UK: dopo Alfie i giudici uccidono anche la famiglia?

UK: dopo Alfie i giudici uccidono anche la famiglia?

di Aldo Rocco Vitale

Lo scorso 30 maggio 2018, presso l’Università di Liverpool Sir James Munby, President of the family Division of the High Court and Head family justice for England and Wales, ha dichiarato non soltanto che è oramai finita l’epoca della famiglia classicamente intesa, ma altresì che tale fine è da accogliere positivamente e applaudire.[1]

Sir Munby ritiene, infatti, che bisogna accettare il fatto che in Inghilterra la famiglia assume oramai una varietà infinita di forme poiché vi sono matrimoni tra persone di fede non cristiana, persone che vivono insieme come coppie sposate o non sposate con altre persone dello stesso o di diverso sesso, bambini allevati da uno, due o anche tre genitori, sposati o non sposati che possono essere e non essere i loro genitori naturali, bambini con genitori di diversa fede, etnia o nazionalità, bambini di relazioni poligame, bambini allevati da genitori dello stesso sesso, concepiti tramite inseminazione artificiale con donatore di gameti o risultato degli accordi di maternità surrogata.

Tutto ciò, secondo il vertice della giurisdizione del diritto di famiglia inglese, deve essere visto di buon grado poiché, come già detto, segna il passaggio dalla fine dell’era della famiglia tradizionale all’era di una nuova concezione della famiglia.

Ovviamente, aggiunge, Sir James Munby, anche il diritto di famiglia deve necessariamente adeguarsi alle novità introdotte a livello sociale poiché, secondo tale visione, il diritto deve adattarsi alla realtà e con esso il ruolo dei giuristi come legislatori e giudici.

A corredo della notizia, fornita lo scorso 1 giugno dal quotidiano “The Telegraph”, vengono peraltro forniti due significativi grafici sull’andamento generale della legalizzazione delle unioni civili prima e dei matrimoni tra persone del medesimo sesso poi, e sui numeri (percentuali, andamento, costi, fasce di età prevalenti ecc ) dei divorzi in genere, la cui contrazione è  strettamente interconnessa alla parallela diminuzione dei matrimoni che oramai da anni si registra.

 

table on same sex marriage

 

table on divorces

 

Dall’analisi, seppur estremamente sintetica, di un simile scenario non possono che trarsi alcune riflessioni di carattere logico, giuridico ed etico.

Sul piano puramente logico si impongono tre considerazioni.

In primo luogo: se la famiglia è sostanzialmente morta, come trionfalmente annuncia Sir James Munby, non si comprende quale sia il motivo per cui debba ancora esistere il diritto di famiglia con le relative procedure, regole, e corti ad esso specificamente dedicate.

In secondo luogo: ritenere che tutto debba essere considerato famiglia poiché oramai non esiste e non può esistere una univoca concezione di famiglia, significa non soltanto che se tutto, cioè qualsiasi tipo di unione, è famiglia, nulla, cioè qualunque tipo di unione, è realmente famiglia, ma anche e soprattutto che se un tale paradigma fosse davvero applicabile anche ad altri ambiti del diritto l’intero ordinamento crollerebbe su se stesso.

Cosa accadrebbe, infatti, se una simile logica si dovesse ritenere applicabile da parte di certuni, per esempio, all’ambito penalistico? Perché punire il furto se molti rubano dimostrando di possedere una concezione “fluida” del diritto di proprietà? E se i furti fossero in aumento, dimostrando la crescente diffusione della prassi criminale a livello sociale, perché ostinarsi a punirli invece di accettare il fatto che oramai non possono più essere perseguiti in virtù di una accresciuta dinamica sociale in cui la proprietà non può più essere intesa e tutelata nel modo classico e tradizionale?

La fluidità della ratio giuridica e della natura degli istituti non è forse la causa diretta dell’attuale crisi generale del diritto che sta attraversando l’intera civiltà occidentale?

In terzo luogo: tra le righe del ragionamento di Sir James Munby, che pur fedelmente descrive la realtà, si intuisce, senza neanche eccessivi sforzi ermeneutici, che vi è un rapporto di proporzionalità diretta tra la diffusione di certe pratiche a livello sociale – come per esempio l’inseminazione artificiale eterologa o l’utero in affitto – e la desuetudine dell’istituto giuridico della famiglia naturale monogamica, a dimostrazione che i timori di coloro i quali hanno sempre denunciato i rischi di distruzione della famiglia in seguito alla legalizzazione di certe dinamiche sociali – come per esempio le unioni tra persone dello stesso sesso o quelle poligamiche – erano e sono più che reali e fondati.

Resta da comprendere, tuttavia, se la fine della famiglia sia un effetto naturale o artificiale, nel senso per cui occorre comprendere ancora se tali esiti si sono prodotti spontaneamente o se, invece, come sembra, siano stati espressamente provocati incoraggiando la diffusione delle predette pratiche d ingegneria sociale allo scopo precipuo di causare la fine della famiglia tradizionalmente intesa.

Sul piano giuridico, invece, si impongono due riflessioni.

In primo luogo: se il diritto in genere e il diritto di famiglia in particolare devono semplicemente limitarsi a recepire ciò che accade a livello sociale, proprio in virtù della complessità valoriale che nella società si registra, perché continuare a limitare altre pratiche pur altrettanto diffuse come, per esempio, la cosiddetta “unione intergenerazionale” (altrimenti nota come pedofilia), o anche la necrofilia o la zoofilia.

Del resto, proprio in quest’ottica, la sezione giovanile del partito liberale svedese ha recentemente chiesto la legalizzazione della necrofilia e dell’incesto come riportato dal quotidiano “The Independent” già nel febbraio 2016 (https://www.independent.co.uk/news/world/europe/incest-and-necrophilia-should-be-legal-youth-swedish-liberal-peoples-party-a6891476.html).

In secondo luogo: se si accetta il principio per cui il diritto altro non dev’essere che la mera formalizzazione ope legis aut ope judicis delle diverse istanze sociali che di volta in volta si vengono a determinare nel corso del tempo, si rischia di accettare altresì una prospettiva a-contenutistica e formalistica del diritto medesimo, prospettiva che conduce direttamente a pericolose derive già storicamente accertate, come, per esempio, nel caso delle cosiddette “leggi di Norimberga”.

In un simile scenario si estrinseca, dunque, il paradosso per cui vengono giuridificate pratiche che sussistono nonostante la propria costitutiva e virulenta carica anti-giuridista; il diritto, infatti, viene travolto e stravolto nella sua sostanza e fin’anche nella sua funzione paideutica, cioè quella funzione per cui non tutto ciò che si ritiene possa essere fatto può realmente essere fatto in quanto, talvolta, il diritto può e deve dire no, altrimenti inverandosi il monito di Albert Camus secondo cui «dire di sì a tutto implica che si dica sì all’omicidio».

Infine vengono in rilievo due appunti di carattere etico.

In primo luogo: accettare, come da più parti si auspica che si accetti in quanto ampiamente diffuso, il ragionamento di Sir James Munby, significa capovolgere ogni dimensione etica, poiché si transita dall’etos della normatività alla normatività dell’etos, cioè, detto in parole povere, dall’idea che esistano un bene e un male, un giusto e un ingiusto a cui la coscienza e l’azione umana devono conformarsi, all’idea che il bene e il male, il giusto e l’ingiusto, ritenuti in se stessi non esistenti, siano soltanto il prodotto della umana volontà.

Il problema non è secondario né trascurabile, perché segna il passaggio dal principio della libertà al principio dell’arbitrio assoluto, dall’etica della responsabilità all’etica del desiderio, dall’etica della comunità all’etica dell’individualismo, cioè, in definitiva, dall’etica della relazionalità all’etica dell’egoismo.

In secondo luogo: se l’istituto giuridico della famiglia è oramai estinto, occorre prendere atto anche delle conseguenze che da ciò discendono, cioè non soltanto della coeva fine della tradizione giuridica occidentale, ma anche della pensabilità stessa del legame politico che, onto-logicamente, sulla famiglia si costituisce.

Non a caso, sembra opportuno ricordare, la Costituzione italiana, per esempio, riconosce la famiglia come entità naturale pre-esistente all’ordinamento repubblicano dando testimonianza non soltanto della immodificabilità della struttura della famiglia secondo i modelli artificiali che oggi si vogliono affermare, ma anche che del legame socio-politico e giuridico italiano che sulla famiglia naturale esplicitamente si fonda.

