di Alfredo Mantovano *

  1. Parigi, 2 settembre 1792. Davanti al Tribunale rivoluzionario, costituito da pochi giorni, viene giudicato il maggiore Bachmann, guardia svizzera del Re. Mentre i giudici interrogano alcuni soldati svizzeri, tratti in arresto il 10 agosto precedente e chiamati a testimoniare contro il loro capo, una folla di sanculotti, che daqualche ora si sono radunati provenendo dai bassifondi della città, irrompe nel palazzo, forza i cancelli del carcere sottostante, da lì trascina i prigionieri in mezzo al cortile, davanti a un improvvisato tribunale del popolo, e ne fa scempio. Appreso poi che gli svizzeri si trovano nella sala delle udienze, la folla sale le scale, attraversa saloni una volta importanti e appare sulla porta, pronta a completare l’opera con le guardie del Re lì presenti. È a questo punto che il presidente del Tribunale rivoluzionario, tale Lavau, blocca la torma e intima ai sanculotti “di rispettare la legge e l’accusato che è sotto la sua spada”. Gli assassini si fermano, restano in silenzio, poi indietreggiano. “Essi hanno compreso – annota lo storico Georges Lenotre – che l’opera che essi compiono là in basso, le maniche rivoltate e la picca tra le mani, questi borghesi in mantello e cappello a piume la perfezionano sui loro seggi”. Conosciamo l’episodio grazie al grande giurista Salvatore Satta, che lo descrive nel suo mirabile Il mistero del processo.
    Chissà oggi che cosa direbbe Edmund Burke, che all’epoca del processo agli svizzeri aveva già scritto la sua motivata e serrata critica alla Rivoluzione del 1789, nel vedere questa terribile pagina di storia riprodotta, mutatis mutandis, dai giudici che nella sua Inghilterra si sono occupati e si occupano di Alfie Evans. Intendiamoci: Anthony Hayden indossa la parrucca e la toga rossa e bianca invece del cappello a piume e del mantello; dal suo seggio pronuncia verdetti avendo come interlocutori privilegiati non i sanculotti ma le lobby lgbt per le quali scrive saggi sul gender. Ma la sostanza non cambia. Ed è la sostanza del totalitarismo del XXI secolo: quello che ha sostituito i carri armati, il filo spinato, i lager e i gulag con i reparti ivg, con le cliniche della morte, con gli ospedali che eliminano persone trattate quali scarti umani, quasi fossero rifiuti tossici. Il tutto, nel Paese della Magna Carta Libertatum, col sigillo di un “diritto” tanto penetrante e disumano quanto le torture e le uccisioni dei totalitarismi del XX secolo. Huxley ha vinto su Orwell, in nome di Sua Maestà la Regina. Il fantasma di Hitler aleggia su Londra con efficacia differente, ma non meno pesante, rispetto alle tragiche notti del 1940: all’epoca gli inglesi furono coraggiosamente uniti per respingerlo, oggi ne realizzano i dettami negli ospedali e nelle corti di giustizia. Non hanno forse impronta neonazista l’eliminazione fisica dei disabili e la sottrazione dei bambini ai genitori? Era quello che, insieme ad altro, Churchill voleva risparmiare all’Inghilterra, a costo di pagare i più pesanti sacrifici. Mentre oggi i vari Hayden e Mc Farlane impongono verdetti che costituiscono fonte di morte al pari delle bombe che lanciavano gli Stukas. 
  2. Un bambino di 23 mesi ha posto in crisi questa costruzione. Ha getta a gambe all’aria le falsità e le ipocrisie. La vita di Alfie permette di identificare dei punti fermi:
    a) a dispetto di quanto scrive la Corte Suprema del Regno Unito, nella decisione del 20 aprile, Alfie dimostra da cinque giorni di non essere un soggetto terminale inutilmente sottoposto a terapie, ma un grave disabile, che ha necessità di sostegno tecnico per alimentarsi, per bere e per respirare, come tanti disabili dentro e fuori i confini inglesi;
    b) la stessa Corte ha negato la capacità di decidere ai genitori, producendosi in un contorto giro di parole per cui in passato tale capacità esisteva ma ciò – è il diktat dei giudici – appartiene a un mondo superato, nel quale il padre di famiglia aveva la custodia del figlio. Oggi ai genitori competerebbe solo il welfare (così hanno scritto), non invece il diritto/dovere di tentare il possibile per salvarlo. Alfie ha loro replicato facendosi riconoscere ragione da Beppino Englaro (!): “i genitori del piccolo Alfie hanno il diritto di portare il loro bambino in Italia. (…) uno Stato non può opporsi alla scelta di una famiglia che vuole portare all’estero un figlio, perché altrove forse c’è una speranza” (la Repubblica, 25 aprile). Anche Englaro è un emissario del Vaticano che intende ledere la britannica sovranità?
    c) rispetto al criterio del “miglior interesse del minore”, unico da prendere in considerazione per la Corte, con Alfie cade la pretesa di far coincidere l’interesse stesso con la sua morte. Superata solo dall’umorismo inconsapevole del team degli avvocati dell’Alder Hey Hospital, i quali sono arrivati a dire, nell’udienza tenuta a Londra il 25, che “Alfie Evans stands exactly same risk of suffering grain damage in transit (to Italy) as before”: per non correre il rischio che subisca danni dal viaggio in Italia, uccidiamolo a Liverpool!
    d) al medesimo team legale si deve anche quest’altra perla, pronunciata sempre il 25: “the tragedy for the parents is that Alfie does look like a happy and healthy child”. La realtà visiva di un bambino che riesce a trasmettere gioia e tenerezza è letta nei termini di una “tragedia”. L’ideologia secondo cui un disabile è uno scarto da eliminare prevale sull’immagine che quel bimbo trasmette di sé;
    e) Alfie con il suo semplice rimanere in vita dice ai medici e ai giudici: avete sbagliato, non decidete voi chi è degno di vivere e chi no.La realtà del suo essere conferma quanto S. Giovanni Paolo II scriveva 37 anni fa nella Centesimus Annus: «Se non esiste nessuna verità ultima che guidi e orienti l’azione politica, […] una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia». Le decine di poliziotti a presidio dell’Alder Hey Hospital, le perquisizioni ai familiari di Alfie che volevano andare a trovarlo, le umiliazioni ai suoi genitori – che grave colpa avere un figlio a vent’anni, con poche sterline in tasca! -, l’allontanamento perfino del sacerdote che li assisteva, costituiscono gli aspetti, visibili a tutti, del nuovo totalitarismo.

