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Un vecchio carcere ottocentesco, situato in una zona impervia e imprecisata del territorio italiano, è in dismissione. Ma che cosa succede quando quell’aria sospesa che precede un trasloco riguarda la casa ostile e obbligata che per tanti anni ha fagocitato la vita di una più ampia comunità di detenuti? Mentre quasi tutti gli ‘ospiti’ vengono trasferiti in altre strutture, quasi sul finire delle beghe burocratiche fermano le operazioni di ricollocamento, e così una dozzina di detenuti e una manciata di agenti si ritrovano in un limbo improvviso.

1. La vicenda si svolge nell’istituto di reclusione di Mortana, che è in fase di chiusura: un carcere sardo che nella realtà non esiste, ma che è stato portato in scena proprio come comune denominatore di molti penitenziari. Gran parte dell’enorme costruzione è in rovina, le cucine e gli altri servizi sono stati dismessi, la direttrice viene inviata altrove e i pochi agenti rimasti devono cercare di gestire l’imprevista situazione. Per questo motivo i detenuti vengono riuniti in poche celle nel corpo centrale della struttura, rimanendo sotto il loro stretto controllo.

La condivisione del medesimo destino fra carcerati e carcerieri per un periodo di tempo del quale non si conosce il termine fa saltare alcune barriere e manda all’aria le procedure consuete, creando tensione. Gaetano Gargiulo, magistralmente interpretato da Toni Servillo, l’agente che per anzianità ha dovuto assumere la direzione del carcere, si ritrova sfidato da un pericoloso camorrista, Carmine Lagioia, con eguale bravura interpretato da Silvio Orlando.

È proprio Lagioia infatti a far scattare una piccola ribellione dei detenuti: dovendo già far fronte a una situazione di emergenza, con attività e incontri dei familari che sono stati sospesi, essi non accettano di dover mangiare pasti precotti  a causa della chiusura della mensa. Gargiulo capisce che se da un lato il suo compito è quello di riaffermare i confini dei ruoli, dall’altro deve accondiscendere alle richieste dei reclusi. Così accetta la proposta di Lagioia di riaprire le cucine e di affidargli la preparazione dei pasti per guardie e detenuti.

2. Alla fine, il messaggio è che, pur nella differenza dei ruoli, l’equilibrio è dato dalla consapevolezza che “si è tutti nella stessa barca”, e che le differenze di vita che hanno portato a destini opposti si ricompongono in una situazione così delicata e difficile qual è quella della vita in una prigione.

Proprio perché il carcere è il luogo dove la persona è privata di libertà e autonomia, il degrado fisico, psichico e cognitivo del detenuto rischia di apparire fatale.

Scriveva Francesco Carnelutti, interrogandosi sul ruolo del giudice e sulla misura della pena, che ”il pericolo è, nella fase della cognizione, che il giudizio sia considerato fine a sé stesso, onde non abbia il giudice altro ufficio da quello di conoscere se un reato è stato commesso e di stabilirne la gravità esprimendola in una certa dose di sofferenza da infliggere al colpevole. Purtroppo questo non è, invece, che farisaismo penale. Accertare il reato e la sua gravità è un mezzo, non un fine. Il fine è la lotta contro il male, cioè la redenzione. Guai al giudice che ignora questo suo compito, anzi questa sua missione! Ma come farà ad adempierla? La difficoltà riguarda assai meno la convinzione di chi giudica che la convinzione di chi è giudicato. Nè per raggiungere la convinzione di chi è giudicato è aperta altra via che non sia quella del nolite iudicare. Non giudicare, dunque, se l’ufficio è di giudicare ? La chiave del paradosso sta nella fondamentale unità del giudice e del giudicabile: il Maestro ha voluto dire che ognuno di noi come giudica così è giudicato. Assai meglio che la proclamazione di quell’uguaglianza della legge per tutti, è la più vacua delle formule inventate dalla nostra orgogliosa ignoranza, vorrei che pendesse sul capo dei giudici il divino ammonimento: giudica costui come da lui vorresti essere giudicato. Che vuol dire: non trattarlo come un nemico, ma vedi un amico in lui. Un amico non risparmia all’amico la pena quando sia meritata, ma cerca amorosamente di persuaderlo a sottoporvisi per il suo medesimo bene. Non si chiede al giudice di essere indulgente col reo ma di essere severo con sé medesimo ; e a tal fine non solo di non risparmiare fatica pur di conoscere il vero ma di riconoscere in sé null’altro che un uomo con tutto il suo peso di debolezze, di errori e di peccati. Allora soltanto, quando il reo lo veda scendere dal suo piede stallo e si senta da lui preso per mano e pia mente condotto a ricercar la sua colpa, ch’è il primo tratto sulla via dell’espiazione, già l’inevitabile sofferenza della cognizione penale potrà iniziare o perfino compiere la penitenza.”[1]

Daniele Onori


[1] F. Carnelutti, La lotta del diritto contro il male, in Il Foro Italiano, Vol. 69, PARTE QUARTA: MONOGRAFIE E VARIETÀ (1944-1946)  pp 1-16

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