In conclusione, la situazione grottesca in cui ci si trova e di cui tanto si compiace Sir James Munby, fa inevitabilmente sorgere i seguenti quesiti: se nel XX secolo la politica – così tanto dominata dagli influssi delle ideologie novecentesche – ha sottomesso e annientato il senso del diritto, non si rischia oggi, nel XXI secolo, di assistere al percorso inverso in cui il diritto – dominato da correnti ideologiche altrettanto pericolose – osa forse sottomettere e annientare il senso della politica cominciando proprio dalla tentazione di dichiarare morta la famiglia che ne è il presupposto? Si è ancora in tempo per invertire una simile tendenza o il tutto è oramai inevitabile?

La civiltà occidentale in genere e quella europea in particolare sono pronte a subire le nefaste conseguenze politiche, giuridiche ed etiche che da tutto ciò discenderanno?

[1] Il testo della relazione è reperibile presso il seguente sito internet: https://www.judiciary.uk/wp-content/uploads/2018/05/speech-by-pfd-what-is-family-law.pdf

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Corte di Giustizia Europea: non c’è obbligo di introdurre il matrimonio omosessuale nelle legislazioni nazionali

Corte di Giustizia Europea: non c’è obbligo di introdurre il matrimonio omosessuale nelle legislazioni nazionali

Con la sentenza della Grande Chambre della Corte di giustizia, nel caso C-673/16, Coman, del 5 giugno 2018 viene ridefinito il termine “coniuge” per quanto riguarda il Diritto dell’Unione Europea.
La questione pregiudiziale era stata proposta nell’ambito di un giudizio instaurato da un cittadino rumeno e da un cittadino statunitense, dello stesso sesso, che avevano contratto, in Belgio, un “matrimonio”. La coppia desiderava continuare il proprio legame, spostandosi in Romania, ma quest’ultimo Stato aveva rifiutato il diritto di soggiorno al partner statunitense. In Romania, infatti, non è consentito il matrimonio tra persone dello stesso sesso. La coppia ricorrente invocava la libertà di circolazione delle persone e dei familiari a sostegno del proprio ricorso.
La Corte ha dato ragione ai partner, affermando che “uno Stato membro non può invocare la propria normativa nazionale per opporsi al riconoscimento, sul proprio territorio, ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato terzo, del matrimonio da questo contratto con un cittadino dell’Unione dello stesso sesso in un altro Stato membro in conformità della normativa di quest’ultimo” (§. 36 della decisione); in caso contrario, risulterebbe violato l’art. 21, par. 1, TFUE, il quale, come è noto, stabilisce che “Ogni cittadino dell’Unione ha il diritto di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, fatte salve le limitazioni e le condizioni previste dai trattati e dalle disposizioni adottate in applicazione degli stessi”.
  Nondimeno, il giudice di Lussemburgo, nella decisione, ha ribadito che “lo stato civile, a cui sono riconducibili le norme relative al matrimonio, è una materia che rientra nella competenza degli Stati membri” e che, pertanto, questi ultimi “sono dunque liberi di prevedere o meno il matrimonio tra persone del medesimo sesso” (§. 37).
Secondo la Corte “l’obbligo per uno Stato membro di riconoscere un matrimonio tra persone dello stesso sesso contratto in un altro Stato membro conformemente alla normativa di quest’ultimo, ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato terzo” non si estende fino a imporre “di prevedere, nella normativa nazionale, l’istituto del matrimonio tra persone dello stesso sesso”, ma “è circoscritto al riconoscimento di siffatti matrimoni, contratti in un altro Stato membro in conformità della normativa di quest’ultimo, e ciò unicamente ai fini dell’esercizio dei diritti conferiti a tali persone dal diritto dell’Unione” (§. 45). Non appare quindi giustificata l’enfasi mediatica con la quale questa pur opinabile sentenza della Corte di Giustizia Ue è stata presentata da gran parte dei media, all’insegna dell’obbligo (che – come si è visto – non esiste) di introdurre il matrimonio same sex in ogni Stato dell’Unione.
***

SENTENZA DELLA CORTE (Grande Sezione)
5 giugno 2018

«Rinvio pregiudiziale – Cittadinanza dell’Unione – Articolo 21 TFUE – Diritto dei cittadini dell’Unione di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri – Direttiva 2004/38/CE – Articolo 3 – Aventi diritto – Familiari del cittadino dell’Unione – Articolo 2, punto 2, lettera a) – Nozione di “coniuge” – Matrimonio tra persone dello stesso sesso – Articolo 7 – Diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi – Diritti fondamentali»

Nella causa C‑673/16,

avente ad oggetto la domanda di pronuncia pregiudiziale proposta alla Corte, ai sensi dell’articolo 267 TFUE, dalla Curtea Constituţională (Corte costituzionale, Romania), con decisione del 29 novembre 2016, pervenuta in cancelleria il 30 dicembre 2016, nel procedimento

Relu Adrian Coman,

Robert Clabourn Hamilton,

Asociaţia Accept

contro

Inspectoratul General pentru Imigrări,

Ministerul Afacerilor Interne,

con l’intervento di:

Consiliul Naţional pentru Combaterea Discriminării,

LA CORTE (Grande Sezione),

composta da K. Lenaerts, presidente, A. Tizzano, vicepresidente, R. Silva de Lapuerta, M. Ilešič (relatore), J.L. da Cruz Vilaça, A. Rosas, C.G. Fernlund e C. Vajda, presidenti di sezione, E. Juhász, A. Arabadjiev, M. Safjan, D. Šváby, M. Berger, E. Jarašiūnas ed E. Regan, giudici,

avvocato generale: M. Wathelet

cancelliere: R. Șereș, amministratore

vista la fase scritta del procedimento e in seguito all’udienza del 21 novembre 2017,

considerate le osservazioni presentate:

–        per R.A. Coman e R.C. Hamilton, da R. Iordache e R. Wintemute, consilieri, nonché da R.‑I. Ionescu, avocat;

–        per la Asociaţia Accept, da R. Iordache e R. Wintemute, consilieri, nonché da R.‑I. Ionescu, avocat, assistiti da J.F. MacLennan, solicitor;

–        per il governo rumeno, inizialmente da  R.-H. Radu nonchè da C. M. Florescu, E. Gane e R. Mangu, poi da C.‑R. Canţăr nonché da C. M. Florescu, E. Gane e R. Mangu, in qualità di agenti;

–        per il Consiliul Naţional pentru Combaterea Discriminării, da C.F. Asztalos, M. Roşu e C. Vlad, in qualità di agenti;

–        per il governo lettone, da I. Kucina e V. Soņeca, in qualità di agenti;

–        per il governo ungherese, da M.Z. Fehér, G. Koós e M.M. Tátrai, in qualità di agenti;

–        per il governo dei Paesi Bassi, da M.A.M. de Ree e K. Bulterman, in qualità di agenti;

–        per il governo polacco, da B. Majczyna, M. Kamejsza-Kozłowska e M. Szwarc, in qualità di agenti;

–        per la Commissione europea, da L. Nicolae, E. Montaguti e I.V. Rogalski, in qualità di agenti,

sentite le conclusioni dell’avvocato generale, presentate all’udienza dell’11 gennaio 2018,

ha pronunciato la seguente

Sentenza

1        La domanda di pronuncia pregiudiziale verte sull’interpretazione dell’articolo 2, punto 2, lettera a), dell’articolo 3, paragrafo 1 e paragrafo 2, lettere a) e b), nonché dell’articolo 7, paragrafo 2, della direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, che modifica il regolamento (CEE) n. 1612/68 ed abroga le direttive 64/221/CEE, 68/360/CEE, 72/194/CEE, 73/148/CEE, 75/34/CEE, 75/35/CEE, 90/364/CEE, 90/365/CEE e 93/96/CEE (GU 2004, L 158, pag. 77, e rettifica in GU 2004, L 229, pag. 35, e GU 2005, L 197, pag. 34).

