Corte costituzionale e genitori dello stesso sesso allo stato civile: atto di intervento del Centro Studi Livatino

Corte costituzionale e genitori dello stesso sesso allo stato civile: atto di intervento del Centro Studi Livatino

Mercoledì 9 la Corte costituzionale esamina la questione riguardante la legittimità costituzionale dell’attuale preclusione all’iscrizione nei registri dello stato civile di un bambino come figli di due persone dello stesso sesso. Il Centro Studi Rosario Livatino ha proposto un atto di intervento, cui ha fatto seguire una memoria integrativa. Pubblichiamo la scheda del giudizio di costituzionalità, tratta dal sito della Corte costituzionale, e i due documenti del CS Livatino, a firma dei professori Paladini e Cecchetti.


FORMAZIONE DELL’ATTO DI NASCITA DI UN MINORE, DI NAZIONALITÀ STRANIERA, IN CUI SIANO RICONOSCIUTE COME GENITORI DUE PERSONE DEL MEDESIMO SESSO

Stato civile – Atto di nascita – Filiazione – Riconoscimento – Preclusione della possibilità di formare un atto di nascita in cui vengano riconosciute come genitori di cittadino di nazionalità straniera due persone dello stesso sesso quando la filiazione sia stabilita sulla base della legge nazionale del figlio, individuata in applicazione dell’articolo 33 della legge n. 218 del 1995.

(R.O. 69/2018)

Il Tribunale di Pisa solleva questione di legittimità costituzionale del combinato disposto degli articoli 449 del codice civile; 29, comma 2, e 44, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396; 250 del codice civile; 5 e 8 della legge 19 febbraio 2004, n. 40, assumendo che la norma derivante preclude all’ufficiale di stato civile la formazione di un atto di nascita in cui vengano riconosciute come genitori di un minore, avente nazionalità straniera (acquisita, per nascita, dalla madre gestazionale), due persone dello stesso sesso, quando la filiazione sia stabilita sulla scorta della legge applicabile in base all’articolo 33 della legge 31 maggio 1995, n. 218, norma di diritto internazionale privato, che rinvia, in materia di riconoscimento, alla legge personale del minore e, in caso di più cittadinanze, comunque a quella più favorevole.

Il giudice rimettente ravvisa un contrasto tra la circostanza che la madre intenzionale, che ha dato il proprio consenso alla procreazione assistita (ed è, secondo l’ordinamento straniero, sposata con la madre gestazionale) risulta, secondo la legge straniera applicabile alla fattispecie, come genitore e l’impossibilità di formare in Italia un atto di nascita in cui un figlio risulti avere due genitori dello stesso sesso.

Il giudice a quo, non ritenendo possibile un’interpretazione costituzionalmente orientata, solleva il dubbio di legittimità costituzionale delle disposizioni censurate con riferimento agli articoli 2, 3, 24 e 30 della Costituzione in quanto la preclusione alla formazione di un atto di nascita recante tale contenuto comporterebbe: un’irragionevole compressione del diritto di persone che, in base alla legislazione straniera, sono legate da un rapporto di genitorialità-filiazione, a vedere pienamente riconosciuta, in Italia, la propria formazione sociale; un’irragionevole discriminazione rispetto alla fattispecie del cittadino di nazionalità straniera con due genitori intenzionali di sesso diverso; l’irragionevole esclusione, per il figlio, del diritto di ottenere la prova precostituita della filiazione nonché della possibilità di far valere il proprio diritto a ricevere mantenimento e istruzione anche dal genitore intenzionale. Il rimettente sostiene che tali disposizioni violerebbero anche l’articolo 117, primo comma, della Costituzione in relazione agli articoli 3 e 7 della Convenzione di New York sui diritti del fanciullo del 20 novembre 1989, ratificata e resa esecutiva con la legge 27 maggio 1991, n. 176.

Norme censurate

Codice civile
Capo IV – Del riconoscimento dei figli nati fuori dal matrimonio c.c. art. 250. Riconoscimento

Il figlio nato fuori del matrimonio può essere riconosciuto, nei modi previsti dall’articolo 254, dalla madre e dal padre, anche se già uniti in matrimonio con altra persona all’epoca del concepimento. Il riconoscimento può avvenire tanto congiuntamente quanto separatamente.
Il riconoscimento del figlio che ha compiuto i quattordici anni non produce effetto senza il suo assenso.

Il riconoscimento del figlio che non ha compiuto i quattordici anni non può avvenire senza il consenso dell’altro genitore che abbia già effettuato il riconoscimento.

 

Il consenso non può essere rifiutato se risponde all’interesse del figlio. Il genitore che vuole riconoscere il figlio, qualora il consenso dell’altro genitore sia rifiutato, ricorre al giudice competente, che fissa un termine per la notifica del ricorso all’altro genitore. Se non viene proposta opposizione entro trenta giorni dalla notifica, il giudice decide con sentenza che tiene luogo del consenso mancante; se viene proposta opposizione, il giudice, assunta ogni opportuna informazione, dispone l’audizione del figlio minore che abbia compiuto i dodici anni, o anche di età inferiore, ove capace di discernimento, e assume eventuali provvedimenti provvisori e urgenti al fine di instaurare la relazione, salvo che l’opposizione non sia palesemente fondata. Con la sentenza che tiene luogo del consenso mancante, il giudice assume i provvedimenti opportuni in relazione all’affidamento e al mantenimento del minore ai sensi dell’articolo 315-bis e al suo cognome ai sensi dell’articolo 262.

Il riconoscimento non può essere fatto dai genitori che non abbiano compiuto il sedicesimo anno di età, salvo che il giudice li autorizzi, valutate le circostanze e avuto riguardo all’interesse del figlio.

——————————————————————

TITOLO XIV – Degli atti dello stato civile

c.c. art. 449. Registri dello stato civile.

I registri dello stato civile sono tenuti in ogni comune in conformità delle norme contenute nella legge sull’ordinamento dello stato civile.

—————————————–

D.P.R. 3 novembre 2000, n. 396 (1)
Regolamento per la revisione e la semplificazione dell’ordinamento dello stato civile, a norma dell’articolo 2, comma 12, della L. 15 maggio 1997, n. 127.
——————————————————-
(1) Pubblicato nella Gazz. Uff. 30 dicembre 2000, n. 303, S.O.

Art. 29. Atto di nascita.

  1. La dichiarazione di nascita è resa nei termini e con le modalità di cui all’articolo 30.
    2. Nell’atto di nascita sono indicati il luogo, l’anno, il mese, il giorno e l’ora della nascita, le generalità, la cittadinanza, la residenza dei genitori del figlio nato nel matrimonio nonché di quelli che rendono la dichiarazione di riconoscimento del figlio nato fuori del matrimonio e di quelli che hanno espresso con atto pubblico il proprio consenso ad essere nominati, il sesso del bambino e il nome che gli viene dato ai sensi dell’articolo 35.
    (omissis)

——————————————————

Art. 44. Riconoscimento del nascituro.

  1. Il riconoscimento di un figlio nascituro può essere fatto dal padre. o contestualmente a quello della gestante o dopo il riconoscimento di quest’ultima e la prestazione del suo consenso, ai sensi dell’articolo 250, terzo comma, del codice civile.
    (omissis)

—————————————–

  1. 19 febbraio 2004, n. 40 (1)

Norme in materia di procreazione medicalmente assistita.

———————————————————–
(1) Pubblicata nella Gazz. Uff. 24 febbraio 2004, n. 45.

Art. 5. Requisiti soggettivi.

  1. Fermo restando quanto stabilito dall’articolo 4, comma 1, possono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi.

———————————————————– Capo III – Disposizioni concernenti la tutela del nascituro

Art. 8. Stato giuridico del nato.

1. I nati a seguito dell’applicazione delle tecniche di procreazione medicalmente assistita hanno lo stato di figli nati nel matrimonio o di figli riconosciuti della coppia che ha espresso la volontà di ricorrere alle tecniche medesime ai sensi dell’articolo



CORTE COSTITUZIONALE
Atto di intervento

nel giudizio di legittimità costituzionale promosso dal Tribunale di Pisa con ordinanza depositata il 15 marzo 2018, iscritta nel Registro ordinanze 2018 di questa Ecc.ma Corte Costituzionale al n. 69, pubblicata nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, I Serie Speciale, n. 19 del 9 maggio 2018;

per

il Centro Studi “Rosario Livatino”, costituito a Roma il 17 aprile 2015, con atto registrato il 13 gennaio 2017, n. 230, Serie 3, c.f. 97853360580, con sede in Roma, via del Teatro Valle n. 51, in persona del proprio legale rappresentante p.t. prof. avv. Mauro Ronco, rappresentato e difeso, anche disgiuntamente, dal prof. avv. Mauro Paladini (c.f. PLD MRA 67B03 E506Y; pec: paladini.mauro@ordineavvocatipc.it) e dal prof. avv. Marcello Cecchetti (c.f. CCC MCL 65E02 H501Q; pec: marcello.cecchetti@firenze.pecavvocati.it), presso il cui studio in Roma, Piazza Barberini, n. 12 (fax n. 06 4871847) elegge domicilio, giusta procura allegata al presente atto.

* * *

Con il presente atto il Centro Studi “Rosario Livatino”, come sopra rappresentato, difeso e domiciliato, interviene in giudizio, ai sensi dell’art. 4 delle vigenti Norme integrative per i giudizi davanti alla Corte costituzionale, chiedendo fin d’ora che Codesta Ecc.ma Corte dichiari la manifesta infondatezza nel merito della questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Pisa con l’ordinanza indicata in epigrafe, per i motivi che di seguito si espongono e che comunque ci si riserva di ulteriormente precisare ed integrare nei modi e nei termini di rito.

* * *

  1. – Premessa.

Con ordinanza depositata il 15 marzo 2018 il Tribunale di Pisa ha chiesto a Codesta Ecc.ma Corte di dichiarare l’illegittimità costituzionale della norma che si desumerebbe dall’art. 449 c.c., dall’art. 29, co. 2, d.P.R. n. 396 del 2000, dall’art. 250 c.c. e dagli artt. 5 e 8, l. n. 40 del 2004, nella parte «in cui non consente di formare in Italia un atto di nascita in cui vengano riconosciute come genitori di un cittadino di nazionalità straniera due persone dello stesso sesso, quando la filiazione sia stabilita sulla base della legge applicabile ex art. 33, l. n. 218/1995, per ritenuto contrasto con gli artt. 2, 3, 24, 30 e 117 della Costituzione (in relazione agli artt. 3 e 7 della Convenzione di New York del 20 novembre 1989, ratificata con legge n. 176/1991)».

