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Camera: testo unificato ‘Bazoli’ sulla eutanasia, perché non va

Camera: testo unificato ‘Bazoli’ sulla eutanasia, perché non va

Il 14 settembre scade il termine per presentare gli emendamenti al ‘testo unificato’ redatto dall’on Bazoli in tema di eutanasia, quale risposta del Parlamento alla sentenza n. 242/2019 della Corte costituzionale, relativa alla parziale illegittimità dell’art. 580 cod. pen. Premesso che adeguato seguito alla pronuncia della Consulta potrebbe essere una rimodulazione della norma penale citata, senza depenalizzarla, come propone l’AC 1888 Pagano – che si muove nell’ottica di una doverosa e necessaria conservazione del principio di indisponibilità della vita – la dichiarata volontà del relatore di muoversi nel solco della decisione della Corte si scontra con le palesi difformità esistenti fra gli articoli del ‘testo unificato’ e la sentenza costituzionale: nell’articolo vengono indicate le più rilevanti.

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Referendum sull’art. 579 cod. pen.: perché è inammissibile

Referendum sull’art. 579 cod. pen.: perché è inammissibile

Questo sito ha già pubblicato primi articolati rilievi già sugli effetti abnormi e contraddittori derivanti dall’approvazione del quesito referendario, attraverso gli interventi del presidente di sezione emerito della Cassazione Pietro Dubolino https://www.centrostudilivatino.it/referendum-sullomicidio-del-consenziente-e-pdl-sullaiuto-al-suicidio-ovvero-il-teatro-dellassurdo/ e di Aldo Rocco Vitale https://www.centrostudilivatino.it/referendum-sullomicidio-del-consenziente-perche-e-contro-la-costituzione/. Anche ai fini del giudizio di ammissibilità che la Corte costituzionale dovrà rendere sul quesito, il contributo di Carmelo Leotta, professore di diritto penale all’Università Europea di Roma, rileva oggi, insieme col paradosso di una possibile più elevata sanzione quale esito della parziale abrogazione dell’art. 579 cod. pen., il palese contrasto col contenuto della sentenza n. 242/2019 della stessa Consulta.

1. Il quesito referendario proposto sull’art. 579 cod. pen. (omicidio del consenziente) porterebbe, qualora il referendum fosse dichiarato ammissibile dalla Corte Costituzionale e qualora, all’esito dei voti, vincessero i “Sì”, all’abrogazione parziale della norma che punisce chi uccide la persona consenziente.

Il quesito interviene infatti sui tre commi che compongono l’attuale art. 579 cod. pen. cancellando al comma 1 le parole “la reclusione da sei a quindici anni.”; l’intero comma 2; e al comma 3 le parole “Si applicano”. All’esito del referendum, l’art. 579 cod. pen. risulterebbe così formulato:

«Chiunque cagiona la morte di un uomo, col consenso di lui, è punito con la reclusione da sei a quindici anni.

Non si applicano le aggravanti indicate nell’articolo 61.

Si applicano le disposizioni relative all’omicidio se il fatto è commesso:

1. contro una persona minore degli anni diciotto;

2. contro una persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti;

3. contro una persona il cui consenso sia stato dal colpevole estorto con violenza, minaccia o suggestione, ovvero carpito con inganno».

2. Così parzialmente abrogato, l’art. 579 cod. pen. si limiterebbe a prevedere che l’omicidio del consenziente minore di anni 18, o infermo di mente, o in condizioni di deficienza psichica, o vittima di un consenso viziato, sia punito (come avviene tuttora) con le pene previste per l’omicidio volontario. Si tratta di tre ipotesi che si caratterizzano, già nell’attuale regime, per una situazione di particolare debolezza della vittima, la cui manifestazione di volontà risulta priva di effetti ai fini dell’attenuazione di un giudizio di responsabilità.