2        Tale domanda è stata presentata nell’ambito di una controversia tra i sigg. Relu Adrian Coman e Robert Clabourn Hamilton nonché l’Asociaţia Accept (in prosieguo, congiuntamente: «Coman e a.»), da un lato, e l’Inspectoratul General pentru Imigrări (Ispettorato generale per l’Immigrazione, Romania) (in prosieguo: l’«Ispettorato») e il Ministerul Afacerilor Interne (Ministero degli Affari interni, Romania), dall’altro, in merito ad una domanda relativa alle condizioni di concessione al sig. Hamilton di un diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi in Romania.

 Contesto normativo

 Il diritto dell’Unione

3        Il considerando 31 della direttiva 2004/38 enuncia quanto segue:

«(31)      La presente direttiva rispetta i diritti e le libertà fondamentali e osserva i principi riconosciuti segnatamente dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. In conformità con il divieto di discriminazione contemplato nella Carta gli Stati membri dovrebbero dare attuazione alla presente direttiva senza operare tra i beneficiari della stessa alcuna discriminazione fondata su motivazioni quali sesso, razza, colore della pelle, origine etnica o sociale, caratteristiche genetiche, lingua, religione o convinzioni personali, opinioni politiche o di qualsiasi altra natura, appartenenza ad una minoranza etnica, patrimonio, nascita, handicap, età o tendenze sessuali».

4        L’articolo 2 di tale direttiva, rubricato «Definizioni», al punto 2, lettere a) e b), prevede quanto segue:

«Ai fini della presente direttiva, si intende per:

(…)

2)      “familiare”:

  1. a)      il coniuge;
  2. b)      il partner che abbia contratto con il cittadino dell’Unione un’unione registrata sulla base della legislazione di uno Stato membro, qualora la legislazione dello Stato membro ospitante equipari l’unione registrata al matrimonio e nel rispetto delle condizioni previste dalla pertinente legislazione dello Stato membro ospitante;

(…)».

5        L’articolo 3 di detta direttiva, intitolato «Aventi diritto», dispone quanto segue:

«1. La presente direttiva si applica a qualsiasi cittadino dell’Unione che si rechi o soggiorni in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza, nonché ai suoi familiari ai sensi dell’articolo 2, punto 2, che accompagnino o raggiungano il cittadino medesimo.

  1. Senza pregiudizio del diritto personale di libera circolazione e di soggiorno dell’interessato lo Stato membro ospitante, conformemente alla sua legislazione nazionale, agevola l’ingresso e il soggiorno delle seguenti persone:
  2. a)      ogni altro familiare, qualunque sia la sua cittadinanza, non definito all’articolo 2, punto 2, se è a carico o convive, nel paese di provenienza, con il cittadino dell’Unione titolare del diritto di soggiorno a titolo principale o se gravi motivi di salute impongono che il cittadino dell’Unione lo assista personalmente;
  3. b)      il partner con cui il cittadino dell’Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata.

Lo Stato membro ospitante effettua un esame approfondito della situazione personale e giustifica l’eventuale rifiuto del loro ingresso o soggiorno».

6        L’articolo 7 della medesima direttiva, intitolato «Diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi», ha il seguente tenore:

«1.      Ciascun cittadino dell’Unione ha il diritto di soggiornare per un periodo superiore a tre mesi nel territorio di un altro Stato membro, a condizione:

  1. a)      di essere lavoratore subordinato o autonomo nello Stato membro ospitante; o
  2. b)      di disporre, per se stesso e per i propri familiari, di risorse economiche sufficienti, affinché non divenga un onere a carico dell’assistenza sociale dello Stato membro ospitante durante il periodo di soggiorno, e di un’assicurazione malattia che copra tutti i rischi nello Stato membro ospitante; o
  3. c)      –      di essere iscritto presso un istituto pubblico o privato, riconosciuto o finanziato dallo Stato membro ospitante in base alla sua legislazione o prassi amministrativa, per seguirvi a titolo principale un corso di studi inclusa una formazione professionale;

–      di disporre di un’assicurazione malattia che copre tutti i rischi nello Stato membro ospitante e di assicurare all’autorità nazionale competente, con una dichiarazione o con altro mezzo di sua scelta equivalente, di disporre, per se stesso e per i propri familiari, di risorse economiche sufficienti, affinché non divenga un onere a carico dell’assistenza sociale dello Stato membro ospitante durante il suo periodo di soggiorno; o

–      di essere un familiare che accompagna o raggiunge un cittadino dell’Unione rispondente alle condizioni di cui alle lettere a), b) o c).

  1. Il diritto di soggiorno di cui al paragrafo 1 è esteso ai familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro quando accompagnino o raggiungano nello Stato membro ospitante il cittadino dell’Unione, purché questi risponda alle condizioni di cui al paragrafo 1, lettere a), b) o c).
  2. Ai sensi del paragrafo 1, lettera a), il cittadino dell’Unione che abbia cessato di essere un lavoratore subordinato o autonomo conserva la qualità di lavoratore subordinato o autonomo nei seguenti casi:
  3. a)      l’interessato è temporaneamente inabile al lavoro a seguito di una malattia o di un infortunio;
  4. b)      l’interessato, trovandosi in stato di disoccupazione involontaria debitamente comprovata dopo aver esercitato un’attività per oltre un anno, si è registrato presso l’ufficio di collocamento competente al fine di trovare un lavoro;
  5. c)      l’interessato, trovandosi in stato di disoccupazione involontaria debitamente comprovata al termine di un contratto di lavoro di durata determinata inferiore ad un anno o venutosi a trovare in tale stato durante i primi dodici mesi, si è registrato presso l’ufficio di collocamento competente al fine di trovare un lavoro. In tal caso, l’interessato conserva la qualità di lavoratore subordinato per un periodo che non può essere inferiore a sei mesi;
  6. d)      l’interessato segue un corso di formazione professionale. Salvo il caso di disoccupazione involontaria, la conservazione della qualità di lavoratore subordinato presuppone che esista un collegamento tra l’attività professionale precedentemente svolta e il corso di formazione seguito.
  7. In deroga al paragrafo 1, lettera d) e al paragrafo 2, soltanto il coniuge, il partner che abbia contratto un’unione registrata prevista all’articolo 2, punto 2, lettera b) e i figli a carico godono del diritto di soggiorno in qualità di familiari di un cittadino dell’Unione che soddisfa le condizioni di cui al paragrafo 1, lettera c). L’articolo 3, paragrafo 2, si applica ai suoi ascendenti diretti e a quelli del coniuge o partner registrato».

 Il diritto rumeno

7        L’articolo 259, paragrafi 1 e 2, del Codul Civil (codice civile) dispone quanto segue:

«1.      Il matrimonio è l’unione di un uomo e di una donna fondata sul loro libero consenso, contratta alle condizioni previste dalla legge.

  1.       L’uomo e la donna hanno diritto di sposarsi allo scopo di costituire una famiglia».

8        L’articolo 277, paragrafi 1, 2 e 4, del codice civile è così formulato:

«1.      Il matrimonio tra persone dello stesso sesso è vietato.

  1. I matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti o conclusi all’estero sia da cittadini rumeni sia da cittadini stranieri non vengono riconosciuti in Romania. (…)
  2. Le disposizioni di legge riguardo alla libera circolazione nel territorio della Romania dei cittadini degli Stati membri dell’Unione europea e dello Spazio economico europeo rimangono applicabili».

 Procedimento principale e questioni pregiudiziali

9        Il sig. Coman, cittadino rumeno e americano, e il sig. Hamilton, cittadino americano, si sono conosciuti a New York (Stati Uniti), nel mese di giugno 2002, ed hanno convissuto in tale città dal maggio 2005 al maggio 2009. Il sig. Coman si è poi stabilito a Bruxelles (Belgio) per lavorare presso il Parlamento europeo in qualità di assistente parlamentare, mentre il sig. Hamilton è rimasto a New York. Si sono sposati a Bruxelles il 5 novembre 2010.

10      Nel marzo 2012 il sig. Coman ha lasciato le sue funzioni al Parlamento, pur continuando a vivere a Bruxelles, dove ha ricevuto l’indennità di disoccupazione fino al gennaio 2013.

11      Nel mese di dicembre 2012, i sigg. Coman e Hamilton si sono rivolti all’Ispettorato per ottenere informazioni circa la procedura e le condizioni in cui il sig. Hamilton, che non è cittadino dell’Unione, potesse ottenere, in quanto familiare del sig. Coman, il diritto di soggiornare legalmente in Romania per un periodo superiore a tre mesi.

