La camorra si combatte intervenendo sulla durata dei processi

La camorra si combatte intervenendo sulla durata dei processi

Articolo di Alfredo Mantovano, pubblicato su Il Foglio, martedì 7 maggio 2019 a p. 3.

Il caso Noemi ricorda che nella lotta contro il crimine i guai dipendono dai tempi lunghi fra reato e avvio della repressione

La cronaca di ieri ci riporta ancora notizie drammatiche sulla piccola Noemi, la bambina di 4 anni in prognosi riservata ferita per errore qualche giorno fa in un agguato di camorra al centro di Napoli. Sul tema del contrasto alla camorra ci sarebbero molte cose da dire. Limitiamo le considerazioni al profilo del contrasto. Non perché le iniziative di prevenzione non siano importanti; anzi, sono decisive. E’ che però una situazione come quella di Napoli esige una radicale bonifica dai personaggi più pericolosi. (altro…)

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Il naufragio delle paranze

Il naufragio delle paranze

di Domenico Airoma
(in esclusiva per questo sito *)

Le paranze dei camorristi bambini sciamano rumorose per i vicoli di Napoli. Sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, ebbri di potere effimero, i baby boss vanno consapevoli verso l’inevitabile naufragio.

Scene da film.

Ed un film è stato fatto, immancabile. Perché il ragazzino in sella allo scooter, arma in pugno, che correndo va incontro alla morte, affascina. Va ripreso, va fatto vedere. In  tutti i suoi dettagli noir. Non importa se altri giovani imiteranno quei centauri morituri. Non interessa chi e cosa naufraga assieme a quelle paranze. Perché è questo che andrebbe raccontato, senza ideologia né decadenti compiacimenti.

E’, innanzitutto, naufragato quel codice d’ “onore” che segnava l’adesione alla criminalità organizzata di stampo mafioso. Un codice che imponeva il rispetto di determinati valori e principi riconosciuti come indispensabili per guadagnarsi il consenso della comunità che si pretendeva di governare; certamente un ossequio di facciata, un “inchino” finalizzato solo al consolidamento dell’egemonia della consorteria mafiosa, del “sistema”; ma pur sempre un “codice” da rispettare e da far rispettare e che, in quanto tale, contribuiva a tracciare i contenuti di un’identità forte –o almeno percepita come tale-, che esercitava un’indubbia forza attrattiva, soprattutto nei confronti delle giovani generazioni.

Ebbene, quel codice non c’è più.

E’ stato dilaniato dalla meccanica del circuito vizioso innescata dalla dissoluzione dei valori e dalla perversione sfrenata, che non poteva non colpire gli stessi sodalizi mafiosi, fra i principali motori di quel processo.

E’ finito, cioè, stritolato in quello stesso ingranaggio che la mentalità e gli interessi mafiosi hanno contribuito ad alimentare.

Si è chiusa, verosimilmente, un’epoca della criminalità organizzata o, almeno, stiamo assistendo al tramonto di uno “stile di vita” di mafioso che intendeva, ostentatamente, porsi in conflitto con un modo di vivere e di pensare “degenerato” e “lassista”.

Ed è proprio lo stile di vita criminale del minore inserito nei circuiti di tipo mafioso che fotografa, più di ogni altra circostanza, il cambiamento profondo che attraversa la criminalità organizzata.

Si tratta di una fase caratterizzata da un narcisismo aggressivo, dove la disgregazione di ogni codice ha lasciato il posto alla ostentata affermazione dei più violenti. Una ricerca di affermazione che costituisce la risposta, tragicamente miope, ad una domanda di identità che, non trovando risposta in un ambiente oramai senza alcuna identità, finisce per rivolgersi al surrogato di più rapida ed efficace impiego, il clan; una scelta di vita che è sentita come l’unica strada per emergere, in tempi brevi, da un buio anonimato o da una condizione di disperante assoggettamento.

Tutto ciò non è, tuttavia, senza conseguenze anche con riferimento ad un altro versante, forse poco esplorato, quello dei minori vittime delle consorterie mafiose.