L’intenzione dei proponenti il referendum è senza dubbio quella di escludere la punibilità per la fattispecie di omicidio del consenziente oggi punita con la reclusione da 6 a 15 anni dall’art. 579 comma 1 cod. pen. Per incidens, è lecito dubitare che questo sia l’unico possibile esito interpretativo del testo dell’art. 579 cod. pen. che residuerebbe dall’effetto abrogativo parziale. Infatti il referendum, in caso di vittoria dei “Sì”, comporterebbe l’abrogazione di una fattispecie di omicidio volontario pacificamente ritenuta speciale rispetto alla fattispecie generale di cui all’art. 575 cod. pen. Posto che, per costante orientamento (v., ad es., Cass. S.U. pen. n. 24468/2009), qualora si abroghi una fattispecie speciale, in applicazione dell’art. 2 cod. pen., non si realizza un’abolitio criminis, ma una successione di leggi penali nel tempo (con riespansione della fattispecie generale) è lecito domandarsi se i proponenti il referendum che, evidentemente perseguono il fine di escludere la punibilità per il particolare tipo di omicidio oggi punito dall’art. 579 co. 1 cod. pen. abbiano scelto, dal punto di vista tecnico, lo strumento più adeguato a raggiungere lo scopo da loro prefisso.

Tale dubbio è non privo di conseguenze ai fini del giudizio di ammissibilità del quesito, che appare non rispettoso del criterio di chiarezza richiesto dalla giurisprudenza costituzionale (C. Cost., 16/1978).

3. Lasciando sullo sfondo tale questione, si intende qui valutare se l’effetto di abolitio criminis della fattispecie di omicidio del consenziente fuori dai casi in cui la vittima versi in una delle situazioni di cui all’art. 579 co. 3 cod. pen. sia comunque soluzione consentita sul piano costituzionale.

Per svolgere tale giudizio si possono prendere le mosse proprio dalla decisione della Corte Costituzionale (sentenza n. 242/2019) che ha dichiarato, nel procedimento incidentale di costituzionalità nel processo Cappato, la parziale illegittimità per violazione degli art. 2, 13, 32 co. 2 Cost. dell’art. 580 cod. pen., nella parte in cui non esclude la punibilità di chi agevola l’esecuzione del suicidio, “autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente”.

Il richiamo alla sentenza n. 242 non deve indurre a ritenere che l’iniziativa referendaria riguardi i medesimi fatti investiti dalla sentenza del 2019, riferita come noto alla fattispecie di aiuto al suicidio (e, quindi, neppure all’istigazione, anch’essa punita dall’art. 580 cod. pen.). Tuttavia, la motivazione della sentenza n. 242/2019, ancorché la decisione sia nella sostanza criticabile perché introduttiva di un criterio di disponibilità della vita (seppur circoscritto alla sussistenza delle quattro condizioni indicate nel dispositivo), ha enunciato (come già l’ordinanza n. 207/2018) due principi fondamentali in materia di tutela della vita a fronte di una volontà dispositiva del suo titolare che, se valgono per l’aiuto e l’istigazione al suicidio, a maggior ragione devono valere per l’omicidio del consenziente.

4. Anzitutto, per la Corte costituzionale, l’art. 2 Cost., così come l’art. 2 CEDU, fonda il “dovere dello Stato di tutelare la vita di ogni individuo: non quello – diametralmente opposto – di riconoscere all’individuo la possibilità di ottenere dallo Stato o da terzi un aiuto a morire”. Nella giurisprudenza della Corte EDU, si afferma, in termini aderenti, che dal diritto alla vita, garantito dall’art. 2 CEDU, non deriva il diritto di rinunciare a vivere, cioè il diritto a morire (sentenza 29 aprile 2002, Pretty contro Regno Unito) (v. anche Corte Cost., ord. n. 207/2018).

In secondo luogo, la pretesa inoffensività dell’aiuto al suicidio neppure può discendere dall’autodeterminazione individuale riferita al bene della vita. La ratio dell’art. 580 cod. pen. è infatti quella di tutelare il diritto alla vita, soprattutto delle persone più deboli e vulnerabili, “che l’ordinamento penale intende proteggere da una scelta estrema e irreparabile, come quella del suicidio. Essa assolve allo scopo, di perdurante attualità, di tutelare le persone che attraversano difficoltà e sofferenze, anche per scongiurare il pericolo che coloro che decidono di porre in atto il gesto estremo e irreversibile del suicidio subiscano interferenze di ogni genere” (v. anche Corte Cost., ord. n. 207/2018).

