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Verso il sostegno pubblico alla pedofilia?

Verso il sostegno pubblico alla pedofilia?

Riflessioni a margine del caso Kentler

di Mauro Ronco
Emerito di Diritto penale nell’Università di Padova

Sommario: 1. La liberalizzazione dei rapporti sessuali tra adulti e minori. 2. L’iniziativa degli intellettuali francesi del 1977. 3. La risposta degli Stati. 4. L’intensificarsi degli abusi sessuali sui minori. 5. Il caso Kentler in Germania. 6. La ricerca della professoressa Teresa Nentwig. 7. La lista di indirizzi per l’emancipazione degli omosessuali, delle lesbiche e dei pedofili. 8. Il sostegno pubblico alla pedofilia. 9. La pseudo-educazione sessuale per la liberazione sessuale dei bambini. 10. I rischi di incontro tra la pseudo-educazione sessuale e la soddisfazione delle tendenze pedofiliache degli adulti. 11. Linee per la prevenzione. 12. Conclusione.

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Cassazione: propaganda legittima se l’altrui credo non è vilipeso

Cassazione: propaganda legittima se l’altrui credo non è vilipeso

1. Con l’ordinanza n. 7893 del 17 aprile 2020 la prima sezione civile della Corte di Cassazione è tornata ad interessarsi di libertà religiosa, nella sua accezione negativa di libertà di coscienza, diritto di non avere alcun credo, di professare e propagandare l’ateismo e l’agnosticismo. La pronuncia ribadisce posizioni già note e fornisce alcune interessanti indicazioni in merito ai limiti cui soggiace il diritto di propaganda, espressamente riconosciuto dall’art. 19 della Costituzione.

La vicenda ha per oggetto il rifiuto del Comune di V. di autorizzare l’affissione di dieci manifesti recanti la parola, a caratteri cubitali, “Dio“, con la “D” a stampatello barrata da una crocetta e le successive lettere “io” in corsivo, e sotto la dicitura, a caratteri più piccoli, “10 milioni di italiani vivono bene senza D. E quando sono discriminati, c’è l’UAAR al loro fianco“. L’UAAR-Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti proponeva ricorso ai sensi degli artt. 43 e 44 del D. Lgs. 25 luglio 1998 n. 286 e dell’art. 28 del D.Lgs. 1 settembre 2011 n. 150, chiedendo al Tribunale di Roma l’accertamento del carattere discriminatorio del rifiuto del Comune di V. di affiggere i suddetti manifesti, con condanna dell’ente pubblico alla cessazione della condotta discriminatoria, risarcimento dei danni e pubblicazione della decisione su un quotidiano a spese dell’ente. Si costituiva nel giudizio il Comune di V., sviluppando la propria difesa sull’assunto per cui «il rifiuto non era affatto diretto a discriminare l’attività del sodalizio ricorrente, essendo stato, per contro, determinato da una valutazione negativa della rappresentazione grafica che, così come effettuata, era “tale da urtare la sensibilità del sentimento religioso in generale”».

La fase di merito si concludeva con una doppia conforme favorevole al Comune e, dunque, nel senso dell’insussistenza della lamenta discriminazione. In particolare, per la Corte d’Appello di Roma non sarebbe stata ravvisabile alcuna condotta discriminatoria, mancando in primo luogo una qualsiasi forma “positiva” di propaganda a favore dell’ateismo o dell’agnosticismo e difettando, in secondo luogo, un trattamento differenziato rispetto ad altre associazioni. Nel medesimo contesto locale e temporale, infatti, il Comune di V. non aveva rilasciato alcuna autorizzazione, né concesso ad alcun altro soggetto la possibilità di manifestare il proprio credo religioso.

2. Di diverso avviso la Suprema Corte, che cassa la sentenza impugnata sulla premessa che il diritto di professare liberamente la propria fede, contenuto all’art. 19 Cost., va inteso non solamente in una accezione “positiva” – culto e propaganda di una determinata religione -, ma anche in una connotazione “negativa”, come “libertà di coscienza”, ossia come libertà di mutare credo e di non averne alcuno, o anche di professare una fede meramente laica o agnostica. Per arrivare a tale conclusione la Corte si serve anche di quanto previsto dagli art. 2, 3 e 21 della Costituzione medesima, dall’art. 10 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e dall’art. 9 della Convezione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo; in buona sostanza, di tutte quelle norme da cui si evince il “principio supremo di laicità” e tra queste finanche l’art. 1 del Protocollo addizionale al Concordato tra Stato e Chiesa del 1984.

Sin qui, in effetti, nulla di nuovo; l’ordinanza assume, invece, maggiore interesse nella parte in cui la Corte afferma che la previsione aperta e generica dell’art. 19 della Costituzione (“farne propaganda“) legittima le più diverse forme di attività finalizzata al proselitismo – ossia al procacciamento di nuovi adepti in tutti i modi leciti e possibili – anche in forma critica, purché non si traduca «in forme di aggressione o di vilipendio della fede da altri professata». Tra le forme “legittime” di propaganda rientra, per la Corte, non solo quella strutturata in un messaggio propositivo e/o didascalico, ma anche la semplice espressione di un credo religioso “negativo”, sviluppata – come nel caso in esame – in una particolare forma grafica, mediante l’indicazione dell’esistenza di una realtà che concerne il credo ateo ed agnostico.