E sul punto, mentre la mente va senz’altro ai tanti minorenni che cadono sul campo delle guerre fra clan oppure sotto il fuoco delle forze dell’ordine, non possiamo non registrare un dato per tanti aspetti nuovo, quello dello sfruttamento, anche sessuale, dei bambini.

Quante volte nel passato abbiamo assistito alla reazione, immediata, inesorabile, del clan nei confronti di coloro che si erano resi responsabili di crimini ritenuti lesivi di quel codice d’ “onore”; e fra questi, soprattutto, dei colpevoli degli abusi sessuali sui minori, considerati come “intoccabili”.

Quei “mostri” venivano giustiziati e tutti sapevano che erano stati giustiziati dai padrini, senza inutili processi e senza pietà alcuna. Era un modo con cui la consorteria mafiosa manifestava la propria omogeneità rispetto al “sistema” dei valori condivisi dalla comunità.

Oggi dobbiamo registrare una significativa, in quanto sempre più reiterata, assenza di reazione nei confronti di comportamenti di quel tipo. Il dato è verosimilmente sintomatico di un mutamento nella considerazione stessa di tali condotte: in un contesto, sociale e culturale, nel quale non vi è più la condivisione di qualsivoglia regola, nessuno avverte più la necessità di intervenire e di punire condotte “moralmente” ritenute non tollerabili.

Il consenso della comunità si guadagna diversamente; non c’è più ragione di presentarsi come inflessibili “giustizieri” dei comportamenti ritenuti un tempo travalicanti i confini della stessa tolleranza criminale, per la semplice ragione che confini più non ci sono.

Non si intende qui sminuire la portata dei  diversi fattori che contribuiscono a spiegare l’attecchimento e  la sistematicità di determinate condotte in pregiudizio dei minori.

Certo è che si assiste sempre di più alla combinazione di molteplici e convergenti condizioni che fanno sì che gli abusi su minori acquisiscano il carattere di pratiche diffuse e tollerate –se non proprio alimentate- dai sodalizi di tipo mafioso.

Da un lato la disgregazione dei legami familiari, l’assenza di qualsivoglia punto di riferimento protettivo dei minori, non supplito da altre istituzioni, spesso assenti in quartieri scolpiti a tavolino e riempiti con operazioni di deportazione.

Dall’altro il bambino come oggetto di divertimento dell’adulto, talora di divertimento organizzato, messo quindi a disposizione di una cerchia più o meno estesa di adulti; di un divertimento anche sublimato “culturalmente”, presentato comunque come una manifestazione di amore, di tipo “intergenerazionale”, all’insegna dello slogan “love is love”.

Non è un caso, pertanto, se in determinati quartieri, pur sottoposti a controllo della criminalità organizzata, si diffonda sempre più il modello del bambino “adultizzato”, pronto a replicare i comportamenti degli adulti, in campo criminale, come in quello sessuale.

La mafia, la camorra, la ‘ndrangheta –fa parte della loro storia- lucrano sfruttando i vizi; prima ancora del pizzo sulle attività commerciali, la criminalità organizzata ha da sempre tratto lauti guadagni imponendo la tassa sul soddisfacimento delle pulsioni viziose.

E’ accaduto sul traffico di sostanze stupefacenti, sulla prostituzione; ben può accadere sullo sfruttamento sessuale dei bambini. Soprattutto una volta che si è sfaldato quel codice comportamentale che metteva al bando determinate condotte viziose.

Di chi la colpa di tutto questo? Del camorrista che organizza il traffico?

Ancora una volta, occorre fare attenzione a non scambiare chi approfitta di un fenomeno, con le cause, certamente più profonde, culturali e sociali, del fenomeno stesso.

Un po’ come la questione del traffico dei rifiuti. La criminalità organizzata ha dato veste imprenditoriale ad una sistematica aggressione all’ambiente, mettendosi così in condizione di fare più vittime di tutte le guerre di mafia messe insieme. E tuttavia, i mafiosi non hanno fatto altro che rispondere ad una domanda; non hanno creato la domanda, né ne sono stati i primi interessati.