    I prossimi giorni diranno se la vicenda giudiziaria della famiglia Evans conoscerà delle tappe ulteriori. Il Centro studi Livatino, che ne ha seguito lo svolgimento passo dopo passo, oltre a denunciare la evidente violazione della Convenzione EDU e della Costituzione italiana, ha mostrato apprezzamento per il gesto del Governo italiano di riconoscimento della cittadinanza ad Alfie. Ha auspicato però una prosecuzione dell’impegno del nostro Esecutivo, in coerenza delle norme del decreto legislativo n. 71/2011, relativo ai poteri di giudice tutelare della nostra autorità consolare.

     

  3. Oltre la procedura e i dettagli giuridici, quel che Alfie dice, pur non parlando, non riguarda solo Liverpool o il Regno Unito. Riguarda tutti gli ordinamenti – incluso quello italiano, dopo la recente legge sul biotestamento – che hanno dichiarato la vita un bene disponibile. Dice di fare attenzione a questo nuovo razzismo, che colpisce donne, uomini, bambini solo perché più deboli; che li giudica come esseri venuti male, o come esseri andati a male, e per questo scarti da eliminare. Che affida la decisione sulle scelte terapeutiche non alla prudente interlocuzione tra l’interessato – se capace -, i familiari e il medico, ma al giudice. Il quale, senza alcun mandato democratico, alza o abbassa il pollice, come gli imperatori pagani nelle antiche arene. Nell’udienza del 25 Lady Justice King, componente del collegio di appello a Londra, a fronte del rilievo degli avvocati dei genitori che non vi sono prove che Alfie sia privo di sensibilità, ha risposto: “The evidence is that he is unlikely to have pain, but is tragically everything that would allow him to have some appreciation on life, or even the mere touch of his mother, has been destroyed irrevocably”. Accettiamo che un giudice sostituisca la propria sensibilità a quella della madre che accarezza il suo bambino? Sir Andreaw Mc Farlane, presidente del medesimo collegio di corte di appello, ha detto che “the only determining factor is the best interests of Alfie. (…) What rights others have, particularly the parents, falls into a subsidiary category”. Accettiamo la catalogazione ideologica dei genitori di un minore come “categoria secondaria”?

Le preoccupazioni lodevolmente espresse sul suo caso da componenti del Consiglio superiore della Magistratura confermano la gravità della posta in gioco. Hanno parlato a proposito delle pronunce inglesi di “inciviltà”, “uccisione legalizzata” e “deriva liberticida” (Claudio Galoppi); hanno evocato la “perfezione che ispirò le leggi razziali” (Francesco Cananzi); hanno manifestato “sconcerto rispetto a una pervicace volontà” (Renato Balduzzi). Non trascuriamo però che in Italia la legge 219/2017 riconosce, ai fini della permanenza in vita, “disposizioni” date “ora per allora”, qualifica cibo e acqua come trattamenti sanitari, se somministrati per via artificiale, nega l’obiezione di coscienza ai medici e obbliga anche le strutture non statali, contiene norme pericolose per i minori e per gli incapaci.

La vicenda di Alfie, unitamente a ciò che da oltre 15 anni viene praticato in Belgio e in Olanda, mostra oltre ogni dubbio che il criterio decisivo non è più nemmeno l’autonomia, bensì la convenienza sanitaria e sociale di sopprimere una vita qualificata come inutile. Dal suo lettino Alfie ci dice che il vero accanimento oggi esistente, dal quale dobbiamo guardarci, non è quello c.d. terapeutico, ma è quello per la morte, che passa per le aule di giustizia di ordinamenti democratici. E che il dibattito non è fra chi ha pietà e chi non ne ha: il dibattito è fra chi lascia l’individuo solo nelle mani dello Stato e chi sa che per vivere è necessaria la speranza, specie nelle prove.

La speranza non la danno né lo Stato né la legge: possono però oltraggiarla e schiacciarla. E questo va impedito: con la mente, con il cuore, con energia.

 

 

* magistrato – vicepresidente del Centro studi Livatino

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