Dj Fabo e il suicidio assistito: oggi l’udienza alla Corte Costituzionale

Dj Fabo e il suicidio assistito: oggi l’udienza alla Corte Costituzionale

Articolo di Marcello Palmieri, nel quale il Centro Studi Livatino è ampiamente citato, pubblicato il 23 ottobre 2018 su Avvenire.

Marco Cappato è imputato di fronte alla Corte d’assise di Milano, che a febbraio ha però sospeso il processo sulla vicenda Dj Fabo e inviato gli atti alla Consulta, dubitando della legittimità dell’art. 580 del codice penale su istigazione e aiuto al suicidio: oggi si è aperta l’udienza in Corte costituzionale.

Suicidarsi: è sempre e comunque un disvalore, oppure in determinate circostanze può essere un diritto? Dunque: ha ragione di continuare a esistere l’articolo 580 del Codice penale, che punisce chiunque induca o aiuti una persona a togliersi la vita, oppure tale norma deve essere dichiarata incostituzionale? continua a leggere sul sito di Avvenire

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Il giudice praeter legem o contra legem?

Il giudice praeter legem o contra legem?

Il 19 settembre scorso questo sito ha pubblicato l’atto con cui la Procura della Repubblica di Roma, nella persona dei pubblici ministeri, dr.ssa Maria Monteleone e Stefano Pizza, ha impugnato la trascrizione, disposta dal Sindaco della Capitale, dell’atto di nascita di una minore, iscritta come figlia di due “padri”, che avevano fatto ricorso alla pratica della maternità surrogata. A quella prima informazione facciamo ora seguire, in esclusiva per questo sito, un articolato commento del dott. Giuseppe Marra, magistrato addetto all’Ufficio del Massimario della Corte di Cassazione.

Nota a ricorso Procura di Roma 27/07/2018 su trascrizione atto di nascita da maternità surrogata

di Giuseppe Marra – magistrato

Sommario : 1. La vicenda in esame2.Il contesto generale sulla surrogazione di maternità; 3.La nozione di ordine pubblico secondo la Corte di Cassazione; 4. Le motivazioni della Procura di Roma; 5.Le decisioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo; 6.Dottrina

 

1.La vicenda in esame

Il provvedimento della Procura di Roma, che qui si annota brevemente, compendia tutta una serie di questioni giuridiche che ruotano intorno al fenomeno della cosiddetta maternità surrogata, di recente denominata “ gestazione per altri” (Gpa) per  ingentilirne  la connotazione.

Nel fattispecie la Procura di Roma ha contestato la trascrizione compiuta dal Comune di Roma dell’atto di nascita formato all’estero, relativo ad una minore nata in Canada tramite maternità surrogata, in cui risulta l’indicazione di due padri, cittadini italiani, uniti civilmente e residenti a Roma, di cui uno solo ha un legame biologico con la bambina. E’ stata omessa invece ogni indicazione della madre naturale. In base a questi presupposti fattuali alla bambina è stata attribuita agli atti dello stato civile un doppio cognome, uno del padre biologico ed il secondo quello del secondo padre cosiddetto “intenzionale”. L’ufficio della Procura ha quindi impugnato, più precisamente, l’atto di nascita formato all’estero, per contrarietà dell’atto all’ordine pubblico, secondo i principi ricavabili dalla legislazione vigente in materia di atti dello stato civile, rilevando peraltro che la procreazione a seguito di maternità surrogata non era in contestazione.

2.Il contesto generale sulla surrogazione di maternità

In premessa, al fine di meglio inquadrare le varie questioni giuridiche, va illustrato brevemente il fenomeno della surrogazione di maternità ( anche definita in gergo utero in affitto o di recente gestazione per altri). Esso è una pratica procreativa in virtù della quale due persone da un legame affettivo unite (anche dello stesso sesso) ed impossibilitate ad avere figli si rivolgono ad una donna estranea alla coppia, affinché essa si presti a portare avanti una gestazione per loro conto, consentendo dopo il parto che i committenti diventino dal punto di vista legale i genitori del nascituro.

Si è soliti distinguere tra la surrogazione cosiddetta parziale, ove la madre surrogata concorre alla determinazione genetica del figlio, dal diverso caso della surrogazione c.d. totale in cui può accadere che la madre surrogata conduca la gravidanza a seguito dell’impianto di un ovulo già fecondato, formato dall’unione di cellule riproduttive appartenenti alla coppia c.d. committente, ovvero a terzi donatori.

Tutto ciò può avvenire per liberalità, oppure in cambio di denaro o altra utilità in favore della madre surrogata; è evidente però che la prima ipotesi nella realtà sia del tutto eccezionale, mentre di regola il fenomeno è connesso a situazioni di grave disagio economico-sociale della donna che si presta a portare a termine una gravidanza per altri.

La pratica in questione è espressamente vietata in Italia dall’art. 12, comma 6, legge 19 febbraio 2004, n. 40, che prevede la sanzione penale della reclusione da tre mesi a due anni e la multa da € 600.000,00 ad 1.000.000 di euro nei confronti di  “..chiunque, in qualsiasi forma, realizza organizza o pubblicizza … la surrogazione di maternità”. Tale previsione è rimasta ferma anche a seguito della declaratoria di incostituzionalità del divieto di fecondazione eterologa, sancita dalla sentenza della Corte Cost. n.162/2014, la quale ha ribadito, però, con forza, che la fecondazione eterologa « va rigorosamente circoscritta alla donazione dei gameti, e tenuta distinta da ulteriori e diverse metodiche, quali la cd ‘surrogazione di maternità’, espressamente vietata dall’art. 12, 6° comma, l. 40/04, con prescrizione non censurata e che in nessun modo, e in nessun punto, è incisa dalla presente pronuncia, conservando quindi perdurante validità ed efficacia».

A fronte della presenza di un siffatto divieto penale si assiste al fenomeno sempre più numeroso del c.d. turismo procreativo, ossia coppie italiane che per valersi della surrogazione di maternità si sono recati in alcuni Stati esteri che, seppure a certe condizioni, riconoscono tale pratica come lecita, e dove poi è possibile registrare un atto di nascita in cui i soggetti committenti risultano, in base alla lex loci, gli unici genitori del bambino nato.

Il passaggio successivo di siffatti progetti di genitorialità alternativi all’adozione riguarda la trascrizione dell’atto di nascita formato all’estero nei registri dello stato civile in Italia. Infatti il meccanismo è noto : coppie italiane, anche dello stesso sesso,  si recano all’estero, nei Paesi dove è consentita, per praticare la surrogazione di maternità; successivamente si recano presso l’ambasciata o il consolato italiano muniti del certificato di nascita del minore, che li vede entrambi genitori in base alla legge straniera che consente quella pratica, al fine di chiedere l’inoltro all’ufficiale dello Stato civile italiano per la trascrizione nei registri del comune di residenza. Rientrati in Italia, nel caso di contestazioni, esse tenteranno di far valere il principio della salvaguardia prioritaria del miglior interesse del minore a mantenere il legale giuridico, che nel frattempo si è consolidato, con la coppia che lo ha con sè, affidandosi ad un accertamento rimesso peraltro alle valutazioni oscillanti dei giudici. Queste condotte possono però avere anche dei riflessi penali, che qui non è possibile esporre, anche perché sulla questione è in atto un contrasto giurisprudenziale.

Quanto invece agli aspetti civilistici va ricordato che la normativa italiana sulla trascrizione degli atti di nascita formati all’estero risulta dal combinato disposto degli artt. 15, 17 e 18 d.P.R. 3 novembre 2000, n. 396 (il c.d. ordinamento dello stato civile) con l’art. 65, L. 31 maggio 1995, n. 218 (che ha riformato il di diritto internazionale privato).

In particolare, è previsto che le dichiarazioni di nascita debbano “farsi secondo le norme stabilite dalla legge del luogo alle autorità locali competenti, se ciò è imposto dalla legge stessa”, con immediato inoltro all’autorità diplomatica o consolare competente (art. 15), la quale trasmette gli atti all’ufficiale dello stato civile del comune italiano pertinente (art. 17). Quest’ultimo provvederà alla relativa trascrizione, a meno che ravvisi la contrarietà dagli atti all’ordine pubblico (art. 18) : limite espressamente ribadito dall’art.65 L. n.218/1995 in relazione all’idoneità dei “provvedimenti stranieri relativi alla capacità delle persone nonché all’esistenza di rapporti di famiglia” a produrre effetti in Italia.

Da quanto sin qui esposto emerge che assume una assoluta centralità la nozione di contrarietà “all’ordine pubblico” internazionale dell’atto conseguente ad una nascita avvenuta mediante la surrogazione di maternità in uno Stato estero.

3.La nozione di ordine pubblico secondo la Corte di Cassazione

Non è possibile questa sede approfondire il tema del significato da dare al concetto di ordine pubblico internazionale. Tuttavia si possono indicare alcune delle sentenze più importanti sul tema inerente la trascrivibilità in Italia di atti di nascita formati all’estero, di cui si riportano le massime ufficiali, in modo da far rilevare la sussistenza di un contrasto.

