Diritto alla morte? Ronco: “Controsenso giuridico”

Diritto alla morte? Ronco: “Controsenso giuridico”

Intervista a Mauro Ronco di Massimo Magliocchetti, pubblicata sul numero di giugno 2019 di Sìallavitaweb, rivista online a cura del Movimento per la vita italiano.

 

L’Italia entra nel pieno del dibattito in tema di eutanasia. Lo scorso 24 giugno sono iniziati i lavori alla Camera dei Deputati e comincia il conto alla rovescia per il 24 settembre, data dell’udienza innanzi alla Corte Costituzionale, una giornata che potrebbe segnare il punto di non ritorno per quanto riguarda la non punibilità delle condotte di aiuto al suicidio. Per capire meglio cosa sta succedendo e cosa potrebbe succedere abbiamo incontrato il Prof. Avv. Mauro Ronco, Presidente del Centro Studi Livatino ed Emerito di Diritto Penale all’Università di Padova, curatore di un interessante libro dal titolo “Il “diritto” di essere uccisi: verso la morte del diritto?”

 

Professore, da pochi giorni è stato presentato un prezioso lavoro da Lei curato, dal titolo “Il “diritto” di essere uccisi: verso la morte del diritto?”.

«Mi sono dedicato alla cura del libro dopo aver letto l’ordinanza della C. Costituzionale 16 novembre 2018 che ha rinviato al settembre 2019 la decisione definitiva sulla questione di costituzionalità dell’art.580 c.p. La motivazione dell’ordinanza è concettualmente inadeguata rispetto alla gravità e alla rilevanza della decisione che dovrà essere assunta. Se si pensa che le due Corti per i diritti umani maggiormente rappresentative nel mondo occidentale – la Corte Suprema degli Stati Uniti nel 1997 e la Corte Europea dei Diritti Umani nel 2002 – hanno entrambe escluso che il principio di autodeterminazione possa configurare un “diritto” al suicidio assistito, si comprende quanto sia rilevante la responsabilità che grava sulla Corte italiana. Il libro nasce come esigenza morale di uno studioso del diritto che non intende sottrarsi alla sua parte di responsabilità omettendo di far conoscere approfonditamente le ragioni per le quali deve considerarsi gravemente ingiusta e pregiudizievole per il bene della generazione attuale e di quelle future un’eventuale pronuncia che dovesse togliere, anche soltanto in parte, il divieto dell’aiuto al suicidio».

 

• La Camera dei Deputati a breve inizierà la discussione in Aula su alcune proposte di legge in materia di eutanasia. Crede che con l’approvazione di una legge sull’eutanasia in Italia assisteremo alla “morte del diritto”?

«Confido che il Parlamento italiano non approvi alcuna legge eutanasica echeilPresidentedellaRepubblica, come tutore della Costituzione, non promulghi un’eventuale legge di tal genere. Si tratterebbe infatti di una legge contraria alla Costituzione, in specie ai principi espressi, in sinergia tra loro, dagli articoli 2 e 3, 1 e 2 comma, che costituiscono il precipitato giuridico del principio della dignità oggettiva di ogni essere umano Tale principio implica l’indisponibilità assoluta della vita umana innocente. Se le cose dovessero invece procedere nel senso auspicato dalla Corte costituzionale si verificherebbe una ferita dolorosissima dell’intero tessuto giuridico, che coinvolgerebbe la responsabilità dell’istituzione la cui missione è la tutela della Costituzione. Si sancirebbe in qualche modo la fine della Carta secondo l’spirazione solidaristica che, nell’incontro tra le forze di tradizione cristiana e quelle di tradizione socialista, ha focalizzato nella dignità oggettiva di ogni essere umano, nell’uguaglianza ontologica di ciascuno in forza della sua novità di essere venuto al mondo e nella solidarietà per il bene di tutti il nucleo veritativo essenziale della convivenza sociale. Si aprirebbe così una nuova fase storica e giuridica in cui altri e diversi principi- in particolare il soggettivismo e il liberalismo radicalmente relativista – governerebbero la nostra vita sociale, rendendola ancor più “liquida” e ingovernabile, se non con la forza».

 

• Quasi un anno fa il Parlamento ha varato la legge sulle Dat. Sia il Centro Studi Livatino che il Movimento per la Vita, insieme a tante altre associazioni prolife, si sono battute affinché venisse bloccata. Ancora tanti rimangono i punti critici. Tra i tanti, l’assenza di una esplicita previsione del diritto all’obiezione di coscienza. Come giudica questa evidente lacuna?

«La lacuna della previsione dell’obiezione di coscienza rientra in un tentativo attuale di forzare la formazione e la libertà della coscienza. Vero è che il diritto che si pretende liberale e che assume come sua guida il relativismo etico assoluto sente la necessità di consolidarsi con la costrizione. Troppi medici, secondo i relativisti, si vietano per motivi di coscienza, di compiere gli aborti. Occorre stringere le maglie della legge, squalificando l’obiezione di coscienza e cancellandone la memoria nei testi legislativi. E’ una tragica illusione pensare che i relativisti e libertari siano realmente “liberali”, cioè tolleranti. In realtà, se non riescono nei loro obiettivi con la seduzione, sono determinati a usare la forza».

 

• Il prossimo 24 settembre la Corte costituzionale terrà una nuova udienza per decidere la legittimità costituzionale della norma del codice penale – l’art. 580 – che punisce l’aiuto al suicidio. Fare un pronostico dell’esito è difficile. Se venisse dichiarato incostituzionale l’aiuto al suicidio, quali scenari si aprirebbero in Italia?

«Gli scenari giuridici sarebbero quelli di una vera e propria agonia del diritto, quasi da considerarsi un malato terminale, con tutte le conseguenze di disordine e di comprensione che una tale malattia determina nel corpo sociale. La società italiana però conserva molte energie positive. Basti al riguardo ricordare la coraggiosa presa di posizione della Federazione Nazionale dei Medici, che ha recentemente ribadito il divieto incondizionato per tutti i medici previsto dall’art. 17 del codice deontologico, di procurare la morte del paziente, anche su sua richiesta».

• In sintesi, esiste un diritto a morire?

