Disforia di genere: osservazioni a margine del parere del CNB

Disforia di genere: osservazioni a margine del parere del CNB

Osservazioni a margine del parere del CNB sull’uso della Triptorelina per la Disforia di genere

di Antonio Casciano – PhD Fondazione Ut vitae habeant
* in esclusiva per questo sito *

  1. Il Comitato Nazionale per la Bioetica (CNB), in risposta ad un quesito posto, lo scorso 10 aprile, dall’Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), ha elaborato un parere sull’eticità dell’uso della Triptorelina (TRP) per il trattamento di adolescenti affetti da Disforia di genere (DG). Attualmente la prescrizione terapeutica, la predisposizione e l’assunzione del consenso informato in ordine a tale farmaco sono affidati alla responsabilità esclusiva del singolo medico, senza che sia previsto alcun filtro di verifica da parte di un Comitato etico.
    La TRP –si legge nel parere– è in genere usata con l’indicazione clinica specifica di procurare la sospensione dello sviluppo puberale nei soli casi di pubertà precoce (“pubertà patologica”), quando cioè l’evoluzione incontrollata di tale processo patologico può accompagnarsi all’insorgere di danni gravi e permanenti, in ordine allo sviluppo osteoarticolare, muscolare o metabolico di un soggetto. L’estensione dell’uso del farmaco agli adolescenti affetti da DG, invece, per bloccare la “pubertà fisiologica” ad un preciso stadio di sviluppo, sarebbe volta a procurare una serie di “potenziali benefici attesi”, che vanno dall’ampliamento cronologico della finestra diagnostica, al fine di consentire al terapeuta un’osservazione più accurata di tutte le questioni legate all’identità di genere dell’adolescente, alla prevenzione di cambiamenti fisici irreversibili, tipici della pubertà, che nell’adolescente affetto da DG potrebbero essere fonte di disagio e sofferenza gravi, all’opportunità, nel caso in cui l’adolescente dovesse in seguito procedere ad un intervento di affermazione medica, di evitare cambiamenti fisici radicali, consentendo così in futuro un uso inferiore di ormoni, nonché interventi chirurgici meno invasivi.
  2. Nel formulare il parere, il CNB elabora una serie di raccomandazioni che si sostanziano nel considerare “giustificabile l’uso del farmaco in casi particolari, accertati, e valutati, dopo che sia stata effettuata la diagnosi di DG, possibilmente in una fase precoce, da una équipe multidisciplinare e specialistica […], che accompagni nel tempo gli adolescenti e le loro famiglie, per consentire di realizzare le aspettative nel modo meno traumatico possibile”[1], considerando proprio la particolare vulnerabilità psico-fisica dell’adolescente. In questo senso, si considera altresì auspicabile “l’elaborazione di un protocollo che definisca il percorso diagnostico-terapeutico in cui il farmaco sia utilizzato nel contesto di interventi psicologici, psicoterapeutici e psichiatrici, rivolti a rimuovere cause di sofferenza indotte da motivazioni sociali”, anche al fine di evitare “forme di automedicazione e trattamenti non adeguatamente monitorati dai medici specialisti a causa degli elevati rischi”. Si auspica infine che, “dato il costo e la prolungata durata della terapia, il SSN possa, come già raccomandato dal CNB per altri farmaci, prevedere una politica di accesso equo e omogeneo sul piano nazionale alla triptorelina”[2].
    Diverse perplessità nascono dalla lettura attenta del parere espresso dal CNB: perplessità che vengono, di seguito, esaminate nella dimensione multidisciplinare propria di un giudizio bioetico, che sarà fondato su un’analisi che include le prospettive scientifica, giuridica ed antropologica.
  3. Ebbene, in un’ottica propriamente scientifica, si può osservare come sorprenda non poco il fatto che nel parere del CNB manchi qualsiasi riferimento al principio di precauzione, a quella strategia complessa di gestione del rischio, cioè, cui in medicina si ricorre nelle ipotesi in cui non si abbia una certezza scientifica piena circa la portata dei potenziali effetti negativi di una determinata attività terapeutica. Nel caso della TRP, infatti, gli studi di follow up attualmente disponibili non permettono di escludere il rischio che la sospensione farmacologicamente indotta della pubertà fisiologica induca: a) conseguenze negative sulla crescita, sulla struttura scheletrica, sull’apparato cardio-vascolare, neurologico-cerebrale e metabolico e sulla fertilità dell’adolescente trattato; b) conseguenze sul suo sviluppo sessuale e su quello emotivo-cognitivo che da esso procede. Gli studi cui principalmente si accenna nella relazione tecnica allegata dall’AIFA, attengono in primis all’uso del farmaco con l’indicazione della sola “pubertà patologica”, ovvero precoce, laddove quelli direttamente condotti con l’indicazione della sospensione della pubertà fisiologica sono in uno stadio solamente preliminare, per cui è escluso che possa parlarsi ad oggi di evidenze scientifiche in senso stretto riguardo agli effetti della TRP per la indicazione della “pubertà fisiologica” appunto. Dunque a fronte dei “prevedibili benefici attesi”, segnalati in apertura, i rischi sono molteplici, consistenti e considerevoli e, dunque, proprio in forza del principio di precauzione sarebbe stato opportuno sconsigliare l’utilizzo di tale farmaco, almeno fino a quanto non si potrà disporre di studi scientificamente certi e completi in ordine alla totalità degli effetti che esso può dare.
    A fronte di tutto quanto appena detto, il CNB suggerisce, invece, come già visto, che si adottino misure tese a garantire un accesso equo ed omogeneo alla Triptorelina, il costo sociale dei cui trattamenti dovrebbe ricadere sul SSN. Ovviamente, la motivazione che spinge il Comitato a propendere per tale raccomandazione attiene all’alto tasso di comportamenti autolesionistici e suicidari diffusi tra gli adolescenti affetti da DG. Ma, in ordine a quest’ultima osservazione fa d’uopo precisare che: a) non esiste nessuna evidenza scientifica che provi l’efficacia della TRP quanto al superamento definitivo della DG, in quanto la sospensione farmacologicamente indotta del processo di maturazione puberale non ha come risultato immediato l’identificazione del genere identitario nell’adolescente e, dunque, la cessazione dei disturbi correlati alla disforia medesima; b) i pochi studi condotti su soggetti trattati con TRP provano che gli stessi, in percentuale altissime, accedono comunque alla chirurgia per il cambio del sesso e, come noto, tra la popolazione che si decide per tale intervento di affermazione medica i tassi di suicidio sono mediamente più alti di quelli riscontrabili presso la popolazione che ad esso non ricorre.
  4. In un’ottica giuridica, invece, preoccupa la quasi totale assenza, all’interno del parere del CNB, di ogni riferimento al principio di libera determinazione personale del paziente, presupposto per la configurazione, meglio, per il perfezionamento del consenso informato. Orbene, l’idea su cui si basa la logica del consenso informato è quella in base alla quale il paziente, come persona cosciente e responsabile, non può essere destinatario supino delle decisione medico-cliniche, ma è chiamato a cooperare con il personale sanitario in vista del conseguimento dell’obbiettivo di cura e guarigione. Egli deve dunque essere messo in condizione di scegliere per mezzo di un’adesione libera alla proposta terapeutica che gli sia prospettata, adesione che dovrebbe essere dialogata, ovvero oggetto di un confronto sereno e particolareggiato intervenuto in fase di programmazione della terapia, informata su ogni aspetto che riguarda l’esecuzione e i possibili effetti della stessa, e soprattutto attuale, ovvero circostanziata, che affondi cioè e si basi sulla contingenza della concreta situazione che egli si trova a vivere al momento di prestarla.
    In questo caso, invece, il minore, in una fase peraltro delicatissima del suo sviluppo fisico, psichico e cognitivo, quale è quella della preadolescenza, appare assolutamente non in grado di maturare, in nessun caso, un consenso autenticamente libero, volontario ed informato, non solo rispetto alle scelte che attengono alla determinazione del genere, ma anche rispetto alle complicanze che un simile trattamento può prospetticamente avere sulla sua vita, quanto ad esempio alla possibilità che siano compromesse le sue facoltà riproduttive. Il diritto/dovere a prestare tale consenso, allora,  spetterebbe a coloro i quali esercitano la responsabilità genitoriale o al tutore, i quali dovrebbero manifestarla tenendo conto della volontà del minore, in relazione alla sua età o al suo grado di maturità e avendo come scopo la tutela della salute psicofisica e della vita dello stesso.
    Ora, a parte il carattere “personalissimo” di tale tipo di scelta, che dunque dovrebbe poter essere esercitata in via esclusiva da parte di chi ne risulti effettivamente titolare, come agire nel caso in cui sorgano contrasti di volontà tra gli esercenti la potestà genitoriale e l’adolescente? Quale scelta prevarrebbe? Sarebbe forse l’intervento di un giudice? E sulla base di quali criteri questi deciderebbe, scientifici –ma la bibliografia internazionale sul punto al momento è, come detto, scarsa e saranno necessari anni prima che venga arricchita di nuovi studi– ovvero puramente volontaristici, e dunque a partire, ripetiamo, dalla volontà espressa da un pre-adolescente[3]?
  5. In un’ottica antropologica, infine, si registra la fatale assenza di qualsiasi riferimento, all’interno del parere del CNB, alla cultura montante dell’indifferenziazione sessuale che alimenta una mentalità diffusa di confusione, indistinzione e relativizzazione di tutto quanto attiene alla sfera del sesso biologico, oltre che della sessualità così come iscritta nella legge naturale. Lo dimostra l’uso dell’espressione “identità di genere” che ha portato alla eclissi definitiva quella di “identità sessuale”[4], segno fin troppo evidente del fatto che la cultura e la società hanno assimilato ormai compiutamente il lessico proposto dall’ideologia della gender theory. Cedere a questa costruzione ideologica è favorire: 1) la decostruzione delle realtà sessuata dell’essere umano; 2) la medicalizzazione di forme di orientamento sessuale, eventualmente omoerotico, che nulla hanno a che fare con le ipotesi di DG. Ebbene, riguardo al primo punto, si osserva come tutto il corpo dell’essere umano sia in realtà pervaso, fin dal concepimento ed in ognuna delle sue cellule, cromosomicamente, ormonalmente, gonadicamente, cerebralmente, psicologicamente e fenotipicamente (voce, capelli, peli, seni) dalla differenza sessuale. A partire dal corpo sessuato, nel panorama delle relazioni interpersonali, l’uomo elabora e sviluppa il suo genere, la sua identità sessuale, la sua identità personale. Con la scomparsa del dato corporeo, rimane solo l’inconsistenza della sovrastruttura linguistica, discorsiva, concettuale, filosofica, in assenza della natura a predominare è solo la cultura: è l’approdo alla filosofia costruttivista del tutto culturale di butleriana memoria[5]. Ogni ontologia scompare, ogni riferimento alla metafisica della sostanza è rimosso, lasciando in piedi solo il linguaggio e il suo discorso performativo.
    Riguardo al secondo punto, come ancora acutamente osservato dalla prof.ssa Morresi nella postilla in calce al parere del CNB, “la percezione di sé [da parte del pre-adolescente] come non congruente rispetto al genere di nascita potrebbe dipendere, invece, da un orientamento sessuale di tipo omosessuale, e non dalla propria identità di genere. Se così fosse, saremmo in presenza di un tentativo di “curare/modificare” un orientamento omosessuale mediante un percorso di transizione di genere, interferendo con lo sviluppo dell’orientamento sessuale”[6]. Come ampiamente provato dalla letteratura scientifica, cioè, se in età adolescenziale le pulsioni omoerotiche sono necessarie, fisiologiche e il più delle volte destinate a passare con l’approdo alla fase adulta post-puberale e il completo sviluppo della identità genitale, l’uso della TRP in queste fasi tenderebbe a impedire, ostacolare, sfavorire, per di più farmacologicamente, tali dinamiche di affermazione della propria sessualità identitaria, generando dunque un effetto esattamente opposto a quello atteso[7].

