Articolo di Luciano Moia, pubblicato l’1 novembre 2018, su Avvenire.

Dopo la bocciatura da parte del Consiglio nazionale forense, di numerosi magistrati, del Forum delle associazioni familiari, ora sul disegno di legge Pillon – che si propone di rivedere le norme in materia di affido condiviso – si abbatte anche il giudizio durissimo del Centro studi Rosario Livatino.

È una bocciatura senza appello espressa in un documento articolato, già consegnato allo stesso relatore, che prende in esame i quattro pilastri della proposta – mediazione obbligatoria, tempi paritetici, mantenimento in forma diretta e contrasto all’alienazione parentale – e ne smonta punto dopo punto i fondamenti giuridici, efficacia, opportunità per l’interesse del minore. La critica di fondo, più volte ribadita nel testo – a cui hanno collaborato vari esperti di diritto di famiglia coordinati da Alfredo Mantovano, vicepresidente del Centro, e da Emanuele Bilotti, docente di diritto privato all’Università Europea di Roma – è che il ddl 735 di cui primo firmatario è il senatore leghista Simone Pillon, sia poco attenta ai reali bisogni del minore.

Il disegno è attualmente all’esame della Commissione giustizia del Senato. Ci sono in calendario oltre cento audizioni che, presumibilmente, si concluderanno nei primi mesi del 2019. L’intenso fuoco di sbarramento alzato dagli addetti ai lavori – nonché da numerosi esponenti politici – lascia però prevedere che il testo ne uscirà con modifiche profonde. Ecco i rilievi più importanti del Centro studi Livatino.

La mediazione familiare è un mezzo «in sé valido», spiegano gli esperti, ma «quanto previsto dal ddl 735 lascia molto perplessi». Tanti i punti criticati. Innanzitutto la sovrapposizione tra mediazione civile e mediazione familiare, poi la pretesa della obbligatorietà definita una «contraddizione in termini»: perché sia efficace, si legge nel documento, «la mediazione familiare dev’essere libera e incondizionata». E vi sono casi in cui dev’essere addirittura esclusa, quando per esempio ci si trova di fronte a «coppie ad alta conflittualità, sfociata o in grado di sfociare in episodi di violenza fisica o morale»; come mai il ddl Pillon non prevede deroghe all’obbligatorietà neppure in casi di violenza?

Smantellato anche il concetto dei “tempi paritetici”: obiettivo lodevole, si dice, assicurare la presenza di entrambi i genitori nella vita dei figli; tuttavia l’introduzione dei «tempi paritetici» nonché della «doppia residenza» e del «doppio domicilio» dei figli – almeno 14 giorni a casa del papà – appare da un lato caratterizzato da «eccessiva rigidità» e dall’altro da «scarsa considerazione del minore» e «scarsa conoscenza delle esigenze dei bambini». Non funzionerebbe neppure il minuzioso «piano genitoriale» previsto, che «mal si concilia con situazioni che, coinvolgendo e riguardando minori, sono in continua evoluzione e richiedono flessibilità più che formalizzazione in accordi dettagliati».

C’è poi la proposta del mantenimento in forma diretta per superare il tradizionale “assegno”; per il Centro Livatino è un «ostacolo all’instaurazione di un dialogo tra genitori, in quanto tende ad accentuare le disuguaglianze, e con essa i conflitti». Non miglior fortuna ha la parte sull’alienazione parentale, disturbo su cui gli esperti sono divisi e la stessa giurisprudenza trattiene il giudizio. Il punto più criticato anche qui è il mancato ascolto del minore: nel ddl nulla si dice sull’opportunità di «comprendere, con l’ausilio di esperti qualificati, le ragioni del suo disagio e del suo rifiuto» (a incontrare un genitore).

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