12      L’11 gennaio 2013, in risposta a tale richiesta, l’Ispettorato ha informato i sigg. Coman e Hamilton che quest’ultimo godeva soltanto di un diritto di soggiorno di tre mesi, giacché, trattandosi di persone dello stesso sesso, il matrimonio non è riconosciuto, conformemente al codice civile, e che, inoltre, non può essere concessa la proroga del diritto di soggiorno temporaneo del sig. Hamilton in Romania a titolo di ricongiungimento familiare.

13      Il 28 ottobre 2013, Coman e a. hanno proposto dinanzi alla Judecătoria Sectorului 5 București (Tribunale di primo grado del settore 5 di Bucarest, Romania) un ricorso contro l’Ispettorato diretto a far dichiarare l’esistenza di una discriminazione fondata sull’orientamento sessuale, per quanto riguarda l’esercizio del diritto di libera circolazione nell’Unione, e ad ottenere la condanna dell’Ispettorato a porre fine alla discriminazione stessa e versare loro un risarcimento del danno morale dagli stessi subito.

14      Nell’ambito di tale controversia essi hanno sollevato un’eccezione di incostituzionalità dell’articolo 277, paragrafi 2 e 4, del codice civile. Coman e a. ritengono infatti che il mancato riconoscimento dei matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti all’estero, ai fini dell’esercizio del diritto di soggiorno, configuri una violazione delle disposizioni della Costituzione rumena che tutelano il diritto alla vita intima, familiare e privata nonché delle disposizioni relative al principio di uguaglianza.

15      Con ordinanza del 18 dicembre 2015, la Judecătoria Sectorului 5 București (Tribunale di primo grado del settore 5 di Bucarest) ha adito la Curtea Constituțională (Corte costituzionale, Romania) affinché questa si pronunciasse su detta eccezione.

16      La Curtea Constituțională (Corte costituzionale) rileva che la presente causa verte sul riconoscimento di un matrimonio legalmente contratto all’estero tra un cittadino dell’Unione e il suo coniuge dello stesso sesso, cittadino di uno Stato terzo, alla luce del diritto alla vita familiare e del diritto alla libera circolazione, esaminati sotto il profilo del divieto di discriminazioni fondate sull’orientamento sessuale. In tale contesto, detto giudice nutre dubbi sull’interpretazione da dare a varie nozioni utilizzate nelle disposizioni rilevanti della direttiva 2004/38, interpretate alla luce della Carta dei diritti fondamentali (in prosieguo: la «Carta») e della recente giurisprudenza della Corte e della Corte europea dei diritti dell’Uomo.

17      Ciò considerato, la Curtea Constituțională (Corte costituzionale) ha deciso di sospendere il procedimento e di sottoporre alla Corte le seguenti questioni pregiudiziali:

«1)       Se il termine “coniuge”, ai sensi dell’articolo 2, punto 2, lettera a), della direttiva 2004/38, in combinato disposto con gli articoli 7, 9, 21 e 45 della Carta, comprenda il coniuge dello stesso sesso, proveniente da uno Stato che non è membro dell’Unione europea, di un cittadino dell’Unione europea con il quale il cittadino si è legalmente sposato in base alla legge di uno Stato membro diverso da quello ospitante.

2)      In caso di risposta affermativa, se gli articoli 3, paragrafo 1, e 7, paragrafo [2], della direttiva 2004/38, in combinato disposto con gli articoli 7, 9, 21 e 45 della Carta, richiedano che lo Stato membro ospitante conceda il diritto di soggiorno sul proprio territorio per un periodo superiore a tre mesi al coniuge dello stesso sesso di un cittadino dell’Unione.

3)       In caso di risposta negativa alla prima questione, se il coniuge dello stesso sesso, proveniente da uno Stato che non è membro dell’Unione europea, di un cittadino dell’Unione europea con il quale il cittadino si è legalmente sposato in base alla legge di uno Stato membro diverso da quello ospitante, possa essere qualificato come “ogni altro familiare, (…)” ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 2, lettera a), della direttiva 2004/38 o “partner con cui il cittadino dell’Unione abbia una relazione stabile debitamente attestata” ai sensi dell’articolo 3, paragrafo 2, lettera b), della direttiva 2004/38, con il corrispondente obbligo dello Stato ospitante di agevolare l’ingresso e il soggiorno dello stesso, anche se lo Stato ospitante non riconosce i matrimoni tra persone dello stesso sesso né prevede qualsiasi altra forma alternativa di riconoscimento giuridico, come le unioni registrate.

4)       In caso di risposta affermativa alla terza questione, se gli articoli 3, paragrafo 2, e 7, paragrafo 2, della direttiva 2004/38, in combinato disposto con gli articoli 7, 9, 21 e 45 della Carta, richiedano che lo Stato membro ospitante conceda il diritto di soggiorno sul proprio territorio per un periodo superiore a tre mesi al coniuge dello stesso sesso di un cittadino dell’Unione europea».

 Sulle questioni pregiudiziali

 Osservazioni preliminari

18      Si deve ricordare che, conformemente ad una costante giurisprudenza della Corte, la direttiva 2004/38 mira ad agevolare l’esercizio del diritto primario e individuale di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, conferito direttamente ai cittadini dell’Unione dall’articolo 21, paragrafo 1, TFUE e che la direttiva suddetta ha segnatamente l’obiettivo di rafforzare tale diritto (sentenze del 12 marzo 2014, O. e B., C‑456/12, EU:C:2014:135, punto 35; del 18 dicembre 2014, McCarthy e a., C‑202/13, EU:C:2014:2450, punto 31, nonché del 14 novembre 2017, Lounes, C‑165/16, EU:C:2017:862, punto 31).

19      A norma del suo articolo 3, paragrafo 1, la direttiva 2004/38 si applica a qualsiasi cittadino dell’Unione che si rechi o soggiorni in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza, nonché ai suoi familiari, ai sensi dell’articolo 2, punto 2, della medesima direttiva, che accompagnino o raggiungano il cittadino medesimo.

20      Al riguardo, come la Corte ha più volte dichiarato, da un’interpretazione letterale, sistematica e teleologica delle disposizioni della direttiva 2004/38 risulta che quest’ultima disciplina unicamente le condizioni di ingresso e di soggiorno di un cittadino dell’Unione negli Stati membri diversi da quello di cui egli ha la cittadinanza e non consente di fondare un diritto di soggiorno derivato a favore dei cittadini di uno Stato terzo, familiari di un cittadino dell’Unione, nello Stato membro di cui tale cittadino possieda la cittadinanza (v., in tal senso, sentenze del 12 marzo 2014, O. e B., C‑456/12, EU:C:2014:135, punto 37; del 10 maggio 2017, Chavez-Vilchez e a., C‑133/15, EU:C:2017:354, punto 53, nonché del 14 novembre 2017, Lounes, C‑165/16, EU:C:2017:862, punto 33).

21      Nella fattispecie, come illustrato ai punti da 9 a 11 della presente sentenza, il sig. Coman, cittadino rumeno e statunitense, e il sig. Hamilton, cittadino americano, si sono rivolti all’Ispettorato per ottenere informazioni circa la procedura e le condizioni in cui il sig. Hamilton potesse ottenere, in qualità di familiare del sig. Coman, un diritto di soggiorno derivato in Romania, Stato membro di cui il sig. Coman possiede la cittadinanza. Ne consegue che la direttiva 2004/38, di cui il giudice del rinvio chiede l’interpretazione, non può fondare un diritto di soggiorno derivato a favore del sig. Hamilton.

22      Ciò posto, come la Corte ha in più occasioni dichiarato, benché formalmente il giudice del rinvio abbia limitato le proprie questioni all’interpretazione delle disposizioni della direttiva 2004/38, tale circostanza non osta a che la Corte gli fornisca tutti gli elementi interpretativi del diritto dell’Unione che possano risultare utili per definire la controversia sottoposta al suo esame, a prescindere dal fatto che detto giudice vi abbia fatto riferimento o meno nel formulare le proprie questioni (v., in tal senso, sentenze del 10 maggio 2017, Chavez-Vilchez e a., C‑133/15, EU:C:2017:354, punto 48, nonché del 14 novembre 2017, Lounes, C‑165/16, EU:C:2017:862, punto 28 e giurisprudenza ivi citata).

