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P.d.l. Zan sull’omofobia: pericoloso per l’educazione e per l‘insegnamento

P.d.l. Zan sull’omofobia: pericoloso per l’educazione e per l‘insegnamento

Inizia oggi alla Camera l’esame e il voto del testo unificato (rel. on Zan) contro l’omo-transfobia.Il Centro Studi Livatino e l’Associazione Non Si Tocca La Famiglia hanno elaborato il documento T.u. Zan omotransfobia: pericoloso per l’educazione e l’insegnamento, con cui illustrano perché quell’articolato  mette a rischio la libertà di insegnamento, il primato educativo dei genitori e l’istruzione dei minori. Avendo l’obiettivo dichiarato di contrastare le discriminazioni “per motivi legati al sesso, al genere, all’orientamento sessuale e all’identità di genere”, in realtà il t.u. Zan mostra  lo scopo di favorire l’ideologia gender, che nega la dimensione sessuata dell’essere umano e considera la naturale differenza fra uomo e donna una mera “costruzione sociale”. Non a caso il t.u. parla di “identità di genere”, espressione che indica il senso di appartenenza di una persona a un genere col quale essa si identifica a seconda di come si percepisce in un dato momento (fluidità del genere).Con questo t.u. sarà ancora possibile per i genitori astenersi da percorsi educativi non condivisi, come riconosceva la nota Miur del 18 novembre 2018 sull’uso del Consenso Informato Preventivo? Gli insegnanti saranno liberi di affermare che uomini e donne sono uguali in dignità, ma  biologicamente diversi? Genitori ed insegnanti potranno ancora esprimere la propria opinione, per es., sull’opportunità che un bambino cresca con due figure genitoriali di sesso diverso? Quali conseguenze potrebbero avere queste limitazioni sul percorso di formazione dei minori?In allegato il documento, che esprime queste preoccupazioni in modo articolato.


Roma, 27 ottobre 2020


  1. Gli effetti negativi del testo unificato Zan a scuola.

Il testo unificato Zan sulla omotransfobia, dal 3 agosto 2020 all’esame dell’Aula della Camera, mira ad introdurre nel nostro ordinamento misure di prevenzione e di contrasto, anche col ricorso alla sanzione penale, delle discriminazioni “per motivi legati al sesso, al genere, all’orientamento sessuale e all’identità di genere”, rilevando da un lato l’emergenza sociale determinata dalle numerose offese ai danni delle persone omosessuali o transessuali, dall’altro l’assenza di norme a loro tutela.

È stata dimostrata l’infondatezza di entrambe le premesse (cfr. il volume Omofobi per legge. Colpevoli per non aver commesso il fatto, ed. Cantagalli 2020). A che cosa mira allora il t.u. Zan? Lo scopo principale, seppure non esplicitato, è con evidenza quello di favorire l’ideologia gender, ossia quella teoria che nega la dimensione sessuata dell’essere umano fin dalla sua costituzione, ritenendo che la differenza fra uomo e donna sia soltanto una “costruzione sociale”. Non è un caso, infatti, che accanto ai termini “sesso” e “orientamento sessuale” sia stata altresì inserita l’espressione “identità di genere”, che indica il senso di appartenenza di una persona a un genere col quale essa si identifica a seconda di come si percepisce in un dato momento (fluidità del genere).

Il t.u. Zan inoltre prevede l’applicazione della sanzione penale per chiunque manifesti un pensiero ritenuto in contrasto con la teoria del gender: qualora la proposta Zan diventasse legge potrebbe essere considerato discriminatorio affermare il principio antropologico della differenza fra maschile e femminile e si potrebbe essere visti con sospetto o indicati come “omofobi per il solo fatto di affermare la propria convinzione circa la necessità che un bambino, per una sana ed equilibrata crescita psicofisica, si relazioni con due figure genitoriali di sesso diverso. In altri termini, vi sarebbe il serio rischio di essere processati, se non addirittura sanzionati penalmente, per il solo fatto di non condividere una teoria che contrasta con i risultati delle neuroscienze, i quali confermano la caratterizzazione sessuata dell’individuo fin dalla vita intrauterina, tanto da poter distinguere anche un cervello maschile da un cervello femminile.