Certamente di rilievo è la sentenza Cass.. civ., Sez.I, 11 novembre 2014, n.24001, P.D. ed altro c/o M.R.), che afferma : “ L’art. 12, comma 6, della legge 19 febbraio 2004, n. 40, sancisce l’espresso divieto, rafforzato da sanzione penale, della surrogazione di maternità, in quanto attività contraria all’ordine pubblico interno, in ragione della tutela costituzionalmente garantita alla dignità umana della gestante, e tenuto conto che, nel superiore interesse del minore, l’ordinamento giuridico affida la realizzazione di un progetto di genitorialità privo di legame biologico con il nato solo all’istituto dell’adozione – che gode delle garanzie del procedimento giurisdizionale – e non al mero accordo fra le parti. (Nella specie, la S.C., nell’enunciare il principio, ha confermato la decisione di merito, con la quale era stato dichiarato lo stato di adottabilità di un minore, generato da una donna ucraina su commissione di una coppia italiana, tanto più che il contratto di surrogazione di maternità era nullo anche secondo la legge ucraina per l’assenza di un legame biologico del nato anche con il padre) ”. In estrema sintesi si afferma che la presenza di un divieto penale con riguardo alla pratica di maternità surrogata comporta che essa è contraria all’ordine pubblico interno, anche laddove per ipotesi fosse invece ammessa in un paese estero ( nella specie non lo era neppure, in quanto in Ucraina la maternità surrogata è ammessa a condizione che almeno il 50% del materiale genetico appartenga alla coppia committente).

Di segno in parte contrario è invece la sentenza Sez. 1, n. 19599 del 30/09/2016, che afferma in massima : “Il riconoscimento e la trascrizione, nel registro dello stato civile in Italia, di un atto straniero, validamente formato, nel quale risulti la nascita di un figlio da due donne a seguito di procedura assimilabile alla fecondazione eterologa, per aver la prima donato l’ovulo e la seconda condotto a termine la gravidanza con utilizzo di un gamete maschile di un terzo ignoto, non contrastano con l’ordine pubblico per il solo fatto che il legislatore nazionale non preveda o vieti il verificarsi di una simile fattispecie sul territorio italiano, dovendosi avere riguardo al principio, di rilevanza costituzionale primaria, del superiore interesse del minore, che si sostanzia nel suo diritto alla conservazione dello “status filiationis”, validamente acquisito all’estero.”  In questa pronuncia la Suprema Corte sembra invece dare prevalenza alla tutela di quello che può essere ritenuto il miglior interesse del minore, anche a discapito di eventuali divieti della normativa interna ( non si trattava però di violazione del divieto di maternità surrogata).

Sulla stessa linea anche la sentenza Sez. 1, n.14878 del 15/06/2017, la cui massima afferma : “ Deve essere accolta la domanda di ” rettificazione” dell’atto di nascita del minore nato all’estero e figlio di due madri coniugate all’estero, già trascritto in Italia nei registri dello stato civile con riferimento alla sola madre biologica, non sussistendo contrasto con l’ordine pubblico internazionale italiano.” Anche in tale caso però non si era di fronte ad un’ipotesi di maternità surrogata, nei termini descritti in epigrafe, ma di una nascita avvenuta mediante fecondazione assistita.

Va però segnalato che le Sezioni Unite civili, con la sentenze n.16601/2017, in materia di riconoscimento in Italia della figura del c.d. risarcimento punitivo di matrice statunitense, ha assunto una posizione non in linea con le ultime pronunce della Sezione prima della Suprema Corte in tema di ordine pubblico internazionale e riconoscimento dei provvedimenti giudiziari stranieri.

Inoltre le Sezioni Unite sono state investite anche della questione relativa al riconoscimento in Italia di un provvedimento giudiziario estero che aveva riconosciuto la doppia paternità con riguardo alla nascita di una coppia di bambini avvenuta mediante la surrogazione di maternità. La Procura generale di Trento ha infatti impugnato l’ordinanza della Corte di appello trentina che ha attribuito efficacia nell’ordinamento interno ad un provvedimento di una Corte canadese che aveva riconosciuto la genitorialità come padre anche al secondo uomo che non aveva alcun legame biologico con i due minori. Nella fattispecie l’ufficiale dello stato civile si era rifiutato la trascrizione dell’atto di nascita estero contenente l’indicazione di due padri perché contraria all’ordine pubblico. L’udienza davanti al massimo collegio della Suprema Corte è fissata per il prossimo 6 novembre, e si spera che la Cassazione fissi un punto fermo circa la nozione di ordine pubblico internazionale.

4.Le motivazioni della Procura di Roma

Nell’atto di impugnazione la Procura di Roma contesta l’interpretazione dell’ordine pubblico internazionale fornita dalle due recenti sentenze della Corte di Cassazione di cui sopra, in cui si sostiene, in sintesi, che la nozione di “ordine pubblico internazionale” vada limitata alle sole disposizioni costituzionali, ovvero addirittura ai valori costituzionali primari, ed a quelle dei trattati internazionali. I pubblici ministeri romani invece sostengono che per dare effettivo contenuto alla tutela dei principi fondamentali dell’ordinamento italiano, non si possa prescindere dalla legislazione ordinaria vigente, che concorre a individuare, in un determinato momento storico, il concetto di “ ordine pubblico”.

Fatta questa premessa metodologica è consequenziale affermare che le pratiche di maternità surrogata effettuate all’estero, ma vietate in Italia dalla legge penale, sono contrarie all’ordine pubblico internazionale, con le derivanti conseguenze in tema di produzione di effetti nel nostro ordinamento.

Viene richiamata sul punto la sentenza della Corte Cost. 272/2017, in cui la Consulta, investita della questione della legittimità costituzionale dell’art. 263 c.c. ( Impugnazione del riconoscimento per difetto di veridicità), coglie l’occasione per ribadire che “ …la maternità surrogata offende in modo intollerabile la dignità della donna e mia nel profondo le relazioni umane …”, non lasciando dubbi sul fatto che tale pratica sia contraria ai principi fondamentali del nostro ordinamento, fondato in primo luogo sul pieno rispetto della dignità della persona, nella specie delle donne che partoriscono.

Il provvedimento della Procura di Roma è altresì apprezzabile perché  rileva con puntualità che nel nostro ordinamento la filiazione può essere soltanto ricollegabile a queste tre categorie  : 1) biologica, matrimoniale o naturale, tra persone di sesso diverso; 2) adottiva, sempre tra persone di sesso diverso , stante il divieto di adozione tra persone dello stesso sesso legate in unioni civili contenuto nell’art.1, comma 20, della legge n.76/2016; 3) tramite procreazione medicalmente assistita, con legame biologico o senza legame biologico (dopo la sentenza della Corte Cost. 162/2014 che ha rimosso il divieto per la fecondazione c.d. eterologa) ma sempre tra persone dello stesso sesso, tenuto conto del divieto della fecondazione medicalmente assistita tra coppie omosessuali posto dall’art. 5 della legge n.40/2004. Non esistono altri tipi di filiazione nell’ordinamento, né ovviamente esiste in rerum natura la possibilità di una filiazione biologica tra persone dello stesso sesso.

La Procura di Roma conclude in maniera molto netta, affermando che : “ L’interpretazione che qui si contesta non sarebbe, dunque, praeter legem, ma addirittura contra legem, non potendosi ipotizzare alcun vuoto normativo nella materia in oggetto. Si pone, in estrema sintesi, una questione relativa al limite della giurisdizione rispetto a materie regolate dalla legge in un determinato modo, che può apparire condivisibile o meno, ma che non può dirsi incostituzionale, e che, quindi, il giudice deve rispettare ”.

E questo appare il nocciolo delle varie questione in esame : fino a dove può spingersi il potere/dovere interpretativo del giudice ?

Ad avviso di chi scrive quella giurisprudenza (soprattutto di merito) che ha avallato la trascrizione in Italia di atti di nascita di minori nati all’estero mediante la surrogazione di maternità, ha di fatto consentito l’aggiramento, per lo più in maniera fraudolenta, del divieto di maternità surrogata dettato dall’art. 12, comma 6, L. n.40/2004, peraltro solo in favore di coloro che possono recarsi all’estero e comprare la disponibilità di donne, indotte a dare in cambio di denaro l’utilizzo del proprio corpo per una gestazione per altri.

5.Le decisioni della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo

Sul tema non si può infine trascurare che si è anche pronunciata anche la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in più occasioni. In particolare con due sentenze “ gemelle” rese il 26 giugno 2014 nei confronti della Francia, sui ricorsi n.65192/2011 ( Menneson c/o Francia) e n.65941/2011 ( Labassee c/o Francia) in casi riguardanti il rifiuto di procedere alla trascrizione nei registri dello stato civile francese degli atti di nascita formatisi all’estero a seguito di procreazione con maternità surrogata. La Corte E.D.U. ha riconosciuto un ampio margine di apprezzamento discrezionale ai singoli Stati sul tema della liceità della maternità surrogata, viste le implicazioni di ordine etico della materia.

