Correva l’anno 1978, il 18 luglio di 48 anni fa Rosario Angelo Livatino prestava giuramento come magistrato presso il Tribunale di Caltanissetta nella qualità di uditore giudiziario.
Gianluca Caputo, magistrato.
Nella sua agenda il futuro Beato annotava con la penna rossa: “Ho prestato giuramento; da oggi sono in Magistratura” E poi, a matita, vi aggiungeva: “Che Iddio mi accompagni e mi aiuti a rispettare il giuramento e a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige”.
Oggi vogliamo non solo fare memoria di questo giorno, ma soprattutto riflettere su tre passaggi.
Il primo: la scritta su quell’agenda Rosario la fece con la penna rossa.
Il rosso è simbolo del sangue e profezia del suo futuro martirio; segno di chi ha dato la vita nell’adempimento della propria missione.
Come per ogni martire, allora, viene alla mente il parallelismo con Gesù che ha dato la vita per i suoi amici (Gv 15,13)[1]. Anche Rosario Livatino, infatti, ha speso la sua vita per la propria missione da magistrato e ha dato la sua vita per la sua terra, per la Sicilia e per l’Italia intera.
Sì, Rosario ha dato la sua vita per la Sicilia e per la sua gente perché si riscattasse dal “puzzo del compromesso”[2] e scegliesse la via del bene e non del male [3].
Quella Via che anche Giovanni Paolo II tracciò, dopo aver incontrato i genitori di Rosario, nel suo anatema ad Agrigento contro la mafia del 9 maggio 1993[4] .
Ancora oggi, allora, l’esempio di Rosario Livatino e le parole delle Scritture ci invitano a stare dalla parte del bene, della legalità e della Verità.
Veniamo, così, al secondo passaggio del pensiero annotato da Rosario Livatino nel giorno del suo giuramento in magistratura: “Che Iddio mi aiuti”.
Sì, Rosario non cerca l’aiuto dei potenti, ma del Signore, ponendosi Sub Tutela Dei nella consapevolezza che “E’ meglio rifugiarsi nel Signore che confidare nell’uomo” (Salmo 118,8).
Chi è libero, infatti, non cerca l’aiuto dei potenti, ma di Dio.
Oggi andrebbe ricordato questo ai giovani magistrati.
Rosario Angelo Livatino, infatti, il giorno del suo giuramento non ha chiesto di fare carriera, non ha chiesto una posizione comoda o una sede agiata, né ha chiesto di porsi sotto la protezione di una corrente o di una èlite di pensiero o di potere.
No, Rosario si è messo sotto lo sguardo di Dio, ha chiesto l’aiuto e la Sapienza: “Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè, la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo” (Gv 1, 17).
Egli, come si afferma nel Prologo del Vangelo di Giovanni, sapeva di dover rendere testimonianza alla luce e sapeva anche di non essere la luce[5].
Il futuro Beato, infatti, nella sua conferenza “Fede e diritto” scrisse che “il peccato è ombra e per giudicare occorre la luce e nessun uomo è luce assoluta”[6].
Rosario era ben consapevole di essere uno strumento e un testimone nelle mani di Dio, per questo sottolineava l’importanza della credibilità e dell’apparenza di imparzialità del magistrato.
Il suo esempio è stato un esempio di fatti e non di parole; del resto celebre è l’accostamento della vita di Rosario alla seguente frase di Paolo VI: “l’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, e se ascolta i maestri lo fa perché sono testimoni”[7].
Ecco, allora, l’attualità dell’ultimo passaggio della frase annotata sulla propria agenda da Rosario Livatino il 18 luglio di 48 anni fa quando entrava in magistratura: “Che Iddio … mi aiuti… a comportarmi nel modo che l’educazione, che i miei genitori mi hanno impartito, esige”.
Ma cosa intende dire Rosario richiamando l’educazione familiare?
Sicuramente egli vuole restituire quanto ricevuto gratuitamente da papà Vincenzo e da mamma Rosalia. Rosario, vuole restituire gratuitamente quel senso del dovere e quella carità che egli ha appresi in famiglia, donandosi col suo servizio quotidiano alla giustizia e al prossimo.