In particolare, dopo una lunga e approfondita disamina delle ragioni per le quali nel nostro ordinamento non è possibile ricavare – e quindi applicare direttamente alla fattispecie dedotta in giudizio – una norma che consenta a due donne (nel caso di specie a una madre partoriente di nazionalità straniera e a una donna italiana che ha prestato il consenso alla fecondazione eterologa) di ottenere la formazione dell’atto di nascita del figlio concepito ricorrendo alla fecondazione eterologa, neppure invocando la legge nazionale della donna che ha dato alla luce il bambino, il Tribunale di Pisa formula la questione di legittimità costituzionale concernente l’opposta (implicita) norma che impedisce la valida formazione di un simile atto, lamentando il contrasto con:

  • gli artt. 2 e 3 Cost., «perché in modo irragionevole limita il diritto di persone il diritto di persone che, in base alla legge straniera applicabile, sono legate da un rapporto di genitorialità-filiazione di vedere riconosciuta pienamente in Italia la loro formazione sociale»;
  • l’art. 3 Cost., «per irragionevole discriminazione con la situazione in cui il cittadino di nazionalità straniera abbia due genitori intenzionali di sesso diverso, nel qual caso la formazione dell’atto di nascita sarebbe possibile, con ciò ponendo in essere una discriminazione basata sul sesso»;
  • gli artt. 3 e 24 Cost., «perché irragionevolmente non consente al figlio di ottenere la prova precostituita della filiazione che sussiste in base alla legge straniera applicabile, in assenza di motivi di ordine pubblico internazionale che ostino alla sua applicazione in Italia»;
  • gli artt. 3 e 30 Cost., «dal quale ultimo si desume il diritto del figlio di ricevere mantenimento e istruzione dai genitori (che tali siano in base alla legge applicabile al rapporto di filiazione), e quindi, prima di tutto, anche secondo un criterio di ragionevolezza, di vedere riconosciuta formalmente la filiazione»;
  • l’art. 117 Cost., in riferimento agli artt. 3 e 7 della Convenzione di New York del 20 novembre 1989, resa esecutiva nell’ordinamento italiano con legge n. 176 del 1991, «in quanto non consente di garantire l’interesse superiore del fanciullo, imponendogli di non vedere formalmente riconosciuta una genitorialità che sussiste in base alla legge straniera applicabile, e ponendo ostacoli alla realizzazione della sua aspirazione a vivere con due genitori»;
  • l’art. 117 Cost., nuovamente in riferimento all’art. 7 della citata Convenzione di New York del 20 novembre 1989, questa volta sotto il differente profilo della violazione arrecata a tale disposizione «in quanto non consente di vedere riconosciuta immediatamente alla nascita la sua filiazione che sussiste in base alla legge straniera applicabile».

Le censure sono prive di fondamento nel merito, in relazione a tutti i parametri invocati dal Giudice rimettente, per le ragioni che di seguito si espongono.

* * *

  1. – Manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale sollevata per errata interpretazione della nozione di “ordine pubblico” da parte del Giudice a quo.

II.1. – Innanzitutto, occorre prendere in considerazione la doglianza del Giudice a quo, secondo la quale «se l’atto di nascita fosse stato formato all’estero, lo si sarebbe potuto trascrivere in Italia e dare giuridico rilievo alla filiazione» (p. 35 dell’ordinanza di rimessione). A tale proposito, nell’ambito del percorso logico-argomentativo dell’ordinanza di rimessione, vengono richiamate due pronunce della Suprema Corte di Cassazione, ed in particolare:

  • 30 settembre 2016, n. 19599 (che conferma App. Torino, 29 ottobre 2014), relativa al caso di un minore nato in Spagna da una coppia di donne ivi coniugate, in seguito alla fecondazione eterologa con l’impianto di gameti da una donna all’altra, secondo la quale è trascrivibile l’atto di nascita formato in Spagna e indicante le due donne come madri, poiché esso non contrasta «con l’ordine pubblico per il solo fatto che il legislatore nazionale non preveda o vieti il verificarsi di una simile fattispecie sul territorio italiano, dovendosi avere riguardo al principio, di rilevanza costituzionale primaria, dell’interesse superiore del minore, che si sostanzia nel suo diritto alla continuità dello status filiationis, validamente acquisito all’estero»;
  • 15 giugno 2017, n. 14878, ove si afferma il principio secondo cui «deve essere accolta la richiesta di due cittadine italiane, coniugate nel Regno Unito, di rettificare l’atto di nascita del figlio, nato a seguito di fecondazione assistita, che originariamente indicava come genitore la sola madre biologica, mentre successivamente era stato integrato con l’indicazione quale genitore anche della compagna della madre, atteso che tale atto, così integrato, non può considerarsi contrario all’ordine pubblico, nella sua accezione di ordine pubblico internazionale».

Al riguardo, va segnalato che il Tribunale rimettente ha erroneamente interpretato la nozione di ordine pubblico.

II.2. – Ciò, in primo luogo, perché ha ritenuto di dover mutuare tale nozione dalla giurisprudenza citata, ai fini di applicarla al caso di specie, quando con tutta evidenza l’“ordine pubblico”, come definito dalle pronunce richiamate, è riferito a casi totalmente diversi da quello di specie, ossia a casi in cui l’atto da sottoporre al vaglio si era già validamente formato fuori dal territorio italiano. Non a caso nella sent. n. 19599 del 2016, che rimarca in diversi passaggi tale circostanza, si legge al par. 12.1 che «nel presente giudizio […] non si tratta di verificare la conformità alla legge italiana della legge spagnola, in base alla quale è stato formato all’estero l’atto di nascita di un bambino da due madri, essendo evidente la difformità delle relative discipline: la legge italiana non consente alle nostre di formare un atto di nascita del genere. La questione che si pone […] è se questa difformità di disciplina renda incompatibile con l’ordine pubblico l’ingresso in Italia […] di un particolare e specifico atto giuridico riguardante il rapporto di filiazione tra determinati soggetti»: è chiaro, cioè, che ad avviso della Suprema Giurisdizione di legittimità il limite dell’ordine pubblico opera nei confronti dell’“ingresso” nel nostro ordinamento di atti posti in essere all’estero e non certo nei confronti della formazione di atti che, seppure ammessi dalla legislazione di altri ordinamenti cui rimandano le norme di conflitto ex l. n. 218 del 1995, non sono consentiti in Italia.

II.3. – In secondo luogo, com’è noto, il concetto di “ordine pubblico internazionale” è ben più ampio di quello (restrittivo) accolto dalle pronunce di legittimità poc’anzi citate.

A tal proposito, con ordinanza 22 febbraio 2018, n. 4382, è stata rimessa alle Sezioni Unite la questione se la trascrizione di un provvedimento con il quale è riconosciuta la genitorialità acquisita all’estero da una coppia dello stesso sesso sia contraria all’ordine pubblico. Il caso nell’ambito del quale si è posta la questione è quello deciso dalla Corte di Appello di Trento, con sentenza 23 febbraio 2017, che ha affermato la compatibilità con l’ordine pubblico internazionale degli effetti dell’adozione piena pronunciata all’estero a favore del coniuge dello stesso sesso del genitore biologico, il cui provvedimento è reputato trascrivibile nei registri dello stato civile ex art. 28, co. 2, lett. g), d.P.R. n. 396 del 2000 (nella specie, i minori erano nati da surrogazione di maternità). Nell’ordinanza si osserva che vi è un contrasto giurisprudenziale tra la pronuncia (sopra richiamata) n. 19599/2016, secondo la quale «i principi di ordine pubblico devono essere ricercati esclusivamente nei principi supremi e/o fondamentali della nostra Carta costituzionale, vale a dire in quelli che non potrebbero essere sovvertiti dal legislatore ordinario» e quella delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione 5 luglio 2017, n. 16601 (in materia di danni punitivi).

In particolare, nella pronuncia citata da ultimo si legge che «la descrizione dell’ordine pubblico internazionale “come complesso dei principi fondamentali caratterizzanti l’ordinamento interno in un determinato periodo storico, ma fondati su esigenze di tutela dei diritti fondamentali dell’uomo comuni ai diversi ordinamenti e desumibili, innanzitutto, dai sistemi di tutela approntati a livello sovraordinato rispetto alla legislazione ordinaria” (cfr. ord. 9978/16 pag. 21), può far pensare a una “riduzione della portata del principio di ordine pubblico”. Ciò che va registrato è senz’altro che la nozione di “ordine pubblico”, che costituisce un limite all’applicazione della legge straniera, ha subito profonda evoluzione. Da “complesso dei principi fondamentali che caratterizzano la struttura etico-sociale della comunità nazionale in un determinato periodo storico, e nei principi inderogabili immanenti nei più importanti istituti giuridici” (così Cass. 1680/84) è divenuto il distillato del “sistema di tutele approntate a livello sovraordinato rispetto a quello della legislazione primaria, sicché occorre far riferimento alla Costituzione e, dopo il trattato di Lisbona, alle garanzie approntate ai diritti fondamentali dalla Carta di Nizza, elevata a livello dei trattati fondativi dell’Unione Europea dall’art. 6 TUE (Cass. 1302/13)”. La dottrina ha spiegato che l’effetto principale recato dal recepimento e dall’interiorizzazione del diritto sovranazionale non è la riduzione del controllo avverso l’ingresso di norme o sentenze straniere che possono “minare la coerenza interna” dell’ordinamento giuridico. […] a questa storica funzione dell’ordine pubblico si è affiancata, con l’emergere e il consolidarsi dell’Unione Europea, una funzione di esso promozionale dei valori tutelati, che mira ad armonizzare il rispetto di questi valori, essenziali per la vita e la crescita dell’Unione. È stato pertanto convincentemente detto che il rapporto tra l’ordine pubblico dell’Unione e quello di fonte nazionale non è di sostituzione, ma di autonomia e coesistenza. Le Sezioni Unite ne traggono riprova dall’art. 67 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea (TFUE), il quale afferma che “l’Unione realizza uno spazio di libertà, sicurezza e giustizia nel rispetto dei diritti fondamentali nonché dei diversi ordinamenti giuridici e delle diverse tradizioni giuridiche degli Stati membri”. Pertanto a fungere da parametro decisivo non basta il confronto tra le reazioni delle corti dei singoli Stati alle novità provenienti da uno Stato terzo, o da un altro stato dell’Unione […]. La sentenza straniera che sia applicativa di un istituto non regolato dall’ordinamento nazionale, quand’anche non ostacolata dalla disciplina Europea, deve misurarsi con il portato della Costituzione e di quelle leggi che, come nervature sensibili, fibre dell’apparato sensoriale e delle parti vitali di un organismo, inverano l’ordinamento costituzionale. Se con riguardo all’ordine pubblico processuale, ferma la salvaguardia dell’effettività dei diritti fondamentali di difesa, il setaccio si è fatto più largo per rendere più agevole la circolazione dei prodotti giuridici internazionali, con riguardo all’ordine pubblico sostanziale non può dirsi altrettanto. Gli esiti armonizzanti, mediati dalle Carte sovranazionali, potranno agevolare sovente effetti innovativi, ma Costituzioni e tradizioni giuridiche con le loro diversità costituiscono un limite ancora vivo: privato di venature egoistiche, che davano loro “fiato corto”, ma reso più complesso dall’intreccio con il contesto internazionale in cui lo Stato si colloca. Non vi potrà essere perciò arretramento del controllo sui principi essenziali della “lex fori” in materie, come per esempio quella del lavoro (v. significativamente Cass. 10070/13) che sono presidiate da un insieme di norme di sistema che attuano il fondamento della Repubblica. Nel contempo non ci si potrà attestare ogni volta dietro la ricerca di una piena corrispondenza tra istituti stranieri e istituti italiani» (così Cass. Sez. Un., sent. 5 luglio 2017, n. 16601).