Tuttavia la Corte ha rinvenuto una violazione dell’art. 8 CEDU con riguardo alla posizione dei minori stessi, in quanto “….gli effetti del mancato riconoscimento nel diritto francese del legame di filiazione tra i minori così concepiti e i genitori intenzionali non si limitano alla situazione di questi ultimi, che sono gli unici ad avere scelto le modalità di procreazione contestate loro dalle autorità francesi: tali effetti riguardano anche la situazione dei minori stessi, il cui diritto al rispetto della vita privata, che implica che ciascuno possa stabilire in sostanza la propria identità, ivi compresa la sua filiazione, risulta significativamente compromesso. Si pone dunque una questione grave di compatibilità di tale situazione con l’interesse superiore dei minori, il cui rispetto deve guidare ogni decisione che li riguarda. Questa analisi assume un’importanza particolare quando, come nel caso di specie, uno dei genitori intenzionali è anche genitore del minore ”.

Di recente di massimo rilievo sul tema vi è stata la sentenza della Corte E.D.U., Grand Chamber, 24 gennaio 2017, n. 25358, che ha ribaltato la decisione nel caso Paradiso e Campanelli contro Italia,  affermando che la decisione delle autorità italiane di allontanare il minore nato all’estero ricorrendo alla maternità surrogata non violava l’art. 8 della C.E.D.U., in considerazione della mancanza di legame biologico tra il bambino e gli aspiranti genitori, la breve durata delle relazioni ( solo nei primi mesi di vita del bambino) e l’incertezza giuridica dei legami. La Grande Camera ha affermato inoltre che nella misura in cui il comportamento dei ricorrenti ha violato la legge sull’adozione ed il divieto previsto dall’ordinamento italiano circa la surrogazione di maternità, i provvedimenti adottati nei confronti del minore hanno perseguito l’obiettivo di “ prevenire l’illegalità”e di proteggere “ diritti e libertà altrui”.

6.Dottrina

Giacomo Cardaci, “ Sono trascrivibili integralmente nel registro di stato civile gli atti di nascita di due gemelli  nati all’estero tramite gestazione per altri”, nota a App. Milano, 28 dicembre 2016, n.3990, in Il Familiarista del 27 gennaio 2017;

Riccardo Chieppa, “ Le attuali varie tipologie di genitorialità tra biologica, legale e adottiva: finzioni, contraddizioni e responsabilità, con riguardo anche alla genitorialità da fecondazione eterologa”, in IUSTITIA, anno 2015,  fasc. 2 ,  parte 1,  pag. 121;

Massimiliano Dova, “ Maternità surrogata e diritto penale”, in Rivista italiana di medicina legale,  anno 2015,  fasc. 3,  pag. 917 ;

Annamaria Fasano e Giuseppina Pizzolante, “ La Corte di Strasburgo ritorna sull’allontanamento del minore e la maternità surrogata”, nota a Corte E.D.U., Grand Chamber, 24 gennaio 2017, n. 25358, Paradiso e Campanelli c/o Italia, in Il Familiarista del 25 gennaio 2017;

Alicia B. Faraoni, La maternità surrogata. La natura del fenomeno, gli aspetti giuridici, le prospettive di disciplina, 2002,  Giuffrè.

Alessandra Gatto, “ Surrogazione di maternità e diritto del minore al rispetto della propria vita privata e familiare” , in Il diritto di famiglia e delle persone,  anno 2015,  fasc. 3,  parte 2,  pag. 1091.

Giuseppe  MarraRiflessi penali della surrogazione di maternità effettuata all’estero,  in  Il Familiarista  Focus del 15.03. 2017

Giuseppina Pizzolante,  “ Corte di Strasburgo  e maternità  surrogata all’estero  : rispetto del limite dell’ordine  pubblico o tutela  del superiore  interesse del minore “,  in Il Familiarista del 15 Settembre 2015 ;

Antonio Ruggeri – Carmela Salazar, “Non gli è lecito separarmi da ciò che è mio”: Riflessioni sulla maternità surrogata alla luce della rivendicazione di Antigone, in Consulta Online, 2017, fasc.1, 138 ss.Giuseppina Pizzolante,  “ Corte di Strasburgo  e maternità  surrogata all’estero  : rispetto del limite dell’ordine  pubblico o tutela  del superiore  interesse del minore “,  in Il Familiarista del 15 Settembre 2015 ;

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Quando la libertà passa da una torta nuziale

Quando la libertà passa da una torta nuziale

Una importante sentenza resa oggi dalla Corte di ultima istanza UK

di Francesco Cavallo – Avvocato in Lecce, Visiting Fellow Fordham University School of Law NY e Dottore di ricerca di Diritto Costituzionale comparato presso l’Università del Salento

Dopo la Corte Suprema Americana (https://www.centrostudilivatino.it/liberta-anche-per-jack-il-pasticciere/), anche la Corte di ultima istanza del Regno Unito, con la sentenza Lee v Ashers Baking Company Ltd and others [2018] UKSC 49 (qui il testo integrale https://www.supremecourt.uk/cases/docs/uksc-2017-0020-judgment.pdf), ribadisce oggi, 10 ottobre, il principio secondo cui nessuno può costringere un prestatore d’opera a celebrare eventi o a esprimere messaggi contro la sua fede e/o contro le sue personale convinzioni. La vicenda, anche stavolta, (altro…)

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Esiste dunque un magistrato a Roma

Esiste dunque un magistrato a Roma

Riprendendo il titolo di una famosa opera di Bertold Brecht, siamo particolarmente lieti di pubblicare l’atto con cui la Procura della Repubblica di Roma, nella persona dei pubblici ministeri, dr.ssa Maria Monteleone e Stefano Pizza, impugna la trascrizione, disposta dal Sindaco della Capitale, dell’atto di nascita di una minore, iscritta come figlia di due “padri”, che avevano fatto ricorso alla pratica della maternità surrogata.  

Si tratta di un provvedimento pregevole, per più ragioni: chiarisce, in modo argomentato, cosa deve intendersi per ordine pubblico interno e internazionale, definisce i limiti dell’intervento giurisdizionale, e, soprattutto, ristabilisce il vero a proposito del migliore interesse del minore. Senza formalismi e, soprattutto, chiamando le cose con loro nome: a partire dall’utero in affitto.

***

PROT. N. 12/2018 R. STATO CIVILE

PROCURA DELLA REPUBBLICA

presso il Tribunale Ordinario di Roma
UFFICIO AFFARI CIVILI

AL TRIBUNALE CIVILE DI ROMA

Ricorso per la rettificazione di un atto dello stato civile
-art. 95 e segg. DPR n.396 del 2000 e art. 737 c.p.c-
IL PUBBLICO MINISTERO
PREMESSO

-che in data 6/4/2018 il Sindaco del Comune di Roma (quale autorità delegata) ha provveduto alla trascrizione dell’atto di nascita della minore XXX YYY ZZZ, nata il 16-11-2017 a Barrie-On (Canada), atto trasmesso per posta dall’Avv.to A. JJJJJ (prot. N. GC/2017/294796 del 27/12/2017);

-che l’atto è stato trascritto al n.88 Parte II Serie BO1 anno 2018 dall’Ufficiale di Stato Civile KKK KKK e che in esso risulta trascritto che la minore si chiama XXX YYY ZZZ (quindi ha due cognomi), nonché due padri, in particolare: cognome e nome padre: XXX AAA e cognome e nome padre: YYY BBB CCC;

-che la minore è indicata figlia di XXX AAA, nato a Vimercate il 22/7/1982 (cittadino italiano) e figlia di YYY BBB CCC, nato a Cordoba (argentina) il 30/10/1980, uniti civilmente a Roma il 26/1/2017, entrambi sono residenti in Roma;

-che la documentazione sulla base della quale è stata chiesta la trascrizione è costituita da un originale della registrazione della dichiarazione di nascita effettuata in data 27/11/2017 presso il competente ufficio dello Stato dell’Ontario (Canada), e legalizzato dal Consolato Italiano di Toronto, con traduzione in lingua italiana (asseverata c/o Trib. Di Trento);

-che entrambi i soggetti citati come genitori sono italiani e residenti a Roma, e la figlia è presente a Roma ed ha la doppia cittadinanza, italiana e canadese, per diritto di luogo di nascita e di sangue;

-che nella dichiarazione di nascita vi è la firma di due genitori di sesso maschile indicati come: “padre” e “padre”;

-che in una sezione dell’atto si riferisce che, rispetto al genitore indicato per primo, si tratta di una nascita “surrogata”;

-che trattandosi di nascita fuori dal matrimonio devono ricorrere le condizioni di cui all’art. 250 e segg. codice civile perché i due richiedenti possano assumere la responsabilità genitoriale secondo il disposto della legge n. 219/2012 e del Decreto n.154/2013;

OSSERVA

Secondo  il disposto  dell’art.18 del DPR 396/2000:  “Gli atti formati all’estero non possono essere trascritti se sono contrari all’ordine pubblico”.

