fbpx

Nel tessuto complesso dell’odierna riflessione etica, emerge con impellente risonanza la questione se la filosofia di San Tommaso d’Aquino conservi ancora la sua pregnanza e attualità. Attraverso il filtro del tempo, la profondità e la coerenza del pensiero tomista si rivelano come un faro che, ancor oggi, offre una prospettiva illuminante sulla natura della moralità umana. La dottrina tomista, imbevuta di principi aristotelici, intende penetrare il cuore stesso dell’essere morale, sottolineando la connessione inscindibile tra virtù, ragione e finalità ultima. L’approccio di Tommaso all’etica, radicato nella ricerca di una virtù che trascenda l’individualismo contemporaneo, suggerisce un rimedio alle crescenti sfide etiche della nostra epoca. Nel dialogo tra l’ontologia morale e la complessità delle scelte umane, San Tommaso invita a una riflessione profonda sulla natura dell’agire umano, sottolineando la necessità di armonizzare libertà e responsabilità. La sua visione, fondata sulla concezione della virtù come abitudine stabile dell’anima, offre un antidoto alle derive relativistiche, proponendo un ancoraggio solido nel discernimento razionale. In un’epoca in cui la frammentazione delle prospettive etiche rischia di creare un caos valoriale, la filosofia di San Tommaso si erge come una guida che, con eleganza filosofica, invita a riflettere sulla coerenza interna dell’agire umano. La sua riflessione sulla connessione tra bene, verità e bellezza offre un terreno fertile per un confronto profondo con le sfide etiche contemporanee. In definitiva, la filosofia di San Tommaso d’Aquino si presenta come un faro che, benché radicato nel passato, continua a proiettare una luce salda e illuminante sulle intricanti questioni morali del presente.

La concezione filosofica di Tommaso d’Aquino non gode più di un sostegno diretto ed esplicito da parte di una scuola di pensiero chiaramente identificabile. In seguito al conflitto tra il tomismo conservatore e quello innovatore (neotomismo), caratterizzato da diverse interpretazioni dei rapporti con il pensiero moderno, l’attenzione attuale sembra concentrarsi sull’analisi delle fonti del pensiero di Tommaso e sulla loro effettiva influenza, spesso intesa come una rivalutazione dell’impatto del neoplatonismo.

Al posto della preoccupazione per l’attualizzazione, emerge ora un interesse di natura filologica e storica. La mancanza di una scuola tomista ha provocato una dispersione delle dottrine di Tommaso d’Aquino in diverse direzioni, rendendo complesso l’identificazione delle loro origini. Forse sarebbe più opportuno discernere il tomismo come un sistema di pensiero dall’approccio al tomismo inteso come atteggiamento di pensiero.

In generale, è possibile identificare questa inclinazione nella propensione al realismo filosofico. Tuttavia, è fondamentale non circoscrivere questa prospettiva di pensiero alla mera convinzione grezza dell’esistenza delle cose al di là della conoscenza umana o alla teoria gnoseologica del rispecchiamento.

Il concetto di “realismo” può essere impiegato ogni volta che si ammette l’esistenza di qualcosa da rispettare nella sua identità, qualcosa che sfugge alla disponibilità o manipolabilità della libertà umana, ma che richiede un avvicinamento e un’accettazione attraverso la conoscenza e l’azione, così come si presenta.

Questo realismo può estendersi sia alla natura e agli enti naturali, sia alla sfera morale e alle entità simboliche. Ad ogni apertura a questo approccio di pensiero, la concezione di Tommaso può trovare un suo spazio o ruolo. Il passaggio dall’attenzione verso un sistema filosofico all’approccio di pensiero sembra in sintonia con la vocazione originaria della concezione di Tommaso. Non è egli, infatti, il Dottore comune? La sua filosofia non è forse considerata la philosophia perennis, ossia una sorta di grammatica del pensiero?

Nella riflessione etica di oggi, sorge la questione se esistano nuove direzioni, approcci o condizioni che possano promuovere una rivalutazione della filosofia pratica di Tommaso d’Aquino o costituire un terreno favorevole per essa. In tal caso, si potrebbe discutere della sua presenza potenziale o tendenziale, a volte implicita. Attualmente, assistiamo a una revisione completa dei fondamenti, delle modalità e dei contenuti del discorso etico. La vastità di questa trasformazione suggerisce che le sue origini e radici superino la specificità del problema morale in questione. La riflessione etica, più di altre discipline filosofiche, è permeata dai fondamentali cambiamenti culturali, richiedendo quindi una distinzione tra i presupposti generali dell’etica e le condizioni interne che ne guidano l’esercizio.