Antonio Casciano

[1]   Comitato Nazionale per la Bioetica, Parere in merito alla richiesta di AIFA sulla eticità dell’uso del farmaco Triptorelina per il trattamento di adolescenti con diforia di genere, del 23 luglio 2018, p. 7.

[2]   Ivi, p. 8.

[3]   Ivi, p. 13. Nella Postilla comparsa in calce al documento, a firma della prof.ssa Assuntina Moresi, si legge: “Gli adolescenti possono essere intensamente focalizzati sui propri desideri immediati, manifestando di conseguenza frustrazione e risentimento di fronte a qualsiasi ritardo nel ricevere il trattamento medico da cui ritengono trarre beneficio, e al quale si sentono autorizzati” e che “questo intenso focus sui bisogni immediati può creare problemi nell’assicurare che gli adolescenti siano cognitivamente e emotivamente capaci di prendere decisioni che cambiano la vita, per modificare il proprio nome o marker di genere, iniziare la terapia ormonale (che può influire sulla fertilità) o procedere con un intervento chirurgico”. In nota: American Psycological Association, Guidelines for Psycological Practice With Transgender and Gender Nonconforming People, Am. Psycol. (2015) 70, 832-64.

[4]   Rose, E., Verità e Splendore della differenza sessuale, Cantagalli, Siena, 2014, p. 290-91.

[5]   Butler, J., Scambi di genere. Identità, sesso e desiderio, Feltrinelli, 2004, p. 10.

[6]   Comitato Nazionale per la Bioetica, Parere in merito alla richiesta di AIFA, cit., Postilla, cit., p. 12.  

[7]   Tale processo è esemplarmente descritto in Sgreccia, E., Manuale di Bioetica, vol. 2, Vita e Pensiero, 2002, p. 142.

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Cannabis: chiudete quei negozi

Cannabis: chiudete quei negozi

Il Prof. Giovanni Serpelloni, per lunghi anni apprezzato Capo Dipartimento Anti-Droga della Presidenza del Consiglio, attualmente – fra l’altro – Senior NR Fellow University of Florida Drug Policy Institute, Department of Psychiatry in the College of Medicine, ha scritto la lettera aperta che segue al ministro per la Famiglia e le Disabilità on. Lorenzo Fontana. La pubblichiamo, col consenso dell’autore, perché costituisce un interessante aggiornamento sui c.d. cannabis shop. (altro…)

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Consiglio superiore di Sanità: parere sulla commercializzazione di prodotti a base di cannabis

Consiglio superiore di Sanità: parere sulla commercializzazione di prodotti a base di cannabis

Pubblichiamo, ricavandolo dal sito del Ministero della Salute, il testo del parere deciso nella seduta del 10 aprile 2018 dal Consiglio superiore di Sanità sulla commercializzazione della c.d. cannabis light. Il parere è stato reso noto dal Ministro Giulia Grillo con una nota del 22 giugno 2018, nella quale si precisa che “sui profili relativi alla liceità della vendita lo scorso 17 aprile il precedente Ministro ha chiesto un parere – ad oggi non ancora reso per i necessari approfondimenti istruttori – alla Avvocatura dello Stato e alle altre Amministrazioni competenti”A parte pubblichiamo un commento sulla vicenda del prof. Giovanni Serpelloni.
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UK: dopo Alfie i giudici uccidono anche la famiglia?

UK: dopo Alfie i giudici uccidono anche la famiglia?

di Aldo Rocco Vitale

Lo scorso 30 maggio 2018, presso l’Università di Liverpool Sir James Munby, President of the family Division of the High Court and Head family justice for England and Wales, ha dichiarato non soltanto che è oramai finita l’epoca della famiglia classicamente intesa, ma altresì che tale fine è da accogliere positivamente e applaudire.[1]

Sir Munby ritiene, infatti, che bisogna accettare il fatto che in Inghilterra la famiglia assume oramai una varietà infinita di forme poiché vi sono matrimoni tra persone di fede non cristiana, persone che vivono insieme come coppie sposate o non sposate con altre persone dello stesso o di diverso sesso, bambini allevati da uno, due o anche tre genitori, sposati o non sposati che possono essere e non essere i loro genitori naturali, bambini con genitori di diversa fede, etnia o nazionalità, bambini di relazioni poligame, bambini allevati da genitori dello stesso sesso, concepiti tramite inseminazione artificiale con donatore di gameti o risultato degli accordi di maternità surrogata.

Tutto ciò, secondo il vertice della giurisdizione del diritto di famiglia inglese, deve essere visto di buon grado poiché, come già detto, segna il passaggio dalla fine dell’era della famiglia tradizionale all’era di una nuova concezione della famiglia.

Ovviamente, aggiunge, Sir James Munby, anche il diritto di famiglia deve necessariamente adeguarsi alle novità introdotte a livello sociale poiché, secondo tale visione, il diritto deve adattarsi alla realtà e con esso il ruolo dei giuristi come legislatori e giudici.

A corredo della notizia, fornita lo scorso 1 giugno dal quotidiano “The Telegraph”, vengono peraltro forniti due significativi grafici sull’andamento generale della legalizzazione delle unioni civili prima e dei matrimoni tra persone del medesimo sesso poi, e sui numeri (percentuali, andamento, costi, fasce di età prevalenti ecc ) dei divorzi in genere, la cui contrazione è  strettamente interconnessa alla parallela diminuzione dei matrimoni che oramai da anni si registra.

 

table on same sex marriage

 

table on divorces

 

Dall’analisi, seppur estremamente sintetica, di un simile scenario non possono che trarsi alcune riflessioni di carattere logico, giuridico ed etico.

Sul piano puramente logico si impongono tre considerazioni.