23      In proposito, la Corte ha già riconosciuto, in alcuni casi, che cittadini di Stati terzi, familiari di un cittadino dell’Unione, che non potevano beneficiare, sulla base delle disposizioni della direttiva 2004/38, di un diritto di soggiorno derivato nello Stato membro di cui tale cittadino avesse la cittadinanza, potevano tuttavia vedersi riconosciuto detto diritto sulla base dell’articolo 21, paragrafo 1, TFUE (sentenza del 14 novembre 2017, Lounes, C‑165/16, EU:C:2017:862, punto 46).

24      In particolare, la Corte ha dichiarato che, quando, nel corso di un soggiorno effettivo del cittadino dell’Unione in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza, ai sensi e nel rispetto delle condizioni poste dalla direttiva 2004/38, si sia sviluppata o consolidata una vita familiare in quest’ultimo Stato membro, l’effetto utile dei diritti che al cittadino dell’Unione interessato derivano dall’articolo 21, paragrafo 1, TFUE impone che la vita familiare che tale cittadino abbia condotto nello Stato membro suddetto possa proseguire al suo ritorno nello Stato membro di cui possiede la cittadinanza, grazie alla concessione di un diritto di soggiorno derivato al familiare interessato, cittadino di uno Stato terzo. Difatti, in mancanza di un siffatto diritto di soggiorno derivato, detto cittadino dell’Unione potrebbe essere dissuaso dal lasciare lo Stato membro di cui possiede la cittadinanza al fine di avvalersi del suo diritto di soggiorno, ai sensi dell’articolo 21, paragrafo 1, TFUE, in un altro Stato membro, per il fatto di non avere la certezza di poter proseguire nello Stato membro di origine una vita familiare in tal modo sviluppata o consolidata nello Stato membro ospitante (v., in tal senso, sentenza del 12 marzo 2014, O. e B., C‑456/12, EU:C:2014:135, punto 54 e giurisprudenza ivi citata).

25      Per quanto riguarda le condizioni di concessione di tale diritto di soggiorno derivato, la Corte ha sottolineato che queste non devono essere più rigorose di quelle previste dalla direttiva 2004/38 per la concessione di un simile diritto di soggiorno a un cittadino di uno Stato terzo, familiare di un cittadino dell’Unione che abbia esercitato il proprio diritto di libera circolazione stabilendosi in uno Stato membro diverso da quello di cui possiede la cittadinanza. Infatti, alla situazione descritta al punto precedente si deve applicare per analogia la direttiva citata (v., in tal senso, sentenze del 12 marzo 2014, O. e B., C‑456/12, EU:C:2014:135, punti 50 e 61; del 10 maggio 2017, Chavez-Vilchez e a., C‑133/15, EU:C:2017:354, punti 54 e 55, nonché del 14 novembre 2017, Lounes, C‑165/16, EU:C:2017:862, punto 61).

26      Nella fattispecie, le questioni sollevate dal giudice del rinvio si fondano sulla premessa per cui il sig. Coman, durante il suo soggiorno effettivo in Belgio ai sensi dell’articolo 7, paragrafo 1, della direttiva 2004/38, ha sviluppato o consolidato in tale occasione una vita familiare con il sig. Hamilton.

27      Occorre rispondere alle questioni poste dal giudice del rinvio alla luce delle considerazioni sopra svolte.

 Sulla prima questione

28      Con la sua prima questione il giudice del rinvio chiede, in sostanza, se, in una situazione in cui un cittadino dell’Unione abbia esercitato la sua libertà di circolazione, recandosi e soggiornando in modo effettivo, conformemente alle condizioni di cui all’articolo 7, paragrafo 1, della direttiva 2004/38, in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza, e in tale occasione abbia sviluppato o consolidato una vita familiare con un cittadino di uno Stato terzo dello stesso sesso, al quale si è unito con un matrimonio legalmente contratto nello Stato membro ospitante, l’articolo 21, paragrafo 1, TFUE debba essere interpretato nel senso che osta a che le autorità competenti dello Stato membro di cui il cittadino dell’Unione ha la cittadinanza rifiutino di concedere un diritto di soggiorno sul territorio di detto Stato membro al predetto cittadino di uno Stato terzo, per il fatto che il diritto dello Stato membro di cui trattasi non prevede il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

29      Occorre ricordare che, in quanto cittadino rumeno, il sig. Coman gode, ai sensi dell’articolo 20, paragrafo 1, TFUE, dello status di cittadino dell’Unione.

30      A tale riguardo, la Corte ha ripetutamente affermato che lo status di cittadino dell’Unione è destinato ad essere lo status fondamentale dei cittadini degli Stati membri (v. sentenze del 20 settembre 2001, Grzelczyk, C‑184/99, EU:C:2001:458, punto 31; dell’8 marzo 2011, Ruiz Zambrano, C‑34/09, EU:C:2011:124, punto 41, e del 2 giugno 2016, Bogendorff von Wolffersdorff, C‑438/14, EU:C:2016:401, punto 29).

31      Come risulta dalla giurisprudenza della Corte, un cittadino di uno Stato membro che, come nel procedimento principale, nella sua qualità di cittadino dell’Unione abbia esercitato la propria libertà di circolare e di soggiornare in uno Stato membro diverso dal suo Stato membro d’origine, può avvalersi dei diritti connessi a tale qualità, in particolare di quelli previsti dall’articolo 21, paragrafo 1, TFUE, anche, eventualmente, nei confronti del suo Stato membro d’origine (v., in tal senso, sentenze del 23 ottobre 2007, Morgan e Bucher, C‑11/06 e C‑12/06, EU:C:2007:626, punto 22; del 18 luglio 2013, Prinz e Seeberger, C‑523/11 e C‑585/11, EU:C:2013:524, punto 23, nonché del 14 novembre 2017, Lounes, C‑165/16, EU:C:2017:862, punto 51).

32      I diritti riconosciuti ai cittadini degli Stati membri da tale disposizione includono il diritto di condurre una normale vita familiare sia nello Stato membro ospitante sia nello Stato membro del quale essi possiedono la cittadinanza, al ritorno in tale Stato membro, ivi beneficiando della presenza, al loro fianco, dei loro familiari (v., in tal senso, sentenze del 7 luglio 1992, Singh, C‑370/90, EU:C:1992:296, punti 21 e 23, nonché del 14 novembre 2017, Lounes, C‑165/16, EU:C:2017:862, punto 52 e giurisprudenza ivi citata).

33      Per quanto riguarda la questione se i «familiari», di cui al punto precedente, comprendano il cittadino di uno Stato terzo, dello stesso sesso del cittadino dell’Unione, che abbia contratto matrimonio con quest’ultimo in uno Stato membro conformemente alla normativa di quest’ultimo, occorre anzitutto ricordare che la direttiva 2004/38, applicabile, come rilevato al punto 25 della presente sentenza, per analogia in circostanze come quelle di cui al procedimento principale, al suo articolo 2, punto 2, lettera a) menziona espressamente il «coniuge» come «familiare».

34      La nozione di «coniuge», di cui a tale disposizione, vale a designare una persona unita ad un’altra da vincolo matrimoniale (v., in tal senso, sentenza del 25 luglio 2008, Metock e a., C‑127/08, EU:C:2008:449, punti 98 e 99).

35      Per quanto riguarda la questione se la nozione in parola ricomprenda il cittadino di uno Stato terzo dello stesso sesso del cittadino dell’Unione, che abbia contratto matrimonio con quest’ultimo in uno Stato membro conformemente alla normativa di quest’ultimo, si deve sottolineare, in primo luogo, che, ai sensi della direttiva 2004/38, la nozione di «coniuge» è neutra dal punto di vista del genere e può comprendere quindi il coniuge dello stesso sesso del cittadino dell’Unione interessato.