«Parlare di un “diritto” alla morte, come da molti anni fanno alcuni giuristi anglosassoni (“Right-to-Die”), secondo un’ideologia che si è diffusa anche in Italia, è un vero controsenso giuridico. Il suicidio è completamente estraneo alla dimensione della giuridicità, cioè della reciprocità tipica del riconoscimento tra persone uguali e responsabili. La pretesa di giuridicizzarlo, come “diritto” al suicidio assistito, facendolo entrare nell’universo dell’intersoggettività, sfocerebbe comunque nel fallimento, perché con l’atto stesso che dà attuazione alla pretesa si dissolve la relazione intersoggettiva.

Entrambi i membri del rapporto – chi chiede e chi aiuta a morire – sono ridotti a oggetto, perché il riconoscimento dell’altro come persona è indispensabile all’esistenza della relazione giuridica. Nessuno può denegare la dignità ontologica a un’altra persona, contribuendo a ucciderla, senza denegarla nello stesso tempo a se stesso».

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Il Centro studi Livatino contro l’eutanasia e l’aiuto al suicidio

Il Centro studi Livatino contro l’eutanasia e l’aiuto al suicidio

Nella giornata di ieri, 18 luglio, nella Sala stampa della Camera dei Deputati si è tenuto, su iniziativa dell’Osservatorio Vera Lex coordinato dall’on. Domenico Menorello, una conferenza stampa dal titolo Avviare il countdown, contro l’eutanasia per sentenza, cui hanno preso parte un gruppo di parlamentari di differenti formazioni partitiche e le associazioni che una settimana prima avevano partecipato, sempre a Roma, a un convegno sulla risposta che il Parlamento è chiamato a dare all’ordinanza n. 207/2018 della Corte costituzionale. 
 
Pubblichiamo la relazione svolta nell’incontro di ieri dal dott. Domenico Airoma, vicepresidente del Centro studi Livatino.
 
Il Centro studi, che nei mesi scorsi ha contribuito all’approfondimento del tema, fra l’altro intervenendo alle riunioni dell’Intergruppo dei parlamentari su vita e famiglia, dalle quali hanno preso spunto la proposta di legge Pagano e altri, condivide il contenuto di tale pdl e ribadisce alcuni punti fermi:
1. è molto grave che qualcuno sostenga erroneamente che la PDL Pagano costituisca una depenalizzazione, mentre, al contrario, rappresenta una forte riaffermazione della contrarietà al diritto di tutte le condotte dirette all’aiuto al suicido e a qualunque forma di eutanasia, da chiunque e per qualsiasi motivo compiuti;
2. la PDL Pagano rimodula la sanzione riguardante l’aiuto al suicido tenendo conto di circostanze obiettive e tipizzate, circostanze che fanno già parte per la loro intrinseca natura di un diritto penale rispettoso tanto dell’assolutezza dei divieti a tutela della vita, quanto della personalità dei colpevoli e delle condizioni soggettive nelle quali hanno agito;
3. questa rimodulazione corrisponde al bene che il legislatore prudenzialmente ha il dovere di fare nella situazione concreta. Il buon legislatore non è quello che contempla pene sempre identiche in risposta alla violazione del divieto, bensì quello che adegua la risposta punitiva alla diversità delle situazioni personali, come già fa da sempre – in tema di tutela della vita – con le norme sull’infanticidio o sull’omicidio del consenziente. Esse prevedono una sanzione meno grave rispetto all’omicidio volontario comune: nessuno ne ha mai denunciato la presunta immoralità, semplicemente perché il diritto, come la morale, ferma restando l’efficacia della legge punitiva erga omnes, tiene conto della varietà delle circostanze di fatto;
4. sostenere che la PDL Pagano costituisca una depenalizzazione significa non soltanto equivocarne  colpevolmente il testo, allo scopo di alimentare futili polemiche nel campo di coloro che vogliono il medesimo bene, ma altresì ignorare che l’obiettivo del diritto penale – il bene comune della società – non si persegue con la severità delle pene minacciate, bensì con la serietà della loro applicazione;
5. questa rimodulazione non costituisce l’antecedente della depenalizzazione, per il semplice fatto che continua a considerare l’aiuto al suicidio un reato e a legare comunque l’applicazione di una pena, se pure meno pesante, alla condotta, se posta in essere dal familiare convivente in stato di grave turbamento a fronte di una patologia che provoca forti sofferenze;
6. il presupposto della depenalizzazione dell’aiuto al suicidio è piuttosto la pessima legge n. 219/2017, sulle c.d. disposizioni anticipate di trattamento, che il Centro studi Livatino, nei limiti delle proprie forze – talora in solitudine -, ha contrastato in ogni modo con le iniziative più varie prima, durante e dopo la discussione in Parlamento;
7. non adoperarsi affinché il Parlamento legiferi a favore della vita, in pendenza della minaccia che la Consulta dichiari l’illegittimità dell’art. 580 cod.pen., significa tenere un comportamento temerario,  che focalizza una responsabilità morale per omissione. Infatti significa accettare che la Corte completi il “lavoro”, elimini tout court la seconda parte dell’art. 580 cod. pen., e quindi di fatto introduca il suicidio medicalizzato nel SSN. Peggio ancora, che lo “costituzionalizzi”, visto che la sua sentenza annunciata precluderà qualsiasi eventuale successivo intervento di segno contrario del Legislatore.
 
 Affermare “la Consulta si assuma le sue responsabilità” significa negare che vi sia ancora il tempo – pur stretto – perché il Parlamento provveda: non seguendo pedissequamente gli inaccettabili passaggi eutanasici dell’ordinanza n. 207, ma fornendo un assetto nuovo e più ragionevole all’art. 580 cod.pen., che chiuderebbe il giudizio sulla costituzionalità di una disposizione comunque cambiata rispetto al testo sottoposto all’esame della Corte.

C’è un referendum sulla vita, oggi, in Italia. E l’astensione non è ammessa.

 

Cosa accadrà il 24 settembre se il Parlamento sceglie di non legiferare? La Corte Costituzionale lo ha già scritto.

Innanzitutto, non ci sarà nessun rinvio.

La stessa Corte, nell’ordinanza del 16 novembre scorso, ha considerato come “eventuale” la sopravvenienza di una legge, così preannunciando che procederà al giudizio di costituzionalità della norma che incrimina l’aiuto al suicidio. Non solo.

Sempre la Consulta è stata chiara nell’avvertire che, in situazioni analoghe, la Corte aveva fino ad ora scelto la strada di dichiarare l’inammissibilità della questione, accompagnando la pronuncia con un monito al legislatore affinché provvedesse a rimuovere il vulnus costituzionale. Questa tecnica decisoria è stata, questa volta, ritenuta non percorribile, perché si sarebbe risolto in un rinvio sine die, con l’effetto, come scrivono ancora i giudici costituzionali, di “lasciare in vita, per un periodo di tempo non preventivabile, la normativa non conforme a Costituzione”.