Una volta ricostruita la ratio di tutela su cui si fonda l’incriminazione delle due fattispecie di cui all’art. 580 cod. pen. (istigazione e aiuto al suicidio), occorre considerare che la condotta di omicidio del consenziente rappresenta un’ipotesi criminosa limitrofa, ma di maggiore offesa; in questa ultima fattispecie, infatti, il soggetto attivo del reato non partecipa semplicemente (a titolo morale o materiale) al fatto del suicidio commesso dalla vittima, ma sopprime la persona con il consenso della stessa. Della maggior gravità dell’omicidio del consenziente rispetto all’istigazione e all’aiuto al suicidio si rintraccia un chiaro indice dal confronto dei due articoli; infatti, l’art. 579 cod. pen. prevede una pena più severa (reclusione da 6 a 15 anni) di quella dell’art. 580 cod. pen. (reclusione da 5 a 12 anni).

5. Alla luce del richiamo alla sentenza costituzionale in materia di art. 580 cod. pen. e tenuto conto del rapporto tra le fattispecie di cui rispettivamente all’art. 580 e all’art. 579 cod. pen., l’abrogazione parziale di quest’ultimo articolo che, almeno secondo le intenzioni dei proponenti, è volta a rendere non punibile l’omicidio del consenziente fuori dai casi di incapacità o minore età della vittima o di consenso viziato, si rivela assolutamente incompatibile con “il dovere dello Stato di tutelare la vita di ogni individuo” per adempiere il quale se è irrinunciabile la tutela accordata dall’art. 580 cod. pen. (fuori dai casi indicati nel dispositivo) a fortiori lo è quella accordata contro i più gravi fatti previsti dall’art. 579 cod. pen.

Per tale ragione, la proposta referendaria – a tacere dei profili sulla carenza di chiarezza del quesito cui si è fatto cenno poco sopra – è senz’altro inammissibile, posto che vanificherebbe la tutela della vita dell’aspirante suicida, a difesa del quale, per la giurisprudenza costituzionale, permane la necessità di un presidio penalistico.

 Carmelo Leotta

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Referendum sull’omicidio del consenziente e pdl sull’aiuto al suicidio. Ovvero: “il teatro dell’assurdo”

Referendum sull’omicidio del consenziente e pdl sull’aiuto al suicidio. Ovvero: “il teatro dell’assurdo”

Riprendiamo dal quotidiano La Verità del 31 agosto – con titolo, abstract e numerazione redazionale -, le considerazioni del presidente di sezione emerito della Cassazione Pietro Dubolino, riguardanti la pdl di attuazione della sentenza n. 242/2019 della Corte costituzionale e il referendum sulla parziale abrogazione dell’art. 579 cod. pen., su cui su questo sito https://www.centrostudilivatino.it/referendum-sullomicidio-del-consenziente-perche-e-contro-la-costituzione/. L’Autore descrive taluni degli effetti abnormi e contraddittori derivanti dall’approvazione del quesito referendario, nella prospettiva della valutazione che la Consulta sarà chiamata a operare sull’ammissibilità del quesito medesimo.

1. Difficilmente  Eugene Jonesco, Samuel Beckett e gli  altri autori che diedero vita a quello che fu chiamato da Martin Esslin, nel 1961, il “teatro dell’assurdo” avrebbero potuto immaginare quel che invece è avvenuto sotto i nostri occhi, e cioè che la  loro opera avrebbe avuto degli imitatori, sia pure inconsapevoli, tra i legislatori, effettivi e di complemento, della Repubblica italiana.

Degna, infatti, di figurare tra le più rappresentative opere del teatro dell’assurdo può  senz’altro considerarsi, ad esempio, la nuova disciplina della prescrizione, contenuta nella riforma Cartabia, in conseguenza della quale (tanto per indicare un caso tra i molti possibili), il responsabile di un omicidio potrebbe, a parità di condizioni,  conseguire l’impunità per effetto del decorso del tempo prima di quanto potrebbe farlo il responsabile di un reato meno grave, quale la violenza sessuale. Analogo giudizio può esprimersi con riguardo ad uno dei proposti referendum abrogativi sulla giustizia, la cui eventuale approvazione, tra l’altro,  potrebbe rendere  impossibile  l’applicazione di una qualsiasi misura cautelare nei confronti di un soggetto resosi responsabile di un reato (ad esempio, il furto in abitazione o lo spaccio di stupefacenti), per il quale è  (e resterebbe) però obbligatorio l’arresto in flagranza.

2. Di queste pregevoli “pieces” si era già fatto cenno in  precedenti articoli. Ad esse può ora aggiungersene un’altra, avente a oggetto, stavolta, il “fine vita”; il che conferisce all’opera un tocco di umorismo macabro tale da renderla un vero capolavoro.