Sussiste, quindi, il potere/dovere di questo Pubblico Ministero, qualora l’atto sia ritenuto contrario all’ordine pubblico, di chiedere al Tribunale la rettifica della trascrizione, secondo il disposto dell’art. 95 del d.P.R. n. 396/2000, mediante la cancellazione della indicazione di YYY BBB CCC quale secondo “padre” di XXX ZZZ nata il 16/11/2017, e di “YYY” come secondo cognome, con tutti i conseguenti effetti di legge.

Oggetto del presente ricorso è l’atto di trascrizione nei registri dello stato civile italiani di un atto di nascita in cui la bambina “ZZZ”, nata il 16/11/2017 a Barrie-On (Canada) a seguito di procreazione da “maternità surrogata”, risulta iscritta come figlia di due padri, ed in particolare negli atti di stato civile trascritti dal Sindaco di Roma, alla minore sono stati attribuiti due cognomi – XXX e YYY- ed all’ indicazione dei genitori figura:

-cognome padre: XXX
-nome padre: AAA
-cognome padre: YYY
-nome padre: BBB CCC

Quindi alla bambina ZZZ è stato pretermesso ogni riferimento alla maternità e le è stata attribuita una doppia paternità e conseguentemente, è stata indicata come figlia di due padri, con uno solo dei quali ha un legame biologico (quello iscritto per primo: XXX AAA), mentre l’attribuzione della seconda paternità deriva dalla circostanza che “il padre indicato per primo” (XXX) è  legato da “unione civile” a YYY BBB CCC, indicato come secondo padre.

Su detti presupposti negli atti di stato civile alla bambina è stato attribuito il doppio cognome: quello del padre biologico e quello del secondo padre c.d. “intenzionale”.

Questo P.M., quindi, deve verificare se sia stata riconosciuta correttamente efficacia a detto atto straniero e cioè se le disposizioni normative del nostro ordinamento che regolano la filiazione e disciplinano le relative trascrizioni negli atti di stato civile, consentano tale “soluzione”, e, conseguentemente, se il Sindaco di Roma abbia proceduto legittimamente al riconoscimento di efficacia dell’atto straniero.

In sostanza,  nel caso  che ne occupa,  preso  atto  che il XXX ed il YYY hanno fatto ricorso in Canada alla tecnica procreativa della c.d. “maternità surrogata” (c.d. “utero in affitto” ) (per come si evince dallo stesso atto trascritto e dalla richiesta di trascrizione del legale degli interessati), si deve valutare la legittimità della trascrizione effettuata dal Sindaco di Roma, ed in particolare, se l’atto di nascita, formato in Canada nello Stato dell’Ontario, possa essere trascritto in Italia, in quanto “non è contrario all’ordine pubblico”, come espressamente richiede ‘art. 18 del d.P.R. n. 396/2000.

La questione di diritto che si pone, pertanto, ruota attorno all’operatività del limite costituito dalla contrarietà dell’atto all’ordine pubblico, ai sensi degli artt. 16 e 65 della legge n. 218/1995 e dell’art. 18 del d.P.R. n. 396/2000.

Questo Ufficio ritiene che l’atto straniero sopra indicato sia in contrasto con “l’ordine pubblico”, nell’accezione corretta che a detta espressione deve essere attribuita, quale limite al riconoscimento di atti e sentenze straniere, e che, quindi, non possa essere riconosciuto nel nostro ordinamento e, tanto meno, trascritto nei registri dello stato civile, attribuendo lo stato di filiazione a soggetti per i quali la legge italiana non lo consente.

Non si ignora che di recente la Corte di Cassazione si è pronunciata, favorevolmente, in tema di riconoscimento e di trascrizione nei registri dello stato civile italiani, di atti di nascita in cui figurano come genitori coppie dello stesso sesso, in particolare con due madri (cfr. Cass. 19599/2016, Cass. 14878/2017).

Queste sentenze hanno coniato, in via puramente interpretativa e contro il precedente e consolidato orientamento della giurisprudenza di legittimità, un nuovo concetto di “ordine pubblico internazionale”, che andrebbe utilizzato al fine di riconoscere, o meno, l’atto straniero di cui si chiede la trascrizione in Italia.

In particolare nella pronuncia n.19599/2016 la Corte ha ricostruito l’evoluzione del concetto di “ordine pubblico internazionale” in termini non condivisibili.

Nella sentenza, infatti, si afferma che: “i principi di ordine pubblico devono essere ricercati esclusivamente nei principi supremi e/ o fondamentali della nostra Carta costituzionale, vale a dire in quelli che non potrebbero essere sovvertiti dal legislatore ordinario (non sarebbe conforme a questa impostazione, ad esempio, l’orientamento espresso da Cass. n. 3444 del 1968 che, in passato, negava ingresso alle sentenze straniere di divorzio, solo perché la legislazione ordinaria dell’epoca stabiliva l’indissolubilità del matrimonio, sebbene detta indissolubilità non esprimesse alcun principio o valore costituzionale essenziale; v. Corte cost. n.169 del 1971 sulla dissolubilità degli effetti civili del matrimonio concordatario)”. Ciò significa, sempre secondo  la sentenza citata, che:  “ … un contrasto con l’ordine pubblico non è ravvisabile per il solo fatto che la norma straniera sia difforme contenutisticamente da una o più disposizioni del diritto nazionale, perché il parametro di riferimento non è costituto (o non è costituito più) dalle norme con le quali il  legislatore ordinario eserciti (o abbia esercitato) la propria discrezionalità in una determinata materia, ma  esclusivamente dai principi fondamentali vincolanti per lo stesso legislatore ordinario.

Ne consegue, secondo la pronuncia menzionata, che: “Il giudice, al quale è affidato il compito di verificare preventivamente la compatibilità della norma straniera con tali principi, dovrà negare il contrasto con l’ordine pubblico in presenza di una mera incompatibilità (temporanea) della norma straniera con la legislazione nazionale vigente, quando questa rappresenti una delle possibili modalità di espressione della discrezionalità del legislatore ordinario in un determinato momento storico”.

I giudici di legittimità hanno altresì precisato che: “Il giudice deve avere riguardo non già all’astratta formulazione della disposizione straniera o alla correttezza della soluzione adottata alla luce dell’ordinamento straniero o di quello italiano, bensì “ai suoi effetti” (come ribadito da Cass. n. 9483 del 2013), in termini di compatibilità con il nucleo essenziale dei valori del nostro ordinamento. Si tratta di un giudizio (o di un test) simile a quello di costituzionalità, ma preventivo e virtuale, dovendosi ammettere il contrasto con l’ordine pubblico soltanto nel caso in cui il giudice possa motivatamente ritenere che al legislatore ordinario sarebbe ipoteticamente precluso di introdurre, nell’ordinamento interno, una norma analoga a quella straniera, in quanto incompatibile con valori costituzionali primari.

A tali decisioni della Corte di Cassazione sono seguite diverse pronunce di giudici di merito, che hanno fatto propria l’interpretazione dell’ordine pubblico ivi formulata (cfr., in particolare, Corte Appello Milano, sez. V, n. 3390/2016, secondo la quale per ordine pubblico deve intendersi: “L’insieme di principi di carattere universale, comuni a molti ordinamenti   giuridici, volti alla tutela e all’implementazione di diritti fondamentali della persona umana, spesso sanciti in dichiarazioni o convenzioni internazionali”, che ha valorizzato, infine, il ruolo centrale svolto dal c.d. “best interest of the child”, nello stesso senso, cfr. Corte d’Appello di Trento 23.02.2017, provvedimento impugnato con ricorso per Cassazione -del 15/3/2017- dal Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Trento ).

Tanto  premesso,  questo P.M. osserva innanzi tutto, che una nozione di “ordine pubblico internazionale”       limitata alle sole disposizioni costituzionali, ovvero addirittura ai valori costituzionali primari, ed a quelle dei trattati internazionali, non ha alcuna base normativa espressa.

Anche il “giudizio/test preventivo o virtuale di costituzionalità”, che è “disegnato” dapprima nella sentenza della Cass. nn. 19599/2016 e, successivamente, in quella n. 14878/2017, non trova riscontro in disposizioni di legge, cosi che si prospetta come una ipotesi di interpretazione “normativa” o “creativa”, assumendo — di fatto — la giurisprudenza citata, un ruolo riservato al “legislatore”, per giunta in un contesto di disposizioni di legge regolanti la materia in esame che non consente di rilevare alcun “vuoto normativo”.

A bene vedere la nozione di “ordine pubblico internazionale”, che assume rilievo nella specie, non può non individuarsi anche nei principi fondamentali del nostro sistema ordinamentale, cioè in quelli ispirati alla tutela dei diritti fondamentali della persona umana e della sua dignità, principi che sono normalmente alla base anche della legislazione ordinaria e nelle disposizioni che delineano gli istituti giuridici più importanti del nostro ordinamento, e, nel caso in esame, il diritto di famiglia e la filiazione.