In sintesi, il principio che si ricava dalla pronuncia delle Sezioni Unite riportata è che la nuova nozione di ordine pubblico non comporta una riduzione o un arretramento del controllo da parte dell’ordinamento ai fini dell’applicazione della legislazione straniera. Allo stesso tempo, la semplice diversità tra un istituto straniero e la legge italiana non può automaticamente tradursi nel contrasto del primo con l’ordine pubblico; infatti, resta sempre ferma la necessità che, specie nel diritto sostanziale, la legge straniera non produca effetti incompatibili con i principi costituzionali, anche nel caso in cui gli stessi non siano principi inviolabili.

Tuttavia, come si dirà meglio nel paragrafo che segue, è proprio la tutela di alcuni principi costituzionali, che rientrano nella nozione di ordine pubblico così come enucleata dalla richiamata pronuncia delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, a ergersi a limite invalicabile all’applicazione nel nostro ordinamento della legge della madre partoriente straniera e a rendere pienamente ragionevole la differenziazione tra fattispecie nelle quali venga in rilievo la formazione dell’atto di nascita di un minore nato in forza della fecondazione eterologa tra genitori di sesso diverso e la formazione del medesimo atto qualora i genitori siano del medesimo sesso. Da qui – come si vedrà a breve – la manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Pisa in riferimento agli artt. 2 e 3 della Costituzione, nonché agli artt. 3 e 24, Cost. nella parte in cui la norma oggetto di censura – ad avviso del rimettente – «irragionevolmente non consente al figlio di ottenere la prova precostituita della filiazione che sussiste in base alla legge straniera applicabile, in assenza di motivi di ordine pubblico internazionale che ostino alla sua applicazione in Italia».

***

III. – Manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale sollevata in riferimento agli artt. 2, 3 e 24 Cost.

III.1. – La premessa da cui muovere ai fini dell’esame della censura del rimettente circa la lamentata irragionevole limitazione che la norma impugnata arrecherebbe in danno del «diritto di persone che, in base alla legge straniera applicabile, sono legate da un rapporto di genitorialità-filiazione di vedere riconosciuta pienamente in Italia la loro formazione sociale», con conseguente violazione degli artt. 2 e 3 Cost., nonché circa l’asserita irragionevole discriminazione che la medesima norma determinerebbe tra la fattispecie dedotta nel giudizio a quo e «la situazione in cui il cittadino di nazionalità straniera abbia due genitori intenzionali di sesso diverso, nel qual caso la formazione dell’atto di nascita sarebbe possibile, con ciò ponendo in essere una discriminazione basata sul sesso», con conseguente violazione dell’art. 3, Cost., deve essere rinvenuta nella giurisprudenza di questa Ecc.ma Corte, laddove ha affermato con chiarezza che «l’art. 2 Cost. dispone che la Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale. Orbene, per formazione sociale deve intendersi ogni forma di comunità, semplice o complessa, idonea a consentire e favorire il libero sviluppo della persona nella vita di relazione, nel contesto di una valorizzazione del modello pluralistico. In tale nozione è da annoverare anche l’unione omosessuale, intesa come stabile convivenza tra due persone dello stesso sesso, cui spetta il diritto fondamentale di vivere liberamente una condizione di coppia, ottenendone – nei tempi, nei modi e nei limiti stabiliti dalla legge – il riconoscimento giuridico con i connessi diritti e doveri» (così Corte cost., sent. n. 138 del 2010, par. 8 del Considerato in diritto).

L’importanza del passaggio estrapolato dalla nota pronuncia di questa Corte in tema di matrimonio tra persone dello stesso sesso è dovuta al fatto che da tali parole emerge chiaramente come, sia la formazione sociale che coincide con la coppia omosessuale, sia – ai fini che qui più strettamente interessano – gli effetti giuridici che, in termini di diritti e doveri, da essa devono farsi discendere, sono affidati alla disciplina del legislatore e alla sua piena discrezionalità; ciò, tuttavia, nel presupposto che sia da escludere che la tutela di una simile formazione sociale «possa essere realizzata soltanto attraverso una equiparazione delle unioni omosessuali al matrimonio». La citata sentenza, infatti, prosegue affermando che, se è vero che «spetta al Parlamento, nell’esercizio della sua piena discrezionalità, individuare le forme di garanzia e di riconoscimento per le unioni suddette», è altrettanto vero che resta «riservata alla Corte costituzionale la possibilità d’intervenire a tutela di specifiche situazioni (come è avvenuto per le convivenze more uxorio: sentenze n. 559 del 1989 e n. 404 del 1988). Può accadere, infatti, che, in relazione ad ipotesi particolari, sia riscontrabile la necessità di un trattamento omogeneo tra la condizione della coppia coniugata e quella della coppia omosessuale, trattamento che questa Corte può garantire con il controllo di ragionevolezza».

Alla luce di tali principi giurisprudenziali, dunque, occorre verificare se il differente trattamento riservato dal nostro legislatore, in tema di filiazione a seguito di procreazione medicalmente assistita (PMA), nei confronti delle coppie formate da persone dello stesso sesso, sia idoneo a superare il vaglio di ragionevolezza richiamato da Codesta Ecc.ma Corte.

III.2. – A tale interrogativo si ritiene di dover dare risposta affermativa. Infatti, nella citata sent. n. 138 del 2010, se da una parte si legge che «i concetti di famiglia e di matrimonio non si possono ritenere “cristallizzati” con riferimento all’epoca in cui la Costituzione entrò in vigore, perché sono dotati della duttilità propria dei princìpi costituzionali e, quindi, vanno interpretati tenendo conto non soltanto delle trasformazioni dell’ordinamento, ma anche dell’evoluzione della società e dei costumi», dall’altra, viene affermato che «detta interpretazione, però, non può spingersi fino al punto d’incidere sul nucleo della norma, modificandola in modo tale da includere in essa fenomeni e problematiche non considerati in alcun modo quando fu emanata», concludendo, infine, che «Non è casuale […] che la Carta costituzionale, dopo aver trattato del matrimonio, abbia ritenuto necessario occuparsi della tutela dei figli (art. 30), assicurando parità di trattamento anche a quelli nati fuori dal matrimonio, sia pur compatibilmente con i membri della famiglia legittima» (par. 9 del Considerato in diritto).

Da quanto detto deriva che è affidata alla discrezionalità del legislatore la scelta circa la forma, i limiti e gli effetti dell’unione tra persone dello stesso sesso, ma la scelta legislativa deve intendersi costituzionalmente vincolata in negativo, nel senso, cioè, della necessità – derivante dagli artt. 29 e 30 Cost. – che il riconoscimento giuridico delle coppie omosessuali avvenga tramite un istituto diverso dal matrimonio, quale, appunto, l’unione civile tra persone dello stesso sesso (legge 20 maggio 2016, n. 76). E poiché il matrimonio, per espresso riconoscimento di Codesta Corte, ha «(potenziale) finalità procreativa del matrimonio che vale a differenziarlo dall’unione omosessuale», è evidente che non può essere affatto considerata irragionevole la scelta del legislatore italiano di non estendere alle coppie omosessuali la possibilità di ricorrere alla PMA eterologa.

Ciò a maggior ragione ove si pensi che, per quanto riguarda l’accesso alla PMA, le biotecnologie non alterano lo schema della generazione, né rendono superfluo il concorso dei due sessi, perché anche in laboratorio la partecipazione dei due sessi è necessaria per il tramite dei gameti maschili e di quelli femminili. È del resto noto che la fecondità continua a presupporre la sessuazione e che il concepimento richiede l’apporto complementare del maschile e del femminile, ciascuno dei quali non è intercambiabile con l’altro.

III.3. – Infine, dal combinato disposto degli artt. 29 e 2 Cost. si può evincere che la Costituzione vincola a non estendere all’unione civile gli stessi effetti del matrimonio, tra i quali, in primis, quelli legati alla filiazione. Se, infatti, il matrimonio ha finalità procreativa e la procreazione implica la complementarità biologica dell’uomo, anche la filiazione comporta complementarità biologica dell’uomo e della donna e, quindi, paternità e maternità.

Come lo stesso Tribunale di Pisa riconosce, la ragione per la quale non si è potuto estendere il matrimonio a coppie dello stesso sesso è che il matrimonio ha una funzione generativa costituzionalmente vincolata dagli artt. 29 e 30 Cost. (cfr. ad es. Corte Cost., sent. 15 aprile 2010, n. 138; Corte Cost., sent. 22 luglio 2010, n. 276; Corte Cost., sent. 5 gennaio 2011, n. 4; Corte Cost., 11 giugno 2014, n. 170). Si legge, infatti, a p. 26 dell’ordinanza di rimessione che «il Collegio trae da questa pronuncia [Corte cost. n. 138/2010] conferma del fatto che il diritto italiano, in materia di famiglia, non è affatto gender-neutral e che una tale costruzione non è di per sé costituzionalmente illegittima. Non soltanto, svolgendo analogo ragionamento, si deve concludere che anche la nozione di genitori come coppia formata da un padre e una madre di sesso opposto risponde a una nozione consolidata e ultramillenaria, ma nella richiamata pronuncia della Corte [n. 138 del 2010] è anche contenuto un indice argomentativo che corrobora l’interpretazione, laddove si legge che proprio la potenziale finalità procreativa vale a differenziare il matrimonio dall’unione omosessuale (e quindi, a contrario, quest’ultima non è finalizzata alla filiazione)».

Il principio di genitorialità maschile e femminile è quindi implicitamente ricavabile dalla nostra Costituzione, con il conseguente divieto di accesso per le coppie dello stesso sesso alla PMA eterologa e di formazione, in Italia, di un atto di nascita che indichi come genitori persone dello stesso sesso, dal momento che la legge straniera che consente di stabilire tale rapporto di filiazione si porrebbe in contrasto con l’anzidetto principio.

Ciò a maggior ragione ove si ponga mente al fatto che, mentre nelle ipotesi in cui viene in rilievo un atto di stato civile formato all’estero o una sentenza resa da un’autorità giudiziaria straniera è necessario, ai fini della relativa trascrizione, tenere conto della provenienza di tali atti da un ordinamento straniero che ha proprie regole in merito, nel caso di specie si tratta di formare ab initio un atto in Italia, seppure in relazione alla nascita di un minore che gode della cittadinanza della madre biologica.

Quindi, a prescindere dalle considerazioni svolte nel par. II – e, dunque, dalla nozione, estensiva o restrittiva, di ordine pubblico che si ritenga di adottare, in ogni caso nella predetta nozione deve senza dubbio ritenersi compreso il principio in base al quale i genitori devono essere di sesso diverso. Invero, l’identificazione della genitorialità come genitorialità dell’uomo e della donna costituisce un principio inviolabile della Costituzione e, quindi, rientra anche nella nozione più restrittiva di ordine pubblico.

Con la conseguenza che a risultare manifestamente infondate non sono solo le censure mosse dal Giudice a quo nei confronti della norma censurata in riferimento agli artt. 2 e 3 Cost., ma altresì quelle formulate per asserito contrasto con gli artt. 3 e 24, Cost., in quanto «irragionevolmente non consent[irebbe] al figlio di ottenere la prova precostituita della filiazione che sussiste in base alla legge straniera applicabile, in assenza di motivi di ordine pubblico internazionale che ostino alla sua applicazione in Italia».