36      Occorre poi rilevare che, mentre, per determinare la qualificazione di «familiare» di un partner con cui il cittadino dell’Unione ha contratto un’unione registrata sulla base della legislazione di uno Stato membro, l’articolo 2, punto 2, lettera b), della direttiva 2004/38 rinvia alle condizioni previste dalla legislazione pertinente dello Stato membro in cui tale cittadino intende recarsi o soggiornare, l’articolo 2, punto 2, lettera a), della direttiva citata, applicabile per analogia al caso di specie, non contiene, invece, un siffatto rinvio per quanto riguarda la nozione di «coniuge» ai sensi di detta direttiva. Ne consegue che uno Stato membro non può invocare la propria normativa nazionale per opporsi al riconoscimento sul proprio territorio, ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato terzo, del matrimonio da questo contratto con un cittadino dell’Unione dello stesso sesso in un altro Stato membro in conformità della normativa di quest’ultimo.

37      È vero che lo stato civile, a cui sono riconducibili le norme relative al matrimonio, è una materia che rientra nella competenza degli Stati membri e il diritto dell’Unione non pregiudica tale competenza (v., in tal senso, sentenze del 2 ottobre 2003, Garcia Avello, C‑148/02, EU:C:2003:539, punto 25; del 1° aprile 2008, Maruko, C‑267/06, EU:C:2008:179, punto 59, nonché del 14 ottobre 2008, Grunkin e Paul, C‑353/06, EU:C:2008:559, punto 16). Gli Stati membri sono dunque liberi di prevedere o meno il matrimonio tra persone del medesimo sesso (sentenza del 24 novembre 2016, Parris, C‑443/15, EU:C:2016:897, punto 59).

38      Tuttavia, da una giurisprudenza consolidata risulta che gli Stati membri, nell’esercizio della suddetta competenza, devono rispettare il diritto dell’Unione e, in particolare, le disposizioni del Trattato relative alla libertà riconosciuta a ogni cittadino dell’Unione di circolare e di soggiornare nel territorio degli Stati membri (v., in tal senso, sentenze del 2 ottobre 2003, Garcia Avello, C‑148/02, EU:C:2003:539, punto 25; del 14 ottobre 2008, Grunkin e Paul, C‑353/06, EU:C:2008:559, punto 16, nonché del 2 giugno 2016, Bogendorff von Wolffersdorff, C‑438/14, EU:C:2016:401, punto 32).

39      Ebbene, lasciare agli Stati membri la possibilità di concedere o negare l’ingresso e il soggiorno nel proprio territorio a un cittadino di uno Stato terzo, che abbia contratto matrimonio con un cittadino dell’Unione dello stesso sesso in uno Stato membro conformemente alla normativa di quest’ultimo, a seconda che le disposizioni del diritto nazionale prevedano o meno il matrimonio tra persone dello stesso sesso, avrebbe come conseguenza che la libertà di circolazione dei cittadini dell’Unione, che abbiano già esercitato la libertà in discorso, varierebbe da uno Stato membro all’altro, in funzione di tali disposizioni di diritto nazionale (v., per analogia, sentenza del 25 luglio 2008, Metock e a., C‑127/08, EU:C:2008:449, punto 67). Una simile situazione sarebbe contraria alla giurisprudenza della Corte, ricordata dall’avvocato generale al paragrafo 73 delle sue conclusioni, secondo cui, in considerazione del contesto e degli scopi che la direttiva 2004/38 persegue, le sue disposizioni, applicabili per analogia al caso di specie, non possono essere interpretate restrittivamente e, comunque, non devono essere private del loro effetto utile (sentenze del 25 luglio 2008, Metock e a., C‑127/08, EU:C:2008:449, punto 84, nonché del 18 dicembre 2014, McCarthy e a., C‑202/13, EU:C:2014:2450, punto 32).

40      Ne consegue che il rifiuto, opposto dalle autorità di uno Stato membro, di riconoscere, ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato terzo, il matrimonio di quest’ultimo con un cittadino dell’Unione dello stesso sesso, cittadino di tale Stato membro, contratto durante il loro soggiorno effettivo in un altro Stato membro conformemente alla legislazione di quest’ultimo Stato membro, è atto ad ostacolare l’esercizio del diritto di detto cittadino dell’Unione, sancito dall’articolo 21, paragrafo 1, TFUE, di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri. Infatti, un simile rifiuto ha come conseguenza che tale cittadino dell’Unione può vedersi privato della possibilità di tornare nello Stato membro di cui ha la cittadinanza, accompagnato dal coniuge.

41      Ciò premesso, conformemente ad una costante giurisprudenza, una restrizione alla libera circolazione delle persone che, come nel procedimento principale, sia indipendente dalla cittadinanza delle persone interessate, può essere giustificata se è basata su considerazioni oggettive di interesse generale ed è proporzionata allo scopo legittimamente perseguito dal diritto nazionale (v., in tal senso, sentenze del 14 ottobre 2008, Grunkin e Paul, C‑353/06, EU:C:2008:559, punto 29; del 26 febbraio 2015, Martens, C‑359/13, EU:C:2015:118, punto 34, nonché del 2 giugno 2016, Bogendorff von Wolffersdorff, C‑438/14, EU:C:2016:401, punto 48). Dalla giurisprudenza della Corte emerge che una misura è proporzionata quando è idonea a realizzare l’obiettivo perseguito, ma al contempo non va oltre quanto necessario per il suo raggiungimento (sentenza del 26 febbraio 2015, Martens, C‑359/13, EU:C:2015:118, punto 34 e giurisprudenza ivi citata).

42      Per quanto riguarda i motivi di interesse generale, si deve osservare che vari governi che hanno presentato osservazioni alla Corte hanno evidenziato, al riguardo, il carattere fondamentale dell’istituzione del matrimonio e la volontà di alcuni Stati membri di mantenere tale istituzione quale unione tra un uomo e una donna, tutelata in alcuni Stati membri da norme di rango costituzionale. Il governo lettone ha in tale ambito precisato, in udienza, che, quand’anche il rifiuto, in circostanze come quelle di cui al procedimento principale, di riconoscere i matrimoni tra persone dello stesso sesso contratti in un altro Stato membro costituisse una restrizione all’articolo 21 TFUE, siffatta restrizione sarebbe giustificata da motivi connessi all’ordine pubblico e all’identità nazionale, di cui all’articolo 4, paragrafo 2, TUE.

43      A tale riguardo, occorre ricordare che, ai sensi dell’articolo 4, paragrafo 2, TUE, l’Unione rispetta l’identità nazionale dei suoi Stati membri, insita nella loro struttura fondamentale, politica e costituzionale (v. anche, in tale senso, sentenza del 2 giugno 2016, Bogendorff von Wolffersdorff, C‑438/14, EU:C:2016:401, punto 73 e giurisprudenza ivi citata).

44      Inoltre, la Corte ha dichiarato in più occasioni che la nozione di «ordine pubblico», in quanto giustificazione di una deroga a una libertà fondamentale, dev’essere intesa in senso restrittivo, di guisa che la sua portata non può essere determinata unilateralmente da ciascuno Stato membro senza il controllo delle istituzioni dell’Unione. Ne consegue che l’ordine pubblico può essere invocato soltanto in caso di minaccia reale e sufficientemente grave ad uno degli interessi fondamentali della società (v., in tal senso, sentenze del 2 giugno 2016, Bogendorff von Wolffersdorff, C‑438/14, EU:C:2016:401, punto 67, nonché del 13 luglio 2017, E, C‑193/16, EU:C:2017:542, punto 18 e giurisprudenza ivi citata).

45      In proposito, si deve rilevare che l’obbligo per uno Stato membro di riconoscere un matrimonio tra persone dello stesso sesso contratto in un altro Stato membro conformemente alla normativa di quest’ultimo, ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato terzo, non pregiudica l’istituto del matrimonio in tale primo Stato membro, il quale è definito dal diritto nazionale e rientra, come ricordato al punto 37 della presente sentenza, nella competenza degli Stati membri. Esso non comporta l’obbligo, per detto Stato membro, di prevedere, nella normativa nazionale, l’istituto del matrimonio tra persone dello stesso sesso. Tale obbligo è circoscritto al riconoscimento di siffatti matrimoni, contratti in un altro Stato membro in conformità della normativa di quest’ultimo, e ciò unicamente ai fini dell’esercizio dei diritti conferiti a tali persone dal diritto dell’Unione.

46      Pertanto, un simile obbligo di riconoscimento ai soli fini della concessione di un diritto di soggiorno derivato a un cittadino di uno Stato terzo non attenta all’identità nazionale né minaccia l’ordine pubblico dello Stato membro interessato.