Se il t.u. Zan diventasse legge vi sarebbe dunque una grave compressione della libertà di manifestazione del pensiero, che riguarderebbe l’intera società, e in particolare gli ambiti nei quali vi è solitamente un confronto di idee e posizioni.

Quello maggiormente coinvolto sarebbe la scuola, che andrebbe invece preservata da contaminazioni ideologiche, in ragione del suo ruolo di agenzia educativa per la formazione integrale dei giovani, e che verrebbe colpita, non soltanto per i limiti alla libertà di manifestazione del pensiero ‒ a cui va ricondotta la libertà di insegnamento ‒, ma anche perché il t.u. Zan prevede l’istituzione della “Giornata nazionale contro lomofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia” e la relativa organizzazione di “cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile” da parte delle amministrazioni pubbliche e anche nelle scuole.

2. Rischi per il primato educativo dei genitori

Se il t.u. Zan diventasse legge i genitori non potrebbero più invocare la loro libertà educativa per evitare l’introduzione nelle scuole di insegnamenti fondati sulla teoria gender, in quanto questi insegnamenti sarebbero persino “legittimati” come strumenti per la diffusione della conoscenza della “legge contro l’omofobia”, e coerenti con l’istituzione della “Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia”.

Tutto ciò determinerebbe una grave violazione dei diritti dei genitori in merito alle scelte educative riguardanti i figli, diritti riconosciuti dall’art. 30 Cost. e sanciti anche in ambito internazionale. Ai genitori è universalmente riconosciuto il «diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli» (art. 26 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948), e lo Stato «nell’esercizio delle funzioni che assume nel campo dell’educazione e dell’insegnamento, deve rispettare il diritto dei genitori di assicurare tale educazione e tale insegnamento secondo le loro convinzioni religiose e filosofiche» (art. 2 del Protocollo addizionale alla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali).

L’Associazione Non Si Tocca La Famiglia ha sempre tutelato e sostenuto nelle scuole i principi educativi che i genitori desideravano vedere rispettati nell’educazione dei figli, senza perdere di vista che qualunque dimensione educativa attenta deve tenere conto di forme d’accoglienza creativa e positiva nei confronti di posizioni e impostazioni educative diverse, pur nel rispetto del bagaglio valoriale di ogni famiglia.

Proprio in base all’esperienza maturata e all’attività svolta nelle scuole riteniamo il t.u. Zan un pericolo per la libertà educativa dei genitori: la visione antropologica su cui esso si basa, pur se non condivisa dalle famiglie, sarà comunque ritenuta obbligatoria nei percorsi educativi proposti nelle scuole, veicolata dalla presunta esigenza di combattere le discriminazioni di genere.

Con la Nota Miur 0019534 del 20 novembre 2018 abbiamo ottenuto come genitori il Consenso Informato Preventivo: in virtù di esso, a differenza di quanto accade invece in altre nazioni europee con minore sensibilità sul punto, i genitori hanno facoltà di esprimere il libero consenso o dissenso a scuola, di fronte a percorsi educativi non condivisi, soprattutto su temi eticamente sensibili. Ebbene, tutto ciò potrebbe essere vanificato dal t.u. Zan.

3. Rischi per la libertà di insegnamento

Se il t.u. Zan diventasse legge la libertà di insegnamento verrebbe svuotata dei suoi contenuti essenziali, ossia dell’autonomia didattica e della libera espressione culturale del docente: gli insegnanti dovrebbero astenersi dal manifestare opinioni contrarie alla teoria della fluidità del genere, a cui rimanda il termine “identità di genere”, e sarebbero costretti a partecipare all’organizzazione di “cerimonie, incontri e ogni altra iniziativa utile” in occasione della “Giornata nazionale contro l’omofobia, la lesbofobia, la bifobia e la transfobia”, pur non condividendo i messaggi trasmessi agli studenti e senza poter manifestare il dissenso o discutere sull’argomento.