Si è ritenuto, pertanto, di percorrere la strada della dichiarazione di incostituzionalità differita, sull’esempio della Corte Suprema canadese, in un caso analogo menzionato nell’ordinanza (Carter vs Canada, 2015). Sapete come è andata a finire?

In quella vicenda il Parlamento canadese aveva scelto di non legiferare. La Corte non ha concesso alcun rinvio. Ha sancito l’incostituzionalità del divieto del suicidio assistito e oggi il Canada si ritrova a fare i conti con un’eutanasia generalizzata.

Dunque, nessun rinvio. E’ già scritto.

E quale sarà l’esito?

Anche questo è già scritto.

La Consulta ha già statuito che “il divieto assoluto di aiuto al suicidio finisce (…) per limitare la libertà di autodeterminazione del malato” che si trovi nelle seguenti condizioni, e cioè che si tratti di “persona:

  1. affetta da patologia irreversibile,
  2. fonte di sofferenze fisiche o psicologiche che trova assolutamente intollerabili,
  3. la quale sia tenuta in vita a mezzo di trattamento di sostegno vitale”.

Il 24 settembre, pertanto, l’art. 580 c.p. sarà dichiarato incostituzionale nella parte in cui non prevede l’esclusione della punibilità nei casi sopra indicati.

Cosa accadrà dal 25 settembre è pure di agevole previsione.

La qualificazione come lecita della condotta di aiuto al suicidio apre le porte al “diritto” al suicidio, cioè all’eutanasia. Con l’illusione di poter arginare gli abusi, pure temuti dalla Corte Costituzionale, mediante una procedura, da inserire nella legge sulle disposizioni anticipate di trattamento. Come se la tutela dei più deboli potesse essere soddisfatta da pareri di comitati etici e carte bollate, da esperti e giudici.

In realtà saranno proprio i giudici ad estendere progressivamente l’area del diritto al suicidio a tutte quelle situazioni non contemplate dalla pronuncia della Consulta, in nome al principio di non discriminazione: se, infatti, la ratio è l’autodeterminazione senza limiti, perché negare l’assistenza anche a chi assuma la decisione libera e consapevole di morire, perché affetto, ad esempio, da depressione?

E non occorre superare i confini dell’Europa per capire quanto sia concreta questa prospettiva.

Ma vi è un ulteriore effetto, ancora più allarmante.

La pronuncia della Corte metterà la parola fine a qualsiasi tentativo del legislatore di arginare la deriva eutanasica, inserendo uno sbarramento costituzionale.

Mi rivolgo, allora, ai parlamentari, tutti.

E lo faccio senza imbarazzo, come ha detto Rosario Livatino proprio affrontando la dolorosa questione dell’eutanasia, nella memorabile conferenza su “Fede e diritto”.

Volete che questo scenario diventi realtà?

Volete davvero che la Consulta, attraverso una legge ad personam, per far assolvere cioè una persona, scriva una legge che metta in pericolo “la” persona, e soprattutto le persone più deboli e vulnerabili, facendo venire meno quella che la stessa Corte ha definito come cintura protettiva, indispensabile perché sia effettiva la protezione da “una scelta estrema ed irreparabile, come quella del suicidio”?

Siete chiamati ad un referendum sulla vita e siete voi a dover esprimere il voto.

E questa volta anche astenersi significa votare, abdicare al proprio ruolo di legislatore per cederlo alla Corte Costituzionale ed ai giudici.

Avreste forse voluto più tempo; ma non vi è dato.

Avreste preferito lasciare l’art. 580 del codice penale cosi com’è, anche perché la stessa Consulta lo ha ritenuto pienamente compatibile con il quadro costituzionale interno e con quello europeo; ma non vi è consentito.

Lo avrei preferito anche io, per quel che vale il mio giudizio. E però questo, che sarebbe sicuramente un bene, non è possibile; perché quel che è certo che la Corte Costituzionale provvederà seguendo l’esempio di quella canadese.

Ma se siamo, se siete davvero preoccupati perché la tutela dei principi non rimanga astratto esercizio di autocompiacimento per cultori di una sterile ortodossia, industriatevi per elaborare una  soluzione che aggiorni quella cintura protettiva per le persone deboli e vulnerabili.

Non si tratta di introdurre previsioni di non punibilità; anche un solo spiraglio in tal senso, spianerebbe –per usare ancora una volta le parole della Consulta- la strada a scelte eutanasiche.

Si tratta di prevedere una differenziazione di pena in ragione non tanto delle condizioni della persona malata, perché anche la vita di chi versa in condizioni di salute di estrema precarietà è una vita che va protetta, anche più delle altre; quanto piuttosto della condizione soggettiva di chi, legato da vincoli qualificati con la persona malata, venga a trovarsi in una situazione di gravissimo turbamento.

Una situazione, peraltro, che il nostro ordinamento già considera per casi analoghi.

Pensate alla differenziazione di pena rispetto all’omicidio volontario prevista per la madre che cagiona la morte del proprio neonato immediatamente dopo il parto, quando il fatto è determinato da condizioni di abbandono materiale e morale (l’infanticidio previsto dall’art. 578 c.p.): eppure, si tratta della vita di un bambino, la più indifesa fra tutte!

Si tratta, in definitiva, non del male minore, ma del bene possibile.

E se è possibile fare del bene, è anche doveroso, soprattutto se l’alternativa –ovvero la sentenza della Corte- non è, questa certamente sì, ascrivibile alla categoria del bene, di ciò che corrisponde al bene ed alla verità sull’uomo.

Ed è doveroso nella misura in cui:

  1. l’alternativa è certa sia nell’an che nel quando;
  2. ed astenersi dall’intervenire significherebbe concorrere, per omissione, alla demolizione dei principi posti a tutela della dignità della persona.

Andate a votare, dunque. E fatelo in fretta.

Dimostrate che l’Italia è ancora la culla del diritto e non la sua bara!

Roma, 18 luglio 2019

Domenico Airoma

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Fine vita, c’è un modo per arginare i giudici

Fine vita, c’è un modo per arginare i giudici

Articolo di Caterina Giojelli, pubblicato su Tempi il 10 luglio 2019.