L”ordine pubblico”, proprio in quanto  clausola generale “aperta”, che consente al giudice di filtrare i contenuti irrinunciabili dell’ordinamento giuridico in un determinato momento storico, non può prescindere anche dalla legislazione ordinaria vigente, ed in ogni caso deve garantire la coerenza del sistema giuridico.

Se, invece,  dovesse  accedersi  alla non  condivisibile  opinione che  lo individua solo nelle disposizioni costituzionali e dei trattati internazionali, allora l’ordine pubblico internazionale perderebbe il suo carattere di filtro. E ciò per un duplice ordine di ragioni: da un lato le costituzioni moderne dei paesi di tradizione democratico-liberale    si somigliano proprio in relazione ai principi ed ai diritti fondamentali, di modo che sarebbe difficile immaginare      un atto formato legittimamente  in uno stato, che non possa essere riconosciuto anche in quello che lo dovrebbe recepire; dall’altro si “cristallizzerebbe”  e “fisserebbe” per sempre il contenuto dell’ordine pubblico, proprio perché lo si farebbe coincidere solo con le norme sovraordinate e tendenzialmente non modificabili, in tal modo snaturando il senso della clausola generale “aperta” o “elastica”.

D’altra parte ci si domanda quale sarebbe la norma costituzionale (o dei trattati euro-unitari o internazionali) che vieterebbe il riconoscimento di una filiazione con più di due genitori, ad esempio due madri e due padri. L’implausibilità delle conseguenze cui porterebbe una tale interpretazione del limite dell’ordine pubblico internazionale depone per la sua insostenibilità logico-giuridica.

Si ritiene, quindi, di dover aderire all’orientamento maggioritario dei giudici di legittimità in subiecta materia, secondo il quale: “anche la dottrina può dirsi concorde nel ritenere che l’ordine pubblico di cui alla L. n. 218 del 1995, art. 6, il quale è quello che tradizionalmente si suole definire come ordine pubblico “internazionale”, per distinguerlo dall’ordine pubblico ‘”interno” che, nelle fattispecie in cui il rapporto è soggetto alla legge italiana, costituisce un limite all’autonomia negoziale dei privati (artt. 1343 e 1418 c.c.), risulti formato da quell’insieme di principi, desumibili dalla Carta Costituzionale o, comunque, pur non trovando in essa collocazione, fondanti l’intero assetto ordinamentale siccome immanenti ai più importanti istituti giuridici quali risultano dal complesso delle norme inderoqabili provviste del carattere di fondamentalità che le distingue dal più ampio  genere delle norme imperative, tali da caratterizzare l’atteggiamento dell’ordinamento stesso in un determinato momento storico e da formare il cardine  della struttura etica, sociale ed economica della comunità nazionale conferendole una ben individuata  ed inconfondibile fisionomia (Cass. 13 dicembre 1999, n. 13928; Cass. 6 dicembre 2002, n. 17349, Cass. 26 novembre 2004, n. 22332; Cass. 7 dicembre 2005, n. 26976; Cass. 23 febbraio 2006, n. 4040), i quali devono essere rispettati “sempre”, anche se il rapporto è sottoposto ad una legge straniera, costituendo il limite “generale” all’applicazione di detta legge conseguente al normale funzionamento delle norme di diritto internazionale privato ed avendo la funzione di evitare l’inserimento nel diritto interno di valori giuridici, stranieri appunto, in contrasto con i principi fondamentali del nostro ordinamento (Cfr. Cass. 27592/ 2006).

Sempre in tema di ordine pubblico internazionale  il giudice di legittimità affermato che: “È certamente esatto che l’ordine pubblico non si identifica con le semplici norme imperative, bensì con i principi fondamentali che caratterizzano l’ordinamento giuridico; è invece inesatto che tali principi si identifichino…… con “i valori condivisi della comunità internazionale che il prudente apprezzamento del Giudice non può trascurare, armonizzandoli con il sistema interno”. L’ordine pubblico internazionale, infatti, è il limite che l’ordinamento nazionale pone all’ingresso di norme e provvedimenti stranieri, a protezione della sua coerenza interna; dunque non  può  ridursi ai soli valori condivisi dalla comunità internazionale, ma comprende anche principi e valori esclusivamente propri, purché fondamentali e (perciò) irrinunciabili. È peraltro evidente che, nell’individuazione di tali principi, l’ordinamento nazionale va considerato nella sua completezza, ossia includendovi principi, regole ed obblighi di origine internazionale o sovranazionale.” (C.f.r Cass. 24001/2014).

Dunque: anche la legislazione ordinaria concorre a definire la nozione necessariamente “temporanea” dell”ordine pubblico internazionale” e collegata ad un determinato momento storico-sociale.

Venendo al caso specifico, dunque, si rileva, come nell’atto di nascita di cui è stata disposta dal Sindaco di Roma la trascrizione risultino due padri e nessuna madre. Di tal ché una filiazione di questo genere non può che derivare da pratiche di “maternità surrogata”, circostanza per giunta pacifica nella fattispecie in esame.

Tale pratica, però, nel nostro ordinamento è espressamente  vietata ed addirittura sanzionata penalmente dall’art.12 comma 6 della legge n. 40/2004.

Al riguardo é opportuno evidenziare, sin da subito, come la stessa Corte Costituzionale (cfr., Corte Costituzionale sentenza n. 272/2017), in tema di surrogazione di maternità, si sia espressa sottolineando: “I’elevato grado di disvalore che il nostro ordinamento riconnette alla surrogazione di maternità, vietata – come già sopra rilevato – da apposita disposizione penale”, rimarcando che si tratta di una:… una pratica che offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane.

A ben considerare, dunque, pare arduo sostenere che, nonostante la nostra legislazione vieti espressamente la tecnica della maternità surrogata, prevedendo che la violazione debba essere perseguita penalmente, e sebbene non preveda l’iscrizione negli atti di stato civile di una persona con due genitori dello stesso sesso, tuttavia dette circostanze dovrebbero essere prive di rilievo e superabili per la considerazione che ricorrerebbero “principi di      carattere universale, comuni a  molti ordinamenti giuridici volti alla tutela e all’implementazione dei diritti fondamentali della persona“, che la renderebbero legittima.

Occorre altresì riflettere che la norma che sanziona penalmente il ricorso alla pratica della maternità surrogata è annoverabile fra quelle poste a tutela di principi e valori fondamentali ed irrinunciabili del nostro ordinamento, così come confermato anche dalla stessa Corte di Cassazione, che ha ritenuto “l’utero in affitto” contrario all’ordine pubblico.

Infatti nella sentenza n. 24001/2014 si afferma: “Il divieto di surrogazione della maternità comminato dall’art.12, comma  6, l.19 febbraio 2004, n.40 esprime un principio di ordine pubblico internazionale, in quanto fondamentale ed irrinunciabile per l’ordinamento italiano, per la ragione che esso è assistito da sanzione penale, protegge la dignità costituzionalmente tutelata della gestante e salvaguarda l’istituto dell’adozione, al quale soltanto l’ordinamento affida – attraverso una disciplina governata da regole poste a tutela di tutti gli interessati, in primo luogo dei minori – la realizzazione di progetti di genitorialità privi di legami biologici con il nato. Pertanto, I’atto di nascita formato all’estero, che indichi come genitori del bambino procreato attraverso tale tecnica la donna e l’uomo che vi abbiano fatto ricorso (peraltro, senza alcun legame genetico con il nato) è privo di effetti in Italia perché contrario all’ordine pubblico, con la conseguenza che il minore presente sul territorio italiano deve ritenersi in stato di abbandono e deve esserne dichiarato lo stato di adottabilità”.

A conferma di quanto qui sostenuto si deve rappresentare che in tempi recentissimi la stessa Corte Costituzionale, in un procedimento di impugnazione del riconoscimento di figlio naturale per difetto di veridicità, ha affermato non solo la legittimità costituzionale del divieto di cui dall’art. 12, comma 6, della legge 19 febbraio 2004, n. 40 (norme in materia di procreazione medicalmente assistita), ma anche la sua “assolutezza”, specificando poi come il giudice sia chiamato a valutare non solo se l’interesse a far valere la verità di chi la solleva prevalga su quello del minore, ma anche se l’interesse alla verità abbia anche natura pubblica (ad esempio perché relativa a pratiche vietate dalla legge, quale è la maternità surrogata, che offende in modo intollerabile la dignità della donna e mina nel profondo le relazioni umane) ed imponga di tutelare l’interesse del minore nei limiti consentiti da tale verità (Corte. Cost. 272/2017).

La Consulta, poi, ha anche specificato che: “Si tratta, dunque, di una valutazione comparativa della quale, nel silenzio della legge, fa parte necessariamente la considerazione dell’elevato grado di disvalore che il nostro ordinamento riconnette alla surrogazione di maternità,  vietata —come già sopra rilevato – da apposita disposizione penale”.