Si pensi, inoltre, alla situazione difficile in cui potrebbe trovarsi un insegnante di filosofia, o di religione o di scienze nel trattare tematiche legate alla sessualità, laddove trattasse della differenza biologica tra uomo e donna: potrebbe essere denunciato e sottoposto a un procedimento penale per aver manifestato pensieri omofobi secondo il disegno tracciato dal testo unificato Zan, soprattutto in considerazione dell’indeterminatezza delle fattispecie di reato ivi previste.

Ciò in violazione della libertà riconosciuta agli insegnanti dall’art. 33 Cost. ‒ larte e la scienza sono libere e libero ne è linsegnamento ‒, che trova la ratio nell’esigenza di garantire i docenti da costrizioni o condizionamenti da parte dello Stato (cfr. Corte cost. n. 77/1964), per salvaguardare il pluralismo e garantire agli studenti un ambiente scolastico aperto al confronto delle idee e rispettoso dei diritti fondamentali.

La libertà di insegnamento, secondo quanto previsto dalla Costituzione, è funzionale al godimento pieno ed effettivo del diritto all’istruzione e di conseguenza allo sviluppo democratico della società: l’insegnamento deve essere libero, perché solo in questo modo ha spazio nella scuola il senso critico necessario per gli obiettivi di formazione integrale dei minori.

Il compito affidato agli insegnanti che operano nella scuola non è meramente quello di trasmettere agli studenti delle “informazioni” nei vari campi del sapere: l’insegnamento ha una portata più ampia, ed è finalizzato alla piena formazione della personalità dei discenti, alla loro valorizzazione e all’acquisizione della capacità di critica indispensabile per partecipare attivamente alla vita sociale[1].

4. Rischio di impoverimento dell’istruzione, di affievolimento dell’alleanza scuola/famiglia e di alterazione dei rapporti all’interno delle scuole

Le limitazioni subite da genitori e insegnanti alle loro rispettive libertà e il timore da ambo le parti di esprimere liberamente il proprio pensiero per le ragioni sopra rappresentate potrebbero condizionare negativamente il rapporto di collaborazione scuola/famiglia, rendendolo più formale e distaccato. Tutto ciò avrebbe delle ricadute anche sulla formazione dei minori in termini di impoverimento sotto il profilo culturale, relazionale e valoriale. Tenendo conto del grande lavoro svolto dalle Associazioni dei genitori negli ultimi cinque anni per sostenere l’alleanza educativa tra scuola e famiglia, vi è il serio rischio che il t.u. Zan non consenta di mantenere nel tempo quelle conquiste.

Non poter manifestare liberamente le proprie idee, sia per gli insegnanti che per i genitori, determinerebbe frustrazione e insoddisfazione, insieme col timore di denunce per “omofobia”.

Sarebbe a rischio il fondamentale diritto all’istruzione, riconosciuto come indispensabile per l’integrale sviluppo della personalità del minore (cfr. art. 26 della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948; art. 13 del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali del 1966; art. 28-29 della Convenzione internazionale ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza del 1989).

Il pieno rispetto del diritto all’istruzione esige da parte dello Stato non solo la sua attivazione per assicurare l’accessibilità al sistema scolastico, bensì anche il suo impegno affinché sia garantita la qualità dell’istruzione, che si misura in termini di efficacia nel raggiungimento degli obiettivi previsti, a cominciare dal pieno sviluppo della personalità del minore, del senso della sua dignità e della sua capacità di critica.

Come affermato nella Risoluzione dell’Assemblea parlamentare del Parlamento europeo n. 1904 del 4 ottobre 2012: «per garantire il diritto fondamentale all’educazione, l’intero sistema educativo deve assicurare leguaglianza delle opportunità ed offrire uneducazione di qualità per tutti gli allievi, con la dovuta attenzione non solo di trasmettere il sapere necessario all’inserimento professionale e nella società, ma anche i valori che favoriscono la difesa e la promozione dei diritti fondamentali, la cittadinanza democratica e la coesione sociale». L’Assemblea parlamentare, nella medesima Risoluzione, ha inoltre precisato che «è a partire dal diritto all’educazione così inteso che bisogna comprendere il diritto alla libertà di scelta educativa» e pertanto gli Stati hanno l’obbligo di rispettare «il diritto dei genitori assicurando questa educazione e questo insegnamento conformemente alle loro convinzioni religiose e filosofiche».