* * *

  1. – Manifesta infondatezza della questione di legittimità costituzionale sollevata in riferimento a tutti i parametri costituzionali invocati, perché basata sull’erroneo presupposto che la norma impugnata determini una irragionevole discriminazione tra la formazione e la trascrizione dell’atto di nascita di un minore nato da una coppia omosessuale, quando la filiazione sia stabilita sulla base della legge applicabile ex art. 33, l. n. 218/1995.

IV.1. – La prospettata questione di legittimità costituzionale appare infondata, altresì, in riferimento a tutti i parametri costituzionali invocati dal rimettente, sotto un ulteriore profilo.

È noto che da sempre l’ordinamento di stato civile si basa su un sistema bipartito che annovera:

  1. da una parte, atti di stato civile formati direttamente dall’ufficiale di stato civile italiano:
  • oggetto di iscrizione, se formati dallo stesso ufficiale che li registra,
  • e di trascrizione, se formati da altro ufficiale;
  1. dall’altra, atti di stato civile consistenti in trascrizioni di atti stranieri:
  • se relativi a italiani o stranieri, con funzione di pubblicità dichiarativa e previo vaglio di non contrarietà all’ordine pubblico ex 18, D.P.R. 3 novembre 2000, n. 396;
  • se relativi a stranieri residenti in Italia, con funzione di pubblicità-notizia ex 19 del medesimo D.P.R. e, a prescindere da tale vaglio, perché destinati unicamente a riprodurre gli atti formati all’estero al fine di agevolare gli stranieri nell’ottenimento delle copie integrali degli stessi (cfr. Cons. St., parere 8 giugno 2011, n. 1732);
  • se relativi a stranieri non residenti in Italia, tali atti non sono trascrivibili.

Mentre gli atti indicati sub b) possono essere stati formati secondo la legge del luogo, oppure secondo la legge italiana quando siano stati compiuti innanzi all’autorità consolare o diplomatica italiana, i primi – ovvero gli atti sub a) – non possono che essere formati secondo il diritto italiano.

IV.2. – L’idea di un atto di nascita di un cittadino straniero nato in Italia, formato da un ufficiale di stato civile che applichi il diritto straniero (nel caso di specie, si tratterebbe del diritto vigente nello Stato del Wisconsin), in via diretta o in via indiretta (cioè tramite la norma di conflitto del foro, ossia l’art. 33, co. 1, l. 31 maggio 1995, n. 218, che designa come applicabile al rapporto di filiazione la legge nazionale del figlio), è un vero e proprio assurdo giuridico. Lo riconosce implicitamente lo stesso Tribunale di Pisa, là dove afferma che «a opinione del Collegio, la formazione dell’atto di nascita è regolata da norme che non disciplinano direttamente i rapporti fra privati, ma disciplinano l’attività della pubblica amministrazione, e si debbono ritenere di applicazione necessaria. Com’è noto, ai sensi dell’art. 17 legge d.i.p., “è fatta salva la prevalenza sulle disposizioni che seguono delle norme italiane che, in considerazione del loro oggetto e del loro scopo, debbono essere applicate nonostante il richiamo alla legge straniera”».

Peraltro, le norme di conflitto stabilite dalla l. n. 218 del 1995 trovano applicazione esclusivamente nel processo e non nel procedimento amministrativo di formazione degli atti di stato civile. Diversamente, la pronuncia additiva richiesta a Codesta Ecc.ma Corte implicherebbe che, ogni volta che si formi un atto di nascita di un minore nato in Italia da almeno un cittadino straniero, l’ufficiale di stato civile debba applicare (tramite l’art. 33, co. 1, l. n. 218/1995) il diritto straniero al fine di non incorrere in un’asserita irragionevole discriminazione tra la fattispecie della trascrizione di un atto formato all’estero e quella della formazione del medesimo atto nel nostro ordinamento, con esiti dirompenti per il sistema e senza dubbio al limite del paradossale.

L’ordinamento italiano, al contrario, si fonda sul “naturale” presupposto che gli atti di stato civile formati in Italia seguano il diritto italiano, mentre quelli formati all’estero possano essere trascritti nei registri di stato civile (come osservato sopra, con modalità e funzioni diverse, a seconda che siano relativi a italiani o a stranieri residenti in Italia), previo vaglio di non contrarietà all’ordine pubblico.

In definitiva, ritenere che la norma che non consente la formazione in Italia dell’atto di nascita di un minore nato da una coppia di persone dello stesso sesso che siano ricorse alla PMA determini una irragionevole discriminazione tra la fattispecie in questione e quella relativa alla trascrizione del medesimo atto di nascita formato, però, in un diverso ordinamento (e secondo le relative regole) significherebbe pervenire all’assurda conclusione che il nostro ordinamento dovrebbe sempre e comunque adeguarsi alle norme degli ordinamenti stranieri, allorquando esse siano applicabili in forza della l. n. 218 del 1995: ciò in quanto, diversamente, si finirebbe per differenziare (irragionevolmente, laddove si seguisse la tesi del rimettente) i casi in cui un determinato atto si sia formato all’estero e debba essere trascritto in Italia, da un lato, e quelli in cui lo stesso atto debba essere formato interamente e ab initio nel nostro ordinamento, dall’altro. È evidente, tuttavia, che una simile conclusione non solo aprirebbe un varco addirittura illimitato (e, forse, anche obiettivamente impossibile) all’applicazione di norme di altri ordinamenti in Italia, ma soprattutto limiterebbe la sovranità statale e la discrezionalità del legislatore italiano in termini del tutto inammissibili.

Da quanto esposto discende la manifesta infondatezza di tutte le censure sollevate dal Tribunale di Pisa, le quali presuppongono l’asserita irragionevolezza della differenziazione tra la mera trascrizione dell’atto di nascita formato all’estero del minore figlio di una coppia omosessuale che abbia avuto accesso alla PMA dalla vera e propria formazione dello stesso nell’ambito del nostro ordinamento.

* * *

P.Q.M.

Il Centro Studi Livatino, come sopra rappresentato e difeso, conclude affinché Codesta Ecc.ma Corte costituzionale voglia dichiarare manifestamente infondata nel merito la questione di legittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Pisa con l’ordinanza in epigrafe.

* * *

Si depositano:

  • atto costitutivo del Centro Studi Rosario Livatino;
  • statuto del Centro Studi Rosario Livatino;
  • atto di conferimento dei poteri per la rappresentanza in giudizio al prof. Avv. Mauro Ronco;

* * *

Con ossequio.

Roma, 29 maggio 2018

Prof. Avv. Mauro Ronco

Share
Fine vita e amministratore di sostegno: il Giudice tutelare di Roma disattende la Corte costituzionale

Fine vita e amministratore di sostegno: il Giudice tutelare di Roma disattende la Corte costituzionale

La decisione recentemente assunta dal Giudice tutelare del Tribunale di Roma in materia di potere dell’amministratore di sostegno di disporre la sospensione di cure salvavita prestate ad un soggetto amministrato (provvedimento del 23/09/2019), in assenza di disposizioni anticipate di trattamento, impone il richiamo al principio affermato in materia dalla Corte Costituzionale con sentenza n. 144/2019, pronunciata il 13/06/2019.

Il giudice tutelare del Tribunale di Roma, sulla richiesta presentata da un amministratore di sostegno, cui era stato attribuito il potere di rappresentanza esclusiva in ambito sanitario, di disporre la sospensione di trattamenti sanitari di mantenimento in vita, ha deciso il non luogo a provvedere, ritenendo il suo intervento limitato al caso in cui dovesse sussistere il contrasto di cui all’art. 3 co. 5 legge n. 217/2019, al legge sulle dat-disposzioni anticipate di trattamento: “Nel caso in cui […] l’amministratore di sostegno, in assenza delle disposizioni anticipate di trattamento (DAT) di cui all’art. 4 […] rifiuti le cure proposte e il medico ritenga invece che queste siano appropriate e necessarie, la decisione è rimessa al giudice tutelare su ricorso del rappresentante legale della persona interessata o dei soggetti di cui agli articoli 406 e seguenti del codice civile o del medico o del rappresentante legale della struttura sanitaria“.

Su tale norma la Corte Costituzionale si è così espressa: “L’esegesi dell’art. 3, commi 4 e 5, della legge n. 219 del 2017, tenuto conto dei principi che conformano l’amministrazione di sostegno, porta allora conclusivamente a negare che il conferimento della rappresentanza esclusiva in ambito sanitario rechi con sé, anche e necessariamente, il potere di rifiutare i trattamenti sanitari necessari al mantenimento in vita. Le norme censurate si limitano a disciplinare il caso in cui l’amministratore di sostegno abbia ricevuto anche tale potere: spetta al giudice tutelare, tuttavia, attribuirglielo in occasione della nomina – laddove in concreto già ne ricorra l’esigenza, perché le condizioni di salute del beneficiario sono tali da rendere necessaria una decisione sul prestare o no il consenso a trattamenti sanitari di sostegno vitale – o successivamente, allorché il decorso della patologia del beneficiario specificamente lo richieda” ( sentenza n. 144/2019).

Con questo la Corte esclude che l’amministratore di sostegno con rappresentanza esclusiva o assistenza necessaria in ambito sanitario abbia perciò solo il potere di rifiutare/ sospendere i trattamenti sanitari di mantenimento in vita, ove tale potere non gli sia espressamente attribuito dal giudice tutelare. L’intervento dell’autorità giudiziaria è funzionale alla tutela del carattere personalissimo e della speculare indisponibilità altrui del diritto di rifiuto delle cure e del diritto alla vita.

Per concludere: la tanto celebrata (dai media e dai fautori dell’eutanasia) decisione del GT di Roma si pone in evidente e netto contrasto con quanto sancito dalla Corte costituzionale, nell’interpretazione da essa data alla legge sulle dat, nella parte riguardante l’amministratore di sostegno.

M.F.

Share
Una sconfitta di civiltà

Una sconfitta di civiltà

Articolo di Alfredo Mantovano pubblicato su Il Foglio quotidiano venerdì 27 settembre 2019

La decisione della Consulta sul suicidio assistito segna la vittoria di una cultura libertaria e relativista penetrata da decenni nella nostra società. Il compito del Parlamento, ora, sarà ancora più complicato

Provo a ragionare in prospettiva, muovendomi sulla traccia della nota stampa diffusa dalla Corte costituzionale l’altra sera – in uno con l’ordinanza n. 207 di dieci mesi fa -, e immaginando vari lievi di intervento.

Prima domanda: la sentenza della Consulta avrà effetti concreti e immediati? Se sì, quali? Non è una quesito capzioso, perché la Corte non dichiara illegittimo l’art. 580 del cod. pen.: demanda al giudice del singolo caso stabilire se sussistono le condizioni per la non punibilità, presupponendo che comunque un procedimento penale si avvii per operare la verifica richiesta.