In primo luogo: se la famiglia è sostanzialmente morta, come trionfalmente annuncia Sir James Munby, non si comprende quale sia il motivo per cui debba ancora esistere il diritto di famiglia con le relative procedure, regole, e corti ad esso specificamente dedicate.

In secondo luogo: ritenere che tutto debba essere considerato famiglia poiché oramai non esiste e non può esistere una univoca concezione di famiglia, significa non soltanto che se tutto, cioè qualsiasi tipo di unione, è famiglia, nulla, cioè qualunque tipo di unione, è realmente famiglia, ma anche e soprattutto che se un tale paradigma fosse davvero applicabile anche ad altri ambiti del diritto l’intero ordinamento crollerebbe su se stesso.

Cosa accadrebbe, infatti, se una simile logica si dovesse ritenere applicabile da parte di certuni, per esempio, all’ambito penalistico? Perché punire il furto se molti rubano dimostrando di possedere una concezione “fluida” del diritto di proprietà? E se i furti fossero in aumento, dimostrando la crescente diffusione della prassi criminale a livello sociale, perché ostinarsi a punirli invece di accettare il fatto che oramai non possono più essere perseguiti in virtù di una accresciuta dinamica sociale in cui la proprietà non può più essere intesa e tutelata nel modo classico e tradizionale?

La fluidità della ratio giuridica e della natura degli istituti non è forse la causa diretta dell’attuale crisi generale del diritto che sta attraversando l’intera civiltà occidentale?

In terzo luogo: tra le righe del ragionamento di Sir James Munby, che pur fedelmente descrive la realtà, si intuisce, senza neanche eccessivi sforzi ermeneutici, che vi è un rapporto di proporzionalità diretta tra la diffusione di certe pratiche a livello sociale – come per esempio l’inseminazione artificiale eterologa o l’utero in affitto – e la desuetudine dell’istituto giuridico della famiglia naturale monogamica, a dimostrazione che i timori di coloro i quali hanno sempre denunciato i rischi di distruzione della famiglia in seguito alla legalizzazione di certe dinamiche sociali – come per esempio le unioni tra persone dello stesso sesso o quelle poligamiche – erano e sono più che reali e fondati.

Resta da comprendere, tuttavia, se la fine della famiglia sia un effetto naturale o artificiale, nel senso per cui occorre comprendere ancora se tali esiti si sono prodotti spontaneamente o se, invece, come sembra, siano stati espressamente provocati incoraggiando la diffusione delle predette pratiche d ingegneria sociale allo scopo precipuo di causare la fine della famiglia tradizionalmente intesa.

Sul piano giuridico, invece, si impongono due riflessioni.

In primo luogo: se il diritto in genere e il diritto di famiglia in particolare devono semplicemente limitarsi a recepire ciò che accade a livello sociale, proprio in virtù della complessità valoriale che nella società si registra, perché continuare a limitare altre pratiche pur altrettanto diffuse come, per esempio, la cosiddetta “unione intergenerazionale” (altrimenti nota come pedofilia), o anche la necrofilia o la zoofilia.

Del resto, proprio in quest’ottica, la sezione giovanile del partito liberale svedese ha recentemente chiesto la legalizzazione della necrofilia e dell’incesto come riportato dal quotidiano “The Independent” già nel febbraio 2016 (https://www.independent.co.uk/news/world/europe/incest-and-necrophilia-should-be-legal-youth-swedish-liberal-peoples-party-a6891476.html).

In secondo luogo: se si accetta il principio per cui il diritto altro non dev’essere che la mera formalizzazione ope legis aut ope judicis delle diverse istanze sociali che di volta in volta si vengono a determinare nel corso del tempo, si rischia di accettare altresì una prospettiva a-contenutistica e formalistica del diritto medesimo, prospettiva che conduce direttamente a pericolose derive già storicamente accertate, come, per esempio, nel caso delle cosiddette “leggi di Norimberga”.

In un simile scenario si estrinseca, dunque, il paradosso per cui vengono giuridificate pratiche che sussistono nonostante la propria costitutiva e virulenta carica anti-giuridista; il diritto, infatti, viene travolto e stravolto nella sua sostanza e fin’anche nella sua funzione paideutica, cioè quella funzione per cui non tutto ciò che si ritiene possa essere fatto può realmente essere fatto in quanto, talvolta, il diritto può e deve dire no, altrimenti inverandosi il monito di Albert Camus secondo cui «dire di sì a tutto implica che si dica sì all’omicidio».

Infine vengono in rilievo due appunti di carattere etico.

In primo luogo: accettare, come da più parti si auspica che si accetti in quanto ampiamente diffuso, il ragionamento di Sir James Munby, significa capovolgere ogni dimensione etica, poiché si transita dall’etos della normatività alla normatività dell’etos, cioè, detto in parole povere, dall’idea che esistano un bene e un male, un giusto e un ingiusto a cui la coscienza e l’azione umana devono conformarsi, all’idea che il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, ritenuti in se stessi non esistenti, siano soltanto il prodotto della umana volontà.

Il problema non è secondario né trascurabile, perché segna il passaggio dal principio della libertà al principio dell’arbitrio assoluto, dall’etica della responsabilità all’etica del desiderio, dall’etica della comunità all’etica dell’individualismo, cioè, in definitiva, dall’etica della relazionalità all’etica dell’egoismo.

In secondo luogo: se l’istituto giuridico della famiglia è oramai estinto, occorre prendere atto anche delle conseguenze che da ciò discendono, cioè non soltanto della coeva fine della tradizione giuridica occidentale, ma anche della pensabilità stessa del legame politico che, onto-logicamente, sulla famiglia si costituisce.

Non a caso, sembra opportuno ricordare, la Costituzione italiana, per esempio, riconosce la famiglia come entità naturale pre-esistente all’ordinamento repubblicano dando testimonianza non soltanto della immodificabilità della struttura della famiglia secondo i modelli artificiali che oggi si vogliono affermare, ma anche che del legame socio-politico e giuridico italiano che sulla famiglia naturale esplicitamente si fonda.

In conclusione, la situazione grottesca in cui ci si trova e di cui tanto si compiace Sir James Munby, fa inevitabilmente sorgere i seguenti quesiti: se nel XX secolo la politica – così tanto dominata dagli influssi delle ideologie novecentesche – ha sottomesso e annientato il senso del diritto, non si rischia oggi, nel XXI secolo, di assistere al percorso inverso in cui il diritto – dominato da correnti ideologiche altrettanto pericolose – osa forse sottomettere e annientare il senso della politica cominciando proprio dalla tentazione di dichiarare morta la famiglia che ne è il presupposto? Si è ancora in tempo per invertire una simile tendenza o il tutto è oramai inevitabile?

La civiltà occidentale in genere e quella europea in particolare sono pronte a subire le nefaste conseguenze politiche, giuridiche ed etiche che da tutto ciò discenderanno?

[1] Il testo della relazione è reperibile presso il seguente sito internet: https://www.judiciary.uk/wp-content/uploads/2018/05/speech-by-pfd-what-is-family-law.pdf

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Corte di Giustizia Europea: non c’è obbligo di introdurre il matrimonio omosessuale nelle legislazioni nazionali

Corte di Giustizia Europea: non c’è obbligo di introdurre il matrimonio omosessuale nelle legislazioni nazionali

Con la sentenza della Grande Chambre della Corte di giustizia, nel caso C-673/16, Coman, del 5 giugno 2018 viene ridefinito il termine “coniuge” per quanto riguarda il Diritto dell’Unione Europea.
La questione pregiudiziale era stata proposta nell’ambito di un giudizio instaurato da un cittadino rumeno e da un cittadino statunitense, dello stesso sesso, che avevano contratto, in Belgio, un “matrimonio”. La coppia desiderava continuare il proprio legame, spostandosi in Romania, ma quest’ultimo Stato aveva rifiutato il diritto di soggiorno al partner statunitense. In Romania, infatti, non è consentito il matrimonio tra persone dello stesso sesso. La coppia ricorrente invocava la libertà di circolazione delle persone e dei familiari a sostegno del proprio ricorso.
La Corte ha dato ragione ai partner, affermando che “uno Stato membro non può invocare la propria normativa nazionale per opporsi al riconoscimento, sul proprio territorio, ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato terzo, del matrimonio da questo contratto con un cittadino dell’Unione dello stesso sesso in un altro Stato membro in conformità della normativa di quest’ultimo” (§. 36 della decisione); in caso contrario, risulterebbe violato l’art. 21, par. 1, TFUE, il quale, come è noto, stabilisce che “Ogni cittadino dell’Unione ha il diritto di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, fatte salve le limitazioni e le condizioni previste dai trattati e dalle disposizioni adottate in applicazione degli stessi”.
  Nondimeno, il giudice di Lussemburgo, nella decisione, ha ribadito che “lo stato civile, a cui sono riconducibili le norme relative al matrimonio, è una materia che rientra nella competenza degli Stati membri” e che, pertanto, questi ultimi “sono dunque liberi di prevedere o meno il matrimonio tra persone del medesimo sesso” (§. 37).
Secondo la Corte “l’obbligo per uno Stato membro di riconoscere un matrimonio tra persone dello stesso sesso contratto in un altro Stato membro conformemente alla normativa di quest’ultimo, ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato terzo” non si estende fino a imporre “di prevedere, nella normativa nazionale, l’istituto del matrimonio tra persone dello stesso sesso”, ma “è circoscritto al riconoscimento di siffatti matrimoni, contratti in un altro Stato membro in conformità della normativa di quest’ultimo, e ciò unicamente ai fini dell’esercizio dei diritti conferiti a tali persone dal diritto dell’Unione” (§. 45). Non appare quindi giustificata l’enfasi mediatica con la quale questa pur opinabile sentenza della Corte di Giustizia Ue è stata presentata da gran parte dei media, all’insegna dell’obbligo (che – come si è visto – non esiste) di introdurre il matrimonio same sex in ogni Stato dell’Unione.
***

