzionale: non fu accolta perché – così spiegò la Consulta – il giudice avrebbe potuto contare su una organizzazione dell’ufficio tale da non metterlo di fronte a quello che per la sua coscienza costituiva un dilemma insuperabile.

Il momento attuale segnala l’insufficienza del ricorso a semplici moduli organizzativi, e la necessità di affrontare il nodo di questioni che, in quanto incidono sull’essenza dell’uomo, per ogni giudice hanno tratti dilanianti.

Alfredo Mantovano

 

Share
Il “black friday” per la tutela della vita in Italia

Il “black friday” per la tutela della vita in Italia

Corte Costituzionale – sentenza n. 242/2019

  1. Nulla di sostanzialmente nuovo è contenuto nella motivazione della sentenza n. 242 depositata venerdì scorso dalla Consulta, rispetto all’ordinanza n. 207/2018.

Il quadro di fondo è costituito:

  • sul piano ordinamentale, dalla rivendicazione da parte della Corte del potere di “gestione del processo costituzionale”, per riprendere una espressione che adopera. Certo, essa aveva dato qualche mese di tempo al Parlamento perché approvasse una legge secondo le indicazioni fornite con l’ordinanza 207; una volta che le Camere non hanno eseguito il compito loro attribuito nei tempi fissati, la Corte ha provveduto all’opera di “riempimento costituzionalmente necessario”. La Corte lo dice in esplicito: non si limita a dichiarare in modo secco se una norma è o meno conforme a Costituzione, procede all’“invenzione del diritto”, in coerenza con quanto teorizzato da presidenti emeriti della Consulta. E’ materia di riflessione per un Parlamento che avrebbe potuto elaborare quella normativa di equilibrio sull’art. 580 cod. pen. da molti auspicata, disattivando il giudizio di costituzionalità in corso, e che invece vi ha rinunciato e si è fatto scavalcare. E’ materia di riflessione per chiunque ritenga che le istituzioni rappresentative abbiano ancora un senso;
  • sul piano dei contenuti, dalla estensione, che la Corte ribadisce aver operato, della legge sulle dat-disposizioni anticipate di trattamento, sì da costruire una continuità fra le norme della L. 219/2017 e il “riempimento costituzionalmente necessario” realizzato con la sentenza 242. Anche questo dovrebbe costituire materia di riflessione: come Centro studi, insieme con altri, siamo stati accusati di allarmismo, se non di volere l’“accanimento terapeutico”, quando denunciavamo la deriva di morte delle dat; la Consulta ne trae le prevedibili conseguenze, aprendo a prospettive non solo di legalizzazione (se pur parziale) dell’aiuto al suicidio, bensì di vera e propria eutanasia. Dice in sostanza: se si può interrompere il trattamento quando il paziente non è cosciente, in esecuzione di dat, è contrario al principio di eguaglianza non interrompere il trattamento quando il paziente è cosciente, e anzi l’intervento deve porre termine alla vita rapidamente per risparmiargli sofferenze.
  1. Come nell’ordinanza 207, anche la sentenza 242 presenta profili contraddittori, ancora più evidenti nel momento in cui la Corte conferisce alla propria sentenza immediata applicazione:
  • allorché non dichiara l’illegittimità dell’art. 580 cod. pen., per l’intera parte dedicata all’aiuto al suicidio, perché ritiene l’incriminazione di tale condotta coerente con la Costituzione, e col diritto alla vita come tutelato da essa e dalla CEDU, e riprende sul punto quanto già scritto nell’ordinanza 207 a proposito della necessaria protezione delle persone deboli e vulnerabili. E però, subito dopo, elenca le condizioni per non applicare l’art. 580 cod. pen., che coincidono con profili di particolare debolezza e vulnerabilità: il tipo di patologia, il livello del dolore e i sostegni vitali in atto. La contraddizione sta nell’evocare l’autodeterminazione “nel congedarsi dalla vita” per un paziente la cui libertà di autodeterminazione è compromessa dalla situazione nella quale versa;