Fra le condizioni, la nota stampa, e prima l’ordinanza, indicano quale pregiudiziale a ogni trattamento di fine vita il ricorso alle cure palliative. Cure che, entrate nell’ordinamento con la legge n.38/2010, non hanno mai trovato attuazione: nelle facoltà di medicina manca l’apposita disciplina, i corsi di specializzazione si contano sulle punta delle dita di una mano, e per questo non ci sono i medici palliativisti e i relativi reparti. Immaginiamo che il Governo voglia recuperare il gap e inserisca nella legge di stabilità le risorse finora mancate: per la piena fruibilità delle cure sull’intero territorio nazionale trascorrerebbe, se va bene, un decennio. E nel frattempo? La nota precisa che “la Corte ha subordinato la non punibilità al rispetto delle modalità previste dalla normativa (…) sulle cure palliative”: “subordinare” vuol dire che la punibilità opera se prima non sono attivate le cure palliative. Vi è una logica: se l’impulso a chiedere l’assistenza al suicidio deriva dall’intollerabilità delle sofferenze del paziente, circoscriverle può far venir meno la richiesta. Ma se questo è il quadro, la medesima logica impone che la sentenza della Consulta non si applichi prima che le cure palliative vadano a pieno regime. La sentenza chiarirà quest’aspetto?

La Corte affida le “modalità di esecuzione” a “una struttura pubblica del SSN, sentito il parere del comitato etico territorialmente competente”. Anche qui i problemi sono tanti: non  vi è solo la medicalizzazione del suicidio assistito, bensì pure la sua presa in carico dal servizio pubblico. Rispetto all’ordinanza n. 207 c’è qualcosa in meno: la nota non menziona l’obiezione di coscienza per il medico. E’ per sintesi del comunicato o, come è già nella legge sulle “dat”-le disposizioni anticipate di trattamento, l’omissione è voluta? E c’è qualcosa in più: il parere del Comitato etico competente per territorio. Si riconosca o meno il diritto all’obiezione, il medico, come la Federazione degli Ordini ha sottolineato in un documento di qualche mese fa, viene chiamato a compiere un atto vietato dal proprio codice deontologico; il problema, prima ancora della valvola di sfogo dell’obiezione (il cui eventuale mancato riconoscimento violerebbe, esso sì, più nome costituzionali), è il rapporto fra legge dello Stato, o sentenza della Consulta, e norme di deontologia: quale prevale? Non è così semplice, se ne dibatte da decenni: diventa cruciale a fronte di scelte di morte. Quanto al Comitato etico, in Belgio e in Olanda – nei quali eutanasia e suicidio assistito sono legali da tempo – c’è qualcosa di simile, ma svolge una verifica ex post sulla correttezza della procedura. La sentenza dirà qualcosa su profili così rilevanti?

Vi è un livello successivo: quello della legge che dovrà seguire alla sentenza: legge dalla Consulta definita “indispensabile”. L’impressione è che larga parte del Parlamento – qualche gruppo politico lo ha pure detto in esplicito – non avesse voglia di impegnarsi in una materia così difficile, e preferisse lasciare il “lavoro sporco” ai giudici costituzionali. Lo stesso Governo mostra di aver condiviso questo tratto, allorché non ha fatto chiedere dall’Avvocatura dello Stato nel giudizio di costituzionalità il rinvio, che ci sarebbe stato tutto, per dare più tempo alle Camere. Il risultato è che oggi il compito del Parlamento è, se possibile, ancora più complicato, dovendo fare i conti con le contraddizioni della sentenza e con la necessità di sciogliere i nodi che essa presenta. Non è immaginabile di uscirsene con qualche slogan da social.

Vi è un ulteriore livello: quello in senso lato culturale. Di una “cultura” libertaria e relativista che ha trasformato un giudizio di legittimità, che per Costituzione avrebbe a oggetto una norma, in un giudizio sulla punibilità dell’on. Cappato e di chi fa come lui; e che ha impostato il dibattito mediatico in una disputa (quando c’è stata) fra cantori dell’autodeterminazione e vescovi, lasciando fuori le prioritarie e non confessionali ragioni di ordine antropologico. Quanto accaduto in Italia a partire dal caso Englaro, poi con la legge sulle “dat”, e quindi con le decisioni della Consulta, è l’esito della prevalenza di orientamenti penetrati nel corso dei decenni nella comunità scientifica, nelle università, nelle aule di giustizia, e quindi nei media e nella politica. Chi non condivide questi esiti sappia che la strada da percorrere non può limitarsi al pur necessario intervento legislativo: deve approfondire l’elaborazione di una cultura delle vita e della cura della sofferenza rispettosa della dignità e dell’unicità di ogni persona. Cercare scorciatoie significa rassegnarsi a una sconfitta di civiltà.

Share
“Che sconfitta, la morte è negazione della libertà”

“Che sconfitta, la morte è negazione della libertà”

Intervista di Manila Alfano a Paola Braggion, pubblicata su Il Giornale del 26 settembre 2019.

Paola Braggion, consigliere del Csm dell’ala della magistratura indipendente parla di questa sentenza come qualcosa che si è sciolto, sgretolato. E che fa paura. «Di una via di fuga ammessa dalla legge: in situazioni di difficoltà il suicidio potrebbe essere una scelta». (altro…)

Share
“Il suicidio di Stato è la deriva verso la mercificazione della vita”

“Il suicidio di Stato è la deriva verso la mercificazione della vita”

Intervista di Pietro De Leo ad Alfredo Mantovano, pubblicata su Il Tempo del 26 settembre 2019.

«La Corte Costituzionale non sancisce l’illegittimità rispetto alla Carta dell’articolo 580 codice penale, ma per molti aspetti fa peggio». Alfredo Mantovano, magistrato e vice presidente del Centro Studi Livatino, affida al Tempo le prime riflessioni a caldo dopo aver letto il comunicato stampa della Consulta sulla decisione riguardante l’eutanasia. (altro…)

Share
“Ma così la Corte ha legiferato”

“Ma così la Corte ha legiferato”

Intervista di Marcello Palmieri al prof. Mauro Ronco, pubblicata su Avvenire del 26 settembre 2019.

« Una pronuncia aberrante sotto molti profili». Mauro Ronco, penalista a capo del “Centro sStudi Livatino”, è molto duro nei confronti di quanto deciso dalla Corte. (altro…)

Share
Art. 580 c.p.: confusione incoerenza e arbitrio nella decisione della Consulta

Art. 580 c.p.: confusione incoerenza e arbitrio nella decisione della Consulta

A dieci mesi di distanza dalla ordinanza 207, la decisione di oggi della Corte costituzionale non dichiara illegittimo l’art. 580 del cod.pen., ma:

  1. demanda al giudice del singolo caso stabilire se sussistono le condizioni per la non punibilità, cioè investe il giudice del potere di stabilire in concreto quando togliere la vita a una persona sia sanzionato, oppure no;
  2. fa crescere confusione e arbitrio, ricordando che deve essere rispettata la normativa su consenso informato e cure palliative: ma come, se la legge sulle cure palliative non è mai stata finanziata e non esistono reparti a ciò attrezzati?
  3. medicalizza il suicidio assistito, scaricando una decisione così impegnativa sul Servizio sanitario nazionale, senza menzionare l’obiezione di coscienza, di cui pure aveva parlato nell’ordinanza 207
  4. ritiene l’intervento del legislatore “indispensabile”: e allora perché lo ha anticipato come Consulta?

Quel che si ricava dalla nota è confusione, incoerenza e arbitrio. Saranno sufficienti a svegliare un Parlamento colpevole di aver fatto trascorrere il tempo su un tema così cruciale?

E’ quanto sostiene il Centro Studi Livatino.

Share
Fine vita. Tutta la verità (e le bugie) su eutanasia e suicidio assistito

Fine vita. Tutta la verità (e le bugie) su eutanasia e suicidio assistito

Articolo di Alfredo Mantovano, pubblicato su Tempi il 24 settembre 2019.

Il punto di partenza è questa singolare ordinanza, la n. 207 dello scorso anno della Corte costituzionale. Ogni provvedimento giudiziario ha sempre un fulcro attorno al quale ruota tutto il resto e il fulcro di questa ordinanza lo trovate al paragrafo 10, dove la Consulta, dopo un articolato ragionamento su cui mi soffermerò tra qualche istante, sollecita il Parlamento a introdurre «una disciplina delle condizioni di attuazione della decisione di taluni pazienti di liberarsi delle proprie sofferenze non solo attraverso una sedazione profonda continua e correlativo rifiuto dei trattamenti di sostegno vitale [legge sulle Dat, ndr], ma anche attraverso la somministrazione di un farmaco atto a provocare rapidamente la morte»: il cosiddetto suicidio assistito.

TUTTO EBBE INIZIO CON DARWIN

Questo dice la Consulta al Parlamento. La complessità della questione fa sì che abbia svariati profili di approfondimento, e in coerenza con le competenze che ho, io tratterò solo quelli di rilievo giuridico. Mi permetto però di fare un cenno iniziale di carattere storico, perché sembra che la questione sia nuova, sia un segno di progresso e di civiltà: prima la sentenza Englaro del 2006, poi la legge sulle Dat nel 2017, adesso questa ordinanza cui verosimilmente seguirà la sentenza. È arrivato il progresso, è arrivata la civiltà con l’affermazione dei cosiddetti nuovi diritti.

Ma di questo tema si parla da almeno un secolo e mezzo. E non è un discorso rimasto allo stadio della teoria: ha avuto degli importantissimi sviluppi concreti, sia a livello di norme, sia a livello di giurisdizione.

Parte dall’irruzione di una scienza biologica, che diventa dottrina politica, in parallelo con l’irruzione del darwinismo nelle scienza sociali. La prospettiva è quella della selezione artificiale dei più adatti al progresso della società.

Tra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX l’ideologia eugenetica si sviluppa particolarmente in Germania, ma siamo molto prima dell’esperienza nazionalsocialista, e parallelamente nei paesi anglosassoni.

L’EUGENETICA PRIMA DEI NAZISTI

Ripeto: che non rimanga allo stadio teorico lo confermano tante sentenze, per esempio. Nel 1927 negli Stati Uniti ha notevole rilievo la sentenza non di una Corte distrettuale periferica, ma della Corte suprema, che ritiene rientrare nei poteri di polizia dello Stato (lo Stato in questione è la South Virginia) la sterilizzazione forzata di una giovane donna, Carrie Buck, della quale si era accertato una maturità mentale inferiore a quella effettiva. In realtà prima di essere sterilizzata Carrie aveva fatto in tempo a mettere al mondo una bimba, Vivian, che è andata a scuola e ha avuto anche un ottimo curriculum scolastico.

Quando si parla di eugenetica imposta per legge o per sentenza, ricordiamoci, prima del nazismo, che negli Stati Uniti alla fine degli anni 1930 si censivano già 20 mila sterilizzazioni forzose. E due o tre anni dopo la presa del potere da parte di Hitler, la Svezia introduceva leggi di sterilizzazione dei malati di mente e delle persone mentalmente disturbate: una disciplina che è stata modificata soltanto dopo quarant’anni, a metà degli anni Settanta.