SENTENZA DELLA CORTE (Grande Sezione)
5 giugno 2018

«Rinvio pregiudiziale – Cittadinanza dell’Unione – Articolo 21 TFUE – Diritto dei cittadini dell’Unione di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri – Direttiva 2004/38/CE – Articolo 3 – Aventi diritto – Familiari del cittadino dell’Unione – Articolo 2, punto 2, lettera a) – Nozione di “coniuge” – Matrimonio tra persone dello stesso sesso – Articolo 7 – Diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi – Diritti fondamentali»

Nella causa C‑673/16,

avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dalla Curtea Constituţională (Corte costituzionale, Romania), con decisione del 29 novembre 2016, pervenuta in cancelleria il 30 dicembre 2016, nel procedimento

Relu Adrian Coman,

Robert Clabourn Hamilton,

Asociaţia Accept

contro

Inspectoratul General pentru Imigrări,

Ministerul Afacerilor Interne,

con l’intervento di:

Consiliul Naţional pentru Combaterea Discriminării,

LA CORTE (Grande Sezione),

composta da K. Lenaerts, presidente, A. Tizzano, vicepresidente, R. Silva de Lapuerta, M. Ilešič (relatore), J.L. da Cruz Vilaça, A. Rosas, C.G. Fernlund e C. Vajda, presidenti di sezione, E. Juhász, A. Arabadjiev, M. Safjan, D. Šváby, M. Berger, E. Jarašiūnas ed E. Regan, giudici,

avvocato generale: M. Wathelet

cancelliere: R. Șereș, amministratore

vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 21 novembre 2017,

considerate le osservazioni presentate:

–        per R.A. Coman e R.C. Hamilton, da R. Iordache e R. Wintemute, consilieri, nonché da R.‑I. Ionescu, avocat;

–        per la Asociaţia Accept, da R. Iordache e R. Wintemute, consilieri, nonché da R.‑I. Ionescu, avocat, assistiti da J.F. MacLennan, solicitor;

–        per il governo rumeno, inizialmente da  R.-H. Radu nonchè da C. M. Florescu, E. Gane e R. Mangu, poi da C.‑R. Canţăr nonché da C. M. Florescu, E. Gane e R. Mangu, in qualità di agenti;

–        per il Consiliul Naţional pentru Combaterea Discriminării, da C.F. Asztalos, M. Roşu e C. Vlad, in qualità di agenti;

–        per il governo lettone, da I. Kucina e V. Soņeca, in qualità di agenti;

–        per il governo ungherese, da M.Z. Fehér, G. Koós e M.M. Tátrai, in qualità di agenti;

–        per il governo dei Paesi Bassi, da M.A.M. de Ree e K. Bulterman, in qualità di agenti;

–        per il governo polacco, da B. Majczyna, M. Kamejsza-Kozłowska e M. Szwarc, in qualità di agenti;

–        per la Commissione europea, da L. Nicolae, E. Montaguti e I.V. Rogalski, in qualità di agenti,

sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza dell’11 gennaio 2018,

ha pronunciato la seguente

Sentenza

1        La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 2, punto 2, lettera a), dell’articolo 3, paragrafo 1 e paragrafo 2, lettere a) e b), nonché dell’articolo 7, paragrafo 2, della direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, che modifica il regolamento (CEE) n. 1612/68 ed abroga le direttive 64/221/CEE, 68/360/CEE, 72/194/CEE, 73/148/CEE, 75/34/CEE, 75/35/CEE, 90/364/CEE, 90/365/CEE e 93/96/CEE (GU 2004, L 158, pag. 77, e rettifica in GU 2004, L 229, pag. 35, e GU 2005, L 197, pag. 34).

2        Tale domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia tra i sigg. Relu Adrian Coman e Robert Clabourn Hamilton nonché l’Asociaţia Accept (in prosieguo, congiuntamente: «Coman e a.»), da un lato, e l’Inspectoratul General pentru Imigrări (Ispettorato generale per l’Immigrazione, Romania) (in prosieguo: l’«Ispettorato») e il Ministerul Afacerilor Interne (Ministero degli Affari interni, Romania), dall’altro, in merito ad una domanda relativa alle condizioni di concessione al sig. Hamilton di un diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi in Romania.

 Contesto normativo

 Il diritto dell’Unione

3        Il considerando 31 della direttiva 2004/38 enuncia quanto segue:

«(31)      La presente direttiva rispetta i diritti e le libertà fondamentali e osserva i principi riconosciuti segnatamente dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. In conformità con il divieto di discriminazione contemplato nella Carta gli Stati membri dovrebbero dare attuazione alla presente direttiva senza operare tra i beneficiari della stessa alcuna discriminazione fondata su motivazioni quali sesso, razza, colore della pelle, origine etnica o sociale, caratteristiche genetiche, lingua, religione o convinzioni personali, opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, appartenenza ad una minoranza etnica, patrimonio, nascita, handicap, età o tendenze sessuali».

4        L’articolo 2 di tale direttiva, rubricato «Definizioni», al punto 2, lettere a) e b), prevede quanto segue:

«Ai fini della presente direttiva, si intende per:

(…)

2)      “familiare”:

  1. a)      il coniuge;
  2. b)      il partner che abbia contratto con il cittadino dell’Unione un’unione registrata sulla base della legislazione di uno Stato membro, qualora la legislazione dello Stato membro ospitante equipari l’unione registrata al matrimonio e nel rispetto delle condizioni previste dalla pertinente legislazione dello Stato membro ospitante;

(…)».

5        L’articolo 3 di detta direttiva, intitolato «Aventi diritto», dispone quanto segue:

«1. La presente direttiva si applica a qualsiasi cittadino dell’Unione che si rechi o soggiorni in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza, nonché ai suoi familiari ai sensi dell’articolo 2, punto 2, che accompagnino o raggiungano il cittadino medesimo.

  1. Senza pregiudizio del diritto personale di libera circolazione e di soggiorno dell’interessato lo Stato membro ospitante, conformemente alla sua legislazione nazionale, agevola l’ingresso e il soggiorno delle seguenti persone:
  2. a)      ogni altro familiare, qualunque sia la sua cittadinanza, non definito all’articolo 2, punto 2, se è a carico o convive, nel paese di provenienza, con il cittadino dell’Unione titolare del diritto di soggiorno a titolo principale o se gravi motivi di salute impongono che il cittadino dell’Unione lo assista personalmente;
  3. b)      il partner con cui il cittadino dell’Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata.

Lo Stato membro ospitante effettua un esame approfondito della situazione personale e giustifica l’eventuale rifiuto del loro ingresso o soggiorno».

6        L’articolo 7 della medesima direttiva, intitolato «Diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi», ha il seguente tenore:

«1.      Ciascun cittadino dell’Unione ha il diritto di soggiornare per un periodo superiore a tre mesi nel territorio di un altro Stato membro, a condizione:

  1. a)      di essere lavoratore subordinato o autonomo nello Stato membro ospitante; o
  2. b)      di disporre, per se stesso e per i propri familiari, di risorse economiche sufficienti, affinché non divenga un onere a carico dell’assistenza sociale dello Stato membro ospitante durante il periodo di soggiorno, e di un’assicurazione malattia che copra tutti i rischi nello Stato membro ospitante; o
  3. c)      –      di essere iscritto presso un istituto pubblico o privato, riconosciuto o finanziato dallo Stato membro ospitante in base alla sua legislazione o prassi amministrativa, per seguirvi a titolo principale un corso di studi inclusa una formazione professionale;

–      di disporre di un’assicurazione malattia che copre tutti i rischi nello Stato membro ospitante e di assicurare all’autorità nazionale competente, con una dichiarazione o con altro mezzo di sua scelta equivalente, di disporre, per se stesso e per i propri familiari, di risorse economiche sufficienti, affinché non divenga un onere a carico dell’assistenza sociale dello Stato membro ospitante durante il suo periodo di soggiorno; o

–      di essere un familiare che accompagna o raggiunge un cittadino dell’Unione rispondente alle condizioni di cui alle lettere a), b) o c).