47      Si deve aggiungere che una misura nazionale idonea ad ostacolare l’esercizio della libera circolazione delle persone può essere giustificata solo se è conforme ai diritti fondamentali sanciti dalla Carta di cui la Corte garantisce il rispetto (v., per analogia, sentenza del 13 settembre 2016, Rendón Marín, C‑165/14, EU:C:2016:675, punto 66).

48      Quanto alla nozione di «coniuge» di cui all’articolo 2, punto 2, lettera a), della direttiva 2004/38, il diritto al rispetto della vita privata e familiare garantito dall’articolo 7 della Carta è fondamentale.

49      A tale riguardo, come risulta dalle spiegazioni relative alla Carta dei diritti fondamentali (GU 2007, C 303, pag. 17), a norma dell’articolo 52, paragrafo 3, della Carta, i diritti garantiti dall’articolo 7 della medesima hanno lo stesso significato e la stessa portata di quelli garantiti dall’articolo 8 della Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950.

50      Orbene, dalla giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo risulta che la relazione che lega una coppia omosessuale può rientrare nella nozione di «vita privata», nonché in quella di «vita familiare», al pari della relazione che lega una coppia di sesso opposto che si trovi nella stessa situazione (Corte EDU, 7 novembre 2013, Vallianatos e a. c. Grecia, CE:ECHR:2013:1107JUD002938109, § 73, nonché Corte EDU, 14 dicembre 2017, Orlandi e a. c. Italia, CE:ECHR:2017:1214JUD002643112, § 143).

51      Alla luce di tutte le considerazioni che precedono, occorre rispondere alla prima questione dichiarando che, in una situazione in cui un cittadino dell’Unione abbia esercitato la sua libertà di circolazione, recandosi e soggiornando in modo effettivo, conformemente alle condizioni di cui all’articolo 7, paragrafo 1, della direttiva 2004/38, in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza, e in tale occasione abbia sviluppato o consolidato una vita familiare con un cittadino di uno Stato terzo dello stesso sesso, al quale si è unito con un matrimonio legalmente contratto nello Stato membro ospitante, l’articolo 21, paragrafo 1, TFUE deve essere interpretato nel senso che osta a che le autorità competenti dello Stato membro di cui il cittadino dell’Unione ha la cittadinanza rifiutino di concedere un diritto di soggiorno sul territorio di detto Stato membro al suddetto cittadino di uno Stato terzo, per il fatto che l’ordinamento di tale Stato membro non prevede il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

 Sulla seconda questione

52      Con la sua seconda questione il giudice del rinvio chiede, in sostanza, in caso di risposta affermativa alla prima questione, se l’articolo 21, paragrafo 1, TFUE debba essere interpretato nel senso che, in circostanze come quelle di cui al procedimento principale, il cittadino di uno Stato terzo, dello stesso sesso del cittadino dell’Unione, che abbia contratto matrimonio con quest’ultimo in uno Stato membro conformemente alla sua normativa, disponga di un diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi nel territorio dello Stato membro di cui il cittadino dell’Unione ha la cittadinanza.

53      Come ricordato ai punti 23 e 24 della presente sentenza, quando, nel corso di un soggiorno effettivo del cittadino dell’Unione in uno Stato membro ospitante diverso da quello di cui egli abbia la cittadinanza, ai sensi e nel rispetto delle condizioni poste dalla direttiva 2004/38, si sia sviluppata o consolidata una vita familiare in quest’ultimo Stato membro, per preservare l’effetto utile dei diritti che al cittadino dell’Unione interessato derivano dall’articolo 21, paragrafo 1, TFUE è necessario che la vita familiare che il cittadino di cui trattasi ha condotto in tale Stato membro possa proseguire al suo ritorno nello Stato membro di cui possiede la cittadinanza, grazie alla concessione di un diritto di soggiorno derivato al familiare interessato, cittadino di uno Stato terzo.

54      Quanto alle condizioni di concessione di tale diritto di soggiorno derivato, come rilevato al punto 25 della presente sentenza, la Corte ha sottolineato che queste non devono essere più rigorose di quelle previste dalla direttiva 2004/38 per la concessione del diritto di soggiorno a un cittadino di uno Stato terzo, familiare di un cittadino dell’Unione che abbia esercitato il proprio diritto di libera circolazione stabilendosi in uno Stato membro diverso da quello di cui possiede la cittadinanza.

55      Al riguardo, come risulta dall’articolo 7, paragrafo 2, della direttiva 2004/38, il diritto di soggiorno di cui al paragrafo 1 di tale articolo è esteso ai familiari non aventi la cittadinanza di uno Stato membro quando accompagnino o raggiungano nello Stato membro ospitante il cittadino dell’Unione, purché questi risponda alle condizioni di cui al paragrafo 1, lettere a), b) o c), dello stesso articolo.

56      Alla luce delle considerazioni che precedono, si deve rispondere alla seconda questione dichiarando che l’articolo 21, paragrafo 1, TFUE deve essere interpretato nel senso che, in circostanze come quelle di cui al procedimento principale, il cittadino di uno Stato terzo, dello stesso sesso del cittadino dell’Unione, che abbia contratto matrimonio con quest’ultimo in uno Stato membro conformemente alla sua normativa, dispone di un diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi nel territorio dello Stato membro di cui il cittadino dell’Unione ha la cittadinanza. Tale diritto di soggiorno derivato non può essere sottoposto a condizioni più rigorose di quelle previste all’articolo 7 della direttiva 2004/38.

 Sulle questioni terza e quarta

57      Alla luce della soluzione fornita alla prima e alla seconda questione, non occorre rispondere alla terza e alla quarta questione.

 Sulle spese

58      Nei confronti delle parti nel procedimento principale la presente causa costituisce un incidente sollevato dinanzi al giudice nazionale, cui spetta quindi statuire sulle spese. Le spese sostenute da altri soggetti per presentare osservazioni alla Corte non possono dar luogo a rifusione.

Per questi motivi, la Corte (Grande Sezione) dichiara:

1)      In una situazione in cui un cittadino dell’Unione abbia esercitato la sua libertà di circolazione, recandosi e soggiornando in modo effettivo, conformemente alle condizioni di cui all’articolo 7, paragrafo 1, della direttiva 2004/38/CE del Parlamento europeo e del Consiglio, del 29 aprile 2004, relativa al diritto dei cittadini dell’Unione e dei loro familiari di circolare e di soggiornare liberamente nel territorio degli Stati membri, che modifica il regolamento (CEE) n. 1612/68 ed abroga le direttive 64/221/CEE, 68/360/CEE, 72/194/CEE, 73/148/CEE, 75/34/CEE, 75/35/CEE, 90/364/CEE, 90/365/CEE e 93/96/CEE, in uno Stato membro diverso da quello di cui ha la cittadinanza, e in tale occasione abbia sviluppato o consolidato una vita familiare con un cittadino di uno Stato terzo dello stesso sesso, al quale si è unito con un matrimonio legalmente contratto nello Stato membro ospitante, l’articolo 21, paragrafo 1, TFUE deve essere interpretato nel senso che osta a che le autorità competenti dello Stato membro di cui il cittadino dell’Unione ha la cittadinanza rifiutino di concedere un diritto di soggiorno sul territorio di detto Stato membro al suddetto cittadino di uno Stato terzo, per il fatto che l’ordinamento di tale Stato membro non prevede il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

2)      L’articolo 21, paragrafo 1, TFUE deve essere interpretato nel senso che, in circostanze come quelle di cui al procedimento principale, il cittadino di uno Stato terzo, dello stesso sesso del cittadino dell’Unione, che abbia contratto matrimonio con quest’ultimo in uno Stato membro conformemente alla sua normativa, dispone di un diritto di soggiorno per un periodo superiore a tre mesi nel territorio dello Stato membro di cui il cittadino dell’Unione ha la cittadinanza. Tale diritto di soggiorno derivato non può essere sottoposto a condizioni più rigorose di quelle previste all’articolo 7 della direttiva 2004/38.

 

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Ci risiamo con la solita ipocrisia

Articolo di Alfredo Mantovano, pubblicato il 3 giugno 2018 su Il Tempo.