IL “BEST INTEREST” E L’OPERAZIONE T4

Ma che c’entra la sterilizzazione con l’eutanasia? Beh, sono due capi della stessa vicenda. Il nesso – ancora una volta rispondo non sul piano teorico ma con fatti concreti – si può cogliere in un caso accaduto nell’ospedale di Chicago il 12 novembre 1915. Una donna di nome Anna Bollinger partorisce un bambino. L’ostetrica si accorge subito che qualcosa non va. Va dal medico che dirige la struttura e viene fuori che questo bambino ha un’ostruzione anale. Il medico, Harry Haiselden, rifiuta di costruire artificialmente un’apertura anale al bambino, potendolo fare con prospettive di successo nonostante fossimo oltre un secolo fa, e lo lascia morire, evocando la categoria del “best interest”, il miglior interesse del neonato, che abbiamo riascoltato anche di recente da parte di alcune Corti inglesi a proposito di Charlie Gard e di Alfie Evans: il bambino sarebbe sopravvissuto, ma non sarebbe stato felice. Quindi il suo miglior interesse, non a fronte di un pericolo di vita, è quello di evitargli una vita non felice.

Poi arriviamo alla Germania nazionalsocialista con lo sterminio dei soggetti ritenuti “senza valore”, praticato in virtù di un decreto del Führer che reca la data – terribile per altre ragioni non molto distanti – del 1° settembre 1939, la cosiddetta operazione T4, che riesce ad essere mantenuta segreta fino all’agosto 1941, quando un vescovo coraggioso, l’eroico e santo cardinale Von Galen, la denuncia pubblicamente. E lì succede qualcosa di cui parlerò alla fine.

DAL “MERCY KILLING” AL “LIVING WILL”

Dopo la Seconda Guerra mondiale quello che era successo in Germania ha fortemente rallentato la strada verso l’eutanasia intrapresa nei paesi anglosassoni e in Svezia nei decenni precedenti la guerra, ma non cambia lo sforzo per introdurre una legislazione eutanasica. Cambiano le categorie di riferimento, per lo meno in apparenza. Perché viene oscurata la motivazione eugenetica di derivazione darwinista – quella di liberare il corpo sociale dai cosiddetti “unfit” – ed entra a pieno titolo la rivendicazione del diritto a morire come diritto di libertà, quale espressione dell’autodeterminazione, spesso in correlazione con le preoccupazioni sulla qualità della vita. Da questo momento in avanti si parla non più di “mercy killing”, bensì di “living will”.

Il living will non è qualcosa di intrinsecamente sbagliato, il problema è come lo si declina: se è l’espressione di un desiderio del quale il medico debba tener conto, ci sta tutto. Allora il medico ha la facoltà di tenerne conto, in relazione all’attualità della situazione. Il problema è quando, com’è per la legge italiana sulle Dat, non è un “caro dottore, tieni conto che…”, ma è un “devi fare così”.

Chiudo questa parentesi di cenni di diritto comparato per ricordare quello che è accaduto in tre paesi europei: Belgio, Olanda e Lussemburgo. Su 28 Stati dell’Unione Europea, solo 3 hanno al proprio interno disposizioni espressamente eutanasiche. Vorrei soffermarmi in particolare sul caso dell’Olanda.

IL PROTOCOLLO DI GRONINGEN

In Olanda la legge attualmente in vigore è la numero 137 del 12 aprile 2001, che stabilisce una procedura e dei requisiti di liceità dell’eutanasia; non richiede che il paziente si trovi in uno stato terminale, né che ricorra il pericolo di vita; la rende possibile fin dai 12 anni di età (fin dai 10 anni con la disciplina poi scansionata). Ma quello che interessa è che tre anni dopo l’introduzione di questa legge, nel 2004, il professor Eduard Verhagen, capo del dipartimento di pediatria dell’Università di Groningen, elabora una serie di criteri autorizzativi per uccidere i neonati gravemente menomati. Lo concorda con la locale Procura (quindi in generale, ma soprattutto a Milano, non siamo troppo entusiasti del debordare delle azioni da parte delle Procure: fanno così anche altrove, non è un’esclusività italiana) e nel 2005, l’anno successivo, entra nelle linee-guida dell’Associazione olandese per le cure pediatriche.

Il protocollo individua 3 scenari: 1) neonati senza prospettiva di sopravvivenza, per loro la regola è l’astensione da cure mediche futili; 2) neonati con necessità di cure intensive per sopravvivere, con previsione di qualità di vita modesta; 3) neonati la cui sopravvivenza non necessita di cure intensive, ma che agli occhi dei genitori e del team medico paiono soffrire in modo intenso (per esempio, i neonati che soffrono per la spina bifida, pur in presenza di interventi chirurgici che possono dare vantaggi significativi). Ora, per il Protocollo di Groningen anche i neonati della seconda e della terza categoria sono da sopprimere se genitori e medici concordano sulla prognosi della scarsa qualità della vita, e quindi della morte come best interest rispetto alla prosecuzione della vita.

Dopo dieci anni il Protocollo di Groningen è stato superato da quello che in Italia si chiamerebbe decreto interministeriale dei ministri della Giustizia e della Sanità, che introducono delle deroghe alla legge sull’aborto, permettendo di sopprimere il nascituro oltre i termini previsti, e anche dopo la nascita in prosecuzione del Protocollo di Groningen.

Le domande sono già state fatte: ma come si fa a ipotizzare la futura qualità della vita per un neonato? Come si fa a ipotizzare la sofferenza di un neonato? Qual è il metro di comparazione? La sofferenza dell’adulto? O la percezione che ne ha l’adulto vedendo un neonato piangere, per esempio, in assenza di criteri scientifici di validazione?

Contano le nude cifre, che vi prego di non cogliere come dati meramente statistici: nel 2002, l’anno successivo all’entrata in vigore della legge sull’eutanasia, in Olanda ci sono 1.882 casi di uccisioni in applicazione di questa legge; nel 2017, ultimo dato disponibile, 6.585. In termini percentuali, l’eutanasia è diventata causa di morte nel 4,4 per cento dei casi. Non mi sembra proprio un dettaglio.

IL DOTTOR JEKYLL E MR HYDE

Torniamo alla Corte costituzionale italiana e all’ordinanza numero 207. Qui potrei dire tante cose sugli aspetti di carattere formale, ma salto per concentrarmi sulla sostanza.

Questa ordinanza sembra la traduzione in un provvedimento della Corte costituzionale – con tutto il rispetto per la Consulta – del dottor Jekyll e Mr Hyde, perché c’è una prima parte leggendo la quale a me da un certo punto di vista si è aperto il cuore, per quanto è possibile trattando di queste materie. Perché al paragrafo 6 si dice espressamente: guardate che l’articolo 580 del codice penale, anche nella parte relativa alla agevolazione del suicidio, è una norma importante, perché chi ha la tentazione di togliersi la vita è evidentemente una persona debole, che ha bisogno di aiuto, che ha bisogno che il corpo sociale intorno a sé faccia emergere qual è la causa di una depressione, di un disagio che porta ad assumere una decisione così dilacerante; ragion per cui è importante un presidio giuridico a sanzione di comportamenti che invece di dare una risposta di solidarietà danno una risposta di morte.

La Corte si dilunga sul punto: se recuperate l’ordinanza, vi sono pagine e pagine dedicate a questo. Dopo di che, però, alla fine si dice: adesso siamo a novembre, entro il 24 settembre, che è la data dell’udienza di rinvio, il Parlamento provveda a fare la legge che introduca il suicidio medicalmente assistito. “Medicalmente” assistito, tant’è che si dice che dovrebbe esserci l’obiezione di coscienza per il medico che non se la sente di praticarlo.

UNA LOGICA IMPOSSIBILE

Ora, io faccio il giudice in Cassazione: quando capitano sentenze di merito in cui si inizia con quella che sembra una motivazione di assoluzione e si arriva alla condanna, annulliamo per “motivazione illogica e contraddittoria”. Purtroppo sopra la Corte costituzionale non c’è nessuno, però non mi sembra un caso molto dissimile.

Ma oggi, che è la cosa più importante, se il Parlamento avesse mai il tempo e anche la voglia di interessarsi della vicenda, non può fare la sintesi tra le due parti contrastanti dell’ordinanza, perché:
o sceglie solidarietà nei confronti di chi si trova in una condizione di debolezza, e quindi ha necessità di assistenza domiciliare, hospice, cure palliative, amicizia…
… oppure sceglie l’aiuto a trovare la morte, facendo sì che la sostanza somministrata dal medico costituisca il solo seguito a una richiesta di aiuto spesso disperata.

PIANO CON L’AUTODETERMINAZIONE

Prima si usava il termine “autodeterminazione”. Questo è un termine chiave nell’ordinanza, perché al paragrafo 9 si sostiene che vietare il suicidio assistito, quindi non dare seguito alla libera volontà di togliersi la vita da parte di chi formula una richiesta del genere non avendo la possibilità di farlo in prima persona, limita l’autodeterminazione è ciò comporta una lesione della dignità. Guardate, su questo punto proprio non ci troviamo. Non ci troviamo! Ma per ragioni elementari.

L’autodeterminazione è molto importante nella vita di ciascuno di noi: va preservata, ma non è senza limiti. Ammesso che io avessi dissentito da ciò che ha detto [il relatore che mi ha preceduto], la mia autodeterminazione avrebbe potuto indurmi a dargli sulla voce e impedirgli di parlare, ma il primo limite dell’autodeterminazione è il rispetto dell’altro.

Il secondo limite dell’autodeterminazione è la natura stessa del bene, che spesso non è disponibile. Qui non parliamo di grandi sistemi. Il mio datore di lavoro è lo Stato, ebbene se io per esempio dicessi allo Stato: “Senti, cara Repubblica italiana, non mi servono tante ferie, sono disponibile a fare un minor periodo di ferie, e tu pagami di più per l’altro periodo in cui continuo a lavorare”, non riceverei una risposta positiva, perché le ferie sono qualcosa di non disponibile e quindi non sono soggette all’autodeterminazione… Qualcuno mi dovrà poi spiegare come regge un sistema in cui le ferie non sono disponibili e la vita dell’uomo sì.

LA DIGNITÀ INDISPONIBILE

Autodeterminazione e dignità sono due cose molto diverse. Perché – ripeto – l’autodeterminazione ha dei limiti; la dignità no, non ne ha. Anche il peggiore delinquente, il condannato per i crimini più orrendi non perde la dignità di uomo, qualunque cosa abbia fatto. Ricorderete quella recente decisione della Cassazione che ha attenuato il regime di detenzione (aggravato dall’articolo 41 bis) a Totò Riina in considerazione delle sue condizioni di salute. Perché la dignità di Totò Riina, nonostante sia Totò Riina, è un bene che neanche lui stesso è in grado, nonostante tutto quello che ha fatto, di sminuire o di cancellare.

Perfino la vita può essere un bene disponibile. Esempio classico: il pilota d’aereo che, avendo un guasto irreparabile, anziché gettarsi col paracadute va a schiantarsi in un parco invece che sulla città per evitare che muoiano altre persone, dispone della propria vita, ma per salvare gli altri, quindi la sua vita viene ancora più accresciuta in dignità.

La Corte costituzionale intende introdurre il suicidio medicalizzato nel Servizio sanitario nazionale? Lo faccia in nome non della dignità, se il riferimento è il rispetto della volontà di morte del paziente; lo faccia in nome di una autodeterminazione spinta all’estremo.