Mancano poche settimane: il prossimo 24 settembre la Corte costituzionale terrà una nuova udienza per decidere la legittimità costituzionale della norma del codice penale che punisce l’aiuto al suicidio (art. 580), poche settimane per legiferare sul fine vita nei termini previsti dall’ordinanza 207/2018 con cui la Consulta ha già indicato al Parlamento come modificare la disposizione impugnata. In caso contrario, sarà la Corte a decidere. Un iter curioso, quello cui è appeso il destino dell’ultima grande battaglia per opporsi o avallare la deriva eutanasica che ha preso piede nel resto d’Europa: originato dal caso Cappato-Dj Fabo e imposto da un organo la cui funzione dovrebbe essere sancire se una norma è costituzionale o no (non certo indicare percorsi e date al Parlamento), non abbiamo assistito a levate di scudi da parte delle Camere, né alle barricate attorno al “diritto a morire” che dieci anni fa portarono fino al conflitto istituzionale sul caso Englaro. Anche allora la Consulta chiese al Parlamento di fare una legge sul fine vita e il governo Berlusconi tentò di limitare i danni con la legge Calabrò, bloccata a un passo dall’approvazione finale “grazie” al governo Monti.

C’è chi non ci sta: a rompere il silenzio surreale che ha accompagnato il conto alla rovescia verso un esito che, salvo si arrivi a una legge entro i tempi stabiliti, potrebbe condurre alla legalizzazione di fatto del suicidio assistito nel nostro paese, c’è chi prende posizione. Giovedì 11 luglio a Roma numerose associazioni consapevoli della posta in gioco hanno promosso l’incontro “Diritto o condanna a morire per vite inutili?”, relatori Alfredo Mantovano e Assuntina Morresi. A Mantovano, magistrato e vicepresidente del Centro Studi Livatino, Tempi ha chiesto di chiarire i problemi posti dall’ordinanza della Corte Costituzionale che, invece che di poche righe, impiega pagine e pagine per sostenere che la norma penale impugnata qualche ragione l’avrà pure, ma comunque va rivista.

«Anche i non addetti ai lavori sanno che se una disposizione vigente è ritenuta incostituzionale, la Consulta la dichiara illegittima; se è invece ravvisata in linea con la Costituzione la questione sollevata viene rigettata; vi è perfino la cosiddetta sentenza interpretativa di rigetto che, mantenendo in piedi la norma impugnata, ne orienta l’esegesi al fine di non dichiararla illegittima. Nel caso dell’aiuto del suicidio, invece, la Corte ha scelto una quarta strada: ha motivato in larga parte una pronuncia di illegittimità salvo poi non pervenire alla declaratoria di incostituzionalità e assegnare al Parlamento il compito di varare una legge che recepisca le proprie indicazioni. È la prima volta che accade nella storia della Corte costituzionale».

I giudici pretendono una legge che tuteli situazioni come quelle di Cappato e Dj Fabo, altrimenti ci penseranno loro e la “colpa” sarà del Parlamento. Ma come argomentano questa decisione che appare pilatesca?
Guardiamo alla sostanza: c’è un’oggettiva incoerenza fra la prima e la seconda parte della motivazione dell’ordinanza. Nella prima parte è scritto nero su bianco che «l’incriminazione dell’istigazione e dell’aiuto al suicidio» è «funzionale alla tutela del diritto alla vita, soprattutto delle persone più deboli e vulnerabili, che l’ordinamento penale intende proteggere da una scelta estrema e irreparabile, come quella del suicidio. Essa assolve allo scopo, di perdurante attualità, di tutelare le persone che attraversano difficoltà e sofferenze, anche per scongiurare il pericolo che coloro che decidono di porre in atto il gesto estremo e irreversibile del suicidio subiscano interferenze di ogni genere». Si aggiunge che il divieto ha evidente ragion d’essere «anche, se non soprattutto, nei confronti delle persone malate, depresse, psicologicamente fragili, ovvero anziane e in solitudine, le quali potrebbero essere facilmente indotte a congedarsi prematuramente dalla vita», e che «al legislatore penale non può ritenersi inibito, dunque, vietare condotte che spianino la strada a scelte suicide, in nome di una concezione astratta dell’autonomia individuale che ignora le condizioni concrete di disagio o di abbandono nelle quali, spesso, simili decisioni vengono concepite. Anzi, è compito della Repubblica porre in essere politiche pubbliche volte a sostenere chi versa in simili situazioni di fragilità, rimuovendo, in tal modo, gli ostacoli che impediscano il pieno sviluppo della persona umana». Ebbene: trovo difficile, alla stregua della chiarezza di queste affermazioni, conciliarne il contenuto con la seconda parte delle motivazioni, dove si legge che «una disciplina delle condizioni di attuazione della decisione di taluni pazienti di liberarsi delle proprie sofferenze non solo attraverso una sedazione profonda continua e correlativo rifiuto dei trattamenti di sostegno vitale, ma anche attraverso la somministrazione di un farmaco atto a provocare rapidamente la morte, potrebbe essere introdotta».

Una contraddizione così palese può essere ignorata? 
No, il Parlamento è chiamato a una scelta netta: o la solidarietà nei confronti di chi si trova in una condizione di debolezza, e ha necessità del sostegno per affrontare quella situazione (assistenza domiciliare, hospice, cure palliative), oppure l’aiuto a trovare la morte. Sia la Corte costituzionale che più d’una delle proposte di legge presentate pongono in correlazione l’autodeterminazione del paziente con la dignità umana: al paragrafo 9 dell’ordinanza si sostiene che la limitazione della prima comporterebbe una lesione della seconda. Ora, l’autodeterminazione è importante, ma non è senza limiti: i limiti sono identificabili nel rispetto dell’altro e nella natura non disponibile del bene (banalmente, un lavoratore non può autodeterminarsi nemmeno sul godimento delle ferie che è obbligatorio). Non è così per la dignità dell’uomo: essa non ha né limiti né condizioni. Nemmeno il condannato per i crimini più orrendi perde la dignità di uomo (art. 27 della Costituzione: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato»): essa sopravvive perfino alla morte e fonda la pietas che riserviamo ai nostri defunti. Il Parlamento intende approvare una legge che introduca il suicidio medicalizzato nel Servizio sanitario nazionale? Non lo faccia in nome della dignità del paziente, ma di una autodeterminazione spinta all’estremo. E sarà interessante capire come Camera e Senato affronteranno il tema sottolineato dalla stessa Corte costituzionale, che ha comunque messo in guardia sul fatto che l’autodeterminazione nei casi di persone con gravi patologie è fortemente condizionata da situazione di debolezza. Capite bene che nel caso io acquisti un appartamento in condizioni di volontà indebolita e condizionata, posso impugnare e risolvere il contratto di compravendita, mentre un atto che determina la cessazione della vita è immediatamente operativo.