  1. Il diritto di soggiorno di cui al paragrafo 1 è esteso ai familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro quando accompagnino o raggiungano nello Stato membro ospitante il cittadino dell’Unione, purché questi risponda alle condizioni di cui al paragrafo 1, lettere a), b) o c).
  2. Ai sensi del paragrafo 1, lettera a), il cittadino dell’Unione che abbia cessato di essere un lavoratore subordinato o autonomo conserva la qualità di lavoratore subordinato o autonomo nei seguenti casi:
  3. a)      l’interessato è temporaneamente inabile al lavoro a seguito di una malattia o di un infortunio;
  4. b)      l’interessato, trovandosi in stato di disoccupazione involontaria debitamente comprovata dopo aver esercitato un’attività per oltre un anno, si è registrato presso l’ufficio di collocamento competente al fine di trovare un lavoro;
  5. c)      l’interessato, trovandosi in stato di disoccupazione involontaria debitamente comprovata al termine di un contratto di lavoro di durata determinata inferiore ad un anno o venutosi a trovare in tale stato durante i primi dodici mesi, si è registrato presso l’ufficio di collocamento competente al fine di trovare un lavoro. In tal caso, l’interessato conserva la qualità di lavoratore subordinato per un periodo che non può essere inferiore a sei mesi;
  6. d)      l’interessato segue un corso di formazione professionale. Salvo il caso di disoccupazione involontaria, la conservazione della qualità di lavoratore subordinato presuppone che esista un collegamento tra l’attività professionale precedentemente svolta e il corso di formazione seguito.
  7. In deroga al paragrafo 1, lettera d) e al paragrafo 2, soltanto il coniuge, il partner che abbia contratto un’unione registrata prevista all’articolo 2, punto 2, lettera b) e i figli a carico godono del diritto di soggiorno in qualità di familiari di un cittadino dell’Unione che soddisfa le condizioni di cui al paragrafo 1, lettera c). L’articolo 3, paragrafo 2, si applica ai suoi ascendenti diretti e a quelli del coniuge o partner registrato».

 Il diritto rumeno

7        L’articolo 259, paragrafi 1 e 2, del Codul Civil (codice civile) dispone quanto segue:

«1.      Il matrimonio è l’unione di un uomo e di una donna fondata sul loro libero consenso, contratta alle condizioni previste dalla legge.

  1.       L’uomo e la donna hanno diritto di sposarsi allo scopo di costituire una famiglia».

8        L’articolo 277, paragrafi 1, 2 e 4, del codice civile è così formulato:

«1.      Il matrimonio tra persone dello stesso sesso è vietato.

  1. I matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti o conclusi all’estero sia da cittadini rumeni sia da cittadini stranieri non vengono riconosciuti in Romania. (…)
  2. Le disposizioni di legge riguardo alla libera circolazione nel territorio della Romania dei cittadini degli Stati membri dell’Unione europea e dello Spazio economico europeo rimangono applicabili».

 Procedimento principale e questioni pregiudiziali

9        Il sig. Coman, cittadino rumeno e americano, e il sig. Hamilton, cittadino americano, si sono conosciuti a New York (Stati Uniti), nel mese di giugno 2002, ed hanno convissuto in tale città dal maggio 2005 al maggio 2009. Il sig. Coman si è poi stabilito a Bruxelles (Belgio) per lavorare presso il Parlamento europeo in qualità di assistente parlamentare, mentre il sig. Hamilton è rimasto a New York. Si sono sposati a Bruxelles il 5 novembre 2010.

10      Nel marzo 2012 il sig. Coman ha lasciato le sue funzioni al Parlamento, pur continuando a vivere a Bruxelles, dove ha ricevuto l’indennità di disoccupazione fino al gennaio 2013.

11      Nel mese di dicembre 2012, i sigg. Coman e Hamilton si sono rivolti all’Ispettorato per ottenere informazioni circa la procedura e le condizioni in cui il sig. Hamilton, che non è cittadino dell’Unione, potesse ottenere, in quanto familiare del sig. Coman, il diritto di soggiornare legalmente in Romania per un periodo superiore a tre mesi.

12      L’11 gennaio 2013, in risposta a tale richiesta, l’Ispettorato ha informato i sigg. Coman e Hamilton che quest’ultimo godeva soltanto di un diritto di soggiorno di tre mesi, giacché, trattandosi di persone dello stesso sesso, il matrimonio non è riconosciuto, conformemente al codice civile, e che, inoltre, non può essere concessa la proroga del diritto di soggiorno temporaneo del sig. Hamilton in Romania a titolo di ricongiungimento familiare.

13      Il 28 ottobre 2013, Coman e a. hanno proposto dinanzi alla Judecătoria Sectorului 5 București (Tribunale di primo grado del settore 5 di Bucarest, Romania) un ricorso contro l’Ispettorato diretto a far dichiarare l’esistenza di una discriminazione fondata sull’orientamento sessuale, per quanto riguarda l’esercizio del diritto di libera circolazione nell’Unione, e ad ottenere la condanna dell’Ispettorato a porre fine alla discriminazione stessa e versare loro un risarcimento del danno morale dagli stessi subito.

14      Nell’ambito di tale controversia essi hanno sollevato un’eccezione di incostituzionalità dell’articolo 277, paragrafi 2 e 4, del codice civile. Coman e a. ritengono infatti che il mancato riconoscimento dei matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti all’estero, ai fini dell’esercizio del diritto di soggiorno, configuri una violazione delle disposizioni della Costituzione rumena che tutelano il diritto alla vita intima, familiare e privata nonché delle disposizioni relative al principio di uguaglianza.

15      Con ordinanza del 18 dicembre 2015, la Judecătoria Sectorului 5 București (Tribunale di primo grado del settore 5 di Bucarest) ha adito la Curtea Constituțională (Corte costituzionale, Romania) affinché questa si pronunciasse su detta eccezione.

16      La Curtea Constituțională (Corte costituzionale) rileva che la presente causa verte sul riconoscimento di un matrimonio legalmente contratto all’estero tra un cittadino dell’Unione e il suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di uno Stato terzo, alla luce del diritto alla vita familiare e del diritto alla libera circolazione, esaminati sotto il profilo del divieto di discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale. In tale contesto, detto giudice nutre dubbi sull’interpretazione da dare a varie nozioni utilizzate nelle disposizioni rilevanti della direttiva 2004/38, interpretate alla luce della Carta dei diritti fondamentali (in prosieguo: la «Carta») e della recente giurisprudenza della Corte e della Corte europea dei diritti dell’Uomo.

17      Ciò considerato, la Curtea Constituțională (Corte costituzionale) ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:

«1)       Se il termine “coniuge”, ai sensi dell’articolo 2, punto 2, lettera a), della direttiva 2004/38, in combinato disposto con gli articoli 7, 9, 21 e 45 della Carta, comprenda il coniuge dello stesso sesso, proveniente da uno Stato che non è membro dell’Unione europea, di un cittadino dell’Unione europea con il quale il cittadino si è legalmente sposato in base alla legge di uno Stato membro diverso da quello ospitante.

2)      In caso di risposta affermativa, se gli articoli 3, paragrafo 1, e 7, paragrafo [2], della direttiva 2004/38, in combinato disposto con gli articoli 7, 9, 21 e 45 della Carta, richiedano che lo Stato membro ospitante conceda il diritto di soggiorno sul proprio territorio per un periodo superiore a tre mesi al coniuge dello stesso sesso di un cittadino dell’Unione.

3)       In caso di risposta negativa alla prima questione, se il coniuge dello stesso sesso, proveniente da uno Stato che non è membro dell’Unione europea, di un cittadino dell’Unione europea con il quale il cittadino si è legalmente sposato in base alla legge di uno Stato membro diverso da quello ospitante, possa essere qualificato come “ogni altro familiare, (…)” ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2004/38 o “partner con cui il cittadino dell’Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata” ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 2, lettera b), della direttiva 2004/38, con il corrispondente obbligo dello Stato ospitante di agevolare l’ingresso e il soggiorno dello stesso, anche se lo Stato ospitante non riconosce i matrimoni tra persone dello stesso sesso né prevede qualsiasi altra forma alternativa di riconoscimento giuridico, come le unioni registrate.

4)       In caso di risposta affermativa alla terza questione, se gli articoli 3, paragrafo 2, e 7, paragrafo 2, della direttiva 2004/38, in combinato disposto con gli articoli 7, 9, 21 e 45 della Carta, richiedano che lo Stato membro ospitante conceda il diritto di soggiorno sul proprio territorio per un periodo superiore a tre mesi al coniuge dello stesso sesso di un cittadino dell’Unione europea».