Oltre a effetti negativi sull’istruzione e sui rapporti fra docenti e famiglie, qualora il t.u. Zan diventasse legge, potrebbero altresì determinarsi situazioni di disparità di trattamento[2] fra gli insegnati, dal momento che alcuni – quelli favorevoli all’ideologia gender ‒ sarebbero liberi di manifestare il proprio pensiero in materia, mentre ad altri ‒ quelli in disaccordo con l’ideologia gender ‒ ciò sarebbe di fatto precluso per non incorrere in una sanzione penale.

*****

L’approvazione dell’emendamento Petri e altri nella legge di conversione del c.d. decreto agosto, di impegno di spesa di quattro milioni di euro contro le “discriminazioni di genere” permette da subito di realizzare nelle scuole iniziative volte al contrasto alla discriminazione per “orientamento sessuale”.

Siamo stati sempre dalla parte degli ultimi e di coloro che non avevano voce, abbiamo condannato senza esitazioni qualunque forma di discriminazione, promosso con progetti nelle scuole itinerari educativi per prevenire bullismo e ogni forma di violenza in presenza o in rete, che nei modi e nei tempi opportuni è stata smascherata, isolata e non di rado corretta. Proprio per questo siamo consapevoli che educare all’inclusione è qualcosa che deve svolgersi in un clima di dialogo e confronto tra la componente genitori e quella del corpo docente.

La trattazione di tematiche delicate come l’educazione di genere e quella sessuale non può diventare obbligatoria: la scuola può favorire la formazione alla parità tra i sessi, ma non può agire sull’identità delle persone, contraddicendo l’intervento educativo familiare ed esperienziale.

È fondamentale il ruolo dell’Istituzione scolastica nell’educare alla parità di dignità, diritti e opportunità di ogni persona, ma non può essere strumentale all’introduzione dell’indifferentismo sessuale, né fare da apripista all’indebita decostruzione degli archetipi fondanti la vita e le tradizioni familiari.

Sarà ancora possibile per i genitori astenersi da percorsi educativi non condivisi? È questo l’interrogativo che siamo tutti chiamati a porci riflettendo sulle ricadute che il t.u. Zan, laddove approvato, avrebbe sulla scuola, sulle famiglie e sull’intera società.

Roma, 27 ottobre 2020


[1] Cfr. art. 4 del D.P.R. n. 275 del 1999: «Le istituzioni scolastiche, nel rispetto della libertà di insegnamento, della libertà di scelta educativa delle famiglie e delle finalità generali del sistema, concretizzano gli obiettivi nazionali in percorsi formativi funzionali alla realizzazione del diritto ad apprendere e alla crescita educativa di tutti gli alunni, riconoscono e valorizzano le diversità, promuovono le potenzialità di ciascuno adottando tutte le iniziative utili al raggiungimento del successo formativo».

[2] Cfr. art. 2 del D. Lgs n. 216 del 2003 di Attuazione della direttiva 2000/78/CE per la parità di trattamento in materia di occupazione e di condizioni di lavoro: «per principio di parità di trattamento si intende l’assenza di qualsiasi discriminazione diretta o indiretta a causa della religione, delle convinzioni personali, degli handicap, dell’età o dell’orientamento sessuale. Tale principio comporta che non sia praticata alcuna discriminazione diretta o indiretta, così come di seguito definite: a) discriminazione diretta quando, per religione, per convinzioni personali, per handicap, per età o per orientamento sessuale, una persona è trattata meno favorevolmente di quanto sia, sia stata o sarebbe trattata un’altra in una situazione analoga; b) discriminazione indiretta quando una disposizione, un criterio, una prassi, un atto, un patto o un comportamento apparentemente neutri possono mettere le persone che professano una determinata religione o ideologia di altra natura, le persone portatrici di handicap, le persone di una particolare età o di un orientamento sessuale in una situazione di particolare svantaggio rispetto ad altre persone».