Rosario, dunque, non chiede di ricevere casi importanti (che pure affrontò), non chiede di andare sui giornali, né di ricevere consensi o di esercitare politicamente la propria funzione, perché egli si dimostra ben attento alla indipendenza anche dalle proprie convinzioni.
Livatino, così, afferma l’importanza della terzietà e dell’imparzialità del magistrato che deve essere indipendente sia dall’esterno che all’interno. Per Rosario Livatino, poi, il magistrato deve essere indipendente da se stesso e dalle proprie convinzioni, come si evince nel passaggio in cui egli affermò che “va soprattutto con calore affermato che la maggioranza degli interpreti del diritto nel nostro Paese piega ancora le proprie convinzioni alla legge e non questa a quelle ” [8].
Rosario Livatino sa bene che la giustizia è amministrata “in nome del popolo” (art. 101 Cost.) e non “per conto del popolo italiano”.
Luigi Ferrajoli, nel suo interessante scritto “Giurisdizione e consenso” ci avverte che è “Il carattere non rappresentativo della legittimazione dei giudici a fondarne i requisiti di imparzialità, di terzietà e di indipendenza da qualunque potere, inclusi i poteri rappresentativi della maggioranza.
Proprio perché risiede nella garanzia dell’imparziale accertamento del vero, la legittimità del giudizio non può dipendere dal consenso della maggioranza” o, comunque, aggiungiamo noi, dal consenso di una qualsiasi parte politica.
Rosario Livatino, in definitiva, nel giorno del suo giuramento non chiede di piacere a qualcuno, ma chiede soltanto di comportarsi in maniera degna: dignità per l’uomo da servire e dignità per la funzione da ricoprire.
Il futuro magistrato-martire, infatti, sapeva benissimo che “non è la toga a fare l’uomo, ma è l’uomo che fa la toga”!
Ecco, allora, che nel giorno del suo giuramento, vogliamo ricordare l’esempio di Rosario Angelo Livatino, la sua caratura morale, la sua umiltà e il suo sacrificio.
Vogliamo porci anche noi Sub Tutela Dei per riscoprire il senso del servizio e del dovere, così come l’importanza dell’educazione e della sobrietà nell’adempimento dei propri doveri istituzionali [9].
Ci aiuti – in questo cammino al servizio del prossimo e dello Stato – non di certo questo mero articolo, bensì la vita credibile del Beato Livatino perché: “La parola suona, ma l’esempio di Rosario Livatino tuona!”
[1] “ Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici” (Gv 15, 13).
[2] Richiamo alla frase di Paolo Borsellino, discorso alla Veglia per Giovanni Falcone (Palermo, 20 giugno 1992).
[3] “Vedi io pongo oggi davanti a te la vita e il bene, la morte e il male” (Dt 30, 15-20).
[4] “Questi che portano sulle loro coscienze tante vittime umane, devono capire, devono capire che non si permette uccidere innocenti! Dio ha detto una volta: “Non uccidere”: non può uomo, qualsiasi, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio! Qui ci vuole civiltà della vita! Nel nome di questo Cristo, crocifisso e risorto, di questo Cristo che è vita, via verità e vita, lo dico ai responsabili, lo dico ai responsabili: convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!” (Giovanni Paolo II, Agrigento, 9 maggio 1993).
[5] Gv 1, 7-8.
[6] “FEDE E DIRITTO”. Conferenza tenuta da Rosario Angelo Livatino il 30 aprile 1986 a Canicattì, nella sala conferenze delle suore vocazioniste.
[7] Paolo VI, 1975, esortazione apostolica “Evangelii Nuntiandi”, n. 41.
[8] Rosario Angelo Livatino, conferenza tenuta il 7 aprile 1984 presso il Rotary Club di Canicattì dal titolo: “Il ruolo del giudice nella società che cambia”.
[9] “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge” (art. 54, comma 2, Cost.).