Lo stesso sta accadendo per i minori sfruttati, anche sessualmente.

Se vi è un interesse della criminalità organizzata, è perché vi è una domanda sempre più estesa (basti pensare alla diffusione della pedopornografia in ambienti sempre più “insospettabili”) e sempre più esigente; una domanda a cui ora viene data una risposta anche dalla criminalità organizzata.

Ed allora, se può essere senz’altro utile, anzi consigliabile, allontanare i minori abusati dal contesto familiare e sociale di riferimento e se può essere doveroso separare i figli dai genitori mafiosi per dar loro un futuro diverso, è però necessario interrogarsi su quali ideali e quali modelli di vita vengono poi proposti a quei giovani.

Perché quel che è naufragato assieme alle paranze è proprio quell’antropologia tutta relativistica che, da un lato, porta sul set cinematografico i baby boss, denunciandone la disperante condizione di destinati alla morte, e dall’altro sostiene la legalizzazione delle droghe in nome di un falso contrasto alle mafie, schiava di una concezione mortifera di una libertà senza limiti.

Il naufragio di quelle paranze è allora il naufragio di un mondo che ha voluto fare a meno di valori e principi oggettivi. Possiamo far finta che non sia il nostro mondo e riprenderlo, come un set cinematografico. Ma gli attori protagonisti non sono quei baby boss; sono, in realtà, coloro che li filmano.

Il naufragio non è ineluttabile.

Ma bisogna, innanzitutto, chiedere aiuto. E occorre che qualcuno risponda. Che qualcuno cioè abbia risposte.

Occorre agire per far in modo che questo nostro mondo, inselvatichitosi e resosi subumano, torni a recuperare l’umano; costruendo quinte di vivibilità alternative ai contesti criminali, favorendo la creazione di ambienti e occasioni di incontro, diffondendo modelli e punti di riferimento, rispondendo, insomma, a domande di senso, di ricerca di identità, prima e più che preoccuparsi –come pure è giusto- dei bisogni materiali. Per far questo, è necessario che vi siano persone che intendano non rassegnarsi a quell’inferno né far finta che sia un non-luogo, una città invisibile; è necessario scendere all’inferno, con l’obiettivo di tirarne fuori quanti, giovani in testa, sono stati condannati, senza colpa, ad una dannazione morale e sociale.

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Non si può credere in Dio ed essere mafiosi

Non si può credere in Dio ed essere mafiosi

Da L’Osservatore Romano, ed. quotidiana, 15 settembre 2018

Nella grande spianata del Foro italico, a Palermo, il Papa ha celebrato la messa nella mattina di sabato 15 settembre, memoria liturgica di don Pino Puglisi, il parroco di Brancaccio assassinato dai sicari della mafia nel 1993. Di seguito l’omelia pronunciata dal Pontefice. 

Oggi Dio ci parla di vittoria e di sconfitta. San Giovanni nella prima lettura presenta la fede come «la vittoria che ha vinto il mondo» (1 Gv 5, 4), mentre nel Vangelo riporta la frase di Gesù: «Chi ama la propria vita, la perde» (Gv 12, 25). 

Questa è la sconfitta: perde chi ama la propria vita. Perché? Non certo perché bisogna avere in odio la vita: la vita va amata e difesa, è il primo dono di Dio! Quel che porta alla sconfitta è amare la propria vita, cioè amare il proprio. Chi vive per il proprio perde, è un egoista, diciamo noi. Sembrerebbe il contrario. Chi vive per sé, chi moltiplica i suoi fatturati, chi ha successo, chi soddisfa pienamente i propri bisogni appare vincente agli occhi del mondo. La pubblicità ci martella con questa idea — l’idea di cercare il proprio, dell’egoismo —, eppure Gesù non è d’accordo e la ribalta. Secondo lui chi vive per sé non perde solo qualcosa, ma la vita intera; mentre chi si dona trova il senso della vita e vince.