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Pillola abortiva: interpellanza al Senato

Pillola abortiva: interpellanza al Senato

La sen. Isabella Rauti ha presentato l’interpellanza con procedimento abbreviato sulla recente circolare del ministero della Salute in materia di pillola abortiva, trattata più volte su questo sito   ( https://www.centrostudilivatino.it/dal-ministro-speranza-la-definitiva-privatizzazione-dellaborto/     e    https://www.centrostudilivatino.it/ru-486-esito-coerente-della-194-e-dellaborto-come-diritto/    ). In base all’art. 156 bis del regolamento del Senato, questi atti di sindacato ispettivo sono posti all’ordine del giorno entro quindici giorni dalla presentazione. Vi aggiorneremo sulla risposta che darà il Governo.

Legislatura 18 Atto di Sindacato Ispettivo n° 2-00070

Atto n. 2-00070 (procedura abbreviata)

Pubblicato il 3 settembre 2020, nella seduta n. 253

CIRIANI , RAUTI – Al Ministro della salute. –

Premesso che:

nel mese di agosto 2020, il Ministero della salute, mediante la circolare della Direzione generale della prevenzione sanitaria (DGPRE.9/I.4.d.a.1 7/2019/1), ha comunicato l’aggiornamento delle “Linee di indirizzo sulla interruzione volontaria di gravidanza con mifepristone e prostaglandine”;

il 12 agosto l’Agenzia italiana del farmaco (AIFA), coerentemente con le nuove indicazioni ministeriali, ha modificato le procedure fino a quel momento vigenti per l’uso dei farmaci abortivi, con la determina n. 865/2020 (20A04486) (Gazzetta Ufficiale n. 203 del 14 agosto 2020), recante “Modifica delle modalità di impiego del medicinale per uso umano ‘Mifegyne’ a base di mifepristone (RU486)”;

tra le principali e più controverse novità introdotte dalle nuove linee di indirizzo, vi è la possibilità di effettuare le interruzioni volontarie di gravidanza farmacologiche (IVG) “presso strutture ambulatoriali/consultori pubblici adeguatamente attrezzati, funzionalmente collegati all’ospedale ed autorizzati dalla Regione”;

in particolare, si legge che “L’équipe del consultorio familiare, dove sia possibile effettuare un percorso ambulatoriale, provvederà a somministrare il trattamento farmacologico in autonomia, garantendo gli spazi idonei e il personale dedicato. In alternativa, il consultorio si deve raccordare con la struttura ospedaliera che prenderà in carico la donna (…). La prima somministrazione farmacologica di mifepristone (RU486) potrebbe essere comunque compito del consultorio”;

nel testo viene poi indicata la possibilità di rivolgersi al consultorio anche nel corso della terza giornata, vale a dire, con riferimento alla fase “espulsiva”;

considerato che:

sebbene la vigente legge n. 194 del 1978 abbia inteso affidare al consultorio un ruolo di sostegno alla maternità difficile, tale ruolo è diretto (coerentemente alla ratio della normativa e come si evince segnatamente dall’articolo 5) al perseguimento della finalità (mediante azioni di sostegno alla rimozione delle cause che porterebbero all’interruzione di gravidanza e alla promozione di ogni opportuno intervento atto a sostenere la donna) di evitare, ove possibile, di ricorrere all’aborto: non certo, dunque, come proposto dalle nuove linee d’indirizzo ministeriali, a quello di effettuare gli interventi di interruzione di gravidanza;

al di là degli aspetti di carattere normativo, e segnatamente, alla dubbia compatibilità tra le nuove linee guida e la normativa vigente, e senza in questa sede volersi soffermare sulle implicazioni di carattere etico, sussistono, e non possono essere trascurati, ulteriori e prioritari elementi di preoccupazione in ordine ai profili di sicurezza e ai rischi per la salute delle donne, insiti nelle nuove procedure di accesso e somministrazione dei farmaci mifepristone e prostaglandine;

al riguardo si evidenzia come il medesimo documento con cui il Consiglio superiore di sanità, il 4 agosto, ha reso un parere favorevole alle linee guida, non ha tuttavia rinnegato (ma anzi ha riproposto e confermato) il precedente orientamento con il quale si ammette l’impossibilità di prevedere le tempistiche abortive in relazione alla somministrazione farmacologica;