  • allorché ribadisce “la necessaria offerta effettiva di cure palliative e di terapia del dolore” a colui che si trova in tali condizioni e non spiega – se le cure palliative sono “necessarie” e vanno rese “effettive” – che cosa accade a fronte di una richiesta di suicidio assistito per la quale non sia possibile attivare la terapia del dolore, a causa delle difficoltà di attuazione della legge n. 38/2010, difficoltà delle quali pure la Corte è consapevole. Essa non risponde alla domanda del come ci si regola se nel caso concreto mancano quelle cure palliative che qualifica “pre-requisito” dell’aiuto al suicidio;
  • allorché chiama in causa “un organo collegiale terzo”, il comitato etico, per garantire protezione alle vulnerabilità enunciate. I comitati etici, come ricorda la stessa Corte, sono organismi di consultazione a fronte di sperimentazioni cliniche di medicinali: come si coniuga tale funzione con l’autorizzazione a porre termine a una vita, che la sentenza pare attribuire loro? La motivazione della 242 parla in proposito di un parere che i comitati dovrebbero rendere sull’“uso compassionevole di medicinali” per pazienti che si trovino nella condizioni legittimanti l’aiuto al suicidio. E’ un capovolgimento di mission: dalla valutazione di farmaci sperimentali alla valutazione di sostanze che provocano la morte.
  1. Nonostante tali gravi e inaccettabili asserti, la sentenza 242 stabilisce dei punti fermi:
  • la Corte sancisce senza incertezze che l’aiuto al suicidio vada eseguito solo all’interno del Servizio sanitario nazionale, e con questo esclude il ricorso a cliniche o ad associazioni di natura privatistica. L’on. Cappato sarà probabilmente assolto perché la Corte precisa che questa disciplina vale per il futuro, mentre per il passato, in sua assenza, non si poteva pretendere il rispetto della procedura individuata, ma è certo però che la Consulta esclude la legittimazione di realtà come quelle cui egli si è rivolto;
  • la Corte chiarisce che il medico non ha alcun obbligo di procedere all’aiuto al suicidio, e con questo pare riconoscere qualcosa di più ampio dell’obiezione di coscienza come disciplinata, per es., dalla legge sull’aborto. Stabilisce infatti che “resta affidato (…) alla coscienza del singolo medico scegliere se prestarsi, o no, a esaudire la richiesta del malato”: non esige che il medico si dichiari obiettore una volta per tutte con una procedura formalizzata (come fa l’art. 9 della legge 194/1978), ma affida caso per caso la decisione alla sua deontologia;
  • se vi è continuità fra la disciplina delle disposizioni anticipate di trattamento e l’aiuto al suicidio, come la Consulta ribadisce in tutta la sentenza, tale omogeneità impone di riconoscere analogo spazio al pieno dispiegamento della coscienza del medico a fronte della esecuzione di dat, pur se la legge n. 219/2017 non riconosce espressamente il diritto di obiezione. In tal senso la Corte sembra risolvere il contrasto fra quanto, nella legge 219, prevede l’art. 4 co. 5, che obbliga il medico a dare esecuzione alle dat, e quanto invece dice l’art. 1 co. 6, che permette al medico di sottrarsi a tale esecuzione se gli viene richiesto qualcosa che contrasta con la deontologia.
  1. La sentenza 242 attribuisce una responsabilità elevata ai medici, i quali – col documento della Federazione degli Ordini di qualche mese fa – hanno coraggiosamente e con coerenza di argomentazioni richiamato il dovere di non dare la morte. Il Centro studi Rosario Livatino, insieme con Scienza e Vita, ha già organizzato un primo workshop sul rapporto fra la legge dello Stato e il codice deontologico, e su quale fra i due prevalga in ipotesi di contrasto, soprattutto se è in discussione un bene fondante quale è la vita. E’ questo uno dei temi sui quali, alla stregua del deposito della motivazione della Corte costituzionale, sarà necessario tornare in modo approfondito e articolato. A fianco a quello dell’aiuto solidale non a togliersi la vita, bensì a lenire il dolore con cura palliative rese effettive per chiunque ne abbia bisogno, dando piena applicazione alla legge n. 38/2010: spostando così l’attenzione dall’autodeterminazione alla dignità e alla presa in carico della sofferenza.
Share