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Il Crocifisso al vaglio delle Sezioni Unite della Cassazione

Il Crocifisso al vaglio delle Sezioni Unite della Cassazione

Torna d’attualità la questione dell’esposizione del Crocifisso nelle aule scolastiche: con l’ordinanza n. 19618 del 18 settembre 2020 (https://www.centrostudilivatino.it/crocifisso-fuori-dalle-scuole-la-questione-alle-sezioni-unite/) la Sezione lavoro della Corte di Cassazione ha rimesso gli atti al Primo Presidente, rilevando nella vicenda alla medesima sottoposta una questione di particolare importanza, tale da legittimare l’assegnazione alle Sezioni Unite ai sensi dell’art. 374 co. 2 cod. proc. civ.

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Crocifisso fuori dalle scuole? La questione alle Sezioni Unite

Crocifisso fuori dalle scuole? La questione alle Sezioni Unite

Pubblichiamo l’ordinanza del 22/07/2020, depositata il 18/09/2020, con la quale la Sezione Lavoro della Corte di Cassazione ha sollecitato la pronuncia delle Sezioni Unite in ordine alla presenza del Crocifisso in un’aula scolastica, in qualche modo manifestando la posizione contraria a tale collocazione (cf. in particolare il § 12.2.). Nei prossimi giorni su questo sito comparirà un primo commento.  

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Non mandare i figli a scuola è reato, ma non sempre

Non mandare i figli a scuola è reato, ma non sempre

Considerazioni a margine di una recente pronuncia della Cassazione

1. Nel nostro ordinamento non è più previsto come reato il mancato adempimento, da parte dei genitori, dell’obbligo di impartire ai figli l’istruzione media inferiore. È per questo motivo che la Terza Sezione penale della Cassazione, con sentenza n. 23488 del 3 luglio 2020, ha annullato senza rinvio, perché il fatto non è previsto dalla legge come reato, il provvedimento con cui una madre era stata condannata dal Giudice di Pace di Cosenza al pagamento dell’ammenda di 30 per la commissione del reato di cui all’art. 731 cod.pen.

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Cassazione: propaganda legittima se l’altrui credo non è vilipeso

Cassazione: propaganda legittima se l’altrui credo non è vilipeso

1. Con l’ordinanza n. 7893 del 17 aprile 2020 la prima sezione civile della Corte di Cassazione è tornata ad interessarsi di libertà religiosa, nella sua accezione negativa di libertà di coscienza, diritto di non avere alcun credo, di professare e propagandare l’ateismo e l’agnosticismo. La pronuncia ribadisce posizioni già note e fornisce alcune interessanti indicazioni in merito ai limiti cui soggiace il diritto di propaganda, espressamente riconosciuto dall’art. 19 della Costituzione.

La vicenda ha per oggetto il rifiuto del Comune di V. di autorizzare l’affissione di dieci manifesti recanti la parola, a caratteri cubitali, “Dio“, con la “D” a stampatello barrata da una crocetta e le successive lettere “io” in corsivo, e sotto la dicitura, a caratteri più piccoli, “10 milioni di italiani vivono bene senza D. E quando sono discriminati, c’è l’UAAR al loro fianco“. L’UAAR-Unione degli Atei e degli Agnostici Razionalisti proponeva ricorso ai sensi degli artt. 43 e 44 del D. Lgs. 25 luglio 1998 n. 286 e dell’art. 28 del D.Lgs. 1 settembre 2011 n. 150, chiedendo al Tribunale di Roma l’accertamento del carattere discriminatorio del rifiuto del Comune di V. di affiggere i suddetti manifesti, con condanna dell’ente pubblico alla cessazione della condotta discriminatoria, risarcimento dei danni e pubblicazione della decisione su un quotidiano a spese dell’ente. Si costituiva nel giudizio il Comune di V., sviluppando la propria difesa sull’assunto per cui «il rifiuto non era affatto diretto a discriminare l’attività del sodalizio ricorrente, essendo stato, per contro, determinato da una valutazione negativa della rappresentazione grafica che, così come effettuata, era “tale da urtare la sensibilità del sentimento religioso in generale”».