3. Si tratta di un’apertura di credito piuttosto ampia, che di fatto lascia al giudice di merito l’ultima parola, da pronunciare caso per caso, su ciò che in concreto significhi aggressione o vilipendio alla fede altrui. Secondo la Corte, infatti, l’unico limite all’attività di proselitismo è dato da una offesa chiara, diretta e grave all’eguale diritto dei terzi di professare liberamente la propria fede religiosa. Presidio in tal senso è l’art. 403 C.p., che punisce la condotta di chi «pubblicamente offende una confessione religiosa, mediante vilipendio di chi la professa». Una tale condotta non è, peraltro, ipotizzabile nel caso in esame, essendosi la UAAR limitata a propagandare l’ateismo o l’agnosticismo, veicolando il proprio messaggio in forma negativa, di critica al dogma dell’antagonista dialettico, senza tuttavia scadere nell’offesa all’altrui sentimento religioso.

Ritenuta, nei termini esposti, legittima la richiesta della UAAR, la Cassazione censura il contegno del Comune, che risulta così discriminatorio del diritto paritario degli atei e degli agnostici, rispetto a quello dei fedeli delle diverse religioni, di professare il proprio pensiero religioso “negativo”. L’addentellato normativo su cui la Corte fonda tale giudizio è costituito, oltre che dalle richiamate disposizioni della Costituzione, anche dal testo della direttiva 2000/78/CE – c.d. “direttiva quadro” per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro («diritto comunitario cogente, di diretta applicazione nell’ordinamento, anche in forza del disposto dell’art. 117 Cost.») – che nel valutare la condotta potenzialmente discriminatoria consente la comparazione diacronica con situazioni non solo in atto, ma anche passate e meramente ipotetiche. E’ il tassello che manca per neutralizzare anche l’ultima eccezione del Comune di V., che aveva dedotto l’assenza – nel periodo in questione – di concessione di spazi pubblicitari in favore di altri soggetti.

In termini generali, la pronuncia in esame si inserisce in quel filone giurisprudenziale inaugurato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nell’ultimo decennio (v., in proposito, le sentenze Eweida c. Regno Unito del 15 gennaio 2013, Hamidovic c. Bosnia Erzegovina del 5 dicembre 2017 e Lachiri c. Belgio del 18 dicembre 2018), che tende a valorizzare il diritto alla libertà di religione e di culto nella sua dimensione propositiva; essa può essere accolta con favore, in quanto consente un adeguato margine all’azione “evangelizzatrice” di tutti coloro che, in coscienza, ritengono doveroso annunciare la verità in cui credono, nelle diverse modalità e forme che ritengono opportune e con il solo limite del vilipendio alla fede altrui.

Angelo Salvi
avvocato in Roma

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In ricordo del Cardinale Elio Sgreccia

In ricordo del Cardinale Elio Sgreccia

In occasione del primo anniversario della “nascita al cielo” del cardinale Elio Sgreccia, abbiamo chiesto un ricordo alla prof.ssa Maria Luisa Di Pietro, che ne è stata allieva e instancabile collaboratrice. La prof.ssa Di Pietro è Associato di Medicina Legale al Dipartimento Scienze della vita e di Sanità Pubblica e Direttore Centro Ricerca e Studi sulla Salute Procreativa all’Università Cattolica del Sacro Cuore

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Le riforme che la giustizia non può aspettare

Le riforme che la giustizia non può aspettare

(articolo pubblicato il 2 giugno 2020 sul Quotidiano di Puglia)

Fare il giudice è un mestiere complicato e difficile. Nessun magistrato, pur se con decenni di lavoro alle spalle e diversità di funzioni svolte, può ritenersi onestamente e fino in fondo capace. Ha bisogno di conoscere, e bene, norme sempre più intricate e orientamenti giurisprudenziali che oggi arrivano fino alle Corti europee; di padroneggiare i minimi risvolti del caso concreto che ha di fronte; di essere consapevole che non gli viene chiesto un giudizio su una persona, ma su un fatto specifico che quella persona ha commesso; di affrontare ogni vicenda processuale senza mai utilizzare una soluzione preconfenzionata. Gli servono preparazione, competenza, esperienza, umiltà, senso della realtà; non da ultimo, voglia di lavorare.

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Clarence Thomas “a parole sue”

Clarence Thomas “a parole sue”

Nel momento in cui le strade di Minneapolis, e dopo di essa di numerose città degli States, da New York ad Atlanta, da Philadelphia a Los Angeles, da Phoenix a Denver, sono devastate da scontri fra manifestanti e forze di polizia, da danneggiamenti e incendi, originate dall’uccisione di George Floyd da parte di poliziotti di Minneapolis, proponiamo un profilo del Giudice “di colore” della Corte Suprema degli USA Clarence Thomas: la sua storia personale attraversa pregiudizi, povertà e conflitti, ma anche successo e coerenza ideale. È raccontata dall’avv. Marianna Orlandi, allieva del prof. Mauro Ronco, conoscitrice attenta del mondo del diritto americano.

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Mantovano: Audizione in Commissione Giustizia su omo/transfobia

Mantovano: Audizione in Commissione Giustizia su omo/transfobia

Nella serata di ieri, 27 maggio, Alfredo Mantovano, consigliere alla Corte Suprema di Cassazione e vicepresidente del Centro Studi Livatino, ha svolto una audizione davanti alla Commissione Giustizia, alla Camera dei Deputati, riguardante le proposte di legge in discussione in tema di contrasto all’omo/transfobia. Pubblichiamo il testo della relazione depositata agli atti della Commissione. 

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Pandemia giudiziaria

Pandemia giudiziaria

È davvero curioso che il sistema Associazione Nazionale Magistrati–Consiglio Superiore della Magistratura stia implodendo proprio in epoca di pandemia. Come il Covid-19 ha messo a nudo tragicamente tutta la fragilità della cosiddetta modernità, di un mondo che ha preteso di costruire sé stesso sul mito della onnipotenza dell’uomo-Dio, così un virus, il trojan, inoculato su un telefono cellulare, ha fatto venir giù quel velo del giudiziariamente corretto che copriva la realtà delle toghe italiane.

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