Dunque c’è da scegliere: amore o egoismo. L’egoista pensa a curare la propria vita e si attacca alle cose, ai soldi, al potere, al piacere. Allora il diavolo ha le porte aperte. Il diavolo “entra dalle tasche”, se tu sei attaccato ai soldi. Il diavolo fa credere che va tutto bene ma in realtà il cuore si anestetizza con l’egoismo. L’egoismo è un’anestesia molto potente. Questa via finisce sempre male: alla fine si resta soli, col vuoto dentro. La fine degli egoisti è triste: vuoti, soli, circondati solo da coloro che vogliono ereditare. È come il chicco di grano del Vangelo: se resta chiuso in sé rimane sotto terra solo. Se invece si apre e muore, porta frutto in superficie.

Ma voi potreste dirmi: donarsi, vivere per Dio e per gli altri è una grande fatica per nulla, il mondo non gira così: per andare avanti non servono chicchi di grano, servono soldi e potere. Ma è una grande illusione: il denaro e il potere non liberano l’uomo, lo rendono schiavo. Vedete: Dio non esercita il potere per risolvere i mali nostri e del mondo. La sua via è sempre quella dell’amore umile: solo l’amore libera dentro, dà pace e gioia. Per questo il vero potere, il potere secondo Dio, è il servizio. Lo dice Gesù. E la voce più forte non è quella di chi grida di più. La voce più forte è la preghiera. E il successo più grande non è la propria fama, come il pavone, no. La gloria più grande, il successo più grande è ma la propria testimonianza.

Cari fratelli e sorelle, oggi siamo chiamati a scegliere da che parte stare: vivere per sé — con la mano chiusa [fa il gesto] — o donare la vita — la mano aperta [fa il gesto]. Solo dando la vita si sconfigge il male. Un prezzo alto, ma solo così [si sconfigge il male]. Don Pino lo insegna: non viveva per farsi vedere, non viveva di appelli anti-mafia, e nemmeno si accontentava di non far nulla di male, ma seminava il bene, tanto bene. La sua sembrava una logica perdente, mentre pareva vincente la logica del portafoglio. Ma padre Pino aveva ragione: la logica del dio-denaro è sempre perdente. Guardiamoci dentro. Avere spinge sempre a volere: ho una cosa e subito ne voglio un’altra, e poi un’altra ancora e sempre di più, senza fine. Più hai, più vuoi: è una brutta dipendenza. È una brutta dipendenza. È come una droga. Chi si gonfia di cose scoppia. Chi ama, invece, ritrova se stesso e scopre quanto è bello aiutare, quanto è bello servire; trova la gioia dentro e il sorriso fuori, come è stato per don Pino.

Venticinque anni fa come oggi, quando morì nel giorno del suo compleanno, coronò la sua vittoria col sorriso, con quel sorriso che non fece dormire di notte il suo uccisore, il quale disse: «C’era una specie di luce in quel sorriso». Padre Pino era inerme, ma il suo sorriso trasmetteva la forza di Dio: non un bagliore accecante, ma una luce gentile che scava dentro e rischiara il cuore. È la luce dell’amore, del dono, del servizio. Abbiamo bisogno di tanti preti del sorriso. Abbiamo bisogno di cristiani del sorriso, non perché prendono le cose alla leggera, ma perché sono ricchi soltanto della gioia di Dio, perché credono nell’amore e vivono per servire. È dando la vita che si trova la gioia, perché c’è più gioia nel dare che nel ricevere (cfr. At 20, 35). Allora vorrei chiedervi: volete vivere anche voi così? Volete dare la vita, senza aspettare che gli altri facciano il primo passo? Volete fare il bene senza aspettare il contraccambio, senza attendere che il mondo diventi migliore? Cari fratelli e sorelle, volete rischiare su questa strada, rischiare per il Signore?

