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Dostoevskij: le ferite dell’infanzia nel contesto giuridico

Dostoevskij: le ferite dell’infanzia nel contesto giuridico

Stupri, omicidi, violenze e abusi di ogni genere riempivano i resoconti della Russia tardo-ottocentesca, dipingendo un quadro estremamente difficile della condizione infantile. Dostoevskij affrontò il problema dell’infanzia maltrattata e della sofferenza dei bambini attraverso la sua attività narrativa in una elaborazione personale e intima. Questo tema attraversa la sua copiosa produzione narrativa, con una riflessione sulle condizioni dei minori dal punto di vista giuridico e sociale nella sua opera cronachista e giudiziaria (Diario di uno scrittore) per poi proseguire nel primo romanzo (Povera gente) sino all’ultimo capolavoro (I Fratelli Karamazov).

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Sul teatro di marionette, di Heinrick von Kleist: il giurista tra essere e dover essere

Sul teatro di marionette, di Heinrick von Kleist: il giurista tra essere e dover essere

Il componimento di von Kleist si distingue per la sua concisione, delineando un’interessante trama che emerge dall’incontro tra il narratore e un danzatore, denominato signor C. Questi ultimi si immergono in un dialogo riguardante le agilità di alcune marionette e il principio vitale che le muove. In un’acuta conversazione, il ballerino sorprende il suo interlocutore sottolineando come un danzatore, nel suo percorso di perfezionamento, possa trarre preziose lezioni dall’osservazione delle marionette. Il signor C invita, in particolare, a riflettere sull’armoniosa eleganza del loro movimento, intriso di una spontanea grazia. Egli espone come la gestione del centro di gravità di ogni articolazione possa facilitare l’acquisizione del movimento ambìto; inoltre, illustra come la linea lungo la quale transita tale centro di gravità non sia altro che il percorso dell’anima del danzatore, l’elemento che coordina ogni membro in un’espressione coerente. Il signor C prosegue, illustrando un confronto con i movimenti di un celebre ballerino dell’epoca, impersonante Paride nell’atto di offrire la mela a Venere. Si nota in tale esibizione che l’anima del ballerino sembra risiedere, in modo sgradevole alla vista, persino nel gomito. Di fronte allo scetticismo del suo interlocutore, che fatica a credere che in una marionetta possa risiedere più grazia che in un corpo umano, il signor C narra l’episodio di un abile schermidore incapace di colpire un orso. Quest’ultimo, con sorprendente facilità, parava ogni colpo, essendo indifferente alle finte. Questo testo si apre a molteplici interpretazioni, ma quale messaggio trasmette al giurista? A prima vista, sembra non dire nulla di specifico. Tuttavia, esso evoca riflessioni significative. L’analogia presentata pone infatti l’accento sulla dicotomia tra l’essere e il dover essere, tematica che per lunghi anni ha rappresentato una questione spinosa. L’autore, pur non adottando una posizione esplicita, introduce uno spostamento di prospettiva: da una parte tale spostamento può disorientare il giurista, dall’altra lo posiziona in un punto di osservazione privilegiato, da cui può scrutare lo spazio metafisico in cui il diritto prende forma e la giustizia si manifesta.

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Procedura penale (1959), opera buffa di Dino Buzzati: la paura del processo narrata in musica

Procedura penale (1959), opera buffa di Dino Buzzati: la paura del processo narrata in musica

Dino Buzzati scrisse Procedura penale nel 1959, raccontando l’«incubo inquisitorio» in cui viene di colpo a trovarsi la protagonista, la contessa Mauritia Delormes, sottoposta ad un’istruttoria condotta dall’amico Giandomenico, improvvisatosi implacabile ed iniquo accusatore. Il libretto dello scrittore bellunese può anche essere letto come una rappresentazione artistica della «paura del processo» ancora oggi riscontrabile nel dibattito pubblico.

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Dostoevskij e La Leggenda del Grande Inquisitore