La fase di merito si concludeva con una doppia conforme favorevole al Comune e, dunque, nel senso dell’insussistenza della lamenta discriminazione. In particolare, per la Corte d’Appello di Roma non sarebbe stata ravvisabile alcuna condotta discriminatoria, mancando in primo luogo una qualsiasi forma “positiva” di propaganda a favore dell’ateismo o dell’agnosticismo e difettando, in secondo luogo, un trattamento differenziato rispetto ad altre associazioni. Nel medesimo contesto locale e temporale, infatti, il Comune di V. non aveva rilasciato alcuna autorizzazione, né concesso ad alcun altro soggetto la possibilità di manifestare il proprio credo religioso.

2. Di diverso avviso la Suprema Corte, che cassa la sentenza impugnata sulla premessa che il diritto di professare liberamente la propria fede, contenuto all’art. 19 Cost., va inteso non solamente in una accezione “positiva” – culto e propaganda di una determinata religione -, ma anche in una connotazione “negativa”, come “libertà di coscienza”, ossia come libertà di mutare credo e di non averne alcuno, o anche di professare una fede meramente laica o agnostica. Per arrivare a tale conclusione la Corte si serve anche di quanto previsto dagli art. 2, 3 e 21 della Costituzione medesima, dall’art. 10 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea e dall’art. 9 della Convezione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo; in buona sostanza, di tutte quelle norme da cui si evince il “principio supremo di laicità” e tra queste finanche l’art. 1 del Protocollo addizionale al Concordato tra Stato e Chiesa del 1984.

Sin qui, in effetti, nulla di nuovo; l’ordinanza assume, invece, maggiore interesse nella parte in cui la Corte afferma che la previsione aperta e generica dell’art. 19 della Costituzione (“farne propaganda“) legittima le più diverse forme di attività finalizzata al proselitismo – ossia al procacciamento di nuovi adepti in tutti i modi leciti e possibili – anche in forma critica, purché non si traduca «in forme di aggressione o di vilipendio della fede da altri professata». Tra le forme “legittime” di propaganda rientra, per la Corte, non solo quella strutturata in un messaggio propositivo e/o didascalico, ma anche la semplice espressione di un credo religioso “negativo”, sviluppata – come nel caso in esame – in una particolare forma grafica, mediante l’indicazione dell’esistenza di una realtà che concerne il credo ateo ed agnostico.

3. Si tratta di un’apertura di credito piuttosto ampia, che di fatto lascia al giudice di merito l’ultima parola, da pronunciare caso per caso, su ciò che in concreto significhi aggressione o vilipendio alla fede altrui. Secondo la Corte, infatti, l’unico limite all’attività di proselitismo è dato da una offesa chiara, diretta e grave all’eguale diritto dei terzi di professare liberamente la propria fede religiosa. Presidio in tal senso è l’art. 403 C.p., che punisce la condotta di chi «pubblicamente offende una confessione religiosa, mediante vilipendio di chi la professa». Una tale condotta non è, peraltro, ipotizzabile nel caso in esame, essendosi la UAAR limitata a propagandare l’ateismo o l’agnosticismo, veicolando il proprio messaggio in forma negativa, di critica al dogma dell’antagonista dialettico, senza tuttavia scadere nell’offesa all’altrui sentimento religioso.