Don Pino, lui sì, lui sapeva che rischiava, ma sapeva soprattutto che il pericolo vero nella vita è non rischiare, è vivacchiare tra comodità, mezzucci e scorciatoie. Dio ci liberi dal vivere al ribasso, accontentandoci di mezze verità. Le mezze verità non saziano il cuore, non fanno del bene. Dio ci liberi da una vita piccola, che gira attorno ai “piccioli”. Ci liberi dal pensare che tutto va bene se a me va bene, e l’altro si arrangi. Ci liberi dal crederci giusti se non facciamo nulla per contrastare l’ingiustizia. Chi non fa nulla per contrastare l’ingiustizia non è un uomo o una donna giusto. Ci liberi dal crederci buoni solo perché non facciamo nulla di male. “È cosa buona — diceva un santo — non fare il male. Ma è cosa brutta non fare il bene” [S. Alberto Hurtado]. Signore, donaci il desiderio di fare il bene; di cercare la verità detestando la falsità; di scegliere il sacrificio, non la pigrizia; l’amore, non l’odio; il perdono, non la vendetta.

Agli altri la vita si dà, agli altri la vita si dà, non si toglie. Non si può credere in Dio e odiare il fratello, togliere la vita con l’odio. Lo ricorda la prima lettura: «Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello è un bugiardo» (1 Gv 4, 20). Un bugiardo, perché sbugiarda la fede che dice di avere, la fede che professa Dio-amore. Dio-amore ripudia ogni violenza e ama tutti gli uomini. Perciò la parola odio va cancellata dalla vita cristiana; perciò non si può credere in Dio e sopraffare il fratello. Non si può credere in Dio ed essere mafiosi. Chi è mafioso non vive da cristiano, perché bestemmia con la vita il nome di Dio-amore. Oggi abbiamo bisogno di uomini e di donne di amore, non di uomini e donne di onore; di servizio, non di sopraffazione. Abbiamo bisogno di camminare insieme, non di rincorrere il potere. Se la litania mafiosa è: “Tu non sai chi sono io”, quella cristiana è: “Io ho bisogno di te”. Se la minaccia mafiosa è: “Tu me la pagherai”, la preghiera cristiana è: “Signore, aiutami ad amare”. Perciò ai mafiosi dico: cambiate, fratelli e sorelle! Smettete di pensare a voi stessi e ai vostri soldi. Tu sai, voi sapete, che “il sudario non ha tasche”. Voi non potrete portare niente con voi. Convertitevi al vero Dio di Gesù Cristo, cari fratelli e sorelle! Io dico a voi, mafiosi: se non fate questo, la vostra stessa vita andrà persa e sarà la peggiore delle sconfitte.

Il Vangelo oggi termina con l’invito di Gesù: «Se uno mi vuole servire, mi segua» (v. 26). Mi segua, cioè si metta in cammino. Non si può seguire Gesù con le idee, bisogna darsi da fare. «Se ognuno fa qualcosa, si può fare molto», ripeteva don Pino. Quanti di noi mettono in pratica queste parole? Oggi, davanti a lui domandiamoci: che cosa posso fare io? Che cosa posso fare per gli altri, per la Chiesa, per la società? Non aspettare che la Chiesa faccia qualcosa per te, comincia tu. Non aspettare che la società lo faccia, inizia tu! Non pensare a te stesso, non fuggire dalla tua responsabilità, scegli l’amore! Senti la vita della tua gente che ha bisogno, ascolta il tuo popolo. Abbiate paura della sordità di non ascoltare il vostro popolo. Questo è l’unico populismo possibile: ascoltare il tuo popolo, l’unico “populismo cristiano”: sentire e servire il popolo, senza gridare, accusare e suscitare contese.

Così ha fatto padre Pino, povero fra i poveri della sua terra. Nella sua stanza la sedia dove studiava era rotta. Ma la sedia non era il centro della vita, perché non stava seduto a riposare, ma viveva in cammino per amare. Ecco la mentalità vincente. Ecco la vittoria della fede, che nasce dal dono quotidiano di sé. Ecco la vittoria della fede, che porta il sorriso di Dio sulle strade del mondo. Ecco la vittoria della fede, che nasce dallo scandalo del martirio. «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). Queste parole di Gesù, scritte sulla tomba di don Puglisi, ricordano a tutti che dare la vita è stato il segreto della sua vittoria, il segreto di una vita bella. Oggi, cari fratelli e sorelle, scegliamo anche noi una vita bella. Così sia.

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