Pare del tutto evidente, dunque, che, essendo nel nostro ordinamento prevista la sanzione della reclusione da tre mesi a due anni di reclusione e della multa da € 600.000 ad € 1.000.000 per “chiunque in qualsiasi forma, realizza, organizza o pubblicizza la commercializzazione di gameti o di embrioni o la surrogazione di maternità,”(art.12 legge n.40 del 2004) non è sostenibile che una condotta illecita per il nostro ordinamento, e gravemente punita, soltanto in quanto compiuta all’estero, possa produrre nel nostro ordinamento giuridico conseguenze vietate: nel caso di specie l’attribuzione ad una bambina di due padri (o di due madri).

Si tratterebbe, in definitiva, di una attività negoziale dei privati in frode alla legge, e come tale non riconoscibile nel nostro ordinamento, e, tanto meno, potrebbe essere produttiva di effetti.

Vi è, altresì, da considerare che le norme del nostro sistema giuridico in materia di filiazione trovano fondamento nella “bigenitorialità” fondata sulla diversità di genere: si consideri — ad esempio – il disposto dell’art. 250 c.c., per cui “il figlio nato fuori dal matrimonio può essere riconosciuto…dalla madre e dal padre”; l’art. 243 bis c.c. “l’azione di disconoscimento della paternità del figlio nato fuori dal matrimonio può essere esercitata dal marito, dalla madre e dal figlio medesimo”; gli artt. 246 e 247 c.c., nei quali si fa espresso riferimento al presunto “padre” o “madre”; l’art. 262 c.c., che contiene disposizioni circa il cognome che deve assumere il figlio e nelle quali il riferimento è sempre ad un padre e ad una madre.

A fortiori, non si vede come il bambino che abbia un legame biologico con un uomo (il padre), possa vedersi attribuita, surrettiziamente, la qualità di figlio di “un altro padre”, per la sola ragione che il suo padre biologico ha un rapporto di unione civile con un altro uomo, perdendo invece ogni rapporto, con la madre biologica che lo ha partorito.

Così operando di fatto si creerebbe artificiosamente e per via giurisprudenziale una nuova forma di genitorialità e di filiazione, che non rientra in nessuna delle ipotesi disciplinate dalla legge. La filiazione, invece, nel nostro ordinamento, può essere: 1) biologica, matrimoniale  o naturale, tra persone di sesso diverso; 2) adottiva, tramite procedimento giurisdizionale, in assenza di legame biologico; 3) tramite procreazione medicalmente assistita (PMA), con legame biologico ovvero senza legame biologico (dopo la sentenza n. 162/2014 della Corte Costituzionale che ha rimosso il divieto per la fecondazione c.d. eterologa), ma sempre tra persone di sesso diverso.

Non esistono altri tipi di filiazione. Non esiste in rerum natura la possibilità di una filiazione biologica tra persone dello stesso sesso. Non esiste, per espresso divieto di legge, la possibilità di accedere alla filiazione adottiva o medicalmente assistita, e, quindi, senza legame biologico, tra persone dello stesso sesso.

L’interpretazione che qui si contesta non sarebbe, dunque, praeter legem, ma addirittura contra legem, non potendosi ipotizzare alcun vuoto normativo nella materia in oggetto. Si pone, in estrema sintesi, una questione relativa al limite della giurisdizione rispetto a materie regolate dalla legge in un determinato modo, che può apparire condivisibile o meno, ma che non può dirsi incostituzionale, e che, quindi, il giudice deve rispettare.

Laddove il giudice, invece, dovesse ritenere la legge ordinaria, che disciplina in maniera chiara la materia della filiazione (biologica e non), pone un chiaro ed espresso divieto alla possibilità di percorrere la via della maternità surrogata (art. 12, comma 6, della legge n. 40/2004), ovvero che pone il divieto della fecondazione medicalmente assistita tra coppie omosessuali {art. 5 della legge n. 40/2004), ovvero, ancora, che pone il divieto di adozione da parte di persone dello stesso sesso legate in unioni civili (art. 1, comma 20, della legge n. 76/2016), contraria alla Costituzione, la sola via da percorrere sarebbe quella di sollevare la questione di non manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale delle citate disposizioni davanti alla Corte Costituzionale, giudice delle leggi.

Merita precisare, a conferma di quanto finora sostenuto (e per sgomberare il campo da possibili equivoci), che è vero che la Corte di Cassazione ha riconosciuto la possibilità di richiesta di adozione del figlio del “partner” omosessuale del genitore naturale del minore, ma che lo ha fatto senza prendere posizione in ordine al divieto espresso di cui all’art. 1, comma 20, della legge n. 76/2016 in ragione del fatto che la predetta legge sulle unioni civili – che per l’appunto vieta espressamente tale possibilità — non era applicabile alla fattispecie al suo esame, tanto che nella stessa sentenza i giudici rilevano: “… che la L. 20 maggio 2016, n. 76 (Regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso e disciplina delle convivenze), entrata in vigore il 5 giugno 2016, non si applica, ratione temporis ed in mancanza di disciplina transitoria, alla fattispecie dedotta in giudizio.” (cfr. pg. 44 della Sent. Cass. n. 12962/2016).

Ma la tesi interpretativa qui avversata, in relazione alla fattispecie concreta, è foriera di ulteriori conseguenze pratiche irragionevoli che, a maggior ragione, militano per la sua inadeguatezza e, quindi, non condivisibilità.

Ci si dovrebbe, infatti, chiedere cosa accadrebbe se nel corso del tempo il secondo padre cessasse di essere unito al primo, a seguito di scioglimento dell’’unione civile. Potrebbe in tal caso il secondo padre chiedere il disconoscimento del bambino che solo “artificiosamente” è stato iscritto nei registri dello stato civile come suo figlio e che porta anche il suo cognome?

Ma vi è di più: ci si potrebbe chiedere se il bambino conserva il diritto di portare il secondo cognome, quello —appunto- del secondo padre, e se ha diritto di conservare il rapporto di filiazione con lo stesso, con tutte le conseguenze che ne derivano sul piano giuridico.

È di tutta evidenza come già sole dette considerazioni siano sintomatiche della irragionevolezza dell’affermazione  che la trascrizione negli atti di stato civile italiano della doppia genitorialità in capo a due padri “risponda ad un interesse superiore del bambino” e che possa promuovere il suo benessere psicofisico. Di certo poi, tale interesse del bambino non può automaticamente farsi discendere dal mero decorso del tempo — più o meno significativo – in cui il bambino rimane insieme ai due “genitori”, atteso che, una tale situazione di fatto legittimerebbe, sempre e comungue, ex post, ogni violazione civile e penale della normativa nazionale regolante la materia della filiazione.

Questo Ufficio ritiene che sia evidente la illogicità ed irrazionalità di dette situazioni (tutt’altro che teoriche) e la gravita delle conseguenze che esse determinerebbero per gli stessi bambini coinvolti nelle indicate situazioni.

Conseguentemente non può non ritenersi contraria all’ordine pubblico la condotta del cittadino italiano che, disponendo di adeguati mezzi economici, non potendolo fare direttamente in Italia, si reca all’estero in uno Stato dove è consentito il ricorso alla maternità surrogata e dove si riconosce la genitorialità di un bambino in capo a due persone dello stesso sesso, in quanto si tratta di una condotta che il nostro ordinamento sanziona penalmente, tanto che su richiesta del Ministro della Giustizia, lo stesso cittadino italiano che se ne è reso responsabile potrebbe essere sottoposto a procedimento penale (art.9 comma 2 c.p.).

Ad avviso di questo P.M., dunque, la trascrizione effettuata dal Sindaco di Roma della quale si chiede la rettifica è illegittima per contrarieta all’ordine pubblico e conseguentemente il Tribunale di Roma deve disporre la rettifica nei termini sotto indicati;

CHIEDE

che il Tribunale di Roma voglia emettere decreto di rettifica dell’atto di nascita trascritto al n.88 Parte II Serie BO1 anno 2018 dell’Ufficio Trascrizioni del Comune di Roma e per l’effetto ORDINARE all’ufficiale dello stato civile del Comune di Roma:

  1. la cancellazione nell’atto di nascita di XXX ZZZ nata il 16 novembre 2017 in Barrie-On (Canada) del cognome “YYY”, indicato come secondo cognome;
  1. la cancellazione nell’atto di nascita di XXX ZZZ nata il 16 novembre 2017 in Barrie-On (Canada) anche nella parte seguente: “cognome padre: YYY; nome padre: BBB CCC”.

Manda alla cancelleria per gli adempimenti conseguenti.

Roma, il 27 luglio 2018

IL PUBBLICO MINSITERO

Dott.ssa Maria Monteleone
Dott. Stefano Pizza

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Triptorelina e disforia di genere

Triptorelina e disforia di genere

locandina convegno disforia di genere
A breve l’AIFA-Agenzia italiana del farmaco, dovrà decidere sull’uso della triptorelina nei casi di diagnosi di disforia di genere, cioè sulla possibilità di bloccare la pubertà in preadolescenti che hanno la “percezione” del proprio genere diversa rispetto a quella riconosciuta alla nascita. Sul punto nel mese di luglio è intervenuto un parere positivo del Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB), interpellato dalla stessa AIFA, pur se con riserve e raccomandazioni. La questione desta preoccupazioni, poiché il minore, e con lui la sua famiglia, si troveranno a prendere decisioni di rilievo e in mancanza di vere informazioni scientifiche, in un clima culturale condizionato da elevata pressione ideologica verso la cancellazione della identità di genere maschile/femminile. L’uso di questo farmaco di fatto suggerisce il modello “gender fluid” in età sempre più precoce.