Ritenuta, nei termini esposti, legittima la richiesta della UAAR, la Cassazione censura il contegno del Comune, che risulta così discriminatorio del diritto paritario degli atei e degli agnostici, rispetto a quello dei fedeli delle diverse religioni, di professare il proprio pensiero religioso “negativo”. L’addentellato normativo su cui la Corte fonda tale giudizio è costituito, oltre che dalle richiamate disposizioni della Costituzione, anche dal testo della direttiva 2000/78/CE – c.d. “direttiva quadro” per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro («diritto comunitario cogente, di diretta applicazione nell’ordinamento, anche in forza del disposto dell’art. 117 Cost.») – che nel valutare la condotta potenzialmente discriminatoria consente la comparazione diacronica con situazioni non solo in atto, ma anche passate e meramente ipotetiche. E’ il tassello che manca per neutralizzare anche l’ultima eccezione del Comune di V., che aveva dedotto l’assenza – nel periodo in questione – di concessione di spazi pubblicitari in favore di altri soggetti.

In termini generali, la pronuncia in esame si inserisce in quel filone giurisprudenziale inaugurato dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo nell’ultimo decennio (v., in proposito, le sentenze Eweida c. Regno Unito del 15 gennaio 2013, Hamidovic c. Bosnia Erzegovina del 5 dicembre 2017 e Lachiri c. Belgio del 18 dicembre 2018), che tende a valorizzare il diritto alla libertà di religione e di culto nella sua dimensione propositiva; essa può essere accolta con favore, in quanto consente un adeguato margine all’azione “evangelizzatrice” di tutti coloro che, in coscienza, ritengono doveroso annunciare la verità in cui credono, nelle diverse modalità e forme che ritengono opportune e con il solo limite del vilipendio alla fede altrui.

Angelo Salvi
avvocato in Roma

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No alla maternità surrogata: la Cassazione dubita

No alla maternità surrogata: la Cassazione dubita

Articolo di Daniela Bianchini pubblicato su iFamNews.

1. La Corte di Cassazione, I sezione civile, con l’ordinanza interlocutoria n. 8325/2020 depositata il 29 aprile, sospendendo il giudizio, ha sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 12 co. 6 della legge n. 40/2004, dell’art. 18 del d.p.r. n. 396/2000 e dell’art. 64 co. 1 lett. g) della legge n. 218/95, nella parte in cui non consentono, per contrasto con l’ordine pubblico italiano, la possibilità di riconoscere il provvedimento giudiziario straniero relativo a un bambino nato all’estero attraverso la maternità surrogata e riconosciuto come figlio di una coppia dello stesso sesso. (altro…)

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Sentenza Cassazione in contrasto con i dati di realtà enunciati dalla Relazione al Parlamento del Dip. antidroga Pres. Consiglio

Sentenza Cassazione in contrasto con i dati di realtà enunciati dalla Relazione al Parlamento del Dip. antidroga Pres. Consiglio

A inizio dicembre il Dipartimento per le Politiche antidroga della Presidenza del Consiglio ha diffuso la sua annuale Relazione al Parlamento sullo stato delle varie dipendenze in Italia – http://www.politicheantidroga.gov.it/it/attivita-e-progetti/relazioni-annuali-al-parlamento/relazione-annuale-al-parlamento-sul-fenomeno-delle-tossicodipendenze-in-italia-anno-2019-dati-2018/ – utilizzando i dati relativi al 2018. Da essa emerge che: 1. un terzo degli studenti italiani – il 33,6%, pari a 870.000 ragazzi circa – ha fatto uso di almeno una sostanza drogante durante la propria vita; 2. un quarto – il 25,6%, pari a 660.000 studenti – ne ha fatto uso nel solo 2018; 3. gli stupefacenti più diffusi sono i derivanti della cannabis, che sono il 96% delle sostanze sequestrate; 4. la quantità di piante di cannabis sequestrata è cresciuta in un anno del 93,9%; 5. aumentano i ricoveri ospedalieri droga-correlati (+ 14%), le infrazioni alla guida per uso di droga al volante (+ 12%), i decessi derivanti dall’assunzione di stupefacenti (+ 12.8%).