in particolare, il parere fa rinvio alla nota del 6 luglio 2020, che costituisce parte integrante del medesimo documento, trasmessa dalla SIGO (Società italiana di ginecologia e ostetricia), nel quale si legge che “non esiste tuttavia la possibilità di prevedere quando l’effetto del mifepristone inizia e soprattutto di avere certezza dell’efficacia. Per tale motivo non è prevedibile la tempistica reale dell’aborto, che può variare significativamente sul piano della risposta individuale e anche in base ad altri fattori (…). Il tempo di efficacia può quindi variare significativamente da poche ora a qualche giorno”, e che “la donna deve sapere che non è possibile stimare a priori il momento dell’espulsione dell’embrione”;

proprio in considerazione di queste valutazioni del Consiglio superiore di sanità (contenute peraltro anche in tre precedenti pareri resi nelle sedute del 2004, 2005 e 2010 e confermate e ribadite da quest’ultimo), le precedenti linee di indirizzo del Ministero prevedevano il ricovero ordinario per tre giorni, al fine di garantire che l’aborto avvenisse in una struttura pubblica (come previsto dalla legge n. 194 del 1978) a garanzia e tutela della salute della donna;

le nuove linee di indirizzo, dunque, pur in presenza di comprovati dei gravi elementi di incertezza, sia in ordine alle tempistiche che all’efficacia del trattamento farmacologico che vengono espressamente richiamati dal parere del Consiglio superiore di sanità, esplicitamente ed in diversi punti ammettono comunque la possibilità di abortire al di fuori delle strutture ospedaliere;

si tratta, in particolare, di una possibilità prevista e ammessa, anzitutto, fra i criteri non clinici di accesso alla procedura, laddove si escludono le donne con “condizioni abitative troppo precarie, con impossibilità di raggiungere il Pronto Soccorso Ostetrico-Ginecologico entro 1 ora”;

inoltre e analogamente, nella parte relativa alla procedura farmacologica, tra le prescrizioni relative: a) al primo giorno della procedura, laddove si prevede l'”invio a domicilio della paziente dopo 30 minuti dalla somministrazione del mifepristone”; b) al secondo giorno di procedura, laddove si specifica che “la donna è a domicilio”; c) tra le prescrizioni relative al terzo giorno, laddove, paradossalmente, trapela proprio la preoccupazione per la frequenza con cui l’espulsione si verificherà in ambiente domiciliare: “per ridurre i casi di espulsione a domicilio il protocollo prevede la somministrazione distanziata di 2-3 dosi di prostaglandine”;

è utile ricordare come ai sensi e per gli effetti della legge n. 194 del 1978, costituisce reato (ed è dunque punibile ai sensi del successivo articolo 19) effettuare interventi IVG al di fuori di specifiche strutture del Sistema sanitario nazionale, elencate dall’articolo 8, e tra tali strutture non è previsto il domicilio della paziente;

si evidenzia come la legge n. 194, relativamente alle strutture autorizzate a praticare l’interruzione di gravidanza non sia cambiata, mentre nell’ultimo parere del Consiglio superiore di sanità ammette che la fase espulsiva, che è la più delicata, potrà con le nuove indicazioni avvenire fuori dalla struttura sanitaria ed anche in strutture diverse da quelle indicate dalla legge,

si chiede di sapere:

come il Ministro in indirizzo ritenga di poter conciliare la legge n. 194 del 1978 con le indicazioni contenute nelle nuove linee guida, che prevedono esplicitamente che l’aborto, nelle sue fasi più delicate, possa avvenire fuori dalle strutture sanitarie pubbliche citate espressamente dall’art. 8 della legge n. 194 ed in carenza di condizioni strutturali tali da garantire un’adeguata tutela per la salute delle donne;

se, in ragione dei dubbi relativi alla compatibilità tra le nuove linee di indirizzo ministeriali con la normativa vigente, nonché e prioritariamente, dei profili di rischio per la salute delle donne connesse alla riconosciuta e accertata imprevedibilità delle tempistiche di efficacia dei trattamenti farmacologici oggetto delle medesime linee di indirizzo, non valuti l’opportunità di procedere al ritiro delle stesse linee guida.