Tutta questa fregola di normare la morte in nome del diritto all’autodeterminazione dove porta?
Se l’autodeterminazione sarà il punto di partenza, il punto di arrivo, come insegnano le esperienze di altre nazioni, sarà la tenuta del welfare. In Belgio e in Olanda da tempo si registrano interventi eutanasici praticati a prescindere dal consenso, sulla base di giudizi personali da parte dei medici relativi alla sofferenza presunta di chi non può dare il suo consenso, e di scelte di priorità del Ssn nel trattamento dei pazienti e nell’allocazione delle risorse. Alfie Evans non aveva espresso alcuna volontà eutanasica o suicidiaria, e i suoi genitori, legittimati più di altri a interloquire sulla sua sorte, avevano chiesto la possibilità di curarlo, anche a loro spese, anche in un altro Paese. Sappiamo come è andata a finire. Non so se tranquillizzi la prospettiva che un giudice decida della vita o della morte di una persona per esigenze di bilancio.

Lei come pensa che il Parlamento debba rispondere alle sollecitazioni della Consulta?
Intanto penso che le Camere avrebbero dovuto rivendicare fin da subito le prerogative del Parlamento. Per dire, in sostanza, ognuno faccia il suo: se le Camere finora non hanno modificato l’articolo 580 del codice penale non dipende necessariamente da noncuranza, può anche essere dipeso dalla condivisione di quella disposizione. E comunque ogni cambiamento avviene nei tempi individuati dalla discrezionalità del Parlamento, non in quelli imposti da altri. Una tale presa di posizione avrebbe aperto una dialettica non da poco sui limiti dell’intervento della Consulta e sul ruolo delle Camere. Tuttavia questa levata di scudi non c’è stata e si è optato per il percorso della risposta legislativa. Che fare quindi? La Corte sollecita a considerare situazioni come quella di Dj Fabo, «situazioni inimmaginabili all’epoca in cui la norma incriminatrice fu introdotta, ma portate sotto la sua sfera applicativa dagli sviluppi della scienza medica e della tecnologia, spesso capaci di strappare alla morte pazienti in condizioni estremamente compromesse, ma non di restituire loro una sufficienza di funzioni vitali». Questo potrebbe tradursi nella distinzione fra la posizione di chi non ha alcun legame col paziente e coloro che invece da più tempo soffrono col paziente perché gli sono vicini. La posizione del convivente, familiare in senso formale oppure no, è evidentemente diversa da quella di altri, e tollera un trattamento distinto e una sanzione meno grave, pur mantenendosi il giudizio negativo dell’ordinamento.

In pratica integrare l’articolo 580 del Codice penale con un comma ad hoc per il processo Cappato-Fabo e simili, mitigando, senza eliminarla, la pena per l’aiuto al suicidio quando esso viene realizzato da chi condivide la sofferenza del paziente?
Non per il processo Cappato, ma in termini generali. È la stessa Consulta che nell’ordinanza ricorda che il fatto che «l’ordinamento non sanzioni chi abbia tentato di porre fine alla propria vita non rende affatto incoerente la scelta di punire chi cooperi materialmente alla dissoluzione della vita altrui, coadiuvando il suicida nell’attuazione del suo proposito. Condotta, questa, che – diversamente dalla prima – fuoriesce dalla sfera personale di chi la compie, innescando una relatio ad alteros di fronte alla quale viene in rilievo, nella sua pienezza, l’esigenza di rispetto del bene della vita». Alla stregua di tali premesse, potrebbe ipotizzarsi una forma attenuata del reato punito dall’articolo 580 individuando quale soggetto attivo chi conviva stabilmente con il malato, precisando tipologie di condizioni che tendono meno grave l’illecito, a cominciare dal grave turbamento determinato dalla sofferenza altrui che interessa l’autore del fatto. Spero che questo dato di realtà sia ben presente a tutti: da sempre nel nostro ordinamento provocare la morte a una persona è sanzionato in modo differente a seconda di contesti oggettivi. Nessuno ha mai posto obiezioni – né ha evocato la morale – per il fatto che l’infanticidio o l’omicidio del consenziente siano puniti in modo meno grave rispetto all’omicidio: forse che la vittima dell’infanticidio o l’omicidio del consenziente sia meno essere umano? Assolutamente no, sono diverse le circostanze concrete. Va aggiunto che la Corte conclude che dovrebbe essere valutata «l’esigenza di adottare opportune cautele affinché – anche nell’applicazione pratica della futura disciplina – l’opzione della somministrazione di farmaci in grado di provocare entro un breve lasso di tempo la morte del paziente non comporti il rischio di alcuna prematura rinuncia, da parte delle strutture sanitarie, a offrire sempre al paziente medesimo concrete possibilità di accedere a cure palliative diverse dalla sedazione profonda continua, ove idonee a eliminare la sua sofferenza (…). Il coinvolgimento in un percorso di cure palliative dovrebbe costituire, infatti, un pre-requisito della scelta, in seguito, di qualsiasi percorso alternativo da parte del paziente». In altre parole: la nuova disciplina dovrebbe rendere effettivo il ricorso alle cure palliative, come è già previsto dall’articolo 2 della legge n. 219/2017 e come è richiesto dalla Consulta, con la presa in carico del paziente da parte del Servizio sanitario nazionale al fine di praticare un’appropriata terapia del dolore.

Cosa risponde a chi obietta che le cure palliative esistono da quasi un decennio e non hanno risparmiato casi di pazienti con sofferenze intollerabili?
Questa obiezione non tiene conto che la legge n. 38/2010 è stata poco sostenuta finanziariamente, e ancor di meno applicata: manca allo stato la prova di ciò che accada qualora una seria e diffusa terapia del dolore costituisca la risposta a tante sofferenze. Se la causa della disperazione è l’intollerabilità del dolore, il piano di intervento non è l’uccisione di un essere umano ma è lo sforzo di lenire quel dolore, per quanto possibile; la legge n. 38/2010 va in questa direzione: va applicata, recuperando risorse e professionalità adeguate.