Due sono le parti di cui si compone quest’opera: una di esse è la proposta di legge attualmente in discussione davanti alle Commissioni Giustizia e Affari sociali della Camera, nel testo risultante dalla unificazione di diverse proposte precedenti, recante come titolo quello di “disposizioni in materia di morte volontaria medicalmente assistita”. L’altra è costituita dalla proposta di referendum abrogativo avanzata dall’associazione Luca Coscioni, con l’adesione di numerosi altri organismi e movimenti, ed avente ad oggetto l’art. 579 del codice penale: questa disposizione prevede il reato di omicidio del consenziente, e stabilesce per esso una pena molto inferiore a quella prevista per l’omicidio ordinario, salvo che il consenso sia da ritenere viziato per una serie di ragioni tra le quali, per quanto qui particolarmente interessa, quella costituita dal fatto che esso sia prestato da “una persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcoliche o stupefacenti”.

3. La proposta di legge è finalizzata, come si legge nell’art. 1, a introdurre e disciplinare “la facoltà della persona affetta da una patologia irreversibile o con prognosi infausta di richiedere assistenza medica, al fine di porre fine volontariamente ed autonomamente alla propria vita, alle condizioni, nei limiti e con i presupposti previsti dalla presente legge”. In presenza (e solo in presenza) di tali condizioni è escluso, secondo quanto  espressamente previsto dall’art. 7, che possano essere chiamati a rispondere del reato di aiuto al suicidio, ai sensi dell’art. 580 del codice penale, tanto il medico ed il personale sanitario e amministrativo i quali “abbiano dato corso alla procedura che ha portato alla morte medicalmente assistita” quanto tutti coloro i quali “abbiano agevolato in qualsiasi modo la persona malata ad attivare, istruire e portare a termine la predetta procedura”, sempre che la stessa, ovviamente, sia eseguita nel rispetto delle prescritte modalità.

Il che si pone, sostanzialmente, in linea con quanto già stabilito dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 242/2019, che ha dichiarato costituzionalmente illegittimo l’art. 580 del codice penale nella parte in cui renderebbe punibile la condotta di chi “agevola l’esecuzione del proposito di suicidio, autonomamente e liberamente formatosi, di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale e affetta da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che ella reputa intollerabili, ma pienamente capace di prendere decisioni libere e consapevoli, sempre che tali condizioni e le modalità di esecuzione siano state verificate da una struttura pubblica del servizio sanitario nazionale, previo parere del comitato etico territorialmente competente”.

4. La proposta di referendum, dal canto suo, è congegnata in modo tale da far sì che, se approvata, l’art. 579 del codice penale resterebbe in vigore solo nella parte in cui prevede che si risponda di omicidio comune ogni qual volta l’eventuale  consenso prestato dalla vittima sia da ritenere invalido per una delle ragioni attualmente indicate (ivi compresa quella, sopra ricordata, dell’infermità di mente o della deficienza psichica), rendendo così pienamente lecito, in ogni altro caso, l’omicidio del consenziente.

In tal modo (come posto in luce in un commento a firma di un autorevole cattedratico del diritto, reperibile su internet cliccando su “referendum eutanasia legale- il quesito referendario”), verrebbe  “finalmente”  affermato, “sul piano normativo, che il diritto alla vita è un diritto disponibile”. Con il che si darebbe luogo, però (a parte ogni considerazione di natura etica), alla paradossale conseguenza per cui, mentre non sarebbe più punibile chi avesse ucciso taluno con il suo consenso, rimarrebbe invece punibile chi gli avesse prodotto, sempre con il suo consenso, delle lesioni gravi o gravissime quali, ad esempio, la perdita o l’indebolimento permanente di un senso o di un organo. Ciò perché quel consenso sarebbe da considerare invalido, per contrasto con il tuttora vigente divieto degli atti di disposizione del proprio corpo stabilito dall’art. 5 del codice civile.

5. Non meno paradossali sarebbero le conseguenze  della combinazione tra la nuova norma sull’assistenza al suicidio e quella sull’omicidio del consenziente, quale risulterebbe dall’approvazione della proposta referendaria, e sempre che il quesito passi il vaglio di ammissibilità della Corte costituzionale. Infatti colui che, rispondendo alla richiesta di un aspirante suicida, lo aiutasse a tradurre in atto il suo proposito continuerebbe a rispondere del reato di aiuto al suicidio se la richiesta provenisse da un soggetto in normali condizioni di salute e di mente. Se però, a parità di condizioni, invece di aiutarlo ad uccidersi, lo uccidesse lui stesso, con il suo consenso, andrebbe del tutto esente da pena.  