Il workshop punta ad approfondire i profili medico-scientifici e quelli relativi al consenso informato, anzitutto attraverso le relazioni di due componenti del CNB, il prof. Romano e la prof.ssa Morresi, e dell’avv. Prandi Borgoni, e quindi con interventi programmati.


L’Università Europea di Roma è in via degli Aldobrandeschi, 190. Ecco come raggiungerla:

TRENO  Dalla Stazione Termini, ogni ora (al 39° minuto) parte un treno che da Roma Termini porta a Civitavecchia. Il treno effettua diverse fermate intermedie: Tuscolana, Ostiense, Trastevere, San Pietro e Roma Aurelia. Scendere alla stazione Roma Aurelia ed uscire dal sottopassaggio a Via della Stazione Aurelia. Prendere a destra la salita, Via degli Andosilla, e poi Via dei del Balzo, fino al numero civico 12. Seguire il percorso obbligato. Al termine della discesa, a destra, c’è il portico con l´entrata e la portineria.

BUS ATAC  Atac 892 da Via Baldo degli Ubaldi (fermata Metro A Baldo degli Ubaldi) direzione Via degli Aldobrandeschi (Capolinea). * Atac 247 da Via Cipro (Capolinea Metro A fermata Cipro) direzione Stazione Aurelia (Capolinea). Scesi alla Stazione Aurelia, entrare nel sottopassaggio e uscire dalla parte di Via della Stazione Aurelia. A destra, prendere la salita e poi Via dei del Balzo, fino al numero civico 12. Seguire il percorso obbligato. Al termine della discesa, a destra, c’è il portico con l´entrata e la portineria.

AUTOMOBILE *  Dal GRANDE RACCORDO ANULARE: Uscita 1 Aurelia, direzione Città del Vaticano/Roma Centro. Prendere la 2° rampa per fare inversione di marcia e, arrivati sulla rampa, girare a destra a Via di Villa Troili. Proseguire e tenere la destra, fino a Via degli Aldobrandeschi. L´ingresso dell´Ateneo è al numero civico 190, sulla destra. Dal centro di Roma (Piazza Irnerio): proseguire dritto sulla via Aurelia, direzione fuori Roma e superare il distributore Total sulla destra. Subito dopo salire sul cavalcavia per fare inversione di marcia e, tornati in direzione Centro, girare subito a destra in Via di Villa Troili. Proseguire e tenere la destra, fino a Via degli Aldobrandeschi 190

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Disforia di genere: osservazioni a margine del parere del CNB

Disforia di genere: osservazioni a margine del parere del CNB

Osservazioni a margine del parere del CNB sull’uso della Triptorelina per la Disforia di genere

di Antonio Casciano – PhD Fondazione Ut vitae habeant
* in esclusiva per questo sito *