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Il testo Zan sull’omofobia, esempio di diritto penale simbolico

Il testo Zan sull’omofobia, esempio di diritto penale simbolico

L’estensione degli art. 604 bis e 604 ter cod pen. alle discriminazioni per orientamento sessuale o identità di genere, proposta dal testo unificato proposto dal relatore on Zan si ricollega alla c.d. legge Mancino, che risale al 1993 e punisce l’incitazione alla violenza e alla discriminazione per motivi razziali, etnici, religiosi o di nazionalità: nei 27 anni trascorsi si è tentato a più riprese di prevederne l’applicazione ai reati di omofobia, come per esempio nel 2013, con la proposta Scalfarotto e altri, senza successo, e prima ancora nel 1996, da parte dell’allora deputato di Rifondazione Comunista Nichi Vendola.

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Testo Zan “omofobia”: approvato in Commissione Giustizia ignorando il parere del Comitato per la Legislazione. Auspicio di un esame rigoroso oggi in Commissione Affari costituzionali

Testo Zan “omofobia”: approvato in Commissione Giustizia ignorando il parere del Comitato per la Legislazione. Auspicio di un esame rigoroso oggi in Commissione Affari costituzionali

Con una seduta conclusa alle ore 1.45 di oggi – quasi si dovesse convertire in legge un decreto urgente per contrastare la pandemia – la Commissione Giustizia della Camera ha ultimato l’esame del testo unificato Zan in tema di contrasto alla omo-transfobia. Abbiamo con più documenti illustrato il carattere liberticida e discriminatorio dell’articolato (per tutti https://www.centrostudilivatino.it/testo-unificato-zan-anti-omotransfobia-perche-e-liberticida-e-discriminatorio/), e insieme con esso una serie di anomalie procedurali, in primis l’aver anticipato le norme finanziarie del testo con l’inserimento degli art. 7 e 9 nella legge di conversione del DL rilancio.

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Il testo Zan sull’omofobia, esempio di diritto penale simbolico

Testo unificato Zan “anti-omotransfobia”: perché è liberticida e discriminatorio

L’on. Zan, relatore delle p.d.l. contro la omotransfobia ha depositato in Commissione Giustizia alla Camera, il testo unificato, che sarà oggetto di discussione e di esame nei prossimi giorni: pubblichiamo una scheda di lettura critica dell’articolato, che costituisce una sorta di appendice del volume OMOFOBI PER LEGGE? Colpevoli per non aver commesso il fatto (a cura di A. Mantovano- contributi di Farri, Airoma, Ronco, Leotta, Cavallo e Respinti), Cantagalli, Siena 2020. Il volume sarà presentato domani a Roma.

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Mantovano: Audizione in Commissione Giustizia su omo/transfobia

Mantovano: Audizione in Commissione Giustizia su omo/transfobia

Nella serata di ieri, 27 maggio, Alfredo Mantovano, consigliere alla Corte Suprema di Cassazione e vicepresidente del Centro Studi Livatino, ha svolto una audizione davanti alla Commissione Giustizia, alla Camera dei Deputati, riguardante le proposte di legge in discussione in tema di contrasto all’omo/transfobia. Pubblichiamo il testo della relazione depositata agli atti della Commissione. 

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Omofobia: audizione in Commissione Giustizia della Camera

Omofobia: audizione in Commissione Giustizia della Camera

Nella giornata di ieri, 21 maggio, il prof Mauro Ronco, presidente del Centro studi Livatino, ha svolto una audizione in Commissione Giustizia alla Camera dei Deputati, sui ddl in discussione in tema di contrasto all’omo/transfobia. Pubblichiamo il testo integrale della relazione scritta depositato agli atti della Commissione.

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Carceri e intercettazioni: audizioni in Commissione Giustizia del Senato

Carceri e intercettazioni: audizioni in Commissione Giustizia del Senato

Nella giornata di ieri il prof Mauro Ronco e il cons Domenico Airoma, rispettivamente presidente e vice presidente del Centro studi Livatino, sono stati auditi in Commissione Giustizia del Senato sui recenti decreti legge in tema di carceri e rinvio della disciplina delle intercettazioni. Pubblichiamo il testo del cons Airoma.

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