Dobbiamo aver perso qualche passaggio: immaginavamo che fosse ancora in vigore l’articolo 29 della Costituzione che definisce la famiglia «società naturale fondata sul matrimonio». Invece, a leggere e ad ascoltare le reazioni irate per le parole del ministro Fontana sulle «famiglie arcobaleno», è da pensare che, senza particolare clamore, quella norma della Carta sia stata modificata quanto al rinvio al dato di natura e quanto al fondamento nel matrimonio: eppure chi ha imposto la legge sulle unioni civili nella precedente legislatura aveva stragiurato che essa non parificava la convivenza same sex al matrimonio. Vi è un dato politico che è letto come un oltraggio all’imperante politically correct: il governo appena insediato non solo non contiene una delega alle pari opportunità – che scandalo! appena se ne accorgeranno i mercati … – ma osa includere una delega alla famiglia e alla disabilità, per di più in carico a una persona che non ha mai nascosto le sue convinzioni pro life e pro family. Scrutate le biografie essenziali dei vari ministri, è partita la caccia mediatica a chi rischia di far invertire orientamenti ideologici che è vietato discutere. In tal senso, Lorenzo Fontana è il primo della lista. Saggezza ed equilibrio avrebbero consigliato di orientare l’attenzione su quello che oggi è lo spread vero, frutto non di manovre speculative o di ribassi di titoli, ma oggettivo: lo spread fra nascite e morti, che ha trasformato l’Italia in un Paese di anziani e di figli unici, nel quale i costi del welfare incidono pesantemente e in negativo sul bilancio e sul Pil. Con la drammatica prospettiva di tagli per assistenza e sanità, che colpiranno proprio coloro che verranno ritenuti dei costi non più sostenibili, come i disabili e le persone di età avanzata: accade così in civilissimi Stati dell’Ue, come Olanda e Belgio, o prossimi all’uscita come il Regno Unito. Ma questo non è il tema del confronto sulle principali testate giornalistiche: deve prevalere la demonizzazione del cattolico che annuncia di puntare alla riduzione degli aborti e all’incremento delle nascite. Quelle medesime testate che fino a un paio di giorni fa esortavano a equilibrio e a senso di responsabilità, paiono aver dimenticato l’uno e l’altra nel tiro al bersaglio appena iniziato. Il ministro Fontana, e con lui l’intero esecutivo, sono avvertiti: non verrà loro perdonato nulla, nemmeno il minimo monosillabo. A quei media contenti di pubblicare o trasmettere le pubblicità sui pannoloni, sulle dentiere e contro la prostata e il colesterolo converrà dare qualche rapida e sostanziale risposta nei fatti.

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Il Centro studi Livatino interviene nel giudizio di costituzionalità della legge sulla fecondazione artificiale sollevata dal Tribunale di Pisa

Il Centro studi Livatino interviene nel giudizio di costituzionalità della legge sulla fecondazione artificiale sollevata dal Tribunale di Pisa

Con ordinanza depositata il 15 marzo 2018 il Tribunale di Pisa ha sollevato la questa di legittimità costituzionale degli articoli 449 del codice civile, 29 co. 2, d.P.R. n. 396 del 2000, 250 del codice civile e 5 e 8, l. n. 40 del 2004 (la legge sulla fecondazione artificiale), nella parte «in cui non consente di formare in Italia un atto di nascita in cui vengano riconosciute come genitori di un cittadino di nazionalità straniera due persone dello stesso sesso, quando la filiazione sia stabilita sulla base della legge applicabile ex art. 33, l. n. 218/1995, per ritenuto contrasto con gli artt. 2, 3, 24, 30 e 117 della Costituzione (in relazione agli artt. 3 e 7 della Convenzione di New York del 20 novembre 1989, ratificata con legge n. 176/1991)».
 
 Il Tribunale di Pisa ha investito della questione la Corte costituzionale dopo una lunga disamina delle ragioni per le quali nel nostro ordinamento non è possibile ricavare una norma che consenta a due donne (nel caso concreto a una madre partoriente di nazionalità straniera e a una donna italiana che ha prestato il consenso alla fecondazione eterologa) di ottenere la formazione dell’atto di nascita del figlio concepito ricorrendo alla fecondazione eterologa, neppure invocando la legge nazionale della donna che ha dato alla luce il bambino. Sono evidenti gli effetti negativi che comporterebbe l’accoglimento della questione sollevata, anche in termini di legittimazione della maternità surrogata.
 
 Come già accaduto di fronte alla questione sollevata dalla Corte di assise di Milano in ordine alla legittimità costituzionale del reato di agevolazione al suicidio, anche in questa vicenda il Centro studi Livatino ha depositato nei termini un atto di intervento nella cancelleria della Consulta. L’atto di intervento è stato redatto dal prof. avv. Mauro Paladini e dal prof. avv. Marcello Cecchetti.
 
 A seguire il testo dell’atto di intervento dei due illustri docenti universitari e l’ordinanza del Tribunale di Pisa.
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Più risorse per i nuclei familiari. Questa deve essere la priorità

Più risorse per i nuclei familiari. Questa deve essere la priorità

Articolo di Alfredo Mantovano*, pubblicato il 2 giugno 2018 su Il Tempo.

Caro Ministro Fontana, lei ha le spalle larghe e il buon umore veronese per non curarsi dei primi commenti critici al suo inserimento nel nuovo governo con la delega alla famiglia e alle disabilità: i giornali dell’establishment la descrivono con discredito come un cattolico (è grave), preoccupato per la denatalità (è molto grave), pro life e pro family (qui siamo al vertice del politically incorrect). Sa bene che quella parte di italiani che non ha accesso ai media e che trascorre la giornata dividendosi fra lavoro e figli, soprattutto quando ci sono difficoltà serie nel nucleo familiare, guarda a lei con fiducia. Il popolo del Family day ha seguito con attenzione la sua attività fino a questo momento, e si attende che gli impegni da lei assunti si traducano in qualcosa di concreto: non da un momento dall’altro, non puntando a quel tutto e subito che sta nei comizi ma è lontano dalla realtà, e sapendo che la sua delega non ha portafoglio, quindi ha possibilità operative limitate. E però, in un esecutivo che su vita e famiglia ha al proprio interno posizioni differenti, se non contrapposte, il suo ruolo è cruciale: la attende la sfida di diventare sul fronte della demografia il collante della coalizione per invertire il trend di decrescita infelice che finora ha riguardato l’Italia più di altre Nazioni. Il primo banco di prova sarà la prossima legge di stabilità, e quel che di strategico riuscirà a recuperare in termini di risorse per rendere meno complicata la vita delle famiglie italiane. In bocca al lupo!

*Ex sottosegretario all’Interno

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Maternità surrogata, il ricatto del “fatto compiuto”

Maternità surrogata, il ricatto del “fatto compiuto”

Intervista di Caterina Giojelli al procuratore Domenico Airoma, del Centro Studi Livatino, pubblicata il 30 maggio 2018 su Tempi.

L’appiglio è sempre lo stesso: è contro la legge, è un reato, non è riconosciuta in Italia, ma basta andare in un paese estero in cui la maternità surrogata è stata legittimata per tornare in patria con un bimbo in braccio. Eppure non si infrange solo la legge. Eppure a fare le spese dell’uso dei corpi degli adulti per soddisfare il desiderio di un figlio è il bimbo stesso. Non lo dice la morale cattolica, lo dice la legge a cui una certa parte di magistrati sembra (altro…)

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La Chiesa continuerà sempre a combattere contro le legislazioni abortiste

La Chiesa continuerà sempre a combattere contro le legislazioni abortiste

Riceviamo da S.Ecc. Mons Giampaolo Crepaldi, e con gratitudine pubblichiamo, la puntuale riflessione che segue sul referendum irlandese in tema di aborto e sulla legge italiana 194/78.

Dichiarazione dell’Arcivescovo Giampaolo Crepaldi nel 40mo anniversario della legge 194 e all’indomani del referendum in Irlanda

Nei giorni scorsi, precisamente il 22 maggio 2018, è ricorso il quarantesimo anniversario dell’approvazione da parte del Parlamento italiano della legge 194 che ha introdotto nell’ordinamento del nostro Paese l’interruzione volontaria della gravidanza, ossia l’aborto. (altro…)

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