Una legge come quella suggerita rappresenterebbe una risposta coerente all’ordinanza incoerente della Consulta?
Sarebbe una risposta in linea col carattere generale e astratto proprio della legge. Sorprende che l’ordinanza dedichi uno spazio ampio e dettagliato al caso drammatico che ha originato la questione di legittimità, auspicandone una soluzione: una norma non è un abito costruito su misura. È un’illusione pensare che l’articolo di una legge, per quanto ben scritto, riesca a prevedere la molteplicità delle fattispecie che la realtà ogni giorno prospetta. È una illusione in sé, lo è per la materia della quale ci occupiamo: che non ha come soggetti soltanto da un lato il Parlamento, e dall’altro il paziente affetto da gravi patologie. Di mezzo c’è il medico, ci sono la sua professionalità, la sua coscienza, il suo codice deontologico. Se proprio va male e si attiva un contenzioso, c’è pure il giudice. La norma si inserisce in una realtà che la interpreta e la applica, non va in automatico. Spero che il Parlamento, che ha avuto il merito nelle ultime settimane di fare molte audizioni, risolva le anomalie di una vicenda che va riportata alla linearità del fondamenti della Costituzione.

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Prostituzione: dignità umana e autodeterminazione nella sentenza n. 141/2019 della Corte Costituzionale

Prostituzione: dignità umana e autodeterminazione nella sentenza n. 141/2019 della Corte Costituzionale

Pubblichiamo la sentenza n. 141/2019 della Corte costituzionale in tema di prostituzione e un primo interessante commento della dott.ssa Francesca Piergentili


  1. Con la sentenza n. 141 del 7 giugno 2019, la Corte costituzionale ha dichiarato non fondate le questioni di legittimità costituzionale sollevate dalla Corte d’appello di Bari con riferimento alla l. 20 febbraio 1958, n. 75, sulla prostituzione.
    In particolare, nel corso del giudizio d’appello contro la sentenza del Tribunale di Bari che aveva dichiarato quattro imputati colpevoli dei delitti di reclutamento di persone ai fini della prostituzione e di favoreggiamento della stessa, il dubbio di costituzionalità era stato posto, con l’ord. 6 febbraio 2018, sull’art. 3, comma 1 (n. 4, prima parte, e n. 8) della legge n. 75 del 1958, in riferimento agli artt. 2, 3, 13, 25, secondo comma, 27 e 41 Cost., nella parte in cui configurano “come illecito penale il reclutamento ed il favoreggiamento della prostituzione volontariamente e consapevolmente esercitata».
    Per il giudice che ha sollevato l’eccezione “il fenomeno sociale della prostituzione professionale delle escort” costituirebbe un elemento di novità non prevedibile all’epoca di scrittura della legge. Accanto alla prostituzione “per bisogno” e a quella “coattiva”, vi sarebbe oggi una prostituzione scelta liberamente e volontariamente ed è alla luce di questa nuova realtà sociale che andrebbe verificata la legittimità delle soluzioni normative adottate in precedenza.
    La libertà di esercitare la prostituzione, concepita dal legislatore del 1958 come esigenza di tutelare la donna dallo sfruttamento altrui, avrebbe oggi bisogno di una “connotazione ben più positiva e piena”: la scelta di prostituirsi sarebbe una “modalità autoaffermativa della persona umana, che percepisce il proprio sé in termini di erogazione della propria corporeità e genitalità” verso la dazione di diverse utilità.
    La scelta di offrire prestazioni sessuali verso corrispettivo costituirebbe per la Corte remittente una forma di manifestazione della libertà di autodeterminazione sessuale, garantita dall’art. 2 Cost. come diritto inviolabile dell’uomo, ma anche una espressione della libertà di iniziativa economica privata tutelata dall’art. 41 Cost.
    Non solo. Le norme censurate sarebbero in contrasto con il principio di offensività, desumibile dagli artt. 13, 25, secondo comma, e 27 Cost.: dal momento che il bene protetto dalla legge n. 75 del 1958 non sarebbe più la morale pubblica e il buon costume, ma la libera autodeterminazione della persona, a dire del Giudice di Bari, le condotte di reclutamento e favoreggiamento della prostituzione, liberamente esercitata, risulterebbero inoffensive: esse sarebbero produttive di un vantaggio (e non di un danno) per lo stesso interesse tutelato.
    La sola fattispecie del favoreggiamento sarebbe poi lesiva anche dei principi di tassatività e determinatezza dell’illecito penale, ex art. 25, comma 2, Cost., dal momento che la formula descrittiva utilizzata – “chiunque, in qualsiasi modo, favorisca…” – risulterebbe eccessivamente generica.

 

  1. La Corte costituzionale prima di decidere nel merito le questioni di legittimità ricostruisce il quadro normativo e giurisprudenziale di riferimento, ricordando come il fenomeno della prostituzione volontaria rappresenta “un tema fra i più problematici per il legislatore penale”, vista “l’amplissima gamma di risposte differenziate circa l’an e il quomodo dell’impiego della sanzione penale”.
    Alla base delle diverse soluzioni normative la Corte rileva una preliminare opzione tra due visioni alternative. In base alla prima, la prostituzione sarebbe da considerare “una scelta attinente all’autodeterminazione in materia sessuale dell’individuo” (visione, tra l’altro, fatta propria dalla Corte remittente): tale scelta darebbe luogo ad un’attività economica legale e lo Stato dovrebbe limitarsi a regolare l’esercizio dell’attività per far fronte ai possibili pericoli.
    L’altra visione alla quale fa riferimento la Corte costituzionale considera la prostituzione come un fenomeno da contrastare per una pluralità di ragioni: la tutela dei diritti fondamentali dei soggetti vulnerabili; la protezione della dignità umana “intesa in una accezione oggettiva, ossia come principio che si impone a prescindere dalla volontà e dalle convinzioni del singolo individuo”; la difesa della salute, individuale e collettiva; motivi di ordine pubblico. Lo Stato, in questa prospettiva, dovrebbe prevedere una disciplina di sfavore e stabilire diverse ipotesi punitive.