Per converso, nel caso di un aspirante suicida che si trovasse nelle condizioni patologiche previste dalla proposta di legge (e anche, come si è visto, dalla sentenza della Corte costituzionale), chi gli prestasse assistenza per realizzare il suo proposito non risponderebbe del reato di aiuto al suicidio ma, qualora lo uccidesse egli stesso, con il suo consenso, correrebbe il grave rischio di essere incriminato e condannato per omicidio volontario comune, dal momento che proprio l’esistenza di quelle condizioni patologiche potrebbe facilmente dar luogo quanto meno al sospetto che il consenso fosse da considerare invalido in quanto prestato da soggetto in stato di deficienza psichica derivante dalla sua infermità.

È per questo che, riprendendo la similitudine con gli autori del teatro dell’assurdo, si potrebbe concludersi che gli allievi hanno superato i maestri.

Pietro  Dubolino

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Referendum sull’omicidio del consenziente: perché è contro la Costituzione

Referendum sull’omicidio del consenziente: perché è contro la Costituzione

Il 30 settembre si concluderà la raccolta delle firme per il referendum c.d. sull’eutanasia promosso dall’Associazione Luca Coscioni che, sulla base di quanto riferito dai promotori, avrebbe già raccolto ben 750.000 adesioni. In realtà il quesito referendario punta a legalizzare l’omicidio del consenziente e rappresenta un punto di arrivo allarmante di un percorso iniziato con la legge sulle n. 219/2017 c.d. sulle dat, e proseguito con la sentenza n. 242/19 della Corte costituzionale, rendendo la vita un bene del tutto disponibile.

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Invece di spingere le ASL a commettere un reato, il ministro della Salute garantisca le cure palliative

Invece di spingere le ASL a commettere un reato, il ministro della Salute garantisca le cure palliative

Quando la Corte costituzionale, con la sentenza n. 242/2019, è intervenuta sull’art. 580 del codice penale, ha stabilito delle condizioni di non punibilità per condotte di aiuto al suicidio: queste comunque integrano un reato, pur se poi l’autore va esente da responsabilità se il giudice valuta sussistenti le opinabili circostanze indicate dalla Consulta.
Con la lettera di oggi a La Stampa il ministro Speranza sollecita le ASL alla consumazione di quello che resta pur sempre un delitto, pur sottolineando l’assenza di norme che abbiano finora fatto seguito alla sentenza della Corte. Non chiarisce come, mancando una legge del Parlamento, dipendenti di una ASL possano aiutare al suicidio e non essere sottoposti a un procedimento penale.
Al tempo stesso egli non menziona un passaggio pregiudiziale prescritto dalla Consulta per ogni procedura ‘legale’ di fine vita: l’avvenuto ricorso alle cure palliative. Se una delle condizioni di non punibilità è che il paziente “sia affetto da una patologia irreversibile, fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che reputa intollerabili”, prima di farlo morire è doveroso provare a lenire quelle sofferenze. Peccato che la legge sulle cure palliative, pur approvata dal Parlamento all’unanimità nel 2010, trovi limitatissima attuazione per carenza di investimenti.
Quindi il ministro della Salute non fa quello che a lui compete, cioè rendere operativa una legge che ha l’obiettivo di alleviare il dolore; e fa quel che a lui non compete, cioè scavalcare il Parlamento a proposito di aiuto al suicidio ed eutanasia, scaricando sulle ASL responsabilità che vanno rigorosamente disciplinate.

Centro Studi Rosario Livatino
Roma, 12 agosto 2021

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Dichiarazioni anticipate di trattamento e banca dati nazionale

Dichiarazioni anticipate di trattamento e banca dati nazionale

1. Il 1° febbraio 2020 è entrato in vigore il Decreto del ministero della Salute 10 dicembre 2019 n. 168 denominato Regolamento concernente la banca dati nazionale destinata alla registrazione delle disposizioni anticipate di trattamento (DAT), il quale stabilisce le modalità di raccolta delle copie delle Disposizioni anticipate di trattamento di cui all’art. 4 della legge 22 dicembre 2017 n. 219, nella Banca dati nazionale. Quest’ultima è stata istituita al Ministero della salute in base all’art. 1, co. 418, della legge 27 dicembre 2017 n. 205, e gestita dalla Direzione generale competente in materia di digitalizzazione e sistemi informativi sanitari. Il Regolamento definisce inoltre il funzionamento e i contenuti informativi della predetta BDN e le modalità di accesso a essa da parte dei soggetti legittimati.