Dopo di che, però, la stessa Corte costituzionale dovrà spiegare come si concilia questa autodeterminazione spinta all’estremo con quella volontà indebolita di cui ha parlato nella prima parte dell’ordinanza. Perché se io firmo un contratto per l’acquisto di un immobile in un momento in cui non sono nel pieno delle mie facoltà, in seguito, documentando evidentemente uno stato di non pienezza di capacità intellettiva, posso impugnare quel contratto per vizio di mente, o lo può fare il mio tutore. Qui stiamo parlando di qualcosa di più importante rispetto a un pur significativo immobile.

IN NOME DEL RISPARMIO

Da ultimo sul punto. La strada dell’autodeterminazione va intrapresa avendo la consapevolezza che l’autodeterminazione è il punto di partenza, ma non è mai il punto di arrivo. Il punto di arrivo, come insegnano le esperienze delle altre nazioni, sarà la tenuta del welfare, sarà il contenimento dei costi.

Dicendo questo, non esprimo nessuna condivisione verso la cosiddetta “ostinazione nelle terapie”, espressione che credo preferibile a quella di “accanimento terapeutico”. Le regole deontologiche degli ordini professionali e le buone prassi cliniche considerano entrambi gli estremi inaccettabili: perché sono paradossalmente ispirati ai medesimi princìpi materialistici.

Al fondo vi è la idea di una medicina quasi onnipotente, che ritiene di avere potere sulla natura e spinge al massimo la tecnologia per realizzare il benessere dell’individuo, ma quando fallisce l’obiettivo – cosa che presto o tardi accade a ogni essere umano – è indotta ad adoperare lo stesso potere per porre fine a una vita ritenuta non più integralmente umana.

È quella che è stata definita la “religione della salute”. Ma la salute è un valore assoluto? Bisogna mantenere il livello più elevato di efficienza salutista? Allora vero uomo sarà soltanto l’uomo sano. E se qualcuno non può più tornare sano? Sarà un uomo di seconda o di terza categoria?

Da tempo nei sistemi sanitari vi è la tendenza a sostituire l’etica della cura con l’etica della guarigione, e quindi a valutare negativamente l’investimento di risorse a favore di malati terminali per i quali la guarigione non è prevedibile.

LASCIAR MORIRE NON È UGUALE A UCCIDERE

Si è detto prima della distinzione che fa, in modo approssimativo, una parte del Comitato nazionale di bioetica tra suicidio assistito ed eutanasia. Cara metà del Cnb, mi spieghi una cosa? Allorché riconosci il diritto alla morte e poi constati che il soggetto quella morte non riesce a darsela da sola, dal momento che a ogni diritto nell’ordinamento corrisponde un dovere, chi è il responsabile dell’espletamento di questo dovere? La Consulta lo dice: è il medico, tanto è vero che – ripeto – prevede l’obiezione di coscienza. Quindi l’eutanasia è lo sviluppo materiale, non soltanto logico, del suicidio assistito.

Poi ci sono tante confusioni che vengono fatte. Per esempio, si dice: “Ma in realtà l’eutanasia passiva c’è già, in ogni caso in cui sia omesso un trattamento che avrebbe potuto ritardare la morte”. È una solenne stupidaggine. Perché non vi è niente di eutanasico nell’omettere l’applicazione di moduli tecnologicamente straordinari a situazioni gravemente se non irreparabilmente compromesse. Lasciar morire è diverso da uccidere. È una cosa così elementare…

DAT: IL CONTRARIO DELL’AUTODETERMINAZIONE

Concludo. Ieri il cardinale Gualtiero Bassetti, nella sua splendida relazione, ha insistito su un punto. Ha detto: guardate che questa storia non inizia adesso, e non solo per quanto detto prima nell’excursus storico, ma anche in riferimento all’Italia, perché se stiamo parlando di queste cose dipende dal fatto che due anni fa nel nostro ordinamento è stata inserita la legge sulle Dat.

Guardate, le Dat sono il contrario dell’autodeterminazione. Ma proprio il contrario! Dice: ma stai impazzendo? No, non sto impazzendo. Le Dat sono una versione artificiale, virtuale, dell’autodeterminazione affermata per legge. Perché l’autodeterminazione, il cui nocciolo è il consenso, si manifesta attorno a un soggetto concreto, ma soprattutto attuale. Come posso fare un contratto per una cosa che non conosco?

“Devo comprare una casa”. “Va bene, quanti metri quadrati, a quale piano, in che zona?”. “No, una casa”. Con le Dat funziona alla stessa maniera: “Non curatemi se sono in condizioni di dolore insopportabile”. Ok, che cosa significa concretamente? Lo sa il medico nella concretezza della vicenda, nell’attualità della vicenda, ma non lo si può sapere in astratto. È una dichiarazione di principio, non una dichiarazione di volontà. La dichiarazione di volontà presuppone l’oggetto.

E non è che uno può dire: “Va bene, io non faccio le Dat così tutto va bene”. Eluana Englaro non aveva fatto le Dat, e hanno ricostruito, i giudici, il consenso sulla base di una manifestazione di non volontà di trovarsi in certe condizioni espressa vent’anni prima.

I PILASTRI DELL’ORDINAMENTO

L’ordinamento giuridico è qualcosa di veramente complesso. Quando si mina un pilastro dell’ordinamento che è il diritto alla vita, magari ledendo fortemente anche il principio di solidarietà, non è che vale soltanto per la vicenda specifica. Perdonate la banalità dell’esempio. Per rendere l’idea: un paio di anni fa, a Roma, in una palazzina liberty sul Lungotevere Flaminio, molto elegante, costruita negli anni Trenta, al quinto piano una signora che fa l’architetto decise di trasformare gran parte della sua casa in quello che si chiama “open space”. Per realizzare questo open space, però, bisognava togliere un pilastro che stava proprio al centro dell’appartamento. Peccato che era la trave fondante: tolto il pilastro non è che si sono aperte le crepe nei muri, è crollato il palazzo. Quindi gli effetti di un intervento che intendeva essere mirato ad un appartamento hanno riguardato l’intero palazzo. Solo quello? No, perché la via è stata bloccata per più giorni, e ne ho subìto le conseguenze anch’io, perché al piano terra di quell’edificio c’è il Teatro Olimpico, e io quella sera dovevo andare in quel teatro, per cui abitando a dieci chilometri di distanza a Roma ho avuto effetti negativi della scelta dell’architetto.

Ora, nell’ordinamento giuridico funziona così. E alcuni effetti sono inimmaginabili. Già le Dat hanno compromesso fortemente il sistema. Una cosa del genere ne provocherebbe un’ulteriore grave compromissione, perché io posso anche scegliere di non curarmi se sono colpito da una grave patologia, è una mia libera scelta (per le ragioni più varie: mi viene detto che le cure può darsi che abbiano successo, ma sono cure faticose; può darsi invece che le cure non siano disponibili da parte del Sistema sanitario nazionale, e io non intendo sottrarre risorse ai miei familiari), ma se passa il suicidio assistito quale esito della rivendicazione della morte come diritto, il condizionamento ad una scelta del genere, a farsi sentire un peso, un costo, sarà ancora più pesante. E il disagio e la disperazione aumenteranno, perché si ritrarrà l’area della solidarietà e dell’attenzione. Questo è quello che l’open space che si vuole realizzare – un open space orrido – è in grado di provocare in prima battuta.

CHE COS’È LA QUALITÀ DELLA VITA?

Ultima questione sulla qualità della vita. Che cos’è la qualità della vita? Per come viene descritta da sentenze e ordinanze, rischia di diventare come una sorta di criterio per la distinzione dell’umano.

La qualità della vita viene proposta da standard di vivibilità secondo parametri veicolati dai media, ma se valgono quei parametri, essa è fruibile solo da una minoranza di soggetti, e per periodi limitati di tempo. Non voglio far torto a nessuno, ma non so quanti in questa sala si inserirebbero…

Se il criterio della qualità della vita acquisisse una valenza normativa ai fini della determinazione del se e del quantum di tutela di salute e di tutela della vita, si aprirebbero scenari inquietanti, certamente ostili con gli articoli 2 e 3 della Costituzione.

IL PESO (E LA SOSTANZA) DELLA SENTENZA

La Corte costituzionale con l’ordinanza 207, come ha detto il presidente della stessa Corte nella relazione sull’attività del 2018, ha elaborato questa categoria della illegittimità prospettata. Io sapevo – ma i miei studi risalgono a quando Annibale superava le Alpi con gli elefanti, per cui evidentemente ci sono stati degli aggiornamenti – che la Corte costituzionale, quando ritiene una questione irrilevante per il caso la dichiara inammissibile; se non condivide il parametro di legittimità collegato, la rigetta; se lo condivide, lo accoglie; poi è stata elaborata anche la categoria della “interpretativa di rigetto” (la questione è legittima purché sia interpretata come dico io). Qui abbiamo la quinta categoria: l’illegittimità prospettata. A futura memoria. Poi indico anche al Parlamento la data entro la quale consegnare il compitino e se non lo fa peggio per lui.

Illegittimità prospettata. A me interessa molto il sostantivo, perché la sentenza nella sua sostanza è già stata pronunciata: è il contenuto dell’ordinanza, per lo meno nella parte dispositiva, non nella parte schizofrenica in cui dice il contrario di quel che dispone. Se arriva una sentenza coerente con l’ordinanza, significa che il suicidio assistito viene costituzionalizzato. Perché i parametri di legittimità di questa pratica vengono radicati in norma della stessa Costituzione, in particolare negli articoli 2 e 32. Il che significa che nessuna legge ordinaria lo potrà smuovere.

Dice: ma ti fidi di questo Parlamento? Chissà che cosa combinerebbe… Ma innanzitutto questo Parlamento ha avuto due mesi di lavoro in meno perché c’è stata la crisi di governo, poi ha provato a lavorare solo un ramo – la Camera – mentre il Senato non è stato messo nelle condizioni di far nulla, per cui al 50 per cento il Parlamento non si è pronunciato. E comunque, alla peggio, esce una legge cattiva? Beh, se ci si impegna, magari facendo sì che questo sia un tema decisivo per il consenso, nella legislatura successiva la si cambia. Ma se il suicidio assistito viene costituzionalizzato, non si cambia.

LA PROPOSTA PAGANO

Dopo di che mi spiace molto che qualche testata giornalistica abbia criticato il cardinale Bassetti per un passaggio del discorso di ieri che in realtà viene fuori da una proposta che abbiamo fatto ai parlamentari come Centro studi Livatino e che poi è stata recepita nella proposta cosiddetta Pagano, dal primo firmatario, ma che poi è stata condivisa da tanti altri. La proposta si muove sulla base della seguente logica. La Corte costituzionale dice: io l’articolo 580 del codice penale lo dichiaro illegittimo, e deve essere cambiato secondo questi criteri. Benissimo, il Parlamento può ben rispondere alla Corte costituzionale: “Io tengo presente che a te il 580, come il presepe in casa Cupiello, non piace: te lo cambio, ma come dico io, seguendo alla lontana le tue indicazioni. Comunque lo cambio, quindi, quando tu tornerai a fare l’udienza la norma sarà cambiata. Non puoi dichiarare l’illegittimità costituzionale di una norma che nel frattempo è cambiata”.