Dostoevskij e La Leggenda del Grande Inquisitore

La Leggenda del Grande Inquisitore è un capitolo de “I Fratelli Karamazov” di Fëdor Dostoevskij, uno dei più importanti romanzi della letteratura russa. Questo capitolo è particolarmente noto per la sua profondità filosofica e le complesse riflessioni che suscita. Nella Leggenda, Ivan Karamazov narra a suo fratello Alëša una storia immaginaria ambientata in Spagna durante il XVI secolo, durante l’Inquisizione. La narrazione è una sorta di poema drammatico all’interno del romanzo, ed è incentrata su un incontro tra Gesù Cristo e il Grande Inquisitore. Il Grande Inquisitore, rappresentante dell’autorità religiosa e politica, cattura Gesù appena arrivato a Siviglia e lo imprigiona. Nella prigione, il Grande Inquisitore esprime la sua visione del mondo, critica il messaggio di Gesù e giustifica la sua decisione di imprigionarlo. Secondo il Grande Inquisitore, il messaggio di amore e libertà di Cristo è troppo difficile per la maggior parte delle persone, che cercano invece sicurezza, ordine e autorità. Il Grande Inquisitore sostiene che la Chiesa, assumendo il controllo della fede e imponendo regole e dogmi, sta facendo un favore all’umanità, garantendo così la sua stabilità e proteggendo le persone dalla difficile libertà individuale. Questo brano solleva una serie di questioni filosofiche profonde. Uno dei temi principali è la tensione tra libertà individuale e autorità istituzionale, e il modo in cui la società può cercare di equilibrare questi due elementi. Dostoevskij attraverso la voce del Grande Inquisitore esplora la complessità della natura umana, la nostra tendenza a cercare la sicurezza e l’ordine anche a costo della libertà.

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Riflessioni morali nell’universo criminale: un’analisi di Delitto e castigo di F. Dostoevskij

Riflessioni morali nell’universo criminale: un’analisi di Delitto e castigo di F. Dostoevskij

Nell’incalzante tessitura narrativa di “Delitto e Castigo” di Fëdor Dostoevskij, si dipana un intricato mosaico di temi filosofici che eleva il romanzo a una profonda esplorazione dell’animo umano e delle sue oscure sfaccettature. Ambientato nell’oscura San Pietroburgo dell’Ottocento, questo capolavoro letterario si snoda attraverso i labirinti dell’etica, della morale e della psicologia, gettando una luce penetrante sui recessi più remoti dell’esistenza umana. Il protagonista, Rodion Romanovič Raskol’nikov, incarna la conflittualità di un individuo immerso nel dilemma tra giustizia e crimine, tra il desiderio di affrancarsi da una società corrotta e il peso delle conseguenze morali. Attraverso la sua tormentata psiche, Dostoevskij traccia una riflessione profonda sul concetto di bene e male, sondando le oscure profondità dell’animo umano in un contesto di sofferenza e degrado sociale. L’opera si erge anche come un manifesto esistenziale, offrendo al lettore uno spaccato sulla condizione umana e sulla ricerca di senso nella vita. La presenza costante della polizia, la giustizia come entità impersonale e l’ombra della colpa permeano il tessuto della trama, suscitando interrogativi filosofici sulla natura umana, la libertà individuale e il prezzo da pagare per la redenzione. In questo affresco letterario, Dostoevskij esplora il conflitto tra ragione e passione, tra la logica fredda e calcolatrice di Raskol’nikov e la fervida umanità dei personaggi che popolano il suo mondo. Attraverso il lento disvelarsi dei misteri e delle motivazioni dei protagonisti, il romanzo si trasforma in una complessa riflessione sulla morale, la fede, e la possibilità di redenzione nell’abisso dell’animo umano.”Delitto e Castigo” si configura così come un’opera immortale che, con maestria, pone le basi per un dibattito filosofico senza tempo, guidando il lettore attraverso le intricate vicende della mente umana e offrendo spunti di riflessione profonda sulla condizione umana, la morale e il significato della vita.

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Il mito di Prometeo: a grande peccatore grande castigo?

Il mito di Prometeo: a grande peccatore grande castigo?

Nel mito, Prometeo viene punito da Zeus con una pena particolarmente crudele: essere incatenato a una roccia e subire l’eterno supplizio di un’aquila che si nutre del suo fegato, che si rigenera ogni giorno. Questa pena eterna è inflitta da Zeus come punizione per aver rubato il fuoco e averne fatto dono agli uomini. Il carattere eterno della pena mette in discussione il concetto di fine della pena e solleva interrogativi sulla giustizia di una punizione così sproporzionata.

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Alla ricerca dell’anello mancante: l’eredità letteraria, umana e spirituale di J.R.R. Tolkien

Alla ricerca dell’anello mancante: l’eredità letteraria, umana e spirituale di J.R.R. Tolkien

Una grande mostra a Roma per J.R.R. Tolkien, la prima di queste dimensioni in Italia. E poi una serie di nuovi libri, tra cui l’edizione ampliata di un saggio critico e militante di Wu Ming 4 (Federico Guglielmi), nuove edizioni di volumi cult, oltre a seminari, convegni, incontri. Sono trascorsi cinquant’anni dalla scomparsa di J.R.R. Tolkien, e Il Signore degli Anelli rimane ancora il pilastro insuperabile del genere fantasy. Quest’opera è l’unica nel suo genere a cui la critica abbia universalmente conferito lo status di letteratura anziché semplice narrativa. Le influenze di Tolkien permeano ancora la cultura pop contemporanea, evidenti nei videogiochi, nei film. Gli elfi e gli orchi continuano a popolare le terre immaginarie della fantasia, riflettendo le aspirazioni consumistiche di una generazione cresciuta nel mondo nerd. La Terra di Mezzo, in particolare, si mantiene imponente nelle produzioni multimediali, dalla trilogia cinematografica di Peter Jackson al controverso adattamento televisivo Gli Anelli del Potere di Amazon Prime, oltre a una moltitudine di giochi da tavolo e videogiochi ambientati nell’universo tolkeniano. L’influenza di Tolkien nel genere che ha contribuito a definire è innegabile. Tuttavia, la ricorrenza attuale solleva la domanda se quest’eredità si stia mantenendo salda o stia gradualmente perdendo la sua forza. Il Centro Studi Livatino vuole approfondire con una serie di articoli l’eredità e il patrimonio culturale dello scrittore britannico.

