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Appunti da una visita assai particolare, nei luoghi e tra le cose che videro all’opera il Beato Rosario Angelo Livatino.

Da quel fatale 21 settembre del 1990, data del brutale assassinio di Rosario Livatino per mano mafiosa, i luoghi dove si è dipanato il quotidiano del giovane magistrato hanno accolto un flusso ininterrotto di visite discrete, nutrite dal potente anelito di penetrare il mistero che circonda ancora oggi la figura del giudice di Canicattì. Tra questi, la casa dove egli ha vissuto con i suoi genitori fino alla morte occupa un posto fondamentale, poiché custodisce ancora intatta la dimensione più intima della sua vita familiare e spirituale nonostante l’incedere degli anni.

Nel fluido e vacillante panorama contemporaneo, questo luogo rappresenta, invero, una tappa irrinunciabile: per il credente, che intravede nel Beato un mirabile baluardo di fede cristiana sublimata dal sacrificio della propria vita; per il laico, giacché incarna in modo formidabile tutte le virtù che deve possedere un giudice per esercitare il suo specialissimo ufficio.

Narrare da visitatore le impressioni suscitate dalla visita di questo luogo significa lasciarsi avvolgere da emozioni sbalorditive per intensità e profondità, tali da sciogliere ogni resistenza razionale.

Ed infatti, inoltrandosi in ognuna delle stanze della casa si rimane impressionati dall’assoluta sobrietà e dalla cura semplice e mai affettata di ogni spazio, di ogni arredamento; aspetti, questi, che consegnano alla memoria collettiva una parte vitale di quei valori espressi dalla famiglia nella quale Rosario Livatino è cresciuto e si è forgiato.

L’atmosfera di gremita intensità che si respira in questa casa è resa ancora più coinvolgente dalla presenza in tutti gli ambienti di alcuni degli oggetti appartenuti al Beato, come i giochi dell’infanzia, i fumetti, le videocassette dei film (unico suo svago), dei quali annotava in un apposito raccoglitore anche i dettagli più minuti. Colpisce in particolare una teca che custodisce alcuni degli effetti personali che il magistrato portava con sé quando venne ucciso: le chiavi della casa, gli occhiali da sole danneggiati in seguito alla caduta, e infine il portafoglio ancora sporco di quella terra che accolse gli ultimi istanti di vita del giudice.

È però entrando nella camera personale del Beato che si raggiunge un’acme intrisa di una sacralità dirompente. Si tratta di un’esperienza che dilata l’anima, la riempie di senso, la ricolma di una commozione dalle risonanze emotive altissime, là dove nemmeno la parola può osare raggiungerle.

In quella stanza, all’apparenza minuta, palpita incessante tutto l’universo del giudice Beato, fatto di “Fede e Diritto”; termini che hanno rappresentato gli inossidabili capisaldi sui quali ha incardinato tutta la sua vita, oltre a costituire l’impalcatura assiologica del suo straordinario e attualissimo testamento spirituale.

La visita dell’ultima stanza restituisce infine al visitatore commosso la toga usata dal giudice e che fu posta sopra la bara durante i funerali: l’ultima istantanea di un’esperienza umana dall’inestimabile valore civile e spirituale.

Questa testimonianza ha visto la luce grazie alla passione profusa da coloro che, con infaticabile tenacia, custodiscono e preservano questa dimora, rendendola prezioso monumento alla giustizia, e, soprattutto, alla fede.

In questi luoghi rimane scolpita il lascito morale e civile di Rosario Livatino: una straordinaria eredità umana che merita di essere valorizzata e sostenuta, affinché il suo esempio di vita possa continuare a illuminare i cuori e le menti dell’umanità.

Giuseppe Paci

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