 Sulle questioni pregiudiziali

 Osservazioni preliminari

18      Si deve ricordare che, conformemente ad una costante giurisprudenza della Corte, la direttiva 2004/38 mira ad agevolare l’esercizio del diritto primario e individuale di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, conferito direttamente ai cittadini dell’Unione dall’articolo 21, paragrafo 1, TFUE e che la direttiva suddetta ha segnatamente l’obiettivo di rafforzare tale diritto (sentenze del 12 marzo 2014, O. e B., C‑456/12, EU:C:2014:135, punto 35; del 18 dicembre 2014, McCarthy e a., C‑202/13, EU:C:2014:2450, punto 31, nonché del 14 novembre 2017, Lounes, C‑165/16, EU:C:2017:862, punto 31).

19      A norma del suo articolo 3, paragrafo 1, la direttiva 2004/38 si applica a qualsiasi cittadino dell’Unione che si rechi o soggiorni in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza, nonché ai suoi familiari, ai sensi dell’articolo 2, punto 2, della medesima direttiva, che accompagnino o raggiungano il cittadino medesimo.

20      Al riguardo, come la Corte ha più volte dichiarato, da un’interpretazione letterale, sistematica e teleologica delle disposizioni della direttiva 2004/38 risulta che quest’ultima disciplina unicamente le condizioni di ingresso e di soggiorno di un cittadino dell’Unione negli Stati membri diversi da quello di cui egli ha la cittadinanza e non consente di fondare un diritto di soggiorno derivato a favore dei cittadini di uno Stato terzo, familiari di un cittadino dell’Unione, nello Stato membro di cui tale cittadino possieda la cittadinanza (v., in tal senso, sentenze del 12 marzo 2014, O. e B., C‑456/12, EU:C:2014:135, punto 37; del 10 maggio 2017, Chavez-Vilchez e a., C‑133/15, EU:C:2017:354, punto 53, nonché del 14 novembre 2017, Lounes, C‑165/16, EU:C:2017:862, punto 33).

21      Nella fattispecie, come illustrato ai punti da 9 a 11 della presente sentenza, il sig. Coman, cittadino rumeno e statunitense, e il sig. Hamilton, cittadino americano, si sono rivolti all’Ispettorato per ottenere informazioni circa la procedura e le condizioni in cui il sig. Hamilton potesse ottenere, in qualità di familiare del sig. Coman, un diritto di soggiorno derivato in Romania, Stato membro di cui il sig. Coman possiede la cittadinanza. Ne consegue che la direttiva 2004/38, di cui il giudice del rinvio chiede l’interpretazione, non può fondare un diritto di soggiorno derivato a favore del sig. Hamilton.

22      Ciò posto, come la Corte ha in più occasioni dichiarato, benché formalmente il giudice del rinvio abbia limitato le proprie questioni all’interpretazione delle disposizioni della direttiva 2004/38, tale circostanza non osta a che la Corte gli fornisca tutti gli elementi interpretativi del diritto dell’Unione che possano risultare utili per definire la controversia sottoposta al suo esame, a prescindere dal fatto che detto giudice vi abbia fatto riferimento o meno nel formulare le proprie questioni (v., in tal senso, sentenze del 10 maggio 2017, Chavez-Vilchez e a., C‑133/15, EU:C:2017:354, punto 48, nonché del 14 novembre 2017, Lounes, C‑165/16, EU:C:2017:862, punto 28 e giurisprudenza ivi citata).

23      In proposito, la Corte ha già riconosciuto, in alcuni casi, che cittadini di Stati terzi, familiari di un cittadino dell’Unione, che non potevano beneficiare, sulla base delle disposizioni della direttiva 2004/38, di un diritto di soggiorno derivato nello Stato membro di cui tale cittadino avesse la cittadinanza, potevano tuttavia vedersi riconosciuto detto diritto sulla base dell’articolo 21, paragrafo 1, TFUE (sentenza del 14 novembre 2017, Lounes, C‑165/16, EU:C:2017:862, punto 46).

24      In particolare, la Corte ha dichiarato che, quando, nel corso di un soggiorno effettivo del cittadino dell’Unione in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza, ai sensi e nel rispetto delle condizioni poste dalla direttiva 2004/38, si sia sviluppata o consolidata una vita familiare in quest’ultimo Stato membro, l’effetto utile dei diritti che al cittadino dell’Unione interessato derivano dall’articolo 21, paragrafo 1, TFUE impone che la vita familiare che tale cittadino abbia condotto nello Stato membro suddetto possa proseguire al suo ritorno nello Stato membro di cui possiede la cittadinanza, grazie alla concessione di un diritto di soggiorno derivato al familiare interessato, cittadino di uno Stato terzo. Difatti, in mancanza di un siffatto diritto di soggiorno derivato, detto cittadino dell’Unione potrebbe essere dissuaso dal lasciare lo Stato membro di cui possiede la cittadinanza al fine di avvalersi del suo diritto di soggiorno, ai sensi dell’articolo 21, paragrafo 1, TFUE, in un altro Stato membro, per il fatto di non avere la certezza di poter proseguire nello Stato membro di origine una vita familiare in tal modo sviluppata o consolidata nello Stato membro ospitante (v., in tal senso, sentenza del 12 marzo 2014, O. e B., C‑456/12, EU:C:2014:135, punto 54 e giurisprudenza ivi citata).

25      Per quanto riguarda le condizioni di concessione di tale diritto di soggiorno derivato, la Corte ha sottolineato che queste non devono essere più rigorose di quelle previste dalla direttiva 2004/38 per la concessione di un simile diritto di soggiorno a un cittadino di uno Stato terzo, familiare di un cittadino dell’Unione che abbia esercitato il proprio diritto di libera circolazione stabilendosi in uno Stato membro diverso da quello di cui possiede la cittadinanza. Infatti, alla situazione descritta al punto precedente si deve applicare per analogia la direttiva citata (v., in tal senso, sentenze del 12 marzo 2014, O. e B., C‑456/12, EU:C:2014:135, punti 50 e 61; del 10 maggio 2017, Chavez-Vilchez e a., C‑133/15, EU:C:2017:354, punti 54 e 55, nonché del 14 novembre 2017, Lounes, C‑165/16, EU:C:2017:862, punto 61).

26      Nella fattispecie, le questioni sollevate dal giudice del rinvio si fondano sulla premessa per cui il sig. Coman, durante il suo soggiorno effettivo in Belgio ai sensi dell’articolo 7, paragrafo 1, della direttiva 2004/38, ha sviluppato o consolidato in tale occasione una vita familiare con il sig. Hamilton.

27      Occorre rispondere alle questioni poste dal giudice del rinvio alla luce delle considerazioni sopra svolte.

 Sulla prima questione

28      Con la sua prima questione il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se, in una situazione in cui un cittadino dell’Unione abbia esercitato la sua libertà di circolazione, recandosi e soggiornando in modo effettivo, conformemente alle condizioni di cui all’articolo 7, paragrafo 1, della direttiva 2004/38, in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza, e in tale occasione abbia sviluppato o consolidato una vita familiare con un cittadino di uno Stato terzo dello stesso sesso, al quale si è unito con un matrimonio legalmente contratto nello Stato membro ospitante, l’articolo 21, paragrafo 1, TFUE debba essere interpretato nel senso che osta a che le autorità competenti dello Stato membro di cui il cittadino dell’Unione ha la cittadinanza rifiutino di concedere un diritto di soggiorno sul territorio di detto Stato membro al predetto cittadino di uno Stato terzo, per il fatto che il diritto dello Stato membro di cui trattasi non prevede il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

29      Occorre ricordare che, in quanto cittadino rumeno, il sig. Coman gode, ai sensi dell’articolo 20, paragrafo 1, TFUE, dello status di cittadino dell’Unione.

30      A tale riguardo, la Corte ha ripetutamente affermato che lo status di cittadino dell’Unione è destinato ad essere lo status fondamentale dei cittadini degli Stati membri (v. sentenze del 20 settembre 2001, Grzelczyk, C‑184/99, EU:C:2001:458, punto 31; dell’8 marzo 2011, Ruiz Zambrano, C‑34/09, EU:C:2011:124, punto 41, e del 2 giugno 2016, Bogendorff von Wolffersdorff, C‑438/14, EU:C:2016:401, punto 29).

31      Come risulta dalla giurisprudenza della Corte, un cittadino di uno Stato membro che, come nel procedimento principale, nella sua qualità di cittadino dell’Unione abbia esercitato la propria libertà di circolare e di soggiornare in uno Stato membro diverso dal suo Stato membro d’origine, può avvalersi dei diritti connessi a tale qualità, in particolare di quelli previsti dall’articolo 21, paragrafo 1, TFUE, anche, eventualmente, nei confronti del suo Stato membro d’origine (v., in tal senso, sentenze del 23 ottobre 2007, Morgan e Bucher, C‑11/06 e C‑12/06, EU:C:2007:626, punto 22; del 18 luglio 2013, Prinz e Seeberger, C‑523/11 e C‑585/11, EU:C:2013:524, punto 23, nonché del 14 novembre 2017, Lounes, C‑165/16, EU:C:2017:862, punto 51).