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Sisifo e il fine pena mai

Sisifo e il fine pena mai

Sisifo è un personaggio della mitologia greca noto per la sua punizione nel Tartaro, descritta nel mito di Sisifo raccontato da Albert Camus nel suo celebre saggio “Il mito di Sisifo”. Secondo la leggenda, Sisifo fu condannato dagli dei a un’eterna punizione: doveva far rotolare una roccia immensa su una collina, solo per vederla rotolare giù quando raggiungeva la cima, costringendolo a ricominciare in un ciclo senza fine. Questo mito è stato ampiamente interpretato in campo filosofico, soprattutto grazie alla visione di Camus. La sua prospettiva esistenzialista vede Sisifo come un simbolo della condizione umana. La sua punizione, l’eterna ripetizione di un compito assurdo e senza senso, riflette l’assurdità della vita stessa. Nonostante la fatica e la determinazione nel compiere un compito che non porta a nessuna conclusione soddisfacente, Sisifo continua a farlo. Filosofi come Camus vedono in Sisifo la rappresentazione della lotta umana contro un universo apparentemente indifferente e assurdo. La sua determinazione nel continuare nonostante la mancanza di senso riflette la condizione umana di fronte a un mondo che può sembrare privo di significato. Camus conclude che “bisogna immaginare Sisifo felice” nonostante la sua punizione, poiché la consapevolezza della condizione umana e l’accettazione dell’assurdità della vita possono condurre a una sorta di libertà interiore. Il mito di Sisifo è diventato un simbolo di resistenza, perseveranza e accettazione della vita nonostante le difficoltà e la mancanza di un significato oggettivo. La sua storia offre un’opportunità di riflessione sull’esistenza umana, la fatica e la ricerca di significato in un mondo che può apparire senza senso.

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Pindaro e il nomos basileus

Pindaro e il nomos basileus

Universale e individuale, assoluta e storica, inafferrabile e quotidiana. Così è la legge; esposta a dilemmi, contraddizioni e paradossi, e soprattutto a una domanda: quale il suo fondamento? Detto altrimenti, con le parole del poeta Pindaro: come può essere la “legge sovrana” (nómos basiléus)? Legge e diritto, ovvero la legislazione positiva e il diritto naturale. Il problema è se la legge sia codice convenzionale dell’uomo oppure codice iscritto nella natura. Il sofista Antifonte sosteneva che “la maggior parte delle cose giuste secondo la legge sono nemiche della natura”; il contrario esatto del pensiero di Cicerone, per il quale “noi non possiamo distinguere la legge buona da quella cattiva in base a nessun’altra norma, se non a quella di natura”.

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Tolkien a 50 anni dalla morte: il viaggio verso Isengard continua

Tolkien a 50 anni dalla morte: il viaggio verso Isengard continua

Cinquanta anni fa, il 2 settembre, John Ronald Reuel Tolkien, moriva. Tolkien non è semplicemente un ripetitore di cose già dette o di epopee epiche già narrate. Egli trae dall’armadio dell’epica e delle tradizioni europee elementi, motivi, personaggi su cui innesta intuizioni personalissime e una grandiosa capacità di rivisitazione di storie e significati. Non a caso, sin dall’uscita dell’opera, ciò che ha affascinato e interessato i lettori de Il Signore degli Anelli è l’operazione “umana, troppo umana”, ma basilare, della reductio ad unum. L’opera di Tolkien è anzitutto un autentico manuale di sopravvivenza tra gli errori e gli orrori della Modernità. Per scoprirlo, bisogna necessariamente ricorrere alla sana filosofia; vale a dire a quella filosofia per la quale la metafisica non costituisce un impedimento, ma la via privilegiata per accedere alla realtà. Tra i più deleteri errori ed orrori della Modernità, infatti, vi è sicuramente quello di aver negato il diritto di esistenza alla metafisica e di aver dichiarato guerra al mito e alla fiaba. Ciò assume particolare rilevanza per quel che concerne la costruzione di un immaginario nel quale i valori di una civiltà possano riflettersi ed incarnarsi.

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