  1. Il Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB), in risposta ad un quesito posto, lo scorso 10 aprile, dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), ha elaborato un parere sull’eticità dell’uso della Triptorelina (TRP) per il trattamento di adolescenti affetti da Disforia di genere (DG). Attualmente la prescrizione terapeutica, la predisposizione e l’assunzione del consenso informato in ordine a tale farmaco sono affidati alla responsabilità esclusiva del singolo medico, senza che sia previsto alcun filtro di verifica da parte di un Comitato etico.
    La TRP –si legge nel parere– è in genere usata con l’indicazione clinica specifica di procurare la sospensione dello sviluppo puberale nei soli casi di pubertà precoce (“pubertà patologica”), quando cioè l’evoluzione incontrollata di tale processo patologico può accompagnarsi all’insorgere di danni gravi e permanenti, in ordine allo sviluppo osteoarticolare, muscolare o metabolico di un soggetto. L’estensione dell’uso del farmaco agli adolescenti affetti da DG, invece, per bloccare la “pubertà fisiologica” ad un preciso stadio di sviluppo, sarebbe volta a procurare una serie di “potenziali benefici attesi”, che vanno dall’ampliamento cronologico della finestra diagnostica, al fine di consentire al terapeuta un’osservazione più accurata di tutte le questioni legate all’identità di genere dell’adolescente, alla prevenzione di cambiamenti fisici irreversibili, tipici della pubertà, che nell’adolescente affetto da DG potrebbero essere fonte di disagio e sofferenza gravi, all’opportunità, nel caso in cui l’adolescente dovesse in seguito procedere ad un intervento di affermazione medica, di evitare cambiamenti fisici radicali, consentendo così in futuro un uso inferiore di ormoni, nonché interventi chirurgici meno invasivi.
  2. Nel formulare il parere, il CNB elabora una serie di raccomandazioni che si sostanziano nel considerare “giustificabile l’uso del farmaco in casi particolari, accertati, e valutati, dopo che sia stata effettuata la diagnosi di DG, possibilmente in una fase precoce, da una équipe multidisciplinare e specialistica […], che accompagni nel tempo gli adolescenti e le loro famiglie, per consentire di realizzare le aspettative nel modo meno traumatico possibile”[1], considerando proprio la particolare vulnerabilità psico-fisica dell’adolescente. In questo senso, si considera altresì auspicabile “l’elaborazione di un protocollo che definisca il percorso diagnostico-terapeutico in cui il farmaco sia utilizzato nel contesto di interventi psicologici, psicoterapeutici e psichiatrici, rivolti a rimuovere cause di sofferenza indotte da motivazioni sociali”, anche al fine di evitare “forme di automedicazione e trattamenti non adeguatamente monitorati dai medici specialisti a causa degli elevati rischi”. Si auspica infine che, “dato il costo e la prolungata durata della terapia, il SSN possa, come già raccomandato dal CNB per altri farmaci, prevedere una politica di accesso equo e omogeneo sul piano nazionale alla triptorelina”[2].
    Diverse perplessità nascono dalla lettura attenta del parere espresso dal CNB: perplessità che vengono, di seguito, esaminate nella dimensione multidisciplinare propria di un giudizio bioetico, che sarà fondato su un’analisi che include le prospettive scientifica, giuridica ed antropologica.
  3. Ebbene, in un’ottica propriamente scientifica, si può osservare come sorprenda non poco il fatto che nel parere del CNB manchi qualsiasi riferimento al principio di precauzione, a quella strategia complessa di gestione del rischio, cioè, cui in medicina si ricorre nelle ipotesi in cui non si abbia una certezza scientifica piena circa la portata dei potenziali effetti negativi di una determinata attività terapeutica. Nel caso della TRP, infatti, gli studi di follow up attualmente disponibili non permettono di escludere il rischio che la sospensione farmacologicamente indotta della pubertà fisiologica induca: a) conseguenze negative sulla crescita, sulla struttura scheletrica, sull’apparato cardio-vascolare, neurologico-cerebrale e metabolico e sulla fertilità dell’adolescente trattato; b) conseguenze sul suo sviluppo sessuale e su quello emotivo-cognitivo che da esso procede. Gli studi cui principalmente si accenna nella relazione tecnica allegata dall’AIFA, attengono in primis all’uso del farmaco con l’indicazione della sola “pubertà patologica”, ovvero precoce, laddove quelli direttamente condotti con l’indicazione della sospensione della pubertà fisiologica sono in uno stadio solamente preliminare, per cui è escluso che possa parlarsi ad oggi di evidenze scientifiche in senso stretto riguardo agli effetti della TRP per la indicazione della “pubertà fisiologica” appunto. Dunque a fronte dei “prevedibili benefici attesi”, segnalati in apertura, i rischi sono molteplici, consistenti e considerevoli e, dunque, proprio in forza del principio di precauzione sarebbe stato opportuno sconsigliare l’utilizzo di tale farmaco, almeno fino a quanto non si potrà disporre di studi scientificamente certi e completi in ordine alla totalità degli effetti che esso può dare.
    A fronte di tutto quanto appena detto, il CNB suggerisce, invece, come già visto, che si adottino misure tese a garantire un accesso equo ed omogeneo alla Triptorelina, il costo sociale dei cui trattamenti dovrebbe ricadere sul SSN. Ovviamente, la motivazione che spinge il Comitato a propendere per tale raccomandazione attiene all’alto tasso di comportamenti autolesionistici e suicidari diffusi tra gli adolescenti affetti da DG. Ma, in ordine a quest’ultima osservazione fa d’uopo precisare che: a) non esiste nessuna evidenza scientifica che provi l’efficacia della TRP quanto al superamento definitivo della DG, in quanto la sospensione farmacologicamente indotta del processo di maturazione puberale non ha come risultato immediato l’identificazione del genere identitario nell’adolescente e, dunque, la cessazione dei disturbi correlati alla disforia medesima; b) i pochi studi condotti su soggetti trattati con TRP provano che gli stessi, in percentuale altissime, accedono comunque alla chirurgia per il cambio del sesso e, come noto, tra la popolazione che si decide per tale intervento di affermazione medica i tassi di suicidio sono mediamente più alti di quelli riscontrabili presso la popolazione che ad esso non ricorre.
  4. In un’ottica giuridica, invece, preoccupa la quasi totale assenza, all’interno del parere del CNB, di ogni riferimento al principio di libera determinazione personale del paziente, presupposto per la configurazione, meglio, per il perfezionamento del consenso informato. Orbene, l’idea su cui si basa la logica del consenso informato è quella in base alla quale il paziente, come persona cosciente e responsabile, non può essere destinatario supino delle decisione medico-cliniche, ma è chiamato a cooperare con il personale sanitario in vista del conseguimento dell’obbiettivo di cura e guarigione. Egli deve dunque essere messo in condizione di scegliere per mezzo di un’adesione libera alla proposta terapeutica che gli sia prospettata, adesione che dovrebbe essere dialogata, ovvero oggetto di un confronto sereno e particolareggiato intervenuto in fase di programmazione della terapia, informata su ogni aspetto che riguarda l’esecuzione e i possibili effetti della stessa, e soprattutto attuale, ovvero circostanziata, che affondi cioè e si basi sulla contingenza della concreta situazione che egli si trova a vivere al momento di prestarla.
    In questo caso, invece, il minore, in una fase peraltro delicatissima del suo sviluppo fisico, psichico e cognitivo, quale è quella della preadolescenza, appare assolutamente non in grado di maturare, in nessun caso, un consenso autenticamente libero, volontario ed informato, non solo rispetto alle scelte che attengono alla determinazione del genere, ma anche rispetto alle complicanze che un simile trattamento può prospetticamente avere sulla sua vita, quanto ad esempio alla possibilità che siano compromesse le sue facoltà riproduttive. Il diritto/dovere a prestare tale consenso, allora,  spetterebbe a coloro i quali esercitano la responsabilità genitoriale o al tutore, i quali dovrebbero manifestarla tenendo conto della volontà del minore, in relazione alla sua età o al suo grado di maturità e avendo come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita dello stesso.
    Ora, a parte il carattere “personalissimo” di tale tipo di scelta, che dunque dovrebbe poter essere esercitata in via esclusiva da parte di chi ne risulti effettivamente titolare, come agire nel caso in cui sorgano contrasti di volontà tra gli esercenti la potestà genitoriale e l’adolescente? Quale scelta prevarrebbe? Sarebbe forse l’intervento di un giudice? E sulla base di quali criteri questi deciderebbe, scientifici –ma la bibliografia internazionale sul punto al momento è, come detto, scarsa e saranno necessari anni prima che venga arricchita di nuovi studi– ovvero puramente volontaristici, e dunque a partire, ripetiamo, dalla volontà espressa da un pre-adolescente[3]?
  5. In un’ottica antropologica, infine, si registra la fatale assenza di qualsiasi riferimento, all’interno del parere del CNB, alla cultura montante dell’indifferenziazione sessuale che alimenta una mentalità diffusa di confusione, indistinzione e relativizzazione di tutto quanto attiene alla sfera del sesso biologico, oltre che della sessualità così come iscritta nella legge naturale. Lo dimostra l’uso dell’espressione “identità di genere” che ha portato alla eclissi definitiva quella di “identità sessuale”[4], segno fin troppo evidente del fatto che la cultura e la società hanno assimilato ormai compiutamente il lessico proposto dall’ideologia della gender theory. Cedere a questa costruzione ideologica è favorire: 1) la decostruzione delle realtà sessuata dell’essere umano; 2) la medicalizzazione di forme di orientamento sessuale, eventualmente omoerotico, che nulla hanno a che fare con le ipotesi di DG. Ebbene, riguardo al primo punto, si osserva come tutto il corpo dell’essere umano sia in realtà pervaso, fin dal concepimento ed in ognuna delle sue cellule, cromosomicamente, ormonalmente, gonadicamente, cerebralmente, psicologicamente e fenotipicamente (voce, capelli, peli, seni) dalla differenza sessuale. A partire dal corpo sessuato, nel panorama delle relazioni interpersonali, l’uomo elabora e sviluppa il suo genere, la sua identità sessuale, la sua identità personale. Con la scomparsa del dato corporeo, rimane solo l’inconsistenza della sovrastruttura linguistica, discorsiva, concettuale, filosofica, in assenza della natura a predominare è solo la cultura: è l’approdo alla filosofia costruttivista del tutto culturale di butleriana memoria[5]. Ogni ontologia scompare, ogni riferimento alla metafisica della sostanza è rimosso, lasciando in piedi solo il linguaggio e il suo discorso performativo.
    Riguardo al secondo punto, come ancora acutamente osservato dalla prof.ssa Morresi nella postilla in calce al parere del CNB, “la percezione di sé [da parte del pre-adolescente] come non congruente rispetto al genere di nascita potrebbe dipendere, invece, da un orientamento sessuale di tipo omosessuale, e non dalla propria identità di genere. Se così fosse, saremmo in presenza di un tentativo di “curare/modificare” un orientamento omosessuale mediante un percorso di transizione di genere, interferendo con lo sviluppo dell’orientamento sessuale”[6]. Come ampiamente provato dalla letteratura scientifica, cioè, se in età adolescenziale le pulsioni omoerotiche sono necessarie, fisiologiche e il più delle volte destinate a passare con l’approdo alla fase adulta post-puberale e il completo sviluppo della identità genitale, l’uso della TRP in queste fasi tenderebbe a impedire, ostacolare, sfavorire, per di più farmacologicamente, tali dinamiche di affermazione della propria sessualità identitaria, generando dunque un effetto esattamente opposto a quello atteso[7].

Antonio Casciano

[1]   Comitato Nazionale per la Bioetica, Parere in merito alla richiesta di AIFA sulla eticità dell’uso del farmaco Triptorelina per il trattamento di adolescenti con diforia di genere, del 23 luglio 2018, p. 7.

[2]   Ivi, p. 8.

[3]   Ivi, p. 13. Nella Postilla comparsa in calce al documento, a firma della prof.ssa Assuntina Moresi, si legge: “Gli adolescenti possono essere intensamente focalizzati sui propri desideri immediati, manifestando di conseguenza frustrazione e risentimento di fronte a qualsiasi ritardo nel ricevere il trattamento medico da cui ritengono trarre beneficio, e al quale si sentono autorizzati” e che “questo intenso focus sui bisogni immediati può creare problemi nell’assicurare che gli adolescenti siano cognitivamente e emotivamente capaci di prendere decisioni che cambiano la vita, per modificare il proprio nome o marker di genere, iniziare la terapia ormonale (che può influire sulla fertilità) o procedere con un intervento chirurgico”. In nota: American Psycological Association, Guidelines for Psycological Practice With Transgender and Gender Nonconforming People, Am. Psycol. (2015) 70, 832-64.

[4]   Rose, E., Verità e Splendore della differenza sessuale, Cantagalli, Siena, 2014, p. 290-91.

[5]   Butler, J., Scambi di genere. Identità, sesso e desiderio, Feltrinelli, 2004, p. 10.

[6]   Comitato Nazionale per la Bioetica, Parere in merito alla richiesta di AIFA, cit., Postilla, cit., p. 12.  

[7]   Tale processo è esemplarmente descritto in Sgreccia, E., Manuale di Bioetica, vol. 2, Vita e Pensiero, 2002, p. 142.

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Cannabis: chiudete quei negozi

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Il Prof. Giovanni Serpelloni, per lunghi anni apprezzato Capo Dipartimento Anti-Droga della Presidenza del Consiglio, attualmente – fra l’altro – Senior NR Fellow University of Florida Drug Policy Institute, Department of Psychiatry in the College of Medicine, ha scritto la lettera aperta che segue al ministro per la Famiglia e le Disabilità on. Lorenzo Fontana. La pubblichiamo, col consenso dell’autore, perché costituisce un interessante aggiornamento sui c.d. cannabis shop. (altro…)

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Consiglio superiore di Sanità: parere sulla commercializzazione di prodotti a base di cannabis

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Pubblichiamo, ricavandolo dal sito del Ministero della Salute, il testo del parere deciso nella seduta del 10 aprile 2018 dal Consiglio superiore di Sanità sulla commercializzazione della c.d. cannabis light. Il parere è stato reso noto dal Ministro Giulia Grillo con una nota del 22 giugno 2018, nella quale si precisa che “sui profili relativi alla liceità della vendita lo scorso 17 aprile il precedente Ministro ha chiesto un parere – ad oggi non ancora reso per i necessari approfondimenti istruttori – alla Avvocatura dello Stato e alle altre Amministrazioni competenti”A parte pubblichiamo un commento sulla vicenda del prof. Giovanni Serpelloni.
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