 

  1. Dopo l’excursus, anche storico, della legislazione in materia, la Corte costituzionale entra nel merito del giudizio di legittimità costituzionale.
    In relazione alla presunta violazione dell’art. 2 Cost. e, pertanto, del presunto diritto inviolabile alla libertà di autodeterminazione sessuale, la Corte dichiara la questione infondata giacché l’art. 2 Cost. costituisce “un parametro non conferente rispetto all’(intromissione di terzi nell’) esercizio dell’attività di prostituzione”.
    La volontaria e libera scelta di offrire prestazioni sessuali verso corrispettivo “non rappresenta affatto uno strumento di tutela e di sviluppo della persona umana”, contemplato dall’art. 2 Cost., “ma costituisce – molto più semplicemente – una particolare forma di attività economica”. Tanto più che l’incidente di costituzionalità mirava a tutelare non tanto la persona che si prostituisce, “ma, in prima battuta – e soprattutto – i terzi che si intromettono nell’attività o che cooperano con essa”.
    Pertinente è, invece, per la Corte il riferimento all’art. 41 Cost, ma anche in questo caso la questione risulta infondata: la libertà di iniziativa economica è tutelata dalla Carta ma “a condizione che non comprometta altri valori che la Costituzione considera preminenti”, tra i quali la dignità umana.

 

  1. Sono due i passaggi importanti nella riflessione che fa il giudice delle leggi: l’impossibilità di tracciare una “linea di confine tra decisioni autenticamente libere e decisioni che non lo sono” – essendo questa linea fluida già sul piano teorico (e ancor di più su quello di verifica processuale) visti i “fattori che condizionano e limitano la libertà di autodeterminazione dell’individuo, riducendo drasticamente, il ventaglio delle sue opzioni esistenziali” (fattori di ordine economico, di disagio sul piano affettivo o sociale) – e il riferimento alla tutela della dignità umana, intesa nella cornice dell’art. 41 Cost., comma 2, in senso oggettivo.
    Per la Corte, infatti, non si può far riferimento alla “dignità soggettiva”, “quale la concepisce il singolo imprenditore o il singolo lavoratore” e la discrezionalità del Parlamento in materia a tutela del “soggetto debole” è piena (e dunque legittima la scelta di non intervenire penalmente nei confronti di quest’ultimo ma solo nei confronti dei terzi che “interagiscono con la prostituzione”).
    È il legislatore che ravvisa nella prostituzione anche volontaria “una attività che degrada e svilisce l’individuo, in quanto riduce la sfera più intima della corporeità a livello di merce a disposizione del cliente”.
    Proprio rispetto alla discrezionalità del Parlamento in materia viene dichiarata infondata anche la questione di legittimità rispetto al principio di offensività del reato: “l’individuazione dei fatti punibili, così come la determinatezza della pena per ciascuno di essi, costituisce materia affidata alla discrezionalità del legislatore”, giacché “gli apprezzamenti in ordine alla ‘meritevolezza’ e al ‘bisogno di pena’ ..sono … per loro natura tipicamente politici”.
  1. Mentre la Corte d’appello di Bari affermava la legittimità del reclutamento delle libere prostitute professionali all’interno “del libero incontro sul mercato del sesso tra domanda e offerta”, la Corte ribadisce un principio antichissimo – anche se oggi non più così scontato (si pensi, ad esempio, alla possibilità in ordinamenti diversi da quello italiano di “offrire” a pagamento gli ovociti a fini riproduttivi) – quello della non commerciabilità del corpo umano, in virtù della tutela della dignità umana.
    Nella sentenza la dignità umana viene tutelata pienamente dalla Corte costituzionale, attraverso il riconoscimento del carattere oggettivo della stessa, non dipendente dalla percezione individuale o dagli interessi del singolo: una dignità non relegata esclusivamente sul piano soggettivo, ma in grado di proteggere valori superiori rispetto agli interessi economici e che arriva a porsi come limite, in questa sua accezione oggettiva, anche all’autodeterminazione personale.
    In questo caso, pertanto, la Corte non soltanto riconosce la distinzione tra dignità e autodeterminazione – che sempre più spesso oggi sembrano confondersi l’una con l’altra – ma afferma anche la necessità di non limitarsi ad una concezione assoluta, fredda e tirannica dell’autodeterminazione, ma di riconoscere il suo carattere “fluido”, condizionabile da molteplici fattori (economici, famigliari, affettivi, sociali…) che vanno a  ridurre, “drasticamente, il ventaglio delle sue opzioni esistenziali”.
    Non ogni volontà espressa sotto forma di diritto all’autodeterminazione personale può essere garantita come diritto inviolabile ex art. 2 Cost.
    Il giudice delle leggi ricorda come i diritti inviolabili riconosciuti e garantiti ex art. 2 Cost. sono sempre in connessione a quanto previsto dal successivo art. 3 Cost., comma 2, “che al fine di rendere effettivi tali diritti, impegna altresì la Repubblica a rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il ‘pieno sviluppo della persona umana’”.
    L’art. 2 Cost. “collega, dunque, i diritti inviolabili al valore della persona e al principio di solidarietà”: “tale valore fa riferimento non all’individuo isolato, ma a una persona titolare di diritti e doveri e, come tale, inserita in relazioni sociali”.
    Per la Corte “è il collegamento con lo sviluppo della persona a qualificare la garanzia apprestata dall’art. 2 Cost.”, con la conseguenza che non tutte le espressioni di volontà partecipano alla natura di diritto inviolabile.

 

  1. I principi affermati nella sent. n.141 del 2019 costituiscono le basi a fondamento del principio personalistico nell’ordinamento italiano.
    Stupisce come possano essere diametralmente opposti, a quelli contenuti nell’ordinanza n. 207 del 2018 della stessa Corte in tema di fine vita, nel caso Dj Fabo. E ciò in riferimento al riconoscimento di un’accezione (anche) oggettiva insita nella tutela della dignità umana; all’individuazione di limiti (anche impliciti!) all’autodeterminazione personale; alla lettura data all’art. 2 Cost. sia per quanto riguarda i diritti inviolabili che i doveri di solidarietà (lettura che non abbandona l’individuo, ma ne tutela il valore all’interno di relazioni umane); alla discrezionalità piena lasciata al Parlamento in ambito d’individuazione dei fatti punibili e di determinazione della pena (in quanto scelte politiche).
    È vero, la materia è differente. Nella sentenza n. 141 si parla di autodeterminazione nella sfera sessuale, di prostituzione (più o meno) volontaria, e si discute sulla legittimità costituzionale delle norme di legge che puniscono le attività che ne favoriscono l’esercizio; nell’ord. 207 si affronta il tema delicato della morte, del suicidio assistito, e si discute sulla legittimità costituzionale delle norme del codice penale che puniscono chi aiuta o agevola il suicidio di persone che si sono autodeterminate in tal senso. Il soggetto debole nella prima questione è la prostituta, nella seconda il malato che ritiene la sua vita non più degna di essere vissuta.
    Tuttavia, non è possibile che la dignità umana possa avere una tutela diversa in relazione alla materia trattata; che in Costituzione siano contemplate varie dignità a seconda degli interessi e beni regolati dai singoli articoli; che, a seconda della fattispecie concreta, l’autodeterminazione incontri o meno il limite della dignità della persona.