Uno dei pilastri fondamentali del discorso etico riguarda innegabilmente la sua connessione con il discorso conoscitivo in generale. La “legge di Hume”[1] ha ufficializzato la netta separazione tra il dominio dell’esistente e quello del dovere essere, oltre alla loro incapacità di comunicare tra di loro. Questo principio è stato ampiamente utilizzato per escludere la metafisica classica, conducendo alla preliminare esclusione della filosofia di Tommaso d’Aquino dal dibattito contemporaneo. Tuttavia, l’imperativo imposto dalla legge di Hume è oggi oggetto di varie contestazioni, sia all’interno della tradizione neopositivista che di quella analitica.

Da una parte si nota che essa può essere intesa in tanti modi, non tutti accettabili, dall’altra si precisa che i concetti di «essere» e di «natura» della tradizione metafisica non possono essere assimilati a quello moderno di «fatto». Indipendentemente dalle problematiche logiche interne che la legge di Hume solleva, c’è una ragione di carattere culturale che ha contribuito ad incrinare la Grande Divisione tra essere e dover essere. Questa dicotomia, infatti, esclude per definizione che vi siano nella natura valori indipendenti dalla volontà umana e fa del dover essere un regno esclusivamente «umano». Non si può, pertanto, dire che essa impedisca in qualche modo la manipolazione illimitata della natura, che oggi viene sempre più percepita come qualcosa di per sé inaccettabile.

Non bisogna sottovalutare gli effetti di questo mutamento dell’orientamento culturale del nostro tempo, perché alla fin dei conti la validità di una dottrina etica deve misurarsi in qualche modo con la sua praticabilità e con le opinioni morali più diffuse

Le recenti questioni etiche, provenienti dal campo della bioetica e dell’ecologia, si concentrano in modo specifico sul legame tra il bene ontologico e il bene morale. Se il bene, o ciò che viene considerato di valore, non ha origine da un desiderio, da un bisogno o da una scelta, bensì dalla stessa esistenza, si rende imperativo recuperare il concetto di bene ontologico e comprendere la necessità intrinseca insita nella natura.

La riconciliazione tra l’ideale e la realtà naturale suscita una riflessione profonda sul ruolo dell’uomo nel mondo. La modernità ha introdotto distinzioni categoriali quali soggetto-oggetto, spirito-corpo, libertà-necessità, generando un senso di estraneità dell’uomo dal mondo materiale.

L’ambiente plasmato dalla mente umana sembra ormai inadeguato a essere abitato dalla stessa mente umana. Il silenzio dei vasti spazi, citato da Pascal, evidenzia la mancanza di comunicazione tra la mente pensante e la realtà estesa, sottolineando la solitudine dell’uomo.

Tuttavia, oggi, con il neodarwinismo e gli studi sull’etologia, assistiamo a un ritorno al principio aristotelico della continuità tra i vari gradi dell’essere. Sorge la domanda su come il mondo debba essere concepito affinché possa accogliere le complesse strutture dell’intelligenza animale e umana. Si riconosce che tali strutture dipendono da un equilibrio delicato di fattori eterogenei e dalla loro ponderata combinazione. Pare che l’universo in cui viviamo, con le sue particolari condizioni, sia l’unico ambiente idoneo all’esistenza della vita, in particolare dell’uomo.

Pertanto, lo studio naturale dell’uomo diventa la chiave per comprendere le stesse condizioni fisiche dell’universo. Questo concetto, noto come “principio antropico”, ha generato diverse interpretazioni, tra cui il ritorno della spiegazione teleologica. Tuttavia, l’aspetto più significativo è il ristabilimento dei legami tra l’uomo e il mondo, riconoscendo la condivisione del loro destino.

La meta-etica, che affronta il modo di affrontare le questioni etiche, cede il passo all’etica normativa, volta a determinare, giustificare e applicare i criteri del giusto e del bene ai problemi etici concreti. Il pluralismo etico ha scosso la convinzione nella facilmente identificabile conoscibilità dei valori morali, portando alla consapevolezza che la loro validità è legata al contenuto e alla giustificazione razionale che possono esibire. umana.