32      I diritti riconosciuti ai cittadini degli Stati membri da tale disposizione includono il diritto di condurre una normale vita familiare sia nello Stato membro ospitante sia nello Stato membro del quale essi possiedono la cittadinanza, al ritorno in tale Stato membro, ivi beneficiando della presenza, al loro fianco, dei loro familiari (v., in tal senso, sentenze del 7 luglio 1992, Singh, C‑370/90, EU:C:1992:296, punti 21 e 23, nonché del 14 novembre 2017, Lounes, C‑165/16, EU:C:2017:862, punto 52 e giurisprudenza ivi citata).

33      Per quanto riguarda la questione se i «familiari», di cui al punto precedente, comprendano il cittadino di uno Stato terzo, dello stesso sesso del cittadino dell’Unione, che abbia contratto matrimonio con quest’ultimo in uno Stato membro conformemente alla normativa di quest’ultimo, occorre anzitutto ricordare che la direttiva 2004/38, applicabile, come rilevato al punto 25 della presente sentenza, per analogia in circostanze come quelle di cui al procedimento principale, al suo articolo 2, punto 2, lettera a) menziona espressamente il «coniuge» come «familiare».

34      La nozione di «coniuge», di cui a tale disposizione, vale a designare una persona unita ad un’altra da vincolo matrimoniale (v., in tal senso, sentenza del 25 luglio 2008, Metock e a., C‑127/08, EU:C:2008:449, punti 98 e 99).

35      Per quanto riguarda la questione se la nozione in parola ricomprenda il cittadino di uno Stato terzo dello stesso sesso del cittadino dell’Unione, che abbia contratto matrimonio con quest’ultimo in uno Stato membro conformemente alla normativa di quest’ultimo, si deve sottolineare, in primo luogo, che, ai sensi della direttiva 2004/38, la nozione di «coniuge» è neutra dal punto di vista del genere e può comprendere quindi il coniuge dello stesso sesso del cittadino dell’Unione interessato.

36      Occorre poi rilevare che, mentre, per determinare la qualificazione di «familiare» di un partner con cui il cittadino dell’Unione ha contratto un’unione registrata sulla base della legislazione di uno Stato membro, l’articolo 2, punto 2, lettera b), della direttiva 2004/38 rinvia alle condizioni previste dalla legislazione pertinente dello Stato membro in cui tale cittadino intende recarsi o soggiornare, l’articolo 2, punto 2, lettera a), della direttiva citata, applicabile per analogia al caso di specie, non contiene, invece, un siffatto rinvio per quanto riguarda la nozione di «coniuge» ai sensi di detta direttiva. Ne consegue che uno Stato membro non può invocare la propria normativa nazionale per opporsi al riconoscimento sul proprio territorio, ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato terzo, del matrimonio da questo contratto con un cittadino dell’Unione dello stesso sesso in un altro Stato membro in conformità della normativa di quest’ultimo.

37      È vero che lo stato civile, a cui sono riconducibili le norme relative al matrimonio, è una materia che rientra nella competenza degli Stati membri e il diritto dell’Unione non pregiudica tale competenza (v., in tal senso, sentenze del 2 ottobre 2003, Garcia Avello, C‑148/02, EU:C:2003:539, punto 25; del 1° aprile 2008, Maruko, C‑267/06, EU:C:2008:179, punto 59, nonché del 14 ottobre 2008, Grunkin e Paul, C‑353/06, EU:C:2008:559, punto 16). Gli Stati membri sono dunque liberi di prevedere o meno il matrimonio tra persone del medesimo sesso (sentenza del 24 novembre 2016, Parris, C‑443/15, EU:C:2016:897, punto 59).

38      Tuttavia, da una giurisprudenza consolidata risulta che gli Stati membri, nell’esercizio della suddetta competenza, devono rispettare il diritto dell’Unione e, in particolare, le disposizioni del Trattato relative alla libertà riconosciuta a ogni cittadino dell’Unione di circolare e di soggiornare nel territorio degli Stati membri (v., in tal senso, sentenze del 2 ottobre 2003, Garcia Avello, C‑148/02, EU:C:2003:539, punto 25; del 14 ottobre 2008, Grunkin e Paul, C‑353/06, EU:C:2008:559, punto 16, nonché del 2 giugno 2016, Bogendorff von Wolffersdorff, C‑438/14, EU:C:2016:401, punto 32).

39      Ebbene, lasciare agli Stati membri la possibilità di concedere o negare l’ingresso e il soggiorno nel proprio territorio a un cittadino di uno Stato terzo, che abbia contratto matrimonio con un cittadino dell’Unione dello stesso sesso in uno Stato membro conformemente alla normativa di quest’ultimo, a seconda che le disposizioni del diritto nazionale prevedano o meno il matrimonio tra persone dello stesso sesso, avrebbe come conseguenza che la libertà di circolazione dei cittadini dell’Unione, che abbiano già esercitato la libertà in discorso, varierebbe da uno Stato membro all’altro, in funzione di tali disposizioni di diritto nazionale (v., per analogia, sentenza del 25 luglio 2008, Metock e a., C‑127/08, EU:C:2008:449, punto 67). Una simile situazione sarebbe contraria alla giurisprudenza della Corte, ricordata dall’avvocato generale al paragrafo 73 delle sue conclusioni, secondo cui, in considerazione del contesto e degli scopi che la direttiva 2004/38 persegue, le sue disposizioni, applicabili per analogia al caso di specie, non possono essere interpretate restrittivamente e, comunque, non devono essere private del loro effetto utile (sentenze del 25 luglio 2008, Metock e a., C‑127/08, EU:C:2008:449, punto 84, nonché del 18 dicembre 2014, McCarthy e a., C‑202/13, EU:C:2014:2450, punto 32).

40      Ne consegue che il rifiuto, opposto dalle autorità di uno Stato membro, di riconoscere, ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato terzo, il matrimonio di quest’ultimo con un cittadino dell’Unione dello stesso sesso, cittadino di tale Stato membro, contratto durante il loro soggiorno effettivo in un altro Stato membro conformemente alla legislazione di quest’ultimo Stato membro, è atto ad ostacolare l’esercizio del diritto di detto cittadino dell’Unione, sancito dall’articolo 21, paragrafo 1, TFUE, di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri. Infatti, un simile rifiuto ha come conseguenza che tale cittadino dell’Unione può vedersi privato della possibilità di tornare nello Stato membro di cui ha la cittadinanza, accompagnato dal coniuge.

41      Ciò premesso, conformemente ad una costante giurisprudenza, una restrizione alla libera circolazione delle persone che, come nel procedimento principale, sia indipendente dalla cittadinanza delle persone interessate, può essere giustificata se è basata su considerazioni oggettive di interesse generale ed è proporzionata allo scopo legittimamente perseguito dal diritto nazionale (v., in tal senso, sentenze del 14 ottobre 2008, Grunkin e Paul, C‑353/06, EU:C:2008:559, punto 29; del 26 febbraio 2015, Martens, C‑359/13, EU:C:2015:118, punto 34, nonché del 2 giugno 2016, Bogendorff von Wolffersdorff, C‑438/14, EU:C:2016:401, punto 48). Dalla giurisprudenza della Corte emerge che una misura è proporzionata quando è idonea a realizzare l’obiettivo perseguito, ma al contempo non va oltre quanto necessario per il suo raggiungimento (sentenza del 26 febbraio 2015, Martens, C‑359/13, EU:C:2015:118, punto 34 e giurisprudenza ivi citata).

42      Per quanto riguarda i motivi di interesse generale, si deve osservare che vari governi che hanno presentato osservazioni alla Corte hanno evidenziato, al riguardo, il carattere fondamentale dell’istituzione del matrimonio e la volontà di alcuni Stati membri di mantenere tale istituzione quale unione tra un uomo e una donna, tutelata in alcuni Stati membri da norme di rango costituzionale. Il governo lettone ha in tale ambito precisato, in udienza, che, quand’anche il rifiuto, in circostanze come quelle di cui al procedimento principale, di riconoscere i matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti in un altro Stato membro costituisse una restrizione all’articolo 21 TFUE, siffatta restrizione sarebbe giustificata da motivi connessi all’ordine pubblico e all’identità nazionale, di cui all’articolo 4, paragrafo 2, TUE.

43      A tale riguardo, occorre ricordare che, ai sensi dell’articolo 4, paragrafo 2, TUE, l’Unione rispetta l’identità nazionale dei suoi Stati membri, insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale (v. anche, in tale senso, sentenza del 2 giugno 2016, Bogendorff von Wolffersdorff, C‑438/14, EU:C:2016:401, punto 73 e giurisprudenza ivi citata).