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ESISTE IL ‘DIRITTO’ A OTTENERE UN ‘TRATTAMENTO’ CHE PROCURI LA MORTE?

ESISTE IL ‘DIRITTO’ A OTTENERE UN ‘TRATTAMENTO’ CHE PROCURI LA MORTE?

Considerazioni a margine di Trib. Ancona 9/06/2021 e Trib. Roma 22/06/2021

Alla luce della medesima sentenza n. 242/2019 della Corte Costituzionale nel c.d. caso Cappato due Giudici di merito si orientano con due distinte ordinanze secondo esegesi opposte: il Tribunale di Ancona sembra aprire la strada verso il riconoscimento della morte assistita, il Tribunale di Roma lo escluse, almeno per ora. La comune prospettiva è, tuttavia, che non esiste un diritto sostanziale alla morte assistita.

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Verso l’eutanasia in Spagna: la fine della relazionalità dell’uomo

Verso l’eutanasia in Spagna: la fine della relazionalità dell’uomo

1- Giovedì scorso il Congresso dei Deputati, la Camera Bassa del Parlamento spagnolo, ha dato il via libera – con 198 voti a favore, 138 contrari e 2 astenuti – al testo di legge volto a normare il diritto all’eutanasia. È necessario ancora il placet definitivo del Senato, che tuttavia, dati gli attuali assetti delle forze politiche presenti in Parlamento, si annuncia scontato. L’11 febbraio scorso, alla vigilia degli sconvolgimenti che la diffusione della pandemia avrebbe di lì a poco prodotto in Europa, l’Assemblea Plenaria aveva approvato la discussione di una proposta di legge in tema, la cui trattazione sistematica poi, all’interno delle Commissioni parlamentari competenti, sarebbe andata avanti fino a oggi, con i voti contrari del Partito Popolare, di Vox e di UPN (il partito regionalista della Navarra). Il 10 dicembre scorso la Commissione Giustizia del Congresso ha licenziato definitivamente il testo destinato a tornare per la votazione ultima in Plenaria, votazione svoltasi appunto lo scorso giovedì.

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Nuova Zelanda, verso una legge pro eutanasia

Nuova Zelanda, verso una legge pro eutanasia

1. I risultati preliminari del referendum svoltosi qualche settimana fa in Nuova Zelanda sull’End of Life Choice Act sembrano confermare la vittoria del “sì” alla nuova legge favorevole per la scelta eutanasica. Il 65,2% degli elettori, infatti, ha sostenuto l’entrata in vigore della nuova legge, mentre il 33,8% avrebbe espresso un voto contrario. Anche se manca ancora lo spoglio di circa 480.000 voti speciali, il margine delle preferenze affermative espresse pare così grande da escludere la possibilità di ribaltamento. Alla luce di ciò l’End of Life Choice Act (Eolc) entrerà defintivamente in vigore il 6 novembre 2021: la Nuova Zelanda sarà così il settimo Paese al mondo a regolarizzare l’opzione eutanasica attiva dopo Olanda, Belgio, Lussemburgo, Svizzera, Canada e Colombia.

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Olanda: eutanasia “legale” sotto i 12 anni. E l’autodeterminazione?

Olanda: eutanasia “legale” sotto i 12 anni. E l’autodeterminazione?

1. «L’eutanasia perché non dovrebbe essere ammissibile come alternativa all’interruzione volontaria di gravidanza nel secondo trimestre?»: così Eduard Verhagen, il medico “padre” dei noti “Protocolli di Gröningen”, si chiedeva nel 2013. Il suo interrogativo era retorico, ed equiparava su un piano di legittimità l’eutanasia infantile e l’interruzione volontaria della gravidanza, sottolineando che se è lecito sopprimere un feto malformato non meno lecito dovrebbe essere sopprimere un neonato o un minore sofferente: l’eutanasia infantile sarebbe null’altro che un “aborto tardivo post-nascita”.

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