 

Francesca Piergentili, dottore di ricerca in Categorie giuridiche e tecnologia nell’Università Europea di Roma

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Maternità surrogata e anagrafe: atto di intervento in Corte Costituzionale del Centro Studi Livatino

Maternità surrogata e anagrafe: atto di intervento in Corte Costituzionale del Centro Studi Livatino

 La Corte costituzionale ha fissato l’udienza del prossimo 9 ottobre per la discussione della questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Pisa, con ordinanza depositata il 15 marzo 2018, nei confronti  degli articoli 449 del codice civile, 29 co. 2, d.P.R. n. 396 del 2000, 250 del codice civile e 5 e 8, l. n. 40 del 2004 (la legge sulla fecondazione artificiale). L’insieme di queste disposizioni è contestata nella parte «in cui non consente di formare in Italia un atto di nascita in cui vengano riconosciute come genitori di un cittadino di nazionalità straniera due persone dello stesso sesso, quando la filiazione sia stabilita sulla base della legge applicabile ex art. 33, l. n. 218/1995, per ritenuto contrasto con gli artt. 2, 3, 24, 30 e 117 della Costituzione (in relazione agli artt. 3 e 7 della Convenzione di New York del 20 novembre 1989, ratificata con legge n. 176/1991)».
 
L’ordinanza del  Tribunale di Pisa illustra le ragioni per le quali nel nostro ordinamento non è possibile ricavare una norma che consenta a due donne (nel caso concreto a una madre partoriente di nazionalità straniera e a una donna italiana che ha prestato il consenso alla fecondazione eterologa) di ottenere la formazione dell’atto di nascita del figlio concepito ricorrendo alla fecondazione eterologa, neppure invocando la legge nazionale della donna che ha dato alla luce il bambino. Sono evidenti gli effetti negativi che comporterebbe laccoglimento della questione sollevata, anche in termini di legittimazione della maternità surrogata.
 
 Come già accaduto di fronte alla questione sollevata dalla Corte di assise di Milano in ordine alla legittimità costituzionale del reato di agevolazione al suicidio, anche in questa vicenda il Centro studi Livatino ha depositato nei termini un atto di intervento nella cancelleria della Consulta. Latto di intervento è stato redatto dal prof. avv. Mauro Paladini e dal prof. avv. Maurizio Cecchetti.
 
 Pubblichiamo nuovamente il testo dell’atto di intervento.

 

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Dj Fabo e il suicidio assistito: oggi l’udienza alla Corte Costituzionale

Dj Fabo e il suicidio assistito: oggi l’udienza alla Corte Costituzionale

Articolo di Marcello Palmieri, nel quale il Centro Studi Livatino è ampiamente citato, pubblicato il 23 ottobre 2018 su Avvenire.

Marco Cappato è imputato di fronte alla Corte d’assise di Milano, che a febbraio ha però sospeso il processo sulla vicenda Dj Fabo e inviato gli atti alla Consulta, dubitando della legittimità dell’art. 580 del codice penale su istigazione e aiuto al suicidio: oggi si è aperta l’udienza in Corte costituzionale.

Suicidarsi: è sempre e comunque un disvalore, oppure in determinate circostanze può essere un diritto? Dunque: ha ragione di continuare a esistere l’articolo 580 del Codice penale, che punisce chiunque induca o aiuti una persona a togliersi la vita, oppure tale norma deve essere dichiarata incostituzionale? continua a leggere sul sito di Avvenire

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Il Centro studi Livatino interviene nel giudizio di costituzionalità della legge sulla fecondazione artificiale sollevata dal Tribunale di Pisa

Il Centro studi Livatino interviene nel giudizio di costituzionalità della legge sulla fecondazione artificiale sollevata dal Tribunale di Pisa

Con ordinanza depositata il 15 marzo 2018 il Tribunale di Pisa ha sollevato la questa di legittimità costituzionale degli articoli 449 del codice civile, 29 co. 2, d.P.R. n. 396 del 2000, 250 del codice civile e 5 e 8, l. n. 40 del 2004 (la legge sulla fecondazione artificiale), nella parte «in cui non consente di formare in Italia un atto di nascita in cui vengano riconosciute come genitori di un cittadino di nazionalità straniera due persone dello stesso sesso, quando la filiazione sia stabilita sulla base della legge applicabile ex art. 33, l. n. 218/1995, per ritenuto contrasto con gli artt. 2, 3, 24, 30 e 117 della Costituzione (in relazione agli artt. 3 e 7 della Convenzione di New York del 20 novembre 1989, ratificata con legge n. 176/1991)».
 
 Il Tribunale di Pisa ha investito della questione la Corte costituzionale dopo una lunga disamina delle ragioni per le quali nel nostro ordinamento non è possibile ricavare una norma che consenta a due donne (nel caso concreto a una madre partoriente di nazionalità straniera e a una donna italiana che ha prestato il consenso alla fecondazione eterologa) di ottenere la formazione dell’atto di nascita del figlio concepito ricorrendo alla fecondazione eterologa, neppure invocando la legge nazionale della donna che ha dato alla luce il bambino. Sono evidenti gli effetti negativi che comporterebbe l’accoglimento della questione sollevata, anche in termini di legittimazione della maternità surrogata.
 
 Come già accaduto di fronte alla questione sollevata dalla Corte di assise di Milano in ordine alla legittimità costituzionale del reato di agevolazione al suicidio, anche in questa vicenda il Centro studi Livatino ha depositato nei termini un atto di intervento nella cancelleria della Consulta. L’atto di intervento è stato redatto dal prof. avv. Mauro Paladini e dal prof. avv. Marcello Cecchetti.
 
 A seguire il testo dell’atto di intervento dei due illustri docenti universitari e l’ordinanza del Tribunale di Pisa.
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Corte costituzionale – Sentenza 272 in tema di maternità surrogata

Corte costituzionale – Sentenza 272 in tema di maternità surrogata

Pubblichiamo la sentenza n. 272 della Corte costituzionale, discussa all’udienza pubblica del 21 novembre 2017 e depositata lo scorso 18 dicembre, relatore il prof. Giuliano Amato, in materia di maternità surrogata. La accompagniamo con questa sintetica scheda di lettura, riservando un commento meno rapido. (altro…)

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