La Relazione, pur diretta al Parlamento, non è stata discussa nell’Aula della Camera o del Senato né in alcuna Commissione. Pur se il Dipartimento che l’ha redatta rientra nella competenza politica del Presidente del Consiglio, né il Premier né il Governo hanno detto una parola su di essa. Ci sono state le risposte istituzionali, ma sono andate nella direzione, dall’emendamento che ha tentato di inserire nella manovra la vendita di hashish e marijuana nei cannabis shop, alla sentenza delle Sezioni Unite della Cassazione del 19 u.s., di cui ieri è stato reso noto il principio di diritto, che ritiene lecita la coltivazione casalinga di cannabis “in modica quantità”: così di fatto favorendo la vendita dei semi di canapa che le medesime Sezioni Unite avevano escluso con la sentenza sui cannabis shop del 30 maggio.

Preoccupa una tale dissociazione dalla realtà. Essa suona ipocrita, negli stessi giorni in cui si piangono con troppa frequenza vittime innocenti dell’aumento della diffusione della droga, voluto da leggi antiquate e stolte, da una giurisprudenza creativa, e dall’indifferenza dei più.

Roma, 27 dic. 2019

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Cannabis: la sentenza della Corte di Cassazione

Cannabis: la sentenza della Corte di Cassazione

Pubblichiamo la sentenza delle Sezioni Unite penali della Corte di Cassazione, decisa all’udienza del 30 maggio scorso e depositata il 10 luglio, che ha risolto un contrasto giurisprudenziale sul rilievo penale di condotte di coltivazione e di cessione di derivati della cannabis, confermando la punibilità di esse sulla base della normativa italiana sulla droga.

 

 

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Soddisfazione per la sentenza delle Sezioni Unite. Ora niente alibi per i cannabis shop

Soddisfazione per la sentenza delle Sezioni Unite. Ora niente alibi per i cannabis shop

La sentenza della Cassazione ha il pregio di fare chiarezza su una quesitone che in realtà non era oscura: la legge n. 242/2016 disciplina la coltivazione della canapa, ma la cessione resta vietata. Oltre la sua lettera, quella legge era stata impropriamente intesa come un via libera alla cessione al dettaglio di marijuana, seppure entro i i limiti dello 0.6, comunque idonei a provocare l’effetto drogante. Ora non ci sono più alibi: i cannabis shop non sono lo strumento per realizzare una legalizzazione di fatto. Sarà necessario lavorare sul piano della prevenzione per superare quella percezione di cannabis lecita che si è diffusa soprattutto per gli adolescenti, e per rendere il divieto qualcosa di concreto.

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La maternità surrogata nella sentenza delle Sezioni Unite Civili n. 12193/2019

La maternità surrogata nella sentenza delle Sezioni Unite Civili n. 12193/2019

La maternità surrogata nella sentenza delle Sezioni Unite Civili n. 12193/2019 

di Aldo Rocco Vitale *

  1. Con la sentenza 12193/2019 le Sezioni Unite Civili della Corte di Cassazione hanno posto l’ulteriore – e almeno per ora definitivo – tassello giurisdizionale nel più vasto e fin troppo complesso mosaico giuridico relativo al problema della maternità surrogata che, nonostante l’espresso divieto normativo sancito dal comma 6 dell’articolo 12 della legge 40/2004,[1] sempre più di fatto si diffonde, sollecitando non soltanto sforzi di carattere interdisciplinare, ma altresì coinvolgendo all’interno di ciascuna disciplina, contemporaneamente molteplici profili tra loro interconnessi, come quelli di carattere costituzionalistico (per esempio, i diritti della famiglia o la tutela della salute riproduttiva), o civilistico (per esempio, la determinazione dello status filiationis o la configurazione della stepchild adoption per coppie del medesimo sesso), o penalistico (per esempio, l’effettività del piano sanzionatorio della legge 40/2004 o l’integrazione della fattispecie di reato di falsa dichiarazione a un pubblico ufficiale sull’identità propria o altrui), o internazionalistico (per esempio, la definizione dei rapporti tra ordine pubblico internazionale e nazionale o l’ampiezza territoriale della giurisdizione penale italiana).[2]

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