Come lo si cambia l’articolo 580? Non c’è la depenalizzazione nella proposta Pagano. C’è la considerazione di situazioni diseguali che vanno trattate in modo diseguale. Converrete tutti che non sono eguali la situazione di chi, commettendo comunque un reato, gestisce la clinica Exit, e quindi vive professionalmente della morte degli altri, e quella di chi, invece, dopo dieci anni di assistenza continua del proprio parente, spinto dalla disperazione anche perché il proprio parente non smette di dire “basta, non ce la faccio più”, compie un atto così estremo. Allora, ferma restando la sanzione punitiva dello Stato, e quindi il giudizio di disvalore, è assolutamente ragionevole una differenziazione, quindi una sorta di punizione attenuata, per chi si trovi nella seconda situazione. Questa è la proposta Pagano.

E insieme con questo c’è una valorizzazione delle cure palliative. Perché se la Corte costituzionale dice che ogni trattamento di fine vita deve essere preceduto comunque dalle cure palliative, allora facciamo queste cure palliative, diamo piena attuazione alla legge 38 del 2010, una bella legge che ha un solo limite: quello di non essere mai stata adeguatamente finanziata, per cui non funziona. Cominciamo a inserire le cure palliative nelle facoltà di Medicina, dove sono assenti. Individuiamo delle scuole di specializzazione, anche per gli infermieri, non soltanto per i medici. Questo dice la proposta Pagano. Quindi non c’è nessun compromesso e nessuna depenalizzazione.

IL CORAGGIO DI OPPORSI

Concludo veramente con un auspicio. Quanto accaduto in Italia fino a questo momento – caso Englaro, legge sulle Dat, ordinanza 207 – è l’esito della prevalenza di orientamenti in senso lato culturali che, come dicevo all’inizio, non sono nuovi. Sono penetrati nel corso dei decenni nella comunità scientifica, nelle università, nelle aule di giustizia, nei media, per arrivare alla politica. Non condividiamo questi esiti? La strada da percorrere non può limitarsi ad un puro e opportuno intervento legislativo, ammesso che vi siano la volontà, i tempi, eccetera: deve essere l’approfondita elaborazione di una cultura della vita, e di una cultura della cura della sofferenza rispettose della dignità e della unicità di ogni persona. Non cerchiamo scorciatoie. Le scorciatoie significano sconfitte.

Abbiamo una grande responsabilità come italiani, perché guardate, su 28 Stati europei solo 3 hanno leggi sull’eutanasia, l’Italia sarebbe il quarto. In un contesto in cui gli Stati Uniti nel 1997 – da allora la Corte suprema non ha cambiato orientamento – hanno detto che il diritto di morire non esiste, e hanno cancellato leggi suicidarie presenti negli Stati di Washington e di New York; in un contesto in cui la Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2002 ha detto che il diritto di morire per mano di terzi non è coerente con la Convenzione europea dei diritti. Vogliamo renderlo coerente noi?

Sarebbe ancora più grave se questo avvenisse per sentenza di corte, seppure della Corte costituzionale: non solo sarebbe il quarto dei 28 Stati europei a fare questo, ma l’Italia non è il Lussemburgo, ha un peso nell’Unione Europea, nel mondo. E non è neanche il Belgio o l’Olanda. Ma lo farebbe come è stato per il Protocollo di Groningen, senza il vaglio neanche di un confronto parlamentare.

Quando, il 3 agosto 1941, il vescovo di Münster, il beato Von Galen, denunciò l’eutanasia dei malati di mente tedeschi, qualche gerarca andò da Hitler e disse: “Sopprimiamolo. Si è ribellato apertamente a un tuo decreto e ci ha fatto trovare in enorme difficoltà perché non era un decreto pubblico”, Hitler preferì sospendere l’eutanasia. Tra l’altro in quel momento era iniziato il conflitto anche con l’Unione Sovietica e quindi il fronte interno meritava di essere tenuto un po’ più saldo. Il cardinale Von Galen non ebbe timore di Hitler: ecco, io credo che noi non dovremmo avere timore della Corte costituzionale.

Share
Il suicidio assistito oggi in Corte Costituzionale

Il suicidio assistito oggi in Corte Costituzionale

È arrivato il giorno dell’udienza: la Corte costituzionale oggi affronterà nuovamente la legittimità costituzionale dell’art. 580 c.p., che punisce l’aiuto al suicidio. Come noto il giudice delle leggi, lo scorso anno, forzando gli strumenti di governo del processo, aveva rinviato la trattazione della causa a oggi per consentire, nel frattempo, al Parlamento di intervenire con una disciplina appropriata, rilevando che “l’attuale assetto normativo concernente il fine vita lascia prive di adeguata tutela determinate situazioni costituzionalmente meritevoli di protezione e da bilanciare con altri beni costituzionalmente rilevanti”.

La Corte aveva pur sempre riconosciuto all’art. 580 c.p. un ruolo di garanzia “delle persone più deboli e vulnerabili, che l’ordinamento penale intende proteggere da una scelta estrema e irreparabile, come quella del suicidio”.

Tuttavia, non senza contraddizioni, nella decisione di rinvio, la Consulta passava a elencare specifiche situazioni, nelle quali avrebbe avuto un ruolo decisivo lo sviluppo tecnologico, creando nuove esigenze di tutela per alcuni pazienti “strappati” alla morte e non in grado di svolgere in autosufficienza le funzioni vitali. In tali circostanze, l’incriminazione dell’aiuto al suicidio avrebbe prodotto per la Corte effetti non costituzionalmente compatibili. Il giudice delle leggi non si è spinto fino a pronunciare una sentenza di accoglimento, per lasciare al Parlamento “ogni opportuna riflessione e iniziativa”.

In realtà l’ordinanza di rinvio indicava già alle Camere una soluzione da scegliere e il tempo massimo per attuarla. La soluzione, poiché suggeriva al Parlamento, anziché la “mera modifica della disposizione penale di cui all’art. 580 c.p.”, di prevedere una disciplina specifica delle condizioni per legittimare la decisione di porre fine alla propria vita, anche attraverso la somministrazione di un farmaco atto a provocare rapidamente la morte. Nei tempi, dal momento che ha rinviato all’udienza odierna la discussione della causa indicando al Parlamento in tempo entro il quale intervenire.

L’Avvocatura dello Stato aveva richiesto, nel suo atto d’intervento, l’inammissibilità della questione poiché la Corte di Milano domandava alla Consulta una pronuncia creativa in una materia rimessa alla discrezionalità del Parlamento, in assenza di una soluzione costituzionalmente obbligata. Tale eccezione è stata rigettata dalla Corte, affermando che le si chiedeva “una pronuncia a carattere meramente ablativo”, “senza implicare alcun intervento «creativo»”.  Se queste sono le premesse della decisione di un anno fa, forse la soluzione e i tempi indicati al Parlamento non saranno così stringenti; forse si darà ancora tempo al legislatore per concludere l’iter che, tra mille vicissitudini e dibattiti, è pur sempre avviato.

Nel dibattito seguito alla decisione della Corte sembrano, tuttavia, oscurati la dignità della persona e il principio di solidarietà: a rimetterci non devono essere i soggetti più deboli, fragili e vulnerabili che l’art. 580 c.p., come la Costituzione, tutela.

L’OMS ha di recente ricordato come nel mondo una persona ogni 40 secondi muore per suicidio. Il suicidio, dunque, è un diritto da ottenere, attraverso la somministrazione di un farmaco che provochi immediatamente la morte o un fatto, sintomo di forte disagio e di sofferenza, da evitare, sviluppando (e finanziando) attività di cura e di sostegno reale per i più deboli, soprattutto per chi sente la propria vita ormai come un peso?

Francesca Piergentili, Avvocato

Share
Eutanasia: associazioni, “Sentenza Corte sarebbe vera crisi parlamento”

Eutanasia: associazioni, “Sentenza Corte sarebbe vera crisi parlamento”

Comunicato stampa del comitato spontaneo Polis pro persona

(cioè oltre trenta associazioni no profit da leggere in calce)

“C’è un silenzio molto altisonante nel bailamme di questi giorni. Quello di tutti gli schieramenti politici che tacciono e volgono altrove lo sguardo di fronte allo stravolgimento istituzionale che incombe il prossimo 24 settembre. Quando, cioè, la Corte costituzionale introdurrà in Italia l’eutanasia per sentenza, disciplinando la vita e la morte di tutti noi, per la prima volta esplicitamente sostituendosi al legislatore. Come si legge da quasi un anno nell’ordinanza 207/18”. E’ quanto si legge in una nota del comitato spontaneo ‘Polis pro persona’, che riunisce oltre trenta associazioni no profit mobilitate contro l’eutanasia. “Lo strano silenzio su questo scenario eversivo – si legge ancora – è imperdonabile distrazione o sintomo che alla politica in fondo va meglio così? Di certo l’attuale chiasso di tutti su (quasi) tutto copre l’evidente imbarazzo, di fronte alle decisioni più essenziali, dei leader e delle Camere, che stanno per abdicare verso il nuovo legislatore composto dai giudici costituzionali. Pertanto, di fronte alle scelte da assumere nei prossimi giorni le forze politiche hanno innanzitutto il dovere di rispondere a questa domanda, dirimente per la stessa democrazia: ‘Esiste ancora la sovranità del Parlamento, eletto dal popolo?’. Se la risposta sarà ‘SI’ – osservano le associazioni -, le forze politiche e le istituzioni parlamentari dovranno affrontare la crisi politica in atto innanzitutto pretendendo dalla Corte costituzionale il rispetto delle attuali esigenze di Camera e Senato e dunque il dovuto rinvio dell’udienza del 24 settembre. Viceversa – concludono -, il perdurare del silenzio sarà comunque una risposta a questa nostra domanda. La risposta di chi sta ponendo fine alla repubblica parlamentare”.

(ELENCO ASSOCIAZIONI COMITATO POLIS PRO PERSONA:
ALEF – Associazione Liberi e Forti, ALLEANZA CATTOLICA, Associazione Nonni 2.0, Associazione Steadfast Onlus, Associazione RISVEGLIO, Associazione TRA NOI, Avvocatura in missione, Centro Studi Rosario LIVATINO, Collactio-orientecristiano, Comitato di collegamento di cattolici per una Civiltà dell’amore, COPERCOM – Coordinamento delle associazioni per la comunicazione, Cuore azzurro, Forum Cultura Pace e Vita ETS, L’albero, COSTRUIRE INSIEME, Comitato Difendiamo i nostri figli, Etica & Democrazia,ESSERCI, Forum delle Associazioni Sociosanitarie, Medicina e Persona, Movimento per la VITA, Movimento PER: Politica Etica Responsabilità, Nuovi Orizzonti, Ordine Secolare Francescano,  Politicainsieme, Osservatorio parlamentare “VERA LEX?”, Rete Popolare, Società Italiana di Bioetica e Comitati Etici, UCID comitato scientifico, Unione Farmacisti Cattolici Italiani,Vivere Salendo.
Per info Domenico Menorello 3474412770)

 

Share