44      Inoltre, la Corte ha dichiarato in più occasioni che la nozione di «ordine pubblico», in quanto giustificazione di una deroga a una libertà fondamentale, dev’essere intesa in senso restrittivo, di guisa che la sua portata non può essere determinata unilateralmente da ciascuno Stato membro senza il controllo delle istituzioni dell’Unione. Ne consegue che l’ordine pubblico può essere invocato soltanto in caso di minaccia reale e sufficientemente grave ad uno degli interessi fondamentali della società (v., in tal senso, sentenze del 2 giugno 2016, Bogendorff von Wolffersdorff, C‑438/14, EU:C:2016:401, punto 67, nonché del 13 luglio 2017, E, C‑193/16, EU:C:2017:542, punto 18 e giurisprudenza ivi citata).

45      In proposito, si deve rilevare che l’obbligo per uno Stato membro di riconoscere un matrimonio tra persone dello stesso sesso contratto in un altro Stato membro conformemente alla normativa di quest’ultimo, ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato terzo, non pregiudica l’istituto del matrimonio in tale primo Stato membro, il quale è definito dal diritto nazionale e rientra, come ricordato al punto 37 della presente sentenza, nella competenza degli Stati membri. Esso non comporta l’obbligo, per detto Stato membro, di prevedere, nella normativa nazionale, l’istituto del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Tale obbligo è circoscritto al riconoscimento di siffatti matrimoni, contratti in un altro Stato membro in conformità della normativa di quest’ultimo, e ciò unicamente ai fini dell’esercizio dei diritti conferiti a tali persone dal diritto dell’Unione.

46      Pertanto, un simile obbligo di riconoscimento ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato terzo non attenta all’identità nazionale né minaccia l’ordine pubblico dello Stato membro interessato.

47      Si deve aggiungere che una misura nazionale idonea ad ostacolare l’esercizio della libera circolazione delle persone può essere giustificata solo se è conforme ai diritti fondamentali sanciti dalla Carta di cui la Corte garantisce il rispetto (v., per analogia, sentenza del 13 settembre 2016, Rendón Marín, C‑165/14, EU:C:2016:675, punto 66).

48      Quanto alla nozione di «coniuge» di cui all’articolo 2, punto 2, lettera a), della direttiva 2004/38, il diritto al rispetto della vita privata e familiare garantito dall’articolo 7 della Carta è fondamentale.

49      A tale riguardo, come risulta dalle spiegazioni relative alla Carta dei diritti fondamentali (GU 2007, C 303, pag. 17), a norma dell’articolo 52, paragrafo 3, della Carta, i diritti garantiti dall’articolo 7 della medesima hanno lo stesso significato e la stessa portata di quelli garantiti dall’articolo 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950.

50      Orbene, dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo risulta che la relazione che lega una coppia omosessuale può rientrare nella nozione di «vita privata», nonché in quella di «vita familiare», al pari della relazione che lega una coppia di sesso opposto che si trovi nella stessa situazione (Corte EDU, 7 novembre 2013, Vallianatos e a. c. Grecia, CE:ECHR:2013:1107JUD002938109, § 73, nonché Corte EDU, 14 dicembre 2017, Orlandi e a. c. Italia, CE:ECHR:2017:1214JUD002643112, § 143).

51      Alla luce di tutte le considerazioni che precedono, occorre rispondere alla prima questione dichiarando che, in una situazione in cui un cittadino dell’Unione abbia esercitato la sua libertà di circolazione, recandosi e soggiornando in modo effettivo, conformemente alle condizioni di cui all’articolo 7, paragrafo 1, della direttiva 2004/38, in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza, e in tale occasione abbia sviluppato o consolidato una vita familiare con un cittadino di uno Stato terzo dello stesso sesso, al quale si è unito con un matrimonio legalmente contratto nello Stato membro ospitante, l’articolo 21, paragrafo 1, TFUE deve essere interpretato nel senso che osta a che le autorità competenti dello Stato membro di cui il cittadino dell’Unione ha la cittadinanza rifiutino di concedere un diritto di soggiorno sul territorio di detto Stato membro al suddetto cittadino di uno Stato terzo, per il fatto che l’ordinamento di tale Stato membro non prevede il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

 Sulla seconda questione

52      Con la sua seconda questione il giudice del rinvio chiede, in sostanza, in caso di risposta affermativa alla prima questione, se l’articolo 21, paragrafo 1, TFUE debba essere interpretato nel senso che, in circostanze come quelle di cui al procedimento principale, il cittadino di uno Stato terzo, dello stesso sesso del cittadino dell’Unione, che abbia contratto matrimonio con quest’ultimo in uno Stato membro conformemente alla sua normativa, disponga di un diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi nel territorio dello Stato membro di cui il cittadino dell’Unione ha la cittadinanza.

53      Come ricordato ai punti 23 e 24 della presente sentenza, quando, nel corso di un soggiorno effettivo del cittadino dell’Unione in uno Stato membro ospitante diverso da quello di cui egli abbia la cittadinanza, ai sensi e nel rispetto delle condizioni poste dalla direttiva 2004/38, si sia sviluppata o consolidata una vita familiare in quest’ultimo Stato membro, per preservare l’effetto utile dei diritti che al cittadino dell’Unione interessato derivano dall’articolo 21, paragrafo 1, TFUE è necessario che la vita familiare che il cittadino di cui trattasi ha condotto in tale Stato membro possa proseguire al suo ritorno nello Stato membro di cui possiede la cittadinanza, grazie alla concessione di un diritto di soggiorno derivato al familiare interessato, cittadino di uno Stato terzo.

54      Quanto alle condizioni di concessione di tale diritto di soggiorno derivato, come rilevato al punto 25 della presente sentenza, la Corte ha sottolineato che queste non devono essere più rigorose di quelle previste dalla direttiva 2004/38 per la concessione del diritto di soggiorno a un cittadino di uno Stato terzo, familiare di un cittadino dell’Unione che abbia esercitato il proprio diritto di libera circolazione stabilendosi in uno Stato membro diverso da quello di cui possiede la cittadinanza.

55      Al riguardo, come risulta dall’articolo 7, paragrafo 2, della direttiva 2004/38, il diritto di soggiorno di cui al paragrafo 1 di tale articolo è esteso ai familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro quando accompagnino o raggiungano nello Stato membro ospitante il cittadino dell’Unione, purché questi risponda alle condizioni di cui al paragrafo 1, lettere a), b) o c), dello stesso articolo.

56      Alla luce delle considerazioni che precedono, si deve rispondere alla seconda questione dichiarando che l’articolo 21, paragrafo 1, TFUE deve essere interpretato nel senso che, in circostanze come quelle di cui al procedimento principale, il cittadino di uno Stato terzo, dello stesso sesso del cittadino dell’Unione, che abbia contratto matrimonio con quest’ultimo in uno Stato membro conformemente alla sua normativa, dispone di un diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi nel territorio dello Stato membro di cui il cittadino dell’Unione ha la cittadinanza. Tale diritto di soggiorno derivato non può essere sottoposto a condizioni più rigorose di quelle previste all’articolo 7 della direttiva 2004/38.

 Sulle questioni terza e quarta

57      Alla luce della soluzione fornita alla prima e alla seconda questione, non occorre rispondere alla terza e alla quarta questione.

 Sulle spese

58      Nei confronti delle parti nel procedimento principale la presente causa costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte non possono dar luogo a rifusione.

Per questi motivi, la Corte (Grande Sezione) dichiara:

1)      In una situazione in cui un cittadino dell’Unione abbia esercitato la sua libertà di circolazione, recandosi e soggiornando in modo effettivo, conformemente alle condizioni di cui all’articolo 7, paragrafo 1, della direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, che modifica il regolamento (CEE) n. 1612/68 ed abroga le direttive 64/221/CEE, 68/360/CEE, 72/194/CEE, 73/148/CEE, 75/34/CEE, 75/35/CEE, 90/364/CEE, 90/365/CEE e 93/96/CEE, in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza, e in tale occasione abbia sviluppato o consolidato una vita familiare con un cittadino di uno Stato terzo dello stesso sesso, al quale si è unito con un matrimonio legalmente contratto nello Stato membro ospitante, l’articolo 21, paragrafo 1, TFUE deve essere interpretato nel senso che osta a che le autorità competenti dello Stato membro di cui il cittadino dell’Unione ha la cittadinanza rifiutino di concedere un diritto di soggiorno sul territorio di detto Stato membro al suddetto cittadino di uno Stato terzo, per il fatto che l’ordinamento di tale Stato membro non prevede il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

2)      L’articolo 21, paragrafo 1, TFUE deve essere interpretato nel senso che, in circostanze come quelle di cui al procedimento principale, il cittadino di uno Stato terzo, dello stesso sesso del cittadino dell’Unione, che abbia contratto matrimonio con quest’ultimo in uno Stato membro conformemente alla sua normativa, dispone di un diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi nel territorio dello Stato membro di cui il cittadino dell’Unione ha la cittadinanza. Tale diritto di soggiorno derivato non può essere sottoposto a condizioni più rigorose di quelle previste all’articolo 7 della direttiva 2004/38.

 

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