La morale, diversamente da campi come economia, politica, arte e religione, non può essere assimilata poiché la sua definizione è legata in modo inscindibile ai suoi contenuti, presupposti antropologici e ontologici. La morale si presenta come una difesa di valori fondamentali, rendendola intrinsecamente conflittuale e soggetta a interrogazioni sin dalle sue radici. Nel contesto etico contemporaneo, emerge una frammentazione in diverse “morali” settoriali legate alla vita umana, alla terra, agli animali, alle generazioni future, alle professioni e agli affari.

Le nuove questioni etiche, spesso derivanti dai progressi scientifici, creano mondi di valori separati e talvolta in opposizione tra loro, generando normative inconciliabili.

Le teorie etiche consolidate intorno all’idea di unità nella vita morale e universalità dei suoi principi mostrano difficoltà nel gestire la complessità attuale. Il dibattito oscilla tra un riduttivismo etico che ignora le nuove istanze e un’incertezza dei principi morali. La riduzione di tutte le questioni morali a pochi principi generali non è più auspicabile, ma è necessario trovare criteri comuni per costruire volta per volta la gerarchia dei valori in gioco. Nonostante la proliferazione delle etiche settoriali, sembra mancare uno spazio specifico per l’etica in sé.

La morale generale è relegata alla sfera privata, mentre si discute di etica pubblica, etica politica, deontologia professionale, etica sociale ed economica. La frammentazione dei fatti etici in valori regionali solleva il problema della loro competizione fino al conflitto. Nelle decisioni morali, gli individui si trovano in conflitto tra richieste provenienti da diverse parti della loro vita, come cittadini, professionisti, membri di una chiesa, genitori e altro ancora. In questo conflitto di doveri, sono necessari criteri per determinare quale di essi debba prevalere in una specifica situazione.

Nelle scelte concrete, ritorniamo a essere semplicemente uomini e dobbiamo esercitare il “mestiere dell’uomo”. In tale contesto, emerge la necessità che la filosofia morale riacquisisca la sua funzione architettonica tradizionale, quella di mettere ordine nella vita pratica.

In questo contesto, si rileva una svolta nel dibattito etico contemporaneo rappresentata dal ritorno alla dottrina delle virtù, un approccio in cui la regola morale è legata a una prassi di vita.

La ricerca del bene comune costituisce il cuore dell’etica umana. In altre parole, le virtù dell’essere umano, sia teologiche che morali, affondano le loro radici nella stessa natura umana. Mentre la Grazia divina accompagna, sostiene e spinge l’impegno etico, secondo san Tommaso, tutti gli individui, indipendentemente dalla loro fede, sono chiamati a riconoscere le esigenze della natura umana, espresse nella legge naturale, e a trarne ispirazione per la formulazione delle leggi positive. Queste ultime, emanate dalle autorità civili e politiche, hanno lo scopo di regolare la convivenza umana.

Quando la negazione della legge naturale e delle responsabilità ad essa connesse si manifesta, si apre drammaticamente la strada al relativismo etico a livello individuale e al totalitarismo statale a livello politico. La difesa dei diritti universali dell’essere umano e l’affermazione del valore assoluto della dignità individuale richiedono un fondamento solido. Non è forse la legge naturale questo fondamento, con i suoi valori non negoziabili che essa indica?

Tommaso ci presenta un ampio e ottimista concetto della ragione umana, caratterizzato dalla sua ampiezza in quanto non si limita ai confini della ragione empirico-scientifica, ma si estende a tutto l’essere, comprese le questioni fondamentali e imprescindibili legate all’esistenza umana. Questo approccio è aperto a considerare la totalità dell’essere umano e, in particolare, le tematiche cruciali del vivere umano. La fiducia che permea questo concetto deriva dalla convinzione che la ragione umana, specialmente quando abbraccia le ispirazioni della fede cristiana, sia un motore propulsore di una civiltà che riconosce la dignità intrinseca della persona, l’inviolabilità dei suoi diritti e l’imperatività dei suoi doveri.

Daniele Onori


[1] La legge di Hume (anche detta problema dell’essere e del dover essere, in inglese Is–ought problem) è un principio filosofico metaetico formulato dal filosofo scozzese David Hume, per il quale bisogna operare in ogni momento la distinzione e la separazione tra «ciò che è» e «ciò che deve essere»; in termini più formali, quindi, nell’economia di un discorso vanno separate le proposizioni descrittive (ovvero che dichiarano ciò che una cosa è) da quelle prescrittive (ovvero ciò che deve essere), rimarcando che filosofi, soprattutto della morale, in passato hanno trasformato l’iniziale è nel deve, mutando quindi la descrizione in un precetto.

Share