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A Serious Man dei fratelli Coen è un film del 2009 che esplora la figura di Larry Gopnik, un professore di fisica ebreo che vive in un sobborgo degli Stati Uniti nei primi anni ’60. Il personaggio di Gopnik viene spesso paragonato a Giosuè, noto anche come Giobbe, un personaggio biblico che affronta una serie di prove e tribolazioni. Come Giobbe, Larry Gopnik sembra essere un uomo virtuoso e onesto che viene improvvisamente colpito da una serie di sfortune nella sua vita. La sua moglie lo lascia per un altro uomo, il suo lavoro è minacciato da un collega ambiguo e i suoi figli sembrano avere problemi comportamentali. In cerca di risposte, Gopnik consulta tre rabbini diversi, che riflettono l’immagine dei tre amici di Giobbe che cercano di dargli consigli. Il film affronta temi universali come la sofferenza, la fede e l’esistenza di un ordine morale nel mondo. Gopnik è tormentato dalle domande sulla giustizia divina e sulla sua responsabilità per gli eventi che gli accadono. La sua ricerca di significato e comprensione diventa il fulcro della trama, mentre cerca di decifrare il motivo dietro le sue sfortune e di trovare una risposta alle sue domande esistenziali.

“A Serious Man” è un film del 2009 scritto e diretto dai fratelli Coen. Il protagonista è  Larry Gopnik, un professore di fisica del Minnesota che si trova ad affrontare una serie di crisi personali, professionali e spirituali sul finire degli anni sessanta.

Larry cerca di navigare attraverso una serie di eventi sfortunati che minacciano il suo matrimonio, la sua carriera accademica e la sua salute mentale:sua moglie lo lascia per un altro uomo, suo figlio è coinvolto in affari loschi, suo fratello si comporta in modo irresponsabile e una serie di vicini bizzarri  turbano ancora di più la sua esistenza.

In cerca di risposte e di una guida, Larry consulta tre rabbini, con la speranza di ottenere risposte al perché della sua disgraziata vita.

Le risposte che ottiene sono ambigue e non spiegano il senso delle sue sofferenze:”Le cose non vanno così male, basta guardare il parcheggio“.

Questa assurda metafora è proferita da un rabbino incapace di offrire parole sagge e consolatorie.

Eppure, è questo che si sente dire Larry Gopnik, professore di fisica, “un uomo serio” e apparentemente felice fino a qualche giorno prima

Una commedia amara che presenta personaggi grotteschi e stravaganti quanto le situazioni che sono chiamati ad affrontare; il tutto con quell’autoironia di cui il mondo ebraico è capace.

Questo saper sorridere di sé stessi, anche nelle situazioni più difficili, emerge fin dall’inatteso prologo in yiddish ambientato in un’imprecisata epoca passata in cui un uomo e una donna, marito e moglie, vengono spaventati da un fantasma (dybbuk), e che si conclude con un “tempi terribili ci aspettano”, a preannunciare i tempi terribili che attendono l’ignaro Larry.

Quest’ultimo appare un moderno Giobbe, incapace di comprendere perché il destino abbia cominciato ad accanirsi contro di lui.

Larry Gopnik è un marito affidabile, un padre comprensivo, un fratello accondiscendente, un professore integerrimo, un cittadino perbene.

Larry però è tradito dalla moglie, malvisto dal vicino di casa (la comunità, civile o religiosa che sia, non garantisce sostegno ma diffidenza), sospettato di comportamenti amorali sul lavoro, schiacciato dalle avversità verso cui è incapace di reagire. Cerca di indagare le ragioni di tanto accanimento senza saperne affrontare le conseguenze.

Larry è un fisico, riempie gigantesche lavagne per spiegare ai suoi allievi il principio di indeterminazione – prova della nostra incapacità di comprendere il mondo – e asserisce con certezza che ogni azione ha le sue conseguenze.

Il suo sistema di valori è invece continuamente sbeffeggiato da un destino che lo irride spingendolo verso il crollo. E, costretto a confrontarsi con le categorie imbalsamate della società civile, cerca conforto nelle parole di inadeguati rabbini. Ma Dio, se c’è, è sempre più indecifrabile e inafferrabile.

L’angoscia di Larry, novello Giobbe, è un’angoscia esistenziale. Per quanto dignitosa possa essere la ragione umana, essa non riesce ad includere la volontà di Dio. Dio è al di là della ragione. Su questo non ci può essere dubbio alcuno.

La ragione si colloca in una dimensione prettamente umana. Dio non segue la logica, lo schema, l’analisi.

La stessa lettura del libro di Giobbe è affascinante anche perché rinvia al concetto di una misteriosa colpa. Una nozione non facile da affrontare e che non si presta a determinazioni.

La colpa nella nostra concezione moderna ha sempre il rimando ad una causa. La nostra mente è portata a pensare in termini scientifici e ragioniamo facendo corrispondere ad una causa un effetto. Nel caso di Giobbe abbiamo una pena e una immensa sofferenza senza colpa.

Ignorare una colpa non equivale minimamente ad essere incolpevoli. Espiare una colpa da innocente vuol dire che si crede in un ordine trascendente.

Riconoscere questo tipo di ordine, anche se ingiusto, significa infondergli dignità di giustizia.

Spiegare Giobbe, diceva già il grande san Girolamo, primo traduttore della Bibbia intera in latino nel IV sec. d. C. (Vulgata), “è come tentare di tenere nelle mani un’anguilla…più forte la si preme più velocemente sfugge di mano”.

Perché nel libro di Giobbe non si tratta soltanto della sofferenza umana, ma c’è in gioco molto più: la natura stessa di Dio, il senso dell’esistenza, il rapporto con Dio e la sua giustizia, il cui significato biblico va oltre quello strettamente giuridico a cui siamo più abituati. I

l termine giustizia rimanda, da un lato, all’interrogativo riguardo a quale giustizia si possa attribuire a un Dio che tollera il male e il dolore degli innocenti. Ma dall’altro, a un livello più sottile, che tuttavia è forse il più significativo dell’intero libro di Giobbe, esprime l’idea di relazione appropriata con qualcosa, di rapporto corretto e giusto, ovvero dignitoso, libero e buono.

Nel caso specifico, si tratta del legame che dovrebbe unire l’uomo a Dio, al di là di ogni interesse e remunerazione.

Il libro di Giobbe parla anche della libertà di Dio e della sua dialettica con quella dell’uomo. Tormentato, afflitto, disperato Giobbe resta giusto non perché sopporta con pazienza, ma perché chiede a Dio, pur maledicendo e imprecando, di parlare con lui, di spiegargli ogni cosa. E Dio lo farà, gli risponderà ma non gli dirà quello che lui avrebbe voluto sentire.

La sofferenza della vita umana non è più il segno morale della colpa, ma riflette la nostra condizione ontologica, la sproporzione che ci separa da Dio. La sfida disperata di Giobbe si converte, dunque, in un’inquietudine nuova: non attribuire senso al dolore, ma non rinunciare alla vita a causa del dolore.” 

Giobbe si chiude la bocca; ora, dice a Dio, ti conosco di persona e non più per sentito dire. Il mistero del male è sempre lì, ma la certezza che Dio lo vede, lo conosce, lo chiama amico gli basta. È questo, forse, il salto nel vuoto, la scommessa della fede. Sì, Dio è un essere sconcertante e il mondo una cosa molto strana, eppure nell’amicizia che spinge un Io verso un Tu c’è spazio per la speranza e la fiducia. 

Daniele Onori

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